Sonny Colbrelli lo aveva puntato prima degli altri. Prima di altri aveva capito che quel ragazzo dal viso buono avesse anche gambe ottime. Roberto Reverberiun po’ di aneddoti nel taschino ce li ha e ora che Sonny, suo malgrado, ha detto basta per i problemi al cuore che ben conosciamo, inizia il momento dei ricordi.
E Reverberi non lesina. Il direttore sportivo e manager della Bardiani Csf Faizanè ne parla con piacere. Risate, strigliate, potenzialità…
Roberto Reverberi e un selfie con Sonny Colbrelli. Il bresciano è stato nel gruppo dei Reverberi per sei stagioniRoberto Reverberi e un selfie con Sonny Colbrelli. Il bresciano è stato nel gruppo dei Reverberi per sei stagioni
Roberto, come arrivaste a Sonny?
Lo prendemmo ancora prima che andasse alla Zalf. Da juniores in pratica aveva già firmato con noi. Ce lo avevano consigliato Luca Mazzanti e Gianluca Giardini. «Guarda che questo ragazzino promette bene», mi dissero. Ci fidammo e lo prendemmo dopo una stagione in cui fece non so quanti secondi posti.
Già all’epoca li collezionava dunque…
Perdeva un sacco di corse, però era sempre davanti. Quando gli facemmo fare lo stagista con noi, per poco non vinse subito la sua prima gara da pro’.
Racconta, racconta…
Era il Gran Piemonte, se ben ricordo. Precedeva di un paio di giorni il Lombardia e il gruppo era con la testa già alla Classica delle foglie morte. In riunione diedi i compiti e a lui non dissi niente. Così mi chiese: «E io cosa faccio?». «Tu hai campo libero, se ci riesci vai in fuga». Così escono 4-5 corridori e lui non c’era. Lo chiamo per radio e gli chiedo come mai. Al che fa uno scatto dei suoi e da solo rientra sugli attaccanti. La fuga era andata. Il gruppo pensava al Lombardia. Passo con l’ammiraglia quando Virgilio Rossi, di radio corsa, mi fa: «Roby, fermo, Roby fermo hanno sbagliato strada».
Già da dilettante Colbrelli sprecava molto, però era sempre presente nelle posizioni di verticeGià da dilettante Colbrelli sprecava molto, però era sempre presente nelle posizioni di vertice
No, che sfortuna!
Tra che se ne accorsero e tornarono indietro avevano perso tantissimo. A quel punto il gruppo riavendoli a tiro si mise a fare la corsa e li riprese. Ma di quel drappello Colbrelli era il più veloce. Senza contare che si arrivava su uno strappetto. Era il finale ideale per Sonny.
Come era Sonny era in squadra?
Un generoso, anche troppo a volte. In quegli anni avevamo anche Modolo che andava forte, ma Sonny non era da meno. Tante volte gli dicevo che si sarebbe potuto correre per lui, ma preferiva mettersi a disposizione di Modolo e magari tirargli la volata. In generale faceva sempre ciò che gli dicevo. Non era un “gasatone” è sempre rimasto umile. E lo è tutt’ora.
Però qualche volta ti avrà pur fatto arrabbiare…
Eh, in particolare mi fece uscire di testa dopo un Gp Beghelli. Ora ci si ride su, ma eravamo in lotta per la Coppa Italia. Ed era importante perché garantiva la wild card per il Giro d’Italia dell’anno successivo. Ci serviva non tanto la vittoria, quanto i punti. E per questo dissi ai ragazzi di fare la volata in tre: Colbrelli, Piechele e Ruffoni. E voi sapete che tra Colbrelli e Ruffoni c’è sempre stata un po’ di maretta.
All’allora Colnago un bel gruppo di ragazzi determinati. Qui Colbrelli con ModoloQuante ramanzine da patron Bruno…All’allora Colnago un bel gruppo di ragazzi determinati. Qui Colbrelli con ModoloQuante ramanzine da patron Bruno…
Come mai?
Erano tutti e due della stessa zona, avevano i fans club, se le davano sin dalle categorie giovanili. E quel giorno s’impuntarono su chi dovesse tirare la volata all’altro. Colbrelli diceva che gliel’avrebbe dovuta tirare Ruffoni. Fatto sta che ci bastava un dodicesimo posto. Vado a ritirare le classifiche e vedo che fece 18°. Arrivato al bus non so cosa gli dissi. Perdemmo la Coppa Italia per un punto dalla Neri Sottoli.
E’ Colbrelli dai! Era ancora anatroccolo e non cigno…
Vero. E c’è un’altra storia, questa tutta da ridere – e in effetti Reverberi ride mentre racconta – di un Tour of Oman. Era una delle primissime gare dell’anno e Sonny si presenta un po’ cicciottello. Si è “preso un po’ di parole” da me, ma mio padre ci andava giù di brutto. Lo massacrò. Una sera eravamo ad un tavolo tutti insieme e c’era l’acqua gasata. Lui riempiva il bicchiere. Al che mio padre sbotta: “Bevi ancora, così scoppi”. E Sonny: “Bruno, ma è acqua”. Ma glielo disse con una faccia che scoppiammo tutti a ridere.
Possiamo immaginare…
E non è finita. Sapete, quando si va a fare queste corse lontano, l’organizzazione ti dà le macchine. E sono identiche. Non ci fai l’occhio subito. Così il mattino dopo sbaglia ammiraglia: anziché venire come d’abitudine in macchina con me, sale su quella di mio padre. Due ore e mezzo di trasferimento, il più lungo di tutta la corsa. Quando è sceso: “Oh, Roby, ma me lo potevi dire che avevi cambiato macchina!”. “Guarda che sei te che hai sbagliato!”, replicai io. Si è preso tante di quelle parole che era sfinito!
Per Roberto la vittoria più importante di Sonny con la Bardiani è stata la Tre Valli Varesine 2016 (tra l’altro l’ultima con la sua squadra)Ma la più emozionante fu l’Appennino 2014. «Per come gestimmo la corsa con la squadra». In apertura l’immagine di quel successoPer Roberto la vittoria più importante di Sonny con la Bardiani è stata la Tre Valli Varesine 2016 (tra l’altro l’ultima con la sua squadra)Ma la più emozionante fu l’Appennino 2014. «Per come gestimmo la corsa con la squadra». In apertura l’immagine di quel successo
Invece Roby, passando ad aspetti più tecnici, quando è stata la prima volta che hai capito che Colbrelli era un corridore vero?
In generale si vede subito. E anche con lui fu così. Ma in particolare ricordo una tappa dura del Giro in cui fu ripreso solo alla fine. Era in fuga, fece un corsone. Ci vollero il miglior Santambrogio, che poi fu “pizzicato”, e Nibali per riprenderlo. E quell’arrivo era duro. Pioveva, un freddo cane tutto il giorno.
Vero, con il freddo andava forte.
Ve la ricordate la Sanremo della neve, no? Lui arriva al bus e se nesce: “Ma perché ci hanno fermato?”. C’erano corridori congelati dappertutto. Lui era a maniche corte, senza guanti, senza copriscarpe. Non sentiva nulla.
Prima, più o meno scherzando, abbiamo detto dei suoi tanti secondi posti, poi però col tempo è migliorato… Come cercavi di correggerlo?
Sbagliava spesso. Tante volte scattava ai 700 metri, magari anche quando era marcato. Oppure quando doveva muoversi non lo faceva col tempo giusto. Io cercavo di farglielo capire, ma non era facile, soprattutto se avevano capito che ne avevi ed eri marcato. Però dagli errori s’impara. E per questo dico che certe volte stare in squadre piccole ti aiuta a crescere, a formarti. Hai le tue possibilità, sbagli, ma impari a giocarti la corsa…
Nel gelo della Sanremo 2013, la prima di Colbrelli, Sonny non sentiva il freddoNel gelo della Sanremo 2013, la prima di Colbrelli, Sonny non sentiva il freddo
Guarda Roberto condividiamo, ne parliamo spesso e anche Bragato (in parte) ha ripreso il discorso ieri…
Sempre questa fretta di andare in una WorldTour, a volte anche solo per 10.000 euro in più. E per cosa? Per andare a tirare… ma per tirare c’è tempo. Poi finisci che fai solo quello. Invece aspetta un po’ e passa nel WorldTour da capitano. Guardate Ciccone per esempio. Chi è rimasto mediamente con noi tre anni, poi ha sempre fatto bene nelle squadre più grandi. Finetto, per esempio, era bravo davvero ma ebbe fretta di andare alla Liquigas e si è perso.
Sei stupito che Colbrelli nel tempo sia arrivato a quel livello?
Assolutamente no. Nessuno stupore. Come ho detto prima, il corridore lo vedi subito. E al netto dei tanti errori giovanili, lui era un corridore. E un corridore, se non ha problemi, lo vedi già dai primi mesi in allenamento. Nel caso di Sonny, lui aveva solo bisogno di aggiustare qualcosa sul piano tattico. In più ha capito che essere magri era importante e si è valorizzato. E non era facile perché non era né un passista, né un velocista puro. E poi vederlo lassù sono state soddisfazioni anche per noi.
«Non sono molti anni che ho smesso – riflette Pellizotti – anche se il tempo passa. Cerco sempre di portare la calma e la serenità. Noi direttori sportivi che siamo stati anche corridori sappiamo bene che i corridori sono fra l’incudine e il martello. Così, quando le cose non vanno bene e magari dall’alto vogliono i risultati, si cerca comunque di non trasmettere la pressione ai ragazzi. La cosa peggiore quando le cose non vanno bene è scaricare il peso sulla squadra».
Una buona annata
Franco Pellizotti è reduce dalla trasferta toscana in camper, per seguire sua figlia sui campi del ciclocross. Con il 2022 che sta finendo, anche lui si è fermato per tracciare un bilancio della sua stagione come direttore sportivo e quella dei corridori del Team Bahrain Victorious.
«Se lo scorso anno è stata una stagione ottima – dice – quest’anno è stata buona. Le aspettative erano alte, invece il Tour è andato male e la Vuelta così e così. Se andava male anche il finale di stagione, allora c’era un po’ da preoccuparsi. Invece abbiamo finito bene, quindi quel periodo di buco è stato solo un passaggio a vuoto che ci può stare».
Qui Pellizotti è con Miholjevic, team manager del Team Bahrain VictoriousQui Pellizotti è con Miholjevic, team manager del Team Bahrain Victorious
Il direttore che cresce
Pellizotti cresce assieme ai suoi corridori. E se un paio di anni fa, era venuto fuori che fosse il loro preferito perché lo sentivano molto vicino, oggi è evidente che l’esperienza lo stia spingendo a salire un altro gradino.
«Ogni stagione imparo qualcosa – racconta – e anche quest’anno ho avuto delle bellissime soddisfazioni. Ho sofferto un sacco alla Vuelta e anche questo mi ha fatto crescere molto. Quando vai alle corse e le vinci, come per esempio con Mohoric alla Sanremo, sembra che non ci sia niente di impossibile. Il problema è quando parti con degli obiettivi e alla fine devi cambiarli. Questo mi ha fatto crescere molto. Quando sono tornato a casa dalla Vuelta, mi sono messo lì e ho fatto un ripasso. Dove potevo aver sbagliato, dove le cose sono andate bene e dove male».
Colbrelli è arrivato al Bahrain ancora tutto da costruire: qui con Pellizotti al Tour del 2018Colbrelli è arrivato al Bahrain ancora tutto da costruire: qui con Pellizotti al Tour del 2018
Senza Colbrelli
La squadra ha dovuto rivedere alcuni obiettivi in corsa, come succede quando si incontrano sulla propria strada la sfortuna e quel gruppetto di giovani corridori capaci di ogni impresa. Ma non è un mistero che la primavera del Nord fosse uno dei momenti più attesi e invece l’indisponibilità di Colbrelli ha costretto tutti a rivedere le ambizioni.
«E vero, nella campagna del pavé non abbiamo vinto – prosegue Pellizotti – però abbiamo fatto dei buoni risultati. La mancanza di Sonny è pesata molto sulla squadra. Sostituirlo è difficile, perché Sonny è arrivato da noi quando ancora non era nessuno e doveva ancora esplodere. Poi è cresciuto e purtroppo è mancato adesso che doveva raccogliere i risultati migliori. Prendere un corridore già affermato vorrebbe dire puntare su qualcuno che guadagna un milione e mezzo di euro e che può ottenere i risultati che eravamo arrivati a raggiungere con Colbrelli. Non è possibile, perciò stiamo cercando di lavorare con i giovani, cercando di farli crescere e portarli al livello più alto come con Sonny».
Milan può diventare un velocista come Petacchi e muoversi bene sulle strade del NordMilan può diventare un velocista come Petacchi e muoversi bene sulle strade del Nord
Talento Milan
E forse l’uomo c’è e si chiama Jonathan Milan, che lascia intuire potenzialità clamorose ed è per tutti quelli che girano attorno alla squadra un foglio bianco ancora tutto da scrivere.
«Secondo me – ammette sorridendo Pellizotti – Milan è un fenomeno. Anche quest’anno è dovuto star fermo parecchio per problemi fisici, ma appena è rientrato, è andato subito forte. Fisicamente è un portento e deve crescere molto di testa, perché è ancora un ragazzino. Magari a differenza di altri della sua età, lui ha margini veramente pazzeschi. C’è da scoprire quale sia il suo limite, perché può vincere delle volate come Petacchi ed essere un corridore da Belgio. Tanti lo paragonano a Ganna, ma lui fa dei tempi veramente impressionanti per la sua età e in bici ci sa andare, perché nelle volate non ha paura e sa limare molto bene».
La vittoria nella Freccia Vallone, il Tour e poi Teuns è passato alla Israel senza troppi annunciLa vittoria nella Freccia Vallone, il Tour e poi Teuns è passato alla Israel senza troppi annunci
Mistero Teuns
Eppure la vittoria in Belgio è arrivata con Dylan Teuns, che si è imposto sul Muro d’Huy e poi però, forse anche misteriosamente, se ne è andato nel cuore dell’estate raggiungendo la Israel, che forse sperava con un colpo di mercato di raddrizzare la classifica e salvarsi dalla retrocessione.
«Teuns ha fatto il Tour – prova a spiegare Pellizotti, ma si capisce che l’operazione sia passata sopra alle loro teste – e dopo non avrebbe dovuto più fare grandi corse. E’ un corridore che a noi costava tanto, penso fosse il secondo più pagato della squadra. Ha fatto dei grandissimi risultati, ha vinto la Freccia Vallone e sicuramente la Israel avrà gli avrà fatto un’offerta che noi non potevamo pareggiare. E quindi c’è stata questa possibilità per lui e anche per noi. Il fatto che sia andato via ad agosto, ha fatto sì che si siano liberati anche cinque mesi del suo stipendio, da investire nei prossimi anni. Non so se pensassero che avrebbe portato in dote i suoi punti o che ne avrebbe fatti tanti dopo il cambio di squadra, ma se così fosse, hanno fatto male i conti…».
L’uscita di scena di Landa al primo arrivo in salita della Vuelta ha costretto il team a reinventarsi la corsaL’uscita di scena di Landa al primo arrivo in salita della Vuelta ha costretto il team a reinventarsi la corsa
Rammarico Landa
Il rammarico, se rammarico deve esserci, è doppio ed è legato a Landa e a Fred Wright. Allo spagnolo per il Giro e per la Vuelta, finita di fatto al primo arrivo in salita. Quanto al britannico, se fosse riuscito a vincere la settima tappa della Vuelta dopo la fuga con Herrada, avrebbe salvato il bilancio del team in Spagna e ottenuto la benedetta vittoria che ancora gli manca.
«Eravamo partiti per la Vuelta convinti di poter fare classifica – ricorda Pellizotti – invece sul primo arrivo in salita le abbiamo prese e abbiamo dovuto reinventarci la corsa. Ugualmente Mikel ha dimostrato di andare molto forte a fine stagione. Ha gli stessi valori di cinque anni fa, però è anche vero che nel frattempo sono cresciuti dei giovani molto forti, mentre il ciclismo moderno sta andando avanti a velocità pazzesche. E’ chiaro, col senno di poi, che un po’ di rammarico c’è soprattutto per il Giro, nel non averci provato fin dalla prima settimana. Abbiamo aspettato, mentre lui stava già molto bene e Hindley almeno all’inizio è parso sofferente, poi è andato in crescendo. Crediamo ancora in Landa, ma è chiaro che vincere una grande corsa a tappe è molto difficile, perché nel testa a testa contro certi corridori, a cose normali è difficile spuntarla».
Il terzo posto di Wright a Cistierna nel giorno di Herrada, 7ª tappa della Vuelta, è il rimpianto più grandeIl terzo posto di Wright a Cistierna nel giorno di Herrada, 7ª tappa della Vuelta, è il rimpianto più grande
«Wright secondo me è un altro ragazzo eccezionale – prosegue Pellizotti – l’unico suo problema è che ancora non è riuscito a vincere. Alla Vuelta aveva talmente voglia di alzare le braccia, che ha commesso degli errori. Nel giorno della caduta di Roglic non avrebbe vinto, perché comunque Pedersen era in uno stato di grazia incredibile e ha già fatto un grande numero a rimanere in quel gruppetto. Diciamo invece che la vittoria che si è mangiato è stata quella in cui è arrivata la fuga di cinque e ha vinto Herrada della Cofidis. Se Wright vinceva la tappa, la sua Vuelta sarebbe cambiata. Comunque è un ragazzo di cui si sentirà parlare molto».
Progetto Buratti
Le vacanze di Franco Pellizotti prevedono ora altri viaggi in giro per l’Italia, con il camper che ha comprato, fra le date del cross. Ammette di aver scoperto l’ambiente del fuoristrada solo da poco e di esserne rimasto colpito. L’ultima annotazione è sul giovane Buratti, che meriterebbe di passare professionista, per il quale si sta invece pianificando il passaggio nel 2024, dopo un altro anno da trascorrere al Cycling Team Friuli.
«So che non è facile aspettare quando sei convinto di aver meritato di passare – dice – immagino che fare un’altra stagione dopo quella che ha fatto non sia neanche semplice. Cercheremo di trovargli nuovi stimoli affinché quest’anno possa crescere ancora e far sì che quando arriverà tra noi, sia già pronto a correre tra i professionisti».
Sul 2022 ha tirato una riga da tempo. Anzi, da due settimane ha ripreso ad allenarsi per riscattarsi. A rafforzare le motivazioni che Silvia Magri (in apertura foto Ossola)ha già per l’anno prossimo, è arrivato pure il salto nel WorldTour. Le legnanese classe 2000 sarà uno dei volti nuovi(e delle quattro italiane)della Israel Premier Tech Roland.
«Per la verità sto facendo ancora lavori poco intensi – ci spiega al telefono Magri, che lascia la Born to Win dopo una stagione, per un biennale con la formazione svizzera – però avevo voglia di ricominciare dopo quindici giorni di riposo, visto che quest’anno per un motivo o l’altro ho corso poco».
Silvia Magri pur di ritrovare la condizione, a luglio è andata a correre da sola in Belgio (foto Facebook)Silvia Magri pur di ritrovare la condizione, a luglio è andata a correre da sola in Belgio (foto Facebook)
Silvia cominciamo proprio dalla stagione appena conclusa. Com’è stata?
Un po’ travagliata e snervante, anche se era iniziata bene. In avvio di anno ero molto motivata e ho colto buoni piazzamenti. Quinta all’internazionale di Montignoso, due terzi in Liguria al Trofeo Ponente in Rosa e una buona top ten alla prima tappa del Gracia Orlova in Repubblica Ceca. Lì però sono caduta e sono dovuta stare ferma due settimane prima di ricominciare. Da quel momento mi sono accorta di inseguire la condizione. E non era solo quello il motivo.
Cos’altro è successo?
Premetto che sono sempre andata a correre per dare e fare il meglio possibile. Non ho mai voluto trovare scuse o giustificazioni. Considerando che la nostra squadra non ha disputato il Giro, abbiamo fatto un calendario alternativo che ci consentisse di poter gareggiare. Anzi, a luglio sono andata da sola a fare due gare in Belgio (la Zottegem-Strijpen e il Gp Deinze, ndr) dove ho colto un quinto ed undicesimo posto. Tuttavia notavo che, pur stando davanti, facevo una gran fatica, più del normale. Così abbiamo iniziato a fare accertamenti e abbiamo scoperto che stavo finendo di passare la mononucleosi. Ormai però buona parte della stagione era andata.
Magri, qui con Quagliotto e Zanardi: al Trofeo Ponente in Rosa ha ottenuto due terzi posti di tappa (foto facebook)Magri, qui con Quagliotto al Trofeo Ponente in Rosa, dove ha ottenuto due terzi posti di tappa (foto facebook)
Senza la classica vetrina del Giro e con questo problema di salute, come hai vissuto il momento a livello emotivo?
E’ stata dura. Sono una ragazza particolarmente attenta, pignola e un po’ perfettina (lo dice sorridendo, ndr) e vedevo che nonostante ciò non riuscivo a trovare la forma giusta per potermi fare vedere. Volevo dimostrare qualcosa in più e per tutto quel susseguirsi di vicende mi è dispiaciuto molto non averlo potuto fare. Mi sono mancati i risultati. Non tanto per i risultati in sé quanto per il morale. Per fortuna però è arrivata la chiamata della Israel.
Come è nata questa trattativa?
A maggio ho avuto un primo contatto, solo per conoscerci. Mi ha chiamato direttamente la squadra. Poi ci siamo risentiti a giugno al termine del ritiro a Livigno con la nazionale. Quella è stata l’occasione per definire e chiudere il contratto, grazie all’intermediazione della GGLL Promotion (l’agenzia di Luca Mazzanti, ndr).
Magri nel 2022 ha disputato un calendario con più gare open che internazionali (foto Ossola)Silvia Magri è nata il 17 ottobre 2000 e vive a Legnano. E’ una velocista che tiene bene sugli strappi (foto Facebook)Magri nel 2022 ha disputato un calendario con più gare open che internazionali (foto Ossola)Silvia Magri è nata il 17 ottobre 2000 e vive a Legnano. E’ una velocista che tiene bene sugli strappi (foto Facebook)
Cosa ti ha convinta ad accettare la loro proposta?
Devo dire che avevo avuto dei contatti con altre formazioni nello stesso periodo, ma erano arrivate dopo. Del progetto della Israel mi ha colpito l’alta professionalità e la volontà di farmi crescere senza fretta. Mi hanno detto subito che vorrebbero farmi fare un calendario più intenso proprio perché arrivo da una annata con poche gare. Inoltre avrò altre tre compagne italiane (Collinelli, Pirrone, Vieceli, ndr), un vantaggio per tutte noi. Intanto un accenno di programmi ce lo hanno già dato. Dall’1 al 10 dicembre andremo in ritiro a Girona. Ed io potrei partire già dal Tour Down Under in Australia. Tutto da riconfermare ovviamente, ma è già qualcosa su cui lavorare.
Su qualcosa in particolare o è come se ricominciassi tutto da capo?
Un po’ e un po’. I test che ho fatto confermato che ho uno spunto veloce, quindi lavorerò in prospettiva futura per avercelo nei finali di gara. Sono ben portata alla distanza, ma è ovvio che devo rifare le basi. Dovrò rafforzarmi, però una cosa alla volta. Le tabelle per la palestra e per la bici me le cura il mio preparatore Marco Sias. Mi fido ciecamente di lui e sarà lui poi che si interfaccerà con Fabio Vedana, il preparatore della squadra.
Silvia vuole restare nel giro azzurro. Nel 2022 ha fatto i ritiri a Calpe e Livigno (foto Facebook)Silvia vuole restare nel giro azzurro. Nel 2022 ha fatto i ritiri a Calpe e Livigno (foto Facebook)
Che obiettivi hai per il 2023?
Non ne ho di particolari. L’intenzione è di mettermi in mostra fin da subito. Visto che ho caratteristiche da velocista che tiene sugli strappi e brevi salite, vorrei andare forte in Belgio. Ad esempio la Freccia del Brabante è una gara che mi piace molto. Poi vorrei correre il mio primo Giro, sarebbe un bel modo esordirci con un team WT. Infine vorrei restare nei radar azzurri. Con Paolo (il cittì Sangalli, ndr) ho parlato e lui quest’anno aveva capito la mia situazione. Per me è stato importante. Se guardo il bicchiere mezzo pieno, meglio aver avuto adesso questi problemi che averceli l’anno prossimo. Ho voglia di rilanciarmi anch’io.
A Follonica Rebecca Gariboldi ci aveva confidato di aver implementato la parte che riguardava il potenziamento. Già, ma come si fa nel ciclocross? Noi parliamo spesso della forza in ambito stradistico, un crossista invece quando ci lavora? Tutto è un po’ “ruotato” nel corso dell’anno.
Claudio Cucinotta, uno dei coach dell’Astana Qazaqstan, è anche uno dei maggiori esperti di cross e offroad in generale. Il tecnico friulano segue, tra gli altri, i gemelli Braidot nella Mtb e molti crossisti: è il miglior profilo per questo “viaggio”.
Claudio Cucinotta, classe 1982, è uno dei preparatori dell’Astana. Segue anche biker e crossistiClaudio Cucinotta, classe 1982, è uno dei preparatori dell’Astana. Segue anche biker e crossisti
Claudio, partiamo dal “quando”. Quando un ciclocrossista inizia a lavorare sulla forza?
Inizia d’estate. E poi fa dei richiami settimanali nel corso della stagione. Stagione quella del cross che può sembrare corta, ma che corta non è. Vero, si va da ottobre a gennaio, ma ci sono moltissime gare. Capita anche di farne quattro in una settimana (come è successo giusto in questi giorni, ndr) e in questo caso i richiami non li fai. I richiami si fanno nella “settimana tipo”, quella con la gara da domenica a domenica.
E in questo caso quanti se ne fanno?
Dipende un po’ anche dal punto della stagione e della preparazione in generale, ma solitamente sono due: uno a secco e uno in bici. Anche la gara stessa è un momento di lavoro della forza, non super specifico, ma si cura anche quella.
Si è parlato d’estate, ma un crossista puro, cioè che fa del ciclocross la sua prima attività, quando inizia la preparazione vera e propria?
Di solito dalla seconda metà di luglio, massimo i primi di agosto. Poi dipende anche da cosa fa prima, se fa strada o se fa mtb. Arriva ad un certo punto della stagione, di solito fine giugno-inizio luglio, in cui si ferma per un paio di settimane. Stacca. E poi riprende con il lavoro per il cross.
A Follonica rampe corte ma durissime. In questi casi la forza aiuta. Se viene meno emergono le differenzeA Follonica rampe corte ma durissime. In questi casi la forza aiuta. Se viene meno emergono le differenze
Come lavora sulla forza il ciclocrossista?
E’ un lavoro molto simile a quello del biker, prima di tutto perché la durata dello sforzo è simile (un’ora e mezza nella Mtb, un’ora nel cross) e poi anche per le intensità e le modalità in cui la forza è richiamata. Quindi più forza esplosiva, meno forza resistente. Pertanto ci saranno più lavori specifici su: forza massima, forza dinamica, sprint, partenze da fermo… In pratica meno quantità e più intensità.
E nella parte a secco?
Il discorso è lo stesso. Aumentano i carichi e l’intensità: magari meno ripetute ma con più chili o con sforzi più esplosivi rispetto agli stradisti. Il tutto al netto delle differenze che possono esserci tra uno scalatore e un velocista. Quest’ultimo farà esercizi simili a quelli di un crossista.
Gli esercizi sono gli stessi fra strada e cross?
Di base sì: quindi squat, squat jump, ma anche split squat jump in cui si alternano gamba avanti e gamba indietro cambiando arto durante la fase aerea del salto. E poi assume più importanza la parte del core stability: addominali, dorsali, schiena…
Il crossista è chiamato a lavorare anche sulla parte alta del corpo: braccia, dorsali, deltoidi…Il crossita è chiamato a lavorare anche sulla parte alta del corpo: braccia, dorsali, deltoidi…
Immaginiamo anche che venga data più importanza alla parte superiore del corpo…
Nel ciclocross questa è molto importante, soprattutto pensando che spesso i ragazzi e le ragazze devono portare la bici in spalla correndo a piedi. Magari in questo periodo di secca, in Italia, senza fango è successo poco, solo in corrispondenza degli ostacoli, ma ci sono dei periodi in cui accade molto di più ed è bene essere pronti anche su quell’aspetto.
Hai parlato di corsa a piedi: questa rientra nel discorso del potenziamento e della preparazione: tu come gestisci questo aspetto?
Di certo è qualcosa che si allena. Io faccio fare 20′-30′ ad andatura regolare una volta a settimana, semmai introduco giusto qualche variazione di ritmo. Ma nella parte delle corsa non inserisco lavori specifici, tipo ripetute, salite… E’ più un adattamento al gesto tecnico che altro. Anche perché in gara quando corrono con la bici in spalla non devono fare degli sprint.
Chiaro, è qualcosa che va curato ma sempre pensando che parliamo di piccole percentuali di tempo nel complesso…
La corsa a piedi e il portage (bici in spalla, ndr) si curano durante gli allenamenti specifici della tecnica. Si scende e si sale in continuazione dalla bici, si fanno delle gradinate… e ogni “ripetuta” con la bici in spalla dura dai 10” ai 30”.
In ambito ciclocross, il mezzo fà la differenza. La gestione delle gomme da cx è fondamentale ai fini del risultato, Lorenzo Masciarelli ci dà qualche dritta.
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Non si possono prendere a paragone Pogacar, Evenepoel, Ayuso e Vingegaard. Ma alle loro spalle non ci sono italiani e soprattutto italiani giovani in arrivo dagli juniores e gli under 23. Nibali ha chiuso il Giro al quarto posto a 38 anni. Colbrelli ha vinto la Roubaix a 31. Dove sono i nostri ragazzi? Ieri un corridore ci ha detto che se ne parla tanto e alla fine non si capisce più niente, eppure nei giorni scorsi Ulissi e poi Trentin hanno tirato fuori argomenti decisamente concreti. E noi con questi abbiamo bussato alla porta di Diego Bragato, che ha da poco concluso con Salvoldi delle batterie di test sugli juniores ed è responsabile della performance alla Scuola Tecnici, che ha recentemente preso il posto del Centro Studi.
Questo pezzo sarà lungo da leggere, ma il ragionamento non fa una grinza. Può essere il punto di inizio per il cambiamento. Se a qualcuno, soprattutto nelle squadre juniores e U23, sta a cuore la salute del nostro ciclismo.
Bragato sostiene Viviani al via dell’eliminazione che vedrà Elia campione del mondo anche nel 2022Bragato sostiene Viviani al via dell’eliminazione che vedrà Elia campione del mondo anche nel 2022
Non hai la sensazione che si punti ad alzare troppo il livello della prestazione degli juniores, lasciandogli pochi margini per quando passano di categoria?
Come sempre non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma di certo c’è troppa enfasi sulla categoria juniores. Enfasi legata ai volumi, al simulare quello che fa il professionista, invece di costruire una formazione a lungo termine. Purtroppo il nostro movimento spinge per la ricerca del risultato da junior, piuttosto che per la costruzione di un atleta che avrà risultati dopo 5-6 anni.
All’estero fanno più corse a tappe e meno gare di un giorno…
Noi siamo l’ultima fra le Nazioni di alto livello che corre ancora per le gare della domenica. Quindi a vari livelli, non solo negli juniores ma anche molto negli under 23, lo schema è sempre quello. Corsa la domenica. Lunedì, recupero. Martedì, un po’ di lavoro di forza. Mercoledì, distanza. Giovedì, un po’ di lavoro easy. Venerdì, velocizzazione. Sabato, recupero. Domenica, gara. E cosi per tutto l’anno, aspettandoci una condizione che porti a vincere più gare possibili. Ma questo ciclismo non esiste più. Le altre Nazioni hanno ridotto di molto il numero di gare durante l’anno, a vari livelli: da junior in su. E insegnano agli atleti a costruire la prestazione in funzione di un obiettivo.
Per Herzog, 30 giorni di corsa nel 2022 e la vittoria del mondiale juniores, a capo di un avvicinamento miratoPer Herzog, 30 giorni di corsa nel 2022 e la vittoria del mondiale juniores, a capo di un avvicinamento mirato
Da noi invece?
I nostri ragazzi crescono come si faceva una volta. Trovano la condizione con le gare, quindi continuando a correre, hanno dei risultati a livello giovanile, ma non imparano ad allenarsi. Così arrivano in un mondo professionistico in cui giustamente, come descrive Trentin, ormai non puoi più sfruttare le gare per allenarti, perché devi arrivarci già in condizione. E noi non siamo capaci, né fisicamente né mentalmente. Fisicamente magari i preparatori possono anche aiutarci, ma mentalmente è un’altra cosa.
In che senso?
I nostri ragazzi non sono pronti ad allenarsi per arrivare pronti alle gare, perché nessuno glielo insegna. Gli insegniamo solo a correre. Ad andare in fuga e non tirare e aspettare la volata. Invece il ciclismo non è più questo.
Trentin ha parlato anche di volumi di lavoro a suo avviso eccessivi…
Spesso è così, il problema è che anche tra gli allievi si allenano quasi come dilettanti. Fanno volumi di lavoro più grandi degli juniores. Poi da juniores si allenano come gli under 23 o gli elite. E quando sono under 23 non hanno più margini. Purtroppo è così. Si predilige la quantità piuttosto che la qualità del lavoro. E la multidisciplinarità, come giustamente dice Trentin e come dimostra la pista, è un modo per preservare le qualità a discapito della quantità. La quantità si può mettere anche dopo. La qualità, invece se non viene preservata, poi non la ripeschi più.
Vittoria al Gp FWR Baron per la Work Service, una delle squadre plurivittoriose (photors.it)Vittoria al Gp FWR Baron per la Work Service, una delle squadre plurivittoriose (photors.it)
E che cosa succede?
Abbiamo degli atleti che diventano degli ottimi gregari, cioè persone in grado di subire un carico a lungo termine per tanto tempo, ma non di imporre il proprio ritmo. Purtroppo diventano, tra virgolette, dei soldati. Gente che ha gran volume sulle spalle, ma non fa la differenza.
A livello di comunicazione con le società si può far qualcosa?
In realtà sono parecchi anni che nei corsi di formazione, il Centro Studi prima e la Scuola Tecnici adesso continua a battere su questi messaggi. Cioè sul preservare il talento, ridurre i volumi in generale, intesi come chilometri e ore fini a se stessi, puntando invece sulla qualità. Ma sembra che questo messaggio non passi o meglio non passa in toto. Ci sono delle squadre che hanno cambiato ritmo, bisogna dirlo. E se le squadre estere ritengono i nostri juniores appetibili è perché comunque vedono che in determinati ambienti si inizia a lavorare nel modo giusto, quindi quello bisogna riconoscerlo.
Come leggi il fatto che alcuni vadano all’estero?
Fa specie il fatto che li vengono a prendere da juniores, probabilmente per… salvarli dalla nostra categoria under 23, dove invece alcune squadre ancora lavorano per vincere la gara della domenica, invece di costruire un atleta pronto a maturare per diventare un valido professionista.
Lorenzo Germani è diventato tricolore U23 passando alla Groupama-FDJ e con loro ora approda fra i pro’Lorenzo Germani è diventato tricolore U23 passando alla Groupama-FDJ e con loro ora approda fra i pro’
Secondo te la svolta continental cambia un po’ gli atteggiamenti, oppure si chiamano continental ma fanno le stesse cose di prima?
Io ho paura che continuino a fare le stesse cose. A meno che non riesca a tornare in Italia una squadra di riferimento che detti le regole, perché questi atleti possono essere appetibili per loro. Sennò rischiamo di aver semplicemente cambiato l’etichetta, ma di lavorare come prima. Non a caso, me lo insegna chi ha la memoria storica migliore della mia, atleti come Nibali, lo stesso Viviani, Caruso, Guarnieri, Bettiol, Cimolai e Bennati, che adesso è cittì della nazionale, sono tutti ragazzi venuti fuori dall’ultima scuola italiana, che era la Liquigas. Poi abbiamo avuto ben poco. C’è Ganna, ma lui è un fenomeno a parte con caratteristiche completamente diverse. Gli ultimi atleti di un certo livello, soprattutto per le gare a tappe, venivano fuori da una squadra che gli ha dato il tempo, come giustamente diceva Ulissi, di crescere da capitani, non di crescere da gregari. Moscon e company sono andati nelle squadre dove vengono pagati parecchio, dove devi rendere per quello che la squadra ti dice. Così crescono per aiutare gli altri. Quindi sviluppano le abilità e la mentalità da gregario e non da capitano che dovrà emergere.
Se sei forte non emergi lo stesso? Oppure il problema è di mentalità?
Secondo me il problema non è tanto fisico, perché gli atleti ce li abbiamo. E’ proprio mentale. Crescere con la mentalità di costruirsi, di essere responsabile della propria prestazione in funzione di un obiettivo e non in funzione di un valore medio che ti garantisca di essere un buon atleta tutto l’anno. Costruire un obiettivo e vincerlo. Come Van Aert. Va bene che lui è un fenomeno fisicamente, ma anche di testa è uno che sa puntare un obiettivo, arrivare pronto a qualsiasi gara decida. Non è mica così facile, già Van der Poel lo soffre un po’ di più. Invece Van Aert è una macchina, veramente una macchina. E noi dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi a essere responsabili della loro performance, ascoltarsi e costruirla in funzione di un obiettivo. Non semplicemente a vincere più gare possibili durante l’anno.
Il Piva Junior è una delle classiche per juniores, vinto quest’anno da Scalco, passato in Bardiani (photors.it)Il Piva Junior è una delle classiche per juniores, vinto quest’anno da Scalco, passato in Bardiani (photors.it)
Tanti sono passati, hanno vinto e hanno smesso presto. Vedi i corridori del 1990…
Ci sono situazioni diverse, perché io vedo dei ragazzi che da under 23 sono seguiti in tutto e per tutto, anche troppo e più dei professionisti. Vanno forte, poi passano e non hanno più chi li porta ad allenarsi ogni giorno e gli dice di svegliarsi, di stare attento a cosa mangiano. Da pro’ devono essere responsabili di se stessi. Solo che non sono in grado perché non nessuno l’ha mai insegnato. E quindi per un anno o due vivono di rendita e poi spariscono. Quello che hai fatto per un po’ ti resta , ma se poi non continui ad allenarlo, sparisce e loro cambiano completamente tipologia di atleta.
Hai parlato di situazioni diverse…
Sì, ci sono anche quelli che da under 23 lavorano troppo, fanno volumi enormi e vincono perché si allenano molto più degli altri. Poi quando passano professionisti e trovano quelli che si allenano come loro, si appiattiscono.
Nei test che fate è possibile valutare il tipo di attività che gli viene proposta?
Quando facciamo i test degli juniores, vediamo che atleti interessanti ce ne sono. Però guardandoli anno per anno, monitorandoli da junior di primo e secondo anno e poi da under 23, vediamo che spesso i valori di forza, quelli che fanno la differenza nel ciclismo moderno, vengono appiattiti. Dico spesso e non sempre, perché alcuni lavorano bene. Gli altri, ragazzi e ragazze, vanno a fare solo volumi, solo chilometri e ore.
L’attività della tedesca Auto Eder U19 è concentrata prevalentemente su gare a tappeL’attività della tedesca Auto Eder U19 è concentrata prevalentemente su gare a tappe
E cosa succede?
Non fanno più lavori di qualità e quindi si vede che diventano meno forti. Si abbassano proprio a livello di forza. Magari sono in grado di fare 3-5 ore. Vincono le gare juniores perché sono abituati a distanze superiori, ma poi quando passano ed è ora di fare la differenza su uno strappo o su una serie di muri, non ne hanno più. Passano dai 1.600 watt che facevano in volata da juniores ai 1.300 che fanno da under 23, che è quindi la differenza tra vincere una volata e tirarla.
Come se ne esce?
Bisogna tornare a rendere i ragazzi responsabili della loro performance, legandosi anche alle sensazioni. E’ fondamentale. Il misuratore di potenza serve a noi preparatori per avere un occhio in più, ma loro devono capire quando stanno bene, quando stanno male, quali sono le cose che li portano in condizione. Quali sono le strategie per mantenere la condizione e capire che durante l’anno ci sono dei periodi di picco, periodi di lavoro, periodo di scarico. Questo bisogna insegnargli, altrimenti fanno stagioni intere a cercare più vittorie possibili. E pensano che più vincono e più possono passare under. Oppure la nazionale li convoca per i mondiali, perché hanno vinto 20 corse.
I convocati per il mondiale juniores in quali condizioni arrivano al grande appuntamento?I convocati per il mondiale juniores in quali condizioni arrivano al grande appuntamento?
E al mondiale come vai?
Quando uno vince 20 gare in un anno, al mondiale non sarà mai al 110 per cento. Vai a scontrarti con Nazioni che prendono un gruppo di atleti e lo preparano in funzione del mondiale e quindi quel giorno andranno forte, perché hanno lavorato sull’obiettivo. Noi non abbiamo questa mentalità, ma lavoriamo in funzione della domenica. Di vincere più gare possibili…
Ai tempi di Fusi, questo gruppo di lavoro che limitava anche l’attività di club esisteva: può essere un aspetto da rivalutare?
Può essere un buon modo di tutelarli ed è quello che abbiamo fatto in questi anni con il gruppo pista under ed elite e qualcosina anche con gli juniores. Il fatto di iniziare a dare la mentalità del lavoro in funzione di qualcosa, quindi con dei richiami continuativi in settimana e con gare a tappe messe nei posti giusti che servono per determinati aspetti. Questo è un lavoro che con quel gruppo abbiamo fatto. Tuttavia, con la realtà ciclistica che abbiamo a livello nazionale, non è facile perché gli interessi delle squadre sono importanti. Ma penso anche che ormai stia diventando un’esigenza e che non possiamo più nasconderci. Dobbiamo assolutamente riprendere in mano questa situazione.
Pietro Mattio, come pure Belletta, passerà U23 nella Jumbo Visma DevelopmentPietro Mattio, come pure Belletta, passerà U23 nella Jumbo Visma Development
Come se ne esce secondo Bragato?
Sarebbe importante secondo me che ci fosse un collegamento tra squadre. Dagli junior agli under, fino ad arrivare alle squadre pro’. Servirebbe un collegamento serio, con un responsabile che segua il percorso degli atleti e sappia quando un ragazzo è pronto per passare. In questo modo, l’obiettivo degli juniores non sarà vincere tante gare, ma essere pronti per la squadra pro’. Il ragazzo viene tutelato e non ha più il bisogno di vincerne 20 a stagione per essere sicuro di passare, ma può prendersi il tempo di crescere, di sbagliare e provare a lavorare in funzione di quello che diventerà poi come atleta. Che questo sia un percorso creato da una nazionale o dai vivai in collegamento con le squadre, purché sia un collegamento solido e continuo e non per interesse stagionale, può essere la svolta.
Questa potrebbe essere la chiave anche per trattenere i nostri in Italia…
Il fatto che gli altri vengano a prendere i corridori italiani è perché non sono stupidi. I nostri sono forti, lo sanno tutti che sono forti. Ma se li prendono da junior è per tutelarli il prima possibile. Perché ovviamente qualcosa noi sbagliamo. E loro se ne sono accorti.
Daniele Pontoni è pienamente convinto delle sue convocazioni in vista degli europei di Namur in programma nel fine settimana. Ha portato in nazionale 17 corridori coprendo tutte le categorie e questo è già un risultato importante considerando che alcuni dei big (a cominciare dal bronzo mondiale Persico) non hanno ancora iniziato la loro stagione. Eppure fare la squadra non è stato così semplice, anche se lo zoccolo duro, quello relativo alle categorie giovanili, Pontoni lo ha forgiato nel tempo, portandolo a inizio stagione a gareggiare in Spagna con un obiettivo: fare gruppo.
«Visti numeri e risultati delle ultime gare – esordisce il cittì, in apertura al mondiale gravel con Chiara Teocchi – e considerando anche le caratteristiche del percorso, questa è la squadra migliore che si potesse avere. Ci sono anche altri corridori validi che avrebbero meritato di essere considerati, ma voglio ricordare che la stagione ha ancora tre mesi di gare, ci saranno altre occasioni, chi non c’è deve sentirsi stimolato a far meglio per guadagnarsi la convocazione».
Il dettaglio del percorso di Namur, una classica del calendario internazionaleIl dettaglio del percorso di Namur, una classica del calendario internazionale
Manca la Venturelli…
Sì, è l’unica assenza di peso che abbiamo. Ha sintomi di tosse e catarro, abbiamo preferito non rischiarla, d’accordo anche con la sua società. Ho aspettato fino all’ultimo per decidere, ma poi ho scelto così. Federica si era ripresa dall’infortunio al braccio dei mondiali su strada e stava progredendo, ma vista la situazione e considerando anche la stagione così pregna tra strada e pista che ha vissuto, preferisco averla più fresca più avanti, pensando ai mondiali, soprattutto dal punto di vista mentale.
Le convocazioni rispecchiano molto quelle che erano state fatte per le categorie giovanili per le prime gare in Spagna. Quanto è stata importante quella trasferta?
Molto, ci ha consentito di fare gruppo, anche perché eravamo soprattutto con ragazzi molto giovani. Fra gli junior ad esempio avremo 5 partenti, di cui due al primo anno come Bosio e Viezzi, ragazzi che hanno dato buone prove e si sono presi la maglia affrontando le gare con sfrontatezza. Con loro ci saranno Cafueri, Paccagnella e Scappini, più rodati, ma dietro ci sono tanti altri ragazzi che stanno crescendo, penso ad esempio a Travella e Stenico. Lo stesso si può dire per gli under 23: con Bergagna, Leone, Masciarelli e Toneatti lavoro da tempo e da settembre abbiamo formato un gruppo molto compatto. I risultati dimostrano che sono i più forti.
Valentina Corvi sul podio di Namur 2021, nella prova di Coppa del mondoValentina Corvi sul podio di Namur 2021, nella prova di Coppa del mondo
Partiamo dagli Under 23: che cosa possono fare?
A Tabor, in Coppa del mondo, Toneatti era tra gli ultimi all’inizio eppure i suoi tempi sul giro erano vicinissimi a quelli dei primi e pedalando dietro, tra sorpassi e contatti, è molto più difficile, per cui credo possa fare molto bene. Sugli junior c’è invece da fare un discorso a parte…
Quale?
I ragazzi mi avevano molto deluso a Tabor e gliel’ho detto. In Coppa per me sono da primi 5, ma i risultati arrivano correndo con attenzione e testa e loro non l’hanno avuta. A Maasmechelen ho cambiato molti nomi lanciando un segnale: bisogna restare umili e viaggiare con i piedi per terra. Se faranno tutto per bene si prenderanno belle soddisfazioni sul percorso belga, sanno che ho molta fiducia in loro, ma servono disciplina e attenzione.
Da sinistra Scappini, Cafueri e Paccagnella, sul podio in Spagna. Pontoni punta molto su di loroDa sinistra Scappini, Cafueri e Paccagnella, sul podio in Spagna. Pontoni punta molto su di loro
Quanto pesa l’assenza della Venturelli?
Molto, ma Valentina Corvi su quel percorso è salita sul podio in Coppa del mondo, a lei il tracciato di Namur piace particolarmente. Con lei ci sarà Arianna Bianchi, campionessa europea allieve di mtb, è al suo primo anno di categoria, deve correre con la massima serenità e imparare quanto più possibile.
A Tabor ha impressionato la Casasola, che dopo aver dominato al Giro d’Italia ha sfiorato la Top 10 popolata però quasi interamente da olandesi.
Sara sembra rinvigorita dal cambio di squadra, sta tornando ai livelli che le erano abituali. A Tabor è partita dalla quarta fila, ha fatto qualcosa di notevole. Io so quanto vale, la nuova aria le ha dato nuovi stimoli, ma attenzione anche alla Gariboldi perché il percorso le si adatta. Fra le under 23 avremo tre giovani come Carlotta Borello, Alice Papo e Asia Zontone, potrebbero far bene in un contesto di massimo livello.
Per la Casasola un bell’inizio di stagione, ora gli europei possono lanciarla anche fuori dall’Italia (foto FB)Per la Casasola un bell’inizio di stagione, ora gli europei possono lanciarla anche fuori dall’Italia (foto FB)
Fra gli elite ci sarà il solo Bertolini…
Gioele si sta pian piano ritrovando. Su quel percorso entrare nella Top 10 per lui equivarrebbe a un’impresa, ma so che può farlo.
Come dicevi, ci sono assenze importanti…
Dorigoni ha appena finito la stagione di mtb, la Persico so che inizierà il 26 novembre e poi seguirà tutto il calendario per essere al top per i mondiali. Avrei voluto vederla ai mondiali gravel, sono convinto che poteva stupire tutti anche lì, ma non va dimenticato che la sua stagione è stata ricchissima di impegni. Io poi parto da un presupposto: costringere gli atleti a gareggiare non va mai bene, devi correre con voglia, avere fame. Io confido molto in Silvia per i mondiali, quel percorso le si addice come un guanto e lo stesso vale per la Venturelli. Intanto però un passo alla volta: andiamo a Namur con la coscienza a posto e consci di poter far bene.
Quello dei plantari personalizzati è un argomento più che mai attuale. Lo è perché fa parte di quel pacchetto di biomeccanica e dei check-up di fine stagione, lo è perché i diversi studi e sviluppi hanno cambiato questa categoria nel corso delle stagioni. Essere performanti in bici passa anche dai piedi? Sì.
Il nostro approfondimento si concentra sul concetto Body Geometry di Specialized e Retul, di sicuro uno dei più completi. E’ un protocollo molto utilizzato in ambito pro’ e non solo dai corridori che orbitano all’interno dei team supportati tecnicamente. Abbiamo chiesto a Giampaolo Mondini, che è a diretto contatto con gli atleti e Silvio Coatto di Specialized Italia, figura di primo piano nell’evoluzione del protocollo Body Geometry.
Un plantare custom di Specialized, si vede la forma dell’arco plantareUn plantare custom di Specialized, si vede la forma dell’arco plantare
Percentuale in aumento
«Abbiamo da poco terminato le sessioni di valutazione biomeccanica con gli atleti pro’ – ci dice Mondini – passaggi che comprendono anche le analisi per i plantari personalizzati. Li utilizza il 50% dei corridori che orbitano nelle squadre con materiale Specialized e Body Geometry. Una percentuale che è in aumento ed è cresciuta di molto nelle ultime stagioni. I test effettuati con i ragazzi hanno evidenziato una grande differenza tra i plantari personalizzati che si usano normalmente per camminare e quelli specifici per pedalare.
«Questi ultimi, non di rado, necessitano di uno riempimento maggiore nella zona dell’arco plantare. L’obiettivo è quello di non far collassare il ginocchio verso l’interno, allineando articolazione e arto inferiore, minimizzando la dispersione di energia. Inoltre è da considerare anche il perfetto abbinamento tra scarpa a plantare, in modo da evitare scivolamenti e frizioni del plantare all’interno della calzatura e riempire quegli spazi vuoti che talvolta ci sono, soprattutto nella zona mediana/interna del piede».
Il macchinario Retul per la termoformaturaIl macchinario Retul per la termoformatura
La parola passa ora a Silvio Coatto, per individuare i criteri di scelta dei plantari quanto a forma e materiali impiegati, per trarne di conseguenza il maggior beneficio.
Quali sono i canoni da considerare quando viene customizzato un plantare?
Si cerca prima di tutto di capire se servono i plantari personalizzati o basta uno dei tre (rosso/blu/verde) offerti da Specialized. Può essere utile avere un plantare custom per 2 ragioni. La prima è quella che nessuna delle tre opzioni offerte copia perfettamente il profilo del piede. La seconda è quella che, i due piedi non sono identici, o per lunghezza o per posizione della prima testa metatarsale e conseguente lunghezza dell’arco longitudinale. Quindi utilizzare le nostre solette standard potrebbe fornire troppo supporto, oppure poco supporto ad uno dei due piedi.
Un esempio di plantare dal supporto medioIl supporto che si genera dallo “scheletro blu” del plantareA sinistra una soletta standard, a destra il plantare personalizzatoUn esempio di plantare dal supporto medioIl supporto che si genera dallo “scheletro blu” del plantareA sinistra una soletta standard, a destra il plantare personalizzato
L’utilizzo dei plantari personalizzati porta ad un ulteriore irrigidimento della calzatura?
Non per forza. Normalmente la sensazione è di “riempire maggiormente” la scarpa. In realtà cerchiamo di dare il 100% di appoggio sotto il piede in modo da distribuire al meglio il carico in spinta e alleggerire le zone più a rischio, che sono l’avampiede e l’esterno, visto che le scarpe sono già estremamente rigide.
Quali sono i materiali che compongono i plantari custom?
Materiali termoformabiliche partono dal tallone fino alla zona della prima testa metatarsale.
Si cambia la misura della scarpa?
In linea di massima no.
Lo strumento di misura del piede e del punto metatarsaleLo strumento di misura del piede e del punto metatarsale
Quali sono i vantaggi immediatamente percepibili quando si passa dalle solette standard ai plantari personalizzati?
Migliore appoggio. Il piede è più rilassato in spinta e si hanno meno fastidi lateralmente, sull’avampiede e si sfrutta una fase migliore nella combinazione spinta/performance, intesa come risultato finale. E’ necessaria comunque una precisazione: creare un plantare personalizzato che crei beneficio alla prestazione quando si è in bicicletta nella sua totalità, non è un’azione singola, ma prevede un fit completo sull’atleta. Quest’ultima è la soluzione consigliabile.
Il nostro Pirandello è Giovanni Ellena (nella foto di apertura), direttore sportivo tra i più esperti. In una sorta di “fantaciclismo” gli abbiamo chiesto come gestirebbe lui quei campioni appena citati.
Ellena prende la cosa sul serio. Tanto che dopo la nostra chiamata ci chiede del tempo. Vuole pensarci su…
Alaphilippe ha perso la maglia iridata dopo due anni. Nel 2022 francese ha avuto due cadute che lo hanno limitato moltoAlaphilippe ha perso la maglia iridata dopo due anni. Nel 2022 francese ha avuto due cadute che lo hanno limitato molto
1 – Alaphilippe e le classiche
Il francese della Quick Step-Alpha Vinylè stato vittima di una stagione tribolata: grandi cadute, a cominciare da quella alla Liegi. Per molti la stagione si sarebbe conclusa lì, Julian invece si è rimesso in gioco.
«Ha avuto una sfortuna incredibile – dice Ellena – e comincia ad avere la sua età, ma a lui farei fare lo stesso calendario di sempre: quindi le classiche. Un inverno tranquillo, a recuperare bene mentalmente e fisicamente, e dal ritiro di dicembre iniziare il lavoro per essere al meglio tra marzo ed aprile.
«Ad uno così non serve lo psicologo per riprendersi. Julian sa bene che si tratta di un anno sfortunato e le sfortune non te le porti dietro per sempre. Quindi, ripeto: classiche di primavera, cacciatore di tappe al Tour e poi il mondiale».
La stagione di Almeida non è stata brutta, ma ha raccolto poco rispetto alle attese. A partire dal ritiro (per Covid) al GiroLa stagione di Almeida non è stata brutta, ma ha raccolto poco rispetto alle attese. A partire dal ritiro (per Covid) al Giro
2 – Almeida, meno pressione
Il portoghese della UAE Emirates non è andato malissimo. Al Giro il Covid lo ha fermato quando era in lotta per il podio. Poi ha vinto il titolo nazionale, ma alla Vuelta ha reso meno del previsto. Senza contare che Ayuso lo ha distrutto nel confronto interno.
«I giovani emergenti sono tanti – prosegue Ellena – ma non che è gli stiamo mettendo un po’ troppa pressione? Parliamo di un ragazzo che va per i 25 anni, non di un vecchio. E Giro, Tour e Vuelta sono tre in un anno, sono grandi responsabilità.
«Fosse un mio corridore, visto il percorso con parecchia crono, lo porterei sì al Giro, ma senza dargli tutte le responsabilità. Gli affiancherei un altro leader e gli darei come obiettivo quello di migliorarsi.
«Alla Quick Step ebbe un anno eccezionale. Si ritrovò un grande supporto. E ci sta che oggi un ragazzino che va super forte con quelle strutture alle spalle possa anche vincere. Ma poi come fa a ripetersi? Troppe coincidenze devono venirsi a creare nuovamente.
«In passato il capitano era un personaggio in grado di far fronte, per se stesso e per la squadra, a situazioni disastrose grazie ad una grande esperienza. Oggi invece ci sono ragazzini, con grandi squadre dietro, ma che non sanno come reagire. Quindi per Almeida il primo obiettivo è ridurgli la pressione».
Egan Bernal si gode le vacanze. Ha detto che vuole il Tour: ma sarà ancora ai suoi livelli? (foto Instagram)Egan Bernal si gode le vacanze. Ha detto che vuole il Tour: ma sarà ancora ai suoi livelli? (foto Instagram)
3 – Bernal, ripartire dal basso
Si passa poi al colombiano della Ineos-Grenadiers e qui Giovanni gioca in casa. Il valore emotivo c’è e si sente. Bernal potrà tornare ai suoi livelli?
«Egan ha mostrato una capacità di recupero impressionante – spiega Ellena – era quasi morto e a settembre nelle corse italiane l’ho visto mettersi a disposizione della squadra. Mi diceva che non riusciva ad esprimere troppa forza perché aveva problemi ad un ginocchio e che si sarebbe dovuto operare ancora.
«Ho visto che è in vacanza. Fa bene. Deve recuperare dalle botte, anche mentali. E lui in carriera ne ha già prese: San Sebastian 2018, vigilia del Giro 2019 e quest’ultima che è stata micidiale. Bisognerà vedere a livello di postura se e cosa ha lasciato questo incidente, perché in una corsa di tre settimane certi problemi si fanno sentire.
«Fosse un mio corridore lo fare ripartire “da bambino”. Non dico di farlo puntare al Sibiu Tour, magari lo porterei anche al Giro, ma senza pressione. Non tanto per dimostrare qualcosa, ma per capire veramente da dove può ripartire».
Damiano Caruso durante il Tour. Il siciliano si è fermato dopo 17 tappe a causa del CovidDamiano Caruso durante il Tour. Il siciliano si è fermato dopo 17 tappe a causa del Covid
4 – Caruso, più presunzione
Sul siciliano della Bahrain-Victorious Ellena va subito al sodo. Riprende la questione che avrebbe dovuto “sbattere i pugni” per essere al Giro lo scorso anno. Però entra anche nella sua psicologia.
«Per un italiano il Giro è l’obiettivo della vita, prima di mollare ci pensa dieci volte. Al Tour magari ce ne pensa nove. Damiano rispetta gli ordini di squadra all’inverosimile. Ma lo capisco anche. E’ stato abituato così. Non è un caso che sia stato l’unico corridore che ha ringraziato, in corsa e dopo, chi lo stava aiutando (il riferimento è alla pacca a Pello Bilbao al Giro 2021, ndr). Si è sempre fatto un mazzo così per far vincere gli altri e sa cosa vuol dire.
«E’ un uomo squadra. Per lui trasgredire agli ordini è quasi un’onta, una mancanza di rispetto verso i compagni, è presunzione.
«Ecco – fa una pausa il diesse della Drone Hopper-Androni – a Damiano direi di essere più presuntuoso, di provarci. Lui al contrario dei “bambini leader” è il vecchio capitano esperto. Lo porterei al Giro con l’obiettivo della classifica».
Lopez puntava forte sul Giro. Si è fermato dopo appena quattro tappe. Eccolo nel momento del ritiroLopez puntava forte sul Giro. Si è fermato dopo appena quattro tappe. Eccolo nel momento del ritiro
5 – Lopez, subito forte
Il colombiano dell’Astana Qazaqstan è forse l’atleta su cui Ellena si sbilancia meno.
«Lo conosco poco – dice Giovanni – il fatto della Movistar della passata stagione non gli ha fatto bene di testa, ma forse proprio perché è colombiano lo ha superato meglio di un europeo».
«Come va gestito? Per un colombiano il Tour a livello mediatico è importantissimo. Non che il Giro sia tanto da meno, ma magari ci sta che voglia andare in Francia. Non è più un ragazzino ha necessità di dimostrare qualcosa. Per questo lo farei partire forte. Fare bene in una Tirreno, in una Strade Bianche, visto che gli piace il gravel e guida bene, e poi vedere come va. A quel punto ipotizzerei un Tour e se dovesse andare male ci sarebbe la Vuelta».
Primoz Roglic in un momento di recupero dopo l’ennesima caduta alla Vuelta (foto Instagram)Primoz Roglic in un momento di recupero dopo l’ennesima caduta alla Vuelta (foto Instagram)
6 – Roglic, al Giro
Tocca infine allo sloveno della Jumbo-Visma. Giovanni parla delle sue tante, troppe, cadute. Sulle quali ci sarebbe da riflettere.
«Roglic lo farei ripartire da vecchio, al contrario del Bernal di prima. L’ho seguito bene alla Vuelta. E’ stato autore di un vero numero e il giorno dopo ha fatto quel che ha fatto: una caduta, ma per cosa? Per qualche secondo? Mi chiedo, e gli chiedo: vale la pena rischiare tanto per così poco? Anche perché, giorno dopo giorno questi sforzi si pagano. Poi arriva la volta in cui perdi 30” tutti insieme su una salita e perdi la corsa. Per questo gli direi di correre da vecchio, senza sprecare.
Con Ellena si parla poi della squadra. Se si ritrovasse Primoz e tutti i suoi super compagni come li gestirebbe? Separerebbe Roglic e Vingegaard o unirebbe le forze?
«Visto il prossimo Giro, che mi sembra particolarmente adatto a Roglic, lo porterei alla corsa rosa per fare classifica e al Tour in appoggio a Vingegaard. Ammetto che qualche dubbio ce l’ho comunque, ma una cosa gliela direi di sicuro: “Sii quello che sei, cioè un corridore forte. Non hai bisogno di cercare pochi secondi sul cavalcavia, ma devi guadagnare i minuti in salita e a crono”».
Luglio senza Tour: va avanti il nostro viaggio tra le squadre che non sono in Francia. Dopo aver ascoltato la Corratec-Selle Italia e la Green Project-Bardiani ecco la Eolo-Kometa. A […]
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Il nostro appuntamento con Christian Scaroni consiste in una chiamata fissata intorno alle 10 del mattino. L’orario slitta leggermente a causa delle procedure aeroportuali che si prolungano. Scaroni è appena atterrato a Napoli, dove starà per poco meno di una settimana, per godersi un po’ di caldo e una meritata vacanza. Lontano dalle preoccupazioni e dalle ansie che avevano condito la sua stagione fino alla firma con l’Astana ed al debutto in Polonia.
La prima corsa in maglia Astana è stato il Tour de Pologne ad inizio agostoLa prima corsa in maglia Astana è stato il Tour de Pologne ad inizio agosto
Come stanno andando queste vacanze?
Bene! Dopo l’ultima gara, la Veneto Classic corsa il 16 ottobre, ho fatto ancora qualche uscita in bici, fino al 20 ottobre più o meno. Ho sfruttato un po’ la gamba e mi sono goduto dei bei giri in tranquillità. Da lì in poi mi sono preso del tempo per stare con la mia famiglia e i miei amici, ed ora sono qui a Napoli.
Quando ricomincerai ad allenarti?
Fino al 7 di novembre non se ne parla, dal giorno dopo si inizierà di nuovo la routine. Comincerò facendo tante attività diverse, anche per non stressare troppo la mente. Farò un po’ di palestra, qualche uscita in Mtb, corsa a piedi, la bici da corsa la prendo il meno possibile. Nelle mie zone (nel bresciano, ndr) ci sono tanti sentieri e la possibilità di svariare tra molte attività.
Le due vittorie raccolte all’AIR sono state lo slancio motivazionale per tornare ad inseguire un contrattoLe due vittorie raccolte all’AIR sono state lo slancio motivazionale per tornare ad inseguire un contratto
E con la squadra?
Il primo ritiro è già programmato, il 5 dicembre saremo a Calpe, e si getteranno le basi per la nuova stagione.
Ci eravamo incontrati al tuo debutto al Tour de Pologne, com’è proseguita la stagione?
In Polonia ero partito bene, avevo colto un bel sesto posto in una volata ristretta alla quarta tappa. Ho continuato a far bene anche nelle gare successive: Amburgo e Bretagne Classic. Sentivo che la condizione stava crescendo giorno dopo giorno, poi di ritorno dal Canada, ho fatto un tampone perché non stavo molto bene e sono risultato positivo al Covid.
Un altro stop in una stagione già piena di fermate…
Sì, non è stato bellissimo, ma è andata così. Mi sono trovato ad inseguire nuovamente la condizione. In accordo con la squadra abbiamo preferito correre subito dopo essermi negativizzato, anche per fare volume e per abituarmi a stare in gruppo con i compagni.
Nei boschi dietro casa Scaroni ha modo di divertirsi anche in mountain bike, un bello svago di fine stagioneNei boschi dietro casa Scaroni ha modo di divertirsi anche in mountain bike, un bello svago di fine stagione
Anche perché ti sei trovato da una situazione di incertezza a correre nel WorldTour, com’è stato?
Oltre ad una condizione fisica non eccellente, mi sono ritrovato a correre ad un livello molto alto, com’è giusto che sia. La definirei una nuova esperienza, e posso dire di essermi difeso bene in tutte le corse. In questi 3 mesi mi importava correre, andavo a fare gare dove la squadra ne aveva più bisogno. Alla fine sono stato contento del calendario, ho fatto tutte le corse più importanti, compreso il Lombardia (nella foto di apertura).
Ora che sei nel WorldTour vorrai dimostrare di poterci restare…
Ovviamente, sono passato professionista con la Gazprom nel 2020, e con la pandemia non ho praticamente corso. Nel 2021 ho fatto qualche gara in più e poi è arrivato il fatidico 2022. Mi è mancata la continuità, correre ti permette di alzare molto il livello. Ho 25 anni e non ho mai avuto la possibilità di fare un grande Giro, si è visto come disputare corse del genere aiuti a crescere. Basti guardare Zana che dopo il Giro d’Italia ha vinto l’AIR e il campionato italiano.
Con la squadra hai già parlato?
Ho parlato un po’ con “Zazà” (Stefano Zanini, ndr) e mi ha chiesto che cosa vorrei fare. Io ho risposto che sono ancora un corridore da scoprire. Non ho idea di quale sia il mio campo, spero di trovarlo l’anno prossimo. Ora che corro in una squadra come l’Astana, sarò molto più seguito e potrò inquadrarmi meglio. Un desiderio sarebbe quello di fare il Giro d’Italia, vedremo se mi meriterò la convocazione.
La Veneto Classic è stata l’ultima gara della sua travagliata stagione, conclusa però nel migliore dei modiLa Veneto Classic è stata l’ultima gara della sua travagliata stagione, conclusa però nel migliore dei modi
Passare queste vacanze con la certezza di correre la prossima stagione come ti fa sentire?
E’ bello, so cosa mi aspetta nei prossimi mesi. Nella prima metà di 2022 non avevo un programma, ora so che cosa farò già da dicembre, avrò degli obiettivi concreti. Tutto questo mi aiuterà a rimanere concentrato. Vi devo dire la verità, fare le vacanze con queste sicurezze mi fa stare bene con me stesso. Se non avessi avuto un contratto non sarei nemmeno andato in vacanza – dice ridendo, finalmente diciamo noi – ora mi godo di più l’andare in bici, ho degli stimoli che prima un po’ mi mancavano…
Prima partivi per dimostrare di meritare una squadra, ora dove cercherai la motivazione?
Il mio obiettivo principale è dimostrare che non sono arrivato qui a caso, ho voglia di portare dei risultati alla squadra. Non sono una persona a cui piace perdere (e la stagione appena conclusa ne è una dimostrazione, ndr). Sarò a disposizione dei miei compagni quando servirà ma vorrei giocarmi le mie carte. L’Astana esce da una stagione difficile, l’obiettivo del team deve essere quello di tornare alle corse per vincere.