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Ronchetti, il mestiere dello speaker prima del computer

15.09.2021
6 min
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«In quel momento lo speaker è come dei venditori e se vuoi che la gente acquisti devi essere chiaro nel parlare, nello spiegare».

Il ruolo dello speaker per Bruno Ronchetti si può sintetizzare con questa frase. Ma non è l’unica cosa che ci ha detto, figuratevi se si è limitato a questo, lui che ama ancora raccontare. E quanti aneddoti legati agli inizi della sua carriera.

Il suo ritmo è ancora bello incalzante proprio come quando era la voce del Giro d’Italia e delle maggiori corse di professionisti e dilettanti negli anni ’90/2000. Ronchetti, modenese di Nonantola classe ’41, è stato fonte di ispirazione per tanti speaker moderni, come ci aveva detto Stefano Bertolotti recentemente. E prendendo spunto da quella intervista lo abbiamo voluto sentire per capire le differenze tra le due epoche.

Al Giro delle Valli Aretine del 1985, vinto da Claudio Santi
Al Giro delle Valli Aretine del 1985, vinto da Claudio Santi
Innanzitutto oggi cosa fa Bruno Ronchetti? 

Sono appena tornato da una bella crociera tra Grecia e Croazia insieme a coppie di amici. Vado ancora a qualche evento, ma principalmente mi godo la pensione e guardo le corse da fuori.

Invece come è nato Ronchetti speaker?

Ce l’ho sempre avuto nel sangue. Partiamo da molto lontano. Mio nonno aveva usato la radio ad inizio ‘900, un po’ per necessità e un po’ per diletto. I suoi racconti mi erano rimasti impressi e a scuola, fin dai primi temi che ci davano le maestre, scrivevo che da grande avrei voluto lavorare col microfono. Molti miei compagni mi chiedevano cosa fosse e gli rispondevo: «Mi vedrete con quell’aggeggio in mano molto presto». Ma ci fu un’altra folgorazione, che tuttavia mi fece passare un brutto quarto d’ora a casa.

Quale? 

Nella via centrale del mio paese, Nonantola, c’erano due bar dove ascoltavano il Giro d’Italia alla radio. Uno era “coppiano” e l’altro “bartaliano”. In quei giorni andavo in bici in centro per sentire la cronaca un po’ in un bar e un po’ nell’altro. Vedevo la gente appassionata al racconto della corsa. Mi sarebbe piaciuto essere colui che raggruppava tutte quelle persone per ascoltarmi. E così pensai di fare una cosa che fece arrabbiare mia mamma.

Ronchetti è stato a lungo speaker della Sei Giorni delle Rose di Fiorenzuola
Ronchetti è stato a lungo speaker della Sei Giorni delle Rose di Fiorenzuola
Il famoso brutto quarto d’ora. Raccontaci.

Era il 1953, avevo dodici anni. A Modena il Giro ci rimase per tre giorni (dal 21 al 23 maggio, ndr). Io scappai in bici da Nonantola senza dire nulla a nessuno, perché altrimenti me lo avrebbero vietato. Volevo andare a vedere la prima di quelle tre tappe. Dopo l’arrivo riuscii a mettere la mia mano destra sulla spalla di Coppi facendogli i complimenti. Lui fece un cenno di ringraziamento. Ero il bambino più felice della terra e l’idea sarebbe stata quella di tornare il giorno dopo ad assistere alla cronosquadre dentro al vecchio autodromo di Modena. Invece quando arrivai a casa, trovai mia madre preoccupata e arrabbiata per la mia assenza, anche se mio padre gli aveva detto che quasi certamente ero andato là.

Come andò a finire?

Feci appena in tempo a dirle che avevo toccato Coppi, prima di prendere uno di quei rimbrotti che non scordi facilmente. Ma ero felice, anche perché poi, un paio di anni più tardi, iniziai a correre debuttando da esordiente nella Carpi-Serramazzoni con una squadra di Soliera.

A che punto ritroviamo Ronchetti col microfono in mano. Come ti preparavi?

Sì, arriviamo un po’ più ai giorni nostri. Avevo un grosso quadernone, quasi un libro, dove mi appuntavo tutto. Il nome di tutti i professionisti, con i loro dati, la loro carriera e il loro palmares. E poi gli albi d’oro delle corse. Un lavorone! Ogni anno poi lo aggiornavo aggiungendo i neoprofessionisti. Era un mio almanacco personale.

Assieme a Stefano Bertolotti e Paolo Mei, attuali voci del Giro
Assieme a Stefano Bertolotti e Paolo Mei, attuali voci del Giro
Bertolotti ci ha confermato che adesso per certi versi è più semplice rispetto al passato perché la tecnologia può aiutare. Cosa ne pensi?

Ha ragione Stefano, smartphone e computer ti possono davvero salvare. Attenzione però, perché sono un arma a doppio taglio. Adesso anche l’uomo della strada può sapere tutto di tutti e se non sei preciso o sbagli, sono subito pronti a criticarti e a rimarcare il tuo errore. Forse bisogna essere più bravi adesso di prima.

Quindi com’era la figura dello speaker ai tuoi tempi, come gestivi gli eventuali errori?

Lavoravamo in un periodo in cui non c’erano tante immagini, anche solo vent’anni fa rispetto ad oggi. Vi ricordate che inizialmente “Tutto il calcio minuto per minuto” faceva partire le radiocronache solo dal secondo tempo? E la gente stava a quello che sentiva. Ecco noi davamo gli aggiornamenti di radio corsa cercando di essere il più dettagliati possibile, ma senza disperarci troppo se talvolta dicevamo una imprecisione. Sia chiaro, non raccontavamo frottole e ovviamente col passare del tempo siamo diventati sempre più professionali, evoluti. 

Come si gestiscono le brutte notizie in corsa? Eri tu lo speaker nel ’99 quando venne escluso Pantani dal Giro.

Nel primo caso a Madonna di Campiglio praticamente ho omesso di raccontare quello che stava accadendo. All’epoca non c’era un vero e proprio podio firma come adesso, c’era un palco più piccolo dove salivano i corridori per firmare. Era molto più in mezzo alla folla, meno isolato e distanziato rispetto ad ora. Quel giorno di fronte a me c’era un camper dell’organizzazione dove facevano diversi controlli. Mi comunicarono che lì dentro c’era Marco e che non sarebbe partito. Poi venne da me Carmine Castellano, il direttore del Giro.

Cosa voleva?

Mi disse di non dire nulla e andare via una volta finita la fase delle firme. Altrimenti ci sarebbe stato il caos più totale. Lui era di quelli che non voleva grane. Quindi omisi tutto e alla gente che mi chiedeva qualcosa rispondevo: «Non so nulla, io vengo da Nonantola».

A un raduno di ex corridori della Giacobazzi. Si riconoscono Fontanelli, Amadori, Giuliani, Pantani e anche Cassani
A un raduno di ex corridori della Giacobazzi. Si riconscono Cassani e Pantani
Per finire, Bruno Ronchetti che consigli dà agli speaker di oggi.

Intanto mi sento di dire che è difficile trovare nuovi speaker. Poi di usare bene la voce. Non bisogna essere monocorde, ma nemmeno urlare sempre. La gente non ama chi strilla, anche perché si rischia di non capire nulla. Ad esempio Bertolotti e qualche suo collega lo hanno capito e sono bravi davvero. Altri invece non sono troppo piacevoli da ascoltare. Ad uno che conosco, recentemente ho detto che quando alza il tono la sua voce diventa stridula. Bisogna lavorare anche su quello. Fare lo speaker per me è un’arte, lo dico da sempre. Mentre stiamo commentando una gara in quel momento siamo come dei venditori e se vuoi che la gente acquisti devi essere chiaro nel parlare, nello spiegare.