La Drone Hopper si ferma. Chi pensa a questi sei?

26.11.2022
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Le speranze della Drone Hopper di restare professional si sono librate in aria e sono sparite. Il main sponsor spagnolo non ha più eliche per tenere in volo la formazione italiana. L’impegno economico che si era assunto la start-up per le prossime annate non può più a garantirlo. Ormai a questo punto servirebbe un miracolo, ma per quanto Gianni Savio negli anni ci abbia abituato ad operazioni straordinarie, stavolta non sarà così.

Benché non ci sia ancora nulla di ufficiale, le voci dicono che il suo team dovrebbe prendere la licenza continental facendo una “fusione” con una formazione colombiana. La prima conseguenza di questa unione sarà la riduzione del roster. Lo slot di posti per i corridori italiani è praticamente assicurato soltanto a Benedetti (che aveva un biennale in tasca) e a Ciuccarelli (neo pro’ nel 2023). Di Chirico abbiamo parlato un mese fa, Mattia Bais è appena stato annunciato dalla Eolo-Kometa (dove raggiungerà suo fratello Davide). Ma gli altri italiani che erano in scadenza di contratto cosa faranno? E come stanno vivendo il momento? Sono in sei e glielo abbiamo chiesto, naturalmente. Rubrica telefonica e via. Componiamo i numeri e ascoltiamoli.

Simone Ravanelli si sta affidando ai suoi procuratori Alberati (in foto) e Fondriest per trovare una soluzione per il 2023
Simone Ravanelli si sta affidando ai suoi procuratori Alberati (in foto) e Fondriest per trovare una soluzione per il 2023

Ravanelli al bivio

Simone si è dato un time limit per conoscere il suo futuro anche se sembra aver metabolizzato abbastanza bene la vicenda.

«Sto continuando ad allenarmi. Un po’ per svagare la mente – dice – un po’ per farmi trovare pronto se arrivasse una chiamata da Gianni o da altri. Sarei disposto a restare anche nella continental perché so che nel 2024 potremmo tornare professional. Sono dei compromessi che posso accettare con loro, ma ho 27 anni e devo avere delle garanzie. Entro metà dicembre mi piacerebbe sapere in modo definitivo cosa ne sarà della Drone Hopper. In ogni caso sto valutando il cosiddetto piano B. Vorrei restare nel mondo del ciclismo sul lato commerciale, sfruttando i miei studi al liceo scientifico. Magari qualche azienda del settore potrebbe avere bisogno, sto iniziando a buttare un occhio in giro. Diciamo che sono preparato a smettere, anche se spero di no. E anche se speravo di farlo in un altro modo o molto più in là.»

Alessandro Bisolti, classe 1985, è pro’ dal 2009. Non è preoccupato di dover smettere
Alessandro Bisolti, classe 1985, è pro’ dal 2009. Non è preoccupato di dover smettere

Bisolti, tante idee

Alessandro ha la battuta pronta appena lo contattiamo. «Se non dovessi continuare potrei venire da voi di bici.PRO visto che al Langkawi e al Rwanda vi ho fatto da inviato in corsa. Mettete una buona parola col vostro capo (dicendo ridendo, ndr). Scherzi a parte, in questa situazione sono quello che ho meno da perdere rispetto agli altri miei compagni. Ho 37 anni, sono pro’ dal 2009, le mie soddisfazioni me le sono tolte e devo solo capire se ne valga la pena correre ancora. Ho tante idee per il futuro.

«In una situazione simile mi trovai giusto dieci anni fa quando ero al Team Idea. Eravamo continental e dovevamo diventare professional nel 2013, ma vennero a mancare gli sponsor. Andai a lavorare in carpenteria con mio padre. Tornai a correre nel 2014 ma in quel periodo presi l’abilitazione da geometra che adesso può tornarmi utile. Attualmente non mi sto allenando, mi sto godendo le mie bambine di 5 e 9 anni. Fra venti giorni vedremo come andrà, mi aspetto qualche comunicazione sulla nostra chat o una chiamata anche solo per salutarci.»

Marchiori Bretagne
Leonardo Marchiori esulta al Bretagna nel 2021. Quest’anno invece ha avuto una stagione difficile. Solo 23 giorni di gara
Marchiori Bretagne
Leonardo Marchiori esulta al Bretagna nel 2021. Quest’anno invece ha avuto una stagione difficile. Solo 23 giorni di gara

Marchiori alla finestra

Leonardo è piuttosto attivo fisicamente e sul suo futuro mantiene un discreto ottimismo, forse perché avendo 24 anni è quello che potrebbe rientrare di più nei piani di Savio e Bellini o di altre formazioni.

«Sto vivendo questo momento in modo strano – spiega – pensando a cosa è successo a noi, alla Gazprom o anche alla B&B Hotels, seppur per circostanze non del tutto uguali. Esco in bici in modo blando, mentre in palestra sto lavorando più sodo. Tant’è che ho fatto già dei corsi per diventare personal trainer. Proposte di qualche team continental le ho avute, ma ovvio che sto aspettando di avere notizie dalla mia squadra. Tuttavia moralmente sono più positivo che negativo anche se all’inizio è stata dura, una vera mazzata.

«Se nessuna formazione mi chiamerà, un lavoro lo troverò. Mio padre ha un panificio che fa anche da pasticceria e bar. Di sicuro so che una persona in più gli potrebbe fare comodo. Oppure so che le aziende nell’orbita della Fincantieri cercano sempre».

Filippo Tagliani quest’anno è stato molto regolare. Ha conquistato un terzo posto sia in Turchia che in Grecia
Filippo Tagliani quest’anno è stato molto regolare. Ha conquistato un terzo posto sia in Turchia che in Grecia

Tagliani scoraggiato

Tra i ragazzi della Drone Hopper quello che appare più scoraggiato è Filippo Tagliani. Il 27enne bresciano ha faticato tanto, meritandolo, per passare pro’ che ora si trova nell’incertezza totale.

«Sto facendo fatica ad accettare questa situazione – dice – soprattutto perché avevo disputato una buona stagione. Non mi sono mai ritirato in nessuna delle 70 gare che ho fatto. Alla fine, sentendomi con gli altri miei compagni, Ravanelli, Marchiori, Marengo ed io potremmo rientrare nei piani nella continental di Savio. Non è stato facile nemmeno guardarsi attorno perché le altre squadre sono già fatte. Adesso aspetto e spero. Nel frattempo cercherò di capire cosa poter andare a fare anche se sono stato preso proprio alla sprovvista».

Edoardo Zardini nel 2022 ha disputato 74 giorni di gara. Nella Drone Hopper solo Sepulveda ne ha fatti di più
Edoardo Zardini nel 2022 ha disputato 74 giorni di gara. Nella Drone Hopper solo Sepulveda ne ha fatti di più

Zardini, un passo indietro

L’amarezza pervade anche Edoardo, ma il 33enne scalatore veronese aveva iniziato ad avere altre idee malgrado sia stato quello che ha corso di più.

«Già durante il Giro d’Italia stavo maturando l’idea di smettere. Il mio l’ho fatto. Ultimamente mi hanno cercato una continental britannica ed una professional, ma gli ho detto di no. Fare il corridore diventa sempre più difficile e devi esserne convinto al 100 per cento. Non era più così per me, non posso continuare solo per fare contenti gli altri. E poi anche l’anno scorso ho vissuto la stessa situazione (chiusura della Vini Zabù, ndr). Ormai ho deciso di ritirarmi. Posso andare a lavorare nell’azienda dei miei genitori o da altre parti. Restare nel ciclismo non mi interessa, forse un domani potrei pensare di collaborare con qualche formazione giovanile

Umberto Marengo, classe ’92, qui al Tour of Antalya. La sua ultima gara è stata la Veneto Classic a ottobre (foto Bettini Drone Hopper)
Umberto Marengo, classe ’92, qui al Tour of Antalya. La sua ultima gara è stata la Veneto Classic a ottobre (foto Bettini Drone Hopper)

Marengo, rabbia e frustrazione

L’umore di Umberto è mix tra rabbia e frustrazione. Come dargli torto. «Avevo scelto la Androni per rilanciarmi, però sembrava che fosse tutto segnato, che non dovesse andarmi bene nulla a livello agonistico. Questa è la cosa che mi fa più male. In carriera sono sempre stato in salute, ma quest’anno ho preso Covid, bronchiti e citomegalovirus che mi hanno condizionato parecchio.

«Sto uscendo in bici regolarmente come se dovessi ricominciare la nuova stagione, ma quando sono rientrato dalle ferie non volevo nemmeno ricominciare ad allenarmi. Poi la mia compagna e gli amici mi hanno detto che non sarebbero stati questi due mesi di bici a farmi difetto. Metti che succeda davvero un miracolo? Tuttavia sono consapevole che sarà impossibile continuare a correre, anche perché non ho avuto altre proposte. Valuterei anche un ingaggio in MTB. Ho in testa tante cose senza bici, ma prima di pensare a cosa farò devo elaborare bene mentalmente questa situazione.»

Insieme a Mazzanti nel buio e la (nuova) luce di Sonny

26.11.2022
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«Credo che Sonny – racconta Mazzanti – vorrebbe soprattutto svegliarsi da questo incubo. Sono convinto che da un certo punto in avanti si aspettasse di dover smettere, ma abbia aspettato sino in fondo per esserne certo e ufficializzarlo. E’ stata l’unica volta che non gli ho dato consigli. Mi sono limitato a dirgli che per me contava più il Colbrelli uomo del corridore. Lui ha ascoltato, ma prima di dire la parola fine ha voluto riflettere bene».

Pomeriggio di quasi inverno, dieci giorni spaccati dopo l’annuncio di Milano, ma sembra una vita. E’ tutto ancora da digerire bene, ma intanto con Luca Mazzanti facciamo un viaggio nel mondo di Sonny Colbrelli, per leggerne la storia attraverso gli occhi di chi l’ha sempre rappresentato come atleta.

Nel 2010 Colbrelli vince a Sona e poi va in stage con la Colnago-CSF, dove passerà dal 1° agosto 2011
Nel 2010 Colbrelli vince a Sona e poi va in stage con la Colnago-CSF, dove passerà dal 1° agosto 2011

Colbrelli fu il suo primo assistito. “Mazza” ci pensa e ricorda quando, ancora corridore, nel 2007 fondò con due soci GL Promotion, l’agenzia di procura per atleti, in cui ancora lavora. Il bolognese, che vive da un po’ a Milano, non immaginava che avrebbe corso ancora per sei stagioni. Ma approfittando del fatto che all’epoca era ancora alla Ceramica Panaria di Reverberi, gli parlò del bresciano che all’epoca era ancora uno junior. Il primo contratto da professionista di Colbrelli porta la data del 2013 e prese forma così, dopo le tre stagioni alla Zalf Fior. Nel frattempo Mazzanti smise di correre e la coppia iniziò a lavorare insieme.

Quattro anni con Reverberi prima di spiccare il volo…

Sonny ha sempre avuto mercato, ma credo che il primo salto di qualità lo fece nel 2014 (in apertura i due sono insieme al Giro di quell’anno, ndr). Mi permisi di consigliarlo tecnicamente, perché mi ero accorto che il peso era un problema. Dimagrì un po’ e cominciarono ad arrivare le vittorie. L’anno dopo invece non andò un granché. Questa cosa del peso diventò un eccesso, ne perse troppo ed ebbe anche una mononucleosi. Anno storto, ma nel 2016 era nuovamente a posto e cominciò a vincere. E a quel punto si fece il salto nel WorldTour con il Team Bahrain-Merida appena nato.

Nel 2016 vince la Tre Valli. E’ più esile e meno strutturato fisicamente: l’anno dopo Sonny firma con il Bahrain
Nel 2016 vince la Tre Valli. E’ più esile e meno strutturato fisicamente: l’anno dopo Sonny firma con il Bahrain
E da lì non se ne è più andato.

Sonny ha corso soltanto in due squadre, perché se si trovava bene e il team era soddisfatto, non aveva necessità di cambiare. Le proposte non gli sono mai mancate, ma con il Bahrain ha sposato un progetto, ci ha creduto ed è rimasto.

Quale progetto?

Vedendo il livello che aveva raggiunto, cercammo una squadra in cui potesse continuare a correre da leader nelle sue corse, come aveva imparato nella professional di Reverberi. La squadra chiaramente era incentrata su Nibali, ma nelle classiche a Sonny fu permesso di correre da punta. Ha continuato nel suo percorso di crescita, non come succede oggi, che i nostri vanno fuori con incarichi che non ci piacciono per niente. Ci ha messo un po’ per consacrarsi e capire come poteva fare, ma è arrivato.

Giro delle Fiandre 2017, Colbrelli è appena arrivato nel WorldTour, ma corre da leader
Giro delle Fiandre 2017, Colbrelli è appena arrivato nel WorldTour, ma corre da leader
Quando c’è stato secondo te il vero salto di qualità?

Ho sempre avuto la certezza che sarebbe arrivato. Aveva vinto la Coppa d’Oro, aveva vinto da junior e da U23. Non tutti hanno gli stessi tempi e forse neanche lui credeva tanto nelle sue possibilità. E quando nel 2020 sembrava che la sua carriera fosse avviata a restare nel mezzo, ha iniziato a farsi seguire da Paola Pagani, la sua mental coach. Lei un po’ l’ha motivato, un po’ gli ha insegnato a raggiungere gli obiettivi. Sta di fatto che il 2021 è stato l’anno che tutti ricordiamo.

Cosa ricordi di quel 21 marzo?

Ero a casa e avevo il televisore rotto. Per questo ho guardato l’arrivo nello smartphone e dopo la volata l’ho messo in tasca e sono uscito per andare al centro commerciale. Solo che mentre andavo, sono cominciati i messaggi e le chiamate per sapere come stesse Sonny. Ho preso il telefono per capire qualcosa. Ho chiamato Miholjevic, che però non era in Spagna. Poi Pellizotti, che era lì. Sul momento, grande paura. Appena è stato possibile, sono andato in Spagna con la moglie Adelina e il padre, ma quando siamo arrivati, sapevamo già che stava bene. A quel punto si pensava già che potesse tornare a correre. Invece era appena iniziato un anno difficile, una cosa così non la voleva nessuno. Ma devo dire che ha avuto una reazione che stupisce anche me.

Il 2021 è l’anno magico: arrivano il tricolore, gli europei e la Roubaix, che mancava in Italia dal 1999 di Tafi
Il 2021 è l’anno magico: arrivano il tricolore, gli europei e la Roubaix, che mancava in Italia dal 1999 di Tafi
Facciamo un passo indietro: come era uscito dal 2021?

Chi lo conosce sa che è sempre stato professionale. Per cui, esaurite le feste e le premiazioni, ha cominciato la stagione. Sfortuna ha voluto che ha preso l’influenza e alla fine non ha fatto un grande inverno. Eppure alla Het Nieuwsblad arrivò secondo dietro Van Aert e quel giorno ci fece capire che, pur non essendo al top, stava davanti con quei corridori. Ecco perché il rimpianto è grande. In Sonny vedevo la mentalità e la sicurezza dei grandi. Saltò la Sanremo e andò al Catalunya proprio per salvare le altre classiche…

Tornato dall’ospedale in Spagna, è sparito…

C’era un po’ il colpo da assorbire e un po’ la privacy. Tutti volevano sapere cose che non sapeva neanche lui. L’obiettivo era tornare a correre. Ha fatto tutti gli accertamenti e tutti i percorsi. E’ stato fatto quel che si doveva, ma alla fine la decisione spettava a lui. Sono stati giorni più o meno belli, ma con l’aiuto dei tifosi, della famiglia e della squadra che gli ha dato la stranquillità economica, è riuscito a ragionare con calma.

A Colbrelli è stato assegnato il ruolo di ambassador per la sua squadra: starà a lui definire l’ambito esatto
A Colbrelli è stato assegnato il ruolo di ambassador per la sua squadra: starà a lui definire l’ambito esatto
Come lo vedi in questo nuovo ruolo?

Ci sarà da capire. E’ un incarico molto ampio, da ambassador e supporto tecnico. C’è da vedere cosa farà, perché la ferita è molto fresca, c’è da capire come ragiona e quale sarà il suo stato d’animo. Sono convinto che la squadra non farà nulla che lo metta in difficoltà. Può anche darsi che ragionando serenamente, trovi subito il ruolo che gli piace, la veste in cui si troverà meglio. Ma dire che se ne sia fatta una ragione forse è un azzardo. Non credo che certe cose si possano metabolizzare tanto in fretta.

Sicilia-Svizzera e ritorno: i viaggi e le piste di Francesca Selva

26.11.2022
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Francesca Selva ha lasciato il ritiro di Noto appena lunedì per correre a Ginevra. Per lei che gareggia quasi esclusivamente in pista con il T°Red Factory Racing, la stagione delle Sei Giorni è il clou dell’attività invernale, ma essere entrata nel giro azzurro è stata comunque un’ottima apertura. Il team corre nei velodromi di mezzo mondo, ma finora era sempre rimasto ai margini del giro azzurro.

«Secondo me – dice Francesca, che a Noto ha diviso la camera con Letizia Paternoster – essere stata convocata è un bellissimo punto di partenza. E’ stato il primo ritiro con la nazionale dopo aver vestito per la prima volta la maglia azzurra a Cali quest’anno in Coppa del mondo e sono molto contenta. E’ stata una bellissima opportunità per allenarmi con i miei compagni e fare squadra e capire sempre di più che passi bisogna fare per salire».

Pista, fixed e cross

La squadra è emanazione diretta dell’azienda di Desenzano del Garda che produce le bici T°Red. Il team principal è Romolo Stanco, la team manager Erica Marson. Il tecnico per la pista è Alex Buttazzoni, ex azzurro, e al suo fianco c’è Giairo Ermeti, vecchia conoscenza del professionismo su strada e della pista. Gli atleti sono 12 fra Italia e Argentina.

Francesca è campionessa italiana di fixed, corre su pista e anche nel cross. Ha studiato arti grafiche al liceo, ha l’hobby della fotografia e frequenta Scienza della Comunicazione.

Tu corri in una squadra che fa praticamente solo pista, ma sei entrata soltanto ora nel giro della nazionale. Ti limita non correre anche su strada?

No, non credo sia un limite, anzi. Il fatto di avermi convocato per la Coppa del mondo è stato forse il modo per ringraziarci del lavoro che facciamo tutto l’anno. Corro il 99 per cento dell’anno su pista, in tutte le competizioni europee. La squadra mi permette di fare questo tipo di attività, ma un po’ su strada bisogna andarci, perché dà un ritmo che bisogna avere per fare risultati su pista. La mia scelta sta funzionando, quindi sono contenta.

Quanta strada fai in un anno?

Quest’anno 6-7 giorni di corsa, un’enormità… (sorride, ndr). Corro su strada quando ho la domenica libera, quando non sono a correre su pista, che è molto raro. Ovviamente faccio le gare open che ci sono in Italia, poi quest’anno è andata bene, perché sono andata a podio cinque volte. Quindi, anche il fatto di essere da sola su strada non è assolutamente un problema.

Quanto estero fai durante l’anno? In Italia non ci sono tante gare su pista…

Faccio tanto calendario europeo. Quest’anno penso di aver preso oltre 20 voli, considerando che la maggior parte le trasferte le facciamo in furgone. Ho fatto tutto luglio e agosto senza mai toccare il suolo italiano. E’ bello, ma anche impegnativo, essere sempre in giro non è facile. Anche tenere un certo tipo di allenamento quando sei sempre in giro per le gare non è facile. Però sicuramente poi ti dà soddisfazioni, perché è un lavoro importante.

T°Red è soprattutto un marchio di bici, quanto siete importanti nello sviluppo del prodotto?

Ringrazio tantissimo il lavoro che facciamo, io in primis lavoro all’interno dell’azienda. Sono parte dello sviluppo di tutti i progetti che siano legati ai telai, piuttosto che ai vari componenti. Le nostre bici sono stampate in 3D come quella di Ganna, con la lega Scalmalloy e le usiamo già da tre anni. Parlo per me e per i miei compagni che sono anche nella nazionale Argentina. E’ molto importante questa parte, perché avere il pieno controllo sullo sviluppo e sulle modifiche del tuo mezzo ti permette di essere nella tua comfort zone quando sei in bici. E come diciamo sempre noi, se riesci a correre pensando solo al fatto di dover pedalare e non pensare che hai una bici sotto di te, vuol dire che stai facendo le cose nel modo giusto.

Qual è il tuo ruolo in azienda?

Sono un jolly. Inizio a partire dal lato atleta, fornendo il mio feedback diretto su ogni tipo di modifica sulla bici e i componenti per sviluppare materiali, forme, geometria e qualsiasi dettaglio. Poi mi occupo della gestione del sito web, le grafiche, la verniciatura delle bici, insomma un po’ di tutto. Ci diamo una mano, ognuno fa la sua parte.

Cosa prevede il tuo calendario?

Sono tornata da Copenaghen la settimana scorsa, ho fatto un po’ di giorni qui, parteciperò alla Quattro Giorni di Ginevra e poi tornerò in Sicilia da sola per allenarmi un paio di settimane. Non sarò in questo stesso hotel, ma in uno a 15 chilometri da Noto. Il mio percorso in pista è iniziato qui quattro anni fa e quindi è un posto cui sono particolarmente legata.

Dalla prossima settimana, Francesca Selva tornerà in Sicilia per allenarsi
Dalla prossima settimana, Francesca Selva tornerà in Sicilia per allenarsi
Poi cosa farai?

Tornerò a casa il 14 dicembre per la Due Giorni di Grenchen, poi ne avrò un’altra a Copenaghen prima di Capodanno. E poi si continua così, con l’obiettivo della Sei Giorni di Berlino a gennaio, su cui ho fatto il cerchiolino rosso. L’atmosfera delle Sei Giorni credo sia una cosa fantastica e spero che riprendano a farle tutte. Perché anche a livello di pubblico e show, sono veramente belle da fare e seguire.

Qui a Noto le ragazze sono al lavoro per le Olimpiadi: quali sono i tuoi obiettivi?

Nel 2023 voglio provare a investire maggiormente su me stessa. Ridurrò l’impegno in azienda e proverò a fare l’atleta a tempo pieno. Ho 23 anni, voglio capire dove posso arrivare davvero. 

Mezz’ora con Wout Van Aert, leader totale

26.11.2022
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Il capello “ordinatamente disordinato”, una lattina in mano e una gran voglia di parlare, Wout Van Aert è un vero padrone di casa al Service course della Jumbo-Visma. Dopo aver parlato con i giornalisti belgi, il campione si concede alla stampa straniera.

Una lunga chiacchierata a tutto tondo. Il corridore della Jumbo-Visma non è ancora super tiratissimo, ma sembra sulla buona via. Ha il volto disteso di chi ha osservato una (meritata) sosta rigenerativa. Dopo il mondiale è rimasto in Australia con la famiglia. Presto tornerà ad indossare i panni del crossista.

A tutta sulle classiche

I primi obiettivi su strada del 2023 sono le classiche. Le sue classiche, quelle per quali con la squadra ha già iniziato i sopralluoghi. Anche perché sembra esserci una voglia di rivincita rispetto alla passata stagione, quando il Covid gli ha impedito di prendere il via al Giro delle Fiandre.

«Covid a parte – dice Van Aert – la forma fisica era molto buona, la migliore per le classiche di primavera e per il Fiandre. Poi con quella settimana di stop mi sono ritrovato con una buona condizione anche per la Liegi e la Roubaix».

E si toglie un sassolino: «Se avessi saputo che avrei preso il Covid due giorni prima del Fiandre, probabilmente sarei andato ai mondiali di cross negli Stati Uniti. Un po’ di rimorso… Ma mi piace avere un piano ben strutturato. Penso che la stagione scorsa sia stata un ottimo esempio del fatto che non puoi sempre programmare tutto. Devi provare ad essere in buona forma al momento giusto.

«L’anno scorso ho capito come mantenere una buona forma durante le gare. Stavo bene alla Het Nieuwsblad, ma ero ancora più forte ad Harelbeke quasi un mese dopo. E mi sentivo ancora più forte alla Liegi un mese dopo ancora. Mi sono accorto al primo anno da pro’ che si trattava di qualcosa che avrei dovuto capire e penso di esserci riuscito».

Wout Van Aert, in maglia verde, è un vero leader per i compagni (che lo ascoltano moltissimo), per lo staff, per i tifosi
Wout Van Aert, in maglia verde, è un vero leader per i compagni (che lo ascoltano moltissimo), per lo staff, per i tifosi

Leader naturale

Una cosa che abbiamo notato stando “vicino” a Van Aert tra gare e ritiri, ma anche interviste in tv, è il suo essere leader. E lo è nonostante compagni importanti. Lo è per il pubblico, lo è per i tecnici. E allora gli chiediamo apertamente se lui leader si senta.

«Un pochino», replica Wout, compiaciuto. «Ogni tanto parlando con i compagni avverto una sorta di rispetto, il che è molto piacevole ovviamente. Provo sempre a impegnarmi per far sì che tutti si sentano accolti e motivati. Penso che essere leader sia nella mia natura, inoltre mi piace aiutare gli altri.

«So come ci si sente quando qualcuno è grato nei tuoi confronti e penso sia importante che tutti ricevano attenzioni, non vanno date per scontate. Il nostro non è solo un lavoro, ma anche una passione, per questo è fondamentale che tutti siano motivati».

Anche il fatto di restare in Belgio contribuisce ad alimentare questa leadership, questo carisma. Lo scorso anno ai mondiali di Leuven vedemmo dal vivo (e vi raccontammo) cos’è Van Aert per la sua Nazione. Quando è a casa e rientra dagli allenamenti ci sono decine di persone ad attenderlo.

«E ogni tanto – ammette – qualcuno bussa anche alla porta. Fa piacere, è una cosa buona. In Belgio il ciclismo è uno sport popolarissimo ed è anche per questo che faccio bei soldi, mi godo la vita e devo accettare i fans.

«Non ho assolutamente intenzione di lasciare il Belgio. Mi piace vivere vicino alla mia famiglia. L’anno scorso ho dormito più di 200 notti lontano da casa, il 70 per cento dell’anno. Il restante 30 mi piace passarlo a casa».

Ai mondiali, ma non solo, c’era un tifo enorme per Van Aert. E alla vigilia del mondiale, Leuven intonava cori in suo favore
Ai mondiali, ma non solo, c’era un tifo enorme per Van Aert. E alla vigilia del mondiale, Leuven intonava cori in suo favore

I monumenti

E casa sua è Herentals, la stessa cittadina di Rik Van Looy, un gigante del passato e uno dei pochissimi ad aver vinto tutte e cinque le classiche Monumento. Spesso ci si chiede se Van Aert, visto il suo essere eclettico, possa puntare ad un grande Giro. Ma magari prima c’è questo traguardo che non è così meno importante.

«Vincere – dice Wout – tutti e cinque i Monumenti è difficilissimo, ma non impossibile. E’ già difficile prendere parte a tutti e cinque i Monumenti in un anno. Quindi per ora mi focalizzo solo su alcune. Se adesso penso al Lombardia e alla Liegi (le più dure per lui, ndr), so che mi serve comunque un po’ di fortuna. Sono da tre anni nel WorldTour e ho vinto la Sanremo, quindi sarebbe stupido dire ora: “Okay le provo tutte e cinque”. Intanto pensiamo alla seconda, poi vedremo.

«In genere non trovo nulla davvero impossibile. E penso che sia anche questo ad avermi portato qua: altrimenti sarei ancora un corridore di ciclocross. Fare cose nuove mi motiva.

«L’anno scorso, subito dopo il Covid ho chiamato il team e gli ho detto che avrei voluto prolungare le classiche, provare la Liegi. Sarebbe stata l’occasione per capire se facesse per me. E se finisci sul podio senza una preparazione ottimale sai che nel futuro è possibile».

«Per ora il mio obiettivo è vincere: vincere più gare possibili, vincere le classiche e magari indossare la maglia iridata un giorno».

Il podio iridato della crono 2021. Per Wout fu una delusione. E sulla pressione dice: «Difficile dire che mi piaccia, ma mi fa dare il meglio»
Il podio iridato della crono 2021. Per Wout fu una delusione. E sulla pressione dice: «Difficile dire che mi piaccia, ma mi fa dare il meglio»

Su Ganna…

E chissà se tra le sfide impossibili, Van Aert mette anche il record dell’Ora. Secondo il suo compagno Affini se fosse solo una questione di “motore” Wout sarebbe in grado. 

«Cosa penso del Record di Ganna? Che è andato veloce! Non penso di poterlo battere. Lui è uno dei migliori, forse il migliore. Inoltre ha esperienza su pista, il che è molto importante per il record.

«Non sto pensando di provarci. E se non penso di provarci è anche più stupido dire: “Potrei batterlo, ma non lo farò”. Ganna ha portato l’asticella molto in alto e forse potrebbe andare ancora più veloce».

Wout racconta anche che ha seguito il record quando era in vacanza e che sua moglie si era innervosita perché si era sintonizzato sul ciclismo. Insomma anche i campioni hanno gli stessi problemi degli uomini normali! Filippo e Wout si stimano, nonostante la batosta che lo scorso anno Ganna gli ha inflitto a casa sua nella crono iridata.

«Quella in effetti – racconta Van Aert – è stata una delusione. Ho fatto quella crono perché era in Belgio, ma in realtà con il mio allenamento ero focalizzato sulla strada. Ma dopo aver perso solo di 5” ho pensato che sarei potuto andare più veloce se mi ci fossi concentrato davvero. Per questo ero così deluso».

Wout Van Aert, Strade Bianche 2020
Van Aert ha vinto la Strade Bianche nel 2020. Durante l’intervista, non ha chiuso del tutto la porta sulla sua presenza al Giro 2023
Wout Van Aert, Strade Bianche 2020
Van Aert ha vinto la Strade Bianche nel 2020. Durante l’intervista, non ha chiuso del tutto la porta sulla sua presenza al Giro 2023

Wout e l’Italia

Le chiacchiere vanno avanti. Wout non lesina parole e parla senza mezzi termini, con la sicurezza del leader anche in questo caso. Spalle dritte, volto rilassato e mento alto. Sembra che neanche ponderi quello deve dire: è naturale, sincero, soprattutto con se stesso. E dalle chiacchiere che vanno avanti spunta l’Italia. 

«Non so se tornerò alla Tirreno – spiega Van Aert – molto dipenderà dalla preparazione e dal cross. Mi pacerebbe tornare in Italia e non solo per la Sanremo, ma anche per le Strade Bianche. Bellissima. Sul Giro non so: la squadra lo fa. Vedremo…».

Van Aert ci è anche venuto in vacanza in Italia. E più precisamente in Sardegna.

«Mi piace l’Italia, ci ho corso, ci sono stato per allenarmi e ci ho fatto le vacanze. Sono stato in Sardegna. Avevo il matrimonio di un caro amico e spero di poter tornare presto perché è bellissimo. Ci sono i mari più belli che abbia mai visto. Sono stato anche in Puglia, in Costiera Amalfitana, a Firenze. E poi la pasta… Mi piace il vostro modo di mangiare: antipasto, primo, secondo… E’ così perfetto!».

Quagliotto diventa “basca”. Biennale con la Laboral Kutxa

25.11.2022
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Abentura berria in basco significa nuova avventura. E’ quella in cui è pronta a tuffarsi Nadia Quagliotto a partire dal 2023 con la Laboral Kutxa Fundaciòn Euskadi.

Dopo due stagioni alla BePink, la venticinquenne trevigiana di Madonna della Salute di Maser (in apertura foto Ossola) ha firmato un biennale con il team continental basco per un trasferimento di mercato che profuma di inedito e di deja-vu allo stesso tempo. E’ proprio Quagliotto a spiegarci tutto, ormai rigenerata dal periodo di riposo durante il quale ha girato il Mediterraneo su una nave da crociera insieme al fidanzato.

Nadia, facciamo un bilancio generale degli ultimi due anni.

Sono stati buoni tutto sommato, anche se avrei voluto dare di più. Principalmente devo ringraziare Walter (Zini, il team manager della BePink, ndr) che mi ha preso dandomi la possibilità di correre e rimettermi in mostra. Arrivavo dalla sfortunatissima esperienza alla Casa Dorada proprio in Spagna dove oltre alle vicissitudini del Covid abbiamo avuto problemi economici con la squadra. In pratica avevo corso meno di un mese. Nel 2021 ho trovato la condizione solo dopo il Giro Donne centrando un podio in Francia, quest’anno invece è iniziato molto bene, ma non è proseguito allo stesso modo.

Cosa è successo?

A marzo ho vinto due tappe e la generale del Trofeo Ponente in Rosa in Liguria. Avevo un bello stato d’animo, ero in forma e volevo restare il più regolare possibile. Però ad aprile a Chambery sono rimasta coinvolta in un incidente stupido. Mi hanno tamponato in un rallentamento e ho battuto il ginocchio destro contro il manubrio. Mi sono dovuta ritirare, saltando così anche Freccia Vallone e Liegi. Mentre cercavo di recuperare ho fatto gli esami del sangue perché sentivo di non stare bene. I valori hanno riscontrato le difese immunitarie basse. Ed infatti ho preso il covid poco dopo. Da lì in avanti ho dovuto sempre rincorrere la condizione.

Braccia alzate al Trofeo Ponente in Rosa. Qui Nadia vince a Ceriale la sua seconda tappa e la generale (foto Ossola)
Braccia alzate al Trofeo Ponente in Rosa. Qui Nadia vince a Ceriale la sua seconda tappa e la generale (foto Ossola)
Ti abbiamo vista però alle corse…

Sì certo. Le ho fatte tutte, ma ho sempre fatto schifo (dice sorridendo, ndr). Non riuscivo a spingere come volevo. Mi sono sentita meglio ad agosto inoltrato. Non ho fatto risultati però almeno non facevo più così tanta fatica. Insomma, sono un po’ di anni che per un motivo o l’altro non riesco a farne bene uno dall’inizio alla fine o come voglio io.

Tornerai a correre per un team spagnolo. La prima volta dicevi che non era andata bene. Perché?

A settembre 2019 ero in uscita dalla Alè Cipollini ed ho fatto il contratto con la Casa Dorada che aveva davvero buoni propositi. Mi aveva aiutato ad essere ingaggiata Asja Paladin (sorella di Soraya, ndr) che aveva firmato prima di me. C’era anche Alessia Vigilia. Tante belle parole del proprietario che sono rimaste tali. Abbiamo iniziato a capire che ci sarebbero stati problemi quando a febbraio 2020, prima che scoppiasse la pandemia, non avevamo ancora la licenza UCI. Poi si è fermato tutto. Nel mezzo ci hanno detto che l’avrebbero presa, ma così non è stato. Siamo riuscite a correre il Giro Donne e ancora non so con quali risorse economiche perché di fatto la squadra stava fallendo. Loro hanno continuato l’anno successivo in un qualche modo, io però avevo già chiesto di essere liberata. Mi ero guardata attorno. Andai alla BePink, ma ero già stata contattata dalla Laboral Euskadi.

Raccontaci pure…

Verso fine 2020 loro hanno fatto un sondaggio per me visto che acquisivano la licenza UCI, ma ero già in parola con Zini e forse ero ancora un po’ scottata da quello che era successo. Stavolta invece, quando mi hanno chiamata tra giugno e luglio, mi hanno subito dato delle rassicurazioni. Il loro general manager è Aitor Galdos Alonso, che è stato pro’ con Euskaltel e Caja Rural ma che ha vissuto e corso in Italia per tantissimi anni (dilettante nell’Unidelta poi pro’ con Nippo e Panaria, ndr). Lui continua a tranquillizzarmi visto il mio precedente (sorride, ndr). Pensate che il mio nome ad Aitor glielo aveva suggerito Monica Guajardo, che fa radio-corsa in Spagna e che è la sorella di Juan Mari lo speaker della Vuelta e di altre gare. Eravamo rimaste in contatto dal 2020. Alla fine qualcosa di buono quell’anno c’è stato.

Hai già conosciuto il resto della squadra?

Sì, abbiamo fatto quattro giorni ad Eibar dal 16 al 19 novembre. Niente bici, ma solo visite da Orbea, altri fornitori e sponsor. Abbiamo fatto diverse riunioni tutti assieme ed individuali per conoscerci meglio. Ho avuto una buonissima impressione e la conferma dei riscontri che mi avevano dato. Vogliono crescere e diventare più internazionali. E’ per questo che hanno preso me, Laizane (lettone, già ex Vaiano, ndr) e la tedesca Schweikart che vive a Maiorca da tanti anni. Il loro obiettivo è diventare WorldTeam dal 2024. Hanno una struttura rodata alle spalle per merito del team professional, l’Euskaltel Euskadi, e quello U23. Il budget ce lo hanno grazie all’appoggio della Laboral Kutxa, la banca che poi da il nome alla nostra squadra (e che ha rinnovato l’accordo fino al 2029, ndr) ed anche al supporto di Mikel Landa, che è uno dei soci della Fundación Euskadi.

Andrai in Spagna a vivere?

No, resterò a casa. Lì ho i miei ritmi, le mie abitudini e le mie zone dove allenarmi. In effetti sono piuttosto schematica ma il mio fidanzato Simone (Ravanelli in uscita dalla Drone Hopper Androni, ndr) sta cercando di farmi aprire alle cose nuove. Naturalmente rientrerò a casa ogni volta che non sarò in ritiro o in giro con la squadra per le gare.

Con che ruolo ed obiettivi Nadia Quagliotto va alla Laboral?

Dobbiamo ancora stilare un programma agonistico, ma mi hanno detto che potrò giocarmi le mie carte senza troppe pressioni. Insieme ad altre 2-3 ragazze ci divideremo i compiti di prime punte. Questo almeno nella prima stagione, poi vedremo quella successiva. La mia intenzione, come dicevo prima, sarebbe quella di fare delle annate senza intoppi. Sono sicura che se riuscirò a mantenere una continuità di rendimento potrò raggiungere dei risultati. Tutte le gare andranno bene per farlo. E magari di conseguenza potrei anche farmi notare da Paolo (il cittì Sangalli, ndr) per tornare a vestire la maglia azzurra.

Gandin e la promozione (meritata) tra i pro’

25.11.2022
4 min
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Stefano Gandin ha già iniziato a preparare la seconda stagione in maglia Corratec. La differenza rispetto allo scorso anno è che dal 2023 la sua squadra sarà professional e il prolungamento di contratto per il ragazzo veneto significa professionismo. Un traguardo raggiunto dall’interno, ma non per questo meno prestigioso e sudato. La stagione scorsa non è finita nel migliore dei modi, ma ora è tempo di guardare avanti.

«Sono caduto ad agosto – esordisce Gandin al telefono – e mi sono fermato per qualche mese. Ho iniziato un po’ prima per lavorare qualche settimana in più e recuperare il tempo perduto. Ma tra lo stop di due mesi, la palestra e il riprendere la bici, mi si è leggermente infiammato il ginocchio. Ho deciso di fermarmi e non rischiare nulla».

Gandin si è messo in luce al Giro di Sicilia conquistando la maglia dei gpm
Gandin si è messo in luce al Giro di Sicilia conquistando la maglia dei gpm
Anche perché questa stagione sarà un po’ più importante…

Sì, già a gennaio ero partito con l’obiettivo di ottenere risultati e la Corratec mi ha dato questa occasione. Ripartirò dalla stessa squadra, ma da un altro mondo e un’altra qualità di corse. 

Quando hai capito che saresti rimasto?

Si sapeva fin dall’inizio che la Corratec aveva l’ambizione di fare la professional, questo mi ha dato tanta motivazione per impegnarmi al massimo. Durante l’anno ho tenuto spesso dei colloqui, sia con Frassi che con Parsani e mi hanno sempre tranquillizzato sulla mia permanenza nel team. 

Avevi già in mente di passare con la Corratec?

Un po’ sì, ma nel mondo del ciclismo fino a quando non firmi non puoi essere sicuro. Ho firmato a inizio ottobre, sono stato tra i  primi dieci contratti presentati non appena la squadra ha ottenuto la licenza come professional.

Al Sibiu Tour 2022, Gandin conquista così l’ultima tappa (foto Focus Photo Agency)
Al Sibiu Tour 2022, Gandin conquista così l’ultima tappa (foto Focus Photo Agency)
Diventi pro’ a 26 anni, che effetto fa?

Passo a questa età e una cosa vuol dire: non ho mai mollato, conservando sempre la speranza di diventare professionista. Rispetto al mondo di ora, dove anche gli junior passano subito, è strano ma non è detto che non possa andare bene. Quando ero dilettante c’era Fiorelli che è passato tardi, ma ora va forte ed ha appena fatto una bella stagione. Anche Lucca è passato professionista quest’anno, ce lo meritiamo. Se uno merita, è giusto che gli sia concessa l’occasione. 

Diventare professionista con la stessa squadra che ti ha accompagnato per un anno è un vantaggio?

Sicuramente conosco parte dello staff e dei direttori sportivi. I corridori un po’ cambieranno, rispetto al 2022 siamo rimasti in 5, questo vuol dire avere 15-16 compagni nuovi. Punteremo molto sui velocisti. D’altronde in una squadra che mira ai piazzamenti e alle fughe o comunque a cogliere sempre l’occasione, servono corridori così, non da classifica. 

Nel 2022 hai corso molto all’estero e fatto tante corse a tappe…

Era il primo anno che facevo corse a tappe con continuità, già da inizio stagione mi sentivo bene e sicuramente più passano i giorni più sto meglio. Mi piacciono molto come tipologia di gare, non da fare classifica, ma per cercare qualche vittoria di tappa.

Le corse a tappa sono il palcoscenico perfetto per Gandin e la sua indole da cacciatore di tappe (foto Anderson Bonilla)
Le corse a tappa sono il palcoscenico perfetto per Gandin (foto Anderson Bonilla)
Anche perché da elite non ce ne sono molte in Italia…

No, quando sei under 23 nei hai solo 3-4 durante l’anno, e una volta che sei elite scarseggiano. E poi per migliorare serve continuità, da gennaio ad ora ho imparato molto mettendomi alla prova in queste corse. Capisci cosa vuol dire lavorare per obiettivi o risparmiare energie, salvare la gamba, gestirti… Nella mia carriera sono sempre stato molto costante tutto l’anno, ma senza mai trovare il picco di forma. Nel 2022, invece, ne ho trovati 2 o 3 e infatti ho ottenuto qualche vittoria (oltre alla vittoria al Sibiu Tour, sono venute due tappe alla Vuelta a Venezuela, ndr) e dei bei risultati.

La prima cosa che hai pensato firmando il contratto?

Le persone che mi sono state vicine. All’impegno loro e mio, il supporto di chi mi vuole bene è stato fondamentale. Non è facile a 25 anni non avere un’indipendenza economica o non avere certezze nel futuro. Avere delle persone accanto che ti tranquillizzano è importante. Una volta ringraziati, però, l’attenzione va al futuro, perché nei professionisti bisogna restarci

Roglic riparte. Primo obiettivo: essere pronto per il ritiro

25.11.2022
7 min
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S-Hertogenbosch, Service course della Jumbo-Visma. Primoz Roglic si aggira nelle varie sale della sede giallonera come se fosse di casa, ma di fatto lo è. Lo sloveno fa parte di questo team dal 2016. E ne è una colonna portante: è stato lui a portare le prime grandi vittorie.

Quel che più si nota è la sua attenzione verso i nuovi materiali, le proposte dei nuovi sponsor. Fa domande a raffica, Primoz. Vuol sapere ogni dettaglio. Dal vestiario alle bici. Disponibile, affabile… quando è alle corse è molto più concentrato. Scopriamo una versione di lui insolita, ma decisamente piacevole.

Lo sloveno (classe 1989) molto attento alle nuove dotazioni adottate dal team. Ha fatto molte domande ai tecnici
Lo sloveno (classe 1989) molto attento alle nuove dotazioni adottate dal team. Ha fatto molte domande ai tecnici

L’infortunio

Lo avevamo lasciato dopo la caduta alla Vuelta. Ancora una volta un po’ la sfortuna e un po’ il suo modo aggressivo di correre, gli avevano presentato un conto salatissimo. L’ennesimo duro colpo alla carriera di questo ragazzo che invece è coriaceo come pochi.

Più volte ha ribadito che la sconfitta del Tour 2020 è alle spalle e se si supera uno shock simile non c’è caduta che possa fermarti. E a proposito di spalle è dalla sua spalla sinistra che ripartiamo. 

«Come va? Adesso bene – racconta Roglic – Inizio ad allenarmi lentamente. Sono passate sei settimane dall’intervento. Ogni settimana va meglio, ma ci vuole del tempo. Finalmente il movimento del braccio – e imita il gesto circolare – è quasi completo».

Primoz si era lussato una spalla già al Tour de France, durante la tappa del pavé. Se l’era rimessa in sede da solo. E poi ci era di nuovo caduto sopra nel finale della 16ª tappa della Vuelta. A quel punto dopo un periodo di stop, verso metà ottobre è stato costretto all’operazione.

Però i dubbi sono tanti. E anche per questo Primoz non si sbilancia su programmi ed obiettivi. Per esempio, i medici gli hanno vietato, di correre a piedi e lui era un habituè del running nella sua preparazione. E non è escluso che dovrà rivedere anche la posizione in bici.

«Sulla posizione in bici – dice – speriamo di non dover cambiare nulla, ma per ora davvero non lo so. Mi hanno tagliato un pezzo di osso, ci hanno messo viti un po’ troppo lunghe che sono uscite dall’altra parte, ma mi dicono che così è ancora più fissa. Lo scoprirò solo quando inizierò a pedalare».

La caduta di Roglic alla Vuelta. Primoz è scortato sull’arrivo dal compagno Teunissen. Il giorno dopo non partirà
La caduta di Roglic alla Vuelta. Primoz è scortato sull’arrivo dal compagno Teunissen. Il giorno dopo non partirà

Il recupero

Per Roglic si è trattato dunque di rivedere i piani. Da quella caduta sono passati tre mesi. Tre mesi in cui ha rivisto la sua vita. Passare dal dedicare tante ore al giorno alla bici a niente non è facile. Serve anche un certo equilibrio mentale e il supporto di chi ti sta intorno. Ma in questo caso Primoz aveva la sua famiglia, i suoi amici, i suoi impegni. Anche quelli con il Comitato Olimpico sloveno, di cui di fatto è diventato testimone tramite la Fondazione Cerar gestita dallo stesso Comitato.

Nella lunga chiacchierata con lo sloveno si parla chiaramente anche della stagione che verrà. Primoz ipotizza una partenza tranquilla a marzo, complice anche il suo infortunio.

«Ho un’idea sul mio inizio di stagione – dice Roglic – ma tutto dipende da come andrà ora con la ripresa. Per me il prossimo anno è un po’ un mistero. Per ora ho ripreso a fare solo dei piccolissimi giri. La settimana prossima farò un altro controllo e vediamo se mi daranno il semaforo verde per riprendere veramente. Il mio obiettivo per adesso è potermi presentare l’11 dicembre per il ritiro».

«Ma magari tutto ciò serve a qualcosa – la prende con filosofia – magari sarò più fresco in estate. Devo essere fiducioso. Per il momento sono felice così. Non ho dolore. Non riuscivo a nuotare, non riuscivo a dormire…».

Nonostante tutto, nonostante l’operazione e i tre mesi di stop gli facciamo notare che comunque è già molto magro.

«Sono pur sempre uno sportivo – esclama Primoz – devo sempre farmi trovare pronto. E poi è anche nell’interesse della fondazione (la Primoz Roglic Fundacija, ndr) che abbiamo creato con mia moglie Laura, con la quale incoraggiamo e aiutiamo i giovani atleti a condurre stili di vita corretti. Devo essere un esempio».

Roglic erede di Tina Maze (ex sciatrice e campionessa olimpica) per la rappresentanza della Fondazione Cerar (foto Ziga Zivulovic)
Roglic erede di Tina Maze (ex sciatrice e campionessa olimpica) per la rappresentanza della Fondazione Cerar (foto Ziga Zivulovic)

Sui giovani

Tra i top rider Roglic è il più “vecchio”: 33 anni. Si trova a lottare con gente che ne ha dieci meno di lui, vedi Evenepoel. E come sappiamo oggi non è facile. Si tratta di ragazzi che nascono con altri criteri, altri metodi di allenamento e meglio riescono a sfruttare la freschezza e l’esplosività che il fisico consente a quell’età. Vincere insomma è sempre più difficile, anche per uno come lui.

«I ragazzi più giovani – dice Roglic – stanno arrivando, ma questo vale per tutti. Arriverà una generazione che li supererà. Io non ci penso molto a dire il vero, preferisco concentrarmi su me stesso, sulle mie cose e farle nel modo migliore. Non c’è un giovane in particolare che mi ha colpito. Oggi i giovani arrivano e vanno forte in tutti gli sport, non solo nel ciclismo».

Sul Galibier Roglic si è messo a disposizione di Vingegaard. «Un momento molto bello», ha ricordato lo sloveno
Sul Galibier Roglic si è messo a disposizione di Vingegaard. «Un momento molto bello», ha ricordato lo sloveno

Il Tour in testa

Primoz racconta che ha sempre cercato di essere il numero uno e faceva le cose al 110% per esserlo. E’ stato così quando era un saltatore con gli sci ed è lo stesso da ciclista. Ma il “problema” emerge quando si è raggiunto il top. Gli obiettivi vanno ricalibrati. Per lui il grosso del focus resta il Tour de France e non necessariamente per vedersi sul gradino più alto del podio. Anche se ammette che quando ha iniziato a pedalare sognava di correre anche il Giro. 

«Se penso che posso ancora vincere il Tour? Non vedo perché no. A fine carriera – spiega Roglic – traccerò una linea e vedrò cosa ho vinto e cosa no. Io voglio continuare ancora e voglio farlo divertendomi. Finché avrò questa scintilla dentro a spingermi andrò avanti.

«Uno dei giorni per me più belli in assoluto è stato quello del Col du Granon. E’ stato bello fare parte della squadra e di quell’azione. Condividere la doccia con i ragazzi, parlarne… Io già sapevo che i miei attacchi sul Galibier servivano solo per aiutare Jonas (Vingegaard, ndr). E alla fine il nostro piano è andato anche meglio di come di quanto probabilmente ci aspettavamo. 

«Poi è stato doloroso essere a casa mentre Jonas e i ragazzi stavano lottando e vincendo il Tour, ma io proprio non potevo andare avanti… altrimenti sarei rimasto in corsa».

Giro 2019: Roglic e Nibali iniziarono a punzecchiarsi verso Ceresole Reale. Verso Courmayuer invece Carapaz prese la maglia rosa
Giro 2019: Roglic e Nibali iniziarono a punzecchiarsi verso Ceresole Reale. Verso Courmayuer invece Carapaz prese la maglia rosa

E il Giro?

Voci di corridoio lo vogliono al via del prossimo Giro d’Italia. Già ci si prepara alla rivincita della Vuelta contro Evenepoel, invece Primoz non si espone. Il percorso con tre cronometro individuali è un invito a nozze per lui. Tra l’altro l’ultima delle crono è sul Monte Lussari, ad un passo dalla sua Slovenia, ed è una zona che conosce bene.

«Ho gareggiato e vinto da quelle parti – racconta Primoz – quando ero un saltatore con gli sci. E poi ci sciavo. Non so se sarò pronto per il Giro, bisognerà vedere come andranno le cose a partire dal controllo della prossima settimana. E dai programmi che decideremo». 

Il corridore della Jumbo-Visma quando sente parlare dei 71 chilometri contro il tempo non si sofferma solo su quelli. Fa capire apertamente che per lui vanno bene anche gli altri percorsi. Quasi si sentisse ferito nell’orgoglio e ci volesse dire: «Ehi, non sono solo un cronoman».

Se il Tour è il suo pallino, il Giro non è così da meno: sia per una vicinanza geografica con l’Italia, sia perché quest’anno si passa molto vicino casa sua e sia perché è stato il primo grande Giro che ha fatto nel 2016.

Manca dalla corsa dall’edizione del “fattaccio” con Nibali verso Courmayeur che spalancò le porte del paradiso a Carapaz. Nessuno dei due voleva tirare e l’ecuadoriano ne approfittò. Roglic fu comunque terzo. Quel podio, il primo nei grandi Giri, gli diede comunque una grande consapevolezza, tanto che in autunno vinse poi la sua prima Vuelta. Ora forse è pronto per qualcos’altro

Il nuovo esordio di Van Der Poel, pensando alla strada

25.11.2022
4 min
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Il ritorno alle gare. L’ennesimo. Mathieu Van Der Poel (nella foto di apertura Lapresse) sta preparando il suo esordio stagionale. Domenica a Hulst il circuito della Coppa del mondo accoglierà un altro dei tre tenori dopo che a Overijse Tom Pidcock ha dato spettacolo finendo alle spalle del campione europeo Vanthourenhout. La scelta di VDP di cominciare subito con la massima challenge non è casuale, anzi è paradossalmente dettata dalla possibilità di un esordio più “soft”.

I fratelli Van Der Poel in allenamento a poche ore dalla gara di Hulst (foto Twitter)
I fratelli Van Der Poel in allenamento a poche ore dalla gara di Hulst (foto Twitter)

Un aiuto dal regolamento

Il regolamento di Coppa del mondo permette infatti di far valere per l’ingresso nella griglia di partenza anche il ranking di strada e Mtb. In questo modo l’olandese può scattare quindi immediatamente alle spalle dei primissimi di Coppa, entrando subito nel vivo della competizione. Un’agevolazione che nel Superprestige non è applicata: nel ranking del ciclocross Van Der Poel è appena 87°. Ciò significa che il prossimo 3 dicembre a Boom dovrà partire dal fondo del gruppo.

Gli esordi di Van Der Poel hanno quasi sempre coinciso con sue vittorie. Dal 2015 le uniche volte che non ha centrato il successo pieno sono state proprio quell’anno, quando fu 3° alla prova di Coppa a Koksijde e lo scorso anno, nella tappa di Dendermonde a Santo Stefano, dove pure diede spettacolo, ma mostrò anche quei problemi esplosi 24 ore dopo a Zolder, chiudendo di fatto con largo anticipo la sua stagione, durata appena due gare.

VDP a Dendermonde 2021: un secondo posto incoraggiante, ma poi la schiena presentò il conto
VDP a Dendermonde 2021: un secondo posto incoraggiante, ma poi la schiena presentò il conto

Prima i training camp

Come Pidcock, anche l’olandese arriva al suo esordio nel ciclocross con pochissime ore di allenamento nelle gambe. L’unica differenza è che qualche uscita nell’arco delle due settimane è riuscita a farla. Anzi proprio gli allenamenti di questa settimana hanno diradato le nubi ancora presenti sul prosieguo della sua stagione sui prati. Van Der Poel vuole riprendersi tutto ciò a cui ha dovuto rinunciare lo scorso anno, guardando già con grande interesse ai mondiali di inizio febbraio.

Per far questo però l’olandese della Alpecin-Deceuninck dovrà fare un po’ la spola con la preparazione su strada. E’ sua intenzione infatti non saltare neanche uno dei training camp previsti dal team, in quei periodi quindi Van Der Poel (che d’altronde non ha certamente posto le classifiche delle challenge come suoi obiettivi) lascerà l’attività sui prati per raggiungere i compagni e preparare la lunga stagione 2023, nella quale non fa mistero di voler raccogliere il più possibile, soprattutto nelle classiche del Nord.

Per David Van Der Poel, qui in Malesia, questa sarà l’ultima stagione di ciclocross
Per David Van Der Poel, qui in Malesia, questa sarà l’ultima stagione di ciclocross

Il 17 dicembre in Val di Sole

Una scelta condivisa anche dal suo principale rivale, quel Van Aert che farà il suo esordio una settimana dopo: il 4 dicembre. Per Mathieu questa sarà anche una stagione resa particolare dalla decisione di suo fratello David di chiudere con il ciclocross a fine stagione, per concentrarsi solo sulla strada. Il fratello più grande, che aveva chiuso l’anno al Tour de Langkawi con due top 10 consecutive, sente di essere arrivato al punto di dover fare una scelta netta. Quella che Mathieu si ostina a non fare, tanto che pensa ancora a giocarsi le sue carte olimpiche nella Mtb (ma sarà un problema considerando che l’Olanda, nel ranking di qualificazione per Parigi 2024 nelle ruote grasse, non è messa molto bene).

Intanto, fra le 10 o poco più gare che il campione arancione disputerà sui prati (e che non comprendono i campionati nazionali d’inizio gennaio, sempre per la coincidenza con un training camp), VDP ha posto un obiettivo particolare nella prova di Vermiglio del prossimo 17 dicembre.

«Non vedo l’ora di essere in Val di Sole – ha detto – è un luogo che mi porta dolci ricordi, la vittoria nella Coppa di mtb nel 2019. Ho visto la gara lo scorso anno alla televisione, io non ho grande esperienza nel gareggiare sulla neve, ma voglio provarci con tutte le mie forze. Sono molto curioso e dal punto di vista tecnico, quel percorso credo si adatti molto alle mie caratteristiche».

A Hulst l’olandese ha vinto nelle sue ultime 4 presenze (2017-18-19-21)
A Hulst l’olandese ha vinto nelle sue ultime 4 presenze (2017-18-19-21)

Intanto però c’è da battezzare la stagione in quel di Hulst, contro un Pidcock già più rodato, un Vanthourenhout al massimo della forma, un Iserbyt leader di Coppa, ma frenato da una condizione fisica non al meglio e un clima polemico con stampa e tifosi. Van Der Poel è pronto a mettere tutti d’accordo, come ha spesso fatto in passato…

De Rosa, il futuro del ciclismo passa ancora dall’Italia

25.11.2022
5 min
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Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Cristiano De Rosa, toccando diversi temi, non ultimo la sponsorizzazione del Team Green Project-Bardiani CSF-Faizané.

Uno sguardo al futuro e alla voglia di vivere un progetto italiano concreto, senza dimenticare la storia. La voglia e l’entusiasmo di fare parte di questo ciclismo moderno che tanto fa appassionare, come non succedeva da tempo.

«Stiamo vedendo un ciclismo talmente bello, spettacolare e con degli attori superbi, che meriterebbe davvero il pagamento di un biglietto». Questa frase dice molto della passione di Cristiano De Rosa.

Negli ultimi 3 anni, De Rosa ha sponsorizzato la Cofidis: qui Consonni vince la Paris-Chauny 2022 (foto @westcoo)
Negli ultimi 3 anni, De Rosa ha sponsorizzato la Cofidis: qui Consonni vince la Paris-Chauny 2022 (foto @westcoo)
Quanto è importante per De Rosa una sponsorizzazione come quella del Green Project-Bardiani-CSF-Faizané?

Per De Rosa investire in una squadra italiana è fondamentale. Se poi consideriamo che il progetto dei Reverberi è lungimirante, lo è sotto molti punti di vista, allora dico che la sponsorizzazione diventa importantissima. Lo dico con forza e con passione. Credo in questo bel progetto, considerando anche che De Rosa non ha iniziato da oggi a seguire i team. Personalmente mi occupo delle sponsorizzazioni dal 1985 e il primo supporto tecnico di De Rosa risale al 1972. Serve un progetto credibile, servono dei capitali da investire e qui c’è tutto questo, con una importante connotazione italiana.

Una delle prime bici fornite ai ragazzi di Reverberi (foto Bardiani-Csf)
Una delle prime bici fornite ai ragazzi di Reverberi (foto Bardiani-Csf)
Quindi si torna a parlare in modo concreto di una connotazione italiana nel mondo del ciclismo?

Il ciclismo anglosassone è ben definito, grazie a tanti capitali che sono stati investiti, ma anche per merito di un progetto a lunga gittata e di idee concrete. Tante parole, ma anche tanti fatti. E’ quello che serve a noi: arrivare al dunque, senza per forza dire le solite cose. Nel progetto dei Reverberi ci sono degli sponsor importanti e un produttore di bici che ci crede. E poi si vuole investire sui giovani e sulla qualità.

Giovani: perché tanti vanno nelle squadre estere?

I giovani migrano principalmente perché in Italia non ci sono stati dei progetti veri e propri a lungo termine e questo si riflette anche sugli sponsor. Noi arriviamo da tre anni di sponsorizzazione al Team Cofidis, che è tornato a crescere e nel World Tour proprio grazie ad un progetto credibile. I ragazzi vanno via dall’Italia perché vedono delle opportunità e allora mi viene da pensare, che è ora di tornare a creare delle opportunità anche qui in Italia. Il ciclismo professionistico ha sempre parlato italiano e lo zoccolo duro parla molto italiano ancora oggi.

Si lavora incessantemente per fornire la dotazione al completo (foto Bardiani-Csf)
Si lavora incessantemente per fornire la dotazione al completo (foto Bardiani-Csf)
Eppure De Rosa è un’azienda conosciuta ovunque…

Nel mondo c’è voglia di italianità, ma c’è anche la necessità di valorizzare le sponsorizzazioni tecniche. De Rosa esporta le bici in 38 Paesi, abbiamo un team professionistico anche nel Nord Europa, la Bingoal e costantemente facciamo delle azioni di marketing in Asia, tramite i distributori. Per un’azienda come la nostra è fondamentale alimentare la cultura ciclistica e farlo anche nel Paese di nascita. Non è una questione di patriottismo, ma non mi va di pensare solamente che un marchio come il nostro deve per forza investire solamente al di fuori dell’Italia. Bisogna metterci la faccia.

Cristiano De Rosa all’epoca della Vini Fantini-Nippo
Cristiano De Rosa all’epoca della Vini Fantini-Nippo
Quindi è ancora possibile investire in Italia e in un team italiano?

E’ possibile e bisogna farlo. Voglio fare un esempio riprendendo una considerazione del presidente del colosso Nippo, all’epoca della nostra sponsorizzazione della Nippo-Vini Fantini. Nippo scelse di sponsorizzare in Italia per imparare dagli italiani, sicuri di condividere dei valori di qualità, cultura e un’ottima scuola. E’ passato qualche anno, neppure troppi a dire la verità, ma questa considerazione è più che valida e attuale.

Quanti e quali squadre pro’ avrete per il 2023?

Due squadre maschili pro’ e due femminili.

Volendo fare una sovrapposizione, la sponsorizzazione del Team Green Project-Bardiani-CSF-Faizané è paragonabile a qualcun’altra della storia De Rosa?

Ogni sponsorizzazione e ogni approccio che si ha con team è una cosa a sé. Al termine del progetto si possono fare dei paragoni, dei confronti e delle sovrapposizioni, ma solo alla fine, non all’inizio. Si impara qualcosa ad ogni esperienza e si porta a casa qualcosa di buono dopo ogni partnership.

Quante bici avrà in dotazione la squadra dei Reverberi e quali modelli?

Ad ogni atleta verranno fornite 5 biciclette: 4 da strada e una da crono. I modelli saranno Merak, SK e la Disco TT03 per le cronometro e poi vedremo durante l’anno, la ricerca, lo sviluppo ed i test non si fermano.

In che modo viene deciso il modello di bici da destinare al corridore?

Si cerca di fare un’analisi del corridore, delle sue caratteristiche e in base alle valutazioni fatte con il tecnico del team viene identificata la bicicletta giusta per l’atleta.