Search

Avventura al Langkawi, Bisolti (di nuovo) “nostro” inviato

25.10.2022
8 min
Salva

Il Tour de Langkawi, è stata l’ultima corsa di una certa importanza dell’anno. Gara che si è svolta in un Paese esotico, la Malesia che, come spesso accade, offre alla vista grandi contraddizioni. I grattacieli lussuosi delle città e i villaggi old style delle campagne.

Otto tappe, da Kuala Lampur, nella parte centro meridionale della Malesia, a Kuah, nel Langkawi vero e proprio più a Nord. Tanta pioggia e una bella dose di tifo…

Bisolti presente

E della bolgia asiatica faceva parte anche Alessandro Bisolti, schierato con la sua Drone Hopper-Androni. Non era facile fare risultato come in passato. C’erano tanti squadroni e lo stesso Bisolti ci ha subito detto che il livello rispetto al pre-covid è notevolmente cambiato.

Alessandro, purtroppo, per un disguido con i giudici e una bella dose di sfortuna è stato costretto ad alzare anzitempo bandiera bianca, ma ci ha comunque accompagnato alla scoperta della corsa.

«Per me – dice Bisolti – è stata un’avventura faticosa, strana e… corta! Per un insieme di coicidenze sfavorevoli sono stato costretto a fermarmi prima.

«Mi si è rotto il filo del cambio. Non essendoci le ammiraglie, non avevo la bici di scorta sulla macchina al seguito. Una bici c’era, ma era al centro dell’ammiraglia. Per prenderla ci abbiamo messo un bel po’ e poi non era neanche la mia bici, ma quella di Grosu. In realtà in quel momento non c’era neanche l’ammiraglia. Era rimasta dietro nel traffico. Fatto sta che quando sono ripartito era passato il fine corsa».

«Mi sono dovuto fermare tre volte per regolare la sella. Avevo la brugola. Per non fermarmi anche la quarta volta, mi sono fatto aiutare dall’ammiraglia. Eravamo lontani dai primi e dal traguardo (circa 70 chilometri, ndr) ma la giuria è stata super fiscale. A fine frazione mi hanno squalificato per traino».

In Cina e in Asia in generale, Bisolti racconta che i giudici da sempre sono un po’ fiscali, però a volte servirebbe anche un po’ di buon senso. Tanto più che i team non hanno tutti i mezzi consueti, ma si devono adattare.

Prima e dopo il covid

«Rispetto al 2019 – racconta Bisolti – sicuramente il livello è più alto. Lo scorso anno si disputò solo con team locali. Nel 2019 c’era una sola squadra WorldTour se non erro, l’Astana, questa volta ce ne erano sei. E questo ha cambiato anche il modo di correre.

«In queste gare s’iniziava a darsele da subito anche nelle tappe pianeggianti, adesso invece la corsa è più controllata».

Un’altra differenza è stata la collocazione temporale. Prima del covid il Tour de Langkawi si faceva in primavera, adesso ad ottobre. E cambia molto. Adesso ci sono i Monsoni.

«Sono due climi totalmente differenti. Da quelle parti questo è il periodo delle piogge, non potete capire quanta acqua abbiamo preso. Degli scroscioni continui, un chilometro di nubifragio e un chilometro di asciutto.

«A marzo invece il caldo è opprimente, 40° almeno. Stavolta c’erano 35°, ma il sole lo avremmo visto dieci minuti in tutto. Senza contare l’umidità. Impossibile stare senza climatizzatore. Come uscivi dall’hotel ti si bagnavano le braccia».

E con le WorldTour cambia anche l’avvento mediatico. Questa volta la corsa era trasmessa da Eurosport.

«Al netto di qualche errore di regia, che per esempio si è persa il finale della terza frazione, in ogni caso la corsa era trasmessa su un canale internazionale importante. Di certo è cresciuta nel suo insieme. E il ciclismo è conosciuto. L’autista del nostro bus sapeva tutto del Giro d’Italia e sognava di scalare lo Stelvio».

Petronas Tower

Fermandosi in anticipo, Bisolti si è perso una fetta della parte più selvaggia del Tour de Langkawi. Ma il Dna della corsa no, quello non se l’è perso. Inoltre Bisolti è un vero esperto nel raccontare certi ambienti. Fece così già con il Tour du Rwanda. Le ricche Petronas Tower sono state un po’ il simbolo della trasferta asiatica.

«Rispetto al Rwanda – continua Bisolti – ho notato forse un po’ meno di entusiasmo. Però è anche vero che io ho vissuto soprattutto la prima parte, quella di Kuala Lampur. E Kuala Lampur è una città enorme e non è paragonabile al calore e alla folle dei piccoli villaggi come nella foresta del Rwanda. E infatti all’arrivo della terza tappa di gente ce n’era davvero tanta».

«Nei giorni prima della gara, in allenamento, ci facevano le foto e i video dagli scooter. Un’altra cosa incredibile è stato il traffico. Per rientrare in hotel impiegavamo un’ora e mezza per fare 15 chilometri. Ed eravamo su una tangenziale a sei corsie.

«O lo stesso quando uscivamo per fare la sgambata: ogni 50 metri eravamo fermi ad un semaforo con 100 scooter e 300 auto dietro!».

Più si andava verso nord e più il paesaggio diventava esotico
Più si andava verso nord e più il paesaggio diventava esotico

Niente “Montezuma”

Di solito quando si viaggia in Paesi esotici, o meno “occidentali” nel loro stile di vita, la “maledizione di Montezuma” è sempre in agguato. E questo è indipendente da latitudini e longitudini: basta qualche micro-differenza nella composizione dell’acqua e delle verdure che il mal di pancia “bussa”.

«Però in questo caso è andata bene – prosegue Bisolti – al Langkawi nessun problema di questo genere. Noi corridori avevamo sempre la nostra pasta, il nostro riso o il nostro pollo. E le verdure erano solo cotte.

«Di fronte a noi c’era un grande centro commerciale dove avremmo potuto comprare le stesse cose che ci sono da noi. Io di solito viaggio con scatolette di tonno in valigia, questa volta no. Però la mia moka del caffè ce l’avevo!».

Strade larghe

Il Tour de Langkawi non è una corsa durissima. Le tappe sono brevi e parecchio pianeggianti, ma quando ci sono le salite cambia un po’ tutto.

«Cambia – conclude Bisolti – perché c’è una concezione stradale diversa. In Malesia le strade sono tutte larghe, tutte a mo’ di tangenziale. Su una salita di quasi 20 chilometri all’8-9% c’erano due corsie a salire e due a scendere. E questo neanche ti dava la percezione della pendenza. Nessun tornante, nessuna curva stretta… micidiali!

«Però ti rendevi conto di quanto fossero dure, quando in discesa toccavi i 110 all’ora».