Veni, vidi, vici: Van Der Poel riparte alla sua maniera

28.11.2022
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Guardando la gara di Hulst, tappa olandese della Coppa del mondo di ciclocross, la prima cosa che si capisce è perché quando entrano in campo i tre tenori cambia tutto, diventa un altro sport. Basterebbe guardare solo i primi due minuti della gara: Mathieu Van Der Poel scatta col numero 38, davanti ci sono tutti i protagonisti del circuito mondiale fra belgi e olandesi e l’altro tenore: il campione del mondo Tom Pidcock.

Due minuti. Tanto impiega VDP a riportarsi avanti, al sesto posto, affiancato a un Pidcock che non si è neanche dannato l’anima, quasi sapesse che tanto il rivale si sarebbe subito agganciato. Come ha fatto? Grande potenza, certamente. Classe, non manca di certo. Ma soprattutto cattiveria agonistica e concentrazione. Quei due ingredienti che spesso fanno la differenza. Pontoni lo raccomanda di continuo soprattutto ai più giovani. Che forse dovrebbero riguardarsi quei due minuti al computer e impararli a memoria…

L’olandese era visibilmente soddisfatto a fine gara. Domenica nuovo test (foto Uci)
L’olandese era visibilmente soddisfatto a fine gara. Domenica nuovo test (foto Uci)

Il guanti tolti

Quando Mathieu Van Der Poel scende in gara, lo fa sempre con cognizione di causa, nel senso che sa bene che è in condizione di vincere. Lo era anche lo scorso anno, quando scese in pista a Dendermonde, ma era la pallida copia dal punto di vista fisico del campione che conosciamo. Quello di Hulst è un altro Van Der Poel, molto più in palla anche se a suo dire la schiena non è ancora a posto. E quando è così, difficilmente la vittoria gli sfugge. Dal 2015 è accaduto solo due volte e due resteranno.

La gara ha un’evoluzione abbastanza semplice. Prova veloce, su un terreno scivoloso e disputata molto prima del solito, per lasciare spazio televisivo alla sfida calcistica del Belgio ai mondiali. Van Der Poel nei primi due giri tiene il passo dei rivali a dispetto di evidenti problemi tecnici, che lo portano a scivolare due volte. Nel terzo giro Pidcock cambia marcia e si scrolla di dosso gli specialisti, l’olandese da par suo si toglie i guanti: un segno che sta cambiando qualcosa, che sta per partire?

A Hulst più di una caduta per VDP, apparso ancora in ritardo dal punto di vista tecnico
A Hulst più di una caduta per VDP, apparso ancora in ritardo dal punto di vista tecnico

Aspettando Van Aert

Nella quarta tornata sono rimasti solo loro due, ma Van Der Poel ne ha di più e se ne va, senza essere più raggiunto, anzi Pidcock alla fine abdica anche a causa di una caduta con problema al cerchio, tanto da essere costretto al ritiro. La prima sfida è a favore del padrone di casa, ma domenica sarà un’altra storia, anche perché arriverà il terzo incomodo, un certo Wout Van Aert.

Raramente capita di vedere il campione dell’Alpecin Deceuninck pienamente soddisfatto, ma negli attimi immediatamente successivi alla vittoria di Hulst si percepiva chiaramente che questa non è stata una vittoria come tutte le altre. E’ come se si fosse strappato di dosso i dubbi, il malumore figlio della stagione scorsa, durata la miseria di una gara e mezza. Una stagione cancellata, questa vittoria lo riaggancia al VDP di due anni fa.

«E’ una vittoria gratificante perché finalmente ho avuto tempo e buona salute per preparare la mia uscita nel ciclocross».

E sembra strano ascoltarlo, considerando che di allenamenti specifici ne ha fatti davvero pochi, proprio come Pidcock prima della sfida della domenica precedente a Overijse, persa per pochissimo contro Vanthourenhout.

Pidcock in gara a Kortrijk, prima vittoria per il britannico in maglia iridata
Nella gara di Kortrijk di sabato, prima vittoria per il britannico in maglia iridata

Pidcock: no al mondiale

Nella sua disamina post gara, Van Der Poel sottolinea quel che è andato e non: «La forma fisica è già buona e quella arriva grazie alla preparazione che è già iniziata per la stagione su strada. Tecnicamente però sono molto indietro e in gara si è visto. Per unire le due cose serve tempo, io spero di essere già molto diverso nel periodo delle feste». Cominciando magari da una settimana prima a Vermiglio, gara che ha cerchiato di rosso sul suo personalissimo calendario.

L’altro tenore, la sconfitta l’ha mandata giù senza troppo rimuginarci. Il giorno prima intanto aveva finalmente bagnato con una vittoria la sua maglia iridata, trionfando a Kortrijk nella prova dell’H2O Trofée. Una gara dominata, andando via al secondo giro e trasformando la corsa in un allenamento. Il britannico della Ineos Grenadiers alla fine di questo weekend ha confermato di essere in una forma migliore di quella dello scorso anno nello stesso periodo, ma ha anche ribadito il suo no alla difesa della maglia.

«Voglio onorarla dalla prima all’ultima gara che potrò fare – ha detto – ma poi dovrò pensare alla preparazione della stagione su strada che richiederà tempo e attenzione».

Il podio finale con Sweeck a 15″ e Iserbyt a 22″ (foto Sportpic-Agency)
Il podio finale con Sweeck, secondo a 15″ (foto Sportpic-Agency)

Essere campioni non basta più…

Che cosa resta della sfida di Hulst? Anche un’altra considerazione, la diversa immagine che, come avviene ormai ogni anno, assumono gli altri protagonisti. In occasione della tappa olandese, Iserbyt ad esempio ha perso la leadership della classifica generale a vantaggio di Sweeck, ma questo sembra quasi un inciso, quando invece in qualsiasi sport sarebbe forse il motivo principale di discussione. E’ probabile che, come dice lo stesso Iserbyt, la lotta andrà avanti fino alla fine, ma ora che sono entrati in scena i grossi calibri, se ne accorgeranno in pochi.

E’ il prezzo che si paga alla presenza dei fuoriclasse, quelli che solo con qualche ora di allenamento specifico arrivano e fanno la differenza. Non si può negare che, guardando i vari Iserbyt, Sweeck, Vanthourenhout viene un po’ di malinconia, condannati a vivere in un mondo dove essere campioni non basta più…

Beking, nella festa di Monaco, l’ultima vittoria di Gilbert

27.11.2022
8 min
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Philippe Gilbert che si allontana con i figli accanto – uno che porta il trofeo e l’altro con i fiori – è la sintesi perfetta della giornata e di una carriera eccezionale. Monaco, le quattro del pomeriggio lungo il Boulevard Albert 1er, davanti a yacht immensi e sguardi incuriositi, dove si è appena conclusa la gara dei professionisti a margine di un evento che, come nelle domeniche di paese, ha proposto chiacchiere e incontri. Ha vinto il belga della Lotto Soudal, all’ultima corsa. Mentre la carovana di Beking 2022 si disperde alla spicciolata, il belga firma autografi e concede gli ultimi sorrisi.

«Adesso finalmente – dice – mi rendo conto che è finita. Vivo a Monaco da 13 anni e chiudere qui resterà un bel souvenir. Avevo vinto già la prova cronometrata del mattino, ma vincere la kermesse con tutti i corridori che c’erano e il loro livello ha un sapore diverso. Ma al di là di questo, credo che Beking sia un bel progetto, per quello che vuole portare nella società. Il ciclismo professionistico qui non è famoso come in Belgio, dobbiamo fare in modo che lo diventi, affinché i bambini di oggi fra 15 anni possano essere i nuovi professionisti».

Alla partenza, immancabile, con Gilbert c’è il Principe Alberto di Monaco
Alla partenza, immancabile, con Gilbert c’è il Principe Alberto di Monaco

Il grande show

Se uno show come questo lo avessero organizzato in Italia, ci sarebbe stato il mondo. Ci sono quasi tutti i professionisti che qui risiedono e altri come Covi e Troia che sono venuti per partecipare. Poi ci sono tutti i team manager delle squadre WorldTour, perché l’UCI ha spostato qui il suo meeting annuale.

«E’ quella bella riunione che si fa sempre a novembre – scherza Brent Copeland della Bike Exchange-Jayco – quando hai chiuso il budget e loro fanno le sorprese di regolamenti cambiati e cose del genere».

Il manager sudafricano sorride rassegnato, ma è un fatto che a certe sorprese non corrispondano mai prese di posizioni di segno opposto da parte delle squadre. Sono arrivate così promozioni e retrocessioni e tutti quei cambiamenti di cui i corridori pagano il prezzo.

Szmyd per caso

A camminare sulla banchina c’è anche Sylwester Szmyd, preparatore della Bora-Hansgrohe, ma lui non è qui per la gara né per il meeting dell’UCI. 

«Abito là dietro – dice – vivevo qui da corridore e poi anche quando ho smesso. Guardate quanti campioni, davvero se lo avessero fatto in Toscana non ci sarebbe stato abbastanza spazio per il pubblico».

Ne approfittiamo per chiedergli di Giovanni Aleotti, sapendo che lo allena lui.

«Intanto prepariamo il debutto in Australia – dice – e poi speriamo di vederlo bene anche nelle classiche. Quest’anno è migliorato tanto, nonostante abbia avuto tanti stop. Al Sibiu Tour andava davvero fortissimo. Anche a Quebec. Gli ho detto di aspettare, perché quella è una corsa da un solo colpo. Invece si è messo a scattare e alla fine si è spento…».

Firma della maglia gialla per Pogacar, parso estremamente rilassato
Firma della maglia gialla per Pogacar, parso estremamente rilassato

Formolo e il trasloco

Pogacar è saltato fuori dal nulla assieme alla compagna. E’ tipo di poche parole. Sfila sorridendo con i bambini. Firma e posa, ma di base preferisce starsene per i fatti suoi.

«Stamattina è andato in bici – dice Formolo, raggiunto a Monaco dai suoceri – tanti si sono allenati e sono venuti fuori per il criterium».

Il veronese dice di aver firmato il contratto per il nuovo anno, anche se l’annuncio non è stato ancora fatto. Poi racconta di essere in pieno trasloco, perché l’appartamento in cui vivrà fino al 30 novembre è stato venduto.

Sagan con Ermanno Leonardi, Managing Director di Specialized Italia, sponsor dell’evento
Sagan con Ermanno Leonardi, Managing Director di Specialized Italia, sponsor dell’evento

I corridori sono mediamente tutti in affitto, solo pochi – Sagan fra loro – hanno scelto di comprare la casa in cui abitano. Peter è seduto su un cassone a parlare con Ermanno Leonardi di Specialized Italia e intanto con lo sguardo segue suo figlio Marlon che cammina accanto alla mamma. Nel corso della mattinata, Peter girava sul percorso portandolo sul tubo orizzontale.

Il ciclismo italiano

Pozzato ha corso al mattino nella prova a squadre fra corridori e amatori. Con lui dopo un po’ che si parla, il discorso finisce sul ciclismo italiano. Si ragiona di Giro U23 e Giro Donne, di Giro d’Italia e di Argentin e la sua posizione è la più interessante fra quelle sentite finora.

«Bisogna ripartire dai bambini – dice – copiare quello che hanno fatto nel tennis o in Francia col ciclismo. Il professionismo basta a se stesso, ma se vedo che a Vicenza gli juniores si sono dimezzati e al Sud non c’è più niente, comincio a preoccuparmi. Invece qui, al posto di fare sistema e unirsi, ognuno difende il proprio orto e pensa solo a fare la sua fortuna».

Alessandra Cappellotto, qui con Trentin, è a Monaco per il meeting Uci che si terrà lunedì e martedì
Alessandra Cappellotto, qui con Trentin, è a Monaco per il meeting Uci che si terrà lunedì e martedì

Uomini, non solo atleti

Accanto c’è Roman Kreuziger che riporta la sua esperienza in Repubblica Ceca, dove il numero di allievi e juniores nella sua Academy è in calo.

«Il bello – dice – è che bisogna discutere con i genitori per imporre che i ragazzi prima devono finire la scuola. Noi diamo bici, maglie, caschi… Diamo tutto, ma non vogliamo produrre solo degli atleti, vogliamo far crescere i ragazzi. Non voglio che fra cinque anni quegli stessi genitori vengano a dirmi che per colpa della bici i figli hanno smesso di studiare e adesso non sanno cosa fare».

Roglic e i bimbi

«Adesso smetteranno di chiederci quando ci sposiamo», sorride Elena Cecchini accanto a Elia Viviani. Accanto c’è Lizzie Deignan, con la figlia Orla attaccata alla gamba e l’ultimo arrivato Shea in braccio. Lei indossa già la tenuta della Trek-Segafredo, pronta a rientrare in gruppo.

E’ il giorno dei bambini. Un gruppo è arrivato da Forano, in provincia di Rieti. Altri sono figli di corridori e vivono qui. Scriccioli guerrieri, vestiti con le maglie dei corridori a frullare sui pedali su andature per loro forsennate.

«La prima cosa che bisogna insegnare ai bambini – dice Roglic – è il rispetto reciproco, poi c’è l’osservanza delle regole. Una giusta educazione è il solo modo perché diventino adulti consapevoli. Mi dispiace non correre, Beking è il modo migliore per unire la passione per la bici e l’impegno per gli altri».

Fra il pubblico, spinto sulla sedia da Manuel Quinziato, si riconosce anche Samuele Manfredi, che i suoi sogni di bambino ha dovuto rivederli e adesso ha scelto di dedicarsi alla hand bike, per dare sfogo a quella voglia di agonismo che l’incidente del 2018 gli ha portato via.

I due Principi

Il via alla gara dei pro’ ha voluto darlo ancora una volta il Principe Alberto, mentre in mattinata al villaggio di partenza si è fatta vedere sua sorella Stephanie, in jeans e un cappottino grigio. La sensazione è che Monaco apprezzi, ma non ami essere disturbata troppo.

La gente si è affacciata dalle balaustre, ha guardato e poi ha proseguito nella sua domenica calda in riva al mare che annuncia il Natale negli stand del villaggio in costruzione davanti al porto. Matteo Trentin saluta, a capo di un periodo che lo ha visto organizzatore al pari di sua moglie Claudia che ora dal palco ringrazia in francese e poi inglese.

A Beking, l’ultima gara da pro’ e ultima vittoria per Philippe Gilbert: una carriera straordinaria
A Beking, l’ultima gara da pro’ e ultima vittoria per Philippe Gilbert: una carriera straordinaria

Solidarietà e accorgimenti

Le iscrizioni degli amatori che al mattino hanno corso la prova a crono con i campioni saranno devolute per le due associazioni dichiarate alla partenza, per il resto si spera che gli sponsor coprano tutte le spese di un evento che ha ampi margini, ma forse potrebbe cercare una formula più incisiva. Splendido lo sforzo degli organizzatori, ma si può lavorare ancora (ad esempio) per coinvolgere il pubblico e portarlo tra gli stand della piccola fiera. I campioni non mancano: quelli a Monaco sono una garanzia.

«La mattina quando devo allenarmi – dice Battistella – basta mettersi sotto casa e aspettare il primo gruppetto che passa. Le strade sono spettacolari, la compagnia anche…».

Loda, quanto costa gestire un team di ciclocross?

27.11.2022
5 min
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Ogni domenica un impegno in giro per l’Italia, ogni domenica un agglomerato di emozioni come neanche quando correva fra i pro’ gli era dato vivere. I weekend di Nicola Loda sono vissuti sempre sul filo del rasoio, trepidando per i suoi ragazzi. Il Team Piton sta affrontando la lunga stagione del ciclocross con 7 ragazzi, fra esordienti e allievi, che regalano in ogni occasione tanta passione.

Ma quanto costa gestire una simile società e che cosa comporta? Loda si è sottoposto volentieri alla disamina dell’attività della sua squadra come vero e proprio “exemplum” di quel che significa gestire un team nel ciclismo odierno. Spese che toccano il portafoglio, ma anche impegni che riguardano un vasto numero di persone.

Nella sua analisi, Loda parte da una premessa doverosa: «La nostra attività è cambiata da un anno a questa parte. La stagione scorsa era ancora all’insegna della pandemia, c’erano molte meno gare per le categorie giovanili e quando capitavano, dovevamo affrontarle anche a costo di lunghi viaggi. Ad esempio nella passata stagione abbiamo seguito in maniera quasi continuativa il calendario del Giro d’Italia, quest’anno invece abbiamo privilegiato trasferte più vicine ma più frequenti, sempre però di un alto livello, seguendo principalmente il calendario del Mastercross e le prove nazionali di Lombardia ed Emilia».

La messa a punto delle bici occupa le mattine prima della gara. Tutti danno una mano
La messa a punto delle bici occupa le mattine prima della gara. Tutti danno una mano
Come avete strutturato dal punto di vista economico la vostra stagione?

A inizio anno il nostro presidente Paolo Zanesi fa i suoi conti e mette da parte un budget che possiamo quantificare, in cifre, tra i 21 e i 24 mila euro, ma bisogna considerare che ogni atleta ha a disposizione due bici, una da gara e una da allenamento, poi tutti gli accessori e l’abbigliamento che sono forniti direttamente da Piton. La cifra coinvolge principalmente tutte le trasferte della nostra attività.

Proviamo a dividerle…

Quando partiamo, ci sono tre mezzi: due furgoncini dove viaggiamo con i 7 ragazzi e il furgone grande che porta tutte le bici, perché ogni atleta deve avere il ricambio, quindi le bici da allenamento vengono impiegate in gara soprattutto se c’è fango e bisogna provvedere al cambio ogni giro per lavare la bici lasciata. Ci sono sempre almeno 5 genitori che vengono in ogni trasferta. Quando le località sono vicine è abbastanza semplice, si parte la mattina prestissimo e si torna in giornata. Altrimenti bisogna anche provvedere all’hotel e pur cercando di risparmiare sono sempre quei 60-70 euro a persona da considerare. Poi c’è il cibo, quindi a conti fatti si fa presto a raggiungere quelle cifre in un’attività di 4 mesi.

Il grande spazio che il Team Piton mette in piedi a ogni evento. Per questo serve arrivare in anticipo…
Il grande spazio che il Team Piton mette in piedi a ogni evento. Per questo serve arrivare in anticipo…
Nella tua analisi non hai contemplato presenze di meccanici e simili…

Perché facciamo da soli: siamo tutti abbastanza esperti per provvedere a quelle minime operazioni che sono le regolazioni del cambio e della sella, il gonfiaggio delle ruote e così via. Ogni settimana poi le bici vengono portate alla sede della Piton per la messa a punto. Io e un altro facciamo al mattino la gara dei master, poi ci mettiamo a disposizione dei ragazzi: chi al cambio bici, chi al lavaggio, chi a preparare i rifornimenti…

Quando inizia il vostro lavoro?

Sicuramente quando partiamo la mattina stessa dobbiamo arrivare molto prima. Bisogna innanzitutto montare il gazebo e attaccare il generatore di corrente, attaccare la bombola del gas, tirar giù le bici e rimetterle a posto. C’è tantissimo da fare prima di una gara. Noi diciamo sempre che appena arrivati c’è da “montare il circo”… E’ una fatica, ma è anche molto divertente.

Al Mastercross di Fanano doppietta fra le allieve 1° anno con Bianchi e Arzetti
Al Mastercross di Fanano doppietta fra le allieve 1° anno con Bianchi e Arzetti
La stagione com’è iniziata?

Alla grande, i ragazzi ci stanno dando grandi soddisfazioni. Abbiamo due esordienti come Anna Bonassi, già campionessa italiana su strada e Carlotta Longhi, anche lei tra le prime in Italia. Sono alle loro prime armi nel ciclocross ma ogni volta vanno meglio e imparano. Poi abbiamo due allieve primo anno, Elisa Bianchi e Nicole Arzetti entrambe provenienti dalla mtb dove hanno vinto un titolo italiano nella scorsa estate. Infine tre allievi 2° anno: Francesco Baruzzi che è sempre tra i primi, Massimo Salvodini che viene anche lui dalla mtb e Luca Zaina, il figlio di Enrico mio compagno di avventure per tanti anni su strada e di Nadia De Negri, viceiridata nella mtb nel 1997.

Come ti trovi ad allenare il figlio di Zaina?

Devo dire innanzitutto che sia Enrico che Nadia lasciano fare a me, non sono di quei genitori che mettono bocca, anzi Luca praticamente mi chiama ogni due giorni per relazionarmi su quanto fatto. Qualche giorno fa gli ho fatto comprare il bilanciere, per fargli fare gli esercizi per la muscolatura. Enrico mi fa «Eh, mi hai fatto spendere tutti quei soldi…». «Enrico, non ti ricordi quand’eravamo noi ad allenarci in palestra? Spiegagli quali esercizi fare». «No, sei tu l’allenatore, fai tu…». Luca ci tiene tantissimo anche perché vuole liberarsi da questa nomea di “figlio d’arte” che gli speaker gli affibbiano ogni santa volta che scende in gara. La responsabilità del cognome gli pesa, ma pian piano sta uscendo fuori, migliora sempre.

Loda con Luca Zaina, figlio di Enrico pro’ fino al 2000 e di Nadia De Negri, stella della mtb
Loda con Luca Zaina, figlio di Enrico pro’ fino al 2000 e di Nadia De Negri, stella della mtb

I costi per lo sponsor

Fin qui Loda, ma per saperne di più sulle spese di un team abbiamo contattato anche Sara Pitozzi, amministratore delegato della Piton: «Se comprendiamo anche le nostre spese raggiungiamo i 50 mila euro e questa è una base minima per fare attività. Molti vorrebbero costituire un team, ma io dico sempre che se non hai almeno una cifra simile di base è meglio non provarci neanche.

«Ai corridori vengono fornite due bici, una in carbonio con Shimano Grx per la gara e una in alluminio con cambio Sram per l’allenamento. La manutenzione è tutta a nostro carico. Il rapporto è nato 6 anni fa e a conti fatti le soddisfazioni che stiamo portando a casa, non solo in termini di risultati, ripagano ampiamente l’investimento».

Vingegaard vuole firmare anche la maglia gialla 2023

27.11.2022
6 min
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«A volte mi sveglio e mi chiedo ancora se sto sognando o se ho davvero vinto il Tour de France. Esco e controllo la maglia gialla… ed è ancora lì. Ce l’ho a casa, è una bella sensazione». Magrissimo, sorridente, semplicissimo: Jonas Vingegaard si aggira nel Service Course della Jumbo-Visma come fosse uno qualsiasi. Si ferma a parlare con i compagni, quasi a chiedere se può inserirsi nella conversazione, passa a ritirare il suo materiale, si dedica alle interviste, autografa maglia gialle e a pois.

Tra l’altro, e fa un po’ ridere, quando arriva il momento del pranzo i panini sono finiti. Lui non trova niente e agguanta dal buffet quel paio di biscotti secchi rimasti. 

Lo tsunami del post Tour de France sembra alle spalle e lui appare sereno e disteso, con quella piega della pelle intorno alla bocca che vorrebbe farlo apparire più vecchio, ma che non ci riesce.

Jonas Vingegaard (classe 1996) ha vinto l’ultimo Tour de France
Jonas Vingegaard (classe 1996) ha vinto l’ultimo Tour de France

Vita di sempre

Come Roglic e Van Aert, anche Vingegaard ci concede un bello spazio per parlare. E si parte proprio dalla vita, quella del post Tour. Ormai la maglia gialla per lui segna un confine tipo, prima e dopo Cristo.

«Ovviamente – racconta il danese – le cose intorno a me sono diverse, ma la mia vita non è cambiata molto. Faccio ancora le stesse cose: vado in bici, vado a fare la spesa, vivo nello stesso paesino di 1.500 persone che sono sempre le stesse… E’ diverso perché ora più gente mi riconosce per esempio se vado in aeroporto.

«A casa però siamo noi: ci alziamo, facciamo colazione tranquillamente. Io vado in bicicletta mentre la mia compagna e mia figlia stanno a casa… Ogni tanto prendiamo una sorta di cargo bike che ci ha dato lo sponsor per andare in giro».

Ancora prima della festa ufficiale, al ritorno a Skive c’era la gente a bordo strada ad accogliere Jonas (alla guida) (foto Instagram)
Ancora prima della festa ufficiale, al ritorno a Skive c’era la gente a bordo strada ad accogliere Jonas (alla guida) (foto Instagram)

Tour e team

Vingegaard passa poi a raccontare del Tour. Di quelle tre settimane incredibili. Le insidie dell’inizio. Il dominio di Pogacar. Il suo ribaltone.

«La cosa più bella – racconta Jonas – è che abbiamo corso come team. Abbiamo cosi tanti talenti in squadra… Avevamo un obiettivo finale e tutti abbiamo rispettato il piano. Wout per esempio aveva la maglia gialla, ma ha rinunciato a difenderla per aiutarmi». Il riferimento è al giorno della tappa in pavé quando Vingegaard rimase indietro e rischiò di perdere tanti, tanti minuti. Fu Van Aert a salvarlo… e anche bene». E Van Aert tenne la sua maglia per una manciata di secondi.

«Credo che il giorno più difficile sia stato quando abbiamo perso Steven (Kruijswijk, ndr) e Primoz (Roglic, ndr). E’stato un giorno molto negativo, che ha avuto un certo peso. Ma poi dovevamo continuare a lottare, quindi il nostro piano è stato di accettare la situazione e provare a fare del nostro meglio e andare avanti. Però altri momenti duri non mi vengono in mente».

Sul ritiro di Roglic, Jonas è parso davvero dispiaciuto. Loro due hanno un ottimo rapporto e il danese spera, ed è certo, che Primoz potrà tornare a grandi livelli già dalla prossima stagione.

Parigi, arrivo in parata per la Jumbo-Visma. Vingegaard ha sottolineato l’importanza del team nel suo successo
Parigi, arrivo in parata per la Jumbo-Visma. Vingegaard ha sottolineato l’importanza del team nel suo successo

Verso il 2023

«Ho iniziato due settimane fa ad allenarmi – prosegue Vingegaard – ho avuto una lunga vacanza rispetto al solito. E quando sono tornato dal Giappone (per le kermesse organizzate da Aso, ndr) ho subito iniziato ad allenarmi.

«In cosa posso migliorare? Sicuramente lo sprint, per iniziare. Ma ci sono molti aspetti da migliorare ancora. Non voglio solo migliorare fisicamente, voglio migliorare in tutto. Quest’anno spesso sono stato male, vorrei migliorare anche questo. Nei materiali…».

Quando si va molto in alto poi accade che pressione e stimoli ti facciano vacillare. E’ questione di carattere e di nervi saldi, ma in questo caso sembra emergere l’uomo del Nord. Jonas è razionale e consapevole.

«Non so se sia più affamato per vincere rispetto allo scorso anno. Sono affamato in maniera diversa. C’è qualcosa di speciale. Voglio ancora fare bene e vincere corse».

«Con la mia storia, essere nervoso sarebbe stato facile. Non mi innervosisco più come prima. Mi sono detto: “Se vinco, vinco… altrimenti sarà per l’anno prossimo. E ci riproverò fino a che non vincerò”. In tal senso sono migliorato dall’inizio del 2021, anche nel gestire le aspettative. Io non ho mai avuto problemi a mantenere le aspettative degli altri, ma ho sempre avuto difficoltà nel mantenere le mie. Mettevo molta pressione su di me. Questo era il mio problema».

Ma poi ci sono anche gli altri. Pogacar magari avrà perso qualche certezza, ma è sempre Pogacar e ci ha messo poco a rimboccarsi le maniche. Guardate come ha vinto il Lombardia… Ma lui sarà ancora più aggressivo? Si dice che lo sloveno voglia lavorare ancora di più per la salita.

«Penso che sarà più motivato. Non so se più aggressivo. E’ stato già abbastanza aggressivo quest’anno!».

Giro o Tour?

Jonas ha visto i percorsi del Giro d’Italia e del Tour. La sua destinazione è scontata e anche lui ammette che con tre cronometro in Italia, la corsa francese sia più adatta alle sue caratteristiche.

«Però non abbiamo ancora pianificato cosa fare l’anno prossimo. Io vorrei tornare al Tour».

Mentre scarta l’idea di una doppietta Giro-Tour, nonostante il suo idolo da ragazzo fosse Contador, l’ultimo ad averci provato veramente. 

«Quando ho iniziato con il ciclismo mi piaceva molto Contador. Mi piaceva il suo modo di correre, di attaccare. Da lui ho preso l’ispirazione a non avere paura di attaccare. Di essere aggressivo, ma in un modo intelligente.

«E’ difficile dire se è possibile fare la doppietta in un grande Giro. Credo che se dovessi iniziare penserei più al Tour e alla Vuelta. Non è facile, ma di sicuro Giro e Tour è duro. Forse li potrei fare in futuro. Per il prossimo anno non so… magari potrei fare anche la Vuelta».

Crono finale del Tour a Rocamadour: poco prima di questa curva, Jonas aveva rischiato tantissimo uscendo fuori strada
Crono finale del Tour a Rocamadour: poco prima di questa curva, Jonas aveva rischiato tantissimo uscendo fuori strada

Paure

Vingegaard ha detto di aver lavorato molto anche su stesso con la gestione del nervosismo, della pressione e sta maturando velocemente. Ma poi ci sono dubbi con i quali anche i campioni devono fare i conti e Jonas lo dice apertamente.

«Certo che ci sono delle cose che mi fanno paura. Per esempio in allenamento cerco di andare più piano che nelle corse. Sto attento alle curve, ho paura di essere tamponato da una macchina. Cerco di essere sempre essere concentrato sulla strada. 

E palrando dell’incidente di Bernal, lui dice: «Guardo sempre avanti. Ovviamente sono cose possono capitare, ma sono sempre molto più prudente durante gli allenamenti».

E la paura c’è stata anche in quell’ultima curva nella crono di Rocamadour, quando finì al di fuori dell’asfalto e sfiorò la parete di roccia che c’era subito al margine. Rischiò di mandare tutto in fumo quando mancavano 2.000 metri all’impresa.

«Eh sì – ricorda Vingegaard – mi sono spaventato abbastanza. Ma non volevo andare piano. E penso che rifarei lo stesso. Ho preso la linea sbagliata e siccome la strada era sconnessa, ho fatto anche peggio. Se la strada non fosse stata sconnessa, sarei riuscito a passare facilmente.

«Dall’ammiraglia cosa mi hanno detto? Non ricordo bene, ma mi hanno detto: “Bel salvataggio!”».

Mononucleosi, Covid, soprasella: il calvario di Masnada

27.11.2022
5 min
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Tra essere amatori e professionisti c’è un abisso. Ma alcune dinamiche che si verificano nella vita professionale di un pro’ possono aiutare anche i pedalatori della domenica. Soprattutto quando di mezzo c’è la salute. L’esperienza che ha vissuto Fausto Masnada nella stagione appena conclusa, cui aveva accennato l’altra sera durante la festa del suo Fans Club a Laxolo, è un caso pilota che offre spunti per evitare spiacevoli guai.

Il suo 2022 è stato tempestato di problemi di salute: la mononucleosi, il Covid e un’infiammazione al soprasella molto fastidiosa che non gli ha dato pace, dalla preparazione invernale fino all’ultima corsa di settembre. Per le prime due, mononucleosi e Covid, c’è poco da fare: malanni che capitano a tutti e i cui consigli lasciamo a medici ed esperti. Per l’infiammazione al soprasella invece la questione si fa più tecnica e “ciclistica”.

Già dalla primavera, finita la mononucleosi, Masnada si è trovato alle prese con l’infiammazione
Già dalla primavera, finita la mononucleosi, Masnada si è trovato alle prese con l’infiammazione

Il riposo trascurato

Masnada ha provato talmente tanto dolore, correndo sempre con un paio di marce in meno, che ha dedicato una buona fetta della pausa tra la vecchia stagione e la preparazione della nuova a capire l’origine del problema.

«Quando arrivi a fine anno – spiega – tiri una riga dei risultati. Le cose che sono andate bene e, soprattutto, quelle che sono andate male, per non ripetere eventuali errori commessi. Ebbene, l’infiammazione di cui sono stato vittima è iniziata poco dopo la mononucleosi. Fermarsi nuovamente significava chiedere alla squadra altre tre settimane di attesa e non volevo farlo. Il parere degli esperti era uno solo: riposo. Ma non me la sono sentita di ascoltarli e ho proseguito».

Durante il Giro, Masnada è ripartito da Livigno, ma la situazione non era davvero risolta (foto Instagram)
Durante il Giro, Masnada è ripartito da Livigno, ma la situazione non era davvero risolta (foto Instagram)

Prima bisogna guarire

Così facendo, il corridore della Quick-Step Alpha Vinyl Team si è messo a disposizione, ma non riuscendo mai ad essere al top della sua condizione, dovendo saltare – ad esempio – il Giro d’Italia e il Giro di Lombardia che nel 2021 lo aveva visto giungere sul traguardo di Bergamo secondo, alle spalle di Pogacar. Primo insegnamento: prima di ripartire, guarire al meglio.

«Ho continuato ad assumere antibiotici, antinfiammatori, antidolorifici – spiega – ma il dolore era davvero limitante. Alla Vuelta, dopo 10 minuti di corsa, sentivo un male atroce. Del resto la sella è una delle poche parti del corpo su cui poggia continuamente una parte delicata del nostro corpo».

Proseguire in queste condizioni ha sicuramente temprato nello spirito e nella grinta Masnada che è riuscito ad arrivare a Madrid, scortando la maglia rossa di Remco Evenepoel, solo grazie alla sua tenacia e al tifo dei suoi compagni: «Volevano tutti che arrivassi alla fine e ce l’ho fatta, è stata una dura prova, ma arrivare in fondo era il mio unico obiettivo».

Masnada ha concluso la Vuelta aiutando Evenepoel a vincerla, nonostante la grande sofferenza
Masnada ha concluso la Vuelta aiutando Evenepoel a vincerla, nonostante la grande sofferenza

Sei settimane di stop

Finita la stagione, si volta pagina e si correggono gli errori. «A proposito del recupero – spiega il 29enne bergamasco – ho deciso di rimanere lontano dalla bicicletta per 6 settimane dopo l’ultima corsa di settembre. Solitamente ne faccio solo quattro, ma quest’anno sentivo davvero il bisogno di guarire al meglio. Ho continuato con gli antibiotici, ma mi sono concesso una lunga vacanza prima di tornare a pedalare. Ora va decisamente meglio, sto seguendo i miei programmi e il dolore è solo un ricordo».

Quest’anno Masnada si è concesso uno stacco di 6 settimane: qui in Giordania con la compagna Federica (foto Instagram)
Quest’anno Masnada si è concesso uno stacco di 6 settimane: qui in Giordania con la compagna Federica (foto Instagram)

Una nuova sella

Riposo, certo, ma anche qualche fondamentale accorgimento per quanto riguarda l’assetto in bicicletta. Obbligatorio, per Masnada, rivolgersi al suo mentore: il bergamasco Aldo Vedovati.

«Insieme a lui – spiega Masnada – abbiamo corretto la posizione in sella per ridurre al minimo lo sfregamento del soprasella. Questo anche perché io sono molto delicato in quella zona, avendo subito un’operazione nel 2020. Ho cambiato il modello di sella, ho aggiustato il suo arretramento e corretto anche l’altezza del manubrio. Sto bene, mi sento stabile e riesco a dare il massimo».

L’infiammazione di Masnada potrebbe essere derivata da un’igiene non perfetta del fondello, lavato negli hotel
L’infiammazione di Masnada potrebbe essere derivata da un’igiene non perfetta del fondello, lavato negli hotel

L’igiene del fondello

Messi a posto riposo, recupero e assetto, c’è un altro aspetto però che andrà curato al termine di ogni uscita: l’igiene. Una delle cause dell’infiammazione che ha rilevato Masnada sta nella pulizia del fondello. 

«Il problema – spiega – è sorto in un periodo in cui ero sempre lontano da casa, alloggiavamo in albergo, lavavano lì i nostri indumenti, ma non si sa mai come li trattino. Curare la pulizia invece è determinante per prevenire problemi come il mio. Quest’anno dunque presterò particolare attenzione alla pulizia di maglietta, pantaloncini, calzini disinfettando sempre tutto ogni volta che li utilizzo».

Piccoli segreti da World Tour, che possono cambiare la vita a tutti.

Bianchi parla da leader e si mette la velocità sulle spalle

27.11.2022
5 min
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In un anno è cambiato tutto. Nella ancor breve storia di bici.PRO, quando a novembre del 2021 chiamammo per la prima volta Matteo Bianchi nel corso di un’esplorazione attraverso il mondo della velocità azzurra, avemmo la conferma che qualcosa non andasse.

«Siamo da soli – disse – a volte parlo con amici e rivali olandesi e tedeschi e fa pensare sentire il racconto di come vivono e si allenano. In Italia siamo fermi, per colpa di tutti e di nessuno. Per fortuna da gennaio scorso assieme a Miriam Vece siamo entrati nel Centro Sportivo dell’Esercito, che ci aiuta con le spese. Ma l’Esercito non può costruire un velodromo per due-tre atleti. Per questo sto valutando la possibilità di trasferirmi anche io ad Aigle. Hai la pista, la palestra, un allenatore e talenti di alto livello con cui confrontarti e crescere. Nel 2019 mi invitarono per dieci giorni di stage e mi trovai benissimo. E’ tanto che spingo per andarci. Il guaio è che non ci sono posti. Hanno un ostello che fa da base per i ragazzi della pista e ora sono pieni».

Quaranta sta insegnando l’approccio meticoloso al lavoro e Bianchi non ha paura della fatica
Quaranta sta insegnando l’approccio meticoloso al lavoro e Bianchi non ha paura della fatica

L’alternativa è restare

A vederli girare nella pista di Noto, mentre Montichiari è ancora chiuso ma in procinto di riaprire, quel senso di solitudine è un ricordo.

«Ora c’è un gruppo – dice Bianchi – sicuramente siamo un bel po’ di elementi e siamo destinati a crescere, perché anche sotto si sta muovendo qualcosa nelle categorie giovanili. Quindi sono contento. Non volevo andare via tanto per partire, era semplicemente la ricerca di quella che lo scorso anno sembrava l’alternativa migliore. Adesso invece penso che l’alternativa migliore sia restare qui, visti i risultati ottenuti».

Bianchi e Tugnolo, in arrivo dal BMX, che ha appena capito quale sia la linea fino cui dovrà scattare…
Bianchi e Tugnolo, in arrivo dal BMX, che ha appena capito quale sia la linea fino cui dovrà scattare…

Un sistema diverso

E’ bastato l’arrivo di Quaranta e la macchina si è rimessa in moto: Villa non poteva seguire tutto ed era palese che il settore endurance lo assorbisse all’estremo. Un tecnico dedicato che, come ha raccontato giorni fa lo stesso Quaranta, ci mette testa, tempo e passione, e il gioco è fatto.

«E’ cambiato il sistema – spiega Bianchi – in più adesso è meno complicato reclutare i giovani, perché vedono che ci sono degli atleti che ottengono risultati e questo sicuramente li invoglia di più. Dall’altra parte abbiamo la fortuna di essere seguiti da Ivan, che ci capisce e ci conforta veramente. Insomma, prima era un po’ più difficile. Ovviamente Marco (Villa, ndr) aveva da gestire tutti i settori e sicuramente non è facile con la mole di ragazze e ragazzi che ci sono». 

Prove di partenza, Bragato al cronometro: Bianchi ha fatto registrare i tempi migliori
Prove di partenza, Bragato al cronometro: Bianchi ha fatto registrare i tempi migliori
Che giudizio dai del Quaranta tecnico?

Ivan è sicuramente è uno con cui si lavora e vuole che i lavori siano  fatti bene. Poi ovviamente da atleta, nel momento in cui vuoi dimostrare al tuo cittì che ci sei, che sei sempre pronto e che vuoi essere il migliore, sicuramente hai più stimoli se dall’altra Ivan sa dare le giuste risposte sui risultati. Quindi credo sia un tecnico completo. Sta lavorando nel modo giusto, io mi trovo benissimo.

Contento che ci sia un po’ di competizione interna?

Sì, assolutamente. I posti per la velocità olimpica sono tre, massimo quattro, e in questo momento siamo più di tre o quattro. Quindi ovviamente, come è successo nel quartetto che la competizione ha portato a vincere le Olimpiadi, speriamo che succeda la stessa cosa anche qua.

La tua squadra ha subito creduta in te e Predomo, ti sembra che stiano arrivando anche ragazzini con l’idea delle discipline veloci?

Confermo che la mia squadra Campana Imballaggi-Geo&tTex Trentino mi dà una grossa mano su tutto, anche in termini di supporto per l’allenamento quando siamo a casa. All’inizio eravamo solo Mattia ed io, ma ora stiamo reclutando un po’ di altri ragazzi. Alessandro Coden si sta muovendo in questa direzione, appunto per dare la possibilità ad altri ragazzi che vengono dalla strada di intraprendere questa via. Trovare una squadra under che si prende l’incarico di ospitare, tra virgolette, dei giovani che non portano visibilità dal punto di vista delle gare su strada è un bell’impegno. Quindi sicuramente bisogna farle un bel merito.

Il lavoro in palestra era alla base anche della velocità di Quaranta, ma da allora i lavori sono cambiati
Il lavoro in palestra era alla base anche della velocità di Quaranta, ma da allora i lavori sono cambiati
Entrare nell’Esercito ha cambiato qualcosa?

E’ un altro elemento fondamentale che quest’anno mi ha portato avere degli ottimi risultati. L’Esercito dà tranquillità, dà conforto se hai qualche problema. Loro ci sono sempre, ci danno la possibilità di fare la nostra attività in tranquillità e questa non è una cosa scontata. E appunto, insomma, fra tutti gli elementi che ci sono adesso, si è creato un bel… cerchio di lavoro.

La qualifica olimpica è più un obiettivo o un sogno?

Un obiettivo sicuramente, senza obiettivi non si va da nessuna parte. I sogni ogni tanto magari si mettono anche nel cassetto, ma gli obiettivi sicuramente sono lì per essere raggiunti.

La visione del filosofo Martin tra ciclismo e ambiente

26.11.2022
5 min
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Quando Guillaume Martin parla, le sue affermazioni non sono mai banali. Il corridore della Cofidis, uno dei leader del team WorldTour transalpino, è considerato il filosofo del gruppo e ha già pubblicato due libri, Socrate à vélo e La Société du peloton, dove unisce il ciclismo a considerazioni che vanno ben al di là del mondo a due ruote. Avvicinato dai giornalisti di Reporterre, media che si occupa della tutela dell’ambiente, ha rilasciato alcune affermazioni molto critiche sul suo mondo, dando anche un quadro fosco sul futuro.

Nella sua disamina, Martin parte da un ricordo: «La Vuelta del 2021 mi ha fatto molto pensare. Conclusi quel giro al 9° posto, a dispetto di un forte dolore costale e sacrale, ma non è questo il punto. Per molti giorni abbiamo pedalato in un clima che definire torrido è poco: per ore pedalavamo con temperature costantemente sopra i 33° e in una tappa, mentre salivamo in quota, il tachimetro diceva sempre 39°. Le autorità consigliavano alla popolazione di non uscire di casa, eppure noi eravamo lì, nelle ore più calde, a svolgere sforzi estremi. Aveva senso?».

Il secondo libro di Martin, ricco di spunti sull’attuale mondo delle due ruote
Il secondo libro di Martin, ricco di spunti sull’attuale mondo delle due ruote

I tempi stanno cambiando

Su quell’esperienza, il 29enne parigino ha ragionato, basandosi anche sulle gare di quest’anno: «Viviamo un rapido degrado ecologico e ambientale, le temperature stanno salendo e questo non potrà non pesare sullo sport. Io non sono sicuro che ancora a lungo si potrà prevedere il Tour così com’è strutturato nel mese di luglio e lo stesso dicasi per la Vuelta. Si mette a rischio la salute dei corridori, ma anche di chi segue il ciclismo sulle strade e rimane sotto il sole cocente per ore. Io penso sempre che la nostra sia un’attività da considerare come una forma di lusso, non essenziale».

Quest’ultima affermazione potrebbe sembrare azzardata e in effetti lo è, perché Martin sotto certi aspetti non dà il giusto peso all’attività sportiva sia come elemento di benessere fisico, sia come valore d’intrattenimento, ma nella sua analisi il “filosofo” francese prescinde da queste considerazioni e motiva la sua presa di posizione più in tema con l’ambiente: «La bici è un mezzo ecologico? Sì. Il ciclismo agonistico ad alto livello è uno sport ecologico? No…

Il gran caldo sta pesando sull’attività sportiva. Tour e Vuelta rischiano di cambiare periodo di gara
Il gran caldo sta pesando sull’attività sportiva. Tour e Vuelta rischiano di cambiare periodo di gara

Il problema dei mezzi a motore

«La mia vita è esemplare in tal senso: trascorro da 200 a 250 giorni fuori da casa e il mezzo principale di spostamento è l’aereo, perché consente di risparmiare più tempo di recupero necessario per le prestazioni e sono le migliori o peggiori prestazioni a misurare il nostro valore e quindi il nostro sostentamento. Quindi il mio stile di vita – forzato – è più inquinante di quello di un cittadino medio».

Il transalpino va anche oltre: «Guardate in ogni gara ciclistica quanti sono i mezzi motorizzati al seguito e quanto consumano, quanto inquinano. E i rifornimenti? Quanti prodotti sono avvolti nella plastica? Cerchiamo di non sporcare le strade con gli scarti, questo è vero, ma molto meglio sarebbe prescindere da prodotti inquinanti. Io in allenamento cerco di preparare i miei rifornimenti da solo, ma in gara è impossibile».

La carovana degli sponsor nei grandi giri è un aspetto sul quale il francese invita a riflettere
La carovana degli sponsor nei grandi giri è un aspetto sul quale il francese invita a riflettere

Un ambiente logorante

Si fa abbastanza per rendere gli eventi più ecologicamente sostenibili? Martin prova a dare qualche soluzione: «Dovremmo usare di più il treno per gli spostamenti e i mezzi elettrici per il seguito, ma è un processo in itinere, siamo ancora ai primi passi. Io credo che anche questi ragionamenti influiscano sullo stato generale del nostro movimento, che è florido. Molti miei colleghi non ce la fanno più, vivere in un ambiente con altissime aspettative, dove sei costretto a superare sempre i tuoi limiti è logorante. Non è solo Dumoulin che di fronte alla depressione ha alzato bandiera bianca, in tanti lo hanno fatto».

Qual è allora il futuro delle grandi competizioni sportive? «Intanto sono momento di discussione e riflessione. Molto si parla dei mondiali di calcio in Qatar e della loro opportunità in un Paese dove non si rispettano i diritti umani e lo stesso era stato per i Giochi Invernali di Pechino. Solo che bisognerebbe fare prima questi discorsi, non dopo. Da questo punto di vista il ciclismo vive un’epoca positiva: si sta globalizzando, le nazioni del Sud America vivono un ruolo importante e quelle africane anche. E’ però arrivato il momento di rivedere il modo di organizzare gli eventi: abbiamo davvero bisogno di tante macchine in una gara ciclistica?».

Gli spostamenti sono secondo Martin un fattore inquinante che inficia l’immagine del ciclismo (foto Lazou)
Gli spostamenti sono secondo Martin un fattore inquinante che inficia l’immagine del ciclismo (foto Lazou)

Collaborare, nel ciclismo e non solo

Nell’intervista, Martin conclude con un complesso ragionamento prendendo spunto da un passaggio del suo ultimo libro: «Ho tracciato un parallelo con il modo in cui i funghi micorrizici entrano in simbiosi con gli alberi, di cui colonizzano le radici. L’albero fornisce al fungo zuccheri dalla fotosintesi, mentre il fungo fornisce all’albero sostanze nutritive. Questo mutuo scambio lo vediamo anche nel ciclismo: prendiamo il caso di una fuga. Quando si collabora, tra corridori di squadre diverse, la fuga va fino in fondo. Ma se un corridore è riluttante a subentrare, il gioco non funziona. Di fronte alla crisi ecologica, noi spesso siamo come questo corridore recalcitrante che privilegia il proprio interesse, senza vedere che questo danneggia l’intera comunità e anche se stesso, alla fine».

Nuova Bianchi Oltre, Barguil la promuove a pieni voti

26.11.2022
5 min
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Warren Barguil è entusiasta della nuova Oltre RC di Bianchi, per lui un punto riferimento in fatto di rigidità, design e velocità. Lo abbiamo incontrato nella sede Bianchi di Treviglio e da lui ci siamo fatti raccontare le prime impressioni.

Il corridore francese ci ha sorpreso positivamente per la sua preparazione tecnica e la capacità di argomentare nel dettaglio le performances della bicicletta. Inoltre traspare la voglia di utilizzare un mezzo tanto moderno, quanto legato ad un marchio che fa parte della storia della bicicletta.

La descrizione di Barguil, analitica e ricca di dettagli
La descrizione di Barguil, analitica e ricca di dettagli
Quale è stata la prima impressione che hai avuto salendo sulla nuova Oltre?

La prima cosa che si percepisce è la rigidità complessiva, espressa in modo differente dalle sezioni della bicicletta. Ad esempio l’avantreno è molto rigido e comunque dotato di una precisione elevata, fattore che diventa fondamentale per i corridori e che può fare la differenza nelle fasi di gara più concitate. E poi la fluidità, combinata a quella capacità del mezzo meccanico di essere sempre veloce.

Il piantone con il logo del team
Il piantone con il logo del team
Stesso allestimento usato in precedenza e framekit diverso, puoi fare un confronto vero e proprio?

Si è vero, sono il primo atleta ad aver utilizzato il nuovo materiale fornito da Bianchi e l’allestimento sarà il medesimo che abbiamo utilizzato sulle Canyon. Ho usato l’Aeroad, davvero una buona bicicletta, molto versatile pur essendo una aero-bike. La sua versatilità è stata dimostrata più volte anche nel corso delle tappe di montagna con tanto dislivello positivo. Posso dire che la Oltre, si parla comunque dei primi feedback e non di un utilizzo a lungo termine, è davvero molto, molto veloce.

Da dove può arrivare tutta questa velocità?

Da una combinazione perfetta di diversi aspetti, dove spicca una geometria vantaggiosa e in grado di fornire un aiuto concreto nella posizione aerodinamica del corridore. Personalmente ho mantenuto la stessa posizione in sella che avevo in precedenza, ma nel caso della Bianchi abbiamo un tubo orizzontale più lungo e un manubrio che aiuta a sfruttare bene l’equazione tra la fase di spinta e una posizione comoda in sella.

Barguil vincitore di tappa alla Tirreno-Adriatico dello scorso anno
Barguil vincitore di tappa alla Tirreno-Adriatico dello scorso anno
Quindi un manubrio che fa la differenza?

Assolutamente è così, perché il suo design è particolare e si traduce in massima efficienza. E’ rigido e capace di offrire un ampio appoggio nella parte superiore. La sua aerodinamica è evidente e nonostante questo non crea fastidio alle mani, non obbliga a variazioni della presa alta, ad esempio in salita. Quando si fa velocità e si tira impugnando i manettini, il polso ha tanto spazio per appoggiarsi e distribuire bene il peso. Questo manubrio mi ha impressionato. Sarei curioso di usarla anche con i deflettori, ma per noi l’UCI non ha dato il via libera e la userò senza.

Questa è la livrea che sarà usata dai corridori Arkea-Samsic
Questa è la livrea che sarà usata dai corridori Arkea-Samsic
La rigidità è un fattore che apprezzi?

Mi piace sentire la bicicletta e la strada che corre sotto le ruote. Ritengo la rigidità e un buon bilanciamento del mezzo due fattori che portano dei vantaggi di primo piano.

Se appassionato di tecnica della bici?

E’ un aspetto che fa parte del mio lavoro, approfondire e capire cosa sto utilizzando. Non penso che il mestiere del ciclista sia finalizzato al solo pedalare e all’utilizzo del mezzo meccanico. Poi nei momenti clou della stagione è fondamentale concentrarsi su cosa può offrire dei vantaggi reali, ma è molto interessante sapere quanta tecnologia e ricerca si nasconde oggi dietro una bicicletta.

Come sarà configurata la tua Bianchi Oltre?

Un telaio taglia M, Shimano Dura Ace a 12 velocità, selle Italia SLR Boost e lo ruote Dura Ace da 50 o 60 millimetri, dipende dai percorsi. Ho imparato ad apprezzare e sfruttare i tubeless, ma qualche volta utilizzerò ancora i tubolari, magari per le corse più dure nelle quali userò anche la Specialissima.

Traspare una certa emozione quando spieghi la bici…

A me la bicicletta piace. E’ qualcosa che porto con me e va oltre l’aspetto legato al professionismo. E’ innegabile che essere appassionato di bicicletta e salire su una Bianchi, è come un pilota di F1 che guida una Ferrari. E’ molto importante e arricchisce la carriera di atleta.

Selle Italia sponsor del team, SLR Boost la sella di Barguil
Selle Italia sponsor del team, SLR Boost la sella di Barguil
Anche la Specialissima?

Sì, in dotazione avrò entrambe le biciclette, ma credo utilizzerò la Specialissima per le tappe più impegnative e alcune frazioni dei grandi Giri. Sempre con le ruote da 50.

Questioni di comfort o di valore alla bilancia?

Entrambi, tenendo sempre presente che io mi trovo a mio agio con le ruote da 50, anche nelle tappe di alta montagna. In questo ragionamento una dose di comfort aggiuntiva non guasta, diciamo all’interno di un Grand Tour, ma è pur vero che a parità di configurazione la Specialissima mi permette di togliere qualche grammo. Comunque vedremo il da farsi, anche dopo aver immagazzinato i giusti chilometri con la nuova Oltre, ad aver preso il 100 per cento della confidenza.

La Drone Hopper si ferma. Chi pensa a questi sei?

26.11.2022
6 min
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Le speranze della Drone Hopper di restare professional si sono librate in aria e sono sparite. Il main sponsor spagnolo non ha più eliche per tenere in volo la formazione italiana. L’impegno economico che si era assunto la start-up per le prossime annate non può più a garantirlo. Ormai a questo punto servirebbe un miracolo, ma per quanto Gianni Savio negli anni ci abbia abituato ad operazioni straordinarie, stavolta non sarà così.

Benché non ci sia ancora nulla di ufficiale, le voci dicono che il suo team dovrebbe prendere la licenza continental facendo una “fusione” con una formazione colombiana. La prima conseguenza di questa unione sarà la riduzione del roster. Lo slot di posti per i corridori italiani è praticamente assicurato soltanto a Benedetti (che aveva un biennale in tasca) e a Ciuccarelli (neo pro’ nel 2023). Di Chirico abbiamo parlato un mese fa, Mattia Bais è appena stato annunciato dalla Eolo-Kometa (dove raggiungerà suo fratello Davide). Ma gli altri italiani che erano in scadenza di contratto cosa faranno? E come stanno vivendo il momento? Sono in sei e glielo abbiamo chiesto, naturalmente. Rubrica telefonica e via. Componiamo i numeri e ascoltiamoli.

Simone Ravanelli si sta affidando ai suoi procuratori Alberati (in foto) e Fondriest per trovare una soluzione per il 2023
Simone Ravanelli si sta affidando ai suoi procuratori Alberati (in foto) e Fondriest per trovare una soluzione per il 2023

Ravanelli al bivio

Simone si è dato un time limit per conoscere il suo futuro anche se sembra aver metabolizzato abbastanza bene la vicenda.

«Sto continuando ad allenarmi. Un po’ per svagare la mente – dice – un po’ per farmi trovare pronto se arrivasse una chiamata da Gianni o da altri. Sarei disposto a restare anche nella continental perché so che nel 2024 potremmo tornare professional. Sono dei compromessi che posso accettare con loro, ma ho 27 anni e devo avere delle garanzie. Entro metà dicembre mi piacerebbe sapere in modo definitivo cosa ne sarà della Drone Hopper. In ogni caso sto valutando il cosiddetto piano B. Vorrei restare nel mondo del ciclismo sul lato commerciale, sfruttando i miei studi al liceo scientifico. Magari qualche azienda del settore potrebbe avere bisogno, sto iniziando a buttare un occhio in giro. Diciamo che sono preparato a smettere, anche se spero di no. E anche se speravo di farlo in un altro modo o molto più in là.»

Alessandro Bisolti, classe 1985, è pro’ dal 2009. Non è preoccupato di dover smettere
Alessandro Bisolti, classe 1985, è pro’ dal 2009. Non è preoccupato di dover smettere

Bisolti, tante idee

Alessandro ha la battuta pronta appena lo contattiamo. «Se non dovessi continuare potrei venire da voi di bici.PRO visto che al Langkawi e al Rwanda vi ho fatto da inviato in corsa. Mettete una buona parola col vostro capo (dicendo ridendo, ndr). Scherzi a parte, in questa situazione sono quello che ho meno da perdere rispetto agli altri miei compagni. Ho 37 anni, sono pro’ dal 2009, le mie soddisfazioni me le sono tolte e devo solo capire se ne valga la pena correre ancora. Ho tante idee per il futuro.

«In una situazione simile mi trovai giusto dieci anni fa quando ero al Team Idea. Eravamo continental e dovevamo diventare professional nel 2013, ma vennero a mancare gli sponsor. Andai a lavorare in carpenteria con mio padre. Tornai a correre nel 2014 ma in quel periodo presi l’abilitazione da geometra che adesso può tornarmi utile. Attualmente non mi sto allenando, mi sto godendo le mie bambine di 5 e 9 anni. Fra venti giorni vedremo come andrà, mi aspetto qualche comunicazione sulla nostra chat o una chiamata anche solo per salutarci.»

Marchiori Bretagne
Leonardo Marchiori esulta al Bretagna nel 2021. Quest’anno invece ha avuto una stagione difficile. Solo 23 giorni di gara
Marchiori Bretagne
Leonardo Marchiori esulta al Bretagna nel 2021. Quest’anno invece ha avuto una stagione difficile. Solo 23 giorni di gara

Marchiori alla finestra

Leonardo è piuttosto attivo fisicamente e sul suo futuro mantiene un discreto ottimismo, forse perché avendo 24 anni è quello che potrebbe rientrare di più nei piani di Savio e Bellini o di altre formazioni.

«Sto vivendo questo momento in modo strano – spiega – pensando a cosa è successo a noi, alla Gazprom o anche alla B&B Hotels, seppur per circostanze non del tutto uguali. Esco in bici in modo blando, mentre in palestra sto lavorando più sodo. Tant’è che ho fatto già dei corsi per diventare personal trainer. Proposte di qualche team continental le ho avute, ma ovvio che sto aspettando di avere notizie dalla mia squadra. Tuttavia moralmente sono più positivo che negativo anche se all’inizio è stata dura, una vera mazzata.

«Se nessuna formazione mi chiamerà, un lavoro lo troverò. Mio padre ha un panificio che fa anche da pasticceria e bar. Di sicuro so che una persona in più gli potrebbe fare comodo. Oppure so che le aziende nell’orbita della Fincantieri cercano sempre».

Filippo Tagliani quest’anno è stato molto regolare. Ha conquistato un terzo posto sia in Turchia che in Grecia
Filippo Tagliani quest’anno è stato molto regolare. Ha conquistato un terzo posto sia in Turchia che in Grecia

Tagliani scoraggiato

Tra i ragazzi della Drone Hopper quello che appare più scoraggiato è Filippo Tagliani. Il 27enne bresciano ha faticato tanto, meritandolo, per passare pro’ che ora si trova nell’incertezza totale.

«Sto facendo fatica ad accettare questa situazione – dice – soprattutto perché avevo disputato una buona stagione. Non mi sono mai ritirato in nessuna delle 70 gare che ho fatto. Alla fine, sentendomi con gli altri miei compagni, Ravanelli, Marchiori, Marengo ed io potremmo rientrare nei piani nella continental di Savio. Non è stato facile nemmeno guardarsi attorno perché le altre squadre sono già fatte. Adesso aspetto e spero. Nel frattempo cercherò di capire cosa poter andare a fare anche se sono stato preso proprio alla sprovvista».

Edoardo Zardini nel 2022 ha disputato 74 giorni di gara. Nella Drone Hopper solo Sepulveda ne ha fatti di più
Edoardo Zardini nel 2022 ha disputato 74 giorni di gara. Nella Drone Hopper solo Sepulveda ne ha fatti di più

Zardini, un passo indietro

L’amarezza pervade anche Edoardo, ma il 33enne scalatore veronese aveva iniziato ad avere altre idee malgrado sia stato quello che ha corso di più.

«Già durante il Giro d’Italia stavo maturando l’idea di smettere. Il mio l’ho fatto. Ultimamente mi hanno cercato una continental britannica ed una professional, ma gli ho detto di no. Fare il corridore diventa sempre più difficile e devi esserne convinto al 100 per cento. Non era più così per me, non posso continuare solo per fare contenti gli altri. E poi anche l’anno scorso ho vissuto la stessa situazione (chiusura della Vini Zabù, ndr). Ormai ho deciso di ritirarmi. Posso andare a lavorare nell’azienda dei miei genitori o da altre parti. Restare nel ciclismo non mi interessa, forse un domani potrei pensare di collaborare con qualche formazione giovanile

Umberto Marengo, classe ’92, qui al Tour of Antalya. La sua ultima gara è stata la Veneto Classic a ottobre (foto Bettini Drone Hopper)
Umberto Marengo, classe ’92, qui al Tour of Antalya. La sua ultima gara è stata la Veneto Classic a ottobre (foto Bettini Drone Hopper)

Marengo, rabbia e frustrazione

L’umore di Umberto è mix tra rabbia e frustrazione. Come dargli torto. «Avevo scelto la Androni per rilanciarmi, però sembrava che fosse tutto segnato, che non dovesse andarmi bene nulla a livello agonistico. Questa è la cosa che mi fa più male. In carriera sono sempre stato in salute, ma quest’anno ho preso Covid, bronchiti e citomegalovirus che mi hanno condizionato parecchio.

«Sto uscendo in bici regolarmente come se dovessi ricominciare la nuova stagione, ma quando sono rientrato dalle ferie non volevo nemmeno ricominciare ad allenarmi. Poi la mia compagna e gli amici mi hanno detto che non sarebbero stati questi due mesi di bici a farmi difetto. Metti che succeda davvero un miracolo? Tuttavia sono consapevole che sarà impossibile continuare a correre, anche perché non ho avuto altre proposte. Valuterei anche un ingaggio in MTB. Ho in testa tante cose senza bici, ma prima di pensare a cosa farò devo elaborare bene mentalmente questa situazione.»