Evenepoel 2018

Se vinci da junior farai fortuna? Non sempre…

28.10.2021
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Per Strand Hagenes e Zoe Backstedt, le vittorie ai mondiali di Leuven, per come sono arrivate, sono foriere di grandi speranze, ma quante volte avere vinto il titolo iridato junior ha poi portato realmente fortuna? Analizzando gli albi d’oro si scoprono storie molto interessanti. Non sempre emergere in età così giovane porti poi a una grande carriera. L’esempio di Alessandro Ballan, del quale abbiamo recentemente parlato, è solo uno dei casi di campioni scopertisi tali nel tempo, grazie alla propria costanza e soprattutto alla pazienza di chi li ha gestiti.

Mondiali juniores, via nel 1975

I mondiali juniores presero il via nel 1975 e subito a emergere fu un nome di un certo peso: Roberto Visentini, grande talento italiano delle corse a tappe, vincitore di un Giro d’Italia ma che aveva davvero tutto per imprimere il suo marchio su un’epoca, visto come andava a cronometro ma anche in salita. Dal 1975 al 2021, considerando naturalmente l’edizione persa lo scorso anno a causa del Covid, ci sono state quindi 46 edizioni. Solo in due casi il biennio fra gli juniores è stato coronato da due titoli iridati e in entrambe le occasioni a riuscirci sono stati ciclisti italiani.

Il primo a realizzare la doppietta è stato Giuseppe Palumbo, nel 1992 e 1993. Sul corridore siracusano e un futuro luminoso erano tutti pronti a scommettere. Alla fine ha vissuto per 12 anni fra i professionisti, con 3 vittorie in tutto e una carriera vissuta soprattutto sulla partecipazione a cinque Giri d’Italia, senza però acuti. Tornando al biennio da junior, allora il ciclismo italiano dominava: nel 1992 Palumbo batté Pasquale Santoro, professionista per un paio d’anni, mentre terzo fu il compianto belga Frank Vandenbroucke, protagonista di tante classiche.

Van Der Poel 2013
Una delle “tante” maglie iridate di VDP, mondiali junior 2013, fra Pedersen e l’albanese Nika
Van Der Poel 2013
Una delle “tante” maglie iridate di VDP, mondiali junior 2013, al suo fianco il danese Mads Pedersen

Italia padrona

Nel 1993 terzo giunse Michele Rezzani, che ha fatto maggior fortuna nelle gran fondo. Il culmine si raggiunse nel 1997, con Valentino China davanti a Ivan Basso e Rinaldo Nocentini: paradossalmente l’iridato ha vissuto una fugace esperienza fra i pro’, gli altri hanno invece scritto pagine importanti, soprattutto Basso.

Ben diverso il discorso per Diego Ulissi, anche lui capace della magica doppietta nel 2006 e 2007. Ancora oggi il portacolori della Uae Team Emirates è un protagonista fra classiche e brevi corse a tappe. Nel complesso l’Italia comanda il medagliere alla stragrande, con 30 medaglie fra cui 11 ori per 9 atleti. Non tutti loro, come si è visto, hanno però potuto esplodere fra i pro’. Damiano Cunego iniziò nel 1999 la sua grande carriera. Altri come Roberto Ciampi (1980), Gianluca Tarocco (1988), Crescenzo D’Amore (1997) non hanno avuto la stessa fortuna. Marco Serpellini, iridato nel 1990, è rimasto per 12 stagioni tra i pro’, cogliendo 9 vittorie e partecipando anche ai mondiali pro’ di Verona del 1999.

Cunego Ulissi 2007
Due giovani campioni del mondo junior, Cunego e Ulissi. Da pro’ hanno continuato sulla stessa strada…
Cunego Ulissi 2007
Due giovani campioni del mondo junior, Cunego e Ulissi. Da pro’ hanno continuato sulla stessa strada…

Il primo squillo di Lemond

Allarghiamo però il discorso: chi è davvero riuscito, fra i campioni del mondo juniores, a imprimere il proprio marchio anche da grande? In definitiva sono solamente 8, considerando vittorie in grandi giri oppure classiche di peso.

Detto di Visentini e Cunego, pochi ad esempio ricordano un ragazzino con la maglia a stelle e strisce che vinse nel 1979. Si chiamava Greg LeMond e avrebbe cambiato la cultura ciclistica americana per sempre con i suoi trionfi al Tour de France.

L’America chiama, l’Unione Sovietica risponde, nel 1987 con Pavel Tonkov, che poi con la nazionalità russa conquisterà un Giro d’Italia e sarà uno dei grandi rivali di Marco Pantani. Dobbiamo poi saltare al nuovo secolo: nel 2004 il titolo va a Roman Kreuziger, ancora oggi in carovana e con tanti successi al suo attivo tra cui un’Amstel Gold Race; nel 2009 Jasper Stuyven, l’ultimo Mister Sanremo; nel 2012 Matej Mohoric, esponente di punta dell’ondata slovena (capace quell’anno di precedere un velocista in erba come Caleb Ewan). L’anno dopo altra accoppiata di spicco con Mathieu Van Der Poel davanti a Mads Pedersen (un oro perso ma si rifarà tra i grandi…). Infine nel 2018 l’esplosione della galassia Evenepoel (nella foto d’apertura) che sta rivoluzionando il ciclismo dalle fondamenta.

Pirrone 2017
Elena Pirrone iridata junior nel 2017, con lei Letizia Paternoster che vinse il bronzo
Pirrone 2017
Elena Pirrone iridata junior nel 2017, con lei Letizia Paternoster che vinse il bronzo

Fra le donne porta bene…

Già, ma per le donne? Qui il discorso cambia un po’. I mondiali juniores iniziarono nel 1987, quindi più tardi con una vincitrice di lusso come Catherine Marsal, la francese che avrebbe rappresentato l’antitesi dell’infinita Jeannie Longo. Spesso, negli anni a seguire, sono arrivati successi di atlete che poi si sarebbero confermate fra le “adulte” dalle tedesche Ina-Yoko Teutenberg e Hanka Kupfernagel alla lituana Diana Ziliute, dalla britannica Nicole Cooke (due vittorie nel 2000 e 2001) a Marianne Vos che dall’oro conquistato nel 2004 non ha smesso più, dalla francese Pauline Ferrand Prevot iridata quasi in ogni disciplina ciclistica a Elisa Balsamo, “bimba d’oro” nel 2016 e fra le elite 5 anni dopo.

Anche qui il medagliere è guidato dall’Italia con 20 medaglie di cui 5 ori. Anche restringendo il panorama dall’arcobaleno all’azzurro, si scopre che chi vince fra le junior poi avrà il suo spazio quasi sempre.

E’ accaduto così con Alessandra D’Ettorre, prima nel 1996, poi campionessa d’Europa U23 e stella della pista quando ancora doveva iniziare il cammino della ripresa. E’ accaduto con Elena Pirrone, prima nel 2017 e che la sua carriera se la sta costruendo con pazienza e fiducia. Eleonora Patuzzo, prima nel 2007, ha corso fino al 2011 approdando anche alla Bepink prima di appendere la bici al chiodo e dedicarsi agli studi. Rossella Callovi, vincitrice nel 2009, ha corso fino al 2015. D’altronde, per spiegare ancor meglio il concetto, basta guardare questo podio: prima Marianne Vos, seconda Marta Bastianelli, terza Ellen Van Dijck: non è una gara della stagione appena conclusa, ma l’ordine d’arrivo dei mondiali junior 2004…

Ballan 2021

Ballan, oggi sarebbe possibile un altro… Ballan?

21.10.2021
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Qualche giorno fa, chiacchierando nell’ambiente è rispuntato fuori un assioma: «Al giorno d’oggi Alessandro Ballan non sarebbe passato professionista, così avremmo perso un Giro delle Fiandre e un campionato del mondo». Un concetto che in sé riassume un tema che stiamo portando avanti da tempo, quello dell’eccessiva fretta che pervade il ciclismo attuale che brucia corridori in età ancor prematura e che è all’esasperante ricerca di talenti sempre più giovani.

Non potevamo non affrontare l’argomento chiamando in causa lo stesso Ballan, al quale raccontiamo il piccolo episodio trovando in lui piena conferma: «E’ verissimo, io ho fatto 6 anni da dilettante e sono passato pro’ a 25 anni, nel 2004, quando ormai non ci speravo più».

Come mai una militanza così lunga?

Ci sono varie ragioni. Nei primi due anni ebbi grandi problemi a un ginocchio, persi in pratica le stagioni dovendomi operare due volte. Poi la maturità e subito dopo arrivò il servizio militare. In due anni feci 28 gare, davvero pochine per mettersi in mostra. Quei due anni però mi avevano preservato dall’attività forsennata, iniziai a fare il corridore seriamente nel nuovo secolo, fra la Trevigiani e la Cyber Team. Il problema è che ormai mi consideravano vecchio per il passaggio.

Ballan Fiandre 2007
Alessandro Ballan in trionfo al Giro delle Fiandre 2007, battendo nello sprint a due il belga Hoste
Ballan Fiandre 2007
Alessandro Ballan in trionfo al Giro delle Fiandre 2007, battendo nello sprint a due il belga Hoste
Che cosa accadde allora?

Si interessò Wilier, il patron della squadra che provò a sondare il terreno e non gli dirò mai grazie abbastanza. Alla fine trovò un contatto con la Lampre, ma il mio approdo nel ciclismo che conta ebbe un inizio quasi grottesco.

Dai, racconta…

Io mi ero messo l’animo in pace tanto è vero che avevo iniziato a lavorare come imbianchino. Un giorno ero in cima alla scala a passare la tinta, squilla il telefono e dall’altra parte sento: «Ciao, sono Fabrizio Bontempi, della Lampre, volevo proporti un incontro per domani…». Non lo feci neanche finire: «Sì, va bene, bello scherzo…» e misi giù. Quando lo dissi al datore di lavoro, quasi mi tirò giù dalla scala. Io neanche conoscevo Fabrizio Bontempi, lui mi disse chi era. Richiamai subito e il giorno dopo firmai il contratto.

Non pensi che l’ingaggio prematuro di Remco Evenepoel abbia rivoluzionato il modo di reclutare corridori nel ciclismo attuale?

Sicuramente, il problema è che come Evenepoel o lo stesso Pogacar ce ne sono pochissimi, ma adesso ci troviamo di fronte a un’esasperazione nella ricerca del talento sempre più precoce. Il problema è che di questa esasperazione i corridori sono vittime, ma i protagonisti sono tanti: diesse, procuratori, genitori stessi. Tutti tesi a far andare i ragazzi sempre più forte col rischio di bruciarli. Quanti ottimi allievi e juniores non sono neanche arrivati al professionismo? Quanti Ballan ci siamo persi per strada?

Fabrizio Bontempi 2007
Fabrizio Bontempi, a destra, diesse della Lampre con Ballan dopo il Fiandre e in mezzo il patron Sergio Galbusera
Fabrizio Bontempi 2007
Fabrizio Bontempi, a destra, diesse della Lampre con Ballan dopo il Fiandre e in mezzo il patron Sergio Galbusera
E’ un sistema che copia tantissimo quanto avvenuto nel calcio…

Sì, ma ci sono differenze tecniche molto importanti. Faccio un esempio: Evenepoel al primo anno ha partecipato alla Clasica di San Sebastian e l’ha vinta. Perché? Se guardiamo i suoi dati non è mai andato in soglia. Un altro della sua età, se provava a fare la stessa cosa, prendeva una bastonata solenne, che gli restava dentro e magari gli avrebbe tarpato le ali. Non dobbiamo dimenticare che parliamo di un fenomeno assoluto, ma molti lo dimenticano.

Secondo te il problema è legato alla funzione dei procuratori?

Sì, ma non solo. Per me è assurdo che vadano a cercare e mettere sotto contratto corridori che sono ancora allievi. In questo modo non rendi un servizio al movimento, cerchi solo la gallina dalle uova d’oro… Il ciclismo non fa sconti e l’ho capito sulla mia pelle sin da subito…

In che modo?

Un altro esempio: quando ero junior feci abbastanza punti per accedere alla compagnia Atleti dell’Esercito. Eravamo 100 in tutto, ma almeno 70 di essi avevano punteggi migliori dei miei, il che significa che erano andati meglio di me. Di quelli passarono pro’ in 15 e solo 5 ebbero una carriera durata almeno 6 anni…

Evenepoel San Sebastian 2019
Evenepoel in fuga alla Clasica di San Sebastian 2019. Un fenomeno che ha fuorviato il movimento
Evenepoel San Sebastian 2019
Evenepoel in fuga alla Clasica di San Sebastian 2019. Un fenomeno che ha fuorviato il movimento
Era un altro ciclismo?

Probabilmente sì, ma parliamo di meno di vent’anni fa. Io da junior mi divertivo, pensavo a correre, ma con la testa di un giovane di quell’età, la mentalità professionistica venne dopo, in maniera seria. Oggi invece vedi tutti con cardiofrequenzimetro, Srm, tabelle, nutrizionista, a quell’età è sbagliato.

E’ un problema generale o italiano?

Abbiamo visto che un po’ in tutte le Nazioni c’è la ricerca del campione precoce, ma credo che in Italia sia troppo esasperata. Oggi un caso come il mio è praticamente impossibile, puoi forse accedere a una continental, ma poi è difficile progredire. Gli osservatori dei team WorldTour d’altronde non guardano neanche le gare dei team continental, vanno direttamente sugli under 23 se non addirittura gli juniores. Gli stessi under 23, dopo un paio d’anni nella categoria sono già considerati vecchi. Non c’è più la buona abitudine di aspettare la maturazione di un atleta.

Secondo te la Federazione può fare qualcosa?

La Fci può fare molto, ma molto possono fare anche le stesse società giovanili, pensando a tutelare gli atleti e a insegnargli il mestiere, non solo a cercare i campioni da far passare per avere poi immagine, sponsor, soldi. E’ un sistema che va rivisto dalle fondamenta e tutti devono metterci del loro.

Nations 2014

Chrono des Nations, per Ganna una rinuncia a due facce

16.10.2021
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Nel secolo scorso, quando i mondiali su strada si svolgevano a fine agosto ed erano riservati solo alle prove in linea, la sfida per i cronoman era quella del GP delle Nazioni, principalmente sulla Costa Azzurra. Era un appuntamento sentitissimo, su una distanza pressoché inconsueta nel ciclismo, sempre oltre gli 80 chilometri. I grandi specialisti non mancavano mai. Coppi l’ha vinta due volte come Gimondi, Moser ci ha provato spesso ma senza successo. Con l’avvento dei mondiali di specialità, il GP delle Nazioni ha perso charme, fino a essere cancellato dal calendario nel 2004. Intanto però prendeva sempre più consistenza una prova simile, la Chrono des Nations. Nata nel 1987, è cresciuta progressivamente fino a entrare nel 2005 nel calendario Uci.

La gara con il passare degli anni ha assunto il ruolo di vera e propria rivincita della gara mondiale, anche perché a differenza della quasi totalità delle gare professionistiche, qui i corridori sono ingaggiati direttamente dagli organizzatori, con cifre anche importanti e solo successivamente sono coinvolte le squadre.

Martin Nations 2013
Il tedesco Tony Martin, autore di una tripletta consecutiva dal 2011 al 2013, riuscita prima solo a Gonchar (UKR)
Martin Nations 2013
Il tedesco Tony Martin, autore di una tripletta consecutiva dal 2011 al 2013, riuscita prima solo a Gonchar (UKR)

Per l’Italia solo 4 successi

Si gareggia a Les Herbiers, località nel dipartimento francese della Vandea, piuttosto difficile da raggiungere. Per un giorno la città ospita un vero e proprio festival del cronometro. Si comincia al mattino presto con le gare per i più piccoli e si va avanti fino alle prove per professionisti a inizio pomeriggio. Nella storia, considerando le varie categorie, l’Italia ha vinto solamente 4 volte: Maria Canins si è aggiudicata la prova femminile nel 1988 e ’89, Gianluca Moi quella under 23 nel 2002, Filippo Ganna ha trionfato fra gli junior nel 2014 (foto di apertura).

Come si vede, non abbiamo mai vinto la gara principale. Proprio Ganna, battuto non senza sorpresa due anni fa dall’olandese Jos Van Emden, voleva riprovarci quest’anno.

L’iridato era stato invitato dagli organizzatori per dare vita a una grande rivincita con Remco Evenepoel, terzo ai mondiali. Per allestirla non avevano badato a spese, ma a tre giorni dalla sfida, Ganna ha declinato l’invito. La caduta all’ultima Coppa Bernocchi, costatagli un’incrinatura a una costola era ancora troppo recente per portarlo ad effettuare una trasferta così onerosa. E sapendo quel che c’è in ballo, ossia i mondiali su pista, ha preferito rinunciare.

Nations 2019
Il podio dell’ultima edizione, nel 2019, con l’olandese Van Emden fra Ganna (2°) e Roglic (3°)
Nations 2019
Il podio dell’ultima edizione, nel 2019, con l’olandese Van Emden fra Ganna (2°) e Roglic (3°)

Una rinuncia quasi… fortunata

Il suo preparatore Dario Cioni aveva già tracciato il solco della trasferta: «La partecipazione era stata decisa durante i mondiali su strada, proprio considerando l’obiettivo principale di fine stagione. Noi ci eravamo messi a disposizione, con lui saremmo partiti io, il meccanico Matteo Cornacchione con tutta l’attrezzatura e il massaggiatore Piero Baffi, ma a metà settimana Pippo ci ha comunicato la sua decisione, che non viene per nuocere…».

Cioni spiega i confini della sua affermazione: «Filippo sta abbastanza bene, si sta riprendendo e evitare la trasferta è un ulteriore aiuto per la sua ripresa. Inoltre questo gli consente di lavorare di più su pista. Avrebbe dovuto saltare un’intera sessione con i compagni. Così ha invece la possibilità di completare il ciclo di allenamento previsto e avere nelle gambe lo stesso numero di ore di preparazione degli altri. Io penso che alla fine sarà un piccolo vantaggio».

Evenepoel Mondiali 2021
Evenepoel alla fine del Mondiale crono 2021: un bronzo che non lo aveva accontentato
Evenepoel Mondiali 2021
Evenepoel alla fine del Mondiale crono 2021: un bronzo che non lo aveva accontentato

Favorito Evenepoel?

La gara francese perde così uno dei suoi principali interpreti. La gara di domenica si disputa su una distanza “normale”, 44,5 chilometri con l’unica variazione rispetto al 2019 (nel 2020 la gara è stata cancellata per il Covid) dei primi e ultimi 500 metri.

«E’ un tracciato che si adattava abbastanza bene alle caratteristiche di Filippo – afferma Cioni – non piatto come quello dei mondiali, ha un dislivello complessivo di 400 metri, diciamo che è il classico su e giù della pianura francese. Sarebbe stato un bel test anche perché è presumibile che il percorso olimpico di Parigi 2024 avrà caratteristiche simili. Vorrà dire che ci andremo l’anno prossimo».

I media avevano caricato fortemente l’evento puntando sulla sfida fra l’iridato e il belga Remco Evenepoel, terzo a Leuven. Per Cioni però la mancanza di Ganna non significa che il belga avrà vita facile.

«Fossi in lui – spiega – farei molta attenzione al campione europeo, lo svizzero Kung che potrebbe adattarsi meglio di tutti al tracciato. E’ difficile dire chi sia il favorito, dipende molto da quanta benzina è rimasta nelle gambe di ognuno più che dalle proprie capacità».

De Marchi Tre Valli 2021
Toccherà a De Marchi provare a centrare il podio, colto oltre che da Ganna solo da Quinziato nel 2008
De Marchi Tre Valli 2021
Toccherà a De Marchi provare a centrare il podio, colto oltre che da Ganna solo da Quinziato nel 2008

Gara che merita il WorldTour

La “costruzione” dell’evento come detto è un po’ particolare: Lefevere ad esempio nelle sue dichiarazioni non è sembrato entusiasta della partecipazione di Evenepoel, pur comprendendo il richiamo economico. Cioni tiene su questo a dire la sua: «E’ una bellissima manifestazione, proprio perché è dedicata a tutte le categorie e non solo ai professionisti. Ha una forte partecipazione francese ma questo è normale, basti considerare che la Française des Jeux invierà 20 atleti fra le varie categorie. Per me è un peccato che non abbia il seguito mediatico che meriterebbe. Considerando che il WorldTour non comprende gare a cronometro, dovrebbe assolutamente inserirla».

Assente Ganna, toccherà quindi ad Alessandro De Marchi, campione europeo nel Team Relay e reduce dalla vittoria alla Tre Valli Varesine, provare a sfatare il tabù azzurro. Nelle altre categorie ci saranno 8 italiani, tra cui Marta Cavalli, Elena Pirrone, Vittoria Bussi e Federica Piergiovanni nella gara elite femminile dove, stante l’assenza delle principali olandesi, tutto indica nella svizzera Reusser la principale favorita.

Gilbert, l’Inferno, il doping, Remco, Pogacar e Armstrong

03.10.2021
6 min
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La banalità non è mai appartenuta a Philippe Gilbert. E se prima aveva il suo bel da fare a gestirsi la vita da star a suon di vittorie, il lockdown e un infortunio di troppo (il secondo, al Tour del 2020) gli hanno lasciato come eredità il gusto e la possibilità di parlare chiaro. Non tutti lo fanno e ne avranno i loro motivi. Quando però accade, viene idealmente da sedersi ad ascoltare. Così alla vigilia della Roubaix, di cui è l’ultimo vincitore, il belga che da anni vive a Monaco dove ha anche aperto un negozio di bici (The Bike Shop), ha raccontato a L’Equipe un po’ dei suoi pensieri.

Sulla Roubaix

«Indosserò il pettorale numero 1, è un riconoscimento e un vero orgoglio. Nessuno avrà dubbi che sia io l’ultimo vincitore, ma in termini di ambizioni non è la stessa cosa. Posso anche dire che non ne ho. Già, in termini di equipaggiamento, non avrò lo stesso vantaggio di due anni fa quando correvo sulle migliori bici al mondo. Ricordo Nils Politt che era con me nel finale (foto di apertura, ndr). Pensai che probabilmente era forte quanto me, ma non aveva la stessa bici.

«In questi giorni non ho sentito lo stesso fervore della primavera. Non abbiamo il solito accumulo di pressione, quello che inizia ad Harelbeke poi alla Gand-Wevelgem e al Giro delle Fiandre. La Roubaix è il culmine di un ciclo della stagione, mentre qui arriviamo senza un punto di riferimento. Sono mesi che non corriamo sul pavé. Penso che per stare bene alla Parigi-Roubaix, abbiamo bisogno di quelle gare che permettono al corpo di acclimatarsi, di sopportare le sofferenze. La gamba deve girare sul pavé di Roubaix. Due anni e mezzo fa al via a Compiegne sapevo di essere pronto per la vittoria, non sono sicuro che stamattina molti possano dire lo stesso».

Gilbert è nato il 5 luglio del 1982, vive a Monaco dove ha aperto un negozio di bici
Gilbert è nato il 5 luglio del 1982, vive a Monaco dove ha aperto un negozio di bici

Sul lockdown e il ciclismo

«Il Covid ha cambiato tutto. Spesso avevo la sensazione guardando le gare che tutti avessero ancora più fretta di vincere, come se ogni corsa fosse l’ultima che facevano. Improvvisamente, gli atleti maturi come me hanno cominciato a soffrire. Sono uno che ha bisogno di allenarsi, mi ha disturbato non poter lasciare Monaco per andare verso l’entroterra francese. E anche se adesso tutto è tornato normale, ho l’impressione che ci stiamo divertendo molto meno. Sarà una semplice evoluzione, ma non riconosco più il mio sport.

«Anche io a 39 anni non sono più lo stesso corridore di prima, questo è certo. Ho sempre avuto grandi stagioni. Prima che l’UCI fissasse i limiti, correvo dai 95 ai 100 giorni all’anno e non perdevo mai più di un mese intero senza essere all’altezza. Oggi per me è tutto più complicato».

Qui Gilbert alla Gand 2021: come sarà la Roubaix senza queste gare prima?
Qui Gilbert alla Gand 2021: come sarà la Roubaix senza queste gare prima?

Sul tempo che passa

«Proprio la sera della vittoria a Roubaix, un giornalista mi fece per la prima volta la domanda quando mi sarei ritirato. Mi sorprese e un po’ mi infastidì. Ricordo che gli risposi duramente se volesse che me ne andassi, se gli dessi fastidio. Ora questo tipo di domanda mi tocca a ogni intervista e mi infastidisce seriamente. Ho annunciato che arriverò alla scadenza del mio contratto alla fine del 2022, ma non so come andrà a finire la mia carriera. Forse questa sarà la mia ultima Parigi-Roubaix, forse no. Non ho ancora idea del mio programma per la prossima stagione, la domanda sorgerà soprattutto per i grandi Giri. Questo è ancora il mio posto, alla mia età? Ne ho parlato durante il mondiale con Tchmil, Darrigade e Zoetemelk. Mi hanno consigliato di approfittare di quest’ultimo anno per accumulare ricordi.

«Però non c’è frustrazione. So da dove vengo e so quanto abbiano pesato le due cadute del Tour (nel 2018 e appunto nel 2020). Ogni volta sullo stesso ginocchio, il sinistro. La seconda soprattutto ha avuto conseguenze pesanti. Non sono più lo stesso. Prima i corridori prendevano la mia ruota per posizionarsi nel posto giusto, ora sono io che mi metto dietro qualcuno che sta per attaccare. Magari sembra un piccolo dettaglio, ma per me è un enorme cambiamento nel modo di correre».

Evenepoel è stato suo compagno da neopro’: i due sono spesso in contatto
Evenepoel è stato suo compagno da neopro’: i due sono spesso in contatto

Sui vecchi tempi

«Sono un ciclista diverso dai ragazzi di oggi. Sono sempre stato molto serio, ma prima in gruppo ridevamo di più. C’erano corse che cambiavano, fughe e taciti accordi tra le squadre per lasciarsele andare, mentre oggi si litiga in partenza e ci sono anche uomini forti che si mettono davanti. Prima i distacchi arrivavano fino a venti minuti, potevamo anche fermarci per un caffè, ma sapevamo che il gruppo sarebbe arrivato. Ora con tre minuti di vantaggio, una fuga può arrivare fino in fondo. E’ cambiato tutto, abbiamo meno tempo per ridere.

«Sono spesso in contatto con Evenepoel e soprattutto con i suoi genitori, che mi chiedono consiglio perché non ha un manager e non ha intorno grandi persone. E’ un corridore fenomenale, fisicamente e mentalmente, ma quello che gli sembra più importante oggi è la sua immagine. Aumentare i follower sui social e temo che questo si ritorcerà contro di lui. Non lo sto criticando, ma gli consiglio spesso di mollare un po’, perché i social non sono la vita reale. Tra le persone che lo seguono, ci sono tanti account falsi, società di marketing e cose del genere. Il resto sono fan che ovviamente sono esigenti con lui. Per lui va tutto veloce, ma è anche colpa sua perché ha fretta di arrivare».

La ricognizione sul pavé di Gilbert dei giorni scorsi, pre la Roubaix in cui avrà il numero uno
La ricognizione sul pavé di Gilbert dei giorni scorsi, pre la Roubaix in cui avrà il numero uno

Sui giovani

«Oggi il ciclismo è più coerente di quando ho iniziato. Per molto tempo mi sono chiesto cosa ci facessi in mezzo a quelli che giravano con le sacche di sangue. C’era un abisso tra gli anziani e noi. Di conseguenza, abbiamo imparato a vincere molto più tardi rispetto alla generazione attuale. Ovviamente loro si stanno comportando come avremmo dovuto fare anche noi, ma non lo sapevamo. E visto che ci riescono, sono più ambiziosi di noi alla stessa età.

«Solo che alcuni sono totalmente disconnessi dalla realtà, vivono in un altro mondo senza preoccuparsi dei più grandi. Alcuni però sono rispettosi. Quando vedo Pogacar venire con sua moglie nel mio negozio di biciclette a Monaco e aspettare il suo turno come tutti gli altri per fare una regolazione sulla sua bici, lo trovo rassicurante. E’ gentile e semplice nonostante abbia vinto due volte il Tour de France. Armstrong al suo posto non si sarebbe nemmeno mosso da casa, avrebbe mandato uno dei suoi compari».

Roglic re dell’Emilia, più forte di Almeida ed Evenepoel

02.10.2021
5 min
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«Quello che non ho capito – dice Petacchi che ha commentato il Giro dell’Emilia in Rai con Pancani – è se Remco corresse per sé o per la squadra. Almeida è rientrato al secondo giro sul San Luca e davanti c’era lui che menava. Poi è stato Almeida a staccare Evenepoel sull’ultima scalata. Ci sta che volessero sorprendere Roglic, ma qualche domanda mi resta...».

Botta e risposta

Uno come Remco Evenepoel non ci sta ad uscire di scena senza lasciare il segno. Quello che non è chiaro è se certe azioni le faccia perché se le ritrova addosso o se siano frutto di un ragionamento. E così nel finale del Giro dell’Emilia, ormai staccato dall’attacco del compagno Almeida alla curva delle Orfanelle, è tornato sotto col passo del cronoman e poi ha attaccato. Lo ha fatto così forte, che forse il primo ad essere sorpreso è stato il compagno. Roglic ha risposto subito come un cane da caccia. Almeida ha dovuto faticare per prendergli la ruota. E quando lo sloveno ha calato un dente, per il portoghese si è spenta la luce.

Roglic e Bologna

Finale pirotecnico al Giro dell’Emilia e stesso vincitore del 2019, quando Roglic andò a riprendersi lo stesso traguardo che appena pochi mesi prima, al Giro d’Italia, gli consegnò la prima crono e la prima maglia rosa. In quel giorno di maggio, il campione olimpico della crono poté impostare da sé la scalata finale, questa volta invece ha lasciato gestire ai compagni di fuga in cui a lungo gli ha fatto compagnia Vingegaard. Poi quando ha ritenuto di averne avuto abbastanza e ha misurato la giusta distanza, ha preso decisamente il largo. E nel suo scatto si è rivista la qualità, che lo accomuna a Tadej Pogacar, già raccontata da Adriano Malori: quel cambio di ritmo feroce nei finali che non concede scampo.

«Uno che riesce a fare gli ultimi 350 metri del San Luca a quel modo vuole dire che ne ha più di tutti. I due della Deceuninck – dice ancora Petacchi – se ne erano accorti e probabilmente hanno cercato di coglierlo in castagna. Lui aveva capito che i due da guardare fossero loro. Il jolly poteva pescarlo Adam Yates, che è stato sempre nascosto e ha fatto lo scatto nel punto migliore. Uno scatto e basta, ma non è servito molto».

Prima Mavi Garcia

La vittoria di Roglic è stata preceduta da quella di Mavi Garcia fra le donne. La spagnola, già in fuga al mondiale e quindi in ottima condizione di forma, sull’arrivo di San Luca se l’è giocata in volata su Arlenis Sierra e Rachel Neylan. Mentre al quinto posto, prima italiana, si è piazzata la campionessa europea U23 Silvia Zanardi e subito dietro di lei l’altra azzurra Borghesi.

La contemporaneità con la prima Parigi-Roubaix Femmes, che malgrado le caratteristiche tecniche della corsa ha richiamato in Francia anche scalatrici come Marta Cavalli, ha sicuramente assottigliato il campo partenti dell’Emilia. In un calendario fitto e… sovrapposto in rapporto agli organici delle squadre, ancora troppo esigui.

Verso il Lombardia

Sulla via del Giro di Lombardia, il Giro dell’Emilia indica una serie di nomi da prendere con le molle, fra cui primeggia ovviamente quello di Roglic.

«E’ stata una corsa dura – ha ammesso Roglic – abbiamo avuto il controllo per tutto il giorno. Tutto il team ha contribuito. A circa 40 chilometri dal traguardo, ci siamo ritrovati in testa con diversi corridori forti. Era un buon scenario tattico con me e Jonas (Vingegaard, ndr) lì davanti. Siamo stati attenti tutto il giorno e io sono stato in grado di seguire ogni attacco nella fase finale. Nelle ultime centinaia di metri ho visto la mia occasione e ho deciso di attaccare a mia volta. Per fortuna avevo buone gambe e sono riuscito a vincere. Ancora una volta mi sono goduto il pubblico. Questo rende questa vittoria ancora più bella. Ho molti bei ricordi di questa salita e sono contento di essere stato in grado di aggiungerne uno oggi. Spero di poter tornare qui in futuro e lottare ancora per la vittoria. Ora il focus è su MilanoTorino e Giro di Lombardia. Sono pronto a concludere la stagione in bellezza».

Evenepoel sfruttato male. Parsani la pensa come Gilbert

29.09.2021
4 min
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Serge Parsani di Belgio e di corse se ne intende. Per tanti anni è stato il diesse di grandi squadre, tra cui la mitica Mapei, fino alla Wilier Triestina di Citracca. Con lui analizziamo alcuni aspetti tattici di questo mondiale ancora effervescente.

In particolare lo chiamiamo a rispondere a Philippe Gilbert il quale ha criticato con la stampa Belga la gestione tattica dei suoi connazionali e l’utilizzo di Remco Evenepoel, che in pratica secondo lui, è stato il gregario di tutti. E a rincarare la dose ci ha pensato il giorno dopo anche Patrick Lefevere. Il team manager della Deceuninck-Quick Step ha detto: «Remco ha lavorato bene… per Alaphilippe».

Serge Parsani (69 anni) dopo un buon passato da pro’ è stato per quasi 30 anni sull’ammiraglia
Serge Parsani (69 anni) dopo un buon passato da pro’ è stato per quasi 30 anni sull’ammiraglia
Serge, come giudichi la tattica belga?

Io non so cosa avessero preventivato. Ma far muovere a 180 chilometri dall’arrivo uno come Remco è un suicidio. In un finale del genere che non è durissimo più compagni hai e meglio è. Specie un corridore come lui. E’ proprio quello che è mancato al Belgio. 

Però il suo attacco ha fiaccato molte squadre…

Ha lavorato da lontano okay, ma per cosa? Sì, ha eliminato Sagan e altri corridori simili… Sarebbe stato molto più utile che quell’azione l’avesse promossa negli ultimi 50-60 chilometri. La sua azione è stata più di disturbo che altro. E non ha creato un reale aiuto alla squadra.

Però non era uno dei leader designati…

Evenepoel non è un corridore qualsiasi. E’ comunque un leader e cosa ti muovi a fare? Doveva scattare più tardi e giocarsi il mondiale. Anche perché quando è andato via non è scappato con i più forti e poi tirava sempre lui. Insomma, io non mi sarei mosso così. Dici le radioline non servono? Servono eccome. Se fossi stato il cittì del Belgio lo avrei fermato subito. Anche perché cosa sarebbe successo? Al massimo avrebbero tirato altre nazionali per rincorrere i francesi e uno come lui poteva aspettare. Poi è anche vero che è facile parlare a posteriori però… resta il però.

Remco ha tirato per tantissimi chilometri in due fasi ben distinte della gara iridata
Remco ha tirato per tantissimi chilometri in due fasi ben distinte della gara iridata
Quindi tu lo vedevi leader? 

E’ un giovane forte e il finale era adatto alle sue caratteristiche. Correva a casa sua. E’ stato osannato e criticato. E’ stato gestito male in ogni senso, dovevano farlo stare più tranquillo. Bisognava parlarci e fargli fare un’azione che non penalizzasse Van Aert ma con la quale potesse cercare il risultato per sé stesso. E magari avrebbe davvero lavorato per il team così facendo.

Magari proprio perché è stato al centro di tante polemiche sul fatto che avrebbe corso per sé stesso, Remco ha voluto mostrare che poteva essere un uomo squadra ed è sconfinato in un eccesso di zelo…

La Deceuninck aveva non so quanti corridori in gara (17, era il team più rappresentato, ndr) e a quel punto doveva cercare alleanze con un Honorè, uno Stybar, un Senechal

Ma Senechal era uomo di Alaphilippe…

Okay, certo lui no, ma nel finale un corridore in più, al Belgio faceva comodo. Si sa come vanno certe cose. Ragazzi, un uomo che scatta da solo a 17 chilometri dall’arrivo non si lascia andare via. C’erano quei quattro a bagnomaria e dietro giravano senza convinzione. Gli unici che potevano stare a ruota erano i francesi.

Van Aert e gli altri hanno detto che non avevano abbastanza gambe per chiudere su Alaphilippe…

Non sono del tutto d’accordo. Colbrelli quando ha forzato gli ha mangiato 15” e se quello sforzo lo avessero fatto altri due o tre corridori sarebbero andati a chiudere. Okay, Julian ha fatto uno scatto che mi ha ricordato Saronni a Goodwood, però si poteva rientrare collaborando.

Le alleanze trasversali sono sempre attuali secondo Parsani. Qui l’abbraccio tra Stybar e Alaphilippe (compagni in Deceunink) a fine gara
Le alleanze trasversali sono sempre attuali secondo Parsani. Qui l’abbraccio tra Stybar e Alaphilippe (compagni in Deceunink) a fine gara
Gilbert ha ragione, insomma?

Sì! Io non capisco perché un ragazzino come Remco sia stato caricato di così troppe responsabilità. Solo perché sembrava che Van Aert avesse una marcia in più. 


Eppure i belgi erano “soddisfatti” della loro tattica: erano arrivati nel finale con chi volevano loro davanti: Stuyven e Van Aert…

Io il ragazzino, ripeto, lo avrei lasciato libero. Magari non gli avrei dato il completo appoggio della squadra nelle prime fasi della corsa, ma lo avrei tenuto più tranquillo.

Carta bianca a Remco: non ti sembra “pericoloso” pensando ai piani prestabiliti dalla squadra?

Ma se fa la sua corsa non disturba nessuno. Purtroppo la verità è che per me Remco ha paura di stare in gruppo. E in qualche modo cerca di “scappare”. E dovrà aspettare ancora un po’ prima di diventare un grandissimo. Deve imparare a stare davanti e a lottare nelle prime posizioni. Questo è il suo tallone d’Achille. Se guardate sta sempre all’esterno del gruppo o ha qualcuno che lo porta avanti. Non ha ancora una super dimestichezza con la bici. E in una gara importate come quella iridata stare davanti può fare la differenza. Ci sono state tante cadute e il top era stare nelle prime trenta posizioni… ma coperti.

Sorpresa? Non tanto, il profumo del bis era nell’aria

27.09.2021
4 min
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E’ notte fonda quando il telefono squilla e Davide Bramati riemerge da una cena con gli altri tecnici della Deceuninck-Quick Step. Erano anche loro a Leuven e hanno brindato alla vittoria iridata di Alaphilippe (in apertura con la compagna Marion Rousse) e alle prestazioni più che soddisfacenti del resto dei corridori. La squadra belga aveva il record dei convocati al mondiale, con 13 elementi. Al punto che nel gruppo che si è giocato la corsa, trasversalmente alle varie nazionali ma con lo stesso casco e le stesse bici, si riconoscevano Evenepoel, Bagioli, Senechal, Alaphilippe e Stybar. Ma il focus questa volta è soltanto sul francese che si è portato a casa il bis iridato in due anni.

Bis iridato: sul traguardo ha avuto la ricompensa per i tanti piazzamenti del 2021
Bis iridato: sul traguardo ha avuto la ricompensa per i tanti piazzamenti del 2021
Davide, pensavi avesse questa condizione?

Di sicuro al Tour of Britain aveva fatto vedere di avere una grande condizione, trovando però un Van Aert stellare che l’ha battuto in due scontri diretti. Secondo me però si trattava solo di trovare serenità, perché come ha detto anche lui quella maglia è un bel peso da portare.

Magari non è per caso che ha vinto indossandone un’altra…

E’ stato un grandissimo mondiale. Bello per il pubblico e bello per le medie subito alte. E lui ci ha messo sopra il tocco di classe. La Francia lo voleva e ha corso per prenderlo.

Pensavi che Julian potesse fare un numero del genere?

Visto il percorso e conoscendo le sue caratteristiche, una mezza idea mi era venuta. Magari non pensavo che si facesse fuori un giro e mezzo. Nella mia testa lo avrei visto fare come Baroncini, con un attacco sul penultimo muro. Ma Julian sa valutare gli avversari e deve essersi reso conto che erano in pochi davanti. E per evitare che lo anticipassero, è partito da solo.

Quasi un milione e mezzo di spettatori lungo il percorso di Leuven
Quasi un milione e mezzo di spettatori lungo il percorso di Leuven
Pesa più la vittoria di Leuven o quella di Imola 2020?

L’anno scorso fece un grande numero. Quest’anno dopo il campionato italiano l’ho detto ai ragazzi, avendo seguito la corsa dietro Masnada, praticamente lungo lo stesso percorso. Rivedendo le strade mi sono reso conto dell’impresa. Ma anche questa volta è stato da incorniciare, due grandissime azioni.

Credi che davvero la maglia iridata gli sia pesata?

Lo hanno sempre detto tutti. Pesa, tutti la vogliono e tutti vogliono batterti. Lui ha continuato a cercare le vittorie nel solito modo e sono venute una grandissima Freccia Vallone e il numero e la maglia gialla del Tour. Però ha speso di più e magari in alcune occasioni ha trovato qualcuno più fresco. Così, più che le vittorie ha contato i secondi posti. Bè, credo che questa volta si sia ripagato alla grande.

Dici che rischiava di sviluppare il complesso di Van Aert e Van der Poel che lo hanno spesso messo in mezzo?

Non credo. Ha vinto tre grandi corse e magari ne sarebbero bastate altre tre per avere una stagione eccezionale. Invece è arrivato per circa 25 volte fra i primi dieci. Con sei successi all’attivo, adesso parleremmo di altro.

Sul traguardo di Great Orme al Tour of Britain, era stato battuto da un super Van Aert
Sul traguardo di Great Orme al Tour of Britain, era stato battuto da un super Van Aert
Cassani lo ha paragonato al miglior Bettini…

Vero, me lo ha ricordato. Ha cercato sin da subito di fare la selezione nel tratto in pavé, poi ha attaccato sullo strappo in asfalto. Credo che a vederlo si siano divertiti davvero tutti, come succedeva con Paolo. E anche il Betto fece il bis di mondiali.

Due parole per altri tuoi ragazzi: Remco, ad esempio…

Ha fatto una bellissima corsa, stando al vento dal chilometro 20 fino al 250. Penso che chiunque nei giorni scorsi abbia detto che avrebbe corso per sé, dopo il mondiale avrà un’altra idea. Non è da tutti riuscire a fare il grande lavoro fatto da Evenepoel.

E Bagioli?

Anche Andrea ha fatto un grandissimo mondiale, dopo aver fatto un bell’europeo a Trento, sempre tirando. E’ entrato in un’azione importante, credo che ne sentiremo parlare a lungo. Anche lui ha appena 22 anni…

Van Aert, sfinito e deluso: «Chiedo scusa al Belgio»

26.09.2021
5 min
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Ancora una volta Wout Van Aert si conferma un grande signore. Era l’uomo più atteso, è diventato il grande sconfitto. Nonostante tutto, nonostante fosse deluso (il suo volto parlava chiaro), è tra i primi a presentarsi ai giornalisti. E mentre attacca a parlare si sente in lontananza l’inno francese. A quel punto il campione della Jumbo-Visma si lascia andare ad una smorfia, tra le guance impolverate. Sorseggia di tanto in tanto una Coca e racconta…

Van Aert si concede ai microfoni a fine gara. La sua delusione è tanta
Van Aert si concede ai microfoni a fine gara. La sua delusione è tanta

Van Aert senza gambe

«Ho capito che le cose non erano al meglio sul primo attacco di Alaphilippe nel circuito grande – dice Van Aert – Ci ho messo un po’ a rispondere al suo affondo e soprattutto non me la sono sentita. E questo non era un buon segno. Però poi la corsa tutto sommato si era messa bene. Siamo andati via in 17 e in 3 eravamo del Belgio. Potevamo vincere. E ci abbiamo anche provato. Remco (Evenepoel, ndr) ha fatto un lavoro egregio. Andava talmente forte che mi ha permesso tutto sommato di essere tranquillo dal punto di vista tattico. Perché nessuno poteva scattare con quel ritmo.

«Piuttosto ci ha sorpreso l’attacco dei francesi al primo giro nel circuito esterno, quando hanno cercato metterci pressione con Cosnefroy. Io non me lo aspettavo. Lì si è rotta la corsa – come a dire che sia stato il momento chiave – mancavano 180 chilometri. Abbiamo fatto un’ora folle. Io l’attacco me lo aspettavo al secondo passaggio».

Stuyven, stanchissimo, ha perso il podio in volata
Stuyven, stanchissimo, ha perso il podio in volata

Quella voce a Stuyven

Van Aert però continua a difendere la squadra. E in effetti il Belgio il suo lavoro lo ha fatto.

«La tattica – riprende Wout – era giusta, non credo che abbiamo commesso errori. Nel finale eravamo in tre e con me e Jasper (Stuyven, ndr), cioè coloro che dovevano esserci. Il problema è che nessuno di noi aveva le gambe per le medaglie.

«Forse l’unico errore l’ho fatto io e me ne prendo la responsabilità: e cioè non avere detto un po’ prima a Stuyven che non ero al massimo, magari poteva fare qualcosa di diverso. Però è anche vero che in quella situazione eravamo ancora in tre. Più che altro se glielo avessi detto prima, al momento dello scatto decisivo di Alaphilippe poteva stargli dietro. Magari gli avrei dovuto dire proprio io: “vacci Jasper”. Non credo che avrebbe vinto, ma magari avrebbe preso una medaglia, cosa che sarebbe stata una ricompensa per lui, per la squadra, per la sua città…».

Scuse al Belgio

Waout “porta la croce” dunque. Forse si dà sin troppe colpe. Una cosa è certa: il pubblico era tutto per lui. Anche ieri sera le strade e le piazze di Leuven inneggiavano a lui. E chi lo conosce ci dice che non è questione di pressione. Ci è abituato. Ogni domenica nel cross, in ogni grande evento Wout è chiamato a vincere.

A questo punto ci si chiede perché, essendo Van Aert così veloce, il Belgio non abbia addormentato la corsa e puntato alla volata. Un po’ come hanno fatto le olandesi ieri.

«Perché non abbiamo aspettato il gruppo con i compagni dopo l’attacco di Alaphilippe? Perché meglio essere in 3 su 17 che in sei nel gruppo – ribatte lui – Tanto più che quei tre erano i nomi previsti. E poi una volta nel circuito la corsa si sarebbe rotta di nuovo. No, quella era la situazione giusta.

«Sono deluso chiaramente, per me e per la squadra. Chiedo scusa al Belgio. Ero preparato e non so perché non ero in forma. Però non ho rimpianti. Sarebbe stato peggio se avessi fatto secondo. O se avessi perso per aver commesso errori tattici. La verità è che alla fine ha vinto il corridore più forte».

Con i suoi attacchi, Evenepoel ha decimato le altre nazionali. Anche se la Francia ha tenuto botta, per sua stessa ammissione
Con i suoi attacchi, Evenepoel ha decimato le altre nazionali. Anche se la Francia ha tenuto botta, per sua stessa ammissione

Evenepoel uomo squadra

E a proposito di Evenepoel. Il folletto della Deceuninck-Quick Step dopo l’arrivo è stato molto chiaro. Si è lasciato andare anche a qualche sorriso distensivo. Prima del via era finito nel tritacarne mediatico di colui che non avrebbe corso per la squadra, ma solo per sé stesso. Invece…

«Stamattina prima del chilometro zero – racconta Remco – ho ripetuto a Wout che nel finale se ci fossero stati tutti e due avrei lavorato per loro. E’ successo che mi sia ritrovato davanti molto prima del previsto, ma a quel punto ho spinto per far lavorare gli altri. E infatti l’Italia soprattutto e anche l’Olanda hanno perso dei corridori.

«Io ho dato il massimo. E credo che abbiamo corso bene. Purtroppo c’è chi è andato più forte, ma noi siamo arrivati nel finale esattamente come volevamo e con chi volevamo».

Remco o Wout? Per chi fa il tifo il Belgio?

25.09.2021
5 min
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Remco Evenepoel o Wout Van Aert? Il tifo del Belgio ciclistico (e non solo) è letteralmente spaccato a metà. Tuttavia l’ago protende per uno dei due e, almeno per il momento, a spuntarla è Wout Van Aert. Vederlo in azione tra la sua gente è stato emozionante anche per noi. Il giorno della crono quando si stava scaldando davanti al bus del Belgio c’era davvero il mondo. Cori quando è arrivato Evenepoel, cori e applausi quando è arrivato Van Aert.

Per farci gli affari loro, abbiamo chiesto ai colleghi giornalisti belgi chi è il più amato tra i due? E perché?

Van Aert ed Evenepoel al campionato nazionale 2021. Con lo loro Theuns (nel mezzo)
Van Aert ed Evenepoel al campionato nazionale 2021. Con lo loro Theuns (nel mezzo)

Wout avvantaggiato dal cross 

«Sicuro che il più amato è Wout – dice Guy Van den Langenbergh dell’Het Nieuwsblad – ha maggiore visibilità da più tempo. Ha vinto tantissimo nel ciclocross e questo lo rende molto popolare. E resta molto aperto ai suoi fans, molto semplice. Non è cambiato. Remco invece deve ancora cercare il suo cammino, sta crescendo sia come corridore che come persona. Ma non è allo stesso livello di Wout. Lui c’è sempre: d’inverno, d’estate, in primavera… sempre al centro dei media, è spontaneo. Remco non è così spontaneo in tal senso. Wout ha un’altra immagine: è sposato, ha dei figli, non li nasconde al pubblico. E questo piace…

«Remco è molto conosciuto tra i supporter del ciclismo, Wout è conosciuto da tutti, anche da mia madre che ha 84 anni. E per lei Wout è una star, Remco è un ciclista. Sembra che Remco sia sul piedistallo? Beh, se tutti gli dicono che il più forte corridore del mondo, che vincerà il Tour… poi è normale che a 21 anni non abbia sempre i piedi per terra».

Merckx ha detto che Remco correrà per sé e non per la squadra: cosa ne pensa Guy? «Io non credo. A Tokyo si è detto che il suo attacco prima del Mikuni Pass fosse sbagliato, in realtà è perché non ce la faceva visto come è andata. Ha cercato di fare qualcosa. Piuttosto ricordiamoci che due anni fa ad Harrogate ha aiutato Gilbert a rientrare. Non può permettersi un errore del genere per ottenere il supporto di tutto il Belgio, per guadagnare credito verso il gruppo, verso il cittì, i compagni… Magari attaccherà perché dovrà “aprire il finale”».

Tante scritte sull’asfalto del circuito di Leuven per Wout…
Tante scritte sull’asfalto del circuito di Leuven per Wout…

Differenze e similitudini

«Sono due tipi differenti – ribatte Joeri De Knopp dell’Het Laaste Nieuws – Remco ha un carattere più impulsivo, il suo modo di fare, di reagire (come abbiamo visto anche a Trento con Colbrelli)… non tutti lo amano. E’ il carattere di un ragazzino. I tifosi che amano Van Aert sono di più. Ma chi ama Remco lo ama al 100%. Wout nella sua carriera ha già avuto tanti successi, mentre Evenepoel deve iniziare a costruire di fatto la sua carriera».

Ma forse in questa minor popolarità di Evenepoel c’è lo zampino della caduta al Lombardia dell’anno scorso, un incidente che di fatto ha bloccato la sua crescita. Remco sembrava lanciato alle stelle. Come se all’improvviso si fosse rotto l’entusiasmo intorno a lui.

«Può essere, ma attenzione – riprende De Knopp – Remco ha tantissimi supporter: dalle Fiandre Occidentali a quelle Orientali, nel Limburgo, in Vallonia… Piuttosto quell’incidente gli ha dato popolarità per tutto quello che ha dovuto fare successivamente per tornare al suo livello: il dolore, la fatica, la rinascita… Ma anche Wout ha vissuto qualcosa di simile, dopo la caduta al Tour de France due ani fa. No, io credo che la differenza tra i due la faccia il loro carattere. Wout è più grande, corre da più anni, ha già costruito la sua immagine. 

«Se Remco si rende conto di questa differenza di popolarità? Eh… lui è come è. Non credo che voglia essere il personaggio principale. Certo, ha un passato diverso. Ha giocato a calcio, è stato anche all’estero e ha tirato fuori spesso questa storia. Ma ripeto, la grande differenza, come ho detto, la fanno i due caratteri».

Il Fans Club di Evenepoel R.EV 1703, uno dei più grandi
Il Fans Club di Evenepoel R.EV 1703, uno dei più grandi

I club di Remco…

La differenza di età e soprattutto il ciclocross sono i motivi che anche secondo Ann Braeckman, freelance per diverse testate e sempre in prima linea nel ciclismo, segnano il solco fra Van Aert ed Evenepoel.

«E’ difficile comunque dire il perché di questa differenza di popolarità – dice la giornalista – Wout corre da più tempo e ha vinto tre mondiali nel ciclocross. Si batte sempre: in salita, nel cross, a crono e dà sempre tutto. Inoltre i suoi duelli con Van der Poel lo hanno aiutato. Remco, invece, è giovane. E’ la nuova star, pedala da neanche cinque anni. Non ha lo stesso carattere. Ha fatto delle cose per le quali in Belgio non c’è troppa abitudine, se sei un ciclista… Lui giocava a calcio in Olanda e nelle Fiandre hanno detto subito: che lì non erano modesti, non parlano bene in pubblico e quindi ha ripreso tutto ciò da lì. E’ chiaro che è meno popolare. Ma per me non è così grave che Remco abbia certe uscite. Alla fine ha 22 anni e già tanta attenzione mediatica».

Resta il fatto che domenica a Bruges quando è arrivato Evenepoel c’è stato un boato, ma quando è arrivato Van Aert è letteralmente esplosa la piazza.

«E’ anche vero però che Wout è arrivato dopo e si stava giocando l’oro. Inoltre consideriamo che da quelle parti, Fiandre Occidentali, il ciclocross è molto popolare e ci sta che abbia molti supporter. Ma Remco per esempio ha molti fans club. Ne ha uno grandissimo che è venuto a Trento con 42 persone. Ha un vero marchio, R.EV 1703: 1703 è il Cap di dove abita e R.EV 1703 è anche la targa della sua auto. Van Aert, invece, ha i tifosi, ovunque… magari anche lui ha dei club. Posso dire che nelle gare di cross si vede tanta gente che ha le sue maglie. 

Infine una considerazione sulla gara di domani e su come potrà correre il giovane rampante. «Non credo comunque che domenica Remco correrà a modo suo – conclude Ann – Se per qualche suo sbaglio il Belgio non dovesse vincere sarebbero guai: avrebbe molto da perdere».