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Solo 7″. All’Avenir Johannessen batte Rodriguez (e Lemond)

22.08.2021
7 min
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Neanche il migliore degli sceneggiatori avrebbe potuto scrivere un finale così. Un finale thriller. Nella sua tappa regina, l’ultima, il Tour de l’Avenir ha regalato emozioni da mordersi le unghie. Vi diciamo che solo che Tobias Johannessen e Carlos Rodriguez hanno battuto persino Lemond e Fignon.

Eh sì, perché questo Avenir è finito con un distacco inferiore ai famosi 8” che separarono l’americano dal francese in quel Tour del 1989. Tra il norvegese e lo spagnolo i secondi sono stati 7”. Ma stavolta tutto è stato più incerto e non solo per quel secondo in meno. Quel giorno a Parigi c’era il cronometro in diretta a parlare, qui non è stato così.

La quiete prima della tempesta 

Si parte presto a La Toussuire. Gli azzurri escono dall’hotel poco dopo le 8. L’obiettivo, poi centrato, è di mandarne in fuga almeno un paio, così che Filippo Zana possa avere dei compagni sull’Iseran o magari anche dopo.

La maglia gialla è tranquilla. Carlos Rodriguez è concentrato. Con una lentezza estenuante mette il numero sulla sua maglia a pois. I colombiani scalpitano: i 2.770 metri dell’Iseran li fanno sentire a casa. E’ la quiete prima della tempesta. Quando si abbassa la bandierina la classifica recita: Tobias Johannessen primo, Carlos Rodriguez a 2’18” e Filippo Zana a 2’24”.

Il colpo inatteso

Sul Iseran è proprio la Colombia a menare. Però scattano Arrieta e Garofoli. Poco dopo ecco Rodriguez. Vorrà suggellare la maglia a pois, tutti pensano. Invece, al Gpm lo spagnolo tira dritto e si butta come un falco sulla Val d’Isere. Dietro è lo scompiglio. La maglia gialla è sola. Il fratello Anders è dietro. Zana non c’è. «Dopo i 2.500 metri di quota ho un po’ pagato», ammetterà a fine corsa. Garofoli si ferma in cima ad attenderlo e lo riporta dentro. E la stessa cosa fa più tardi Anders per aiutare il fratello in giallo. 

Nervi saldi per Tobias che vedeva a forte rischio la sua maglia verso il Piccolo
Nervi saldi per Tobias che vedeva a forte rischio la sua maglia verso il Piccolo

Johannessen freddezza da campione

Inizia la scalata finale del Piccolo San Bernardo: Rodriguez in testa e 12 uomini a seguire. Anders tira a più non posso ma quando inizia il tratto duro si sposta. Passa tutto nelle mani, nelle gambe e nella testa di Tobias. Che infatti appena resta solo tocca qualcosa sul computerino. Dovrà gestirsi e intanto il vantaggio dello spagnolo inizia a farsi pericoloso. E manca tanto, troppo.

«Ho cercato di restare tranquillo – ha detto Johannessen – Ma la scalata finale è stata folle. Il ragazzo spagnolo è stato super forte. Speravo si stancasse un po’ dopo la discesa da solo, ma ha fatto un qualcosa di grande. Ho cercato di prendere il mio passo, di andare per la mia strada. Fino ai 10 chilometri sono rimasto nella mia “comfort zone”, ma poi ho spinto e lui continuava a guadagnare sempre un po’. Ho pensato che potevo perdere tutto. Negli ultimi cinque chilometri avevo perso la mia “extra power”per seguire Zana e ho solo spinto più che potevo. Dopo l’arrivo non sapevo ancora come fosse andata».

Rodriguez ha gestito in modo magistrale la scalata finale. La sua pedalata? Potente e non troppo agile
Rodriguez ha gestito in modo magistrale la scalata finale. La sua pedalata? Potente e non troppo agile

Che duello…

Lo avevamo scritto in questi giorni: la tappa finale è diversa dalle precedenti. Le certezze dei giorni prima potevano essere vanificate in un lampo. Ed è su questo che hanno puntato gli spagnoli. 

«L’azione di Rodgriguez è stata programmata questa mattina – ci dicono i massaggiatori iberici mentre si mangiano le unghie sull’arrivo – il nostro cuore ora batte forte».

A un chilometro dall’arrivo Johannessen e Rodriguez erano alla pari. Ma un conto sono i distacchi del Gps e un conto quelli reali. Lo spagnolo taglia il traguardo. I massaggiatori lo accolgono, lo coccolano, ma restano in trepidante attesa. Sfilano Zana e Steinhauser che nel frattempo hanno staccato il vichingo. Passano i secondi. Nel rettilineo finale Tobias richiama ogni singola goccia di energia e quando taglia il traguardo anche lui non sa come è andata.

La grande attesa

Ed è qui che va in scena il momento più bello di tutto il Tour de l’Avenir. La gara è finita, ma ancora non si sa chi è il vincitore.

Sulle transenne a sinistra, lo spagnolo. Su quelle a destra il norvegese. I due corridori e rispettivi staff sono in religioso silenzio. Si sente solo il fiatone dei due corridori e qualche bisbiglìo di conforto. Gli sguardi cercano risposte nell’infinito. Passano i minuti. Tutto tace. Anche noi facciamo di qua e di là. Poi all’improvviso la risposta arriva. La porta un ragazzo dell’organizzazione che si dirige verso Tobias. E’ il momento della verità. «Sette secondi, hai vinto tu». E scoppia la gioia. Adesso finalmente può lanciare un urlo al cielo. Un urlo potente, da vero vichingo

«E’ la mia vittoria più importante – dice il norvegese – sono super contento. Voglio ringraziare la squadra, mio fratello… tutti loro mi hanno aiutato sin dalla prima tappa. E adesso? Adesso vediamo cosa fare al campionato europeo. Poi c’è il mondiale che si corre in Belgio, dove ci sono corse che mi piacciono, e magari troverò un team WorldTour per il prossimo anno, insieme a mio fratello».

Onore a Rodriguez

Se da una parte regna la gioia, dall’altra non è così. Rodriguez ha già le caratteristiche British della Ineos: serio, composto (anche nella pedalata), pacato. Solo la sua espressione lo tradisce (e ci mancherebbe). La maglia a pois e la vittoria di tappa non bastano. Voleva l’impresa totale e per poco non ci è riuscito.

«Sono contento, ho fatto un ottimo Avenir, ma è chiaro che torno a casa con un po’ di rabbia». E tanto per non fargliene mancare dell’altra, gli chiediamo se forse non era meglio risparmiare le energie e scattare solo sull’ultima salita visto che è stato nettamente il più forte.

«Io volevo vincere la generale – risponde lo spagnolo – ho pensato di attaccare a poco più di un chilometro dalla vetta dell’Iseran, per far faticare anche gli altri e magari isolare la magia gialla. Ho sfruttato il lavoro fatto dalla Colombia. E così ho raggiunto Arrieta (e Garofoli, ndr). In discesa Arrieta era vicino, ma non chiudeva, e così ho deciso di fare una cronometro fino alla fine. Se avessi attaccato nel finale avrei potuto vincere la tappa, ma non credo la generale. Serviva molto spazio per riuscire a fare un grande distacco». Una risposta da vero campione, da uno che non si accontenta di fare secondo, neanche se è al secondo anno tra gli U23.