A tu per tu con Heijboer, il coach della Jumbo-Visma

04.12.2022
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Mathieu Heijboer è il responsabile delle prestazioni della Jumbo-Visma. In pratica preparatori e atleti fanno riferimento a lui. Molti dei metodi della preparazione, ma anche della programmazione della squadra che ha vinto il ranking UCI 2022 passano da lui.

Con grande cortesia, Heijboer ci ha dedicato del tempo. Una lunga chiacchierata mentre i suoi atleti si apprestano a ricominciare la stagione. Parlando con il filiforme coach olandese (nella foto di apertura) emerge molto dell’identità dei gialloneri.

I ragazzi di Heijboer, qui in una ricognizione dell’anno scorso, hanno ripreso ad allenarsi. Presto saranno tutti insieme al caldo della Spagna
I ragazzi di Heijboer, qui in una ricognizione dell’anno scorso, hanno ripreso ad allenarsi. Presto saranno tutti insieme al caldo della Spagna
Mathieu, parlando con i tuoi ragazzi tutti ci hanno risposto che ancora non conoscevano i loro programmi 2023. Quando li farete?

Durante il prossimo ritiro in Spagna nei prossimi giorni. In questa fase siamo molto impegnati con questo – e indica il via vai di sponsor e pratiche preliminari all’interno del loro Service CourseCon gli allenatori e con i corridori ne parleremo tutti insieme. Prima noi, poi loro.

I ragazzi hanno iniziato già la preparazione?

Sì, ma non nello specifico. Hanno ripreso a pedalare. Per ora ci assicuriamo che tutta l’attrezzatura sia a posto. I ragazzi stanno iniziando i loro programmi e poi tra due o tre settimane ci riuniremo con tutti a Denia e da lì inizieremo davvero a preparare la stagione 2023.

La Jumbo-Visma ha stupito per i suoi risultati, ma anche per l’attenzione ai tanti dettagli: che cosa per te incide di più?

Ovviamente devi essere in grado di sprigionare la potenza, quindi dal punto di vista meccanico la posizione della bici è importante. Ma la cosa più importante alla fine è l’aerodinamica. Non proprio sempre, ma quasi sempre. Gli studi ci dicono questo. La resistenza dell’aria è sempre la più grande da superare. La leggerezza, il peso, contano davvero solo quando le salite sono molto ripide. Ma nell’80-90% delle situazioni in cui può ritrovarsi un professionista l’aerodinamica è la cosa più importante. 

Laporte è stato il corridore che più ha sorpreso Heijboer, anche più di Vingegaard (evidentemente conosceva il valore sei suoi atleti)
Laporte è stato il corridore che più ha sorpreso Heijboer, anche più di Vingegaard (evidentemente conosceva il valore sei suoi atleti)
Vingegaard ha vinto, Kooij è esploso, Van Aert ha impressionato… Ma c’è qualcuno dei tuoi atleti che ti ha colpito particolarmente? C’è stata per te una sorpresa?

Sì ed è Christophe Laporte – risponde secco Heijboer – Apro gli occhi e mi dico: “Ma quanto è forte!”. Sapevamo già che aveva un grande potenziale e avevamo molta fiducia in lui. Ma le sue prestazioni durante tutto l’anno sono state davvero molto buone. Bravo come uomo squadra, bravo come leader, sa vincere, bravissimo a posizionarsi in gruppo, ha senso tattico… È stato davvero molto meglio di quanto pensassimo.

Che Vingegaard abbia dei margini lo avevi già detto, ma Roglic? Primoz può ancora crescere e soprattutto può confermarsi?

Ovviamente sì. Tutti possiamo migliorare ogni anno, ma per farlo bisogna avere nuovi stimoli. Quindi dobbiamo dare ai ragazzi una nuova preparazione, cambiare qualcosa. Ma anche nuove attrezzature. Ed è, come vedete, quello che stiamo facendo qui con le nuove scarpe, con i nuovi gruppi, i nuovi pedali…  Sono cose che miglioreranno il ciclista nel suo insieme. Posso dire che il prossimo anno diventeremo più aerodinamici, biomeccanicamente superiori. Quindi non è solo in allenamento che si può migliorare ma anche in tutto ciò che c’è intorno.

Tra i corridori che invece hanno colpito noi c’è Tobias Foss. Lui può essere un corridore da corse a tappe?

Sì, sì – anche in questo caso Heijboer risponde senza indugio – ha davvero la capacità di farlo. Ma deve ancora migliorare qualcosa. Tobias ha ancora tre mesi davanti a lui. Può arrivare al livello che serve. C’è molta fiducia da parte del nostro team in lui perché sappiamo che ha le capacità per riuscirci. 

Tre mesi… Dunque Foss sarà al Giro il prossimo anno?

Non lo sappiamo ancora. Se va tutto bene con la preparazione, lui è corridore perfetto (pensando al percorso, ndr).

All’interno del Service Course anche una sala per i test degli atleti
All’interno del Service Course anche una sala per i test degli atleti
Mathieu, per te Wout Van Aert può battere il record dell’Ora stabilito da Ganna?

Dovrei studiare di più per poterlo dire, magari sì… Ma veramente dovrei analizzare di più i dati e sapere cosa è necessario per battere il record. Di sicuro, penso che nella nostra squadra sia l’unico in grado di farlo… 

Alla Jumbo-Visma Development avete scelto due ragazzi italiani: Belletta e Mattio: cosa ci dici di loro?

Dovreste chiedere al nostro direttore del team Development, Robbert De Groot. Lui è il nostro capo dello sviluppo ed è sempre alla ricerca di talenti. Ha molti contatti nel mondo. Se li ha presi è perché vede in loro molto potenziale. 

E come fate a stabilire questo potenziale?

Quando prendiamo dei ragazzi gli facciamo dei test qui, in questa sede. Abbiamo un laboratorio apposito. Ovviamente facciamo anche dei colloqui approfonditi. Cerchiamo sempre di scovare i ragazzi e non cerchiamo quelli che sono già i migliori negli ordini di arrivo. Nel caso dei due ragazzi italiani pensiamo che abbiano molto spazio per crescere in futuro. Ed ecco perché riteniamo che si adattino molto bene al nostro team. Speriamo di farne dei buoni professionisti. 

Heijboer vuole bissare il Tour, ma ha messo nel mirino anche i monumenti, a partire dal Fiandre e della Roubaix (in foto)
Heijboer vuole bissare il Tour, ma ha messo nel mirino anche i monumenti, a partire dal Fiandre e della Roubaix (in foto)
Cosa ti aspetti dalla tua squadra per il prossimo anno? Dopo aver vinto tanto non è facile ripetersi…

E’ difficile dire cosa ci aspettiamo, ma so cosa vogliamo. E ciò che vogliamo è diventare ancora migliori. Vogliamo vincere di nuovo il Tour, vogliamo vincere delle classiche monumento. Non abbiamo ancora vinto il Fiandre né la Roubaix, quindi lotteremo davvero per quelle gare. Le vogliamo. Vogliamo ancora vincere le grandi gare che non sono nel nostro palmares.

Sei uno dei preparatori più preparati e all’avanguardia, per te in questo ciclismo è possibile vincere Giro d’Italia e Tour de France nella stessa stagione?

Direi di no. Poi, aspettate, niente è impossibile. Ma penso che sia molto difficile, perché vincere il Giro significa dover fare molta preparazione in anticipo. E poi c’è la corsa. Devi tenere la concentrazione per tre settimane. E solo poche settimane dopo devi fare la stessa cosa al Tour. E nel mezzo non c’è abbastanza tempo per recuperare e non ti può allenare (nel senso di fare lavori specifici, ndr). 

Oggi però gli interpreti ci sarebbero: Pogacar, Vingegaard, Evenepoel…

Secondo me non è possibile. Da qualche parte in futuro ci sarà un corridore che potrà farlo. Per noi penso sia troppo difficile cercare di vincere il Giro e il Tour nello stesso anno.

Un anno dopo, parlando ancora con Aru di Baroncini

03.12.2022
5 min
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Leggendo il pezzo di ieri in cui Filippo Baroncini (gs_ph.oto in apertura) raccontava la sua prima gara di ciclocross, la memoria è tornata a quel giorno di fine 2021 in cui l’allora campione del mondo degli U23 si ritrovò a pedalare sui Monti Sibillini accanto a Fabio Aru, fresco di ritiro. Baroncini indossava la maglia iridata con le insegne della Colpack-Ballan, Aru quella del Team Qhubeka-Assos con cui aveva chiuso la carriera dedicandosi anche lui al cross nei mesi prima del debutto su strada.

Aru e Baroncini si conobbero sulle strade di #NoiConVoi2021 e da lì iniziò lo scambio di consigli
Aru e Baroncini si conobbero sulle strade di #NoiConVoi2021 e da lì iniziò lo scambio di consigli

L’idea giusta

Fabio è in Sardegna per delle cose da fare nella sua Academy di ciclismo e domattina rientrerà a casa. Però intanto, avendo letto del debutto di Baroncini nel cross e della sua idea di correre domani a Vittorio Veneto (Filippo è iscritto nella categoria Uomini Open con il numero 46) , gli abbiamo chiesto un parere ricordando quella loro uscita e perché Baroncini quanto a statura e peso (1,88 per 74 chili) ricorda da vicino Van Aert (1,90 per 78 chili) anche nell’attitudine.

«Forse del cross avevamo anche parlato quella volta – ricorda il sardo – ma non ricordo bene. Di sicuro è qualcosa che gli servirà molto, sia all’inizio di stagione sia alle classiche. Vittorio Veneto è una gara durissima. Io l’ho vinto quando ero under 23, mentre non l’ho fatto nel 2021. Ero stato a San Fior e in Friuli. Comunque per un ragazzo di 22 anni come lui fare cross in inverno non è male, ma di certo è un po’ inusuale».

Fabio Aru, Montodino 2020
Alla vigilia della sua ultima stagione da pro’, Aru cercò (e trovò) entusiasmo e gamba nel ciclocross
Fabio Aru, Montodino 2020
Alla vigilia della sua ultima stagione da pro’, Aru cercò (e trovò) entusiasmo e gamba nel ciclocross
Perché inusuale?

Solitamente si parte da piccolini, poi da under 23 ti fanno smettere. Però la trovo un’ottima alternativa. Se piove o c’è tempo brutto, invece di andare su strada, l’alternativa di fare ciclocross o mountain bike è molto valida. Quando è freddo, le velocità più basse possono salvarti, oltre ad eliminare i problemi della strada. In meno tempo, fai un allenamento super, invece su strada servono sempre tante ore e poi magari fa freddo.

Baroncini avrà dei benefici?

Il cross è un’ottima alternativa alla strada. Magari non puoi fare la stagione da ottobre a febbraio, però fare un po’ di cross a fine novembre e dicembre, qualche gara può funzionare. Quando l’ho fatto l’anno scorso, mi accorsi di avere un colpo di pedale molto più pronto. A maggior ragione quando inizi su strada e inizi a fare un po’ più di endurance, hai la gamba già molto più pronta. Alla fine, anche chi fa pista ha gli stessi benefici. Comunque sia, sono sforzi brevi e intensi, che su strada tornano bene. 

Quindi una fase di preparazione?

Tutto sommato, Filippo ha le caratteristiche fisiche di un Van Aert e magari se le corse cui punterà diventano quelle, come capacità muscolare e cardiaca, avrà dei giovamenti. Gli uomini delle classiche ormai partono a tutta. Le gare sono diventate sempre più esigenti già da inizio stagione, a gennaio ci si deve presentare già con dei valori molto importanti. Perciò il cross ti permette di mantenere il motore sempre bello attivo e in spinta. Il giusto numero di gare: vedo che anche i big, Van der Poel e Van Aert, ormai fanno un calendario limitato.

Baroncini ha raccontato di aver tenuto la stessa altezza di sella della strada e di aver sofferto con le gomme…

Solitamente io ero sempre un centimetro scarso più basso e uno più corto. Nel fuoristrada sei sempre un pelino più basso, però magari lui si trova bene così. Un consiglio che posso dargli è di curare la pressione delle gomme. Quando facevo cross 15 anni fa, avevo imparato a scegliere in base ai percorsi e al mio peso. L’anno scorso invece ho sbagliato completamente le prime 2-3 gare perché gonfiavo troppo alto. Facevo 1,7-1,8, su percorsi dove potevo andare a 1,3-1,4 per il peso che avevo, che era a 62-63 chili. Serve avere lo strumento per misurarla con precisione, la semplice pompa non basta.

Oggi Aru è testimonial di Specialized ed Ekoi: qui con i bimbi della sua Academy in Sardegna
Oggi Aru è testimonial di Specialized ed Ekoi: qui con i bimbi della sua Academy in Sardegna
Come va in Sardegna con la tua Academy?

Stiamo definendo delle cose per il prossimo anno. Però intanto c’è questo circuito da ciclocross che è chiuso tutto l’anno, completamente tracciato e a nostra disposizione. Ce lo dà il Comune nella zona industriale del mio paese e lì dentro si possono allenare quando vogliono. I tre direttori della Academy fanno anche la manutenzione, perché sono tuttofare e appassionati. Con i piccoli c’è bisogno di questo.

Nasce una squadra ucraina: la sua storia da raccontare

03.12.2022
4 min
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Da una tragedia può nascere una cosa buona. La tragedia è la guerra in Ucraina, la cosa buona è la squadra che sta prendendo vita. Una squadra, la Ukraine Cycling Academy, di ragazzi ucraini che sono già da noi in Italia, più precisamente sulle sponde del Lago d’Iseo. Pedalare, essere corridori… possono continuare a sperare. E possono farlo grazie anche all’aiuto di Yan Pastuschenko.

Yan non è poi così più grande di loro ed è un biker professionista. Vestiva i colori della Cicli Taddei e passerà allo ZeroZero Team. E’ lui uno dei tre factotum di questo team: allenamenti, logistica, ricerca degli sponsor…

Yan, raccontaci di questo progetto. Come nasce?

Il tutto nasce da una vecchia squadra continental ucraina, la Eurocar Grawe Ukraine che per i motivi che conosciamo, la guerra, è sparita. Gli sponsor si sono tirati indietro. In Ucraina poi non c’è più un giro per certe iniziative. Nell’ultimo anno abbiamo portato quei corridori in Italia e aggiunto forze nuove.

Dove vi trovate?

In Lombardia e più precisamente ad Iseo. Siamo qui da sette mesi. Abbiamo portato fuori dai confini ucraini diversi ragazzi. Stiamo in una casa, ma ne stiamo cercando una più grande. Stiamo cercando di partire, ma non è facile. Stiamo cercando degli sponsor, del sostegno. Per ora ci hanno dato una mano Limar, FSA-Vision, Nalini, ProAction. Stiamo comprando 14 bici da Cicli Bettoni, un negozio di Lovere, nel bergamasco. Alfio Bettoni, il direttore di questo negozio, aveva delle bici a noleggio. Queste bici gli stanno rientrando. Ci fa un super prezzo e le prendiamo. Prendiamo ciò che possiamo.

Qual è il vostro scopo?

Far uscire dall’Ucraina più corridori possibile, per salvarli prima di tutto. Poi per allenarli, farli crescere e fargli fare delle esperienze all’estero. In tal senso anche l’UCI ci sta aiutando. Per esempio ci ha dato le ammiraglie. Ammiraglie svizzere.

L’UCI?

Sì, di fatto noi siamo la nazionale ucraina. Ma siamo anche una squadra di club, così da poterci mettere degli sponsor. In Italia correremo come squadra, all’estero come nazionale ucraina. L’UCI è d’accordo. 

I ragazzi durante una delle loro camminate in montagna
I ragazzi durante una delle loro camminate in montagna
Qual è il tuo ruolo? Sei il team manager?

Diciamo di sì. Ho 26 anni, sono un biker professionista. Io vivo in Toscana. A portare avanti la squadra siamo in tre: un meccanico, il presidente ed io. Di più non saremmo in grado. 

E come fai a seguirli se sei in Toscana?

Eh, non è facile. Infatti faccio la spola. Vado su 3-4 giorni. Li seguo, poi torno giù e dopo qualche giorno riparto. Gli do una mano per gli allenamenti, camminate in montagna, palestra, logistica… Non è facile stare in casa. Questi ragazzi dormono, mangiano, pedalano, ma hanno le famiglie, le fidanzate a casa e sono isolati, staccati da loro.

Yan, sei giovanissimo, come mai ti sei ritrovato in questa storia e ricopri un ruolo così importante?

Perché qualche tempo fa mi chiamò Oleksiy Kasyanov, l’attuale presidente. Lui è stato un buon corridore, ha corso anche in Italia e in Cina. Sapendo che ero in Italia, mi ha chiesto un piccolo aiuto, ma io gli ho detto che avrei potuto fare qualcosa di più. Allora lui mi ha detto: «Okay, ma io non posso pagarti!». Ho risposto che non faceva nulla. Qui c’è da aiutare altri ragazzi.

La maglia del team da cui il gruppo trae origine (foto Miche)
La maglia del team da cui il gruppo trae origine (foto Miche)
Però per avere dei rapporti con l’UCI qualcuno vi avrà anche aiutato. Magari la vostra Federazione…

Noi siamo in stretti rapporti con Andrey Grivko, che è il presidente della Federazione ciclistica ucraina. Lui non figura in nessuna carta, lavora in ombra, ma ci sentiamo tutte le sere. Siamo sempre al telefono. Andrey ci aiuta tanto, ma lui… non altri. Perché il Ministero dello sport ucraino non è proprio limpidissimo, diciamo così. Da loro non è arrivato un rimborso, un sostegno. Grivko è andato all’UCI, gli ha raccontato del nostro progetto e dei nostri piani e l’UCI ha deciso di aiutarci. Con le ammiraglie, come abbiamo visto, ma anche con i test ai corridori, con il poter correre all’estero, con l’ospitarci nella loro sede di tanto in tanto.

Che squadra dunque state cercando di allestire?

Di fatto sono due squadre: una juniores e una under 23. Quella juniores per adesso conta otto ragazzi, ma a breve dovrebbero arrivarne una decina dall’Ucraina. Mentre gli under 23 sono sei. Ma vorremmo aggiungere anche qualche italiano, pensiamo cinque ragazzi: un po’ perché siamo in Italia e un po’ perché senza italiani non vai troppo lontano.

Ci sono anche alcuni dei ragazzi che erano a L’Aquila?

Sì, per ora due. Ma magari ne arriveranno altri da lì.

Che dire Yan, un grosso in bocca al lupo a tutti voi!

Crepi il lupo. Noi ce la metteremo tutta e se qualcuno volesse aiutarci… è il benvenuto!

Kooij sprinter del futuro… che non ha finito di crescere

03.12.2022
4 min
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Ventun anni compiuti da poco e già ben 15 vittorie in bacheca. E’ Olav Kooij da Numansdorp, nell’Olanda meridionale, la stessa terra che ha dato i natali alla famiglia Van der Poel, a Demi Vollering e a tanti altri campioni dei Paesi Bassi.

Capello biondo, fisico slanciato, una muscolatura potente ma non esagerata che lo rende compatto al tempo stesso, Kooij si annuncia come uno dei migliori velocisti della nuova generazione. Al netto del numero delle vittorie, i suoi sprint sono di peso. Quando è in volata ricorda molto Mark Cavendish. Si schiaccia tantissimo, ma lui sembra più elegante.

Primo settembre 2020, a Gatteo sfreccia un ragazzino della Jumbo-Visma Development
Primo settembre 2020, a Gatteo sfreccia un ragazzino della Jumbo-Visma Development

Da Gatteo a Monaco

Il talento della Jumbo-Visma è definitivamente esploso questa estate, quando dominò le prime frazioni del Giro di Polonia. La prima di queste 15 vittorie Olav la ottenne da noi in Italia.

Era la prima frazione della Coppi e Bartali del 2020 e la tappa era la Gatteo-Gatteo. Battè un altro ragazzino mica da ridere, Ethan Hayter. Da allora i successi si sono susseguiti fino ad arrivare all’ultimo, ottenuto a Monaco di Baviera (nella foto di apertura) lo scorso ottobre.

Questa volta i battuti sono stati ancora più importanti: Philipsen, Bennett, Jakobsen, Groenewegen. Quel giorno Kooij disse apertamente: «Vincere fa sempre piacere, ma è ancora più gradevole quando batti i migliori interpreti al mondo». Insomma “petto in fuori e spalle larghe”.

«Amo l’Italia – dice Kooij – ci sono venuto in vacanza da bambino. Mi piace molto anche la cultura del ciclismo, le corse che avete. Spero di farci ancora molte gare. E poi la cucina italiana è la migliore! Pizza, gelato, pasta…

«E’ stata una bella stagione e ho ancora addosso le belle sensazioni di questa annata. È stato bello. Voglio dire, ho fatto ancora dei bei passi in avanti e ho potuto festeggiare alcune belle vittorie».

Olav Kooij durante lo “sponsor day” presso il Service Course della Jumbo-Visma
Olav Kooij durante lo “sponsor day” presso il Service Course della Jumbo-Visma

Kooij e la salita 

«Per la prossima stagione devo ancora vedere bene i programmi, ne parleremo nel corso di questo mese, ma il mio obiettivo è continuare a crescere e a vincere». 

E per vincere bisogna allenarsi, non è una novità certo, ma bisogna farlo con criterio, oggi più che mai. Kooij ne è ben consapevole e seppure è un velocista sa bene che deve concentrarsi non solo sulle volate.

«E’ molto importante allenarsi in salita per un velocista – prosegue Kooij – Le gare del World Tour sono difficili e devi riuscire a sopravvivere alle salite. Non solo, ma è importante sopravvivere bene, perché devi arrivare al traguardo in buona forma, fresco per la volata. Noi velocisti dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra la salita e l’essere esplosivi. Ed è una bella sfida!».

Kooij parla con calma e pondera bene le parole. Ha ragione il veterano della Jumbo-Visma, Jos van Emdem che qualche tempo fa aveva detto: «Olav ha molto talento ed è molto più vecchio di quanto si possa pensare. Non mi sembra un ragazzo che ha vent’anni, un ragazzo che potrebbe essere mio figlio».

Olav (classe 2001) non è solo uno sprinter, se la cava anche in salita
Olav (classe 2001) non è solo uno sprinter, se la cava anche in salita

Nel mito di Kittel

Prima abbiamo accennato alla posizione di Kooij, la quale ricorda non poco quella di Cavendish. Ma lui preferisce paragonarsi ad un altro grande sprinter.

«Cavendish, Bennett, Jakobsen quando sono al via sai che tutti vogliono vincere la gara e allora io mi concentro su me stesso. Cerco solo di fare del mio meglio e spero di poterli battere».

E quando gli diciamo di Cavendish ci pensa un po’ e risponde: «Quando ero giovane (come se fosse vecchio, ndr) ammiravo Marcel Kittel, era davvero forte. Aveva una potenza super. Ha vinto molte gare e io lo guardavo dalla televisione».

Viviani Ungheria 2022
Quest’anno al Giro d’Ungheria Kooij ha battuto di un soffio Viviani nella prima frazione
Viviani Ungheria 2022
Quest’anno al Giro d’Ungheria Kooij ha battuto di un soffio Viviani nella prima frazione

L’investitura di Viviani

Ma tornando al discorso della salita, Kooij sa che non potrà essere proprio come il suo idolo. Kittel oggi farebbe davvero fatica in questo ciclismo: troppo pesante, troppi muscoli. E lo sa bene anche Elia Viviani.

Recentemente il veronese ha detto alla Gazzetta dello Sport: «Jakobsen credo che sia il miglior sprinter attualmente, negli ultimi 200 metri è imbattibile. Attenzione per il futuro anche a Olav Kooij. Ha già mostrato consistenza e penso che possa solo migliorare».

Rispetto a molti sprinter Kooij è sì “muscolato” ma non è pesantissimo. E questo può agevolarlo non poco nell’identikit dello sprinter del futuro. 

Viviani pronto a ripartire da europei e Coppa

03.12.2022
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Il matrimonio. Il ritorno a casa. La ripartenza. Elia Viviani, padre putativo della pista azzurra e angelo custode del cittì Villa, getta uno sguardo oltre l’inverno e traccia la sua rotta verso Parigi 2024. Da un lato mostrando voglia di riscatto, dall’altro difendendo scelte che lo hanno portato via dagli ordini di arrivo. Il senso molto chiaro è che la pista e l’obiettivo olimpico vengano prima di tutto.

«Ho sempre detto che se sono tornato alla Ineos c’era un motivo – spiega – ed era il progetto olimpico. Ho firmato tre anni di contratto, sto sacrificando qualcosa su strada perché magari in qualche gara non mi vedrete, come il Giro di quest’anno e vediamo il prossimo, ma è chiaro che nella testa ho le Olimpiadi».

Per Viviani nel 2022, dieci podi e due vittorie: questa alla CRO Race davanti a Mohoric
Per Viviani nel 2022, dieci podi e due vittorie: questa alla CRO Race davanti a Mohoric
Intanto la pista azzurra cresce…

E’ una bella realtà. Anche nella velocità si è dimostrato che formando un gruppo, quindi non mettendo semplicemente insieme delle individualità, ma dandogli il supporto di Quaranta, sono stati fatti passi da gigante in pochissimo tempo. Più in su si va e più crescere sarà difficile, ma intanto siamo partiti. I ragazzi e le ragazze hanno già ha sfiorato qualche medaglia, quindi il gruppo è bellissimo e fortissimo.

Senti un po’ tua questa creatura?

Sì, assolutamente e ne vado orgoglioso, ovviamente. Quando vedo che tutto funziona, ovvio che è bello. Ai mondiali scorsi, il quartetto maschile ha perso per un pelo, ma ci sta. Le ragazze hanno mostrato la superiorità che da anni vedevamo in prospettiva e farlo a un anno e mezzo da Parigi sicuramente è un segnale forte.

Parteciperai anche tu alle qualifiche olimpiche?

Sì, farò anche io la mia parte. Farò sicuro gli europei e poi forse una se non due Coppe del mondo su tre. E poi i mondiali che danno punteggi doppi, quindi saranno un passaggio fondamentale per la qualifica.

Il mondiale ad agosto con tutte le discipline in che modo condizionerà la stagione?

Per noi è meglio. Come avete visto con le Olimpiadi, siamo avvantaggiati rispetto a Nazioni come Australia e Nuova Zelanda. Noi soffrivamo quando i mondiali erano febbraio, quindi ora che sono ad agosto per noi è un punto di vantaggio. Ottobre oppure agosto per noi è bene. O nel mezzo della stagione su strada oppure alla fine, quando hai ancora qualche energia da spendere.

Però qualcuno si troverà a fare il doppio impegno pista e strada a distanza di pochi giorni…

Sicuramente quello può essere un problema, nel senso che è un po’ discutibile il fatto di mettere tutti insieme. Non solo per strada e pista, ma per la mountain bike e per tutti, perché lo stesso problema ce l’avranno Van der Poel e Pidcock e quindi… Non so, secondo me questa cosa del super mondiale è da rivedere, perché può essere un evento “figo da vendere”, però a livello atletico penalizza tantissimo la multidisciplinarietà, dopo i tanti anni che abbiamo speso per convincere atleti e team. Sarà un problema far combaciare strada e pista. E forse anche la crono, che è già più simile alla pista, però è ovvio che ha bisogno di una preparazione specifica. La Guazzini e Pippo (Ganna, ndr) sono corridori che dovranno fare entrambi gli appuntamenti, sicuro.

Parteciperai agli europei di febbraio, questo significa aver anticipato di molto la ripresa della preparazione?

Sì, bisogna anticipare, nel senso che abbiamo poco tempo di trovarci per metterli a punto, essendo la prima prova di qualifica olimpica. Anticipare soprattutto la qualità del lavoro. Quindi vuol dire che sotto Natale ci vedrete spesso in pista a Montichiari, che i primi di gennaio saremo ancora là, prima di andare chi a San Juan e chi in Australia e tornare a posto, perché poi non ci sarà più tempo. Io comincerò in Argentina con la squadra. C’era anche la possibilità Australia, ma sarà Argentina al 99 per cento. 

Mas e i problemi in discesa. Savoldelli dice la sua

03.12.2022
5 min
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Nella sua ultima intervista rilasciata a Cyclingnews ripercorrendo il suo 2022, Enric Mas si è soffermato sui problemi riscontrati in discesa, soprattutto prima e durante il Tour: «Mi sono fatto prendere dal panico – ha confessato il corridore della Movistaravevo paura a ogni curva, così frenavo entrando in curve che puoi affrontare anche a 80 chilometri orari. E non importava quanto tempo e quanto terreno perdevo, perché in alcuni momenti faticavo anche a controllare la bici».

Mas è riuscito ad affrontare il problema con l’aiuto di uno psicologo e facendo esercizi mirati per un mese. Affrontando ripetutamente alcune discese riguardandosi poi al computer e lavorando dietro motori. Tanti spunti di discussione considerando anche che Mas non è certo il solo a soffrire le discese, c’è chi ha visto la propria carriera stoppata proprio dalla paura, con fughe vanificate curva dopo curva.

Abbiamo quindi pensato di rivedere le parole di Mas al vaglio di chi è da sempre considerato un maestro della discesa, Paolo Savoldelli che entra subito nel nocciolo della discussione parlando della “cura” adottata da Mas: «Se si tratta di affrontare discese e rivedersi può avere senso e utilità, ma seguire una moto in discesa proprio no. La moto piega in maniera differente a ogni curva, non ti dà assolutamente nulla».

Per Mas la discesa era diventata un problema. Ci ha lavorato un mese senza sosta
Per Mas la discesa era diventata un problema. Ci ha lavorato un mese senza sosta
Su che cosa bisogna lavorare allora?

Credo che il primo aspetto tecnico da affrontare sia la posizione in bici. Serve una posizione idonea e tutti, con i nuovi mezzi, hanno la tendenza a essere molto avanti sulla sella, cosa che non va assolutamente bene. Poi si può certamente lavorare sull’impostazione delle curve, su come usare tutta la strada per trovare la traiettoria migliore. L’intervista a Mas sottolinea però un aspetto: la paura.

Si può vincere?

Ecco, su questo ho qualche dubbio, ma sicuramente è l’aspetto maggiore sul quale lavorare. Se hai paura sbagli, è matematico, perché non sei freddo in bici, cambi traiettoria, alla fine rischi molto di più. La discesa è qualcosa che deve venire naturale.

Nibali è stato l’ultimo veramente in grado di fare la differenza in discesa (foto Getty Images)
Nibali è stato l’ultimo veramente in grado di fare la differenza in discesa (foto Getty Images)
E’ una dote, quella di saper andare in discesa, che si acquisisce da bambini, soprattutto con i giochi sulla bici, sull’equilibrio?

Sì, se si intende vincere la paura di cadere. Ma anche chi è arrivato subito alla bici da strada può riuscire, tenendo però presente un fattore importante: saper andare in discesa è innanzitutto una dote naturale, una di quelle cose che si fa anche fatica a spiegare. Io ho sempre saputo andare in discesa: ricordo che da bambini con gli amici io andavo e alla fine aspettavo sempre gli altri che finivano… Da junior, in una delle prime gare, la strada era bagnata: presi la discesa da primo della fila, pensavo di avere tutti dietro invece alla fine ero solo e con un vantaggio enorme.

Nell’affrontare la discesa bisogna avere un pizzico d’incoscienza?

No, neanche da bambini. Bisogna solo essere attenti e sapere che cosa fare. Anch’io ho avuto le mie cadute: una volta sono scivolato a 50 metri dal cancello di casa, non ho visto un sasso sulla mia traiettoria e sono volato via. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo. C’è poi anche un fattore legato alle bici, che rispetto a quando correvo io sono molto più rigide per essere performanti e questo porta a perdere aderenza con più facilità.

Evenepoel non ha mai negato i suoi problemi nelle discese, ma col tempo è migliorato davvero tanto
Evenepoel non ha mai negato i suoi problemi nelle discese, ma col tempo è migliorato davvero tanto
Si può migliorare?

Con l’esercizio, soprattutto se si affronta da giovani. E’ importante perché in discesa sei in fila indiana e devi stare a ruota. Quello davanti può andare più veloce e allora lo perdi, oppure va più piano e allora ti fa da tappo e devi saperlo superare. Ognuno ha un suo limite, bisogna esserne consapevoli e sfruttarlo al meglio.

C’è nel ciclismo attuale un altro Savoldelli?

Se si intende qualcuno che possa far la differenza, direi di no. Io recuperavo minuti. L’ultima vera impresa in discesa l’ha firmata Jasper Stuyven alla Sanremo 2021, scendendo dal Poggio rischiò davvero tantissimo. Gli è anche andata davvero bene in qualche tratto.

Stuyven in picchiata dalla cima del Poggio. Una scelta coraggiosa che nel 2021 gli ha dato una grande gioia
Stuyven in picchiata dalla cima del Poggio. Una scelta coraggiosa che nel 2021 gli ha dato una grande gioia
Si è sempre parlato della discesa come il tallone d’achille di Evenepoel: secondo te può migliorare?

Penso di sì perché ha iniziato molto tardi ad andare in bici, per certi versi è ancora grezzo e ci si può lavorare. In sella Remco è molto rigido. Un esempio in tal senso è Froome: anche lui aveva iniziato tardi e inizialmente in discesa proprio non sapeva andare, poi si è esercitato ed era migliorato al punto che qualche volta ha anche attaccato.

In conclusione, l’esercizio deve essere qualcosa di imprescindibile per ogni ciclista?

Assolutamente, prendendolo anche come un divertimento. Io ad esempio quando mi allenavo affrontavo la picchiata da Rosetta a Lovere. C’era un tornante a U dove era obbligatorio frenare, ma questa cosa non mi andava giù. Io smettevo di pedalare, andavo giù per forza di gravità, ma volevo fare quella curva senza toccare la leva. Prova oggi, prova domani, alla fine ci riuscii e da allora non frenai più…

Rebellin, Casartelli e i ricordi di Gualdi: l’ultimo dei tre

03.12.2022
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Il camionista. Le telecamere. I testimoni. La giustizia. La Germania. I cicloturisti che portano fiori, le telecamere, ma il vuoto resta. Da mercoledì, ogni chiamata o messaggio inizia da Rebellin che non c’è più. Per questo con Gualdi vogliamo provare a sentirlo più vicino. Il suo messaggio di quel giorno continua a risuonare nella testa come un grido di aiuto: «Sono distrutto. I miei 2 amici di Barcellona in cielo…».

Mirko è l’ultimo dei tre: Casartelli, Gualdi e Rebellin. Le maglie celesti chiare per combattere il caldo spagnolo, i vent’anni. E di colpo ti rendi conto che il bergamasco è il custode di quei ricordi e hai quasi paura di dirglielo, temendo come potrebbe reagire.

«Guarda quando penso a questo – le lacrime arrivano e la voce si strozza – quando penso a questo, dico che mi sarebbe piaciuto davvero sedermi ancora una volta con loro due e anche con Fusi e Zenoni. Rifare quella cena con la paella che avevamo mangiato la sera della vittoria alle Olimpiadi, tutti insieme a Barcellona. Ti dici che un giorno lo faremo, invece alla fine non se ne fa mai niente. E quando succedono questi disastri, poi ti chiedi perché non l’hai fatto…».

Mirko compirà 54 anni il prossimo 7 luglio: lo stesso giorno di Zabel, scherza, ma al Tour facevano gli auguri soltanto al tedesco. Fabio ne avrebbe avuti 52, Davide ne aveva compiuti 51 ad agosto (in apertura sul traguardo dei mondiali di Stoccarda 1991, chiusi con l’argento).

Gualdi Caruso 1990
Nel 1990 in Giappone, Gualdi vinse l’oro ai mondiali dilettanti. Argento per Caruso, alla sua sinistra
Gualdi Caruso 1990
Nel 1990 in Giappone, Gualdi vinse l’oro ai mondiali dilettanti. Argento per Caruso, alla sua sinistra
Cosa hai pensato quando hai saputo che Davide era morto?

La prima reazione è stata chiedersi perché. Poi monta la rabbia. Quindi cerchi di metabolizzare e cominci a ragionare. Finché a un certo punto ti dici di essere stato fortunato, perché tutto sommato dopo tanti anni in bici, t’è andata bene. Io ho smesso perché un’auto di fronte ha girato nella strada laterale e mi ha preso in pieno. Io però posso raccontarlo e ringrazio il cielo.

Come l’hai saputo?

Avevo appena finito l’influenza ed ero a casa in smart working. A un certo punto mia moglie arriva e mi dice: «Hai visto? E’ morto Rebellin!». Cosa dici? Ho aperto subito internet e ho visto tutto, saranno state le tre del pomeriggio. E da quel momento, non ho fatto più nulla fino alle sei di sera. Ero in una sorta di trance. La cosa assurda è che ero sullo stesso divano di quando morì Fabio. Ero arrivato dall’allenamento. Mia moglie era davanti alla tele in lacrime. «Si è fatto male Fabio – mi dice – è caduto al Tour». Mi ricordo che deve essere tornata la sera alle 20 per dirmi che bisognava cenare e di andare prima a farmi la doccia, perché ero ancora vestito da bici. Penso che dopo tante cose e tante fatiche, nessuno dei due ha potuto godersi la propria storia. Nessuno di loro ha avuto la fortuna di godersi la paternità… 

Da quanto non parlavi con Davide?

Ci scambiavamo messaggi su Instagram. La settimana scorsa mi chiama Mauro Consonni e mi dice: «Mirko, guarda, qua a Como nessuno ha ricordato i trent’anni dalle Olimpiadi. Voglio organizzare una serata al Panathlon, una cena con te, Rebellin e Giosuè Zenoni, per parlare di quel mese». Gli ho risposto subito: «Guarda, è bellissimo. Giosuè vado a prenderlo io, così non guida di notte. E Davide, se vuoi cerco il numero da qualche parte, lo contattiamo». Ero felicissimo di poterlo vedere.

Olimpiadi di Barcellona, tre azzurri in gara: qui Casartelli e a sinistra il cittì Giosuè Zenoni
Olimpiadi di Barcellona, tre azzurri in gara: qui Casartelli e a sinistra il cittì Giosuè Zenoni
Cosa ricordi della preparazione alle Olimpiadi?

Ho in testa l’immagine di loro due sul letto e io in fondo, perché dormivo in un’altra stanza. Eravamo in altura al Maloja, c’erano i letti matrimoniali alla tedesca coi sacchi sopra. Io ero in singola, quindi andavo da loro a rompere le balle. Fabio era simpaticissimo, una macchietta. Si rideva, si scherzava e si sparavano le solite cavolate da ventenni. Davide rideva sempre e stava al gioco. Eravamo dei ragazzi che in quel momento condividevano lo stesso sogno. Ognuno sapeva di avere le proprie carte. E sapevamo anche che unendo le forze, uno dei tre avrebbe potuto riuscirci.

Ci riuscì Casartelli…

Fu festa grande, per tutti e anche per me, anche se non vinsi. Anzi, vi dirò di più. Dopo la premiazione, accompagnai Fabio e Annalisa alle televisioni e feci un po’ da tutore. Gli dicevo che cosa gli avrebbero chiesto, cosa avrebbe dovuto fare, perché avendo vinto il mondiale due anni prima, ricordavo le cose. Li mettevo anche un po’ in guardia. 

Davide forse era il più controllato…

Inizialmente c’era un grande divario. Invece col passare dei giorni, lui forse aveva più fondo, ma per un percorso come quello di Barcellona, la condizione di Fabio e la mia iniziarono a diventare più affidabili. Pensavamo che il caldo avrebbe fatto più differenza, invece no. Quando attaccavo sulla salita e arrivava il momento di dare la botta decisiva, la salita era già finita. Perciò, quando nella fuga in cui ero io rientrò Fabio e poi attaccò, feci di tutto per stoppare gli inseguitori. Erano in fuga in tre, pedalavano verso una medaglia. Nessuno si voltò. La foto dei tre a braccia alzate sull’arrivo è l’essenza delle Olimpiadi.

Barcellona 1992, Casartelli vince la volata della fuga a tre. La tattica degli azzurri è perfetta
Barcellona 1992, Casartelli vince la volata della fuga a tre. La tattica degli azzurri è perfetta
Quanto eravate professionisti nel vostro essere dilettanti?

Ai tempi, c’era un dilettantismo bello. Però a suo modo era già un professionismo, nel senso che comunque eravamo tutti in ritiro con le nostre squadre, facevamo tutti uno o due allenamenti settimanali con i compagni. C’era chi, come Fabio, era costretto da Locatelli. Chi come me che era costretto a stare in ritiro dalla distanza. E poi Davide che tutto sommato aveva un gruppo di corridori vicino a casa, che si aggregavano a lui quando dovevano fare chilometri.

Era forte?

Era nato per essere un atleta e poi un ciclista. Io penso che la sua colazione da atleta l’avrebbe fatta sempre e comunque in ogni momento della sua vita. La colazione, la ginnastica per la schiena, lo stretching… Non era un sacrificio per lui e io per questo lo ammiravo tantissimo. Era veramente forte e lo vedevi che si stava già preparando per il professionismo. La regola era che finivi le superiori, poi facevi il militare e dal secondo/terzo anno cominciavi a stringere i tempi. Dovevi menare, passare entro il quarto anno al massimo, sennò dopo eri vecchio. Poi successe che nel 1990 fermarono me e tutti quelli di interesse azzurro con il blocco olimpico, altrimenti saremmo passati prima.

C’era fiducia che poteste vincere una medaglia?

Corremmo in tre il Giro dell’Umbria del 1992, facendo battaglia. C’era Pantani che aveva appena vinto il Giro d’Italia, ma cadde prima della crono di apertura e nemmeno partì. Era la corsa a tappe dopo il ritorno dall’altura e quindi dovevamo metterci in crisi. Voleva dire soprattutto non guardare al risultato e cercare di far fatica. Quindi attaccare, andare in fuga, correre di squadra. Non si andava fortissimo e noi percepivamo di aver fatto tanto carico. Così erano già cominciate le voci su cosa avremmo potuto combinare alle Olimpiadi, ma noi sapevamo che il lavoro sarebbe venuto fuori. Vedevamo la tranquillità di Zenoni e di Fusi. E avendo vissuto negli anni precedenti quello che succedeva a livello di condizione atletica, ero tranquillo anche io. Sapevamo che la gamba sarebbe arrivata.

L’anno prima delle Olimpiadi, Rebellin aveva corso un grande mondiale di Stoccarda. Gualdi era campione uscente
L’anno prima delle Olimpiadi, Rebellin aveva corso un grande mondiale di Stoccarda. Gualdi era campione uscente
Aver condiviso questa avventura ha creato un rapporto prezioso?

C’era come un filo che ci teneva uniti, anche se poi si stava a lungo senza vedersi. Davide lo vissi quando venne alla Polti e facemmo anche un Giro d’Italia insieme. Fabio a quel punto non c’era già più, ma ero sempre rimasto in contatto con Annalisa. In realtà più Maria, mia moglie. Scherzando diciamo che Annalisa vuole più bene a lei che a me. Quando morì Fabio, pochi giorni dopo Maria andò a casa da lei che era là da sola col bambino. E lei si lasciò andare, parlavano di tantissime cose, senza che mia moglie mi abbia mai raccontato niente. E probabilmente in quei momenti si creò anche questo doppio legame. Che poi, diciamocelo chiaramente, eravamo tre esponenti di tre squadre molto rivali fra loro. Io poi ero andato via da Locatelli e avevo vinto il mondiale, quindi quando ci si incontrava alle gare, c’era proprio una guerra aperta. Non potevi essere amico dei corridori di Locatelli.

Chi era Fabio Casartelli?

Fabio era un bravo ragazzo, determinato come noi altri due. Eravamo una squadra e sebbene fossimo stati scelti da un altro tecnico, alla fine in quella camera nacque la complicità per vincere le Olimpiadi.

C’erano punti in comune fra voi?

Anche se sotto diversi punti di vista, eravamo tutti e tre simili. Un po’ della mitezza di Davide me la sento anch’io nel carattere e ce l’aveva sicuramente anche Fabio. Si rideva e si scherzava, eravamo sempre gentili con i meccanici. C’era un bel tasso di bontà d’animo, ma non crediate che fossimo remissivi. Davide era sagace, sottile. Eravamo tutti e tre innamorati di quello che facevamo e intelligentemente sottili nel nostro modo di essere. Avevamo il fuoco che ardeva dentro e la serenità nell’affrontare le cose.

Secondo Gualdi, con un po’ di convinzione in più, Rebellin avrebbe potuto vincere il mondiale1991
Secondo Gualdi, con un po’ di convinzione in più, Rebellin avrebbe potuto vincere il mondiale1991
Di quei tre sei rimasto soltanto tu…

Ho smesso nel 2000 e Fabio non c’era già più. Davide aveva la sua strada. Ho tifato per lui da lontano. Sapete quante volte ho pensato che sarebbe stato bello lavorare per lui quando era alla Gerolsteiner? Sarebbe stato bellissimo e l’ho pensato tante volte quando ho smesso, ma non l’ho mai detto nessuno. Lui era uno che gratificava i compagni, basta vedere quello che hanno detto tutti in questi giorni. Aveva un bel modo di fare

Era davvero così buono Rebellin?

L’unico difetto che aveva, una caratteristica che rifletteva il suo essere mite, era che in alcuni casi era portato ad attendere per paura di aver sopravvalutato la propria forma, la propria condizione. Non si rendeva conto di essere lui uno dei più forti del gruppo. Una volta ai Paesi Baschi nella riunione pre gara disse che si sarebbe mosso quando anche quelli forti fossero partiti. Lo guardammo e gli dicemmo che era lui il più forte e che gli altri aspettavano lui. Però era la traslitterazione del suo carattere, nel suo atteggiamento in gara. Se avesse avuto il coraggio di perdere, il mondiale 1991 l’avrebbe vinto lui. Quando è partito Ržaksinskij, se gli fosse andato dietro lui, l’altro si sarebbe rialzato e Davide avrebbe potuto anche vincere la volata di quelli dietro.

Hai parlato con Zenoni?

A lui ho detto: «Giosuè, accetta il mio abbraccio, come quello di un figlio che abbraccia un padre». Io non ho più un papà, lui non ha avuto figli, ma so che Davide era particolare. Ho voglia di vederlo e di stare insieme anche a Fusi che non vedo da tantissimo. Credo che andremo insieme al funerale. Il viaggio verso Madonna di Lonigo sarà il momento di stringersi ancora di più.

Foss, vichingo dal carattere latino che ama l’Italia

02.12.2022
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Capello biondo, guance da vichingo e una chiacchiera infinita. Tobias Foss parla con tutti. Si aggira nel Service Course della sua Jumbo-Visma e trova sempre il modo di attaccare bottone. E’ simpatico, solare, disponibile e soprattutto è forte. Il sorriso non gli manca neanche mentre sta provando le nuove scarpe dopo gara.

Foss è il campione del mondo a cronometro, ma non va forte solo contro il tempo. Per molti è già considerato l’erede di Roglic e di Vingegaard. La sua vittoria contro il tempo a Wollongong ha stupito un po’ tutti, non ultimo se stesso.

Tobias iridato a Wollongong. Foss è di Vingrom (a meno di 10 chilometri da Lillehammer) è alto 1,84 e pesa 74 chili
Tobias iridato a Wollongong. Foss è di Vingrom (a meno di 10 chilometri da Lillehammer) è alto 1,84 e pesa 74 chili

E’ tutto vero

«Vero – racconta Foss – no, no… non me l’aspettavo per niente quella vittoria. In cuor mio miravo ad arrivare nei primi cinque. La vittoria non era mai stata nella mia immaginazione, quindi è stato davvero incredibile. E a volte ancora devo realizzare il tutto.

«Dopo questa importantissima vittoria, un po’ la mia vita è cambiata. Adesso ci sono così tante persone che vogliono un po’ di più di me ed è semplicemente… carino. Ma a parte questo il mio quotidiano non è cambiato molto». 

Tobias dovrà pure realizzare, ma intanto nel suo spazio tecnico, nell’immenso magazzino dei meccanici spunta il segno dell’iride sulle sue bici da crono. In particolare l’occhio ci va su una forcella profilata tutta bianca con l’arcobaleno.

Il norvegese è campione del mondo a crono. Sul suo “carrello tecnico” ecco una forcella aero con i colori dell’iride
Il norvegese è campione del mondo a crono. Sul suo “carrello tecnico” ecco una forcella aero con i colori dell’iride

Pianeta crono 

In Jumbo-Visma però non si siedono sugli allori. Si godono il momento positivo, i tanti e importanti successi ma vanno avanti. 

«Penso che in squadra – prosegue Foss – abbiamo trovato una bella chiave di lettura nello sviluppo dei materiali e delle preparazioni. Quindi continuiamo a lavorare in questo modo. Di certo da parte mia, avendo questa maglia sulle spalle, passerò più tempo sulla bici da crono.

«Non ne sono ancora sicuro, ma dovrebbero fare il manichino per la galleria del vento anche per me. Sarà interessante vedere come testeranno i materiali e vedere come potrà essere migliorata la mia posizione in bici».

Foss entra di diritto tra i giganti della crono. La specialità contro il tempo sta vivendo un’era quantomai ricca di grandi interpreti. Kung, Bissegger, Evenepoel, Ganna, Dennis, Van Aert

«Sono tutti molto forti. Se dovessi scegliere una qualità da ognuno di loro? Direi – ci pensa un po’ – la posizione di Bissegger. Da quel che vedo penso sia molto veloce. E poi credo la potenza di Ganna… ma anche di Affini. Loro ne “buttano fuori” tanta di potenza.

«Io credo di essere nel mezzo. Ho un buon mix tra posizione e potenza. Ho un buon motore».

Foss in azione in Australia, la posizione è buona ma si può migliorare. Pronto anche per lui il manichino per la galleria del vento?
Foss in azione in Australia, la posizione è buona ma si può migliorare. Pronto anche per lui il manichino per la galleria del vento?

Norvegia e sport

Se c’è una cosa che non manca a questo ragazzo è il suo entusiasmo. Il sorriso va da orecchio ad orecchio. E davvero ci sembra colpito del suo successo iridato. Colpito, ma anche determinato a dargli un seguito. Tobias Foss non vuole assolutamente essere una meteora.

La cosa che ci si chiede è che la Norvegia continua a sfornare talenti. Foss ha vinto l’Avenir nel 2019. La scorsa estate è stata la volta del suo connazionale Tobias Johannessen. E non vanno dimenticati i vari Kristoff, Eiking, Boasson Hagen e prima ancora Thor Hushovd campione mondiale su strada e anche a crono tra gli U23. Per la serie: “in Norvegia curiamo tutto”. E quei pochi che ci sono sono tutti validi.

«E’ vero è così, ma sinceramente non so spiegarmelo. Quello che posso dire è che in Norvegia in generale lo sport è una cosa importante. Molte persone praticano sport e poi penso anche che abbiamo la mentalità che: se vuoi farlo, devi farlo al 100%».

Giro, che passione

Dicevamo dell’eredita di Roglic e Vingegaard. Foss può fare bene nei grandi Giri. Questo atleta, ricordiamo, ha vinto il Tour de l’Avenir nel 2019 e ha già preso parte tre volte al Giro d’Italia, arrivando nono nel 2021.

E’ dunque pronto a tornare in Italia? E a farlo con determinate velleità di classifica visto che ci sono ben tre cronometro individuali?

«E’ possibile che io sia al Giro – ammette Foss – ma è tutto da vedere. Lo vedremo nei prossimo giorni al ritiro in Spagna. Non so quale grande Giro farò e per me ognuno dei tre andrà benissimo. In Italia ci sono stato già tre volte e il mio amore per il Giro è grande. C’è una bellissima atmosfera, un grande pubblico e quindi mi piacerebbe davvero tornarci, tanto più con il percorso di quest’anno».

Baroncini e il ciclocross: amore a prima vista

02.12.2022
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Filippo Baroncini è tornato in corsa, questa volta però non su strade asfaltate ma su percorsi infangati (foto di apertura gs_ph.oto). Il corridore della Trek Segafredo, infatti, nel weekend ha corso al Memorial Amedeo Severini. Un’esperienza diversa per lui che, dopo un lungo stop causato dalla frattura di clavicola e polso, torna a mettere il numero sulla schiena. 

«E’ stato un inverno un po’ così – racconta Baroncini appena alzata la cornetta – non ho praticamente fatto vacanze. Un po’ dopo l’infortunio mi era andata via la voglia. I primi giorni della pausa li ho passati dal fisioterapista a recuperare. Ora mi sto allenando molto e sono volenteroso di ripartire».

La stagione su strada di Baroncini si è interrotta ad agosto, per lui una lunga pausa dalle corse
La stagione su strada di Baroncini si è interrotta ad agosto, per lui una lunga pausa dalle corse

La “pazza” idea

Così in questo inverno di poca pausa e tanto recupero il corridore di Massa Lombarda ha deciso di fare una nuova esperienza. 

«Ho buttato lì l’idea alla squadra – ci dice – più che altro per avere un po’ di motivazione e per sfogarmi, dopo il secondo infortunio in stagione ne avevo bisogno. Loro hanno risposto che sarebbe stata un’ottima idea. Sono sempre stato incuriosito da questo mondo, è una disciplina che tanti corridori forti praticano e così ho pensato “magari qualche riscontro positivo lo trovo pure io”. Serviva per avere un po’ di gamba e di ritmo gara, perché la mia stagione ripartirà molto presto: dall’Australia. Poi sono tornato ad attaccare il numero sulla schiena, e devo dire che è sempre una bella esperienza. Pensate che il mio team di supporto erano mio papà e la mia fidanzata».

Ad un certo punto l’idea: ripartire dal ciclocross, per fare un po’ di fatica (gs_ph.oto)
Ad un certo punto l’idea: ripartire dal ciclocross, per fare un po’ di fatica (gs_ph.oto)

Una bella esperienza

Baroncini non ci ha messo molto a trovare la voglia di lanciarsi in questa nuova disciplina, è bastato poco: un po’ di fango, delle ruote grasse e tanta voglia di sperimentare. 

«Volevo divertirmi – riprende – e così è stato, ed è arrivato anche un bel risultato (terzo posto finale nella categoria open uomini, ndr). Si tratta di un bel modo di fare ritmo gara anche se non ad alte velocità, alla fine è stata un’ora intensa con una frequenza cardiaca molto alta, dove si stimola la soglia. In inverno è difficile mantenere dei ritmi alti in allenamento su strada a causa del freddo che abbassa la frequenza cardiaca».

In questa sua avventura lo hanno accompagnato il padre e la fidanzata (gs_ph.oto)
In questa sua avventura lo hanno accompagnato il padre e la fidanzata (gs_ph.oto)

Tecnica fai da te

Come anticipato dallo stesso Filippo, la sua squadra a supporto erano il padre a la fidanzata, nessun meccanico o tecnico al seguito. Allora viene da chiedersi come abbia fatto a prepararsi per questa sfida. 

«Ho usato la stessa bici del team Trek Baloise, la nostra squadra di ciclocross – continua nel racconto Baroncini – come telaio è molto simile all’Emonda. Il manubrio è un po’ più alto, per mantenere una guidabilità migliore e decisa. Nel cercare la posizione giusta sulla sella ho cercato di mantenermi il più vicino possibile a quella che uso su strada. Non ho avuto molto tempo per provarla, ma me la sono cavata bene, anche se devo dire che il livello non era altissimo. Però direi che mi è venuta voglia di riprovare in futuro, anche perché il risultato sicuramente mi ha dato motivazione, se mi avessero doppiato magari avrei desistito (dice ridendo, ndr)».

L’atmosfera del ciclocross lo ha stregato, in futuro potrebbe correre di nuovo (gs_ph.oto)
L’atmosfera del ciclocross lo ha stregato, in futuro potrebbe correre di nuovo (gs_ph.oto)

Qualche difficoltà

L’esperienza di Filippo è andata bene, ma qualcosa da registrare ci sarà per forza. Come il ritmo gara o qualche scelta tecnica. 

«La gara mi è volata – spiega – avrei quasi fatto un’altra ora di corsa probabilmente. Anche se sono andato a tutta dall’inizio alla fine, questo vuol dire che gli allenamenti fatti finora stanno dando i loro frutti. Ho preso la mano solo negli ultimi giri. Non sono riuscito a restare con i primi solo perché ci sono state un po’ di cadute all’inizio che mi hanno fatto perdere le ruote. Le difficoltà maggiori le ho avute nei tratti di contropendenza, quando dovevo salire e scendere dalla bici. Non sono molto rapido a trovare subito i pedali ed agganciarli e più di qualche volta ho perso dei secondi preziosi. 

«Un’altra difficoltà è stata nella scelta degli pneumatici. Appena visto il percorso ho pensato di mettere quelli più tassellati, però man mano che passavano i giri mi accorgevo che non sollevavo fango. Dopo la gara, dei ragazzi mi hanno detto che avevo proprio sbagliato scelta, infatti pattinavo molto sulle curve, non avevo presa. La pressione dei copertoni l’ho azzeccata invece, è già un primo passo. Dal punto di vista della guida è una disciplina molto utile e divertente, impari a muovere la bici in condizioni critiche. Io avevo già un po’ di esperienza dalla mtb, quindi non ero proprio un neofita».

Per Baroncini qualche difficoltà nella scelta dei copertoni giusti, ma la pressione è ok (gs_ph.oto)
Per Baroncini qualche difficoltà nella scelta dei copertoni giusti, ma la pressione è ok (gs_ph.oto)

Il tifo

Il ciclocross è tecnica, sentieri sterrati ma anche tanta gente e un ambiente caloroso, come si è trovato il corridore della Trek in questo nuovo ambiente?

«C’era un gran pubblico – conclude – con tanta gente sempre contenta e che faceva un gran chiasso. Sono tutti molto socievoli, ad un certo punto ho avuto anche un incidente meccanico (si è rotta la catena, ndr) e mi sono messo a correre con la gente che mi parlava e mi incitava. In più tra la fine della corsa e le premiazioni, c’è stato anche un rinfresco e si sono creati tanti gruppi. Domenica, mi sono iscritto alla gara che ci sarà a Vittorio Veneto, se il tempo non sarà troppo brutto parteciperò. E’ un’internazionale, quindi ci sarà un livello più alto. Insomma, mi sono proprio appassionato. Una cosa è certa: se avessi scoperto il ciclocross prima lo avrei praticato sicuramente di più».