Tour Femmes: tappe nervose, Tourmalet e crono finale

02.11.2022
5 min
Salva

Otto tappe, una super montagna, una cronometro individuale. La scorsa settimana non è stato presentato solo il Tour degli uomini. Nella stessa occasione è stata svelata anche la Grande Boucle femminile: il Tour de France Femmes.

Dicevamo otto tappe come lo scorso anno, trasferimenti pressoché inesistenti e molto centro-sud. La novità è la cronometro. Anche per questo i chilometri scendono un po’. Si passa dai 1.034 dell’anno scorso ai 956 della prossima estate. A proposito: Le Tour de France Femmes andrà in scena dal 23 al 30 luglio.

Marion Rousse, direttrice del Tour Femmes. Alle sue spalle il percorso 2023 che si snoda nel sud della Francia
Marion Rousse, direttrice del Tour Femmes. Alle sue spalle il percorso 2023 che si snoda nel sud della Francia

Tappe nervose

Il percorso si snoda tutto nel Sud, ma guai a pensare alla bella e lussuosa Costa Azzurra. Si va dalle alture del Massiccio Centrale, a quelle dei Pirenei, passando per le colline e le valli della Garonne e del Tarn.

Ad ospitare le Grand Depart sarà Clermont Ferrand, proprio nella zona del Massiccio Centrale. Una prima tappa subito molto nervosa con una “cote” nel finale che complicherà tanto, ma proprio tanto, le cose alle sprinter.

E questo è uno dei leit motiv del prossimo Tour de Femmes: l’assenza di una vera tappa pianeggiante. Lo scorso anno, complice anche la lotta serrata, si è visto come la “pianura francese” con i suoi tipici vallonati riuscisse a fare scompiglio. Quest’anno sembra essere peggio.

A strizzare l’occhio alle ruote veloci sono la sesta tappa e anche la terza, ma quest’ultima ancora una volta se la dovranno sudare.

Super finale

Per il resto la parola d’ordine è nervosismo o cotes. Una continua Liegi. Senza contare che il chilometraggio non sarà affatto semplice. La frazione più lunga, la quarta, la Cahors-Rodez, misura ben 177 chilometri.

L’unica frazione al di sotto dei 100 chilometri, crono esclusa, è quella che con ogni probabilità deciderà la corsa, vale dire la settima. Quella del Tourmalet. Quella che in fase di presentazione nel Palais des Congres ha visto sentire dei grossi mormorii tra il pubblico.

Il gigante pirenaico si affronta dal versante meno cattivo, ma si deve comunque arrivare in cima. Pertanto da La Mongie, gli ultimi 6 chilometri sono micidiali. La strada si restringe, la pendenza balla costantemente tra il 10 e l’11 per cento. Ci si lascia alle spalle i casermoni della civiltà (appunto La Mongie) e si entra nel regno della natura. Sarà un vero spettacolo fino ai 2.110 metri di questo superbo e storico Colle.

Senza contare che prima si scala un altro passo mitico: l’Aspin!

E il giorno dopo c’è la crono. Come è stato fatto a Wollongong, per uomini e donne l’unica crono in programma misura 22 chilometri. Un altro simbolo dell’evoluzione rapida che sta vivendo il ciclismo in rosa.

La Pau-Pau, però rispetto alla frazione contro il tempo degli uomini è più scorrevole. E più per specialiste. E tutto sommato, dopo tappe dure e dopo il Tourmalet, è anche giusto dare delle possibilità alle passiste.

Le protagoniste

Le big a partire dalla campionessa uscente, Annemiek Van Vleuten, hanno tutte detto che si tratta un Tour Femmes parecchio duro, più dello scorso anno.

«Mi godrò il mio ultimo anno da atleta – ha detto la campionessa della Movistar – Sono felice di vedere una salita famosa come il Tourmalet, così come che ci sarà una crono. E che non ci sarà dello sterrato. In questo modo tutto sarà più equilibrato. Ma certo è un tracciato esigente anche nelle altre tappe».

«Penso che sia un percorso impegnativo ed eccitante già dall’inizio – ha sentenziato la seconda classificata del 2022, Demi Vollering –  C’è solo una grande tappa di montagna ma devi arrivarci bene. Lo abbiamo visto questa estate, i guai sono sempre dietro l’angolo, specie con tappe così nervose. Non vedo l’ora di fare le ricognizioni».

E anche Marta Cavalli ha sentenziato: «Il Tourmalet non ti regala nulla e tante tappe sono davvero belle».

«Ci siamo affidati a ciò che ci hanno suggerito le rider lo scorso anno – ha detto la direttrice del Tour Femmes, Marion Roussel’idea è tenere aperta la corsa fino alla fine, che poi è il sogno di tutti gli organizzatori. Volevamo fare un percorso equilibrato e credo che ci siamo riusciti».

La Maltinti riparte per Renzo e Scarselli si commuove

02.11.2022
5 min
Salva

«Renzo per me è stato una persona importante, che ha inciso anche nella vita quotidiana. Era molto più di uno sponsor, era un amico, fra noi c’era un rapporto molto stretto. Era sempre in contatto anche con i corridori, anche se ultimamente aveva dovuto un po’ mollare. Però gli piaceva essere presente».

Renzo Maltinti era un appassionato di ciclismo. Qui nel 2011 con Bongiorno passato alla Zalf (photors.it)
Renzo Maltinti era un appassionato di ciclismo. Qui nel 2011 con Bongiorno passato alla Zalf (photors.it)

Presidente e amico

Leonardo Scarselli ha la voce che si incrina, parlando del suo presidente che gli affidò l’ammiraglia della Maltinti Lampadari quando smise di correre (in apertura la vittoria di Federico Molini a Vinci, foto di Simona Bernardini). Erano i primi di ottobre quando Renzo Maltinti, mecenate del ciclismo toscano, se ne è andato nella sorpresa generale, dopo aver lottato per la sua salute e quella del ciclismo. Basti ricordare la battaglia nel periodo del Covid per l‘aumento dei costi delle gare regionali, passate a nazionali affinché l’attività potesse riprendere, quando la Toscana si mise di traverso rispetto alle manovre della Federazione.

«Era già un paio d’anni – prosegue Scarselli – che aveva iniziato ad avere un po’ di problemetti di salute. Prima una cosa, poi un’altra, poi insomma… Erano i primi segnali di qualcosa che non stava andando bene e alla fine ci ha lasciato».

La Maltinti schierata al via della Firenze-Empoli 2022 a Piazzale Michelangelo (photors.it)
La Maltinti schierata al via della Firenze-Empoli 2022 a Piazzale Michelangelo (photors.it)
Sei riuscito a salutarlo?

Alla fine era in ospedale. Fino a poco tempo prima, ci eravamo sentiti e ci vedevamo spesso. Mi ricordo un giorno, un mercoledì. Renzo era stato ricoverato in ospedale per il Covid. Lo chiamai e rispose il figlio Roberto. Mi disse che il peggio sembrava passato, che stava meglio. Mi chiese se volevo parlargli, ma non mi parve il caso di farlo affaticare al telefono, per cui gli dissi che sarei passato a fargli visita appena fosse tornato a casa. Invece è andata come è andata.

Spesso quando se ne vanno questi grandi appassionati, se ne va anche il ciclismo…

La volontà di Renzo era che finché fosse stato in vita, avrebbe voluto rifare la squadra ed era tanto che mi diceva che dovevamo parlare. Io cercavo qualsiasi pretesto per evitare di entrare nel discorso, perché non mi sembrava mai il caso. Insomma, quando una persona non sta bene, penso che il ciclismo debba venire in secondo piano. Però un giorno mi chiamò e mi disse di andare da lui.

Leonardo Scarselli guida la Maltinti Lampadari da otto stagioni. E’ stato pro’ dal 2000 al 2010
Leonardo Scarselli guida la Maltinti Lampadari da otto stagioni. E’ stato pro’ dal 2000 al 2010
Cosa ti disse?

Io ci andai e Renzo mi chiese: «Che si fa il prossimo anno?». Io gli risposi che non c’era niente di male se ci fossimo presi un anno di stop per vedere se nel frattempo fosse migliorato. E lui in tutta risposta mi disse: «Se ci sei, faccio la squadra. Se non ci sei, smetto». Io gli dissi di contare su di me e lui disse: «Bene, io voglio fare la squadra. Perché a febbraio – queste furono le testuali parole – o sono alla Firenze- Empoli o sono morto!».

Una profezia terribile…

Giorno dopo giorno, iniziò a peggiorare. Io nel frattempo avevo parlato con il figlio Roberto e mi aveva detto che sarebbe entrato nella società come vicepresidente, anche per far firmare i contratti ai ragazzi e l’ordinaria amministrazione. Purtroppo poi Renzo se ne è andato e, durante il funerale, Roberto ha espresso la volontà di continuare nel nome del padre. Con la squadra e con le corse. La Firenze-Empoli rimane una corsa Maltinti e verrà fatto un Memorial Maltinti. Rimarranno anche il Città di Empoli e la gara di Vinci. Con lui c’era la sorella Cristina e sono entrambi al nostro fianco.

Di Felice è del 1997 e approda alla Maltinti. Nel 2019 centrò 8 vittorie, eppure come Lucca ha trovato tante porte chiuse (photors.it)
Di Felice è del 1997 e approda alla Maltinti. Nel 2019 centrò 8 vittorie, eppure come Lucca ha trovato tante porte chiuse (photors.it)
Che squadra sarà la Maltinti del 2023?

Abbiamo tutti corridori nuovi. Qualche giovane e degli elite. Con Renzo avevamo sempre voluto fare gli under 23, ma per come stanno andando le cose, diventa improponibile. Gli junior ormai passano direttamente professionisti o vanno nelle continental. Quindi a noi resta la terza o la quarta scelta e quando vai alle corse ti ritrovi con certi squadroni anche alle regionali. Il prossimo anno sembra che qualcosa cambierà, ma per come è adesso, non c’è una logica. Quindi se vuoi competere un minimo, ti devi avvalere di ragazzi di esperienza.

Su chi puntate?

Abbiamo preso Di Felice dalla Gallina-Ecotek e anche Radice dalla Malmantile. Abbiamo fatto un organico abbastanza buono. Di Felice quest’anno è stato secondo nella classifica nazionale, ma rischia di essere un altro Lucca. Sono anni che è lì e va forte, speriamo che possa fare una stagione concreta che lo porti a passare. Anche se non potrà fare le internazionali U23 perché è elite. Abbiamo 8 corridori, andare più su non ha senso, visto che alle corse si parte al massimo in 7 e più spesso in 6. Non serve a nessuno tenere fermi dei ragazzi ed è troppo costoso.

Zamparella nel 2012 è stato l’ultimo atleta della Maltinti a vincere la Firenze-Empoli (photors.it)
Zamparella nel 2012 è stato l’ultimo atleta della Maltinti a vincere la Firenze-Empoli (photors.it)
Gli sponsor tecnici sono gli stessi?

Ci hanno confermato tutti la fiducia, bici Guerciotti incluse. Per cui il programma adesso è di trovarci la prossima settimana per fare il punto e mettere giù un po’ di programmi. A dicembre faremo un primo ritiro, nella casa che abbiamo in affitto vicino Empoli. Ci sono 10 posti letto, abbiamo l’officina, abbiamo tutto, quindi siamo indipendenti per poter fare ritiri quando vogliamo. 

Da dove si parte?

Debutteremo alla Firenze-Empoli. Lo abbiamo sempre fatto, ma quest’anno avrà un valore particolare. Quest’anno più che mai, sarà la corsa di Renzo Maltinti.

Artuso, il futuro alla Bora, il cuore con Colbrelli e Milan

02.11.2022
6 min
Salva

Paolo Artuso ha cambiato numero. Ha restituito quello della Bahrain Victorious e in attesa di riceverne uno dalla Bora-Hansgrohe terrà buono quello di sempre. Il passaggio è avvenuto sotto traccia, perché di solito fa più notizia il mercato dei corridori, tuttavia non è passato inosservato il contratto triennale offerto al preparatore dal team tedesco, che si è già riunito fra Germania e Austria, per visite mediche e un team building a Soelden.

Paolo Artuso (classe 1984) è stato nel gruppo Bahrain sin dalla fondazione, quando c’era il gruppo Nibali
Paolo Artuso (classe 1984) è stato nel gruppo Bahrain sin dalla fondazione, quando c’era il gruppo Nibali

«Ogni tot anni è anche giusto cambiare – sorride Artuso – per avere stimoli diversi e crescere ancora. Ero in Bahrain da sei, praticamente dall’inizio e ho visto cambiare la filosofia della squadra. I primi tre anni c’era il gruppo di Nibali. Poi dal quarto anno è arrivato Rod Ellingworth con la McLaren e ha stravolto la squadra a livello di protocolli. Ha portato l’esperienza di Sky, però è rimasto solamente un anno. Per cui negli ultimi due abbiamo fatto una via di mezzo tra la filosofia iniziale della squadra e quella di Rod, prendendo quello che ci sembrava migliore».

E Bora?

Abbiamo fatto una chiacchierata e quello che mi hanno detto mi è piaciuto tanto. Il progetto che hanno soprattutto per le corse a tappe è importante. Hanno dei giovani molto forti. C’è Hindley, poi Konrad, Schachmann, Buchmann, Higuita, Cjan Uijtdebroeks che non so ancora come pronunciarlo. Poi c’è Vlasov, cioè… La squadra è veramente competitiva e c’è anche Aleotti, che non sappiamo ancora fin dove possa arrivare.

Fra i corridori di Artuso c’è anche Schachmann, reduce da un 2022 a corrente alternata
Fra i corridori di Artuso c’è anche Schachmann, reduce da un 2022 a corrente alternata
Perché hai deciso di accettare?

Mi hanno voluto fortemente e quando vai in un posto in cui ti vogliono così tanto, parti con il piede giusto. Il progetto è a lungo termine, il contratto triennale per un membro dello staff vuol dire fiducia e che a livello economico la squadra è stabile. Così ho deciso di fare il salto, passando dal Bahrain che ha una forte impronta italiana a un team totalmente tedesco. Ci sono degli italiani, ma la base non è latina e mi incuriosisce. 

Ti hanno già assegnato degli atleti da seguire?

Ne ho cinque. Buchmann, che ha fatto quarto al Tour del 2019. Poi Patrick Konrad, che secondo me è un corridore vincente perché tiene in salita ed è anche veloce (i due sono insieme nella foto di apertura, ndr). Schachmann, che arriva da un anno sfortunato, ma ha comunque vinto due volte la Parigi-Nizza. Quindi Sam Bennett, che vince le volate perché ci arriva più fresco e non è solo un velocista. Infine Jungels, che si è operato all’arteria iliaca e ha fatto una bella seconda parte di 2022 dopo la vittoria al Tour e nel palmares ha la Liegi.

Inizia dalla vittoria di Amilly alla Parigi-Nizza 2017 la scalata di Colbrelli al successo. Artuso c’era già
Inizia dalla vittoria di Amilly alla Parigi-Nizza 2017 la scalata di Colbrelli al successo. Artuso c’era già
Colbrelli smette e tu con Sonny hai lavorato tanto…

Abbiamo lavorato insieme sin da quando arrivò al Bahrain. Con lui ho dei bei ricordi, come la prima vittoria alla Parigi-Nizza nel 2017, la prima gara WorldTour della squadra. Ogni anno è cresciuto un po’, fino alla grande stagione 2021. Mi dispiace anche aver lasciato Matej Mohoric, che venne da noi al secondo anno di Bahrain e abbiamo subito instaurato un ottimo rapporto. Tra alti e bassi, insomma, anche con lui siamo riusciti ad azzeccarne qualcuna di buona. E poi c’è Caruso, che mi mancherà a livello umano. Mi mancheranno in tanti, anche Jonathan Milan che è un altro fenomeno.

Proprio Milan: secondo te può diventare un velocista fortissimo come ha detto Caruso?

Che sia forte, è forte. Di fatto è veloce, perché ha numeri fuori dal normale. Però c’è anche una base aerobica buona, come si è visto in Croazia. Quindi secondo me può fare il velocista e l’uomo da classiche. E’ ancora giovane, ha 22 anni ed è ancora tutto da scoprire. Ha già ottenuto tanti risultati. E’ campione del mondo e anche Olimpionico su pista. Su strada si è allenato poco eppure vince già. Dovrebbe lavorare di più e con maggiore continuità, rispetto a quella che ha avuto per vari problemi fisici.

Jonathan Milan non si allena ancora a pieno regime, eppure vince su pista e anche su strada
Jonathan Milan non si allena ancora a pieno regime, eppure vince su pista e anche su strada
Secondo te Colbrelli avrebbe fatto un altro anno alla grande?

Di sicuro ne aveva altri 2-3 al top. L’inverno scorso non è stato perfetto, fra i mille impegni. Però uno che ti vince così e che ha fatto una stagione del genere vuol dire che si era sbloccato e correva con un obiettivo chiaro, anche da parte della squadra. Non doveva più guadagnarsi il ruolo di capitano, avrebbe avuto un approccio completamente differente.

E Caruso?

Secondo me ha ancora i mezzi per andar forte. In ogni corsa cui ha partecipato è stato competitivo. Dall’Andalusia dove ha lavorato per Poels che ha vinto, alla Tirreno in cui ha fatto settimo in classifica, con il quinto posto nel tappone del Carpegna. Alla Sanremo ha lavorato e al Giro di Sicilia ha vinto due tappe e la classifica. Il Romandia era un obiettivo, ma ha avuto problemi con la catena nell’arrivo in salita, ha perso tempo e alla fine è arrivato sesto a 50″ dal podio. Al Delfinato ha fatto quarto e dal Tour se ne è andato con il Covid. Secondo me ha fatto una signora stagione.

Il 2022 di Caruso è partito bene, ma il Tour non è stato il suo miglior passaggio anche per problemi di salute
Il 2022 di Caruso è partito bene, ma il Tour non è stato il suo miglior passaggio anche per problemi di salute
Quando il preparatore cambia squadra, lascia le consegne a chi rimane?

Al Bahrain, come pure alla Bora, si utilizza la piattaforma Today’s Plan. I file di allenamento sono dei corridori e restano a loro. Per il resto, ci sono due account sullo stesso server. Di conseguenza, nel momento in cui vai via, i file rimangono dove sono, semplicemente io non ho più accesso alla piattaforma. I file di allenamento li ho sempre visti come un veicolo per fare meno errori e programmare la preparazione. Il test vero e proprio andrebbe fatto in laboratorio in ambiente controllato e con lo stesso ergometro. I test che usiamo di solito servono per calibrare i ritmi di allenamento, capire dove l’atleta è più carente, dove lavorare. Mi resta il bagaglio di esperienza. E tutto il lavoro che devo cominciare a fare con i miei nuovi atleti.

Francesco Chicchi: parola d’ordine direttore sportivo

02.11.2022
5 min
Salva

Francesco Chicchi torna in ammiraglia e al tempo stesso si affaccia anche dalle fettucce del ciclocross. Il caldo autunno 2023 ha portato grosse novità per l’ex velocista toscano. La parola d’ordine per Francesco infatti è direttore sportivo. Diesse della #inEmiliaRomagna e dei giovani ragazzi della Michele Bartoli Academy nel ciclocross.

E proprio in questo contesto abbiamo incontrato Francesco. A Follonica, in occasione della quarta tappa del Giro d’Italia Ciclocross, il toscano faceva la spola fra il loro stand e le fettucce del campo di gara.

La chiamata di Bartoli

Un velocista nel ciclocross è una cosa strana. «Mi ha chiamato Michele – racconta Chicchi – e non potevo dire di no. Ho un rapporto particolare con la famiglia Bartoli, anche con Mauro e con lo stesso con Roberto Cecchi. C’era la voglia di tornare a lavorare con i ragazzi.

«Non siamo qui per vincere a tutti i costi, ma per dare una linea di comportamento. Nella riunione di poco fa (erano tutti a raccolti e i toni erano seri, ndr) li stavamo riprendendo. Riprendendo sull’impegno e la serietà.

«Per esempio, la volta scorsa c’era chi aveva dimenticato il casco sul furgone, chi si era presentato con la maglia lunga… Non va bene. E’ giusto che imparino a gestire queste cose. Se ci sono degli sponsor che forniscono materiali nuovi, questi vanno rispettati».

La #inEmiliaRomagna è nata nel 2018, dalla prossima stagione sarà una continental (foto di Massimo Fulgenzi)
La #inEmiliaRomagna è nata nel 2018, dalla prossima stagione sarà una continental (foto di Massimo Fulgenzi)

E la chiamata di Coppolillo

E questo modus operandi Chicchi è pronto ad esportarlo anche con i più maturi ragazzi della #inEmiliaRomagna. Si tratta di un avventura grossa, importante, tantopiù che la squadra ha un progetto a lungo termine. E’ diventata continental e il processo di crescita potrebbe nel tempo non fermasi lì. In ballo ci sono sponsor tecnici importanti e una spinta che ha nome e cognome: Davide Cassani

«La prima chiamata me la fece Michele Coppolillo, per sondare il terreno – racconta Chicchi – poi è arrivata la telefonata di Davide. E quando chiama lui… Davide mi ha spiegato che avevano l’esigenza di un altro direttore sportivo. Che volevano crescere facendo un passo per volta, ma nel modo giusto».

Ma da quel che abbiamo captato, avevano bisogno soprattutto di un direttore sportivo più giovane, di un ragazzo che non avesse smesso di correre da troppo tempo. Un direttore sportivo che in qualche modo avesse saggiato gli ultimi scampoli del gruppo moderno e del ciclismo attuale. Che sapesse destreggiarsi bene anche all’estero. Modi di correre, allenamenti, utilizzo dei nuovi strumenti.

«In effetti i ragazzi della #InEmiliaRomagna – dice Chicchi – mi vedono ancora come un ex corridore. Uscire con loro in bici è importante. E’ un altro parlare. Si aprono, quando fanno fatica ti raccontano tutto. Vorrei riuscire a trasmettere loro certe dinamiche di corsa, la serietà, la cattiveria agonistica».

Passato pro’ nella Fassa Bortolo nel 2003, Chicchi ha corso fino al 2016 con l’Androni. Vanta oltre 40 vittorie
Passato pro’ nella Fassa Bortolo nel 2003, Chicchi ha corso fino al 2016 con l’Androni. Vanta oltre 40 vittorie

Esperienze personali

E su questo ultimo punto Chicchi racconta un aneddoto che la dice lunga di come si possa imparare dai propri errori. E trasmetterlo agli altri.

«Io andavo forte – racconta Chicchi – ma spesso anche quando facevo secondo o terzo in volata ero contento lo stesso, non ero arrabbiato o famelico. Cipollini me lo diceva sempre: “Devi essere più cattivo in certe situazioni”».

Ed è da questi patrimoni tecnici ed etici che Chicchi potrà trovare il grimaldello per entrare nella testa dei ragazzi.

Francesco non vede l’ora d’iniziare. Intanto si gode i “bimbi” del cross. Anche questo serve. Ed è già entrato nella parte. Saranno le influenze di Mauro Bartoli che segue correndo i suoi giovani atleti e gli infonde una grinta senza pari, che anche Chicchi è attaccato alle fettucce.

Con la #inEmiliaRomagna non sarà alle fettucce ma in ammiraglia. Ammiraglia che condividerà con Coppolillo. Anche se l’attività principale sarà unica.

«Avremmo una dozzina di ragazzi – dice Chicchi – e sì, l’idea è di fare un’attività sola, ma fatta bene. In questo modo i ragazzi potranno programmare la loro stagione e i loro impegni e non correre tutte le domeniche. Chiaro che quando andremo a fare la Coppi e Bartali della situazione, magari nel weekend i più giovani faranno altre corse più piccole.  Ma posso garantire che faremo un ottimo calendario, anche internazionale. Abbiamo uno sponsor spagnolo e saremo spesso presenti in Spagna.

«E poi vedo che si lavora con serietà. C’è un bravo preparatore come Alessandro Malaguti. Lui insiste anche sul discorso della crono. Montefiori per esempio ha fatto dei test sulla posizione».

Il toscano (classe 1980) è già stato diesse dalla Dimension Data, poi è passato a Rcs
Il toscano (classe 1980) è già stato diesse dalla Dimension Data, poi è passato a Rcs

Entusiasmo e serietà

«Con i più piccoli del cross – racconta con entusiasmo – ci si trova una volta a settimana per l’allenamento tecnico. Io non ho grande esperienza in questa disciplina, ma sto imparando e un direttore sportivo esterno era quel che serviva per dare un po’ di ordine. La tecnica è importante e non è facile curarla perché vengono da diverse parti d’Italia, ma tutti hanno la loro tabellina di allenamento».

Chicchi però sa bene che con i grandi della #inEmiliaRomagna sarà tutt’altra storia… E per questo non vede l’ora di cominciare anche di là.

«Per ora ci siamo già visti una volta – conclude l’iridato U23 del 2002 – e inizieremo a lavorare bene in inverno. Intanto sono qui finché ci sarà il cross. In ogni caso tornare in ammiraglia su strada è un impegno serio e per questo credo proprio che non continuerò con Rcs. Forse seguirò il primo evento all’UAE Tour, ma vedremo. I ragazzi prima di tutto. E’ un bel progetto, ci crediamo molto».

La scalata è finita, Arkea-Samsic nel WorldTour

02.11.2022
4 min
Salva

«Arriviamo al World Tour – dice Emmanuel Hubert, manager della Arkea – perché siamo riusciti a prendere punti ottimizzando il calendario per tre anni. Non è servito fare chissà quali calcoli, anche se abbiamo perso 400 punti con la squalifica di Nairo Quintana dal Tour e con Bouhanni che non ha più corso da aprile».

Emmanuel Hubert, classe 1970, è stato corridore dal 1994 al 1997 (foto Arkea-Samsic)
Emmanuel Hubert, classe 1970, è stato corridore dal 1994 al 1997 (foto Arkea-Samsic)

Ricorso e wild card

Anche se la Israel-Premier Tech ha presentato ricorso, dal prossimo anno il team israeliano e la Lotto-Soudal correranno tra le professional. L’amministratore delegato dello sponsor Dstny, che prenderà il posto di Soudal, ha candidamente ammesso che se al momento della firma avesse saputo del rischio di retrocedere, si sarebbe certamente ritirato. Fortunatamente per il 2023 i due team avranno le wild card per un’attività di primo piano, ma non potranno tornare nel WorldTour prima del 2026. Ovviamente a patto che il ranking maturato nel prossimo triennio glielo consenta.

Lavoro di tre anni

A salire nel WorldTour, oltre alla Alpecin-Deceuninck, sarà la Arkea-Samsic che per l’occasione dovrebbe salire su biciclette Bianchi e, come ha ammesso lo stesso Hubert, ha trascorso gli ultimi tre anni inseguendo questo traguardo.

«E’ la ricompensa di tre anni di lavoro – ha detto l’orgoglioso manager bretone a Le Telegramme – l’obiettivo prefissato è stato raggiunto. E’ una tappa, come per un corridore che diventa professionista, lo scopo del gioco non è raggiungere questo livello ma mantenerlo. Essere nel WorldTour ci dà la certezza di partecipare alle più grandi gare del calendario mondiale e ai tre grandi Giri per il prossimo triennio. Cosa che a mio avviso diventerà sempre più complicato per chi corre nelle professional. Tutto questo ci porterà serenità e visibilità. E ci rende anche più attraenti per gli sponsor».

Nonostante tutto, Quintana ha portato parecchi punti alla Arkea. Qui vince a Montagne de la Lure: il Provence è suo
Nonostante tutto, Quintana ha portato parecchi punti alla Arkea. Qui vince a Montagne de la Lure: il Provence è suo

Pagina voltata

I 400 punti persi con la squalifica di Quintana dal Tour per la positività al Tramadol rischiavano di pesare tanto in termini di classifica, ma di certo sono stati un bel peso sul piano dell’immagine.

«L’ho vissuto male – ha spiegato Hubert – è stato come un colpo in testa. Il giorno dell’annuncio, mi sono trovato di fronte al fatto compiuto. Gli ho chiesto spiegazioni. Ero molto arrabbiato e lui mi ha assicurato che non aveva preso nulla. Da allora si è difeso davanti al Tas. Ha diritto alla presunzione di innocenza, ma non siamo più vincolati contrattualmente. La pagina Quintana è voltata. Per esistere ad alto livello, devi avere dei grandi nomi e tutti i corridori che sono stati con noi hanno contribuito alla costruzione del team. Ma il futuro ora appartiene ai ragazzi che abbiamo cresciuto, alla nuova generazione».

Cambio tecnico

La promozione ha portato con sé anche qualche assestamento nei quadri tecnici. Theo Ouvrard, performance manager del team che ha gestito il progetto WorldTour, è stato messo a capo dell’area tecnica. E Yvon Ledanois, che occupava quella posizione, non l’ha presa bene e non farà più parte del gruppo. Per cui il team è in cerca di un direttore sportivo, ma non ha voluto rimpiazzare Quintana.

«Non abbiamo ritenuto opportuno farlo – ha detto Hubert – ero in contatto con Guillaume Martin e Romain Bardet, ma non sembravano interessati. Infatti hanno deciso di prolungare il contratto nelle loro squadre. Perciò abbiamo deciso di dare fiducia ai nostri corridori. Kevin Vauquelin è uno dei migliori corridori francesi di domani, mentre Mathis Louvel potrebbe diventare come Laporte. Senza dimenticare Barguil, Hofstetter e Bouhanni che hanno corso molto poco. Non dimentichiamo che pur senza i punti di Quintana al Tour, ne abbiamo 1.000 in più della Lotto-Soudal. Abbiamo sei corridori tra i primi 100 al mondo. E anche questo non è niente male».

Vergallito come Vine? Con Zwift per coronare un sogno

01.11.2022
5 min
Salva

Jay Vine ha fatto scuola. La favola dell’australiano, emerso grazie alla piattaforma virtuale Zwift fino a essere ingaggiato dall’Alpecin Deceuninck ed emergere nel 2022 con due successi alla Vuelta come ciliegina sulla torta, ha spinto tantissimi altri appassionati a tentare la sorte attraverso rulli e app, per impressionare i team manager. C’è riuscito ad esempio Michael Vink, neozelandese già con un buon passato nel ciclismo (è stato anche campione nazionale) ma che ha trovato ingaggio all’Uae Team Emirates grazie alle sue prestazioni registrate dalla piattaforma MyWhoosh. E ci vuole provare anche Luca Vergallito.

Per presentarlo, bisogna partire da un antefatto: la storia di Vine ha talmente impressionato che Alpecin e Zwift hanno deciso di “istituzionalizzarla”, nel senso che è stato indetto un concorso con un contratto all’Alpecin Deceuninck per premio (e uno alla Canyon Sram per le ragazze). Si sono iscritti oltre 160 mila appassionati da ogni singolo angolo del mondo, ora sono rimasti in 5. E Vergallito c’è…

I finalisti della Zwift Academy: fra le donne c’è anche Chiara Doni, brianzola impegnata nel campo medico
I finalisti della Zwift Academy: fra le donne c’è anche Chiara Doni, brianzola impegnata nel campo medico

Un passato da ciclista

Venticinquenne milanese, anche Vergallito ha un passato ciclistico, che appare però piuttosto lontano: «Io ho iniziato a pedalare da ragazzino per stare con la mia famiglia. Facevamo lunghe passeggiate ed era divertente, ma non pensavo all’agonismo anche perché mi dedicavo più all’atletica e al triathlon, la bici mi serviva quel tanto che bastava per lo sport multidisciplinare. Che però richiedeva tempo e applicazione e sinceramente a un certo punto mi aveva un po’ stancato. Così mi dedicai solamente al ciclismo».

Che categoria eri?

Ero già junior, feci un anno e mezzo col Team Giorgi. Poi passai under 23 con la Named Sport Kemo e l’Overall, ma non ottenevo risultati, non risaltavo, nel frattempo mi concentravo sempre di più nello studio, così non andai più avanti. Ero iscritto a Scienze Motorie, ma la bici non l’avevo mollata, mi piaceva allenarmi e oltretutto mi interessava anche dal punto di vista dello studio perché già allora ero intenzionato ad intraprendere la carriera di preparatore.

L’avatar di Vergallito in gara con Zwift durante uno dei test stabiliti per il concorso
L’avatar di Vergallito in gara con Zwift durante uno dei test stabiliti per il concorso
Agonisticamente non hai fatto più nulla?

Dal 2017 no, ma poi durante la pandemia ho visto che era scoppiata la moda della bicicletta e anch’io ho rispolverato la mia, ho ricominciato ad applicarmi un po’ di più proprio perché c’era questa gran voglia di uscire in un contesto così diverso. Ho iniziato amatorialmente e allora ho pensato di iscrivermi a qualche Granfondo. I risultati sono subito arrivati, ma nel contempo pedalavo anche in casa, allenandomi con Zwift.

Nelle gran fondo come sei andato?

Mi sono tesserato per il team Om.Cc conquistando per due anni di seguito la GF Sestriere-Colle delle Finestre. Ho vinto lo scorso anno la Fausto Coppi e la Re Stelvio, quest’anno ho trionfato anche alla GF di New York e recentemente nel medio della Tre Valli Varesine. Tutto ciò mi è servito anche per il concorso, ma mi rendo conto che rispetto a molti altri amatori sono avvantaggiato avendo più tempo per allenarmi: chi ha un lavoro fisso deve ritagliarsi gli spazi e non è semplice. Io invece ho spesso la mattina libera ed è ideale per allenarsi, quasi fossi davvero un professionista.

Vergallito primeggia nella Tre Valli Varesine 2022. Il milanese ha 25 anni e ha vinto anche a New York
Vergallito primeggia nella Tre Valli Varesine 2022. Il milanese ha 25 anni e ha vinto anche a New York
Dicevi che ti è servito per il concorso: in che misura?

La formula del concorso è abbastanza semplice: intanto chiunque può iscriversi ed io ero abbastanza incuriosito, quindi ho pensato di provarci. L’app registra i risultati di ognuno attraverso una serie di allenamenti programmati: 4 dove viene richiesto il massimo impegno, 6 con sforzo non massimale. Poi i coach procedono a una prima scrematura sulla base dei risultati migliori. I candidati che rimangono (e sono già molto pochi) vengono contattati. Viene richiesto l’invio di materiale, dal proprio curriculum (e qui mi sono serviti i risultati nelle Granfondo, oltre al mio passato agonistico giovanile perché faceva punteggio a prescindere dai risultati) ad alcuni dati di allenamento. A quel punto ne sono rimasti 16 per sesso, poi si è proceduto a un’ulteriore scrematura e siamo rimasti in 5.

Zwift quanto lo usi?

Molto d’inverno, poi meno. Chiaramente in caso di brutto tempo o per chi lavora è una gran comodità, ha un che di attraente, permette di fare allenamenti intensi anche in casa. Quando il tempo è bello però la voglia di uscire e andare in bici è più forte.

La premiazione della GF di Sestriere 2021. Quest’anno il lombardo ha fatto il bis
La premiazione della GF di Sestriere 2021. Quest’anno il lombardo ha fatto il bis
Conoscevi la Zwift Academy?

Ne avevo già sentito parlare lo scorso anno ma non mi ero applicato in maniera particolare. Poi sono stato convocato nel Team Italy, ho fatto qualche manifestazione virtuale, l’idea mi è piaciuta e mi ci sono dedicato più assiduamente.

Conoscevi la storia di Jay Vine?

Sì e mi piace tantissimo, lo ammiro molto e lo seguo, spero molto di incontrarlo in occasione della finale.

Jay Vine in trionfo per due volte alla Vuelta di Spagna. L’Alpecin lo ha riconfermato per il 2023
Jay Vine in trionfo per due volte alla Vuelta di Spagna. L’Alpecin lo ha riconfermato per il 2023
Ecco, parlaci di quel che ora avverrà all’interno del concorso…

Andremo al primo ritiro dell’Alpecin, durerà una settimana. Avremo un paio di giorni di ambientamento, anche per conoscere i ragazzi e la struttura, poi ci saranno giornate con prove alternate su Zwift e su strada, allenandoci anche con i pro’. Alla fine i dirigenti del team esamineranno quanto fatto e decideranno a chi dei 5 finalisti offrire il contratto, non so se nella squadra principale o quella Development. Non verrà comunicato subito all’interessato, credo che ci sarà una comunicazione ufficiale anche perché il concorso è seguito molto mediaticamente attraverso video e tappe ufficiali, quindi non so ancora bene come sarà il finale.

Speri di esserci, ossia di essere tu il prescelto?

A questo punto sì, ma non mi faccio domande su chi dovrò affrontare, guardo a me stesso, a far bene le mie cose. Diciamo che mi piacerebbe per riannodare le fila con il mio passato.

Nieri: «La Qhubeka ridiventa una vera development»

01.11.2022
5 min
Salva

«Come l’anno scorso avevo detto che era una perdita non avere più il team Qhubeka dei pro’, adesso che è tornato dico che sarà un guadagno», Daniele Nieri direttore sportivo del Team Qhubeka commenta così il ritorno della prima squadra.

Douglas Ryder, ex team manager della Qhubeka WT, torna in pista con la Q36.5, una professional. La squadra avrà sede in Svizzera, un’anima sudafricana e un grande apporto italiano, tra cui quello di Vincenzo Nibali. Tra le due squadre, la professional e la continental, pertanto ci sarà un certo contatto, proprio come avviene con le WorldTour e i rispettivi team development.

Daniele Nieri (classe 1986) è in ammiraglia già dal 2018
Daniele Nieri (classe 1986) è in ammiraglia già dal 2018

Development sul serio

E infatti Nieri è molto chiaro: «Si ritorna development nel vero senso della parola. L’anno scorso avevo detto che la perdita della Qhubeka ci avrebbe dato qualche limite in termini di calendario e di possibilità per i ragazzi. Ma al tempo stesso avrebbe aumentato la visibilità mediatica su di noi. Quest’anno è il contrario».

Dal punto di vista tecnico e pratico quindi la squadra dei giovani ci guadagna. Sapere di avere un punto di appoggio “in alto”, nel professionismo, vuol dire molto.

«Oltre al calendario superiore che andremo a fare, i ragazzi qualora lo meriteranno, potranno fare delle esperienze con la prima squadra e perché no, passare con loro nella stagione successiva.

«A gennaio faremo il ritiro in Spagna tutti insieme. Non sappiamo ancora le date di preciso ma staremo insieme. Sarà un’ottima occasione di crescita».

Nicolò Parisini (in foto) si è ben distinto in stagione
Nicolò Parisini (in foto) si è ben distinto in stagione

(Quasi) dodici

L’organico definitivo della Qhubeka sarà comunicato tra qualche giorno, ma Nieri ci anticipa che i ragazzi dovrebbero essere dodici, due sono ancora in ballo. Rispetto alla passata stagione c’è un grande rinnovamento e un certo ringiovanimento della rosa. Il prossimo anno ci saranno solo due atleti di quarto anno.

«E ne restano solo quattro di quelli in rosa nel 2022 – dice Nieri – tra questi Raffaele Mosca».

Ma in arrivo ci sono anche tre ragazzi italiani, uno svizzero e cinque ragazzi africani provenienti da un po’ tutto il Continente.

«Con i ragazzi africani non ho avuto molte possibilità di parlare personalmente, ma ci siamo scambiati dei messaggi. Però con due di loro, qualche confronto in più c’è stato. E ci ha parlato soprattutto Kevin Campbell (uno dei manager del team, ndr) che li ha diretti all’Avenir. In Francia hanno corso con il team dell’Uci e a dargli supporto tecnico, staff e mezzi, eravamo noi».

Qui il Tour du Rwanda. Il livello delle corse esotiche, tra cui quelle africane, sta crescendo nettamente
Qui il Tour du Rwanda. Il livello delle corse esotiche, tra cui quelle africane, sta crescendo nettamente

Calendario mondiale

Daniele Nieri ha parlato di un calendario più importante. Gare U23 ma anche esperienze con la professional e corse all’estero. Nel ciclismo che si espande a livello mondiale un progetto simile non può esimersi dal fare determinate esperienze.

E poi basta pensare che nel 2025 i mondiali si disputeranno in Rwanda… Bisogna insistere.

«Faremo di certo anche noi delle corse in Africa – spiega Nieri – e le faremo sia noi che la professional. Rwanda e Amissa Bongo ormai sono corse vere, ci vanno le squadre buone, ci sono in ballo punti Uci. E sì: ci vogliamo andare».

Le prime uscite, soprattutto con ragazzi africani di primo anno, non sono semplici da gestire (foto Instagram)
Le prime uscite, soprattutto con ragazzi africani di primo anno, non sono semplici da gestire (foto Instagram)

Solidaretà totale

Lavorare con ragazzi che arrivano da Paesi lontani, con culture sportive (e non solo sportive) molto diverse dalle nostre non è facile. E non lo è anche nel concreto. Magari in allenamento, specie nei primi mesi, Nieri e il suo collega Simone Antonini, si ritrovano corridori che hanno parecchia differenza tra di loro, specie con gli atleti di primo anno. Coordinarsi non è facile. Non è così scontato trovare una certa coralità in tempi brevi.

«Chiaro che cerchiamo di prendere chi va più forte – spiega Nieri – ma prima di far firmare un ragazzo non valutiamo solo i dati, ma andiamo a vedere anche la persona. 

«Per quanto riguarda l’integrazione è un bel lavoro. Per un ragazzo dei nostri stare con loro non è facile. I ragazzi africani sono bravissimi, gli darei un polmone se ce ne fosse il bisogno, ma certe differenze sono evidenti. Differenze anche culturali: l’uso dei social, del telefonino, dell’alimentazione, usare GoogleMap… In questo caso mi danno una grossa mano i ragazzi italiani».

«Dico loro di stargli vicino, di aiutarli nella vita quotidiana. Devono essere bravi a capire tutto ciò. In questi anni ho avuto un ragazzo che non è stato bravo… di più. Ed è Luca Coati. Una spanna sopra a tutti. Luca ha svolto un grande lavoro.

«E tra tutti si è stabilito un così bel rapporto che Tesfatsion, per esempio, nonostante abbia cambiato squadra ha preso casa vicino a me. Ed Henok Mulubrhan scherzando Coati lo chiama “Amore”! Fuori dalla bici gli si deve dare una mano e in gara li si deve aiutare a leggere la corsa».

Petacchi su Cavendish: «Giusto puntare su Jakobsen»

01.11.2022
5 min
Salva

Per Petacchi non ci sono dubbi, Cavendish è ancora un campione e chi lo dava per finito tre anni fa sbagliava di grosso. La partecipazione al Tour de France 2021 è stato un colpo di fortuna che però il britannico ha saputo sfruttare, conquistandosi il record e azzittendo parecchie persone. La sua assenza di quest’anno alla Grande Boucle è stata secondo Alejet più che giusta, mettendosi nei panni di Patrick Lefevere, ha compreso lo spazio dato al ben pagato e giovane Fabio Jakobsen

Con un 2023 fuori dall’orbita della futura Soudal-Quick Step, il bivio sul cosa fare al termine della prossima stagione sembra avvicinarsi sempre di più. Petacchi ha visto un modo totalmente diverso di interpretare le volate «Parte prima e ci prova, una volta aspettava fino all’ultimo». Se si vuole leggere tra le righe questo modus operandi di Cannonball ha tutta l’aria di essere oltre che un adattamento al fisico, un atteggiamento di chi sa che di occasioni ce ne saranno sempre meno

Alessandro Petacchi e Mark Cavendish hanno condiviso duelli e volate per anni, da compagni e avversari
Alessandro Petacchi e Mark Cavendish hanno condiviso duelli e volate per anni, da compagni e avversari
Che 2021 è stato per il tuo ex rivale Mark Cavendish?

L’anno scorso è andato al Tour perché si era ammalato Sam Bennett. La Quick Step aveva fatto questa scelta. Era stato preso dopo un 2020 in cui sembrava dovesse smettere di correre. Ha trovato questo accordo con Lefevere e secondo me ha fatto la scelta migliore. Finche è girato tutto bene. Ha avuto un 2021 motivato dove è riuscito a raccogliere grandi risultati. Si è fatto trovare pronto in buona forma e ha fatto un’ottima corsa.

Le motivazioni non gli mancavano…

E’ chiaro che lui andasse alla ricerca del record di vittorie però fondamentalmente la decisione di Lefevere si è basata su altre motivazioni e non era quello che gli interessava.

Come commenti la sua assenza al Tour di quest’anno?

Giustamente credo che una squadra che investe su un giovane che paga parecchio come Fabio Jakobsen abbia la priorità di spingerlo al massimo. Purtroppo è una ruota che gira ed è toccato a Mark rimanere a casa. Poi non so se siano lasciati in brutti rapporti o se sia stata una scelta sua o della squadra di non riconfermarlo.

L’unica vittoria di Mark Cavendish al Giro d’Italia 2022
L’unica vittoria di Mark Cavendish al Giro d’Italia 2022
Nel 2023 lo vedi ancora al Tour?

Forse vuole fare un anno per chiudere al Tour che ci può stare, perché è la gara che gli ha dato di più ed è forse probabile che finisca lì. Tutto può succedere, se dovesse andarci può voler dire anche vincere ancora. Chiaro è che oggigiorno la squadra conta molto. Il fatto di essersene andato può essere uno svantaggio in più. 

A livello mentale può averlo penalizzato il non essere presente alla Gran Boucle?

Lui spesso si fa un po’ condizionare da queste situazioni che lo demoralizzano. E magari non ha avuto la motivazione giusta per allenarsi in alcuni frangenti della stagione. E’ vero che ha vinto la metà delle corse, ma bisogna contare che nel 2021 ha vinto quattro tappe al Tour. 

Dopo un 2021 dove aveva messo a tacere ogni critica, il 2022 ha convinto di meno…

Quest’anno ha vinto cinque gare e una sola tappa al Giro d’Italia e sinceramente mi aspettavo facesse di più per come era partito. C’è da dire che è stato bravo a finirlo. L’ho incontrato al termine di una tappa e mi disse che era un Giro duro e che andavano fortissimo. Tutto sommato ha dato prova di saper resistere ancora. Era già in procinto di smettere, ma ha vinto quattro tappe al Tour e una maglia verde che lo hanno rivitalizzato. Dovrà capire cosa fare. 

Un altra poderosa vittoria di Cavendish alla Milano-Torino 2022
Un altra poderosa vittoria di Cavendish alla Milano-Torino 2022
Fisicamente come lo hai visto quest’anno?

Lo davano per finito tre anni fa, poi abbiamo visto tutti cosa è stato in grado di fare. A mio avviso quest’anno stava bene fisicamente. Ha fatto un anno più o meno sulla falsariga di quelli precedenti al 2021 in cui ha avuto qualche difficoltà più mentale.

Tu che lo hai affrontato al massimo della sua condizione, hai notato differenze nel suo modo di interpretare le volate?

Sì, addirittura mi è sembrato che partisse molto prima rispetto ai suoi standard. Una volta aspettava tanto. Invece ora magari parte anche lungo rischiando di essere rimontato. Però giustamente meglio farla e magari perderla piuttosto che non riuscire nemmeno a disputarla perché hai aspettato troppo e sei rimasto chiuso. Da quel punto di vista mi ha sorpreso. Anche nella prima tappa del Giro che ha vinto era partito lungo e ci è riuscito. Poi ci ha riprovato in qualche altra occasione ed è stato rimontato.

Nel 2014 il treno di Mark aveva un Alejet d’eccezione che tirava le volate
Nel 2014 il treno di Mark aveva un Alejet d’eccezione che tirava le volate
Pensi che sia dovuto anche ad una perdita di esplosività dovuta all’età?

Con l’età si diventa più resistenti e magari un velocista può perdere un po’ di spunto. Però diciamo che un mese di brillantezza durante l’anno lo si può trovare. Se lo trovi nel periodo giusto, si può vincere tanto. Magari vinci meno durante l’anno perché quella condizione non è sostenibile troppo a lungo. Se sei abbastanza giovane è più facile e bisogna stare anche più attenti a dosarsi. A questa età che si hanno alti e bassi, si può puntare a tornare ai massimi livelli anche per un breve periodo. 

Guai a definirlo “finito” un’altra volta…

Non posso e non dirò mai che un corridore è finito. Io avrei corso un altro anno. Quindi nella squadra giusta e con il ruolo giusto, si può fare di tutto. Io potevo anche mettermi a tirare le volate perché come caratteristiche era un ruolo che potevo fare. Lui no e secondo me è una cosa che sicuramente non farà mai, vorrà sempre correre da leader. Però è chiaro che se si accorgerà che non riesce a centrare nemmeno una volata, anche lui lo capirà. 

Primo novembre, la grande sfida del Koppenberg

01.11.2022
6 min
Salva

E’ il primo novembre e alle 15,30 si corre in Belgio, nella zona di Oudenaarde, il Koppenbergcross: una delle classiche più importanti, relativamente giovane dato che il debutto è datato 1988, che si svolge intorno al muro più ostico del Fiandre. Il mitico Koppenberg, appunto. E’ l’apertura belga del cross, più o meno come l’Omloop Het Nieuwsblad inaugura la stagione delle classiche del pavé su strada. A seguirla nei panni di manager della Baloise-Trek ci sarà anche quest’anno Sven Nys, che quella gara l’ha vinta per 9 volte. E che ha raccontato alla stampa le sue sensazioni di tecnico e di padre alla vigilia della corsa. In gara ci sarà infatti anche suo figlio Thibau, fresco acquisto della Trek-Segafredo.

«Per me – racconta – è sempre stata una delle gare più importanti dell’anno. Dovevi scalare l’intero Koppenberg. Poi c’era la lunga discesa in cui dovevi resistere e si arrivava in pianura. Per vincere, l’attacco doveva essere tempestivo e dovevi anche essere tecnicamente il migliore in discesa. Quella era la cosa più spettacolare del Koppenberg. Ora è completamente diverso perché l’arrivo è in cima alla salita. Tatticamente è completamente diverso e mi dispiace. Penso che a tanti corridori e al pubblico piacesse il vecchio percorso, ma capisco che quel prato non si può più usare. Ora lo spettacolo è vedere i corridori in salita. E anche questo ha il suo fascino».

Oggi Nys gestisce la sua Academy di ciclocross ed è team manager della Baloise-Trek (foto Facebook)
Oggi Nys gestisce la sua Academy di ciclocross ed è team manager della Baloise-Trek (foto Facebook)

Arrivo in salita

Cambia il profilo del vincitore, secondo un orientamento che fa molto discutere nel cross europeo, che si sta spostando verso gare più veloci e meno tecniche, con meno ostacoli, avvicinando il profilo del crossista a quello del corridore su strada.

«Oggi per vincere – conferma – serve avere un grande motore. Questo è il primo requisito, ma devi anche essere tecnicamente bravo e saper pedalare sul pavé con la giusta pressione delle gomme. Non è così ovvio. Soprattutto se è piovuto, cosa che oggi non accadrà. La sfida quindi è tenere la maggior velocità possibile con la minor pressione delle gomme. Su quelle pietre spesso si ha la sensazione che il tubolare arrivi a battere sul cerchio e il limite è proprio quello di non forare, anche se una volta sono arrivato al traguardo con una gomma a terra e ho vinto lo stesso. Quando c’è fango, corri sempre con le gomme a bassa pressione per avere trazione e insieme abbastanza aderenza in curva e comfort. E’ un percorso super complicato. Devi mettere insieme esplosività, forza e resistenza».

Un certo Van Aert

Le ultime tre edizioni le ha vinte Iserbyt e prima di lui si segnala la tripletta di Van Aert (2014-2016). Lo score di Nys è impressionante, dato che sette delle sue nove vittorie le ha ottenute consecutivamente (2004-2010).

«Il Koppenberg per me – dice – era la prima classica dell’anno. Sapevano tutti dove avrei attaccato, cioè nell’ultima parte della salita. Quando poi questo ha smesso di essere un mistero e tutti se lo aspettavano, per me è cominciata la pressione, ma sono stato in grado di gestirla bene, soprattutto nell’ultima parte della mia carriera. E’ una sensazione fantastica essere fra i migliori in gara e poter decidere dove attaccare. Su quel percorso ho sfidato tutte le generazioni: da Groenendaal a Wellens, Stybar, Lars Boom e nel 2014 ho dovuto lottare anche con Van Aert, che mi ha battuto allo sprint.

«La prima volta che mi sono confrontato davvero con lui, ho subito avuto la sensazione che non fosse uno qualunque. In cima alla salita avevo attaccato come al solito, ma lui non si è staccato! Fu il primo a seguirmi lì e poi è arrivato lo sprint. Abbiamo svoltato sulla strada verso il traguardo e all’improvviso si è trovato in mezzo Jan Denuwelaere, che era doppiato. Non sono riuscito a sprintare, ma non avrei vinto lo stesso».

Test per Namur

Sull’importanza di Koppenberg per il resto della stagione, il discorso è molto semplice. Il pubblico del cross aspetta i suoi corridori da tutta l’estate. In base a quanto pubblico ci sarà sul muro, si capirà l’andamento della stagione. Anche se ormai i grossi calibri stanno alla larga e scenderanno in gara da dicembre. La sfida di Oudenaarde sarà anche un bel test in vista degli europei di Namur.

«Il Koppenberg sono pietre e un prato – conferma – Namur invece è piena di pietre. Quando il Koppenberg è bagnato, si affonda fino alle caviglie. Il resto dell’anno ci sono mucche su quel prato. A Namur anche se è bagnato, hai una superficie dura su cui sviluppare velocità. Ma la possibilità di forare è molto superiore. Quest’anno si aggiunge il problema del caldo, che non rende facile Koppenberg. Non è un percorso scorrevole, ma davvero un prato non curato. Quindi la bici oscilla da sinistra a destra. I corridori preferirebbero un prato più paludoso per avere una guida più stabile».

Nys ha vinto il Koppenbergcross per 9 volte: 7 consecutive (2004-2010) e poi nel 2012, nella foto
Nys ha vinto il Koppenbergcross per 9 volte: 7 consecutive (2004-2010) e poi nel 2012, nella foto

Il Koppenbergcross sarà trasmesso in diretta da Eurosport 1 con il commento di Ilenia Lazzaro e Fabio Panchetti, a partire dalle 13,40. Dopo le prove del mattino dedicate agli juniores e gli under 23, il programma prevede la gara delle donne elite alle 13,45 e quella degli uomini elite alle 15.