Lo Squalo e Santino, prove di Cape Epic sull’Etna

01.11.2022
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Quando l’altro giorno Mirko Pirazzoli ha parlato dell’avventura di Nibali alla Cape Epic, la gara a tappe sudafricana di marzo che si corre a coppie, ha fatto un velato riferimento al suo compagno di squadra. Si è molto fantasticato su chi sarà e qualcuno a un certo punto sparò la notizia che si trattasse di Aru, salvo essere prontamente smentito. Infatti l’onore e l’onere toccheranno a Ivan “Santino” Santaromita, che da quando l’ha saputo ha prima sudato freddo e poi si è rimboccato le maniche.

«Parlai con Vincenzo a luglio per illustrargli il nostro progetto – racconta il varesino – e lui tirò fuori questa cosa della Cape Epic. E’ una bella avventura. E a quel punto il mio capo, Luigi Bergamo, ha proposto che la facessimo insieme. Entrambi campioni italiani, compagni di squadra alla Liquigas e di allenamento, la stessa azienda…».

Lo Squalo e Santino: sino a fine 2022, Nibali è sotto contratto con l’Astana (foto Q36.5)
Lo Squalo e Santino: sino a fine 2022, Nibali è sotto contratto con l’Astana (foto Q36.5)

Test in Andalucia

Un passo indietro, per capire meglio. “Santino”, campione italiano nel 2013 quando vestiva ancora la maglia della BMC, è una figura chiave nell’ambito di Q36.5, l’azienda altoatesina di Luigi Bergamo che produce abbigliamento e calzature per il ciclismo e ha fra i suoi primi testimonial anche Daniele Bennati. Dal prossimo anno, il marchio bolzanino darà il nome al team professional, guidato da Douglas Ryder, nel quale Nibali è consulente.

«Sulla squadra – spiega Santaromita – si sta convogliando l’impegno di tutti. Io mi muovo sul fronte dell’abbigliamento. Abbiamo preso le misure ai corridori e parallelamente sono di supporto per Vincenzo. L’idea della Cape Epic anni fa l’avevo avuta anche io. Se ne parlava tra amici e appena si è presentata l’occasione, non mi sono tirato indietro. Ho 38 anni, se non vado adesso, quando la faccio? L’approccio è fare meno fatica, ma ugualmente bisognerà impegnarsi. Non si va con lo stress di vincere, ma lo conoscete Vincenzo, no? Così adesso si sta ragionando di fare la Andalucia Bike Race a febbraio per trovare il ritmo giusto…».

All’alba sull’Etna

I due sono stati avvistati a orari impossibili sui sentieri dell’Etna e in giro per la Sicilia (foto Q36.5 in apertura). Vedere Nibali operativo alle prime luci dell’alba è qualcosa di inedito, infatti Santino sorride e con una battuta dice che anche questa volta è lui a dargli il ritmo, dopo gli anni a fare l’andatura in testa al gruppo.

«Dopo i premi della Gazzetta a Palermo – racconta – siamo stati a Belpasso ai piedi dell’Etna, poi a Patti. Avevamo da fare foto per la prossima stagione e nel mezzo, prima che Vincenzo partisse per Singapore (dove sta disputando i circuiti del Tour, ndr), c’è scappata anche qualche pedalata sull’Etna. Lui vorrà fare bene, anche perché in mountain bike c’è sempre andato. Avremo bici Scott, con lo stesso setup di Nino Schurter. Quanto alle divise, non so se ne faremo di speciali o se useremo quelle della squadra. Anche lo staff è da capire. Non so se ci seguirà Michele Pallini, è tutto da decidere. Mentre sul fronte tecnico avremo assistenza da parte di Scott. Mancano cinque mesi e considerando che ho smesso a fine 2019, ho 150 giorni per recuperare tre anni».

Inizia la preparazione

I due sono coetanei, entrambi del 1984, però Nibali ha appena smesso ed ha ancora un ottimo livello. Agonista com’è e motivato dalla sfida offroad, potrebbe riversare sulla preparazione della Cape Epic l’agonismo che finirà col mancargli nei primi mesi dell’anno.

«Io intanto mi sto portando avanti – sorride Santaromita – ho ricominciato ad allenarmi in pausa pranzo e nei weekend. Il feeling fra noi c’è, ma correre a coppie è un’altra cosa. Per fortuna abitiamo a 20 chilometri, quindi potremo allenarci insieme. Lui adesso è a Singapore, ma quando sarà tornato, ci sarà da ragionare di preparazione. Anche di fare palestra per la parte superiore del corpo. Perché il mal di gambe lo conosciamo, ma in mountain bike il male maggiore lo fanno le braccia e la schiena. Su strada nelle discese puoi un po’ rilassarti, qua ci sarà da raddoppiare la concentrazione. Saranno 8 giorni di gara, un mondo nuovo per entrambi. Lo spirito c’è. Per questo preferisco non guardare troppo il percorso. Ci sono tappe oltre i 100 chilometri. Stress o non stress, ci sarà da sudare…».

Freni a disco, una scelta definitiva. Pengo spiega perché

01.11.2022
4 min
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I freni a disco sono ormai una realtà più che consolidata anche nell’ambito delle biciclette da strada. Lo sono per le quote di mercato che occupano ad oggi, lo sono anche nell’ottica di una resa tecnica che non si concentra solo sull’impianto frenante.

Abbiamo interpellato Enrico Pengo, una lunga carriera fra i pro’, un punto di riferimento anche per diverse aziende del settore, persona che ha vissuto e vive i numerosi cambiamenti della bicicletta.

Premiato al Tour de France per le 20 edizioni raggiunte
Premiato al Tour de France per le 20 edizioni raggiunte
Il ciclismo attuale ha realmente bisogno dei freni a disco?

Dall’essere scettici si è passati alle conferme, si tratta di un cambio generazionale e non è solo marketing. E’ oggettivo che le biciclette con i freni a disco che vediamo ora sono belle, vanno bene e sono il risultato di un’evoluzione. Quindi potrei dire di sì, considerando anche i fattori legati alle biciclette con i freni tradizionali. Qualche azienda non le produce più e iniziano a scarseggiare i pezzi di ricambio. Nel momento in cui si acquista una bici con i freni tradizionali oggi, purtroppo è già vecchia.

Dai primi freni a disco road molto è cambiato
Dai primi freni a disco road molto è cambiato
Quindi non è solo questione di freni a disco e dell’impianto frenante!

Dietro c’è molto altro, basti pensare e per fare un esempio, che Nibali era un fenomeno in discesa con le bici normali e lo è stato con le biciclette con i freni a disco. Le biciclette con i freni a disco non vanno bene solo quando piove. E’ un cambio totale del mercato che tocca tutti i componenti, fare un discorso legato solo ai freni a disco, a mio parere è riduttivo. Includiamo anche la ricerca sfrenata sui materiali e la riduzione del peso.

Enrico Pengo alla Bahrain
Pengo alla Bahrain ha contribuito allo sviluppo delle bici disc
Enrico Pengo alla Bahrain
Pengo alla Bahrain ha contribuito allo sviluppo delle bici disc
Come funziona un impianto dei freni a disco per la bici da strada?

A mio parere è necessaria una premessa, fondamentale per sfruttare un impianto frenante di ultima generazione a lungo termine, a prescindere dal marchio. Un utente che non è pratico non deve inventarsi meccanico e dovrebbe agire solo su quello che vede. I freni sono una brutta bestia da affrontare. Basti pensare che i tre attori principali del mercato, Shimano, Sram e Campagnolo hanno tre sistemi differenti di funzionamento e manutenzione.

Uno dei primissimi prototipi di Sram (foto Sram)
Uno dei primissimi prototipi di Sram (foto Sram)
Hai qualche dritta per far funzionare un impianto con i dischi al massimo delle potenzialità?

Affidarsi sempre al meccanico. Utilizzare per quanto possibile le parti originali dell’impianto frenante. Far fare la manutenzione accurata sui pistoni che sono soggetti a diventare pigri con le ore di utilizzo, perché accumulano tanto sporco. Il fai da te in punti delicati come questo può essere pericoloso anche ai fini della sicurezza e deleterio per l’efficienza di tutto l’impianto.

Cosa si deve sapere?

Ogni volta che si cambiano le pastiglie andrebbe fatto lo spurgo veloce. E poi quando si lava il mezzo bisognerebbe stare attenti a non far cadere il sapone sulle pinze e sulle pastiglie. Queste ultime tollerano senza problemi solo l’acqua. I saponi hanno comunque una base grassa e le pastiglie sono come delle spugne, assorbono tutto ed è un attimo rovinarle. Io consiglio, quando si lava la bici a casa, di coprire le pinze.

Una parte del circuito idraulico Shimano collegato allo shifter di ultima generazione (foto Irmo Keizer-Shimano)
Una parte del circuito idraulico Shimano collegato allo shifter di ultima generazione (foto Irmo Keizer-Shimano)
Freni a disco è sinonimo di una manutenzione quasi raddoppiata?

Più o meno è così. Le biciclette con i freni a disco necessitano di una maggiore e più accurata manutenzione. Almeno una volta durante la stagione del grande utilizzo andrebbe cambiato l’olio dell’impianto, che raggiunge delle temperature altissime, specialmente in estate quando si fanno le discese lunghe. La pulizia di tutto il circuito andrebbe fatta almeno una volta nell’anno, a prescindere dal sistema e dalle ore di utilizzo.

Importante la coppia di serraggio per l’allineamento disco/pinza
Importante la coppia di serraggio per l’allineamento disco/pinza
Quanto è importante la coppia di serraggio del perno passante?

E’ un fattore importante, non solo per i freni a disco, ma anche nell’ottica di non sfondare le parti dove si va a stringere con forza. Ci sono delle biciclette che hanno la coppia di serraggio scritta sul telaio, ma il riferimento è 10Nm. Una sorta di uniformità di serraggio permette anche di limitare gli aggiustamenti delle pinze quando si tolgono le ruote e poi si rimontano.

Vinokourov: «Toccato il fondo, ora l’Astana deve risalire»

01.11.2022
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Se si va a vedere la classifica a squadre Uci relativa al solo 2022 l’ultima delle WorldTour sarebbe l’Astana Qazaqstan. Quest’anno la squadra di Alexandre Vinokourov è stata bersagliata da una dose a dir poco elevata di sfortuna.

A metterci lo zampino sono state soprattutto questioni di salute, che hanno riguardato tra l’altro i big: Moscon con il Covid e Lopez con l’infortunio alla gamba durante il Giro. Ma non solo chiaramente. E a tutto ciò si aggiunge l’addio alle corse dell’uomo simbolo, Vincenzo Nibali.

Con l’Astana Nibali ha colto i più grandi successi della sua carriera. Ed è voluto tornare nella “casa kazaka”
Con l’Astana Nibali ha colto i più grandi successi della sua carriera. Ed è voluto tornare nella “casa kazaka”

Dopo Nibali

Come si fa a ripartire? Da dove ci si rimbocca le maniche. E’ stato il team manager stesso, Vinokourov ad indicarci la via. 

«Vero abbiamo fatto una brutta stagione – spiega Vinokourov che non usa mezzi termini –  ma direi che sono stati difficili e gli ultimi due anni. Abbiamo dovuto riorganizzare sempre tutto. Abbiamo avuto molti malati, molte cadute… Sono stati i due anni peggiori e più duri della nostra storia. Ma le cose dovranno cambiare dal prossimo anno, altrimenti anche noi dovremmo porci delle domande. Abbiamo toccato il fondo, ora dobbiamo risalire. E state sicuri che a dicembre lo dirò bene a tutti i ragazzi.

«E’ veramente difficile – prosegue Vinokourov – ripartire dopo Nibali, molto difficile. Un corridore che in carriera ha vinto tantissimo. Quest’anno non ha vinto, ma ha disputato un ottimo Giro ed è stato spesso davanti nelle altre corse. Penso che poteva fare ancora un anno, ma le cose stanno così e noi dovremmo fare il massimo».

Lopez, maglia bianca al Giro 2019, tra Vinokourov e Fofonov
Lopez, maglia bianca al Giro 2019, con Vinokourov

Tocca a Lopez

Però c’è Miguel Angel Lopez che può fare bene. Noi avevamo incontrato lo scalatore colombiano al termine della stagione. Aveva appena finito la Veneto Classic, ultima corsa del 2022 e sembrava essere pronto a cogliere l’eredità di Nibali.

«Abbiamo già parlato molto con lui – dice Vinokourov – lo abbiamo fatto durante quest’anno proprio sulle responsabilità. Ogni anno che passa ne ha di più. Ma gli anni passano e deve fare qualcosa, altrimenti ci sono i giovani che arrivano.

«Non ha mai vinto un grande Giro e bisogna che il prossimo ci si concentri al massimo, soprattutto che lo faccia sin dall’inizio della stagione, per non commettere gli stessi errori di quest’anno». 

Cuore kazako

Vinokourov torna poi sulla difficile stagione della squadra. Una stagione che abbiamo visto è stata fortemente condizionata da problemi di salute.

«Lutsenko e Fedorov hanno vinto il mondiale dilettanti – va avanti il team manager – sono contento per la squadra e per la nazionale kazaka. Significa che abbiamo lavorato bene con i giovani. Fedorov ha un grande potenziale. Ha davvero un gran motore. Sa guidare anche bene, mi ha chiesto lui di prendere parte al mondiale gravel dove ha fatto quinto. Credo che potrà fare bene in futuro in corse come la Roubaix, il Fiandre… 

«Alexey invece deve chiudere i conti con la sfortuna. Non ha vinto una tappa al Tour come avrei preferito, ma alla Vuelta è stato spesso davanti. Al mondiale poteva anche fare secondo e sarebbe stata una medaglia meritata. E’ arrivato a 30 anni, è ora che vinca alcune belle classiche importanti o una Parigi-Nizza».

Garofoli (classe 2002) è tra le perle del settore giovanile dell’Astana (foto Instagram – Getty)
Garofoli (classe 2002) è tra le perle del settore giovanile dell’Astana (foto Instagram – Getty)

Quale sviluppo?

Se guardiamo ai punti Uci, si è sentita l’assenza di un velocista. E questo è un aspetto che andrà analizzato dallo staff della società. Intanto però nell’organico è ricomparso il nome di Luis Leon Sanchez, uno degli atleti la cui partenza aveva lasciato con l’amaro in bocca anche Giuseppe Martinelli.

«Luis Leon è tornato perché già l’anno scorso era brutto che fosse andato via. Purtroppo c’era una situazione difficile e non siamo riusciti a trattenerlo. Ma adesso le cose sono cambiate. Lui voleva tornare. Ha fatto come Vincenzo. Sentiva l’ambiente di questa squadra come una famiglia. Senza contare che lui ha un’esperienza enorme, anche nei grandi Giri, e può fare un ottimo lavoro per Lopez o Lutsenko.

«Non abbiamo più molto spazio per far firmare altri corridori – conclude il campione olimpico di Londra 2012 –  Pronskiy è un giovane e un buono sprinter. Siamo noi che dobbiamo fare crescere i campioni. Lui per esempio può far ancora meglio nelle classiche del Nord».

E poi si sposta alla continental. Che Martinelli stesso ci disse essere stata creata per far crescere i campioni in casa. Vinokourov conferma tutto. 

«Nella nostra continental abbiamo dei buoni corridori che possono crescere bene. Penso a Garofoli e a Lopez  Harold. E con loro anche altri ragazzi. Penso che il futuro del ciclismo passi da giovani».

Nuova Corratec fra le professional. Parsani, dicci tutto…

31.10.2022
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Il Team Corratec cambia faccia e dal prossimo anno entra a far parte delle professional. E’ un passaggio importante per la formazione guidata da Serge Parsani, che sta costruendo un’intelaiatura adatta alla nuova collocazione, perché passando di categoria molto cambia e soprattutto la crescita del livello degli impegni richiede una struttura adeguata.

Parsani nella sua vita, prima da corridore e poi da dirigente ne ha viste tante e sa bene che un minimo cambiamento (che poi tanto minimo non è…) provoca profonde mutazioni.

«Basti pensare – spiega – a quel che concerne l’aspetto economico. Per fare una continental di buon livello un milione di euro di budget è sufficiente, per una professional serve almeno il triplo. E non è facile, anche perché gli sponsor sono giustamente esigenti e vogliono di più, come visibilità attraverso i risultati. Dobbiamo presentare le fidejussioni, è un processo lungo e impegnativo che impegna molto le nostre giornate anche ora che le corse non ci sono».

Parsani con il suo team, in via di profondo cambiamento (foto Jorge Riera)
Parsani con il suo team, in via di profondo cambiamento (foto Jorge Riera)
La situazione cambia anche dal punto di vista numerico, ossia dei contratti da stipulare?

Sì, prima avevamo 16 corridori, ora dovremo superare la ventina. L’Uci ci ha dato il suo benestare, entro metà novembre dovremo presentare una base di 10 corridori e 6 componenti lo staff dirigenziale, entro la fine dell’anno completeremo il roster. Dobbiamo lavorare duramente per costruire una squadra all’altezza, considerando che cambierà molto il nostro calendario e ci confronteremo per la maggior parte delle occasioni con le formazioni WorldTour. Non sarà facile trovare spazi per emergere, ma vogliamo decisamente riuscirci.

Quanto cambierà nel nuovo team?

Contiamo di mantenere almeno 4-5 elementi del vecchio gruppo, pescando in particolare fra quegli under 23 che hanno mostrato voglia di lavorare e prospettive interessanti. Sicuramente rimangono nel nostro organico Stefano Gandin e il serbo Veljko Stojnic, come anche il giovane Matteo Amella. Per il resto siamo alla ricerca di corridori che ci diano garanzia di rendimento.

Come vi state muovendo?

Stiamo analizzando la situazione di svariate decine di corridori. Ci sono molti senza contratto, molti che vengono da un’annata difficile e cerchiamo di capire il perché e se possono attraverso di noi potersi riscattare. Dobbiamo però tenere conto che serve gente che sia all’altezza del calendario che andiamo ad affrontare. Non nascondo poi che siamo anche alla finestra per capire che evoluzione prenderà la squadra di Gianni Savio, nel caso non possa confermare molti dei suoi effettivi, vedremo di portarne alcuni da noi.

Stefano Gandin è stato il primo a essere confermato, grazie alla sua importante stagione 2022
Stefano Gandin è stato il primo a essere confermato, grazie alla sua importante stagione 2022
Quanti italiani contate di avere nelle vostre fila?

Almeno la metà del roster. Siamo una squadra italiana e ci teniamo a testimoniarlo anche con un nocciolo duro di corridori nostrani, considerando anche il difficile momento che il nostro ciclismo sta vivendo. A parità di rendimento preferiamo avere un corridore tricolore nelle nostre fila, è giusto cercare di fare quanto possiamo per dare sbocco alla passione di tanti ragazzi.

A tal proposito contate di avere una squadra giovane come età media?

Questo è sicuro, senza dimenticare che serve anche gente d’esperienza proprio visto il calendario che ci accingiamo ad affrontare. A noi preme prendere giovani e farli crescere fino ad arrivare a uno sbocco nel WorldTour, essere la chiave per realizzare i loro sogni. L’esempio di Rajovic (campione nazionale serbo, 7 volte vincitore quest’anno che approderà alla Bahrain Victorious, ndr) è un manifesto di quel che vogliamo e possiamo fare. Se un corridore passa di categoria, è una gratifica per il lavoro del team.

Tu hai una lunga esperienza nel ciclismo: raffrontando la situazione a quando eri tu dall’altra parte della barricata, come corridore, è più difficile oggi trovare spazio fra i professionisti?

Sì, per la semplice ragione che allora c’erano molte più squadre in Italia e trovare un team era più facile se avevi qualcosa da dare a livello di impegno, passione, voglia di dare tutto te stesso. Oggi è tutto più difficile, anche per gli stessi procuratori che vanno a prendere i corridori già da junior ma poi devono riuscire a piazzarli. E anche per noi non è facile, ma preferiamo muoverci cercando fra coloro che sono senza contratto se vediamo delle potenzialità inespresse.

Stojnic, qui vincitore di una tappa all’Uae Tour 2020, gode della fiducia del team
Stojnic, qui vincitore di una tappa all’Uae Tour 2020, gode della fiducia del team
La carta anagrafica è una discriminante?

Non in assoluto. Avremo un’età media bassa, ma questo non significa che non prenderemo anche atleti d’esperienza, anche corridori di 26-27 anni che non hanno ancora avuto la loro occasione. L’importante è che abbiamo “fame”, voglia di migliorarsi dando tutto loro stessi. Un giovane lo fai crescere, con un corridore già svezzato devi lavorare su quel che ha e può dare.

Che tipo di corridori cercate?

Gente come detto che ha voglia di mettersi in mostra. Non possiamo ad esempio cercare un giovane sprinter, perché non potremo mettergli un treno a disposizione. Dobbiamo prendere corridori che sappiano cercare il risultato in ogni situazione. Ci piacerebbe avere qualche corridore che ha già assaggiato l’alto livello, ma non possiamo permettercelo a meno che sia in cerca di rilancio e rientri nel nostro capitolo di spesa.

Sette delle 12 vittorie del Team Corratec nel 2022 sono opera di Dusan Rajovic, passato alla Bahrain
Sette delle 12 vittorie del Team Corratec nel 2022 sono opera di Dusan Rajovic, passato alla Bahrain
Seguirete il calendario italiano?

Sarebbe assurdo non farlo considerando che siamo una squadra italiana, ma guarderemo anche all’estero, stiamo selezionando gli inviti. Ad esempio esordiremo a gennaio con le gare sudamericane, la Vuelta al Tachira e la Vuelta a San Juan.

E se arrivasse un invito per il Giro d’Italia?

Non nascondo che ci speriamo, sappiamo che è difficile ma se l’Rcs ci aiuta… Noi però dobbiamo metterci del nostro, dimostrare che ne saremmo degni per prendervi parte non a solo titolo di presenza, ma per cercare di portare a casa soddisfazioni. Allora sì…

L’inverno del corridore, fra camminata e corsa

31.10.2022
6 min
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Ecco l’inverno del ciclista ed ecco spuntare le famose attività alternative. In passato abbiamo visto gli atleti cimentarsi anche in sport particolari oppure fare in modo alquanto serio quelle più comuni: su tutte ci viene in mente la maratona di Adam Yates. O il trail notturno di David Gaudu (in apertura foto Geraldine Magnan, ndr) che comunque non sono attività “strane”. Giacomo Notari, uno dei coach dell’Astana Qazaqstan ci accompagna in questo viaggio sulla preparazione del post stacco.

E Notari entra subito nel merito, anche se: «Con il ritorno del Tour Down Under a gennaio, molti hanno già ripreso la preparazione standard, palestra e bici, per essere pronti a gennaio». Lasciando intendere che magari per alcuni professionisti quest’anno c’è stato meno tempo per queste attività alternative.

Attività “esotiche”

Spesso abbiamo parlato di sci di fondo, qualcuno che fa arrampicata, chi scappa in luoghi caldi per andare a surf, chi nuota… ma sono “mosche bianche”. Il nuoto stesso sono relativamente in pochi a praticarlo, perché questo impone una certa tecnica, altrimenti in vasca non si combina nulla.

«C’è anche chi usa i rollerblade – dice Notari – se ben ricordo Tiralongo ne era un sostenitore. Alla Jumbo-Visma, che hanno anche il team di pattinaggio sul ghiaccio di cui in Olanda sono appassionatissimi, vedo che molti pattinatori pedalano. Non mi stupirei se fosse anche il contrario.

«E posso garantire che i pattinatori vanno fortissimo in bici. Una volta a Livigno incontrai Enrico Fabris (che vinse le Olimpiadi di velocità, ndr) e in bici spingeva davvero forte».

Vincenzo Albanese, camminata in montagna 2020
La camminata in montagna è forse l’attività più rilassante e più diffusa tra i pro’. Qui Vincenzo Albanese
Vincenzo Albanese, camminata in montagna 2020
La camminata in montagna è forse l’attività più rilassante e più diffusa tra i pro’. Qui Vincenzo Albanese

Camminate in montagna

Ma quali sono dunque le attività alternative che davvero vengono praticate? 

«Le attività alternative principali – spiega Notari – sono sostanzialmente due: la camminata in montagna e la corsa piedi.

«La camminata preferiamo che sia in montagna (o in collina, ndr) perché c’è del dislivello e in qualche caso anche la quota. Con il fatto che si tratta di un’attività più blanda è preferibile appunto che ci sia del dislivello da fare per questioni cardiovascolari e muscolari. Noi consigliamo dalle due ore di camminata in su, proprio perché l’intensità è bassa».

«Non ce lo hanno chiesto, ma se usano i bastoncini è meglio, perché questi aiutano a fare più dislivello e a muovere un po’ di più la parte alta. Boaro, per esempio, è un ottimo camminatore. E recentemente anche Martinelli ha ripreso con questa attività unendoci anche della corsa lenta. Alla fine emerge “l’animale endurance” proprio del ciclista. A questo “animale” piace soffrire un po’, fare un certo tipo di sforzi che gli danno soddisfazione. Guardiamo Trentin con lo sci di fondo…».

Negli ultimi anni è aumentata la quantità di pro’ che ricorre alla corsa a piedi. qualcuno, come Roglic, anche nel corso della stagione
Negli ultimi anni è aumentata la quantità di pro’ che ricorre alla corsa a piedi. qualcuno, come Roglic, anche nel corso della stagione

Corsa a piedi

C’è poi il capitolo, sempre molto discusso, della corsa a piedi. Ancora oggi c’è chi la demonizza. Una volta si diceva che un corridore dovesse prendere la bici anche per andare a comperare il pane. Non solo non doveva correre ma neanche camminare. Vecchi retaggi.

«Riguardo alla corsa a piedi – riprende Notari – va bene, ma molto dipende dal background dell’atleta stesso con la corsa. Cioè se in passato l’ha fatta. Se non ha problemi di ginocchia e schiena. Dal punto di vista aerobico e cardiovascolare è molto simile al ciclismo e il vantaggio è che con 45′-60′ hai svolto già un buon allenamento».

«So di molti corridori che corrono a piedi d’inverno. Noi in Astana per esempio abbiamo i kazaki che la usano molto. Da loro in questo periodo fa freddo, c’è la neve e allenarsi in bici è impossibile. Così corrono. Gidich per esempio ci va spesso».

Miguel Angel Lopez è un vero esperto di Mtb. Nel post lock down il colombiano prese parte anche a delle gare di Xc in Sud America
Miguel Angel Lopez è un vero esperto di Mtb. Nel post lock down il colombiano prese parte anche a delle gare di Xc in Sud America

E la mtb?

Il discorso è un po’ diverso per quanto riguardo la mtb. Questa infatti non fa solo parte delle “altre attività” in attesa della ripresa vera e propria, ma in certi periodi è ormai integrata nella preparazione.

«Noi – dice Notari – la inseriamo anche nel primo periodo della preparazione invernale, quando fanno palestra e bici. A piacimento dei ragazzi, la parte di bici può essere fatta con la mtb. Lopez per esempio ci va molto. Ma anche a Dombrowsky piace. Idem a Lutsenko. Per non parlare di Velasco che è un ex biker e che è anche elbano. Lui gira spesso (al Capoliveri Bike Park, ndr) anche durante la stagione in mtb.

«Nell’off season, cioè in quelle tre-quattro settimane di stacco fra l’autunno e l’inverno, preferiamo che facciano altro, non la mtb. Quando invece si riprende e si deve alternare la bici con la palestra siamo quasi più contenti che usino la “ruote grasse”, perché c’è una maggiore componete di forza che si attiva. Senza contare che in mtb imparano a spingere e a tirare (anche con il manubrio, ndr) e gli torna utile la componente tecnica per la guida in discesa».

Notari continua il discorso dicendo poi che per l’inverno ai ragazzi non vengono dati programmi, né le durate di queste attività, ma vengono appositamente lasciati liberi.

«Liberi di gestirsi – conclude – tutto l’anno devono rispettare tabelle e parametri, dargli dei programmi anche in questa fase sarebbe riportarli ad un obbligo, ad uno stress. Quindi meglio che in quelle tre-quattro settimane di lontananza dalla bici facciano ciò che vogliono e come vogliono».

EDITORIALE / Perché il Giro donne fa gola a RCS?

31.10.2022
4 min
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Nel 2022 che si sta per concludere, ASO ha organizzato 19 corse e 2 criterium. Quelli in Oriente che si stanno svolgendo proprio in questi giorni. Per RCS Sport il conto è circa della metà. Le differenze sono anche altre. Non è leggenda, ad esempio, che se un’azienda si avvicina al Tour e loro sono al corrente di una necessità da parte di formazioni francesi, al nuovo sponsor viene proposto di affiancare la squadra. La sponsorizzazione di certo arricchisce il Tour, ma sostiene uno degli attori del movimento.

Total Energies è uno degli sponsor transitati da ASO e in questo caso andato alla squadra di Bernaudeau
Total Energies è uno degli sponsor transitati da ASO e in questo caso andato alla squadra di Bernaudeau

Tutto doppio

Abbiamo già raccontato il lento processo che ha portato ASO a ripartire con il Tour Femmes. Così la settimana scorsa a Parigi oltre a quello degli uomini, ha visto la luce l’edizione per le donne. Peraltro, i francesi si sono premurati di affiancare l’edizione al femminile alla Vuelta, la Liegi, la Freccia Vallone e, ultima arrivata, persino la Roubaix.

La sensazione è che nel mondo ASO il ciclismo viva perché chi lo gestisce cura il proprio interesse, ma anche quello dell’ecosistema in cui si muove.

Giovedì scorso, oltre al Tour de France, sono state svelate da Marion Rousse le 8 tappe del Tour Femmes
Giovedì scorso, oltre al Tour de France, sono state svelate da Marion Rousse le 8 tappe del Tour Femmes

Affari italiani

E’ storia recente la disputa sul Giro d’Italia U23 e quello delle donne, sovrapponibili al Tour de l’Avenir e al Tour Femmes. Anche se non ci sono dichiarazioni ufficiali , non è mistero che ai vertici di RCS Sport farebbe gola soprattutto la corsa delle donne. Quello che viene spontaneo chiedersi è se al centro del mirino ci sia anche l’interesse del ciclismo o soltanto quello dell’azienda. La quale in Italia fa la voce del padrone, forte degli accordi per il Giro. Andando così a recuperare risorse dovunque ce ne siano, per esempio in Sicilia e lasciando ben poco agli altri organizzatori. L’elezione recentemente invalidata di Mauro Vegni alla presidenza della Lega avrebbe probabilmente chiuso il cerchio.

Il podio del Giro Donne 2022. Van Vleuten tra Marta Cavalli e Mavi Garcia, a destra
Il podio del Giro Donne 2022. Van Vleuten tra Marta Cavalli e Mavi Garcia, a destra

Donne e U23

Di certo il Giro Donne potrebbe rappresentare un’ulteriore fonte di risorse, mentre quello degli Under 23 sarebbe un tributo per avere dalla Fci il pacchetto completo. Sa bene Marco Selleri quanto costi e quanto sia impegnativo organizzarlo. E sappiamo bene tutti che abbassare l’asticella significa svilirlo tecnicamente, privando l’Italia di un importante momento di verifica tecnica.

Se, come speriamo, a RCS Sport sta a cuore la forza del ciclismo, ci aspettiamo presto anche l’edizione al femminile per la Sanremo e il Lombardia, come è stato già fatto con la Strade Bianche.

Alle spalle di Nibali che saluta al Lombardia, la scritta Drone Hopper, come negli altri eventi RCS del 2022
Alle spalle di Nibali che saluta al Lombardia, la scritta Drone Hopper, come negli altri eventi RCS del 2022

Il caso Drone Hopper

Ed è un’altra a ben guardare la differenza fra Italia e Francia. Conoscendo le drammatiche vicende finanziarie del team di Gianni Savio, lascia l’amaro in bocca leggere nei pannelli del Lombardia, il nome Drone Hopper. E’ prassi abbastanza diffusa che uno sponsor investa anche sugli organizzatori, vedi Cofidis che riempie dei suoi cartelloni la Vuelta. Succede così anche da noi, con Eolo ad esempio e anche con altri. E così Savio e Bellini avranno notato con sentimenti contrastanti il nome del loro sponsor su quei pannelli. E anche se i droni spagnoli probabilmente non avranno rispettato neppure gli impegni con RCS, i piemontesi si saranno chiesti se quei soldi non gli avrebbero permesso di trascorrere un’estate migliore.

A Brugherio si rivede Ceolin, in Coppa guerra fra i belgi

31.10.2022
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Si era già detto alla vigilia e tante volte l’argomento è saltato fuori parlando del calendario di ciclocross: con le tante concomitanze in Italia e all’estero, alcune prove rischiano di essere penalizzate. All’International Cyclocross di Brugherio è successo solo in parte, perché anche se erano tutti italiani quelli al via (e neanche tutti i migliori considerando che il giorno dopo c’era la Coppa del Mondo a Maasmechelen) la gente ha mostrato un afflusso clamoroso, degno delle grandi classiche del settore in Belgio e Olanda.

L’impatto scenico ha lasciato molti senza fiato. Fra questi anche colui che è risultato il grande protagonista di giornata, Federico Ceolin tornato alla vittoria dopo un inizio balbettante nelle primissime uscite, da mettere in conto considerando il suo impegno quest’anno su strada: «Io vengo dalla mtb e questa è stata la mia prima vera stagione su strada, con tutto che fra una caduta con clavicola e due costole rotte a inizio stagione covid preso appena tornato dopo due mesi, sono andato sempre in rincorsa. Risultati non ce ne sono stati, ma l’influsso rispetto al ciclocross è stato enorme».

L’arrivo vittorioso di Ceolin nella gara di Brugherio, valida per il Master Cross (foto Alessandro Di Donato)
L’arrivo vittorioso di Ceolin nella gara di Brugherio, valida per il Master Cross (foto Alessandro Di Donato)

L’importanza della strada

Il portacolori della Beltrami Tsa Tre Colli conferma una volta di più come il binomio ciclocross-strada sia estremamente funzionale: «Prima quando affrontavo le gare di ciclocross notavo che nella parte finale soffrivo e spesso andavo un po’ spegnendomi. Ora, con la base di un corridore abituato a pedalare per quattro ore, le prove di un’ora sono sempre impegnative, ma il mio fisico le assorbe molto meglio e nel finale sono sempre in grado di dare la “menata” giusta, quel cambio di ritmo che garantisce la vittoria».

E’ stato così anche a Brugherio: «Avendo perso un po’ di punti nel ranking mi sono ritrovato a partire dalla seconda fila, ma già nel primo giro ero dietro i primissimi. Sono rimasto un po’ coperto e poi nel secondo giro ho dato gas per fare selezione. Con me è rimasto solo Samuele Leone. Siamo andati insieme, poi è cambiato qualcosa…

Ceolin e Leone in fuga. I consigli arrivati dai box a quest’ultimo hanno avuto un prezzo (foto Di Donato)
Ceolin e Leone in fuga. I consigli arrivati dai box a quest’ultimo hanno avuto un prezzo (foto Di Donato)

La scelta del male minore

«Passando davanti ai box ho sentito che i suoi responsabili gli dicevano di abbassare il ritmo, in modo da permettere a Bertolini di tornare sotto. A quel punto ho capito che dovevo scrollarmelo di dosso e ho dato proprio una delle menate di cui sopra. Nell’ultimo giro ho pensato ad amministrare». Per la cronaca, Ceolin ha chiuso con 14” su Leone e 39” sul sempre presente Cominelli (Cycling Café).

Una vittoria che gli ha dato nuovo vigore, proprio per il contorno che ha trovato in terra lombarda: «E’ stato eccezionale, una gara in un clima anomalo, sembrava di pedalare in estate. Faceva un caldo tale che ho deciso di tenere la borraccia sia per levarmi un po’ di polvere che per bere ogni tanto. Sapevo che mi avrebbe dato problemi nel caricare la bici in spalla, ma su quel percorso si scende di sella solo una volta a giro, ho deciso di scegliere il male minore. E poi la gente, mamma mia quanta gente c’era, sembrava davvero di essere al nord…».

A Brugherio è proseguito il bell’inizio di stagione della Casasola (foto Alessandro Billiani)
A Brugherio è proseguito il bell’inizio di stagione della Casasola (foto Alessandro Billiani)

Polemiche in casa belga

A proposito di Nord, il weekend è stato molto intenso, prima con la tappa del Superprestige a Ruddenwoorde e poi con la Coppa del Mondo a Maasmechelen. In attesa che i tre tenori entrino in gioco, gli specialisti si stanno dando battaglia e nell’ambiente non mancano le polemiche. In casa belga sono esplosi antichi rancori, che hanno le proprie radici nell’addio di Laurens Sweeck alla Pauwels Sauzen, la squadra di Iserbyt e Vanthourenhout. Sabato, con Iserbyt che in volata aveva prevalso su Sweeck, quest’ultimo al traguardo era esploso.

«Non si prende mai le sue responsabilità. Con Van Der Haar in fuga – si è sfogato – stava a lui e a Vanthourenhout inseguire, invece aspettavano che mi muovessi io. Poi, appena l’olandese ha avuto sfortuna, Eli è scattato senza aver fatto nulla per ricucire lo strappo. Non si è campioni così…».

Iserbyt in patria inizia a non essere molto ben visto: molti tifosi e non solo loro lo accusano di vincere solo perché non ci sono i “veri” grandi: «Che cosa faccio di sbagliato se vinco quando loro non ci sono? Dovrei arrivare secondo? Quanto a Sweeck, è solo frustrato perché non vince lui. La verità è che siamo noi a fare sempre la corsa, è successo nelle tappe di Coppa del Mondo ed è successo anche a Ruddenwoorde». Poi la stoccata finale: «Laurens ha un bel passo, ma non abbastanza per stare con noi, adesso capirà che lusso era stare nel nostro team lo scorso anno, perché io e Michael gli toglievamo le castagne dal fuoco».

Laurens Sweeck a Maasmechelen. Il suo addio alla Pauwels Sauzen ha avvelenato gli animi (foto Photo News)
Laurens Sweeck a Maasmechelen. Il suo addio alla Pauwels Sauzen ha avvelenato gli animi (foto Photo News)

Regolamento di conti

Sweeck non l’ha digerita e quella di Maasmechelen è diventata una sfida al calor bianco. Ha trasformato la gara in una faccenda privata, ha imposto un forcing fortissimo, ha retto quando Iserbyt ha provato il suo solito numero in salita e poi ha sfruttato l’errore di quest’ultimo nel finale.

«Quando è avvenuto – dice – sono riuscito a scavare un divario incolmabile. Per me la vittoria chiude ogni discorso, non mi va di andare avanti con le polemiche, d’altronde è la mia prima in Coppa del mondo, l’avevo inseguita tanto. La caccia è conclusa, ora se ne aprono altre».

Il prosieguo di stagione internazionale si prospetta ricco di motivi d’interesse.

Il misterioso male italiano: Trentin cerca risposte

31.10.2022
5 min
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Tirato in ballo da Ulissi e dalla nostra curiosità sull’argomento, anche Matteo Trentin, classe 1989, prova a ragionare sui diversi step che lo portarono al professionismo e che, al netto delle sue qualità intrinseche di atleta, gli hanno permesso di essere ancora vincente a 33 anni.

«Dispiace che Sonny (Colbrelli, ndr) abbia dovuto fermarsi così – dice – lui è del 1990, ma ha seguito il nostro stesso percorso e stava venendo fuori col tempo. Però tanti della nostra generazione hanno seguito un’altra… tabella. Alcuni sono stati super da dilettanti, magari sono andati bene appena passati, ma di base erano già finiti. Ci sono tanti aspetti da prendere in considerazione e fra questi c’è la squadra in cui passi. Se finisce in una piccola in cui non si lavora per te ma per la squadra stessa, i rischi di non venire fuori ci sono di più».

Al tricolore U23 del 2011 a Melilli, in Sicilia, piega Fabio Aru e si lancia tra i pro
Al tricolore U23 del 2011 a Melilli, in Sicilia, piega Fabio Aru e si lancia tra i pro
Sonny passò a 21 anni, tu a 23 e negli under non hai mai fatto un’attività eccessiva, pur avendo vinto corse come Liberazione, De Gasperi e campionato italiano…

Feci forte l’ultimo anno e mezzo (2010-2011, ndr), altrimenti non sarei passato. Oggi sarei stato vecchio, forse non sarei diventato professionista. Oggi quelli che arrivano un po’ lunghi li perdi per strada.

Perdi anche quelli che arrivano presto e magari non sfondano subito…

Vero anche questo. Dipende dalla squadra. Se sono passati in una WorldTour e sono ancora giovani, magari veleggiano ancora un po’ e tirano avanti. Trovi sempre il manager che valuta la qualità e pensa di poter tirare fuori il corridore dove altri non sono riusciti, ma spesso non riescono. Pogacar, Evenepoel e Ayuso non sono da prendere a riferimento.

La prima vittoria di Trentin dai pro’ fu la tappa del Tour 2013 a Lione: non aveva ancora 24 anni
La prima vittoria di Trentin dai pro’ fu la tappa del Tour 2013 a Lione: non aveva ancora 24 anni
Al secondo anno vincesti una tappa al Tour. Il Trentin di 23 anni avrebbe avuto le forze per partire subito a gas aperto?

Il fisico c’era, ma erano anni di un ciclismo completamente diverso. Ho sentito le critiche ai percorsi del Giro e del Tour, che sarebbero uno per i cronomen e uno per gli scalatori. Ma non si sono resi conto che il ciclismo di Cipollini e Pantani non c’è più? Oggi ci sono corridori che vanno molto più forte e sono anche tanti, perché rispetto ad allora si è tutto mondializzato. Un anno andai a fare il Turchia dopo le classiche, preparando il Giro. Non stavo un granché e lo usai per allenarmi. Se ci vai così oggi, ti lasciano per strada. Oggi si va alle corse per vincere.

Non più per allenarsi?

Van Aert è l’esempio perfetto, lui corre sempre per vincere. E infatti non fai più 80 giorni di corsa come una volta. Quelli che fanno più giorni sono alcuni gregari che devono coprire le esigenze della squadra. Una volta la media era di 80 giorni con punte di 100. Oggi la media è di 60.

Il Giro del Veneto del 12 ottobre è stato la terza vittoria 2022 di Trentin
Il Giro del Veneto del 12 ottobre è stato la terza vittoria 2022 di Trentin
Ulissi dice: «Ci dicono che siamo vecchi e di lasciare posto ai giovani, ma dove sono quelli che dovrebbero prenderlo?».

Come italiani c’è qualcosa che non torna. Io non ho mai visto gli juniores stranieri che fanno altura. I nostri ormai vanno anche da esordienti. Quando ero junior io, andare in altura significava andare una settimana in baita a giocare con la mountain bike, perché sotto c’era troppo caldo. Quando vai in altura, trovi i ragazzini italiani e gli svizzeri, soprattutto. E infatti, magari sarà un caso, neppure la Svizzera riesce a esprimere grandi corridori. Ci sono Kung e Hirschi, come movimento avrebbero anche una base solida, ma poi si perdono.

Torni al discorso di prima su quelli che hanno dato troppo da giovani e si sono finiti?

Il discorso è complicato, io osservo e dico quello che vedo. Per me gli juniores italiani sono esagerati. Se le gare durano 3 ore e mezza, a che serve fare allenamenti di 5 ore e mezza? A che serve andare in altura? Se ogni anno fai 4 settimane di altura da junior, da pro’ devi starci due mesi? C’è qualcosa che non mi torna. Troppo allenamento? Troppa vita da pro’?

Quinto ai mondiali di Wollongong: senza quel finale così confuso, la medaglia era a portata di mano
Quinto ai mondiali di Wollongong: senza quel finale così confuso, la medaglia era a portata di mano
Tu cosa pensi?

Nelle squadre all’estero puntano sulla tecnica, gli insegnano l’alimentazione e continuano a fare altre discipline, come ad esempio il cross. Da noi appena passi under 23, ti fanno smettere. Faccio un nome a caso, quello di De Pretto. E’ passato dilettante e ha smesso di fare cross, dove andava davvero forte. Ci sono professionisti del Nord Europa che continuano a fare strada e cross. Se con loro funziona, perché qui non va bene? E’ una palestra, come per i pistard che la pista non la mollano. Abbiamo il nostro gruppo di atleti di endurance, all’estero quelli che durante l’anno fanno pista, d’inverno vanno a fare le Sei Giorni, che gli permettono di tenere il colpo di pedale. Ne parlavo con Covi, che nel cross era forte.

E cosa ti diceva?

Che ha dovuto smettere perché si ammalava sempre, perché il suo sistema immunitario non reggeva questo doppio impegno. Così ha un senso, mentre altri smettono come se non si potesse più fare.

Trentin ha continuato nel cross fino al debutto tra i pro’: qui nel 2011 da U23 ai mondiali di St Wendel
Trentin ha continuato nel cross fino al debutto tra i pro’: qui nel 2011 da U23 ai mondiali di St Wendel
Tu perché hai smesso?

Io ho continuato finché sono diventato pro’, poi ho smesso perché diventava difficile per la logistica, ma fino agli U23 l’ho tenuto e mi è servito. In questo il Belgio è avvantaggiato. Tutto il territorio nazionale è grande quanto il Triveneto, ti bastano 2 ore di macchina per fare tutto. Ulissi ha ragione, ma non so dire perché. Di sicuro qualcosa da noi non funziona.

Forti in salita, forti a crono? Slongo convinto a metà

31.10.2022
5 min
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«Chi va forte in salita, va forte anche a crono», parole di Ivan Basso che a sua volta le aveva riprese da Bjarne Riis. Alcuni giorni fa avevamo avuto il piacere di fare qualche pedalata al fianco di Davide Piganzoli. E ci aveva colpito che un atleta così longilineo potesse andare tanto bene anche nelle cronometro.

Oggi i giovani sembrano tutti andare forte in entrambi i terreni: Evenepoel, Pogacar, Vingegaard, Almeida, Ayuso, Vlasov (nella foto di apertura), Carlos Rodriguez… Però quanti di questi sono scalatori puri? Eppure “Piga”, che il prossimo anno passerà alla professional della Eolo-Kometa, sembra essere parecchio scalatore, ciò nonostante è campione nazionale a crono U23.

Paolo Slongo è stato uno dei preparatori che in carriera ha seguito Basso, ma soprattutto ha gestito diversi scalatori chiamati ad andare forte contro il tempo. A lui abbiamo posto alcune domande su questo tema, per capire se poi è effettivamente così e perché. 

Paolo Slongo è oggi uno dei tecnici della Trek-Segafredo ma in passato ha avuto anche Nibali e Basso
Paolo Slongo è oggi uno dei tecnici della Trek-Segafredo ma in passato ha avuto anche Nibali e Basso
Paolo, “chi va forte in salita, va forte anche a crono”: è così dunque? Come si fa? 

Mi ricordo gli anni in Liquigas e Ivan già all’epoca diceva questa cosa. Però non è che sia proprio una regola fissa. Di base non è sbagliato: lui e Riis sostengono che se tu riesci a fare un certo sforzo, di 30′-40′ in salita, dovresti essere in grado di replicarlo a crono. Ma dove sta la differenza? A crono devi avere un atteggiamento diverso e una certa predisposizione.

Vai avanti…

A crono sei da solo. Magari quando sei in salita ci sono gli avversari e hai stimoli diversi. E poi devi avere la predisposizione vera e propria per la crono. Ti deve piacere e devi dare il 100% da solo: non tutti ci riescono. Chi riesce a sviluppare più watt ed è più leggero è avvantaggiato in salita. Ma il discorso del peso s’inverte in pianura per il cronoman. Diciamo però che i due mondi, scalatore e cronoman, si possono incontrare.

Davide Piganzoli in azione al tricolore crono U23, da lui vinto. Poi ha ottenuto ottime prestazioni anche in salita, come all’Avenir
Davide Piganzoli in azione al tricolore crono U23, da lui vinto. Poi ha ottenuto ottime prestazioni anche in salita, come all’Avenir
Come?

Con lo studio aerodinamico, con lo sviluppo dei materiali e della posizione. L’atleta più piccolo (in teoria lo scalatore, ndr) ha meno impatto con l’aria e può trasformarlo in un punto a suo vantaggio.

Il concetto di Evenepoel…

Esatto. Ti puoi avvicinare ad uno specialista da questa via.

Ma in una crono piatta non c’è la gravità che va incontro allo scalatore. Non è il rapporto potenza/peso, ma solo la potenza a incidere. Contano principalmente i watt…

La potenza non cambia: è quella. Torno a parlare della predisposizione del soggetto. Uno mingherlino può insistere molto sull’aerodinamica. E sui materiali, a partire dal body, dal casco.. altrimenti non ci sono vie di scampo. Il Ganna di turno lo batterà sempre. Uno di 80 chili è sempre avvantaggiato.

Stando alle misure antropometriche Mas dovrebbe essere il cronoman e Remco lo scalatore. Invece è il contrario
Stando alle misure antropometriche Mas dovrebbe essere il cronoman e Remco lo scalatore. Invece è il contrario
Come faccio a trasmettere quella forza che ho in salita, in quanto scalatore, in pianura?

E’ impossibile. Posso avvicinarmi con tutte le cose che ho detto, ma uno scalatore non può competere con uno specialista della crono.

E per migliorare, lo scalatore oltre ai materiali, deve insistere sull’agilità, oppure deve lavorare di più sulla forza e i rapporti più lunghi? 

E’ complicato. Bisogna trovare un equilibrio tra la sua prestazione e l’aerodinamica. Molti atleti non riescono a sviluppare a crono gli stessi watt che hanno sulla bici da strada proprio per la posizione estrema. Ma se fai un calcolo di “costi/ricavi” tra potenza e aerodinamica, meglio fare meno watt ed essere più aero. E’ la bellezza e al tempo stesso il dubbio delle crono. 

E invece allungare le pedivelle aiuta lo scalatore?

Dipende. Sia nel caso Basso che Nibali avevano 172,5 millimetri su strada e 175 a crono. Si cerca di sfruttare ogni cosa chiaramente. Con la leva più lunga si esprime più forza. E anche la posizione della sella più avanzata (che spesso veniva tagliata) aiuta… Ma anche in questo caso va fatta un’analisi. Se il corridore punta a una classifica generale, per fare certe scelte sulle posizioni estreme bisogna stare attenti. Perché se opti per una troppo forzata rischi che il giorno dopo gli possa creare dei problemi muscolari. E se è previsto un tappone dolomitico? Devi trovare il giusto mix. Magari perdi 10” ma il mattino dopo ti alzi senza mal di gambe. Sono test che si fanno di anno in anno.

Quintana è forse l’esempio migliore di scalatore puro che va bene a crono. Merito anche di femori lunghi per la sua statura?
Quintana è forse l’esempio migliore di scalatore puro che va bene a crono. Merito anche di femori lunghi per la sua statura?
Abbiamo spesso detto che ormai lo scalatore puro è in via di estinzione. Ma ne ricordi qualcuno che negli ultimi anni si sia difeso davvero bene a crono? 

Quintana, ma se andiamo più indietro, anche Pantani fece delle belle crono. Poi io credo che quando hai la forma fisica, magari indossi anche la maglia di leader, il rendimento aumenta.

A parità di statura incide la lunghezza del femore? Chi ce l’ha più lungo è avvantaggiato?

In teoria sì, poi però c’è la pratica. Se guardo i calcoli meccanici, le leve di forza, è così. Ma poi può succedere il contrario perché non è predisposto, anche mentalmente, per la crono. Guardiamo Dumoulin ed Evenepoel: i due hanno di certo un femore diverso ma chi va più forte? La matematica è una cosa, la bellezza del ciclismo è un’altra.

Ripensando alle parole di Slongo, che insiste molto sulla predisposizione anche mentale alla crono, e sulla posizione, è giusto allora che la nuova generazione cresca lavorando sin da subito su questa specialità. Dalle uscite settimanali in allenamento, ai test in galleria del vento. E forse questo spiega perché scalatori come Piganzoli, Ayuso o Pogacar vadano forte anche contro il tempo: non è (solo) questione di misure antropometriche.