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Le fatiche di Jakobsen, dal calvario del Tour all’oro di Monaco

17.08.2022
5 min
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Fabio Jakobsen non è il velocista più resistente del gruppo, i suoi 78 chili gli rendono indigesta la salita. Tuttavia al momento è indiscutibilmente il più veloce. Il perché soffra così tanto le montagne ha una spiegazione ben precisa. Fabio ha 25 anni e tutto ciò che riguarda la sua maturazione si è fermato contro l’incidente del Polonia. Anziché lavorare per migliorarsi, Jakobsen ha infatti trascorso l’ultimo anno e mezzo a ricostruirsi da quella caduta. E’ facile intuire che i suoi margini siano ampi, ma serve ancora tempo. Ai campionati europei di Monaco conquistati con una volata quasi di sufficienza, a tenerlo in apprensione sono state addirittura le salitelle del tratto in linea.

«Mi sono sentito bene – ha detto dopo la vittoria – sono sopravvissuto sulla prima salita, poi ho faticato un po’ sulle pendenze della seconda, ma l’ho superata mentre la squadra si assicurava di tenere sotto controllo il vantaggio della fuga. Negli ultimi 200 metri ho solo dovuto fare il mio sprint e sono felicissimo di questa vittoria, della medaglia d’oro e di avere questa bella maglia sulle spalle per i prossimi dodici mesi».

A Monaco una volata autorevole tirata da Van Poppel, nonostante le difficoltà in avvio
A Monaco una volata autorevole tirata da Van Poppel, nonostante le difficoltà in avvio

La lezione del Tour

Nella sua testa il Tour ha lasciato un segno profondo, come capita la prima volta che ti spingi oltre il limite. Se l’olandese non è riuscito a sprintare a Parigi, è stato per l’immensa fatica dei Pirenei. Impossibile dimenticare infatti il giorno di Peyragudes, quando Fabio tagliò il traguardo con appena 15 secondi di margine sul tempo massimo. Fu a suo modo un’impresa, sia pure a 36’48” da Pogacar, vincitore di giornata.

Era il 20 luglio e sul traguardo dell’aeroporto in quota si era radunata una piccola folla, composta da compagni di squadra e tifosi. Mentre lui, con grande dignità e il cuore in gola, si arrampicava precedendo il camion scopa, fino a crollare sulla transenna dopo il traguardo.

Penultimo già all’Alpe d’Huez, ma nel tempo massimo per oltre 4 minuti
Penultimo già all’Alpe d’Huez, ma nel tempo massimo per oltre 4 minuti

Un giorno da martire

La tappa non era lunga, appena 129,7 chilometri e quattro salite da leggenda. Ma come ogni giorno nell’ultima Boucle, è stata affrontata a tutto gas sin dai primi chilometri, vista la voglia di Pogacar di riguadagnare terreno su Vingegaard.

Brutta vita in questi casi per i velocisti, soprattutto se il caldo è un carico supplementare. Era il giorno in cui sarebbero andati a casa Majka, Wellens e Felline. Il limite era stato fissato al 18 per cento, per cui essendo andati tutti molto forte, il margine per i velocisti sarebbe stato poco superiore ai 37 minuti.

Giorni prima il team belga aveva perso Morkov, l’uomo che forse a Parigi avrebbe potuto guidare Jakobsen a un piazzamento migliore. Questa volta invece rischiava di perdere proprio il velocista. I suoi compagni Lampaert, Sénéchal e Honoré si sono avvantaggiati, tagliando il traguardo fra 32’03” e 32’16” di ritardo. Poi, raggiunto il traguardo, si sono fermati per aspettare il compagno. 

«Ho visto dalla sua faccia mentre saliva – ha raccontato Senechal con gli occhi rossi – che era davvero messo male. Davvero non si arrende mai. Lui è mio amico. Sono stato con lui oggi, come cerco di fare sempre. Voglio dare il massimo per lui. Gli ho detto di spingersi ai suoi limiti per la famiglia e per i suoi compagni di squadra. Questo è il Tour. Ora Fabio potrà correre sugli Champs Elysées».

Ecco il famoso arrivo di Peyragudes, con Jakobsen salvo dal tempo massimo per appena 15 secondi
Ecco il famoso arrivo di Peyragudes, con Jakobsen salvo dal tempo massimo per appena 15 secondi

Un fatto di grinta

La corsa contro il tempo massimo fa parte dell’essere un velocista e non più tardi di un anno fa la dura legge del cronometro colpì Arnaud Demare nella tappa di Tignes e quella volta finì a casa anche Guarnieri, che non si sognò di lasciare solo il suo capitano.

«Oggi Fabio è andato per tutto il giorno al massimo – ha commentato Tom Steels – non c’era da fare molti calcoli. Ha pedalato sempre al limite. Ora sappiamo su cosa lavorare per migliorare. Fabio ha molto carattere e oggi lo ha dimostrato. Riuscire a stare nel tempo massimo era qualcosa di cui aveva bisogno. Ha messo tanta grinta per recuperare dall’infortunio e ora l’ha dimostrata anche nel sopravvivere nelle tappe di montagna».

Nel Tour del debutto, Jakobsen ha vinto la seconda tappa. Nei giorni successivi ha pagato la durezza della corsa
Nel Tour del debutto, Jakobsen ha vinto la seconda tappa. Nei giorni successivi ha pagato la durezza della corsa

La gabbia Quick Step

Forse essendosi accorti del rischio, il giorno dopo verso Hautacam la Quick Step-Alpha Vinyl ha costruito una gabbia attorno al suo velocista. E appena Jakobsen si è staccato, Bagioli, Cattaneo, Honoré, Lampaert e Sénéchal si sono sfilati dal gruppo e si sono stretti intorno all’olandese.

«Questa mattina non sapevo cosa aspettarmi dopo le due dure giornate precedenti – ha commentato Jakobsen – non sapevo come avrebbe reagito il fisico. Ma sono rimasto calmo e fiducioso, sapendo di poter contare su questa squadra incredibile. Abbiamo lottato ancora duramente e siamo riusciti a superare un’altra dura prova. Non ce l’avrei fatta senza di loro. Come velocista, non sei niente senza una squadra, quindi devo tutto a questo gruppo».

Il prossimo inverno e le fatiche della stagione saranno cruciali per i miglioramenti di Jakobsen
Il prossimo inverno e le fatiche della stagione saranno cruciali per i miglioramenti di Jakobsen

Grazie a Van Poppel

Anche a Monaco, Jakobsen ha ringraziato la squadra, soprattutto Danny Van Poppel, che lo ha pilotato nel finale, servendogli la volata sul piatto d’argento.

«Non ci capita spesso di correre insieme – ha detto – ma ognuno ha fatto il suo lavoro per mettermi in una buona posizione. Danny Van Poppel è stato l’ultimo uomo a fare un ottimo lavoro per farmi superare Merlier. Danny ha dimostrato di essere uno dei migliori leadout del gruppo. E io sono incredibilmente felice! Essere campione d’Europa è qualcosa che sognavo solo. Tutti nel team olandese hanno fatto un lavoro straordinario e mi hanno messo in una posizione perfetta per l’ultimo chilometro, un grande sforzo per il quale sono grato a tutti i ragazzi».