Settimana tipo di Conforti, lo junior che diventa pro’

02.12.2022
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Parliamo spesso della settimana tipo dei corridori più navigati, ma quella dei ragazzi com’è? Si dice che gli juniores oggi già facciano una vita da professionisti, ebbene ci sembrava curioso sapere come se la cavano alla loro età. Come gestiscono le giornate. A farci da “modello” è Lorenzo Conforti della Work Service Speedy Bike.

Il giovane corridore di Matteo Berti, passerà professionista con la Bardiani Csf Faizanè ed è già più che mentalizzato sulla sua vita da atleta. Ecco come vive questa fase pre-stagionale. E’ seguito da SVV Cycling Project di Giovanni Visconti, che gradualmente lo sta accompagnando in questo ingresso nel professionismo.

Conforti (classe 2004) è stato azzurro due volte in questa stagione: alla Roubaix e agli europei in Portogallo
Conforti (classe 2004) è stato azzurro due volte in questa stagione: alla Roubaix e agli europei in Portogallo
Lorenzo, come per tutti i corridori coinvolti nella “settimana tipo”, partiamo dalla sveglia. A che ora ti alzi?

Verso le 8, adesso che non vado più a scuola. Da quest’anno voglio concentrarmi h24 sulla bici.

E prima quando andavi a scuola come ti barcamenavi fra studio e bici?

Mi svegliavo alle 6 e alle 6,45 prendevo il treno che mi portava verso Pescia, dove frequentavo l’Itis Marchi. Studiavo elettronica. Uscivo alle 13 o alle 14. Poi tornavo a casa mi cambiavo e partivo in bici. Mangiavo a scuola.

Mangiavi a scuola?

Sì, avevo la fortuna che la ricreazione era verso le 12, così ne approfittavo per mangiare quel piatto di pasta o di riso che mi portavo da casa. D’inverno soprattutto, in questo modo riuscivo ad ottimizzare le poche ore di luce.

Come mai hai lasciato la scuola?

Lo scorso anno ho perso moltissime lezioni a causa della bici, ma anche del Covid. Ero davvero a rischio. Avendo raccolto pochi punti al primo anno da juniores non ho potuto accedere alla formula di studente-atleta, in quel modo non ci sarebbero stati problemi con le assenze e anche con i compiti avrei ricevuto un occhio di riguardo. Quindi non ce l’avrei fatta. Così ho deciso di puntare tutto sulla bici. In ogni caso il diploma lo voglio prendere. Lo farò da privato, ma poiché vorrei pagarmi gli studi da solo, visto che in teoria avrei l’opportunità di andare a scuola e non mi sembra giusto nei confronti dei miei genitori, aspetto febbraio per iniziare, quando avrò uno stipendio. 

Torniamo alla tua vita atleta, quella di un giovane. Ripartiamo dalla sveglia…

Mi alzo alle 8 e subito mi peso. La squadra ci ha fornito una bilancia e almeno tre volte a settimana dobbiamo comunicare il peso. 

Viste le sue caratteristiche di corridore potente e visto che è chiamato ad un grande salto di categoria, Conforti sta facendo molta palestra
Viste le sue caratteristiche di corridore potente e visto che è chiamato ad un grande salto di categoria, Conforti sta facendo molta palestra
A che ora esci in bici?

In questo periodo verso le 9,30 o le 10. Dipende anche da quello che devo fare. Aspetto le ore meno fredde. Poi sempre in questa fase sto facendo tre giorni di bici e tre di palestra. Uno, infine, è di riposo. In palestra ci vado il pomeriggio, subito dopo pranzo quando c’è meno gente e si può lavorare meglio.

Quindi come ripartisci gli allenamenti?

Lunedì, mercoledì e venerdì palestra. Martedì, giovedì e domenica bici. Ma il sabato se ne ho voglia un’oretta di bici me la faccio lo stesso.

In palestra cosa fai?

Ci sto almeno un paio di ore tra riscaldamento e tutto il resto. Dopo i macchinari, che faccio per le gambe ma anche un po’ anche per la parte alta (non troppo perché tendo a mettere massa), curo molto la parte del core. Sto molto attento agli addominali e alla schiena con dei circuiti che prevedono 40” di esercizio e 20” di recupero.

E in bici?

Per ora faccio uscite regolari. Il lunedì due ore, due ore e mezza. Il mercoledì tre ore e la domenica anche quattro ore.

Lorenzo, di fatto passi da juniores a pro’: come ti stai regolando con i rapporti? Non hai più il limite del 52×14…

Ho già la bici nuova e i rapporti liberi. Ma se devo essere sincero per ora grosse differenze non le sento per il semplice fatto che non sto facendo lavori specifici. Avere il 14 o l’11 non mi cambia nulla. Però ogni tanto li ho provati… sono parecchio duri! 

Anche per questo fai così tanta palestra?

Esatto. Per spingere quei rapporti serve una buona base di forza e non farla è l’errore in cui incappano molti ragazzi. 

Non essendo un amante del pane, Lorenzo ricorre spesso al Wasa integrale
Non essendo un amante del pane, Lorenzo ricorre spesso al Wasa integrale
Dopo gli allenamenti come passi il pomeriggio?

Aiuto un po’ la mia sorellina di sei anni a fare i compiti, oppure esco con i miei fratelli maggiori. Anche loro correvano in bici.

Passiamo alla parte alimentare. Ti hanno dato delle diete da seguire?

Con i preparatori mi sono sentito, ma fino a due mesi fa ero pur sempre uno junior e non ho stravolto le mie abitudini. Non sono passato dal ragazzo che “mangiava anche il tavolino” a fare la vita da corridore al 100%. Un paio di chili li ho presi, anche perché per un infortunio ho finito prima la stagione e sono stato fermo più a lungo. In ritiro con la Bardiani ci hanno fatto la plicometria e mi hanno detto che dovrò perderli, ma con tutta la calma del caso. Insomma non seguo nessuna dieta, ma ci sto un po’ attento. Per esempio cerco di limitare la pasta e il pane.

A colazione cosa mangi?

Vario molto. Di solito prodotti tipo yogurt proteici con cereali e avena. Altrimenti dei “Wasa” con marmellata o miele. Oppure latte con proteine… Dipende anche da cosa ho voglia, da cosa ho mangiato la sera prima e da cosa devo fare. Se magari mi aspettano quattro ore di sella mangio anche una frittata o dell’affettato. Quindi prendo un caffè e una spremuta d’arancio. In questo periodo, e fino a che ce ne sono, prendo sempre le arance. Fanno bene.

In bici mangi?

Sì, mi hanno insegnato che serve. Se faccio un’ora e mezza-due porto con me una banana. Se devo fare di più porto una barretta e anche un gel. Meglio evitare le crisi di fame. Non fanno bene e poi ho notato che se devo fare dei lavori è molto meglio. E hai anche più voglia di allenarti.

Le proteine solubili sono ideali per l’allenamento e anche come spuntino serale (ma nel latte)
Le proteine solubili sono ideali per l’allenamento e anche come spuntino serale (ma nel latte)
A pranzo?

Dipende anche da quanto ho fatto, ma comunque pasta o riso. Se ho fatto poco prediligo i secondi. Poi delle uova o della bresaola. Mentre non manca mai la verdura. Anzi, certe volte se ho fatto poco faccio dei grandi piatti d’insalata in cui metto dentro tutto: un piatto unico. Dopo pranzo mi riposo sempre un po’. Passo almeno un’ora sul letto, preferibilmente senza telefono. Anche se non dormo fa bene per il recupero.

Fai merenda?

E’ il momento più difficile, specie se si è a casa si ha voglia di mangiare. Quando esco dalla palestra con uno shake di proteine arrivo fino a cena, altrimenti mi preparo dei pancake proteici con un filo di marmellata.

A cena?

Vado di secondi. Una volta a settimana la carne rossa, due volte quella bianca e nel mezzo alterno uova e pesce. Ci accompagno sempre delle verdure. Mentre faccio poco uso di pane: non sono un amante e quando lo prendo il più delle volte è integrale.

E il dolcetto dopo cena è un must per te?

Prima sì, fino a che ero junior del peso mi importava il giusto. Ora invece ci sto più attento. Però i preparatori mi hanno detto che un bicchiere di latte con 10 grammi di proteine possono andare bene.

Nacer Bouhanni e la voglia matta di vincere subito

02.12.2022
4 min
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La stagione alle ortiche per colpa di una brutta caduta, ma Nacer Bouhanni ha la voglia e la determinazione di essere protagonista fin dalle prime battute del 2023.

La palestra, la boxe e qualche uscita tranquilla per fare agilità ed assimilare i carichi di lavoro con i pesi. Tra poco più di dieci giorni, in occasione del primo ritiro si inizia a fare sul serio, senza sconti e con la massima determinazione. Un Bouhanni determinato come non mai, che abbiamo incontrato a Treviglio nella sede di Bianchi.

Nacer Bouhanni nella sede Bianchi di Treviglio
Nacer Bouhanni nella sede Bianchi di Treviglio
Hai già il programma definitivo delle gare?

Un programma di massima lo abbiamo stilato, in base alle preferenze personali e ad alcune esigenze del team, ma quello definitivo lo decideremo al primo ritiro ufficiale, con tutti i corridori e lo staff al completo.

Hai già degli obiettivi sui quali puntare?

Di sicuro dimenticare il 2022 e per farlo nel migliore dei modi vorrei vincere da subito. Lo devo a me stesso e anche alla squadra. Ho preso una bella botta, in un momento in cui mi sentivo bene ed ero motivato.

Però sei tonico, in forma e concentrato. Come ti stai allenando?

Sto facendo boxe, come al solito nel periodo invernale, la mia passione. E poi faccio dei lavori in palestra a casa e neuromuscolari, sempre a casa, senza stress eccessivo e senza esagerazioni. Per me in questa fase è importante mantenere un buon feeling con l’attività fisica, limitando gli sforzi e l’impegno con la testa.

La caduta nella 2ª tappa al Presidential Tour of Turkey of stata provocata da un pedone (foto Instagram)
La caduta nella 2ª tappa al Presidential Tour of Turkey of stata provocata da un pedone (foto Instagram)
Dopo l’incidente hai qualche problema fisico?

Stò attento a quello che faccio, ma il fisico ha risposto bene e sono ok. Anche l’aumento progressivo dei carichi non mi crea problemi, la strada è quella giusta. Sulla bicicletta non ho problemi, ma è vero che le uscite sono ancora leggere.

Da dove arriva la passione per la boxe?

Ho praticato la disciplina da bambino e la passione è rimasta. Mi piace, mi fa stare bene e mi aiuta a scaricare le tensioni.

Ti capita di praticarla nel corso della stagione agonistica?

Si, senza esagerare, ma nei momenti di recupero e lontano dalle gare, mi capita di combinare l’allenamento in bici con qualche seduta di boxe. Alcuni movimenti li ritengo propedeutici al ciclismo. Il mio fisico è ben stimolato e reagisce bene.

Nacer Bouhanni nella Clinica Bizet di Parigi in cui è stato operato (foto Instagram)
Nacer Bouhanni nella Clinica Bizet di Parigi in cui è stato operato (foto Instagram)
E competere sul ring?

No, mi sono limitato a fare qualche comparsata come sparring, più che altro per divertimento.

Pensando invece alla bici, ti appassiona il mezzo meccanico?

Mi piacciono il design, le forme e l’immagine che offre la bicicletta. Mi piace pensare che una bella bicicletta ti aiuta a performare meglio, ti fa stare bene e ti gratifica. Con una bicicletta brutta e che non è appagante, ho la sensazione di andare piano. Mi piace la bicicletta con le forme decise, che mostra i muscoli, mi piace la bicicletta aerodinamica.

Quanti chilometri fai in una stagione normale?

Sempre intorno ai 28.000, poco più, poco meno.

E quanti giorni via da casa?

Tra i 120 e 150, variabili, in base ai programmi e alla lunghezza dei ritiri con la squadra.

Bouhanni si è fermato più volte di fronte alla bici di Pantani ((Team Arke-Samsic/A.Lipke)
Bouhanni si è fermato più volte di fronte alla bici di Pantani ((Team Arke-Samsic/A.Lipke)
Sei un grande velocista, eppure ti sei fermato davanti alla bici di Pantani per diversi minuti. Come mai?

E’ il mio idolo, Marco Pantani è per me uno dei simboli del ciclismo. Essere qui in Bianchi e pedalare con il marchio di biciclette che ha usato Marco è un grande onore.

Quale bicicletta userà Nacer Bouhanni nel 2023?

La nuova Bianchi Oltre. Non ho avuto il modo di provarla, ad oggi e sono molto curioso di farlo. Amo le biciclette rigide e al primo impatto direi che è molto rigida.

Papà Zaina, mamma De Negri e il figlio Luca

02.12.2022
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«Non vi nascondo – dice Enrico Zaina mentre si parla di suo figlio Luca, nei giorni ancora freschi del dolore per la morte di Davide Rebellin – che con Nadia il pensiero va più volte alla pericolosità sulle strade. La decisione di aprire una Academy MTB è stata dettata anche da questo. Insegniamo ai nostri ragazzi l’educazione stradale, li aiutiamo ogni giorno ad imparare questo sport che non è solo salti e impennate!!! Sono giovani, spensierati e con la voglia di conquistare il mondo, ma basta una piccola distrazione da parte di tutti per far succedere l’irreparabile. Ho paura e tanta, ma la vita ti porta ad affrontare anche questo, anche se devo dire che nel nostro Bel Paese si è fatto poco anzi niente per la sicurezza dei ciclisti».

Oggi non parliamo di risultati o ambizioni. Raccontiamo la storia di un papà che con un post su Facebook ha dichiarato il suo amore verso un figlio che gli sta facendo rivivere le sensazioni dello sport, che ha vissuto sulla propria pelle insieme alla moglie e mamma. A condire il tutto con un pizzico di destino che sembra già scritto, c’è la squadra che accompagna Luca nella sua stagione di ciclocross, il Team Piton. Nonché la formazione guidata da Nicola Loda ex compagno di gruppo di Enrico. Un fil rouge che accompagna la nuova generazione e la lega romanticamente a quella che ha scritto qualche pagina di storia del ciclismo italiano. 

Figlio d’arte

Essere figli d’arte non è mai semplice. Enrico Zaina è stato un interprete del ciclismo degli anni ’90 e scudiero di Pantani nei suoi anni migliori. Suo figlio Luca è un allievo di 2° anno a cui sta iniziando a piacere il ciclismo con la sana grinta agonistica che gli scorre nelle vene, tramandata oltre che dal papà stradista, anche da mamma Nadia De Negri, campionessa della Mtb. 

Enrico, partiamo dal post su Facebook dove esprimi l’emozione nel vedere tuo figlio metterci voglia e passione in uno sport che conosci molto bene…

Chi ha vissuto come me e mia moglie il ciclismo capisce tutte le emozioni e percepisce tutti gli stati d’animo che si possono vivere dal punto di vista dell’atleta. E’ logorante seguire gli eventi sportivi per questo motivo. Moralmente e mentalmente viviamo quello che abbiamo rivissuto noi in quegli anni. 

Siete contenti che abbia scelto il ciclismo come sport pur conoscendone i sacrifici?

Mio figlio Michele, il primo, ha optato dopo due gare di ciclismo per il rugby. Luca invece ha trovato la sua dimensione o sta cercando di trovarla nel ciclismo. E’ fortunato. A differenza dei tempi miei e di mia moglie, salta un po’ tra la strada, la mountain bike e il ciclocross. Facendo così ci si diverte di più, pur facendo fatica. 

Chi lo ha messo in bici?

Devo dire che lui aveva iniziato a giocare a pallone. Dopo i primi sentori che ci fosse un ambiente così esasperato per questi bambini che avevano 6 o 7 anni, io e mia moglie ci siamo guardati e ci siamo detti: «Perché non apriamo una scuola di Mtb?». Da lì è partito tutto e di conseguenza ci è venuto dietro. Non l’abbiamo spinto, è stata una cosa naturale. Da piccolino era sempre in bicicletta dalla mattina alla sera. Prima con la bicicletta a spinta, poi con quella a pedali saltando il passaggio delle rotelle. Abbiamo intuito che probabilmente gli piaceva questo sport. Sentendo parlare in famiglia sempre di ciclismo logicamente si è appassionato. 

Ti piace vederlo così appassionato?

Adesso sento che ci crede. Al di là dei risultati. Per me è un piacere vederlo felice, sereno e impegnato. 

In che squadra corre Luca?

Con il Team Piton, è allenato da Nicola Loda. Ha trovato questa squadra che li prende in prestito per il periodo che praticano ciclocross e poi da febbraio tornano tutti nei loro team. 

Con Loda hai condiviso parte della tua carriera, com’è vedere tuo figlio allenato da lui?

Devo dire che con Nicola ha trovato la sua dimensione. Ha trovato in lui una persona che riesce a spronarlo. A dirla tutta, Nicola sull’aspetto emozionale e motivazionale riesce a prendere i tempi giusti, perché avendoli vissuti in prima persona sa di cosa si tratta. Questo è un aspetto che fa la differenza quando si devono aiutare i ragazzi moralmente e mentalmente in un’età delicata come questa. 

E a livello di prestazioni, come lo vedi?

Dal 30° posto della prima gara fino a qualche piazzamento più recente ha fatto un salto di qualità notevole. Ma l’aspetto che più abbiamo notato è che ha una grinta pazzesca che va oltre il risultato. Ha trovato la voglia di soffrire. Prima un inconveniente come un salto di catena lo demoralizzava e gli faceva buttare via la gara. Adesso invece gli può scendere la catena tre volte e riparte tre volte più cattivo di prima

Nicola Loda insieme a Luca Zaina in una prova di ciclocross
Nicola Loda insieme a Luca Zaina in una prova di ciclocross
Corre anche su strada?

E’ nato sulla Mtb, poi ha fatto una parentesi sulla strada dove però ha riscontrato il grande ostacolo di stare in gruppo. Nelle discipline fuoristrada dopo cinque minuti sei da solo o in fila a menare, in strada si hanno altri ritmi e dinamiche differenti. Da quel punto di vista ha sofferto un po’. Adesso con il ciclocross ha ritrovato quella voglia di battagliare. Mi ha già detto che qualche gara su strada la vuole fare. Nella mountain bike qualche piazzamento sul podio l’ha raccolto e si trova bene. 

Secondo Scotti mancano crossisti puri. Pensi che Luca possa scegliere di fare solo ciclocross?

Quando correvo io eravamo a senso unico mentalmente. Si guardava solo alla strada. Era talmente monotono, specialmente in giovane età, che ad un certo punto te la facevano quasi odiare la bicicletta. Devo dire che invece adesso la multidisciplina fa tanto. Oltre che il solito discorso rivolto al miglioramento della performance per me è un’arma in più per avvicinare sempre più ragazzi. Negli ultimi anni i campioni presi in prestito come Van der Poel, Van Aert o che arrivano da altri sport come Evenepoel o Roglic ne sono l’esempio. 

Che ciclismo vedi per la generazione di tuo figlio?

L’aspetto che ha cambiato il ciclismo negli ultimi anni, facendo riferimento ai nomi che ho citato prima, è quello delle prestazioni che si sono abbassate di categoria. Oggi gli allievi sono gli junior di qualche anno fa. Io vedo le medie che fa mio figlio e vedo anche le medie che fanno i primi tre a livello nazionale sono medie da junior. Sono ben lontane dalle prestazioni che facevamo io e Nicola quando eravamo giovani. Sono atleti di 14 e 15 anni. Il ragazzo che è nato a gennaio fa ancora differenza contro quello che è nato a dicembre. Da questo punto di vista è cambiato tanto spero solo che sappiamo quello che stiamo facendo. 

Nadia De Negri è stata una campionessa della Mtb
Nadia De Negri è stata una campionessa della Mtb
Torniamo al tuo post. Scrivi che ti commuovi ancora a vedere le gare di ciclismo in Tv…

Devo dire che quest’anno il Tour de France, dopo Pantani, l’azione che ha fatto la Jumbo Visma con quell’attacco, quel modo di correre, ha riacceso in me la speranza di vedere quel ciclismo che c’era prima della Sky. Abbiamo vissuto un campione come Froome che sinceramente aveva appiattito quello che era l’entusiasmo e la sregolatezza che Marco aveva di natura. Dal nulla partiva, faceva un attacco mitico e portava a casa una corsa a tappe.

Oggi invece?

Purtroppo è tutto molto organizzato e scientificamente studiato e il ciclismo ha perso quell’alone di improvvisazione che poteva fare la differenza tra un campione e l’altro. Devo dire che la Jumbo quest’anno al Tour ha fatto un grande spettacolo. Il ciclismo deve essere così. Non può passare solo dalla direzione dei tecnici in ammiraglia. Deve dare la possibilità di interpretazione a chi è in bicicletta. Sennò si parla non di ragazzi, ma di robot che non hanno personalità

Le nuove generazioni stanno uscendo ora. La generazione dei 2000 sembra di buone prospettive. Che idea ti sei fatto della situazione attuale in Italia?

Il problema è che tutto questo dovrebbe passare attraverso dei vivai. Perché purtroppo perdiamo degli atleti validi in giovane età, perché li stressiamo troppo, riprendendo il discorso delle categorie che si sono spostate più in basso. Questa situazione va a mettere più pressione in giovane età. Bisogna creare dei vivai seri, e qui la Federazione deve mettere sul tavolo un progetto valido e solido per gettare le basi per il futuro. Sennò si hanno grandi atleti che al momento del passaggio tra i pro’ li troviamo già appiattiti. Questo è quello che abbiamo vissuto in questi anni. A Nibali bisognerebbe fargli un monumento grande come una casa, perché fino a due anni fa speravamo ancora in lui. E questo sinceramente è uno specchio della situazione. Con gli altri creiamo finti campioni che poi risultano piatti. Non possiamo non ammetterlo. 

Gli attacchi di Pantani scrivevano un altro ciclismo: qui al Giro 1998, Zaina a ruota e Bartoli verso l’Argentario
Gli attacchi di Pantani scrivevano un altro ciclismo: qui al Giro 1998, Zaina a ruota e Bartoli verso l’Argentario
Non avete paura che l’esasperazione delle categorie giovanili tocchi anche vostro figlio?

Io e Nadia come genitori stiamo cerchiamo di salvaguardarlo sotto queso aspetto. Siamo due genitori scomodi perché siamo stati entrambi ad alti livelli. Siamo però noi i primi a frenarlo anche su certi aspetti della preparazione. Al giorno d’oggi però abbiamo capito che certi standard si sono alzati ed è giusto che si allinei e faccia quello che gli dice l’allenatore, seguendo tabelle e mettendosi il cardiofrequenzimetro. 

Cosa si può dire della tragedia di Davide Rebellin?

Davide oltre a un collega, era un amico. L’ho intravisto quest’anno alle Canarie ci siamo incrociati in bicicletta e salutati velocemente. Un ragazzo gentile, serio, bravo, troppo bravo. Un grande uomo di sport. Quando ho saputo della notizia mi sono sentito piccolo piccolo. E guardando Nadia, abbiamo pianto.

Kreuziger: la sicurezza stradale parte dal rispetto

02.12.2022
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Kreuziger ovviamente non poteva immaginare che la presentazione della sua iniziativa sulla sicurezza stradale – Dam Respekt, darò rispetto – sarebbe arrivata alla vigilia della morte di Rebellin, ma forse oggi più che mai l’impegno di tutti diventa cruciale. A Monaco domenica si stava bene e in giornate come quella fai fatica a pensare alle bruttezze della vita. Davide era uno del gruppo, con la sua maglia Work Service, mentre Roman vestito con la tenuta nera del Team Bahrain Victorious aveva appena illustrato il suo progetto e da lì eravamo partiti per raccontare il primo anno sull’ammiraglia.

«Abbiamo iniziato tre anni fa – raccontava Kreuziger – dopo quello che era successo in Italia con Michele. Mia moglie, un suo collega ed io. Abbiamo visto che sulle strade c’è mancanza di rispetto e così ci siamo messi a pensare cosa si potesse fare. Sono nati dei video, uno spot di pubblicità in televisione, in cui abbiamo messo gli autisti e i ciclisti. Perché alla fine tanta gente li divide e non vuole metterli nello stesso gruppo, però la strada è una e bisogna unirci e rispettarci. Quindi il nostro motto è che non dobbiamo amarci, però rispettarsi già sarebbe importante. Ognuno deve partire da se stesso e dare l’esempio, perché è facile lamentarsi che la colpa sia degli uni o degli altri, in realtà riguarda tutti».

Riguarda tutti: potrebbe essere il prossimo slogan…

I nostri comportamenti finiscono sugli altri, quindi ognuno deve partire da se stesso. Così abbiamo preparato tanti altri video contenuti nel nostro account Youtube e siamo in contatto con le autoscuole, che così cominciano a far crescere la cultura della gente. Abbiamo coinvolto la Polizia, l’Autoclub della Repubblica Ceca, abbiamo tanti ambasciatori di altri Sport, dal tennis al ciclismo, cantanti e artisti. Qui a Monaco c’ero stato l’ultima volta a gennaio per fare i video con Elia, con Jasper Stuyven, con Lizzie Deignan, Wout Poels, Valgren…

Come si va avanti?

L’idea è di portarlo più avanti e sperare di condividerlo con altri Paesi. E’ una strada molto lunga, perché se uno guarda le statistiche sui social media, sembra che ci sia la guerra assoluta. Però guardandole com’erano prima che il progetto partisse, la situazione sta migliorando e questo mi fa piacere. Ma sicuramente non possiamo accontentarci, c’è ancora tanto da fare…

Anche perché nel mezzo c’è il nuovo lavoro di direttore sportivo…

Mi considero fortunato. Ho deciso di smettere e sono entrato in un ambiente di gente che conosco da tanti anni. Mi hanno aiutato tanto, non è un lavoro semplice. Se l’anno scorso non sapevo cosa affrontare, dopo un anno ho capito quanto lavoro c’è per far correre una squadra. Da corridore è molto più semplice. Ti alleni le tue 4-5 ore invece qui sei operativo 7-24 e devi pensare a mille cose. Da corridore non capivi che cosa avessero i direttori da essere stanchi. Adesso è chiarissimo, però penso anche che sono entrato bene e sono contento di continuare a farlo.

Ti ispiri a qualche direttore del passato?

Io penso che ognuno ha il suo carattere e non si può copiare qualcun altro. Però a me è sempre piaciuto Bjarne Riis, come lavorava coi corridori, il feeling che aveva con loro e con il personale. Secondo me, quando credono in un direttore, si fa la differenza, perché non dubitano di quello che gli proponi.

Fra i testimonial riportati nel sito di Dam Respekt, Peter Sagan occupa un posto di rilievo
Fra i testimonial riportati nel sito di Dam Respekt, Sagan occupa un posto di rilievo
Secondo te essere sceso di bici da un anno è un vantaggio nel parlare con i corridori?

Sì, sicuramente c’è un muro più piccolo. Anche se i corridori dopo un po’ capiscono che sei dalla parte del management, quindi accettano che sei direttore e non puoi concedergli sempre tutto, sicuramente ti sentono ancora vicino. Da noi adesso siamo in due ad essere appena scesi da bici. Vedi le cose in modo diverso, vieni da diverse squadre e anche se al Bahrain c’è una bella struttura, puoi sempre aggiungere qualcosa. Quindi aver smesso da poco è sicuramente un vantaggio.

Da direttore sono più belle le classiche o i Giri?

A me piacciono sempre i grandi Giri, però negli ultimi anni preferivo le corse di un giorno. Per cui in un programma ideale, mi piacerebbe ripartire di nuovo con le Ardenne, perché le sento, le conosco. E sicuramente se il direttore fa le gare di cui era appassionato da corridore, anche dalla macchina riesce a dare qualcosa di più.

Kreuziger è passato in ammiraglia da inizio 2022. Qui alla Vuelta
Kreuziger è passato in ammiraglia da inizio 2022. Qui alla Vuelta
Nelle WorldTour ci sono tante professionalità molto specifiche, il direttore deve sapere un po’ di tutto?

A me interessa un po’ tutto. Lo staff è sicuramente cambiato rispetto a quando sono passato io, quando i corridori erano più attaccati ai direttori, mentre adesso la persona di fiducia è il coach e si fanno tanti meeting. Però io sono dell’idea che sentire i corridori è importante come pure non avere solo un certo gruppo. Se ti dicono che hai un gruppo di 5-6 corridori e poi non li vedi durante tutto l’anno, le cose non vanno. Quindi una volta che hai il programma, è importante sentirli e capire le loro idee. Perché una cosa sono i numeri che ti dicono i coach, altro il feeling del corridore con la gara.

Prima della corsa studi il percorso o cosa fai?

Abbiamo una struttura in cui si osservano certi protocolli. Sai cosa ti aspetta, devi studiare più che altro gli avversari e la squadra che hai. Io ad esempio ero uno che nei grandi Giri faceva tanti calcoli. Invece nelle gare di un giorno bisogna essere più aperti e non avere paura. C’è da rischiare e avere corridori giovani lo rende più facile, perché quelli vecchi sanno già come vanno le cose. I giovani sono più flessibili.

Kreuziger Amstel 2013
La vittoria dell’Amstel 2013, oltre a San Sebastian 2009, è il miglior risultato di Kreuziger nelle classiche
Kreuziger Amstel 2013
La vittoria dell’Amstel 2013, oltre a San Sebastian 2009, è il miglior risultato di Kreuziger nelle classiche
Tu sei stato uno junior fortissimo e poi sei passato a 19 anni. Gli junior fenomenali di adesso somigliano a quel Roman?

Secondo me sono molto più avanti, perché gli juniores di oggi sono quasi corridori fatti. Hanno già conosciuto nutrizionisti e allenatori. Da un lato penso che sia bene che tutto si sposti un po’ più avanti. Dall’altro però è sbagliato, perché secondo me non bisogna scordarsi che gli juniores e prima gli allievi devono prima finire le scuole. Non possono diventare tutti i professionisti, invece secondo me qualcuno se ne sta dimenticando. E questo è un errore.

Pinazzi e Galli, due “studenti” alla Sei Giorni di Gand

01.12.2022
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Al recente raduno per la pista a Noto ci sono stati due ritardatari, peraltro pienamente giustificati. Niccolò Galli e Mattia Pinazzi si sono ricongiunti alla comitiva direttamente da Gand, dove avevano preso parte alla Sei Giorni, una delle più importanti del calendario. Un evento reso speciale dai festeggiamenti per l’addio di Iljo Keisse, il funambolico belga che alla soglia dei 40 anni ha deciso di mettere uno stop alla propria carriera.

Pinazzi era già stato nella città belga per la kermesse su pista, per Galli invece era una prima assoluta. Per entrambi è stata un susseguirsi di emozioni e di esperienze, che saranno utili nel prosieguo della loro carriera nei velodromi. Il primo a immergersi nel racconto è Pinazzi: «Lo scorso anno, quando l’avevo disputata con Boscaro avevo faticato di più, questa volta mi sono preparato e la differenza è stata evidente. E’ un’esperienza assolutamente da fare, la pista sembra un tempio, appena ci sali ti prende un magone…».

Pinazzi e Galli nel parterre, in mezzo il loro accompagnatore Giovanni Carini
Pinazzi e Galli nel parterre, in mezzo il loro accompagnatore Giovanni Carini

Quasi come un mondiale

«Io ho meno esperienza, con Mattia abbiamo condiviso la conquista del titolo europeo del quartetto ad Amadia fra gli under 23 – interviene Galli – Gand è stata la prima Sei Giorni importante e prima della partenza ero emozionatissimo. Temevo soprattutto che il livello sarebbe stato altissimo, come un mondiale e in effetti è così, ma anche se eravamo chiaramente indietro nella preparazione ci siamo difesi bene».

I due ragazzi azzurri erano impegnati nella prova per under 23, che ogni sera precedeva quella riservata agli Elite. Erano per così dire chiamati a “scaldare” il pubblico: «Ma non pensate che il programma fosse tanto diverso – chiarisce Pinazzi – anche noi ogni giorno avevamo prove sul giro lanciato o da fermo, gara a punti, americana… Insomma tutto il programma che poi affrontano anche i grandi».

La caduta nella madison della terza sera, costata la classifica ai due azzurri
La caduta nella madison della terza sera, costata la classifica ai due azzurri

Un’esperienza da rifare

A fine esperienza qual è il giudizio, soprattutto da parte di un neofita come Galli? «Assolutamente da rifare – dice – ci mancherebbe… E’ molto impegnativa, si fatica tanto, ma credo che dia molti benefici a lungo andare e sono convinto che ripetendo l’esperienza le cose andrebbero anche meglio».

La coppia azzurra ha chiuso a Gand al 7° posto (vittoria per i locali Milan Van Den Haute e Jasper Bertels), facendo meglio di quanto era avvenuto lo scorso anno: «E senza la caduta nell’americana del terzo giorno sarebbe andata anche meglio – spiega Pinazzi – perché abbiamo dovuto perdere giri in quell’occasione. Alla fine possiamo ritenerci soddisfatti anche perché io arrivavo alla gara già abbastanza rodato al contrario di Niccolò, per questo è stato lui quello che ha maggiormente sorpreso.

«Quando siamo tornati – prosegue il parmense – ho chiesto a Villa di poter verificare se c’era qualche possibilità di fare altre Sei Giorni. Mi piacerebbe tra qualche anno fare quella degli elite, non solo è uno spettacolo assoluto, ma insegna davvero il modo di correre su pista».

Grandi feste per Keisse, finito terzo insieme a De Buyst. Bis per Ghys con De Vilder (foto BeelWout)
Grandi feste per Keisse, finito terzo insieme a De Buyst. Bis per Ghys con De Vilder (foto BeelWout)

Keisse, l’addio di un mattatore

Galli ha vissuto questa esperienza come un paese delle meraviglie: «Non è paragonabile ad alcuna altra manifestazione. Quando corri ti sembra di essere in una bolgia, con gli spettatori anche nel parterre e un tifo incredibile. La pista poi è impressionante, per questo credo che sia un’esperienza che ti dà tanto».

A rendere il tutto ancora più speciale i festeggiamenti per Keisse, un autentico personaggio delle piste, di quelli capaci non solo di vincere, ma anche di fare spettacolo, di caricare il pubblico e per questo particolarmente amato: «C’era un tifo da stadio – ricorda Pinazzi – tutti i corridori a rendergli omaggio insieme al pubblico. Si vedeva che era particolarmente emozionato, sono momenti che non si dimenticano».

Keisse, 39 anni, chiude con 4 titoli europei e 25 Sei Giorni vinte, 6 solo a Gand (foto Cor Vos)
Keisse, 39 anni, chiude con 4 titoli europei e 25 Sei Giorni vinte, 6 solo a Gand (foto Cor Vos)

Un problema di cultura

«Per me – interviene Galli – è stato speciale. Keisse lo vedevo sempre in tv, sono cresciuto con idoli come lui che mi hanno fatto amare la pista. Il fatto di essere lì, condividere quei momenti, potergli stringere la mano è stato speciale. Non ha perso la sua umiltà e credo che il pubblico lo abbia amato e ringraziato anche per questo».

Sarebbe possibile qualcosa del genere anche in Italia? Noi con Milano eravamo quasi la culla delle Sei Giorni nel secolo scorso, poi con il crollo del Palasport non se ne è fatto più nulla, se non in sporadici casi: «Secondo me sarebbe difficile ricreare qualcosa del genere – ammette Pinazzi – perché lì c’è un’altra cultura, il ciclismo è quasi una religione. Per noi che corriamo, avere una gara qui sarebbe una manna dal cielo».

La Val di Sole bussa e Samparisi ci riporta sulla neve

01.12.2022
5 min
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Ci siamo quasi. Dopo il grande successo dello scorso anno, si avvicina di gran passo la data della Coppa del mondo di Ciclocross In Val di Sole a Vermiglio. La tappa della neve per intenderci, quella che lo scorso anno alla sua prima edizione ha regalato uno show memorabile fatto di derapate, campioni, freddo, cadute, neve e tensione agonistica. Ieri c’è stata presentazione ufficiale della gara, ribattezzata “snowcross”, organizzata da Grandi Eventi Val di Sole e Flanders Classics, in programma per il prossimo 17 dicembre.

Sono attesi i campioni e le campionesse di tutto il mondo: da Mathieu Van der Poel a Fem Van Empel, da Tom Pidcock a Ceylin Del Carmen Alvarado. Ma anche i nostri ragazzi, come per esempio Nicolas Samparisi, uno dei sette italiani riusciti ad andare a punti nella passata edizione. Il corridore della KTM Alchemist Powered by Brenta Brakes ci parla della gara e del percorso trentino.

Nicolas, com’è dunque correre sulla neve?

Strano! Sicuramente è il terreno che più si modifica. All’inizio è molto battuto e compatto. E’ scivoloso, ma scorrevole. Man mano che si va avanti, con i passaggi la neve un po’ si scioglie e soprattutto si sfalda. Diventa molto simile alla sabbia e la cosa più difficile è mantenere la traiettoria.

Immaginiamo che una gara sulla neve sia più dura e di conseguenza anche più lenta: per te quanti chilometri in meno si fanno nel corso dell’ora di gara? Ammesso sia quantificabile…

Alla fine credo che la differenza non sia poi così tanta e che si possa paragonare ad una gara con molto fango. I primi giri sono veloci nel complesso. Entri più piano in curva, ma appunto restano veloci. Poi si va più piano, come fosse una gara bagnata su fango.

E’ stato presentato il percorso, hai notato delle differenze?

Di base sarà come quello dell’anno scorso. Fu un percorso molto bello, che riscosse successo e non richiedeva modifiche sostanziali. E’ stata una gara importantissima per il movimento, un vero spot per portare il ciclocross alle Olimpiadi e quest’anno la partecipazione sarà ancora maggiore.

Lo scorso anno Samparisi ha difeso i colori della nazionale (foto Previsdomini, anche in apertura)
Lo scorso anno Samparisi ha difeso i colori della nazionale (foto Previsdomini, anche in apertura)
Quanto conta l’esperienza del 2021? 

Quando ero junior, correvo spesso in Belgio e non era così raro trovare la neve, ora non capita più e quell’esperienza serve a poco sinceramente. Anche perché resta una gara unica, fine a se stessa. Di certo è un’emozione insolita. E’ un po’ come correre a Koksijde… circuito interamente su sabbia.

Tecnicamente sai già cosa ti aspetta, i setup… ci vai più preparato?

Sicuramente chi ha corso in Val di Sole l’anno scorso sa cosa serve. Io so a cosa vado incontro. Ho idea per esempio di partire con una gomma e di finire con un’altra. So anche come vestirmi: più pesante. L’anno passato ero partito con il body felpato della nazionale e i gambali: quest’anno in caso di freddo mi vestirò di più. Soprattutto starò più attento a mani e piedi perché fu davvero freddo. Sono piccole che cose che messe tutte insieme possono fare la differenza.

Hai detto che partiresti con una gomma e finiresti con un’altra. Quindi prevedi il cambio di bici a metà gara?

Esatto, una gomma più tassellata all’inizio quando con il fondo compatto può esserci più grip e una da sabbia nella seconda parte. Come accennavo, in Val di Sole la vera fatica emerge nella seconda parte di gara. Quando il terreno è smosso e tanto farinoso, che tu abbia una gomma scorrevole o una da fango conta meno. Semmai conta più la mescola. Lo scorso anno per esempio Van Aert utilizzò quella verde ideale per le basse temperature. Ricordo invece che Pidcock fece molte prove: iniziò con quella da fango, poi passò a quella da sabbia, ritornò su quella da fango e infine provò anche la “mille punte” (quella da sabbia, ndr).

Per il resto, Nicolas, come ci arrivi a questo evento? Come sta andando la tua stagione?

Direi bene. Ho iniziato con una vittoria e questo ti dà morale, ti fa capire che stai lavorando nella direzione giusta. E so che devo lavorare tanto… tanto. Ho finito la stagione in mtb ad ottobre inoltrato e ho fatto fatica all’inizio ad abituarmi all’esplosività del cross. Mi ci vorrà ancora un mesetto buono per arrivare a certi livelli. 

L’obiettivo dunque è essere al top per gennaio, quando si avvicina il campionato italiano?

Esatto, quello è il mio obiettivo principale della stagione di ciclocross.

Laporte? Doveva fare il gregario, è diventato un leader

01.12.2022
5 min
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Christophe Laporte è uno di quei corridori che a raggiungere il suo apice ci ha messo un po’ di più. A 29 anni è in qualche modo esploso e chissà non possa crescere ancora. Non è finito nel dimenticatoio, né è stato relegato a fare il gregario vita natural durante. Non che ci sia nulla di male, anzi. Ma un conto è esserlo perché si è davvero dei fenomeni in quel ruolo, vedi per esempio Salvatore Puccio, e un conto è perché non si è stati in grado di essere campioni.

Laporte è passato dalla Cofidis alla Jumbo-Visma. Era stato nel team francese per ben otto stagioni. Poi lo scorso inverno l’approdo alla corazzata olandese. Doveva essere il passistone che veniva ad aiutare Van Aert e invece si è mostrato un super corridore già nei primi ritiri. Un corridore in grado sia di vincere che di aiutare. E di essere presente con costanza nelle corse più importanti.

Quando ormai era sera, lo abbiamo “pizzicato” nel Service Course della Jumbo-Visma, mentre correva a ritirare i materiali nuovi o a fare le foto per questo o quello sponsor. Altissimo, magro, gentile… 

Laporte (classe 1992) ci ha messo poco ad ambientarsi nella nuova squadra. I compagni riconoscono il suo valore
Laporte (classe 1992) ci ha messo poco ad ambientarsi nella nuova squadra. I compagni riconoscono il suo valore
Christophe, una buona stagione per te: cinque vittorie e sempre nel vivo delle azioni più importanti della squadra. Cosa ne pensi?

E’ stata una gran bella stagione. Ho vinto solo una classica (la Binche-Chimay-Binche, ndr) ma ci sono andato molto vicino in altre. Spero di conquistarle negli anni prossimi.

Heijboer, il capo della performance, ha detto che sei un corridore completo e anche un uomo squadra…

E questo fa piacere. Ho sentito subito la fiducia della squadra. Quando sono arrivato ho trovato subito una gran bella atmosfera. Mi sono inserito presto, altrettanto rapidamente mi hanno dato l’opportunità di vincere e ci sono riuscito. Ho combinato bene le opportunità personali, con quelle di aiuto ai compagni. Speriamo di continuare così.

Hai notato delle differenze fra la mentalità francese e quella di una squadra olandese? Qui vediamo una grande organizzazione in tutto…

Non è facile fare un paragone tra le mie esperienze passate e la Jumbo-Visma. Sono due squadre parecchio differenti, ma di sicuro qui ho trovato un team super professionale, che non lascia nulla al caso. Una squadra perfezionista in tutti i settori e in tutti i dettagli. E tutto ciò funziona a quanto pare.

Da quando sei arrivato in Jumbo-Visma, hai cambiato qualcosa sul piano dell’alimentazione e della preparazione?

Il più grande cambiamento è stato di sicuro quello dell’allenamento e sì, poi anche sull’alimentazione ho rivisto qualcosa. Questa è stata differente sia in corsa che in fase di preparazione.

Van Aert e Laporte: arrivo in parata sul traguardo di Harelbeke. Il francese fu secondo. Tra i due è nato un rapporto di grande amicizia
Van Aert 1° e Laporte 2°: arrivo in parata ad Harelbeke. I due sono diventati grandi amici
In cosa l’approccio alla preparazione è stato differente?

Nella parte iniziale soprattutto. Non facciamo più tanti chilometri, ma parecchia intensità già nelle prime fasi. E poi è cambiato molto il discorso degli stage. Ne facciamo molti. E quando li facciamo ci si allena parecchio. In tre settimane di training camp ci si allena di più che a casa da soli. Si fanno più chilometri e più lavori differenti. Quindi quando sei a casa poi non fai così tanto. E se non sei a casa, sei alle corse.

Sei cresciuto molto dicevamo, Christophe, hai dimostrato di essere un corridore di sostanza: quali sono i tuoi obiettivi per la prossima e per le prossime stagioni?

Il mio primo obiettivo è quello di conquistare una classica. Ho fatto due volte secondo l’anno passato (ad Harelbeke e alla Gand-Wevelgem, ndr) e vorrei finalmente vincere. E poi voglio ancora aiutare la squadra a raggiungere i suoi obiettivi. Non li abbiamo ancora raggiunti tutti. Noi vogliamo vincere.

Essere leader chiaramente fa piacere, ma vorresti esserlo sempre oppure ti fa piacere anche aiutare i compagni, visto che ne parli spesso?

Sono due cose che amo fare. Ho bisogno di essere il leader in alcune corse e avere la possibilità di vincere. Ma amo anche correre per i compagni, soprattutto in quelle corse che sono aperte. Perché è vero che abbiamo un leader, che è Wout (Van Aert, ndr), ma in certe gare possono esserci delle opportunità per ciascuno di noi. 

Hai nominato Van Aert: lui è un grandissimo corridore, ma è anche un buon maestro?

Penso che tutti possano apprendere da lui. E’ un “perfezionista professionale”, un pro’ al 100 per cento. Che sia forte fisicamente tutti lo sanno, ma io credo che sua vera forza sia mentale. Sa cosa deve fare, cosa serve e quando serve… 

Tour de France 2022, la vittoria di Chistophe a Cahors
Tour de France 2022, la vittoria di Chistophe a Cahors
Hai lavorato non solo per Van Aert, ma anche per Vingegaard e per Roglic: ci sono differenze tra i due? 

La più grande differenza fra i due è di carattere… credo. Primoz è più calmo e posato, vale a dire che si lascia più guidare e lascia fare più ai suoi compagni. Jonas invece è un po’ più “nervoso”, ma non con noi… forse perché è più giovane.

Christophe, un’ultima domanda. Tu, francese, hai vito una tappa al Tour dopo molto tempo: cosa c’era nella tua testa, nelle tue gambe, nel tuo cuore in quei momenti?

Eh, c’erano tante cose. La prima cosa era vincere il Tour con Jonas e quindi pensavo che tutto fosse sotto controllo sin lì. Dovevamo portarlo davanti nel finale. Poi quando questo aspetto era sistemato sapevo che avevo la possibilità di giocarmi le mie carte. Et voilà, ero davvero motivato quel giorno. Sapevo che poteva essere la mia ciliegina sulla torta dopo il Tour che aveva fatto la squadra. Non c’era miglior modo per festeggiare questo successo.

E’ vero che il giorno della tua vittoria è stato Van Aert a dire: «Oggi si lavora per Laporte»?

Sì, sì… sarebbe stato un arrivo adatto anche a Wout, ma il giorno dopo c’era la crono e lui voleva un po’ risparmiarsi. Ai -3 chilometri mi ha detto: «A Jonas ci penso io. Il lavoro di squadra per Jonas è fatto». E quindi potevo andare. Potevo stare tranquillo. E quando Wout ti dice così, questo di dà fiducia, ti dà morale. Quando si ha un’opportunità del genere è bene sfruttarla.

Team Colpack e pista, da Ganna a Napolitano

01.12.2022
5 min
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Il primo fu Ganna, sbarcato dalla Viris-Maserati dove l’attività su pista non era troppo considerata. Pippo arrivò al Team Colpack nel 2016 e per far capire che la pista fa bene alla strada, vinse il GP Laguna in Istria il giorno di San Valentino, la Roubaix U23, una crono, l’europeo dell’inseguimento e a fine stagione il primo mondiale. Quando la neonata UAE Emirates andò a prenderselo e si portò via anche Consonni, Ravasi e Troìa, per l’accordo che c’era fra la Colpack e la Lampre Merida da cui la squadra araba discendeva, il team bergamasco proseguì con quel progetto pista, tenendo Lamon e Giordani, cui di lì a un anno si sarebbe aggiunto Davide Plebani.

Marzo 2016, debutto italiano per Ganna che ha già vinto il GP Laguna in Istria
Marzo 2016, debutto italiano per Ganna che ha già vinto il GP Laguna in Istria

«Partì davvero tutto da Pippo – ricorda Gianluca Valoti, tecnico del team bergamasco – perché fu allora che prendemmo quel gruppo eccezionale di atleti, che erano anche dei grandi amici. Abbiamo sempre tenuto qualche pistard e adesso prenderemo anche un crossista, che dal 2023 ha detto di voler provare su strada».

Quaranta e Napolitano

A partire dal 2022 la Colpack ha tesserato Davide Boscaro e Daniele Napolitano. Il primo ha vinto il quartetto e l’eliminazione al campionato europeo U23, il secondo ha preso il bronzo della velocità a squadre agli europei elite di Monaco ed è arrivato alle semifinali nel keirin, guidato da Ivan Quaranta che prima di essere chiamato in nazionale, era uno dei tecnici della Colpack.

La differenza fra i due è che Boscaro corre anche su strada e ha portato a casa due vittorie (Gran Premio della Battaglia e GP San Bernardino), mentre Napolitano su strada non ci andrà mai. E forse per questo la scelta di tesserarlo è ancor più apprezzabile.

«Ci ha chiamato Quaranta – racconta Valoti – e ci ha chiesto se poteva interessarci tesserarlo e abbiamo detto di sì. Lo vediamo poco, per le foto e la presentazione e mi pare un bravissimo ragazzo. Mi fa quasi paura (sorride, ndr), per quanto è grosso. E vedendo le foto con i pesi che avete pubblicato, ho capito anche perché. I campionati italiani quest’anno si sono fatti a Torino, quindi vicino casa sua, per cui ha avuto l’appoggio della nazionale. Villa aveva organizzato la trasferta per gli azzurri e Quaranta si è aggiunto».

Il supporto azzurro

Pur rilevando che quest’ultima suona come un’anomalia (ai campionati italiani si dovrebbe andare con la propria società e non con la nazionale), è un fatto che il supporto per questi specialisti sia molto aumentato negli ultimi tempi e permetta loro di fare attività.

«A differenza di quando avevamo Ganna, Consonni e Lamon – conferma Valoti – per cui spendevamo un sacco di soldi, ora si capisce che in Federazione qualcosa è cambiato. Vedo Boscaro, per esempio. A dicembre vanno in ritiro a Calpe, poi lo portano a correre a gennaio e da lì farà gli europei. Rispetto a prima sono più seguiti».

Forse per questo, anche Minuta troverà una squadra per il 2023. Il tesseramento non comporta grossi obblighi. La nazionale arriva in supporto sgravando alcune società da impegni certamente gravosi. E così il sistema pista ha ripreso il largo, con il silenzioso benestare di tutti gli altri.

Il motore di Moscon è tornato a girare, vero Zazà?

01.12.2022
4 min
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Stefano Zannini e Gianni Moscon un anno dopo. Più o meno di questi tempi, lo scorso anno parlammo con “Zazà” dell’imminente arrivo di Gianni Moscon all’Astana Qazaqstan. Aspettative, sogni e la voglia matta di avere tra le mani finalmente un corridore per il Nord di primissimo piano, scaldavano il direttore sportivo varesino.

Poi però si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E il mare in questione si chiama Covid. Il virus ha letteralmente devastato Moscon, che di fatto ha passato l’intera stagione a rincorrere se stesso e la condizione. 

Stefano Zanini (classe 1969) è uno dei direttori sportivi dell’Astana Qazaqstan (foto Instagram – Astana Qazaqstan)
Stefano Zanini (classe 1969) è uno dei direttori sportivi dell’Astana Qazaqstan (foto Instagram – Astana Qazaqstan)

Ragazzo semplice

Ma siamo sicuri che sia solo il Covid ad aver condizionato Moscon, che non ci sia stato anche altro? E’ lo stesso Zanini che ci accompagna alla ricerca di risposte a 360 gradi.

«In questo anno a contatto con Gianni – dice Zanini –  conoscendolo a fondo ho trovato un ragazzo umile e tranquillo, soprattutto rispetto a quel che si diceva di lui, cioè che fosse difficile da gestire. In Belgio soprattutto ad inizio anno abbiamo passato parecchio tempo insieme e posso dire che mi piace.

«Mi piace perché è semplice, ha le idee chiare e quest’anno è stato davvero tanto sfortunato. Ha preso il Covid ad inizio anno e non si è più ripreso. Solo a fine stagione, ma proprio alla fine, è cominciato a tornare quello che è. Però il periodo è stato breve. Lui si stava riprendendo e la stagione era finita».

E’ importante che Moscon corra molto. Non a caso il team lo ha portato al Langkawi a fine anno e lo farà ripartire dall’Australia a gennaio
E’ importante che Moscon corra molto. Non a caso il team lo ha portato al Langkawi a fine anno e lo farà ripartire dall’Australia a gennaio

Ottimismo 2023

Ma è da qui che vuol ripartire Zanini, che trova l’ottimismo per l’anno che verrà.

«Nell’ultimo mese di gare – va avanti il diesse dell’Astana – ha finito in crescendo. Le sensazioni erano buone rispetto a prima. Nel corso dell’anno faceva una gara e non recuperava. Anziché crescere di condizione, accumulava fatica… che finiva per fargli peggio. E’ stato così anche al Tour de France (lo hanno fermato dopo 7 tappe, ndr). Nel finale invece c’è stato un cambio di rotta. Non che fosse ai suoi livelli, ma le cose erano diverse. Iniziava a salire di condizione».

Zanini parla di un Moscon che anche moralmente ha finito in crescendo e questo è molto importante per affrontare l’inverno. Un inverno che dal punto di vista della preparazione sarà importante: il trentino infatti ha già ripreso e bene.

«Ha fatto uno stacco non lungo, l’idea è di farlo partire presto. Gianni andrà in Australia. Deve riprendere a correre in un certo modo, mettere chilometri di gara nelle gambe e farsi trovare pronto per le classiche di primavera».

Il classe 1994 ha sfiorato il successo alla Roubaix del 2021. Moscon è stato nel gruppo Ineos dal 2016 al 2021
Il classe 1994 ha sfiorato il successo alla Roubaix del 2021. Moscon è stato nel gruppo Ineos dal 2016 al 2021

Crescita e team

Prima abbiamo accennato che oltre al Covid poteva esserci altro in questa difficile stagione di Moscon. In un ampio discorso sui giovani di qualche tempo fa, Bragato ci aveva detto di quanto fosse limitante per certi aspetti stare in squadre importanti straniere. Di come queste influiscano sulla crescita dell’atleta.

Nel caso di Moscon, passato alla Sky (poi Ineos-Grenadiers), c’è stato un enorme blocco di lavoro di gregariato. Così non solo ci si disabitua a vincere o a lottare per la vittoria ma, sempre nel caso di Gianni, che all’epoca del passaggio aveva 22 anni, si cresce con certi schemi mentali che portano poi a dei limiti tattici e se vogliamo anche mentali.

«Io non credo – ribatte Zanini – che questo riguardi Moscon. Io credo che lui abbia una voglia di riscatto incredibile. Già in Belgio lo vedevo che era dispiaciuto di non rendere come voleva. Era di sperato. Mi diceva: “Non vado, non vado… Non c’è soluzione”. E invece adesso è diverso. Il motore Gianni ce l’ha e di questo ne siamo certi. Si è visto anche in passato con le belle cose che ha fatto.

«Per quanto diceva Bragato: sì, Gianni ha fatto spesso il gregario e lo ha fatto nei grandi Giri soprattutto, ma si è visto anche che ha avuto i suoi spazi. Non dimentichiamoci che se non fosse caduto probabilmente avrebbe vinto la Roubaix.

«Quel che sostiene Bragato non è sbagliato, ma dipende anche in che squadra si militi. Io credo, anzi dico per certo, che in Astana per esempio tutti hanno le loro possibilità. Poi è anche vero che ci sono dei momenti o delle corse in cui ci si concentra attorno ad un capitano o a quell’atleta che ha determinate caratteristiche per quella corsa. Ma aggiungo anche che se sei furbo e segui bene il tuo capitano, poi avere anche tu le tue occasioni».