L’altro Moro lanciatissimo fra Parigi e Roubaix

25.11.2022
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«Prima di venire a Noto – dice Manlio Moro – avevo fatto un paio di allenamenti, giusto per togliere la ruggine. Sono stato fermo parecchio, quattro settimane complete senza bici e nessun tipo di attività fisica. Ogni tanto andavo a camminare con i cani, giusto perché non ce la facevo a stare tutto il giorno senza far niente. Qua ho iniziato a lavorare, mi sento bene. Stiamo già cominciando a fare dei lavori e come valori sto bene per essere a novembre».

Da un Moro all’altro. Se ieri abbiamo raccontato di Stefano, passato dal gruppo endurance a quello della velocità, oggi siamo con Manlio che idealmente ne ha preso il posto. In realtà il suo arrivo, come quello di Milan due anni fa, ha riscritto gli equilibri del quartetto. E’ stato il suo innesto a spingere Milan verso le partenze, costringendo Lamon agli straordinari per difendere la posizione.

Il sogno mondiale

Moro ovviamente misura le parole, essendo l’ultimo arrivato. I vent’anni compiuti a marzo sono un’assicurazione sul futuro e il contratto con la Movistar per il 2024 gli permetterà di vivere una stagione serena in maglia Zalf Desirée Fior.

«Non mi aspettavo tutto questo – dice il gigante di Pordenone – assolutamente no. Sapevo di poter fare bene. Agli europei under 23 siamo riusciti a vincere il quartetto, mentre nell’individuale, cui punto da sempre, ho fatto ancora terzo. Quest’anno magari proverò a salire un altro gradino, anche se si parte sempre per vincere. E poi al mondiale elite, secondo me era una vittoria solo il fatto di andarci…».

Il ritiro di Noto è venuto dopo 4 settimane senza bici: il 2023 di Moro si dividerà fra la Zalf e la nazionale
Il ritiro di Noto è venuto dopo 4 settimane senza bici: il 2023 di Moro si dividerà fra la Zalf e la nazionale

La bici azzurra

Parliamo seduti sul podio del velodromo di Noto, mentre il sole cala dietro i tetti delle case e porta con sé il tepore del giorno, spalancando la porta al vento freddo di novembre. Moro è entusiasmo allo stato puro. Racconta con stupore, come dall’interno di un’avventura straordinaria.

«Partecipare al mondiale con loro – rimarca – cioè correre con quattro campioni olimpici è stato una cosa immensa. Veramente è sempre stato il mio sogno. Era da parecchio che ci allenavamo insieme, però partire per la gara è stato un’emozione assurda. Ero abbastanza teso e loro sono stati molto bravi. Hanno sempre cercato di tranquillizzarmi. Non me l’aspettavo e forse è stato meglio così. E’ venuto tutto come una sorpresa. Ovvio, ho sempre lavorato, ci ho creduto sin da piccolo. Niente viene per caso e io mi sono sempre impegnato. Ho dato tutto negli allenamenti, nei ritiri. Ero l’unico senza la bici d’oro? Almeno – ride – il pubblico mi riconosceva…».

La vittoria di San Pietro in Gu, da solo, ma con le mani ferite per una caduta ai meno 12 (photors.it)
La vittoria di San Pietro in Gu, da solo, ma con le mani ferite per una caduta ai meno 12 (photors.it)

Fra pista e strada

Nel suo 2022 non c’è stata soltanto la pista. Il tabellino parla di tre vittorie in linea e una crono, oltre alla partecipazione al Giro di Sicilia e alla Adriatica Ionica Race. E se il futuro è alla Movistar, c’è da credere che la pista resterà fra i suoi obiettivi, ma la strada inizierà presto a esercitare il suo richiamo.

«Di sicuro il prossimo anno – dice – voglio organizzarmi meglio. La pista è quella che mi ha dato molte più soddisfazioni, però voglio una stagione senza farmi mancare niente. Essere pronto quando servirà su strada, essere pronto su pista. Ci saranno periodi che farò più strada e altri, magari prima di europei o mondiali, in cui sarò in pista. Con la Movistar non ho ancora parlato. Andrò in ritiro a metà dicembre e probabilmente quello sarà il momento di cominciare. Sono molto contenti di questa mia doppia attività, sto già cominciando a lavorare con loro e tramite i loro preparatori mi stanno già dando dei consigli».

Sogno Roubaix

Friulano come Milan, di due anni più giovane e 4 centimetri più basso (se si può applicare l’adesivo “basso” a un ragazzo di 1,90), anche Moro potrebbe avere nel Dna un certo tipo di classiche. Soprattutto dopo avergli visto vincere due corse per distacco (Gp Sportivi Sestesi e Due Giorni per Alessandro Bolis) e una in volata (Trofeo Menci).

«Le mie corse del cuore – ammette con un sorriso grande così – sono le classiche del Nord. Quelle che hanno i percorsi che mi seducono di più. Ovvio che mi piacerebbe fare bene anche se dovessi partecipare a un grande Giro. Però secondo me le classiche sono una Parigi Roubaix, una Gand… Quelle sono le gare che mi emozionano di più».

Ritorno a Grenchen

Intanto si parla di pista, in un gruppo eterogeneo e variopinto che pedala verso il prossimo ritiro in Spagna e la rincorsa agli europei di Grenchen che si correranno dall’8 al 12 febbraio nel velodromo che alla vigilia dei mondiali lanciò Ganna nel cielo dell’Ora. Manlio c’era.

«Eravamo in tribuna concentratissimi – ricorda – cercando di dargli energia. L’Ora ci è volata, di sicuro a lui un po’ meno. E quando ha tagliato il traguardo, siamo entrati in pista ed è stato stupendo. Siamo un bel gruppo. Ganna e Consonni magari non vengono spessissimo in pista, invece Milan lo conosco da un bel po’ mentre con Lamon ho fatto praticamente tutti i ritiri. Mi trovo bene con loro. Mi hanno accolto e non era scontato, perché magari potevano non curarsi di un giovane appena entrato. Se dovevano correggere, mi dicevano cosa fare e io imparavo.

«E poi c’è Ganna, soprattutto per me un riferimento. Quando sono con lui è proprio un’emozione. L’ho sempre visto in TV, era un mio idolo. Conoscerlo e correrci assieme è stato un’emozione grande, soprattutto nel quartetto averlo dietro non era una cosa semplicissima. Però adesso che ho cominciato a conoscere anche lui, ho capito che sono veramente tutte persone speciali».

Staff performance: 3 nuove figure per alzare il livello

24.11.2022
4 min
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La Bardiani CSF Faizanè rivoluziona il proprio staff performance, anzi, si potrebbe dire che lo crea. La squadra di Roberto e Bruno Reverberi ha tre nuovi membri nel proprio staff: Maurizio Vicini, Andrea Giorgi e Borja Martinez Gonzalez. La cosa che li accomuna? Tutti arrivano dalla Drone Hopper Androni, il team di Savio che da quest’anno non sarà più una professional. Chiediamo allo stesso Roberto Reverberi come e quando è nata l’idea di questa piccola rivoluzione, che in realtà nasconde molto dietro di sé.

Il gruppo giovani della Bardiani avrà ora un supporto più incisivo con l’arrivo dello staff performance
Il gruppo giovani della Bardiani avrà ora un supporto più incisivo con l’arrivo dello staff performance
E’ uno staff completo preso da un team già esistente…

Esattamente. Negli anni come Bardiani abbiamo avuto più volte l’intenzione di portare da noi Vicini, medico sociale. Una figura che avremmo voluto implementare nel nostro staff perché averne due è sempre meglio. Lui è molto bravo e preparato, in più abita vicino a noi. Ma lui è sempre stato corretto nei confronti di Savio e ha declinato le nostre offerte. 

Poi c’è stato il ridimensionamento della Drone Hopper.

E’ brutto da dire, ma è la verità. La chiusura della Drone Hopper è un peccato, appena saputo questo Savio ha “liberato” lo staff e sono arrivate queste tre nuove figure.

I giovani sono tutti da crescere, a loro va insegnato molto sul modo del ciclismo (foto Okolo Slovenska)
I giovani sono tutti da crescere, a loro va insegnato molto sul modo del ciclismo (foto Okolo Slovenska)
Gli altri due, Giorgi e Borja, chi sono?

Andrea Giorgi è colui che si occuperà di fare i test e seguirà i ragazzi sul piano dell’alimentazione. Un punto sul quale ci siamo accorti di dover fare dei passi in avanti. Borja, invece, si occuperà di verificare gli allenamenti dei ragazzi tramite Training Peaks e si interfaccerà con i diesse per tenerli sempre aggiornati. Non abbiamo un preparatore legato al team, ogni ragazzo è libero di scegliere chi vuole. Ovviamente, il tutto sarà sotto i nostri occhi, anzi quelli di Borja.

Un passo in avanti quindi?

Sentivamo la necessità di ampliare lo staff, più che altro il ciclismo moderno ci porta a lavorare più ad ampio raggio. Ventisei corridori sono tanti e sono tutti sparsi per l’Italia, quando succede qualcosa è difficile andare sul posto e seguirli. In questo modo avremo maggiore monitoraggio e meno problemi. 

Prima di Giorgi chi curava l’alimentazione?

Non abbiamo mai avuto un nutrizionista, come detto sarà Giorgi ad occuparsi di questo ruolo. Sempre se i ragazzi vorranno essere seguiti, non obblighiamo nessuno, però ci siamo accorti di questa necessità. 

Il livello nel ciclismo moderno ha portato la Bardiani ad inserire uno staff tecnico di qualità
Il livello nel ciclismo moderno ha portato la Bardiani ad inserire uno staff tecnico di qualità
Questa è una piccola rivoluzione…

Giorgi farà anche il piano alimentare per le corse e per gli allenamenti, li seguirà anche a livello tecnico. I ragazzi dal ritiro si abitueranno a pesare gli alimenti, perché a seconda del peso e del fisico si sono differenti piani alimentari da seguire. Avremo anche una bilancia che daremo ad ogni corridore e tramite un applicazione potremo monitorare il peso e capire se ci sono correzioni da fare. 

Puntate molto nel migliorare l’alimentazione.

Ce ne siamo accorti in particolar modo quest’anno, non si può fare tutto ad occhio. Molti ragazzi giovani non hanno la minima idea e cultura di come si fa il corridore. Loro hanno tante informazioni che possono prendere ovunque ma ci vuole una persona di riferimento. Fanno errori anche i corridori più navigati, per farvi un esempio, lo stesso Fiorelli quando era dilettante pesava 67 chili, ora 69. Tutti hanno da imparare. Noi vogliamo mettere i nostri ragazzi nelle condizioni di poter far bene, poi sta a loro metterci quel qualcosa in più, non possiamo arrivare ovunque. 

Pino Toni ha seguito molti dei nuovi acquisti della Bardiani, anche Lucca
Pino Toni ha seguito molti dei nuovi acquisti della Bardiani, anche Lucca
Giorgi andrà a sostituire Pino Toni?

Non lavoreremo più con Pino, continuerà, in maniera privata, a seguire qualche nostro corridore e quando avrà qualche corridore interessante magari lo manderà ancora da noi. 

Però Toni ha seguito i nuovi acquisti per il 2023, come mai?

Quando abbiamo contattato Vicini, che era la figura principale della quale necessitavamo, ci è stato detto che avremmo dovuto prendere lo staff completo. Ci hanno chiesto loro di lavorare senza altre persone in mezzo, per avere maggior controllo. Volevano muoversi tutti e tre insieme e ci hanno messo davanti a delle scelte.

BeKing: cuore e campioni, in soccorso dei bambini

24.11.2022
5 min
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Come fu che qualcuno per caso s’inventò BeKing, l’evento di beneficienza che si svolgerà domenica nel Principato di Monaco. Era uno di quei giorni lentissimi durante il lockdown, ma insieme un giorno speciale: la prima Pasqua senza corse. Rinchiusi nell’appartamento di Monaco in cui vivono da anni, Matteo Trentin e sua moglie Claudia Morandini guardavano i figli giocare. Giovanni e Jacopo, come tutti i bimbi del mondo, stavano perdendo due anni della loro vita, senza neppure poter vedere il sorriso degli amici, coperto dalle mascherine.

«E così – racconta lei – abbiamo fatto un brain storming in famiglia. Matteo ed io siamo una squadra che funziona e ci siamo messi a pensare al futuro. Volevamo fare qualcosa che coinvolgesse i corridori residenti a Monaco, per dare qualcosa ai bambini. L’idea c’era già, poi però il lockdown finì e uscimmo di casa.

«Con la mia società – prosegue Claudia – già collaboravo con Romy Gai (per anni dirigente della Juventus e ora Chief Business Officer della FIFA, ndr) e parlandoci gli dissi che avevamo questo progetto e che lo avremmo fatto magari negli anni successivi. E lui invece ci disse di farlo subito e ci diede il supporto organizzativo. Partiva tutto da valori nobili, potrebbe sembrare qualcosa di romantico. Invece nacque a casa nostra, davvero in un giorno per caso…».

Domenica alle 9 del mattino

L’evento si svolgerà domenica, dalle 9 fino alle 17. Il programma prevede una prova cicloturistica, quindi un giro dei bambini con i professionisti, il criterium dei campioni e una serie di test bike con bici elettriche e il supporto di alcuni sponsor.

La beneficienza avrà due destinatari. La Fondation Princesse Charlene de Monaco, che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli dell’acqua, insegnando ai bambini le misure di prevenzione e a nuotare per scongiurare gli annegamenti. E Fight Aids Monaco, fondata invece dalla Principessa Stephanie, che sostiene i malati di Hiv in Francia ma anche in Africa.

Claudia Morandini è la punta dell’iceberg dell’organizzazione e in queste ore si sta dedicando agli ultimi ritocchi.

L’anno scorso ci fu il pienone di corridori…

Rimanemmo colpiti. Vennero credendo a un’idea. Parlammo molto di “famiglia”, mostrando quel che si poteva fare semplicemente per amore dei bambini. Quest’anno la parola chiave potrebbe essere “team” grazie al coinvolgimento di varie squadre. Da quella degli atleti ai media, passando per gli sponsor e gli appassionati. C’è addirittura un pullman che parte da Forano in provincia di Rieti pieno di bimbi fra 5 e 12 anni. Il focus è “diamo un futuro alle nuove generazioni”, creando qualcosa per i bambini, affinché crescano in un ambiente di valori.

In che modo BeKing può fare questo?

Non vuole essere un criterium come gli altri, ma un momento di formazione ed educazione. I pro’ sono i migliori ambassador di questi messaggi. Finora, grazie all’aiuto di At Communication, abbiamo diffuso i loro messaggi in tema di sicurezza e promozione del ciclismo. Loro davanti e noi a lavorare dietro. Ogni campione ha a cuore questi temi e la loro voce vale più di tutte.

Le strade del Principato di Monaco sono state e saranno riservate alle biciclette, per gara e test
Le strade del Principato di Monaco sono state e saranno riservate alle biciclette, per gara e test
Rispetto allo scorso anno sembra ci siano più sponsor: quel è il loro ruolo?

Sono sponsor legati al ciclismo. Marchi come Specialized, Sportful, Ekoi e Stromer ci hanno creduto dall’inizio e daranno la possibilità ai presenti di provare i loro prodotti. Nello specifico, proveremo bici elettriche, perché tutto questo deve avere una ricaduta sulla gente. Ormai per andare al lavoro uso solo la bici elettrica, col tacco o senza, con la borsa del computer o lo zainetto. Impiego la metà del tempo e lo scooter ormai lo uso solo per fare dietro motore per Matteo (ride, ndr). Anche quando porto Giovanni a scuola, usiamo la bici. Gli abbiamo insegnato a pedalare nel traffico e andiamo via sicuri. Non capisco più la gente che prende la macchina.

Quali sono i rapporti con i Principi?

La Principessa Stephanie probabilmente si farà vedere. Alberto è molto legato agli sportivi in genere e ai corridori in particolari. Fra gli sportivi residenti a Monaco, i ciclisti sono in sovrannumero. Ce ne sono 55 contro 12 piloti di Formula Uno e 3-4 piloti di Moto Gp. Diciamo che la famiglia Grimaldi apprezza quel che facciamo.

Il Principe Alberto di Monaco è una vecchia conoscenza del Tour: qui con Pogacar, Sagan e Froome
Il Principe Alberto di Monaco è una vecchia conoscenza del Tour: qui con Pogacar e Sagan
Si pensa già alla terza edizione?

E’ un piccolo evento, per ora si fa tutto la domenica. Non nascondo che ci piacerebbe fare anche un criterium per le donne, ce lo ha chiesto anche l’UCI che ha spostato a Monaco la propria riunione annuale. Ci sarà Lappartient. E’ tutto da costruire, per adesso cos’altro dire? Ci vediamo domenica…

Dal quartetto agli sprint: la metamorfosi di Moro

24.11.2022
5 min
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Stefano Moro in mezzo ai velocisti è una novità così fresca, che anche lui a volte si guarda intorno e si chiede dove siano i compagni di prima. Quelli del gruppo endurance, di cui ha fatto parte fino ai mondiali, quattro settimane fa. Stefano ha 25 anni e nel 2019 si era portato a casa anche qualche bella corsa su strada, come il Trofeo Lampre, Sant’Urbano e il Circuito del Termen, poi la pista ha prevalso.

Quando Ivan Quaranta ha detto di essere in cerca di velocisti in ogni dove, suonando ai campanelli e reclutandoli nelle palestre, ha omesso di dire (forse era superfluo) che per prima cosa ha cercato in casa. E così si è accorto che il corridore delle Fiamme Azzurre, in forza come inseguitore al gruppo di Villa e su strada alla Arvedi Cycling, da allievo e da junior aveva fatto esperienza nelle discipline veloci, vincendo titoli italiani nel chilometro e nella velocità olimpica. Non gli serviva altro.

«Me l’ha proposto al mondiale – racconta fra lo stupito e il divertito (nella foto di apertura, Moro sta provando una partenza proprio con Quaranta) – io ero là come riserva. Mi ha offerto di intraprendere una strada nuova: diventare un velocista. Io subito ho parlato con Villa e Masotti (tecnico delle Fiamme Azzurre, ndr). Mi sono confrontato con loro e ho ascoltato i consigli, poi ho rimandato per due settimane. Nel frattempo, finita la stagione, sono andato in vacanza e ho continuato a pensarci. Finché sono tornato, ho sentito nuovamente Villa e Masotti e abbiamo preso la decisione di provarci».

Nessun rimpianto

Che il gruppo degli inseguitori inizi ad avere problemi di abbondanza è ormai cosa nota. Per cui probabilmente il ragionamento di Villa è stato quello di lasciar andare una delle sue riserve (agli europei di Plovdiv, Moro ha fatto parte del quartetto d’argento, ndr) per consegnare a Quaranta un elemento di esperienza in vista delle qualificazioni olimpiche per la velocità a squadre. 

«Le mie perplessità – spiega – erano dovute all’aver seguito un percorso per le discipline di endurance sin da quando ero junior. Sempre grazie all’endurance, sono riuscito a entrare nelle Fiamme Azzurre. Anche se ero nell’ombra di grandi campioni, ero un po’ titubante a intraprendere una strada nuova, perché voleva dire cambiare completamente vita a 25 anni. Però poi ho cominciato a pensare che, comunque vada, non vorrei ritrovarmi quando sarò molto più grande, a dire: “Cavolo però, pensa se ci avessi provato…”. Insomma, può andare bene o male, però non volevo avere dubbi. Ci proviamo e basta. E dico grazie alle Fiamme Azzurre e ad Arvedi Cycling per essermi stati accanto anche davanti a questa scelta».

Moro e Fidanza: coppia bergamasca in nazionale, sia pure (da pochissimo) in settori diversi
Moro e Fidanza: coppia bergamasca in nazionale, sia pure (da pochissimo) in settori diversi

Tricolore keirin

Non è un salto nel buio, ma anche per Moro il terreno da recuperare è parecchio. Aver fatto il velocista sette anni fa non rende scontato che il passaggio sarà agevole. Sarebbe potuto restare nel gruppo endurance, vincere i suoi campionati italiani e restare forse nell’ombra nei grandi appuntamenti: così invece il bergamasco si gioca un posto alle Olimpiadi. Questa è la fase della scoperta, che un po’ intriga e un po’ rende nervosi.

«Il mio primo titolo italiano – ricorda – l’ho vinto da allievo nella velocità. Quest’anno sempre agli italiani, Quaranta così per scherzo mi ha proposto di correre il Keirin. Io non volevo, ma alla fine sono partito e l’ho vinto. E da lì è nata l’idea. Così ho lasciato il gruppo degli inseguitori, ma nessuno ha fatto battute. Finora ho incontrato solo Lamon, ci scherziamo su e io gli dico che adesso diventerò grosso…». 

Lavori sulla forza

In palestra lo abbiamo osservato a lungo, mentre faceva esercizi con il bilanciere sulle spalle, controllando i movimenti del ginocchio e costruendo una forza che altrimenti non sarebbe necessaria. Bragato, osservandolo con noi, faceva notare che Moro dovrà soprattutto dare maggior consistenza alla parte superiore del corpo, mentre le sue di velocità verranno fuori quasi da sé. 

«Generalmente andavo in palestra una volta a settimana – sorride Moro – invece da quando sono arrivato in ritiro ho iniziato la prima settimana con tre sedute, mentre in questa ne abbiamo in programma quattro. E’ tutto un altro modo di allenarsi, devo imparare da loro che sono molto più giovani. Quanto agli obiettivi, adesso inizio ad allenarmi e a capire come va, dopo vedremo. Punto solo a migliorare e diventare competitivo, per partecipare ai keirin, alla velocità e così via…».

Uno di noi in Olanda, nella casa della Jumbo-Visma

24.11.2022
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Wout Van Aert ci dà il benvenuto quando entriamo nel Service course della Jumbo-Visma. Il Van Aert è ad altezza naturale ed è di cartone! Di fronte a lui subito una serie di trofei e maglie.

Olanda meridionale, circa 80 chilometri a sud di Amsterdam, siamo ad s-Hertongenbosch. «Ma qui la chiamiamo Den Bosch», ci dice subito Ard Bierens, addetto stampa che fa gli onori di casa. «La pronuncia è un po’ complicata e credo che neanche gli olandesi la conoscano col vero nome!».

Sul Col du TJV

Capannoni super moderni in vetro e cemento e costruzioni hi-tech contornano la parte orientale  di “Den Bosch”, quella che divide il centro dalla campagna. Vicino c’è un canale, sul suo margine scorre neanche a dirlo una pista ciclabile. Appena scendiamo dalla macchina, su quella pista passa una serie di ragazzi in bicicletta. Questa immagine con la pianura e una pala eolica in lontananza ci fa pensare: «Okay, l’Olanda in una foto!».

Appena entrati, prima del caffè, lo stesso Ard ci fa fare un tampone. Qui i protocolli ci sono ancora. Sbrighiamo questa pratica in uno degli uffici al piano superiore. Vi si accede con una scala… anzi attraverso un colle!

Se l’Olanda è il cuore dei Paesi Bassi, un motivo ci sarà. Pensate che siamo praticamente a quota zero. Forse un metro sul mare. Quasi come sul Muro di Sormano, nella parte verticale degli scalini ci sono le quote con la variazione di quota… espressa in millimetri! Fino ad arrivare ai ben 4.200 millimetri del Col du TJV (Team Jumbo Visma)! Insomma al piano superiore.

Due piani

La stessa scala, come un po’ dappertutto, è contornata di trofei. Ci sono anche il “nostro” Tridente della Tirreno-Adriatico e qualche maglia rosa qua e là. Ci sentiamo stranamente orgogliosi di quei premi.

«L’edificio ha un anno – ci dice Ard, mentre ci fa da Cicerone – nel tempo siamo cresciuti molto. All’inizio eravamo un piccolo team. Compresi i corridori eravamo una settantina di persone. Ora se ne contano oltre 200.

«Ufficialmente questa è anche la sede della squadra di skating (pattinaggio sul ghiaccio, ndr), ma loro hanno un altro edificio nel Nord dell’Olanda dove questo sport è più praticato».

Nei piani superiori ci sono gli uffici, che però non ricoprono tutta l’aerea dell’edificio. Oltre agli uffici ci sono tre sale presso cui fare meeting e riunioni. Un paio di queste hanno un’ampia vetrata che dà sul resto dell’edifico, quello del “service course” vero e proprio.

Nel piano inferiore una grande area d’accoglienza ci porta nel mondo Jumbo-Visma. Tutto è in ordine, tutto è funzionale. Oltre al desk, ci sono una cucina e una sala mensa. Mentre dall’altra parte del salone ci sono docce e altri ripostigli.

Nel cuore della Jumbo 

Ogni porta ha l’insegna dell’iride e il cartellino che indica a cosa è adibita. Particolari che la dicono lunga. Presto ci rendiamo conto che Van Aert non è da solo. Incontriamo Roglic, Kruijswijk, Gesink… sempre di cartone, sempre a grandezza naturale.

Il magazzino-officina è la porzione più grande, chiaramente. Per i due terzi, forse anche più, c’è questo grande spazio. Al centro un’infinità di Cervélo, i banchi dei meccanici e ai lati, su due piani, ci sono altri magazzini. Ci sono pezzi di ricambio per le bici, altri per la logistica, altri ancora per gli alimenti, i lettini dei massaggiatori… E’ come una piccola città autonoma.

«Questa aerea – dice Bierens – è la più grande, come potete vedere. Qui ci sono le bici, i banchi di lavoro e quello spazio giù in fondo è il garage. Quest’anno abbiamo acquistato un altro bus. Ora siamo a quattro. Non dimentichiamo che abbiamo anche il team development e che la squadra femminile cresce».

Carrelli di bici

Ogni corridore ha il suo spazio per le bici. Ci sono carrelli che sembrano degli appendiabiti: in mezzo il nome del corridore e poi due bici appese su altrettante staffe. Sotto, affinché il meccanico possa spostarli verso il suo banco di lavoro o magari portarli verso l’ammiraglia, ci sono le ruote.

Nella parte bassa questi carrelli hanno una grossa base, sulla quale vengono appoggiate ruote, forcelle, pezzi di ricambio… Un oggetto in comune per tutti è il casco da crono, ben conservato nella custodia.

In molti hanno già la bici nuova, con i nuovi gruppi e alcuni particolari che per questioni di marketing e contratti in essere non si possono ancora far vedere. E ora vi facciamo una domanda? Secondo voi quale corridore aveva più carrelli? Van Aert: per lui ne abbiamo contati almeno quattro. Fra bici da cross, strada, crono e colorazioni speciali, Wout fa lavorare molto i suoi meccanici.

Ogni banco di lavoro è un piccolo paradiso della tecnica. Pulito, con attrezzi di ogni genere. Ai lati di ognuno, ci sono un compressore e un macchinario particolare che serve per il rodaggio dei cuscinetti delle ruote. Sopra, chiaramente, attrezzi e alcuni strumenti specifici. Un particolare che ci ha colpito è stata la quantità di cavi elettronici per i gruppi. Impressionante. Basti pensare che hanno un cesto apposito per il loro smaltimento.

Vingegaard, ha confermato le impressioni di un ragazzo semplice. Neanche lui sa più quante maglie ha firmato dopo il Tour
Vingegaard, ha confermato le impressioni di un ragazzo semplice. Neanche lui sa più quante maglie ha firmato dopo il Tour

Sponsor day

Ed è un vero brulicare di persone, meccanici e, man mano che va avanti la giornata, anche di corridori. E sono proprio questi che scandiscono i tempi di questa efficiente macchina organizzativa. Ognuno ha una tabella da rispettare, ben scritta su un foglio. 

Siamo capitati nel giorno in cui i nuovi sponsor forniscono i materiali. Si va dal dopo corsa ai giubbini refrigeranti, dagli integratori alle scarpe… per finire alle foto… cartolina. Ci sono almeno tre set fotografici in altrettanti parti del Jumbo-Visma service course.

Un corridore va a ritirare il giubbino, l’altro a fare la foto con gli integratori. C’è chi riconsegna il vecchio materiale in eccesso. Kruijswijk, per esempio, aveva un valigia grande piena di maglie ancora avvolte nella plastica. Chi riportava questo vestiario lo metteva in due enormi cesti grigi. Queste divise poi dovrebbero andare in regalo, in premio, in qualche serata di beneficienza… Forse è l’unica cosa in cui in Jumbo-Visma hanno le idee meno chiare!

Finalmente Wout Van Aert… in carne ed ossa!
Finalmente Wout Van Aert… in carne ed ossa!

Già in ricognizione

I ragazzi parlano fra loro, tra un caffè e un appuntamento nella loro scaletta. Jonas Vingegaard, re del Tour, ha un grosso cappotto verde militare. Lo avvolge che sembra un bambino. Umilissimo, semplice e già molto magro. Roglic invece indossa una giacca di pelle. Anche lui magrissimo, è super interessato ad ogni aspetto tecnico: scarpe, bici… Foss potrebbe fare l’intrattenitore. Sempre con un bicchiere di the, caffè o cola in mano e sempre ad attaccare bottone con qualcuno.

Mentre non si vedono Van Aert, Laporte, Affini «Sono a fare la ricognizione – ci spiega Bierens – In questi due giorni erano in Belgio. Ieri hanno provato gli ultimi 120 chilometri di E3 Harelbeke e oggi (ieri, ndr) il finale del Fiandre. Ma tra poco saranno qui anche loro». E infatti eccoli spuntare. «Volevamo fare dei test con i nuovi materiali prima dell’inverno», ci dice Edoardo.

Il futuro è ora

Intanto dalla zona dove è parcheggiato il bus arriva un certo rumore. «Stanno preparando – dice Bierens – la festa di domani sera (oggi, ndr). Un party tra di noi, per festeggiare l’ottima annata del team. Ci sarà tutto lo staff. Abbiamo vinto il ranking UCI.

«Ma prima facciamo la riunione. Una riunione importante. Quando siamo nati avevamo l’obiettivo di vincere il Tour entro sette anni. Ci siamo riusciti. E adesso? Cosa vogliamo? Dove vogliamo andare? E’ importante ragionare così e farlo tutti insieme. Perché è in questo modo che crei una solida base, che hai le idee chiare e dai sicurezza agli sponsor che ti sostengono nel lungo periodo».

Questa ultima frase dice tutto della Jumbo-Visma. Nel frattempo è sceso il buio. La pista ciclabile non si vede in più e su Den Bosch scende la pioggia. 

Colbrelli e Jonny Mole: il nuovo logo figlio dell’amicizia

24.11.2022
5 min
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Negli occhi e nel cuore abbiamo ancora le immagini di Sonny Colbrelli che annuncia il suo ritiro dal ciclismo. Uno di quei momenti che allo stesso tempo è amaro e dolce, come uno schiaffo dato da una persona amata. Al fianco di Colbrelli, nella gremita sala FSA, c’era anche Jonny Moletta, in arte “Jonny Mole”. Il designer veneto è stato chiamato in causa durante la conferenza stampa per presentare il nuovo marchio del “cobra”. Si tratta di un nuovo inizio per entrambi, che di strada nel mondo del ciclismo ne hanno fatta molta, anche se non nella stessa maniera

«La mia passione per il design – racconta Moletta – nasce implicitamente dall’amore per il ciclismo. Quando correvo da ragazzino, avevo la passione di personalizzare il mio mezzo, domenica dopo domenica. In questo modo tra passione e voglia di lasciare il segno, ho iniziato a farlo diventare un lavoro».

Il logo Colbrelli, realizzato da Jonny Mole in bianco e bianco su fondo nero
Il logo Colbrelli, realizzato da Jonny Mole in bianco e bianco su fondo nero

L’incontro con Sonny

Sonny Colbrelli e Jonny Moletta si sono incontrati tanto tempo fa, quando la carriera del “cobra” era all’inizio, mentre Jonny si stava affermando come designer. 

«Era il 2012 e Sonny (Colbrelli, ndr) – racconta – era da poco diventato professionista. Stavamo allestendo una squadra per la 24 ore di Feltre, nel regolamento c’era una clausola che permetteva di partecipare anche ai corridori professionisti. Ai tempi Colbrelli era appena passato in Bardiani e io sentii Mirko Rossato, che mi consigliò di portare proprio lui. Mi ricordo subito la sua grande caparbietà, era instancabile e super disponibile. In poco tempo è nato subito un bel rapporto di amicizia e stima reciproca. Dopo ogni gara gli ho sempre scritto e lui non ha mai mancato di rispondere ai miei messaggi. La sua evoluzione è stata incredibile, direi fenomenale, e l’apice nemmeno a dirlo lo ha raggiunto nel 2021 all’europeo di Trento. Sulla salita finale ha resistito a Evenepoel in maniera incredibile mostrando la vera grinta del cobra».

La vittoria più bella di Colbrelli, secondo il suo amico Moletta, è stata l’europeo di Trento. Il vero morso del cobra
La vittoria più bella di Colbrelli, secondo Jonny Mole, è stata l’europeo di Trento. Il vero morso del cobra

10 anni “a tutta”

Viene da chiedersi come abbia vissuto Jonny quell’addio, come detto anche da lui, vissuto dietro le quinte. Il designer veneto ha vissuto la conferenza stampa da dietro le quinte, come ha ammesso lui stesso. Quando è stato chiamato a presentare il nuovo logo di Sonny Colbrelli lo ha fatto in modo sbrigativo. Ma nel momento in cui ci si accorge della profondità del pensiero e delle qualità lavorative è giusto lasciare spazio.

«Ho accompagnato Colbrelli da inizio carriera fino a questa svolta (dice ripescando nel ricordo di quel tardo pomeriggio, ndr). In Sonny ho visto tanta maturità, una cosa rara da trovare nei ciclisti che si trovano a smettere così all’improvviso. Il mio grande rapporto con FSA e con Colbrelli mi ha permesso di dare il mio contributo a questa storia che merita di essere raccontata, in tutti i modi».

“Jonny Mole” ha disegnato il nuovo logo di Colbrelli: aggressivo, tenace e di stile, proprio come Sonny
“Jonny Mole” ha disegnato il nuovo logo di Colbrelli: aggressivo, tenace e di stile, proprio come Sonny

La nuova firma

Sonny Colbrelli, insieme ad una nuova pagina della sua vita, si appresta a lasciare una nuova firma nel mondo. E se è vero che pedalare non sarà più il suo lavoro, il “cobra” ha avuto la capacità di reinventarsi. E’ toccato allora a “Jonny Mole” il compito di trovare un nuovo modo per permettere a Colbrelli di lasciare il segno.

«Sonny – riprende a raccontare Moletta, come guidato ciecamente dai ricordi – aveva bisogno di rimettere in ordine la propria immagine. Per prima cosa, nel nuovo marchio, non c’è più la sigla “SC” ma il nome è per intero. Per renderlo ancora più personale, senza limitarsi ad un codice. Questo nasce anche dal fatto che Colbrelli firmerà le 71 bici limited edition di Merida e probabilmente nasceranno anche altri prodotti. E’ un logo più da “imprenditore” che però non perde le caratteristiche principali di Sonny. Il cobra rimane un simbolo forte ed anche il modo nel quale è disegnato testimonia questa caratteristica». 

Sonny con la bici Merida con la quale ha vinto la Roubaix, l’ultima vittoria in maglia Bahrain Victorious
Sonny con la bici Merida con la quale ha vinto la Roubaix, l’ultima vittoria in maglia Bahrain Victorious

Stessa forza ed aggressività

«Il cobra disegnato nella grafica – conclude – non perde le caratteristiche di quello precedente: bocca spalancata a mostrare i denti aguzzi pronti a mordere. Anche l’occhio ha intrinseca una grande aggressività, la “corona” sul collo, spalancata come se l’attacco del rettile fosse imminente va di pari passo. L’idea era quella di ricordare quello che è stato da corridore, forte, pungente e di grande stile. Graficamente il lavoro di aggregazione che abbiamo fatto, porta il nome di Colbrelli su due linee ben distinte. Il nome, inoltre, è inclinato, per dare un senso di dinamicità e di velocità.

«I caratteri sembrano aggraziati, ma anche questi, se guardati bene, sono “pungenti”. Si tratta di un modo di celebrare quello che Colbrelli ha fatto nel ciclismo, ricordando che le sue qualità non mancheranno anche una volta iniziata questa nuova vita».

Masnada, festa e spoiler: sarà l’angelo di Remco

24.11.2022
5 min
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Fausto Masnada si presenta alla classica serata di fine stagione, organizzata dal suo Fans Club a Laxolo (Val Brembilla), con l’aria di chi sa di non aver vissuto la sua miglior stagione, ma con la testa alta di un bergamasco doc che è consapevole di aver dato il massimo ogni volta che ha attaccato il numero sulla schiena: una vittoria di tappa al Tour of Oman e la vittoria della Vuelta da gregario di Remco Evenepoel a referto. Accoglie ospiti, stringe mani, abbraccia forte amici di una vita, accarezza parenti meno giovani, felici di rivedere il proprio giovanotto come in famiglia ad un pranzo di Natale.

La cena del Fans Club Fausto Masnada si è tenuta nel weekend al ristornate La Trota di Laxolo (Bergamo)
La cena del Fans Club Fausto Masnada si è tenuta nel weekend al ristornate La Trota di Laxolo (Bergamo)

Incarico speciale

Il corridore della Quick-Step Alpha Vinyl Team si gode la serata, ma non toglie lo sguardo da tigre che lo contraddistingue da corridore e pone già obiettivi per il 2023. E che obiettivi. Lo dice un po’ tra i denti, inserendolo tra una considerazione generica ed un’altra, ma alla fine lo ammette.

«La squadra – rivela – vuole che io sia al fianco di Remco (Evenepoel, ndr) il più possibile. Il calendario e i programmi sono ancora da definire, ma secondo le prime informazioni che ho ricevuto, dovremmo correre insieme almeno per tre quarti della stagione».

Masnada ha già aiutato Evenepoel al Giro del 2021, qui nella tappa di San Giacomo, con Almeida nel mezzo
Masnada ha già aiutato Evenepoel al Giro del 2021, qui nella tappa di San Giacomo, con Almeida nel mezzo

L’uomo per la salita

Un’investitura che non può che fare onore a Masnada, considerando il colosso che è la squadra, ricordando che Evenepoel è campione del mondo in carica e vincitore della Vuelta, accennando al fatto che per molti è “il nuovo Merckx”. Ogni grande campione ha un suo scudiero fidato e Masnada si candida ad esserlo, soprattutto in salita.

«Ci troviamo molto bene insieme – ha spiegato Masnada – è un campione, è una stella nascente che però si è già affermata. Essere al suo fianco è un onore, ma anche una ghiotta occasione da non sprecare: dovrò giocare le mie carte nel migliore dei modi».

Non potevano mancare Rossella DI Leo e Gianluca Valoti, che lo hanno guidato fra gli U23 alla Colpack
Non potevano mancare Rossella DI Leo e Gianluca Valoti, che lo hanno guidato fra gli U23 alla Colpack

Gloria per sé

Scudiero sì, ma sempre con ambizione. Lo dimostra quando chiarisce che «i ruoli in corsa poi si decideranno sempre all’ultimo», riferendosi ancora alla coppia fissa con Remco. Di certo c’è che il team non smetterà di investire sempre di più sui grandi Giri. Masnada sulle tre settimane c’è e allora chissà che qualche ruolo di primo piano in una delle tre corse regine non possa assumerlo lui.

La buttiamo lì: il Giro, secondo qualcuno, è stato disegnato proprio per convincere il campione del mondo a correrlo. E quest’anno Bergamo – terra di Masnada – torna ad essere arrivo di tappa con transito a due passi da casa del 24enne di Laxolo. Chissà che non possa avere un giorno di “libera uscita”…

Sotto lo striscione del Fans Club, tutte le maglie vestite da Masnada in carriera
Sotto lo striscione del Fans Club, tutte le maglie vestite da Masnada in carriera

La spinta dei tifosi

Una provocazione rilanciata da Davide Manzoni, factotum del Fans Club e migliore amico di Masnada da sempre. Hanno corso insieme e pochi lo conoscono come lui.

«Sono sicuro – dice – che Remco abbia molte più possibilità di vincere con Fausto in quel ruolo, perché se a Fausto assegni un compito, lo porta a termine al meglio. Detto questo, mi auguro che riesca a togliersi qualche soddisfazione personale, ma nel WorldTour: so che vittorie come quella in Oman non lo soddisfano molto… (sorride, ndr)».

Masnada arriva in solitaria sul traguardo di Muscat: il Tour of Oman aveva aperto alla grande il 2022
Masnada arriva in solitaria sul traguardo di Muscat: il Tour of Oman aveva aperto alla grande il 2022

L’esame del Gabbione

Tornando agli obiettivi personali, Masnada guarda al 2023 con fiducia. La stagione conclusa è stata falcidiata da intoppi: mononucleosi, Covid e infiammazione al soprasella che lo ha tormentato per tutto l’anno. Si è concesso una lunga sosta invernale e ora è tornato in sella forte di una consapevolezza: una stagione nera in una carriera di alto livello capita a tutti e lui il suo jolly se lo è giocato.

Al secondo giorno di allenamento, dopo una vacanza in Giordania con la fidanzata Federica (nella foto di apertura, assieme a lui e al giornalista Renato Fossani), ha già affrontato il Gabbione: sono i primi tre chilometri della Roncola (da Almenno San Salvatore, versante più dolce) che incrociano poi l’altro versante della medesima salita, quello che inizia a Barlino dove le pendenze sono ben oltre la doppia cifra e dove il Giro passerà proprio nel 2023.

«Non mi piacciono gli allenamenti completamente piatti – spiega – e così, trovandomi a Bergamo dopo le vacanze, ho voluto inserire questa salita al 4-5 per cento per testarmi al termine dell’uscita. E’ stata davvero dura, succede anche a noi pro’: quando si torna in sella dopo un lungo stop ci si sente davvero indietro di condizione».

Carretti e tradizioni, nell’inverno “a modo” di Fiorelli

23.11.2022
6 min
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Il carretto che viene alla luce dalla penombra del garage ha colori sgargianti e una cura pazzesca dei dettagli. Fiorelli lo sposta con leggerezza e orgoglio. Questi oggetti d’arte sono la sua vera passione da prima che arrivasse la bicicletta. Peccato che il tempo sia pessimo e non si possa attaccare il cavallo, per questo l’appuntamento è rimandato alla prossima estate. Oppure a primavera, quando da Catania arriverà il carretto nuovo, che poi Filippo decorerà con il nonno Matteo.

Il primo carretto

La strada che porta da Bagheria a Ficarazzi è inondata dalla pioggia che cade pesante dal mattino. Prima è arrivato il vento, poi secchiate d’acqua che hanno trasformato le vie in fiumi. Il mare ribolle sullo sfondo. Verso le montagne e verso Palermo, il cielo è cupo come una minaccia. Stamattina Fiorelli non si è allenato, preferendo correre a piedi. L’inverno è nel pieno e lui a breve partirà per il ritiro della Bardiani alla Tenuta il Cicalino. Oggi però ci ha aperto le porte di casa per soddisfare la curiosità sbocciata nel vedere alcune immagini su Instagram. Siamo qui, l’avrete capito, per la passione di Filippo per i carretti siciliani.

«Il primo vero e proprio lo sto facendo proprio adesso – dice con orgoglio – perché finora avevo sempre quelli di mio nonno. Non ho mai avuto bisogno di acquistarne uno, adesso invece l’ho comprato, perché avevo da tanto il desiderio di farlo insieme a mio nonno. La mia passione vera è proprio questa, il cavallo e il carro. La bici è nata in un secondo momento e ne ho fatto il mio lavoro. Però io sin da piccolo sono sempre andato dietro mio nonno. E mio nonno mi ha portato in questa cultura del carretto siciliano».

In giro sul cavallo

Dell’attaccamento per la sua terra ci aveva raccontato già l’anno scorso, tuttavia scoprire questo tipo di passione ci ha colpito parecchio.

«Solo in Sicilia ci sono queste cose – sorride – magari al Nord ci sono diversi tipi di carretti, perché anche qui nascevano per il trasporto in campagna. Però la mia è proprio una passione, tanto che quando ero piccolo mi prendevano in giro e mi dicevano che ero antico. Perché il carretto è un mezzo di trasporto antico. A me piace andarci in giro. In inverno, quando ho un po’ di tempo libero. Oppure quando andavo a scuola e, tra virgolette, ero un nulla facente, andavo in giro col cavallo per passare il tempo. Ormai qui ci sono poco, ma non mi lamento, perché il ciclismo è il mio lavoro. Però il distacco della Sicilia è davvero una cosa brutta…».

Nel garage di fronte casa, Fiorelli tiene due carretti, cui d’estate lega il cavallo di un amico
Nel garage di fronte casa, Fiorelli tiene due carretti, cui d’estate lega il cavallo di un amico

Un inverno speciale

Non sarà un inverno come gli altri. Lo ha detto il suo mentore Giovanni Visconti. La prossima stagione sarà quella per capire se il salto in uno squadrone sia possibile o se la sua carriera proseguirà alla Bardiani. Basta guardarlo per rendersi conto di quanto si sia sfinato. Dopo l’ultima corsa ha staccato per 20 giorni, lasciando stare la bici come non aveva mai fatto e correndo semmai a piedi.

«Il prossimo sarà l’anno decisivo – ammette Fiorelli – perché ho 28 anni e quindi devo cominciare a dimostrare qualcosa di buono, sia a me sia alla mia squadra e alle persone che credono in me. Questo inverno ho cominciato a lavorare bene. E’ vero che sono concentrato sul peso, perché è quella la cosa che mi impedisce di salire il gradino per tenere gli ultimi metri in salita e arrivare in volata con i 20-30 che sono alla mia portata. Ho vinto volate di gruppo, come al Sibiu Tour, ma solo perché avevo una squadra davvero super che mi ha lanciato bene nella volata. Ma io non mi reputo un velocista».

Il quinto posto nella volata confusa di Plouay, nel giorno di Van Aert, ha fornito ottime indicazioni
Il quinto posto nella volata confusa di Plouay, nel giorno di Van Aert, ha fornito ottime indicazioni

Pensando a Plouay

Il pensiero torna al giorno di Plouay e al quinto posto dietro il vincitore Van Aert. Una corsa impegnativa, che poteva essere alla portata di Fiorelli.

«Quella – dice – è stata una gara di gambe, una gara di forza e quindi davanti sono rimasti quelli più cui era rimasta più energia nelle gambe. Io sono rimasto un po’ imbottigliato, perché è stata una volata un po’ confusa. Però se le cose si fossero messe bene, non dico che potevo battere Van Aert, però subito dopo di lui potevo arrivarci benissimo. L’obiettivo è lottare in questo tipo di gare, in qualche classica. Quella corsa si è svolta come meglio non potevo chiedere. Partenza regolare, pronti via e la selezione che mi ha permesso di restare davanti. Lavorerò pensando a questo, dal 5 dicembre saremo in ritiro e cominceremo a parlare di obiettivi».

Ripartire dopo 4 anni. Sentiamo il dottor Giorgi

23.11.2022
5 min
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Qualche giorno fa vi avevamo parlato di Andrea Innocenti, il ragazzo che è rimasto fermo oltre quattro anni per un intoppo con l’antidoping al primo anno tra gli U23. Al netto di questa vicenda (non è questo l’argomento), è scattata in noi la curiosità di sapere come si fa a tornare alle gare dopo uno stop tanto lungo. Una curiosità alla quale ha risposto il dottor Andrea Giorgi, in uscita dalla  Drone Hopper-Androni. Giorgi, va detto, è anche un eccellente preparatore.

Innocenti ci aveva detto che non aveva corso, ma che comunque si era allenato. E anche forte. Due picchi a stagione, con tanto di riposo e altura a seguire. Dietro motore con la bici da crono… Insomma non era rimasto a piangersi addosso.

Il dottor Giorgi con Bais…
Il dottor Giorgi con Bais…

L’aspetto mentale

«Quattro anni fermo sono davvero un tempo lungo – esordisce Giorgi – e soprattutto un tempo non facile da valutare specie per un adolescente. Intorno ai 17-18 anni, i ragazzi continuano a svilupparsi verso l’età adulta con importanti variazioni corporeo.

«Partendo dal caso di Innocenti, lui si è allenato e tutto sommato il suo “detraining”, il periodo di non allenamento, è stato più psicologico che fisico. Non ha continuato ad avere gli stimoli provenienti dalle competizioni: tensione, approccio alla gara, alimentazione prima, durante e dopo la la competizione… ma il resto tutto sommato c’era».

E infatti Innocenti stesso ha parlato di alcune difficoltà tecniche. Il ragazzo toscano, tornato in corsa questa estate al Giro del Friuli, ha detto di aver preso dietro lo Zoncolan in quanto si era staccato nella discesa precedente. Certe attitudini, certi automatismi si perdono a quanto pare. Non si ritrovano in un attimo, specie in questo ciclismo che corre veloce in tutti i sensi. Novità tecniche, materiali… anche il gruppo si muove diversamente.

Non è solo una questione di ritmo, stare fermi a lungo significa anche dover riprendere il feeling con il gruppo
Non è solo una questione di ritmo, stare fermi a lungo significa anche dover riprendere il feeling con il gruppo

Il detraining…

«Quando si parla di detraining – prosegue Giorgi – bisogna fare un distinguo tra breve e lungo periodo. Fino alle quattro settimane di stop si parla di breve periodo, sopra di lungo periodo. L’inattività rapidamente agisce negativamente sul sistema cardiovascolare e metabolico. Basti pensare che dopo due giorni si ha una riduzione del sistema cardiovascolare: iniziano a salire i battiti. Dopo quattro settimane diminuiscono le altre capacità. Il flusso ematico per esempio scende del 5-10 per cento. Poi si va a stabilizzare.

«Ci sono poi le variazione metaboliche: in cui l’organismo non è più grado di utilizzare certi sistemi energetici. Giusto ieri avete scritto quell’articolo con la Lombardi in cui si diceva che i grassi non si usano perfettamente come quando si è allenati. Infatti il sistema mitocondriale si “disallena” ad utilizzare i grassi, a favore degli zuccheri».

Giorgi prosegue e parla anche di importanti differenze ormonali. Ma in questo caso il capitolo è enorme e complicato. 

«Quel che invece va detto è che si assiste ad una perdita della forza muscolare. Con il tempo le fibre si riducono di volume».

In soldoni: si riduce l’attivazione e la dimensione dei muscoli e quindi meno forza.

«Però è anche vero che se una persona è abituata a fare sport e vuole ricominciare la sua attività, anche dopo un lungo stop non ripartirà del tutto da zero. Sarà uno step più avanti rispetto a chi inizia per la prima volta. Il suo organismo riconosce certi sforzi e si adatta meglio».

Già dopo un paio di giorni di inattività il battito cardiaco tende a salire
Già dopo un paio di giorni di inattività il battito cardiaco tende a salire

Perdite e guadagni

Stando fermi si perde parecchio, è vero. E si perde non solo da un punto di vista fisico, però si potrebbe pensare che questi anni di stop alla lunga potrebbero anche avere effetti positivi sulla carriera di un corridore. Di fatto per un certo periodo della sua vita da atleta, il soggetto in questione non si è logorato. Magari a 35 anni è più fresco di un coetaneo. Giorgi però non ne è convinto. 

«Non è detto che sia più fresco – dice il dottore – magari ha perso una fase importante della sua formazione in cui aveva determinati stimoli, come l’abituarsi a certi ambienti, viaggiare, fare certi sforzi massimali con l’obiettivo del traguardo… Il logorarsi di un atleta per me è più un discorso psicologico che fisico. Chiaramente se si gestiscono bene certe fasi e certi adattamenti sin da giovani. Ma vale il discorso che si fa spesso e cioè il crescere con pazienza.

«Faccio l’esempio di Masnada. Lui è passato con noi professionista a 25 anni. Se si avesse avuta fretta Fausto non sarebbe diventato un corridore da WorldTour. E’ uno di quei corridori che con il tempo va a migliorare specie nelle corse a tappe e in quelle dure. Ma nel ciclismo giovanile italiano, la maggior parte delle corse sono veloci e certi giovani come lui non hanno tempo per maturare e mettersi in mostra. E infatti oggi chi va avanti? Quelli più veloci. Chi ha le caratteristiche di Masnada fa più fatica ad emergere e quel ragazzo si perde».

Quindi un Innocenti della situazione senza aver corso potrebbe aver perso quella fase di adattamento che lo avrebbe visto emergere un po’ più là negli anni, ammesso che ne avesse avuto bisogno. O al contrario di accelerare i tempi.

«Quegli anni (17-18) non sono più importanti di altri nell’insieme della formazione di un atleta. Bisogna allenarsi in tutte le fasi della vita, ma in modo progressivo e nel rispetto dei tempi. Dal divertimento dei bambini, in cui subentrano anche aspetti sociali o la tecnica di guida… al professionista che cura i particolari. Ci sono stress che vanno gestiti a 360 gradi». 

Per Giorgi Masnada che aveva quasi smesso è un esempio di abnegazione
Per Giorgi Masnada che aveva quasi smesso è un esempio di abnegazione

Ritorno al top

Ed è complesso anche il discorso su quanto tempo ci si mette per tornare al top. 

«Dipende dall’obiettivo dell’atleta – conclude Giorgi – servono 4-5 settimane per tornare ad avere i primi adattamenti seri. Ci sono anche dei tempi tecnici per avere un certo livello d’ipertrofia muscolare. Pertanto direi un paio di mesi non dico per tornare al top, ma almeno per tornare alle corse (parlando di soggetti sani, ndr). Per stare bene in gruppo.

«Per la prestazione super, invece, serve più tempo, ma anche in questo caso molto dipende dal soggetto. Nel caso di Innocenti, che si è allenato molto, direi una mezza stagione. Per chi riparte da zero direi sei mesi di allenamento, due mesi di rodaggio con le corse e quindi alla fine ecco che è passata una stagione piena. Ma le variabili, ripeto, sono molte».