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EDITORIALE / Ripartiamo dai tempi di Zenoni e Fusi?

13.09.2021
4 min
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L’11 ottobre del 1998 era di domenica. I mondiali juniores si correvano a Valkenburg e nella prova su strada degli juniores, un irlandese poco noto di nome Mark Scanlon si lasciò alle spalle Filippo Pozzato (foto di apertura). Il vicentino era convinto di vincere e non la prese affatto bene, per cui sul podio si mise in faccia il grugno migliore e ascoltò l’inno del vincitore come una marcia funebre. Aveva già conquistato il podio nella crono, terzo dietro Cancellara e Hieckmann, per cui il secondo piazzamento in pochi giorni gli parve insostenibile. Quando di questo si accorsero Davide Balboni e Antonio Fusi, tecnico di categoria e responsabile delle nazionali giovanili, Pozzato venne richiamato all’ordine perché non era possibile che un secondo posto venisse accolto come una sconfitta. Negli juniores si corre per fare esperienza e qualunque risultato va preso e analizzato, per farne tesoro la volta successiva.

Nel 2019 per De Candido l’oro nella crono con Tiberi, del Team Franco Ballerini
Nel 2019 per De Candido l’oro nella crono con Tiberi, del Team Franco Ballerini

Una vecchia casa (gloriosa)

Ventitré anni dopo, agli europei di Trento, è successo qualcosa che a suo modo ci ha riportato a quel giorno. Solo che in questo caso la parte dell’infuriato l’ha recitata il tecnico della nazionale, che ha puntato il dito contro i corridori e la loro passività. La storia è nota, ne stiamo discutendo da quel giorno, e ci permette di proseguire nell’analisi.

Il ciclismo italiano è come una gloriosa casa di campagna, costruita di pietra antica. E’ andata bene per decenni, ma quando si è trattato di ristrutturarla e adeguarla alle nuove normative tecniche, anziché ragionare su come farlo in modo duraturo e organico, si è cominciato ad aggiungere accessori e piani, senza sincerarsi che la struttura fosse in grado di sorreggerne il peso e fosse completamente compatibile.

Idee chiare

Il passo indietro è stato evidente, ma forse è visibile soltanto a chi c’era anche prima. Siamo passati da una nazionale presente e capace di coinvolgere le società, gestendo la preparazione degli atleti convocati, a una nazionale che non si intromette. L’ha raccontato bene ieri Luca Colombo. Zenoni, ha detto, e Fusi dopo di lui seguivano le corse in moto, prendevano appunti, sceglievano, si formavano un’idea e la portavano avanti sino in fondo. Nessuno era a favore di Gualdi nel 1990 in Giappone, ma Gualdi divenne campione del mondo. Nessuno avrebbe lasciato a casa Bartoli per fare posto a Casartelli a Barcellona 1992, ma Fabio divenne campione olimpico. Nessuno nel quartetto avrebbe tolto di mezzo lo stesso Colombo a Oslo 1993, ma Fusi inserì Fina e vinse il mondiale con la Cento Chilometri.

Selezionare non basta

Il cambiamento lo vollero il presidente Di Rocco e i suoi consulenti tecnici a partire dal 2005. Non più tecnici giovanili che preparano, bensì largo ai selezionatori. Così dai tempi di Zenoni e Fusi, capaci anche di porre un argine all’eccesso di attività dei più giovani con provvidenziali raduni in altura, si è lasciato tutto in mano alle squadre. Si fissa la data e sta a loro portarceli tirati a lucido. Ma come? Sono iniziati gli eccessi, il conteggio delle vittorie, l’abuso tecnologico e la gestione smodata di talenti che arrivano al professionismo già spremuti.

Nibali fu il risultato della prima gestione, che lo accompagnò longitudinalmente dagli juniores agli under 23 e poi al professionismo. Oggi non c’è regia. Si formano le squadre e si va alle corse senza alcuna garanzia tecnica che andrà bene. Qualcuno in tutto questo ha davanti agli occhi un progetto a lungo termine per i ragazzi che vestono l’azzurro sin dagli juniores?