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Eppure Baroncini ha vinto il mondiale U23 senza una WorldTour

27.09.2022
5 min
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Come ci ha detto anche Marino Amadori: non è facile competere a livello mondiale e di nazionale contro chi fa attività nel WorldTour. E lo stesso Amadori ha aggiunto che lo scorso anno ha vinto sì, ma perché Baroncini è un talento e riuscirono a programmare bene l’avvicinamento.

Sostanzialmente abbiamo posto questo tema anche a Filippo Baroncini, che tra l’altro in questi giorni è pronto a tornare in bici dopo la doppia frattura (clavicola e polso) di fine agosto.

Nel 2021 a Leuven ci deliziò con un’azione spettacolare, mix tra potenza e acume tattico. E anche quello scatto alla vigilia fu esemplare. Fece le prove di quel che poi realizzò alla lettera in corsa. Gestì la pressione da veterano. All’epoca correva nella Colpack-Ballan (team continental), non era ancora nelle fila della Trek-Segafredo (team WorldTour) e non fece gare da stagista.

Sia dopo il Giro U23 che dopo l’Avenir Baroncini è andato in altura (foto Instagram)
Sia dopo il Giro U23 che dopo l’Avenir Baroncini è andato in altura (foto Instagram)
Filippo, quanto è importante fare attività WorldTour in ottica di gare internazionali per un under 23? E quanto ha inciso la Vuelta per Fedorov?

E’ fondamentale fare una stagione nel WorldTour, ma poi credo anche dipenda molto dalla persona. Magari nessuno si aspettava la vittoria di un kazako. Se Vacek avesse fatto un’intera stagione come Fedorov non avrebbe fatto secondo. Si è visto proprio che nel finale non aveva gamba. Che era più stanco.

Non se lo aspettavano ma ha vinto…

Il concetto è proprio quello. Ha sorpreso tutti. E’ uscito alla grande dalla Vuelta. Poi se l’è anche giocata bene uscendo in anticipo, mentre altri, vedi Kooij (della Jumbo Visma, ndr), sono stati troppo a ruota. L’olandese ha corso tanto, ma non credo abbia fatto un grande Giro. Perché è quello che ti dà una marcia in più. Anche io lo scorso anno avevo fatto delle corse a tappe. E l’Avenir era stato la mia Vuelta prima del mondiale.

Ecco, parliamo del tuo cammino iridato dello scorso anno. Qual era il programma senza un grande Giro ma con attività da U23?

Partiamo dal presupposto che mi ero focalizzato molto sul mondiale. Ero tornato nuovamente a Livigno prima dell’Avenir e sapevo che in Francia non avrei avuto una super gamba, altrimenti una tappa sarei riuscito a portarla a casa. Ho sfruttato la corsa per prepararmi e crescere al meglio. Ho rinunciato al risultato in quel momento per avere una marcia in più dopo. Ed è quello che ha fatto Fedorov.

Una delle poche foto di Baroncini in maglia iridata, conquistata in una continental dalla vocazione U23, il Team Colpack (foto Instagram)
Una delle poche foto di Baroncini in maglia iridata, conquistata in una continental dalla vocazione U23, il Team Colpack (foto Instagram)
E nella finestra tra Avenir e mondiale?

Dopo l’Avenir siamo andati diretti al Sestriere e lì nella prima settimana ho fatto completamente scarico. Nella prima settimana sarò uscito due volte. Nella seconda ho fatto qualche lavoretto di attivazione. Mai uscite troppo lunghe, ma mirate. In 15 giorni – ride Baroncini – feci solo due distanze.

Perché ridi?

Perché ricordo che Amadori era preoccupato. Mi chiedeva: «Allora, oggi che fai?». E io: «Riposo». Il giorno dopo: «Oggi esci?». E io: «No, riposo…». Mi vergognavo quasi ogni volta a rispondergli così, ma alla fine è stata una carta vincente. Il recupero ha lo stesso peso di alimentazione e allenamento.

Dopo il Sestriere?

Sono andato al Giro del Friuli (tre tappe, ndr) e poi a casa dove ho fatto qualità. Dietro motore, tanta bici da crono: dopo tanta altura serve. In più avevo scelto un percorso con caratteristiche simili al mondiale con salite non troppo lunghe e strappi per abituarmi al ritmo. E poi sono andato agli europei.

E a Trento facesti secondo: come andò la gamba?

Nella gara a crono non avevo carburato ancora al massimo. Le cose sono cambiate dopo la prova in linea. E anche in quella all’inizio ero preoccupato, sentivo che non avevo il ritmo dei migliori, anche in ricognizione. Non avevo idea di quel che poteva fare Ayuso e di quel che potevo fare io. Poi invece è andata bene e lì mi sono tranquillizzato. Ho capito che mi ero sbloccato, che potevo vincere il mondiale… E per fortuna che ho fatto secondo, così a Leuven avevo della rabbia in più!

Baroncini in azzurro davanti a Moscon nella Coppa Sabatini. Alternare gare U23 con quelle dei pro’ è il mix ideale per crescere
Baroncini in azzurro davanti a Moscon nella Coppa Sabatini. Alternare gare U23 con quelle dei pro’ è il mix ideale per crescere
Restiamo sul tema della preparazione. Tra l’europeo e il mondiale cosa hai fatto?

Corsi alla Sabatini con la nazionale dei pro’. Fu il test finale una decina di giorni prima della gara iridata. A quel punto ero davvero pronto. Ricordo che c’era Cassani e la sera nella riunione Davide davanti a tutti quei campioni disse che si puntava anche su di me. E io tra me e me pensavo: “Ma che dice questo?”. Invece poi in corsa ebbi sensazioni ottime e Cassani aveva ragione. Feci quarto. La responsabilità però un po’ la sentivo.

E ai fini della responsabilità, l’esperienza della Sabatini ti ha aiutato per Leuven? Prendere in mano la squadra, essere un leader…

Sicuramente. Mi ha fatto sentire più uomo, più consapevole dei miei mezzi e anche più tranquillo.

Insomma Filippo, anche con un’attività ben ponderata tra gli “under 23 moderni”, cioè con gare importanti e qualche puntatina con i pro’, pensi si possa ancora vincere un mondiale?

Io penso si possa vincere ancora. Certo però che se si fanno solo solo corse in Italia, solo corse di un giorno tra gli under 23 allora no, non va bene.