Cavendish, resta solo Roma. Intanto Sabatini racconta…

25.05.2023
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Se ne va uno degli ultimi “mammasantissima” del ciclismo, esponente di spicco di quell’epoca delle due ruote immediatamente precedente a quella attuale dei fenomeni che vincono dappertutto. Marc Cavendish (in apertura col dottor Magni, dopo la tappa di Caorle in cui non ha brillato) era uno di quelli specializzati, un maestro delle volate che nel corso del Giro d’Italia ha deciso di annunciare l’addio a fine stagione, non senza commozione.

A 38 anni, in coincidenza con il suo compleanno, il britannico chiude una carriera che lo ha visto protagonista per oltre tre lustri. Tanti gli avversari affrontati e battuti, tanti i compagni di viaggio diventati poi rivali o viceversa. Fra questi uno che i velocisti li conosce bene, li ha pilotati quasi tutti. Fabio Sabatini è stato il suo “pesce pilota” per poco, ma ha condiviso anni e anni di volate e lo conosce come pochi.

L’annuncio del ritiro nel giorno di riposo, insieme alla sua famiglia (foto Astana Qazaqstan Team)
L’annuncio del ritiro nel giorno di riposo, insieme alla sua famiglia (foto Astana Qazaqstan Team)

L’ex corridore di Pescia, dopo aver lavorato fino allo scorso anno alla Cofidis, si è preso un periodo di pausa, tornando in Toscana a dedicarsi ai più giovani nel team dei suoi inizi: «Sto studiando per prendere il diploma di terzo livello come diesse, senza di quello non vai da nessuna parte, poi tornerò nel giro, per ora sto a guardare e restituisco ai più giovani un po’ di quel che ho avuto».

Quanto tempo hai condiviso con Cavendish?

Siamo stati compagni nella Quick Step nel 2015, solo un anno perché poi lui andò via, ma abbiamo condiviso volate ed esperienze per un decennio abbondante. Io ero al primo anno in quel team e allora non ero ancora ultimo uomo per le volate, il suo fidato compagno era l’australiano Renshaw e io ero colui che doveva lanciare la coppia fino all’ultimo chilometro.

Sabatini e Cavendish, per tanti anni hanno condiviso gli sprint, quasi sempre con maglie diverse
Sabatini e Cavendish, per tanti anni hanno condiviso gli sprint, quasi sempre con maglie diverse
Che velocista è?

Nervoso. E’ nel suo carattere, molto diverso ad esempio da Viviani e Kittel. E’ sempre stato così, il più nervoso di tutti, esigentissimo, tutto doveva filare liscio. Si faceva sentire eccome, ma lavorandoci insieme si capiva presto che era il suo modo di fare. Appena tagliato il traguardo tutto svaniva: se aveva vinto baci e abbracci, se perdeva non c’erano recriminazioni, a meno di errori marchiani. Era il suo modo per cercare sempre la perfezione.

Com’è in corsa, anche prima di entrare nelle fasi decisive prima della volata?

Sempre molto attento a tutto quel che succede. Rispetto a tanti altri velocisti, Mark ha qualcosa che non tutti hanno, la capacità di potersi giocare la vittoria anche su percorsi che proprio per velocisti non sono. Si è visto anche in questo Giro, nella tappa di Viareggio. Davanti erano rimasti una cinquantina, ma lui c’era. Sapendo questo, chi corre con lui sa di dover lavorare molto, per cercare di preservarlo e non fargli fare tanta fatica, farlo risparmiare nelle tappe dove può dire la sua oppure aiutarlo quando la salita è davvero troppa.

Il britannico ha assommato la bellezza di 161 vittorie in carriera
Il britannico ha assommato la bellezza di 161 vittorie in carriera
C’è una volata condivisa da compagni che ti è rimasta impressa?

Sì, l’ultima del Tour de San Luis in Argentina. Io ero appena entrato nel team e in squadra non c’era Renshaw che aveva scelto il Tour Down Under che si correva nella sua Australia. Toccava quindi a me pilotarlo. Era un arrivo particolare, in leggera discesa al termine di uno stradone lungo. Io dovevo guidarlo dallo striscione dell’ultimo chilometro fino ai 350 metri, quando mi scansai vidi che avevamo toccato una velocità folle. Lui sconfisse Gaviria e Mareczko, la cosa che mi colpì è che era andato tutto esattamente come era stato stabilito a tavolino e Mark me lo fece notare, contento del mio lavoro.

Sei rimasto colpito dalle sue lacrime nell’annuncio del ritiro?

Lo conosco, so che è un animo sensibile e sapevo che non sarebbe riuscito a dire addio senza piangere e sarà così anche quando a fine anno chiuderà anche nell’atto pratico. D’altronde si è reso conto che ormai a 38 anni ha l’età giusta, è come se trascini un carro pieno di buoi. Ormai già a 32 anni ti dicono che un contratto biennale te lo puoi scordare, che si va avanti stagione per stagione, mentre si pensa già a chi prenderà il tuo posto. E’ un ciclismo per giovani e lui si rende conto che non è più quello di prima.

Il ricordo di Sabatini, ultimo uomo nella vittoria di Cavendish a San Luis 2015
Il ricordo di Sabatini, ultimo uomo nella vittoria di Cavendish a San Luis 2015
Come lo collochi in un’ideale classifica fra i velocisti che hai incontrato?

E’ al primo posto insieme a Kittel, con la differenza però che Mark è durato di più e che aveva dalla sua anche un po’ di resistenza in più sui tracciati mossi. Al tedesco la salita faceva male solo a guardarla… E’ un grande che se ne va, oltretutto portandosi dietro un curriculum enorme, tra titolo mondiale, classiche e un fiume di vittorie di tappa nei grandi giri.

Secondo te Cavendish può essere un buon insegnante?

Sicuramente, ha proprio l’indole del trasmettere la sua sapienza agli altri. Faceva così anche quando arrivai alla Quick Step, è uno che ha la pazienza di mettersi lì a spiegare, ha voglia di parlare con i più giovani. Non è uno di quelli che se la tira, è abituato a condividere e potrà essere prezioso in questo, sicuramente resterà nell’ambiente.

Leknessund si prepara per un altro giorno cruciale

25.05.2023
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Sul Monte Bondone il Giro d’Italia ha voltato le carte, tenute finora sempre ben nascoste nel mazzo. Il lavoro impressionante di Almeida e Thomas ha aperto la corsa rosa esponendo tutti i rivali. Prima della sedicesima tappa il Giro ha vissuto di attendismo ed a trarne vantaggio ci ha pensato Leknessund. Il norvegese ha preso il primato della corsa rosa sull’arrivo di Lago Laceno, restituendolo poi a Evenepoel alla cronometro di Cesena. Leknessund martedì sulle rampe del Bondone ha pagato probabilmente il giorno di riposo, accusando 2’42’’ da Almeida.

Leknessund ha avuto la bravura di conquistare la maglia a Lago Laceno e di tenerla fino a Cesena
Leknessund ha avuto la bravura di conquistare la maglia a Lago Laceno e di tenerla fino a Cesena

Sempre in top 10

Oggi che il Giro propone un’altra giornata importante, dopo che sul Bondone il norvegese ha accusato un passivo di 2’42” da Almeida e Thomas, rileggere la sua vicenda è il modo per consegnarlo alla storia del Giro d’Italia.

«Sto bene  – ci dice – non mi aspettavo di ritrovarmi in ottava posizione in classifica generale. L’occasione è grande e posso vedere fin dove mi posso spingere, vedremo cosa riusciremo a raccogliere da qui alla fine. E’ il mio secondo grande Giro, dopo il Tour de France dello scorso anno. Nella terza settimana della Grande Boucle mi sentivo bene, spero di replicare quelle sensazioni».

E’ nato a Tromso, nel Circolo Polare Artico, il rischio maggiore? Trovare renne durante gli allenamenti (foto Instagram)
E’ nato a Tromso, nel Circolo Polare Artico, il rischio maggiore? Trovare renne durante gli allenamenti (foto Instagram)

Sci e calcio

Leknessund è nato a Tromso, all’interno del Circolo Polare Artico, la città è considerata la capitale della Lapponia. Il corridore del Team DSM si è affacciato abbastanza presto nel mondo del ciclismo, scoperto grazie al padre ed alla sorella. Ma prima, come ogni norvegese che si rispetti, ha attaccato ai piedi gli sci da fondo.

«Sono cresciuto giocando a calcio e praticando sci da fondo – racconta – ho iniziato ad andare in bici quando avevo tredici anni, nella squadra della mia città: Tromso. Mio padre e mia sorella pedalavano già e io ho trovato questo sport piacevole e ho continuato a praticarlo. Non ero molto bravo all’inizio, ma avevo un gran bel gruppo di amici e ho continuato per quello, è stata più una questione di passione e amicizia.

«Ho poi deciso di andare in una scuola di ciclismo vicino a Oslo e mi sono trasferito lì quando avevo quindici anni. E’ sempre difficile quando cerchi di fare l’atleta professionista, devi impegnarti tanto, così ho fatto. Ogni anno ho fatto dei passi che mi hanno permesso di portarmi dove sono ora».

A quindici anni si è trasferito ad Oslo, il clima per allenarsi è più mite (foto Instagram)
A quindici anni si è trasferito ad Oslo, il clima per allenarsi è più mite (foto Instagram)

Nuova generazione

Il Nord Europa sta sfornando una grande dose di talenti nel ciclismo, basti pensare al vincitore dell’ultimo Tour de France: Vingegaard. Una scuola che prepara gli atleti nel migliore dei modi, tutti con caratteristiche da scalatori, anche se da quelle parti le salite scarseggiano. 

«E’ vero – spiega – non ci sono molte salite dalle mie parti, ma a casa mi alleno principalmente sulla quantità. Utilizzo principalmente i training camp che facciamo in Spagna durante l’inverno per allenarmi in salita. Durante il mio primo anno nel WorldTour non sono andato molto bene. Negli inverni successivi il team ha deciso di mandarmi due volte all’anno in ritiro in altura per migliorare e crescere.

«Sono molto contento di come sta andando, penso di non essere ancora al top delle mie possibilità, ma è giusto così. Ogni stagione ho fatto dei passi, naturali, di crescita e devo continuare in questa direzione. Durante l’inverno lo sci rimane uno dei migliori modi per allenarsi, fin da quando sono giovane, aiuta ad allenare tutto il corpo».

Nel 2022 ha vinto la corsa di casa: l’Arctic Race of Norway (foto Instagram)
Nel 2022 ha vinto la corsa di casa: l’Arctic Race of Norway (foto Instagram)

Il manager italiano

Nel destino di Leknessund l’Italia non rappresenta una novità. Il norvegese nel 2020, nelle zone dove passerà il Giro, ha vinto il Giro del Friuli. Il profilo di questo corridore però è un’incognita, basti pensare che nel 2019 è arrivato secondo alla Gent-Wevelgem U23. Di italiano, per Leknessund, c’è anche uno dei suoi riferimenti sportivi, ovvero il suo procuratore: Manuel Quinziato

«Ho conosciuto Leknessund nel 2018 – racconta Quinziato – era il primo potenziale uomo per i grandi Giri della Norvegia. Ancor più di Foss, due anni più grande di lui, nonostante il corridore della Jumbo-Visma abbia vinto il Tour de l’Avenir nel 2019. Quell’anno Leknessund avrebbe dovuto correrlo da protagonista, ma un infortunio lo tirò fuori dai giochi. Non è uno scalatore puro e quindi perde sulle salite lunghe, ma nelle corse a tappe brevi ha fatto sempre bene.

«Inoltre – continua- è molto forte anche a cronometro, tanto da aver vinto un titolo europeo juniores ed uno anche da under 23. Lo vedo anche molto bene nella classiche delle Ardenne, ha grandi doti di fondo che mi fanno pensare ad una buona predisposizione per le grandi corse a tappe. Questo Giro è solamente la sua seconda gara di tre settimane, la crescita, dal mio modo di vedere, ci sarà».

Fotofinish a Caorle: vince Dainese. Che ora racconta

24.05.2023
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CAORLE – «Abbiamo preso la testa ai due chilometri e mezzo. Sto cercando di ricordare bene dove fossero i cartelloni – dice Dainese – diciamo che abbiamo cominciato prima della curva a sinistra dopo il rettilineo sul lungomare. Mayrhofer ha fatto un lavoro immenso. Era cruciale prendere quella curva davanti per non dover rilanciare dalla quinta, decima posizione. Poi è passato davanti Niklas Markl. Era prestissimo, ma forse è andata meglio così, perché ho preso l’ultima curva in seconda ruota e non ho dovuto neanche rilanciare. Solo che quando lui si è spostato, la Jayco mi ha passato al doppio della velocità sulla sinistra e prendere Matthews non è stato facile. La mia volata l’ho fatta più per colmare il gap che avevo con “Bling”, che per vincere. E’ stata parecchio lunga, ma. Andata bene…».

Vittoria al fotofinish, davvero per un soffio sul ritorno di Milan. Terzo è arrivato Matthews
Vittoria al fotofinish, davvero per un soffio sul ritorno di Milan. Terzo è arrivato Matthews

Un anno a digiuno

I velocisti hanno la capacità straordinaria di farti rivivere le volate al rallentatore, come se portassero una telecamera sul casco. E Dainese, che ha appena vinto la tappa di Caorle, non fa eccezione. L’ultima sua vittoria risaliva proprio al Giro d’Italia, tappa di Reggio Emilia del 2022, ma oggi lo sprint con cui ha infilato Matthews e resistito al ritorno di Milan è servito a fare pace col destino e togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

Per essere un corridore al secondo anno nel WorldTour, il suo 2022 è stato a dir poco singolare. Il Giro con una tappa vinta, il Giro del Belgio e poi il primo Tour de France, con il terzo posto alla 19ª tappa. Forse troppo per un corridore di 24 anni, al punto che quando Bennati se lo è ritrovato in azzurro agli europei di Monaco, stentava a riconoscerlo.

Oggi si riparte da un gradino più alto, dopo l’infortunio di settembre, le tensioni (non ancora risolte) legate al rinnovo del contratto, la convocazione in extremis e il virus intestinale che l’ha colpito sabato a Cassano Magnago e che domenica a Bergamo lo ha portato a un passo dal ritiro. E con lui allora cominciamo da lì, dal giorno in cui la vittoria di oggi era forse la prospettiva più remota.

Nella tappa di Bergamo, Dainese ha rischiato di andare alla deriva, ma ha tenuto duro
Nella tappa di Bergamo, Dainese ha rischiato di andare alla deriva, ma ha tenuto duro
Che cosa ti ha convinto a non ritirarti nella tappa di Bergamo?

Il Giro bisogna onorarlo e nonostante tu sia ammalato, devi continuare. Magari dopo qualche giorno guarisci ed io ho avuto la fortuna di ammalarmi due giorni prima del riposo. Sono riuscito a recuperare abbastanza bene. Ieri è stata comunque parecchio tosta arrivare sul Bondone. Però stanotte sono riuscito a dormire e a stare un po’ meglio di stomaco. Non è stato facile…

Quest’anno sono più le volate che hai tirato di quelle che hai fatto…

Ma ho avuto tre occasioni e ci sono andato vicino a partire dalla Tirreno. Nella prima volata del Giro, mi hanno squalificato (sul traguardo di Salerno, ndr) e oggi è andata un po’ meglio.

L’ultima vittoria di Dainese risaliva al Giro 2022, per questo sul podio il padovano era commosso
L’ultima vittoria di Dainese risaliva al Giro 2022, per questo sul podio il padovano era commosso
Diciamo che ti sei preso la rivincita?

E’ stato un anno difficile. C’erano tante aspettative dopo la vittoria al Giro e da parte di tante persone e anche da me stesso. Per vari motivi, non ho avuto la continuità e la consistenza necessarie, per cui ho avuto spesso il ruolo di ultimo uomo. Però è vero che un velocista vuole fare le volate. Quindi sì, può essere anche una rivincita, perché ho dimostrato sia a me che agli altri, che sono in grado di vincere. Fino a ieri, non ci credevo neanch’io, pensavo che l’anno scorso fosse stata tutta fortuna.

Fortuna o no, fare terzo di tappa a fine Tour non è da buttar via…

E’ stato un piazzamento abbastanza di fortuna, perché ho preso tutte le curve davanti e poi Laporte e Philipsen mi hanno sverniciato, quindi non è andata proprio benissimo. Un velocista deve vincere e azzeccare due volate in due anni forse è un è poco. Ovviamente sono due tappe al Giro, ma i velocisti di riferimento vincono 15 corse all’anno, quindi sicuramente il percorso per essere consistente è ancora lungo.

Milan è arrivato secondo davanti ai suoi tifosi. Il friulano era contrariato, ma ha consolidato la maglia ciclamino
Milan è arrivato secondo davanti ai suoi tifosi. Il friulano era contrariato, ma ha consolidato la maglia ciclamino
C’è più gusto a vincere le volate in modo netto oppure al fotofinish?

Non mi era mai successo di aver vinto per così poco. Semmai mi era successo di perdere per pochissimo, alzando le mani da junior, ma per il resto è stata la prima volta. Ero molto teso, pensavo di aver fatto secondo e sarebbe stato parecchio terribile, però qualcuno da lassù mi ha graziato.

Impossibile nascondere che tu sia emozionato, mentre i velocisti di solito sono esuberanti. E’ difficile essere uno sprinter ed essere anche persone sensibili?

Quando sono passato professionista, ho sofferto parecchio questa cosa. Ritagliarsi un ruolo da velocista in una squadra WorldTour estera non è facile, soprattutto se sei un po’ timido e dovresti battere di più i pugni sul tavolo.

Dopo la vittoria, Dainese si è raccontato ed era ancora molto emozionato
Dopo la vittoria, Dainese si è raccontato ed era ancora molto emozionato
E’ stato difficile ambientarsi?

Ho sempre cercato di dimostrare di avere un buon livello, lasciando che gli altri se ne accorgano e mi diano spazio. Però siamo tutti diversi, ci sono anche altri velocisti che preferiscono la tensione.

Pensi di continuare a fare il velocista o allargherai l’offerta?

E’ già così difficile vincere le volate, che per ora le classiche non sono alla mia portata. Mi piace fare il velocista.

Adesso andrai a fare il tuffo in mare che avevi promesso in caso di vittoria?

Purtroppo abbiamo l’hotel a Treviso. Magari per questa volta farò un tuffo in piscina…

Roglic se la ride, ma qualche dubbio del Bondone resta

24.05.2023
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PERGINE VALSUGANA – Il clima è disteso in casa Jumbo-Visma. Quei 25” persi ieri sul Bondone non hanno creato tensioni. Almeno in apparenza. Sepp Kuss ci sorride e parlando del buon lavoro svolto ieri ci dice che oggi sarebbe stata più facile. E Primoz Roglic è il ritratto della serenità. Saluta i suoi tifosi. Parla con la tv slovena, venuta ad assicurarsi che sia stato solo un piccolo inciampo.

Intanto il meccanico pulisce le gomme della sua Cervélo con un panno inumidito di un particolare prodotto. Per oggi, tappa veloce, Roglic e i suoi compagni hanno scelto la S5, la bici aero.

Ieri le parole del suo direttore sportivo, Marc Reef, non erano state allarmistiche ma senza dubbio erano più serie rispetto al clima di questa mattina: «Non è qualcosa che ci aspettavamo prima della tappa di oggi (ieri, ndr) ma è quello che è successo. Ci sono due tappe difficili giovedì e venerdì. Sepp Kuss ha fatto un ottimo lavoro. Senza di lui il distacco di Primoz sarebbe stato un po’ più grande. Ma va detto che Primoz è stato molto forte nell’ultimo chilometro». 

Roglic sereno

Oggi invece c’era tutt’altra atmosfera nel clan giallo-nero. Ieri sul Bondone, Primoz non era stato di grandi parole. Aveva detto solo che non corre da solo, replicando a chi dava per scontato un suo assolo. E che la botta rimediata verso Rivoli – la stessa caduta che ha visto il ritiro di Tao Geoghegan Hart – non era del tutto passata.

«Oggi va bene – ha detto Roglic – vedremo come starò nei prossimi giorni. Però io sono fiducioso. Vero, ieri ci sono stati due atleti più forti di me, ma ci sono ancora dei giorni importanti da affrontare. Oggi si va verso il mare e possiamo recuperare bene in vista delle prossime salite».

«Io darò il massimo per vincere questo Giro d’Italia. Dopo la caduta a Rivoli non ho mai pensato di andare a casa. Ripeto, dobbiamo essere ottimisti: tutto è sicuramente possibile fino alla fine. E anche il fatto di aver ripreso qualche secondo nel finale di ieri è qualcosa di buono».

Edoardo Affini, sta bene. Ieri per lui un grande lavoro sul Santa Barbara e sulla Bordala
Edoardo Affini, sta bene. Ieri per lui un grande lavoro sul Santa Barbara e sulla Bordala

Affini racconta

E allora cosa è successo? Proviamo a mettere insieme i pezzi. E’ vero che Roglic sia caduto e che aveva un bel dolore, motivo per il quale non si è mosso né verso Crans, né verso Bergamo. Però fino a metà Bondone sgambettava agile e con la bocca semichiusa, pertanto sicuramente lo sloveno stava bene, altrimenti non avrebbe messo a tirare i suoi compagni in quel momento. Compagni che non hanno tirato solo nella scalata finale.

«Ieri la fuga era numerosa e noi non c’eravamo – ha detto Edoardo Affini – non volevamo che prendesse troppo vantaggio, visto che c’era gente anche relativamente vicina alla maglia rosa. La Ineos-Grenadiers aveva due uomini in fuga e non avrebbe preso in mano la situazione e così abbiamo deciso di dare una mano alla Groupama-Fdj. Ho tirato io in prima persona».

«Visto che si dice che è un Giro noioso abbiamo deciso di prendere in mano la situazione e dare una smossa alla battaglia. Poi il risultato finale non è stato quello che ci aspettavamo, ma neanche è stato un disastro. Tutto è assolutamente in gioco e viste le salite che mancano non sarà questione di secondi, ma di minuti. In questo momento ci sono tre corridori vicini e probabilmente il vincitore del Giro uscirà tra di loro».

All’arrivo di Rivoli, Roglic si è presentato così. Per lo sloveno una caduta meno banale di quanto sembrasse
All’arrivo di Rivoli, Roglic si è presentato così. Per lo sloveno una caduta meno banale di quanto sembrasse

Crisi di fame?

Insomma la botta c’è stata, ma Roglic e la sua squadra l’hanno assorbita bene. Thomas non è l’ultimo arrivato e Almeida è davvero in palla. «Ieri sera a cena – va avanti Affini – Primoz era tranquillo. Non l’ho visto nervoso, teso o giù di morale.

«Poi cosa sia successo di preciso sul Bondone non lo so. Io ero nelle retrovie e avevo finito il mio lavoro. So che i ragazzi hanno fatto un buon ritmo, ma può essere anche che dopo il giorno di riposo il fisico sia un po’ indecifrabile. Magari Primoz si è sentito bene all’inizio e poi ha capito che gli mancava qualcosina. O magari anche a livello di alimentazione non è stato perfetto, ma questo lo sa solo lui».

La versione del calo di zuccheri sembra essere la più attendibile per come è andata. Ben inteso: non è una crisi di fame, perché da quella non ci si riprende, né in tempi così rapidi, né in quei frangenti. Semmai si tratta di un errore fatto “a monte”, o per meglio dire qualche chilometro più a valle. In più va considerato il fatto che ad un certo punto del Bondone ha iniziato a piovere e questo se si è al limite con gli zuccheri incide nella termoregolazione.

«Se guardiamo alla sua reazione dopo che si è staccato, Primoz ha dimostrato che c’è. Nel chilometro e mezzo finale ha guadagnato qualcosa. Quindi si è gestito bene. Come ho detto, per me Primoz stava bene. Ha sentito che le gambe non rispondevano come si aspettava e ha deciso di aspettare un po’. Ha deciso di vedere come andavano le cose».

Aspettando il Lussari

Voce comune è che Roglic voglia attendere la crono del Lussari e giocarsi tutto lì. Ma più di qualcuno dice che le pendenze delle Tre Cime lo favoriranno contro corridori come Almeida e Thomas.

«Ci aspettano due tapponi – conclude Affini – ma è chiaro che mettere una crono del genere a fine Giro incida. Quando ti ritrovi con 5 chilometri al 15% capisci che non è più una questione di secondi… Se si prende una botta lì ci si spegne e credo che questo tenga bloccati un po’ tutti».

Giorno di riposo, i postumi della caduta, un possibile calo di zuccheri… tutto può essere. Qualche dubbio resta, ma probabilmente tra meno di 24 ore sapremo la verità. Roglic ieri ha perso una battaglia ma non la guerra. La maglia rosa dista solo 25″. E quel finale in rimonta dà tanta, tanta, speranza.

Il Giro della Valle d’Aosta? Sempre durissimo

24.05.2023
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Mancano un paio di mesi al via del Giro della Valle d’Aosta, ma ecco che inizia a far capolino il percorso dell’edizione numero 59. Un’edizione nel segno della tradizione e dell’innovazione, come di fatto ci dice il patron Riccardo Moret.

La corsa si terrà dal 12 al 16 luglio e le sue cinque tappe di snoderanno solo in territorio valdostano. In questi giorni al Giro d’Italia, abbiamo incontrato proprio Moret che è al seguito del Giro-E.

«Sono il team manager della squadra di Trenitalia, capitanata da Sacha Modolo. Ma qui di campioni ce ne sono molti – dice – tra questi Damiano Cunego. Con lui si parlava proprio di quando fece secondo da noi nel 2002 e due anni dopo vinse il Giro d’Italia».

Riccardo Moret è il patron del Giro della Valle d’Aosta (foto Aostasera)
Riccardo Moret è il patron del Giro della Valle d’Aosta (foto Aostasera)

Valle d’Aosta al centro

Come dicevamo, il Giro della Valle d’Aosta 2023 si snoderà tutto in Regione e non ci sarà il consueto sconfinamento in Francia, una scelta dettata soprattutto dalla logistica.

«Abbiamo preferito restare in Italia – spiega Moret – in quanto in quegli stessi giorni in Francia c’è il Tour dall’altra parte e la logistica, fra strade e controllo, sarebbe complicata.

«Idem per lo “sconfinamento” in Piemonte: quest’anno le zone a noi più vicine erano concentrate sul Giro. Probabilmente ci andremo il prossimo anno».

Si parte dunque il 12 luglio con la Arvier-Arvier, per proseguire poi con la Courmayeur-Courmayeur (Pré de Pascal). Terza tappa sarà la Saint Vincent-Bionaz (Place Moulin), quarta la Verrayes-Fénis con arrivo a la Clavalité. E infine la classica la Valtournenche-Breuil Cervinia con la doppietta Saint Pantaleon e appunto la scalata di rientro verso Cervinia. 

«In tutto – chiarisce Moret – si sfiorano i 650 chilometri e si superano di poco i 15.000 metri di dislivello.

«Come nascono le nostre tappe? Con una conoscenza capillare del territorio, con la mia passione di andare a scoprire le strade in sella… Anche se ho i capelli bianchi! Le tappe me le studio bene. Facciamo una richiesta ai Comuni, che ormai ci conoscono. Per loro è uno sforzo chiaramente, ma devo dire che da quando c’è la diretta streaming e lavoriamo bene con i social c’è stato un bel riscontro e quindi sono contenti di partecipare».

La Clavalitè, arrivo della terza frazione. Luogo stupendo e salita dura: 10 km, 950 metri di dislivello per una pendenza media del 9.5%
La Clavalitè, arrivo della terza frazione. Luogo stupendo e salita dura: 10 km, 950 metri di dislivello per una pendenza media del 9.5%

Tappe monster

Ciclismo vuol dire territorio, anche se si parla di ciclismo agonistico. Moret non fa altro che rilanciare questo profondo tema, che va dalla passione degli organizzatori della Società Ciclistica Valdostana, agli operatori sul territorio stesso.

«Solitamente – riprende Moret – cerchiamo di proporre un percorso la cui durezza va in crescendo. Quindi all’inizio mettiamo le tappe un po’ meno dure, anche se “meno dure” da noi è relativo. La prima frazione per esempio conta 1.800 metri di dislivello in 80 chilometri. Tra l’altro partiamo da Arvier in ricordo di Maurice Garin, primo vincitore del Tour de France che era nato lì. 

«Sempre in termini di durezza quest’anno per me la tappa regina è la quarta, quella con arrivo a La Clavalité: 170 chilometri e oltre 4.500 metri di dislivello. Su questo traguardo vinse Frankiny nel 2016.

«E anche la seconda è stupenda. Si arriva a Pré de Pascal, in Val Veny, quindi sempre a Courmayeur. Spero proprio sarà una bella giornata. Lì si tocca la maestosità del Monte Bianco con un dito. Senza contare che gli ultimi chilometri sono micidiali e gli ultimi 100 metri potrebbero essere su sterrato. Ma per questo farò un sopralluogo proprio nei giorni post Giro-E».

Lo scorso anno ci fu il dominio della Groupama-Fdj Continental con Martinez e Thompson (foto Courthoud)
Lo scorso anno ci fu il dominio della Groupama-Fdj Continental con Martinez e Thompson (foto Courthoud)

Taglio internazionale

Il Giro della Valle d’Aosta non sconfina ma non intacca il suo appeal internazionale. Al via 130 corridori. Moret spiega che è meglio non esagerare col numero degli atleti, viste le caratteristiche anche planimetriche delle strade aostane. La sicurezza prima di tutto.

«Confermo che per ora ci sono 130 corridori. Magari se ne potrà aggiungere qualcuno, ma di certo non arriveremo a 200. In tutto ci sono 27 squadre, l’80% delle quali sono straniere».

Chi sarà dunque l’erede di Lenny Martinez? Pensate che un italiano non vince dal 2013. L’ultimo fu Davide Villella.

Le quindici fatiche di Marcellusi al suo primo Giro

24.05.2023
6 min
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Martin Marcellusi affronta il suo primo Giro d’Italia con sensazioni differenti: ha tolto dalla valigia le emozioni ed ha messo la fatica. Sulle teste dei corridori è caduta spesso tanta acqua, si è salvata quasi esclusivamente la tappa di Bergamo. Marcellusi si è ritrovato ad affrontare delle condizioni atmosferiche che hanno reso ancora più tosto questo debutto alla corsa rosa.

Il maltempo ha accompagnato i corridori per gran parte del Giro, spegnendo un po’ l’anima della corsa rosa: Marcellusi è con Fiorelli
Il maltempo ha accompagnato i corridori per gran parte del Giro: qui Marcellusi con Fiorelli

Giorno di riposo

Il corridore romano risponde durante i massaggi, nel secondo giorno di riposo del Giro d’Italia. La Green Project Bardiani CSF Faizanè ha scelto la provincia di Mantova per abbassare i ritmi e respirare

«Il giorno di riposo – attacca Marcellusi – va sempre bene, ci vuole. Oggi abbiamo fatto una sgambata di un’oretta, pranzo, massaggi e nient’altro. Durante queste ore ammazzo il tempo rimanendo a letto e guardando un po’ TikTok. Non dormo perché ho paura di non avere tanto sonno la sera».

Una delle tappe più belle è stata quella di Napoli con il sole che ha illuminato la costiera amalfitana
Una delle tappe più belle è stata quella di Napoli con il sole che ha illuminato la costiera amalfitana
Riannodiamo il filo rosa, che atmosfera hai trovato al Giro?

Per essere il primo speravo meglio, non ho sentito molto l’atmosfera del Giro d’Italia, complice anche il meteo. Sulle strade spesso abbiamo trovato meno tifosi di quanti ce ne sarebbero stati solitamente.

E la corsa come la vivi?

Va a momenti, un giorno sto male, un altro invece sono davanti a lottare per entrare in fuga. Non tutti i giorni sono uguali, ogni tappa ti lascia qualcosa di diverso, complice anche il fatto che recuperare è difficile. La pioggia ed il freddo aumentano lo stress e la fatica.

Raccontaci la tua routine

Mi trovo spesso a scherzare con i miei compagni a proposito di questo. Siamo sempre lì a fare le stesse cose: finita la tappa scendi dalla bici e fai la doccia, poi arrivano i massaggi che bisogna farli di corsa perché altrimenti rischi di arrivare a cena ad orari improponibili. Si ha il tempo di un caffè tutti insieme e poi si sale in stanza a dormire.

E la mattina suona la sveglia, qual è stata quella più difficile?

Direi la mattina della tappa di Crans Montana. La sveglia è suonata alle 6,30, la tappa doveva partire alle 11. Io non sono uno che riesce ad andare a letto alle 22, di solito vado a dormire verso le 23-23,30. 

I massaggi, anche se di fretta, aiutano?

Sono tanta roba! Farli tutti i giorni non fa miracoli, ma di certo aiuta molto. Ho la fortuna che il mio massaggiatore è anche l’osteopata della squadra, quindi faccio tutto con lui. Gli racconto le mie sensazioni e lui cerca di risolverle. 

Il pubblico ha risposto presente nella tappa di Bergamo, qui Marcellusi nel passaggio che porta a Città Alta
Il pubblico ha risposto presente nella tappa di Bergamo, qui Marcellusi nel passaggio che porta a Città Alta
Che sensazioni hai?

Si tratta del mio primo Giro d’Italia, quindi non ho un grande recupero. Di certo faccio più fatica rispetto a chi ha già fatto questa gara tre o quattro volte. 

Poi piove da due settimane…

La pioggia non piace a nessuno e se per quindici giorni corri con l’acqua che ti cade sul casco, e tutto il corpo, il morale ne risente. Prendere acqua è un lavoro in più: devi stare sempre attento in gruppo e poi una volta in hotel devi asciugare casco, occhiali e scarpe. Poi anche a livello fisico ti gonfi. Insomma, è dura.

Con chi condividi la stanza?

Tonelli. E’ un mese che viviamo in simbiosi, sono stato fortunato ad averlo accanto, è uno dei più esperti, se non il più esperto, della squadra. Mi riesce a dare consigli praticamente 24 ore su 24. Più che qui al Giro mi ha dato una grande mano in altura, con l’alimentazione e anche con la gestione mentale degli allenamenti. Allo stesso modo in gara è fantastico, mi dice quando attaccare o riposare. Anche nella tappa di Bergamo…

Raccontaci.

Non ero uno dei designati ad andare in fuga, non era una frazione adatta alle mie caratteristiche. Però in partenza parlavo con Tonelli e gli dicevo che la mia idea era comunque di infilarmi nel gruppo dei fuggitivi. Sapevo di non poter restare fuori tutto il giorno, ma l’obiettivo era farsi riprendere sull’ultima salita così da avere il tempo di andare all’arrivo. 

Anche nella tappa del Bondone Marcellusi è andato in fuga, il giorno di riposo ha fatto meno danni rispetto a settimana scorsa
Anche nella tappa del Bondone Marcellusi è andato in fuga, il giorno di riposo ha fatto meno danni rispetto a settimana scorsa
Invece hai inseguito…

Eh sì, non vorrei dire che ho fatto un errore (aspetta qualche secondo, ndr), ma ho fatto un errore. L’idea era giusta, ma sono partito con la mantellina della pioggia, quando sono andato a posarla in ammiraglia la fuga era già uscita. Io e Rubio abbiamo inseguito per un po’ e siamo rientrati, ma con tanta fatica.

Ad un certo punto dell’inseguimento Rubio ti ha lasciato indietro. 

Ha una gamba esagerata e su uno strappetto è andato via. Non posso rimproverargli nulla perché quando sei in mezzo come noi, cerchi di rientrare il prima possibile. Con il senno di poi avrebbe potuto comunque aspettarmi perché alla fine sono andato sui fuggitivi anche io, dopo 40 chilometri però. Sono andato così forte che ho fatto il record di giornata sulla salita di Passo Valcava. Lo stesso Rubio si è scusato con me, alla fine siamo amici e ripeto: quando sei in mezzo vuoi rientrare il prima possibile. 

I giorni di riposo come sono andati?

Sono stati a due facce. Direi bene perché ne avevo bisogno, soprattutto del primo, che è arrivato dopo nove tappe. Sto soffrendo tanto le lunghe distanze ravvicinate, non sono abituato. Questa mattina (lunedì, ndr) ero cotto e riposare fa bene, una volta in bici per la sgambata mi sentivo un pochino meglio.

Tonelli (a sinistra) è uno dei suoi punti di riferimento, i due vivono in simbiosi da un mese a questa parte
Tonelli (a sinistra) è uno dei suoi punti di riferimento, i due vivono in simbiosi da un mese a questa parte
Il lato negativo del giorno di riposo?

Non sapevo se mi facesse bene o male, non avevo mai fatto questa cosa prima. Ho scoperto che mi fa male, la tappa di Viareggio è stata un calvario. Mi sono staccato sulla prima salita dopo il via, eravamo Vlasov, Benedetti ed io. Il primo ha abbandonato la gara, noi due invece siamo rientrati. Fatto sta che mi sono fatto 80 chilometri da solo ad inseguire il gruppo. 

L’incentivo a finire il Giro però c’è, si arriva nella tua Roma. 

Sì! Non vedo l’ora, un sacco di gente mi ha scritto che verrà a salutarmi, non ho idea di quello che potrà succedere. Come si dice dalle mie parti, mi aspetto una bella caciara (dice sorridendo, ndr) una grande festa dopo la tappa. Però prima bisogna arrivare alla fine.

Gasparotto su Denz: «Ci ha tolto le castagne dal fuoco»

24.05.2023
5 min
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SABBIO CHIESE – Nico Denz, vincitore di due tappe, ha salvato finora il Giro d’Italia della Bora-Hansgrohe. A Rivoli ha battuto Toms Skujins, a Cassano Magnago due giorni dopo ha bruciato Derek Gee. Il suo direttore sportivo Enrico Gasparotto ne parla con gli occhi che brillano, un po’ per le vittorie e un po’ per la capacità del tedesco di motivare i compagni.

«Penso che Nico sia una delle rivelazioni di questo Giro – spiega il tecnico friulano – perché pur essendo venuto per aiutare i nostri leader, è uno che si iper-motiva facilmente e riesce a trasmettere questa positività e questa grinta ai compagni. L’ho visto subito. Alla Valenciana, che era la prima gara con tutto il gruppo del Giro. Stessa cosa alla Tirreno. A Lido di Camaiore ha fatto la crono che c’erano ancora le pozze d’acqua sulla strada ed è andato forte, senza pensare di farla a tutta. E’ andato bene anche al Romandia. Nico è l’esempio di come anche i luogotenenti possono venire fuori bene se seguono un approccio al Giro d’Italia uguale a quello dei leader, fra l’altura e tutto il resto…». 

Gasparotto, qui con Jungels, è il tecnico che nel 2022 ha vinto il Giro con Hindley
Gasparotto, qui con Jungels, è il tecnico che nel 2022 ha vinto il Giro con Hindley
Ti aspettavi che dopo aver lavorato, fosse così vincente?

Ci ha tolto le castagne dal fuoco, perché perdendo Alex Vlasov che era il nostro capitano, è ovvio che fossimo un po’ persi e vincere due tappe per noi è stato tanta roba. E poi sono contento anche per lui, perché nella crono di Cesena mi ha chiesto di farla a tutta per provare a misurarsi e io gli ho detto di no.

Perché?

Perché il Giro era ancora lungo. Lui non è stato contento, ma ha l’ha accettato perché è una persona seria che non si fa troppi problemi. E’ uno con cui si parla facilmente, però ho visto che ha accusato il colpo. E’ vero quello che ha detto nelle interviste, in realtà io avevo detto a Bob Jungels e a Konrad di andare in fuga, non a lui. Però non vedeva l’ora di trovare un varco e nel momento in cui Bob è stato onesto e ha detto alla radio che non stava bene, Nico ha colto l’occasione al volo. Questo è il bello di avere un team coeso.

E per ora ne ha vinte due…

Nella prima tappa che ha vinto, è stato il più forte. Nella seconda è stato forte, ma anche il più scaltro.

Si poteva immaginare un passaggio così facile da gregario a cacciatore di tappe?

Lo ha dimostrato l’anno scorso al Tour de Suisse, non è una novità che sappia vincere dopo una fuga. E’ chiaro che in avvio avevamo il grande obiettivo del podio a Roma, quindi ogni cosa era in funzione di quello. Per cui abbiamo chiesto a tutti di dimenticare gli obiettivi personali, ma resta che Denz sia una persona ambiziosa. Lui ha sempre avuto il sogno di venire in un grande Giro e vincere una tappa, questo è sempre stato il suo scopo, quello che lo spinge.

E’ uno che partecipa alle riunioni? Parla davanti ai compagni?

Fa assolutamente gruppo ed è uno che si esalta sempre. Motiva gli altri e anche se a volte esagera, meglio averne così che un team di gente depressa, no?

Vincere una tappa al Giro era il suo scopo: ora lo ha doppiato
Vincere una tappa al Giro era il suo scopo: ora lo ha doppiato
Come avete festeggiato dopo le vittorie?

I ragazzi non hanno fatto niente di speciale. Invece per quanto riguarda lo staff, la sera ce la siamo goduta di sicuro (Gasparotto ride, ndr).

Senza Vlasov è cambiato il vostro Giro e forse è sparito un possibile attaccante?

Voi giornalisti continuate a parlare della necessità di attaccare, forse perché la vedete anche da fan del ciclismo, che vorrebbero sempre una guerra tra i grandi corridori. Però bisogna contestualizzare il discorso. Ieri è iniziata l’ultima settimana dove ci sono 5.000 metri di dislivello ogni giorno. C’è mezzo gruppo malato e un’altra fetta col sistema immunitario compromesso che rischia di ammalarsi. L’obiettivo di tutti è vincere il Giro, il fatto che tutti corrano in modo conservativo ne è la conseguenza.

In entrambe le occasioni di vittoria, Denz ha saputo gestire le forze con lucidità
In entrambe le occasioni di vittoria, Denz ha saputo gestire le forze con lucidità
Ci sta che i primi si siano preservati, ma quelli alle loro spalle che cosa hanno aspettato per giorni?

Secondo me questo Giro sarà come una grigliata, perché il primo sole ha iniziato a cuocerli. Si poteva pensare che sul Bondone succedesse qualcosa, ma giovedì e venerdì saranno due giorni decisivi. Le Tre Cime di Lavaredo saranno come il Fedaia nel 2022.

Pensi che Vlasov avrebbe smosso la corsa?

Credo che avrebbe corso come gli altri, perché alla fine non serve a molto stare a scannarsi. Se avessimo avuto lui e Kamna in condizione, io vi dico che ho in testa le mie idee pazze, però non ci sono, come fai?

Un guizzo di Thomas scopre la (piccola) crisi di Roglic

23.05.2023
5 min
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MONTE BONDONE – La rosa è tornata. A un certo punto, quando Roglic sembrava davvero in palla e non si capiva perché non attaccasse, si è ipotizzato che non volesse conquistare il primato, per non dover sottostare alle formalità che esso implica. Ma siamo al Giro d’Italia, è appena iniziata la terza settimana e i grandi della classifica hanno cancellato con un colpo di spugna tutto l’attendismo delle prime due settimane. Così è successo che Bruno Armirail ha potuto indossare il sogno rosa per tre tappe, riposo compreso. Ma quando a 10 chilometri dall’arrivo le sue gambe e il suo povero cuore hanno detto basta, la corsa è finalmente finita in mano ai grandi. E per Thomas non è stato certo un peso indossare nuovamente il simbolo del Giro.

Thomas aggancia Almeida, il portoghese prende fiato e insieme vanno all’arrivo
Thomas aggancia Almeida, il portoghese prende fiato e insieme vanno all’arrivo

L’intuito di Thomas

E’ stata la sua intuizione a spingere giù Roglic. Il gallese della Ineos-Grenadiers si era accorto di qualcosa e ha voluto metterlo alla prova. Perciò ora che lo racconta, il suo finale di tappa assume tutto un altro significato.

«Ho avuto la sensazione che Roglic non fosse al 100 per cento – racconta Thomas – e il ritmo di Kuss non fosse insuperabile. Mi sembrava di poter accelerare, quindi ho pensato di tornare su Almeida e vedere se dietro avrebbero reagito o avrebbero continuato allo stesso ritmo. Fortunatamente ce l’ho fatta, ho collaborato bene con Joao verso l’arrivo e abbiamo cercato di guadagnare un po’ di tempo. E andata bene».

Il forcing di Thomas e Almeida ha fatto scoprire la difficoltà di Roglic, che ha perso 25 secondi
Il forcing di Thomas e Almeida ha fatto scoprire la difficoltà di Roglic, che ha perso 25 secondi
Però hai perso Sivakov, caduto ancora una volta…

Ovviamente non è l’ideale, perché Pavel stava crescendo di condizione ed era una grande risorsa per la squadra. Sembra la storia di questo Giro, con cadute, malanni e cose del genere. Speriamo che domani sia una giornata semplice e che finisca allo sprint. Così poi resteranno due grandi tappe di montagna. Avere un uomo in meno inciderà, ma penso che per il modo in cui si stanno comportando gli altri, saremo capaci di difenderci bene.

Si può dire che il Giro sia un affare a tre, fra te, Almeida e Roglic?

Si potrebbe pensarlo, ma so bene che Almeida è vicino e ricordo bene che quando Froome vinse il Giro era indietro di tre minuti. Possono ancora succedere molte cose, soprattutto se il tempo peggiora di nuovo, cosa che penso accadrà. Quindi vedremo, ma posso dire che il Giro è più imprevedibile del Tour. Ci sono ugualmente degli ottimi corridori, ma qui il meteo, le discese e tanti fattori giocano un ruolo decisivo. 

Buona sul Bondone anche la prova di Zana, che ha lavorato per Dunbar e ha chiuso 15° a 3’18”
Buona sul Bondone anche la prova di Zana, che ha lavorato per Dunbar e ha chiuso 15° a 3’18”
La maglia rosa sarà un peso o darà motivazioni in più?

Penso che sia fantastico per la squadra, per il morale e tutto il resto. Siamo super motivati, ci saranno dei giorni in cui dovremo difenderci e poi toccherà alla cronometro. Siamo in un’ottima posizione ma, come ho detto, possono succedere molte cose. Quindi continueremo ad affrontare le difficoltà giorno per giorno.

Che livello vedi in questo Giro?

Alto, di sicuro. Non ho idea di quale potenza io abbia sviluppato, non avevo il misuratore e non riesco a vederlo quando sono in salita, ma sono venuto su certamente a un ottimo passo. Il livello delle corse sembra aumentare ogni anno e il Giro non fa eccezioni. Tutti si allenano meglio, c’è l’alimentazione, è tutto il sistema. Intere squadre sono molto più professionali.

Non aver vinto la tappa brucia, ma Thomas scherzando ha parlato di spunto svanito con l’età
Non aver vinto la tappa brucia, ma Thomas scherzando ha parlato di spunto svanito con l’età
Nelle precedenti vittorie di questa squadra al Giro tutti hanno sempre parlato del grande clima creato da Tosatto e gli altri tecnici.

E’ vero, si respira un’atmosfera fantastica. Andiamo tutti molto d’accordo, abbiamo davvero un bel gruppo ed è un peccato aver perso i ragazzi che si sono ritirati perché erano super forti. Ma per fortuna stiamo andando tutti bene, dobbiamo solo continuare per altri quattro giorni.

Qual era il piano alla vigilia? I due corridori in fuga servivano per puntare alla tappa?

Si trattava più che altro di avere qualcuno davanti insieme ai gregari delle altre grandi squadre. Questo ci ha permesso di non tirare e ha funzionato davvero bene. La Jumbo-Visma ha lavorato per tutto il giorno, hanno controllato molto bene la corsa e l’hanno impostata. E hanno speso tante energie.

Nella conferenza stampa, un Thomas molto ottimista, preoccupato per i due tapponi che restano
Nella conferenza stampa, un Thomas molto ottimista, preoccupato per i due tapponi che restano
Ti dispiace di non aver vinto la tappa?

Beh, se hai la possibilità di farlo, chiaro che vorresti riuscirci. Non c’è stato in realtà tanto tempo per parlare con Almeida, ma penso che entrambi abbiamo capito la situazione. Entrambi volevamo massimizzare lo sforzo ed entrambi abbiamo lavorato molto bene. Sì, di sicuro sarebbe stato bello vincere la tappa, ma sto diventando un po’ vecchio e mi manca quel cambio di ritmo. Però ci sono altri due tapponi di montagna, magari posso riprovarci.

La corsa da dentro, mentre Armirail perdeva la rosa

23.05.2023
7 min
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MONTE BONDONE – Bruno Armirail ha restituito la maglia rosa a colui che gliela aveva ceduta con tanta gentilezza. Il corridore della Groupama-Fdj però al contrario di Thomas non è stato così contento di restituirla. Sulle rampe del Bondone ha lottato fino all’ultima goccia di energia per tenersela.

In questi tre giorni in rosa molte cose sono cambiate per il francese. Adesso è Armirail, “quello che è stato maglia rosa al Giro d’Italia”. Alla fine è così per il grande pubblico. Quando andrà nelle piazze del Giro, del Tour o di un Fiandre, e salirà sul palco per la presentazione della sua squadra lo speaker ricorderà questo passaggio della maglia rosa. Sempre.

Con la Groupama-Fdj

Ma se questo è l’epilogo, la storia va raccontata. E allora vi diciamo che la Sabbio Chiese-Monte Bondone l’abbiamo seguita da dentro. Lapierre e la Groupama-Fdj ci hanno aperto le porte di un loro mezzo al seguito per vivere “da dentro” la tappa. E’ stato un viaggio tecnico, tattico e di emozioni. A farci da guida anche l’ex pro’, e patron della tappa di Crans Montana, Steve Morabito, uomo immagine del team francese.

Sul cruscotto, in un maxi tablet, c’è VeloViewer. In pratica dentro questo strumento dentro l’ammiraglia e gli altri mezzi al seguito è una sorta di Bibbia. Mentre radiocorsa è il Vangelo. Perdonate il paragone “celeste”, ma sono davvero due strumenti essenziali.

Morabito ci spiega come funziona questa App. Ci fa vedere anche che appena il primo taglierà il traguardo sapranno con esattezza il tempo massimo: dato utile nel caso qualche corridore se la dovesse passare male. E mentre spiega scatta foto e gira video. Fino a Salò ci sono paletti spartitraffico, rotonde, cigli, strettoie.

«I direttori sportivi – dice Morabito – hanno già detto ai ragazzi di questi ostacoli, ma meglio un’immagine e una info in più che una in meno».

Poi ci fa vedere, sempre da VeloViewer come sono disposte le ammiraglie e gli altri mezzi di assistenza del team. «La prima auto è in coda al gruppo. La seconda è qui – e ce la mostra bordo strada, anch’essa partita un po’ prima della tappa – e poi c’è un altro van come il nostro che dà l’acqua. Anche noi faremo dei tagli per dare assistenza ai ragazzi».

Sul Santa Barbara Groupama-Fdj tra le prime posizioni a controllare. La maglia rosa era tranquilla in quel frangente
Sul Santa Barbara Groupama-Fdj tra le prime posizioni a controllare. La maglia rosa era tranquilla in quel frangente

Primato a rischio

Certo oggi la tappa era fortemente a rischio per la maglia rosa. E Armirail lo sapeva, i tecnici lo sapevano.

«Il rischio maggiore – spiega Morabito – è se iniziano ad attaccare con scatti sin da subito, perché Bruno non ha il cambio di ritmo netto. Non ha la “botta”». E proprio in quel momento il gruppo, appena arrivato sul Lago di Garda, si spezza e il leader resta indietro. La Groupama-Fdj è costretta a tirare.

Per fortuna loro anche la Bora-Hansgrohe è rimasta intrappolata nelle viuzze di Salò con Kamna. La fuga non parte. La velocità è alta, ma in qualche modo Armirail riesce a mettersi alle spalle il primo rischio.

Da lì in poi la sua squadra prende in mano la situazione. Pinot non si muove. Troppo dispendioso per uno scalatore andare via in una frazione così, ci spiega Morabito. Alla fine va tutto come programma. I francesi difendono con orgoglio e sapienza la maglia rosa. Anche sotto le trenate della Jumbo-Visma.

Ma quando inizia il vero forcing finale anche la minima speranza si spegne.

Rosa addio

Ad una dozzina di chilometri dal termine, i dubbi e i rischi si trasformano in realtà: Armirail si stacca definitivamente e deve dire addio alla maglia rosa. Sale del proprio passo e dà il meglio di sé. Ma sotto le sgasate di Almeida, prima, e Thomas, poi, i minuti fioccano. Anzi, forse nel complesso si difende sin troppo bene e ne incassa “solo” 4’24”.

«Nella riunione del mattino – spiega Morabito – si era detto di fare il possibile per arrivare davanti fino all’imbocco dell’ultima salita. E ci sono riusciti. Poi si poteva sperare che i big si controllassero come è già successo in questo Giro. In quel caso magari si poteva anche ipotizzare di tenerla un giorno ancora. Ma visto come sono andati…».

«Poi se ti stacchi su pendenze medie così pedalabili e a tanti chilometri dall’arrivo le differenze di velocità sono alte e i distacchi sono ampi. Pazienza. Ma i ragazzi hanno corso bene. Anche fermare Pinot: che senso avrebbe avuto? Che Armirail avrebbe perso 20” in meno: non sarebbe cambiato nulla».

Lapierre da salita

Eppure Bruno se l’era studiata bene. Preciso sui rifornimenti, non aveva sgarrato mezzo sorso d’acqua o mezza barretta. Per esempio quando è passato al nostro rifornimento è stato l’unico ad assicurarsi anche il ghiaccio nella calza, utile in quel momento di calura.

E anche da un punto di vista tecnico Armirail non ha lasciato nulla al caso. Per questa frazione da 5.100 e passa metri di dislivello reali, ha scelto il 34 posteriore, cosa che di solito non fa, tanto più lui che, cronoman, non fa dell’agilità la sua arma migliore. Ha optato per le ruote da 36 millimetri e non da 50 come i suoi compagni. Ed era intervenuto persino sui tubolari, preferendo quelli da 25 millimetri, oggi considerate praticamente “gomme strette”. Quindi massima leggerezza sulla sua Lapierre Xelius. 

Non è bastato. Ma questa esperienza in rosa non gliela toglierà nessuno.