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Il giorno dopo, a piccoli passi nel mondo di Jonas

25.07.2022
6 min
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Dalla Coppi e Bartali del 2021 al podio del Tour nello stesso anno e da lì alla maglia gialla, il percorso di Jonas Vingegaard potrebbe essere raccontato come una favola, perché della favola ha la partenza e il lieto fine.

Nel mezzo invece, la vita del danese della Jumbo Visma è un concentrato di dedizione e senso del dovere, come quando cresci sapendo che il pane prima di mangiarlo, devi sostanzialmente guadagnarlo. E come quando l’arrivo di una figlia ti suggerisce che c’è un motivo in più per rimboccarsi le maniche.

L’uomo del pesce

Fino ai 22 anni, quindi fino al 2018, Vingegaard correva infatti per la continental danese ColoQuick. E siccome questo non gli sarebbe bastato per vivere, univa alla bici il lavoro nel mercato del pesce, dove rimuoveva le interiora dal pesce dalle 5 del mattino a mezzogiorno. Solo allora poteva iniziare ad allenarsi. Di fatto, Jonas ha lasciato quel lavoro solo alla firma del contratto con la Jumbo Visma, ma nessuno in patria è più riuscito a togliergli di dosso il soprannome di “pescatore”.

Tutto di giallo per il gran finale, Vingegaard ha vissuto la celebrità con discrezione
Tutto di giallo per il gran finale, Jonas ha vissuto la celebrità con discrezione

Una bici in vacanza

I suoi genitori ricordano di quando una volta, durante una vacanza di famiglia, Jonas fosse sparito su per una salita, tornandone a tarda ora e con un sorriso grande così. Che a pensarci bene è il racconto che accomuna alcuni fra i più grandi campioni di questo sport.

La passione per il ciclismo viene dopo quella per il calcio, abbandonato per lasciare posto alla bicicletta, e venne scatenata il giorno in cui il Giro di Danimarca attraversò Hillerslev, la loro città natale.

Sua madre Karina, che è forse la sua tifosa più grande, ha raccontato in alcune interviste che il metodo danese di avviare i ragazzi al lavoro già al termine del percorso scolastico sia il modo migliore per farli maturare. Anche grazie a questo suo figlio è approdato al professionismo già formato al lavoro, conoscendo regole e strutture, e pronto per le difficoltà che esso comporta.

Karina e Claus, i genitori di Vingegaard: una piccola porta sul suo mondo (foto Norway Posts)
Karina e Claus, i suoi genitori: una piccola porta sul suo mondo (foto Norway Posts)

Da Strava al WorldTour

La storia racconta che Jonas fosse già tra gli osservati, ma la Jumbo Visma fosse in realtà più interessata a Mikkel Honoré (ora alla Quick-Step). Tuttavia i tecnici decisero alla fine di scommettere su Vingegaard, valutando che i suoi risultati fossero meno prestigiosi a causa del minor tempo per allenarsi, dovuto proprio al lavoro e a qualche infortunio.

Così, dopo aver riscontrato su Strava il celebre KOM sul Coll de Rates (salita usata dalle squadre per i test durante i ritiri nella zona di Alicante), lo convocarono in Olanda per una valutazione più approfondita. Da questa emerse una capacità cardiaca fuori dal comune, del 15 per cento superiore alla media dei corridori. E questo, visti i 58 chili di partenza, gli avrebbe consentito un rapporto potenza/peso piuttosto importante (anche se i numeri non sono mai stati diffusi).

In salita, già dal Granon, ha dimostrato di avere un passo vincente
In salita, già dal Granon, ha dimostrato di avere un passo vincente

Lacrime a Copenhagen

La partenza del Tour dalla Danimarca è stata la chiusura del cerchio. Le immagini della sua commozione hanno fatto il giro del mondo, travolto dall’affetto ricevuto dal pubblico di casa. I danesi amano gli sfavoriti e Vingegaard, con il suo aspetto infantile, era l’eroe perfetto all’ombra dell’imbattibile Pogacar.

Durante i racconti messi insieme nei giorni del Tour, Vingegaard ha ripetuto che quella partenza gli ha dato una motivazione speciale. Che il Tour è stato una serie di avventure indimenticabili, ma i giorni in Danimarca li ricorderà per sempre.

Grande stima per Pogacar, ma caratteri diversi
Grande stima per Pogacar, ma caratteri diversi

Vingegaard vs Pogacar

Il dualismo con Pogacar viene vissuto con garbo tutto nordico. Da quando ha capito di poterlo battere e dopo aver vissuto dall’interno il dramma del compagno Roglic al Tour del 2020, Vingegaard si è dedicato anima e corpo a migliorare nella cronometro. La chiave per aspirare alla maglia gialla e per scongiurare finali come quello di due anni fa.

I due sono profondamente diversi. La giovialità del primo si contrappone alla riservatezza del secondo. La loro capacità di relazione durante il Tour, la correttezza di Vingegaard nel non attaccare quando Pogacar è caduto e le congratulazioni dello sloveno dopo le tappe perse, hanno conquistato i tifosi, ma il rapporto fra i due resta strettamente professionale. Rispetto e stima reciproca, più che amicizia. Vingegaard ha raccontato di non avere il numero di telefono del rivale.

La coppia delle meraviglie: Vingegaard e Van Aert, il Tour sulle loro spalle
La coppia delle meraviglie: Vingegaard e Van Aert, il Tour sulle loro spalle

Affari di famiglia

Del resto, che ci sia un muro fra il danese e il mondo è abbastanza evidente. Jonas Vingegaard è una persona tranquilla, poco disposta a condividere la sua vita fuori dalla bici con degli estranei. Provate durante la prossima conferenza stampa a fargli dire qualcosa di diverso dalla gara: cambierà discorso. Ecco perché per conoscere i dettagli della sua vita è stato necessario rivolgersi a compagni di squadra, tifosi e anche ai suoi familiari. I suoi stessi profili social sono funzionali alla carriera di ciclista, altro non contengono.

L’unica eccezione alla privacy lo abbiamo visto nell’abbraccio con la sua compagna e la figlia quando l’hanno raggiunto al traguardo della crono. In quel nucleo così stretto c’era tutto il suo mondo. E gli altri, pur potendo osservare, hanno avuto la chiara sensazione di non essere invitati.

La famiglia è il centro di Vingegaard: dopo la crono, i tre sono stati un lampo di bellezza
La famiglia è il centro di Vingegaard: dopo la crono, i tre sono stati un lampo di bellezza

Doping, no grazie

Sempre garbato e mai oltre il limite, anche quando nella conferenza stampa di fine Tour gli è stato chiesto se sia giusto fidarsi di lui, con evidente riferimento al doping.

Intendiamoci, abbiamo sentito varie invettive di stampa nei confronti di chi ha posto la domanda e non le condividiamo. I giornalisti devono fare domande: per troppi anni in passato questa indignazione di maniera ha permesso di coprire scempi di cui paghiamo ancora il conto. E soprattutto la domanda ha permesso a Vingegaard di rispondere da campione.

«Non è più lo stesso ciclismo – ha detto – sono nato nel 1996, anno della vittoria al Tour di Bjarne Riis (che nel 2007 ammise di essersi dopato, ndr). So che la Danimarca ha una storia con il doping, come tanti altri Paesi del resto. Ma non è la mia storia. So come lavoro, come lavora la mia squadra ed è per questo che mi fido completamente dei miei compagni. Non ho assolutamente dubbi sul fatto che non stiano barando. Quando ho iniziato a considerare di diventare professionista, era a condizione che non facessi nulla di illegale. Non voglio usare il doping, non voglio essere così, è una convinzione profonda. Se per essere un corridore professionista e avere questo livello, la condizione fosse quella di dover prendere dei prodotti, sceglierei di non esserlo e di non prendere niente. Preferirei fare qualcos’altro, non so, un altro lavoro».