Le parole di Tiberi dall’Australia sembra abbiano dato una scossa al movimento italiano, reduce da una settimana ricca di squilli, da Milan a Ciccone, da Velasco a Consonni. E’ forse presto per dire se saremo più protagonisti in giro per il mondo di quanto sia avvenuto nella passata stagione, ma certamente al di là delle vittorie si vede una forte voglia di emergere, dai più giovani come dai più esperti. C’è voglia di protagonismo ed era questo che si chiedeva, ma come si mette in pratica in team WorldTour ricchissimi di talenti?
Tiberi ha messo in evidenza il tema dei giovani italiani alla ricerca di spazio nei team WorldTourTiberi ha messo in evidenza il tema dei giovani italiani alla ricerca di spazio nei team WorldTour
Il frosinate era stato chiaro: «Il ruolo devi guadagnartelo, ma questo non avviene solo in corsa. E’ un processo che dura tutto l’anno, bisogna darsi da fare anche in ritiro, pedalando ma anche fuori dalle corse. Bisogna far vedere di esserci, di avere quella fame necessaria per emergere. Bisogna guadagnarsi la fiducia degli altri, dirigenti come compagni di squadra, dimostrare sempre quel che si vale e soprattutto quel che si vuol fare».
Abbiamo chiesto a Stefano Zanini, diesse dell’Astana e capace da corridore di vincere Amstel, Parigi-Bruxelles e tappe al Giro e al Tour se le strade per il protagonismo sono davvero quelle.
«Bisogna saper miscelare atteggiamento propositivo e umiltà – dice – da parte di chi viene da squadre juniores e Development. Bisogna entrare in punta di piedi, ascoltare ciò che i diesse dicono, guadagnarsi poco a poco la fiducia sul campo. E’ fondamentale anche vivere le esperienze precedenti, nel team Devo in particolare, con lo spirito giusto, per emergere, ma anche per imparare».
Zanini ha avuto una carriera lunga 17 anni con 29 vittorie. Qui il trionfo all’Amstel del ’96Zanini ha avuto una carriera lunga 17 anni con 29 vittorie. Qui il trionfo all’Amstel del ’96
Quanto conta il carattere per diventare leader?
E’ fondamentale, ma bisogna intendersi bene su che cosa intendiamo per carattere. La troppa esuberanza non va bene. Al pari della troppa timidezza. Bisogna saper ascoltare i più anziani e dall’altra parte saper trasmettere ai più giovani. Saper condividere i momenti cruciali, far capire a chi è nuovo come e quando muoversi. Si cresce lentamente pensando sempre al bene della squadra, lavorando magari perché vinca un altro del proprio team.
Era così anche ai tuoi tempi?
Certamente, è sempre stato così. C’è un punto che è focale: prima o poi l’occasione capita, se la cogli facendo ciò che la squadra dice, sali di livello e presto diventi una “punta”. Ti sei guadagnato la fiducia, gli altri sanno che se corrono per te, ci sono buone possibilità che si arrivi al risultato. E’ vero che poi ogni team ha le sue direttive, ma questo vale un po’ dappertutto.
Lorenzo Milesi, qui nella crono dei mondiali 2022. La Dsm conta su di lui, dopo averlo fatto passare dal team DevoLorenzo Milesi, qui nella crono dei mondiali 2022. La Dsm conta su di lui, dopo averlo fatto passare dal team Devo
Molti appassionati hanno però la sensazione che i team WorldTour tendano a privilegiare i corridori di casa…
Non credo ci sia questa tendenza, si guarda chi è più in forma, chi è davvero in grado di garantire il risultato. Poi dipende da tante cose: è chiaro che ad esempio da noi se vince Lutsenko ha un altro ritorno mediatico per gli sponsor, ma quel che conta è che qualcuno vinca, chiunque sia…
Tu sei partito gregario per poi vincere grandi corse. Il tuo esempio è valido ancora oggi?
Penso proprio di sì. Io ho iniziato che tiravo le volate ad Allocchio e Fontanelli – racconta Zanini – l’ho fatto per 4 anni, ma intanto cercavo spazio nelle fughe quando capitava l’occasione. Alla Gewiss ero sia candidato alla vittoria nelle corse che più mi si addicevano, sia ultimo uomo per le volate di Minali. Lo stesso dicasi alla Mapei, ed era una squadra con tanti campioni, ma anche allora l’occasione capitava sempre. Alla fine ho avuto una carriera lunga e devo dire piena di soddisfazioni.
Battistella è già stato protagonista in Spagna. Zanini conta molto sulla sua crescitaBattistella è già stato protagonista in Spagna. Zanini conta molto sulla sua crescita
Era più facile o più difficile allora?
Il principio di base non è cambiato, ci sono grandi campioni oggi come ce n’erano allora. E’ una ruota che gira, verrà di sicuro la gara che si metterà in un certo modo e dovrai farti trovare pronto, cogliere l’opportunità. Un buon leader è anche quello che si mette a disposizione per la squadra, lavorando perché vinca un compagno che magari alla vigilia aveva un altro ruolo. Il team funziona se tutti sono abbastanza duttili, se sanno fare squadra dentro e fuori dalla corsa. Il ciclismo in questo senso è un perfetto esempio di vita.
Nel guardare le varie statistiche sui siti di riferimento ci ha colpito la grande differenza che si trova nei giorni di corsa tra i neoprofessionisti: ragazzi giovani che si affacciano al mondo dei grandi. Così abbiamo voluto indagare tra le varie squadre per capire come gestiscono i loro ragazzi. Tra i team selezionati sono rientrati due professional e due WorldTour.
Felix Gross è uno dei giovani della UAE che sta facendo un percorso graduale di crescitaFelix Gross è uno dei giovani della UAE che sta facendo un percorso graduale di crescita
Per la UAE parla Baldato
La prima persona interrogata su questo delicato tema è Fabio Baldato, diesse della squadra degli Emirati. Tra i ragazzi visti dal veneto spicca il nome di Ayuso, spagnolo classe 2002 che alla prima partecipazione alla Vuelta ha chiuso al terzo posto nella classifica generale.
«Prima di tutto – inizia Baldato – è tutto molto soggettivo, ci sono giovani che hanno bisogno di un ambientamento più lungo. Altri, invece, vedi che sono già pronti, ma anche in questi casi il lavoro da fare è delicato. Ayuso lo abbiamo “rallentato” cercando di tenere la sua esuberanza a bada. Non è il primo corridore già maturo che mi capita tra le mani, in BMC ho avuto Kung e Dillier che erano già pronti. In questi caso noi diesse dobbiamo essere bravi a valutare, non bisogna mai esagerare, spesso i ragazzi giovani non si pongono limiti. Sono più spavaldi, si vede dall’atteggiamento in corsa. Ti ascoltano fino ad un certo punto, predicare va bene ma poi bisogna mettersi nei loro panni. Sono consapevole del fatto che noi diesse possiamo insegnare qualcosa ma quello che rimane è la “batosta”. Ayuso stesso ad inizio 2022 ne ha prese alcune ed è cresciuto».
«Poi ci sono i corridori normali, uno che abbiamo in UAE è Felix Gross. Lui ha fatto lo stagista nel 2021 con dei buoni dati ma senza cogliere risultati. La scorsa stagione ha avuto più continuità ed ha ottenuto un bel quarto posto in una tappa al Giro di Germania. I corridori così vanno sostenuti, anche mentalmente perché devono capire che la loro crescita deve essere graduale e passa prima da corse minori dove imparano ad essere competitivi».
Busatto correrà con il Devo Team della Intermarché ma potrà fare già esperienza con i pro’ (foto Instagram)Dopo alcuni buoni risultati nel 2022 quest’anno Piva si aspetta più costanza da Gerben ThijssenBusatto correrà con il Devo Team della Intermarché ma potrà fare già esperienza con i pro’ (foto Instagram)Dopo alcuni buoni risultati nel 2022 quest’anno Piva si aspetta più costanza da Gerben Thijssen
Lato Intermarché
L’Intermarché Circus Wanty ha un progetto di crescita solido da molti anni, al quale ha affiancato anche la nascita del Development team.Valerio Piva, diesse della squadra belga ci racconta anche che relazione hanno tra di loro le due squadre.
«La squadra development ha una struttura a parte – spiega – l’obiettivo è prendere ragazzi giovani e far nascere dei corridori. Lo scambio tra una squadra e l’altra ci sarà, lo stesso Busatto farà qualche gara con noi. Per quanto riguarda il team WorldTour l’obiettivo è diverso, i ragazzi giovani che prendiamo arrivano da team professional o continental. Non crediamo nel “salto di categoria” da junior a professionisti, i ragazzi devono fare uno step intermedio: gli under 23. I ragazzi devono imparare a gestire l’impatto della corsa e le diverse tipologie di allenamento. In un ciclismo che viaggia sempre più rapido è bene ricordare che i margini di errore sono al minimo e si rischia di bruciare l’atleta pretendendo qualcosa che non può fare. I giovani che abbiamo nella squadra WorldTour li inseriamo gradualmente, non li vedrete mai partecipare a corse di primo livello».
«In questa stagione la squadra ha fatto una rivoluzione – continua Piva – prendendo tanti giovani e perdendo corridori di esperienza come Kristoff. Non è che non credessimo in lui, ma abbiamo preferito un progetto più a lungo termine. Non vinceremo tante corse come lo scorso anno ma è una cosa che abbiamo preventivato, fa parte di quello che è il ricambio generazionale. Gerben Thijssen, è un corridore sul quale nel 2022 abbiamo speso molto in termini di uomini e di occasioni. Ha dimostrato qualcosa di buono e quest’anno è chiamato al salto di qualità, ma è stato tutto graduale. Per il suo bene e quello del team».
Pinarello, accanto a Zana, ha avuto modo di correre già due corse con i pro’: Il Giro di Slovacchia e la Tre ValliMarcellusi ha ottenuto buoni risultati tra gli U23 grazie alle corse fatte con i professionistiPinarello, accanto a Zana, ha avuto modo di correre già due corse con i pro’: Il Giro di Slovacchia e la Tre ValliMarcellusi ha ottenuto buoni risultati tra gli U23 grazie alle corse fatte con i professionisti
La visione delle professional
La Green Project Bardiani è la squadra professional che ha un progetto diverso dalle altre, i giovani vengono presi e diventano subito professionisti. Almeno a livello di contratto, poi però all’interno del team si opera una distinzione, creando praticamente due squadre distinte. Rossato diesse di riferimento per questi ragazzi ci spiega il metodo di lavoro e le sue “criticità”.
«La prima cosa – racconta dalla Vuelta a San Juan – è cercare di non stressare troppo i ragazzi. Quelli che arrivano dall’ultimo anno di juniores hanno la scuola e per loro deve essere una priorità. L’anno scorso a Pinarello e Pellizzari abbiamo costruito un programma idoneo. A livello di ambientamento per loro è un sogno: avere uno staff dedicato ed essere seguiti in questo modo è una bella cosa. Non dimentichiamo che gli juniores l’anno scorso avevano ancora i rapporti bloccati, una volta con noi abbiamo dovuto insegnargli anche a gestire questa cosa. Si è lavorato anche tanto sull’alimentazione, sul peso e l’allenamento. Dettagli che quando sei professionista fanno la differenza. Dai giovani dell’anno scorso abbiamo ottenuto dei bei risultati. Pellizzari e Pinarello, a fine stagione, hanno corso con i professionisti il Giro di Slovacchia e la Tre Valli. Siamo stati molto contenti della loro risposta».
«Chi arriva da noi che ha già fatto qualche stagione da under 23 fa un programma più intenso. Sempre ponderato alle qualità ed al fatto che sono alla prima esperienza con i professionisti. I corridori che possono correre anche da under fanno calendari misti con diverse esperienze. Marcellusi prima di vincere il Piva ha corso in Turchia e la Milano-Torino, due belle palestre per crescere. Tolio è un altro che ha corso molto tra gli under 23 ed i professionisti, aggiungendo al suo calendario corse importanti come Strade Bianche e Lombardia. Sono corse che un ragazzo giovane può guadagnarsi, sono come un premio che arriva alla fine di un bel percorso di crescita».
Nibali ha vinto la Vuelta a 26 anni dopo un percorso di crescita e maturazionePer Zanatta anche i fenomeni come fu Sagan alla Liquigas devono fare almeno un anno da U23Nibali ha vinto la Vuelta a 26 anni dopo un percorso di crescita e maturazionePer Zanatta anche i fenomeni come fu Sagan alla Liquigas devono fare almeno un anno da U23
Ultima parola alla Eolo
La Eolo Kometa ha nella sua idea di team una visione diversa, con due squadre divise: la professional e la under 23. Stefano Zanatta ha lavorato per tanti anni con i giovani e di cose ne ha viste.
«Le nostre due squadre sono direttamente collegate – apre il discorso Zanatta – vedi da subito i ragazzi giovani e ne segui la crescita. Questo perché una volta che passano in prima squadra hai già un’idea di che corridore ti trovi davanti. Io credo che anche i grandi campioni abbiano bisogno di un anno tra gli under 23. Anche in Liquigas, dove avevamo corridori come Kreuziger e Sagan, abbiamo tenuto la stessa ideologia. Prima almeno un anno di esperienza nella categoria giovanile. I corridori possono anche aver talento ma hanno bisogno di una crescita umana e fisica. Anche i nostri giovani che arrivano dalla squadra under 23 avranno bisogno di adattarsi alle corse. Non vogliamo caricarli di pressioni o aspettative troppo alte».
«Il percorso per i ragazzi che arrivano da noi – continua il diesse della Eolo – è di partire da corse più semplici. Poi si passa a quelle di qualità superiore e si prova a vedere come reagisce un ragazzo nel correre da protagonista. Dalla mia esperienza posso dire che un ragazzo arriva ad avere risultati tra i 24 e i 25 anni.Nibali stesso ha fatto tanta esperienza maturando, successivamente ha ottenuto i risultati che tutti conosciamo. Serve un’attività continua ma equilibrata: una cinquantina di giorni di corsa sono giusti. La cosa migliore è dare ai ragazzi delle pause e farli recuperare, senza creare buchi troppo grandi nel calendario, altrimenti si perde il lavoro fatto. Ora ai giovani è concesso meno sbagliare, non è corretto nei loro confronti perché li si sottopone a pressioni maggiori. Forse devi essere più forte mentalmente per fare il corridore ora».
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Pianeta giovani. Nell’ultimo editoriale abbiamo parlato del ciclismo che cambia e dei nuovi metodi anche tra i giovani. Oggi vi proponiamo un esempio concreto, che passa soprattutto attraverso le corse a tappe. E lo facciamo con Eros Capecchi, responsabile dei ragazzi del Comitato Regionale dell’Umbria. Insomma il cittì dell’Umbria.
Un esempio concreto che ci riporta a questa estate quando l’ex pro’ della Bahrain-Victorious ha preparato con gli juniores il campionato italiano e il Giro della Lunigiana. Una storia che in parte vi avevamo accennato, ma che Capecchi ci ha raccontato ancora meglio, soprattutto per quel che riguarda le corse a tappe e ciò che ne consegue.
Eros Capecchi (classe 1986) è stato professionista per 17 anni. E’ sempre stato in grandi squadre, l’ultima delle quali la Bahrain-VictoriousCapecchi (classe 1986) è stato professionista per 17 anni. E’ sempre stato in grandi squadre, l’ultima delle quali la Bahrain-Victorious
Test tricolore
Questa estate Capecchi ha fatto fare ai ragazzi un piccolo ritiro prima del campionato italiano. E glielo ha fatto fare con metodologie “nuove”, nuove almeno per quei giovani atleti. I ragazzi erano stimolati e gasati. Tanto che dopo questo miniraduno non volevano più tornare a casa. Si sono divertiti. «E mi sono divertito anche io. C’era bisogno di usare sistemi nuovi», ha detto Capecchi.
Nuovi sistemi dunque, ecco di cosa parla Eros. «Di quelli usati dai pro’… riadattati agli juniores. Il presidente regionale mi ha chiesto cosa volessi fare. Io gli ho risposto che avrei avuto piacere di vederli, di conoscerli prima del tricolore, anche al di fuori delle corse. Volevo starci a contatto. Anche perché poi avevo chiamato quasi tutti ragazzi di primo anno e me li sarei ritrovati in futuro.
«Il mio intento era di vedere cosa facevano, come si allenavano, come si alimentavano. Così il presidente regionale mi ha dato una carta di credito e la fiducia nel mio operato. Ricordo i 200 euro per la spesa per la prima colazione… ma abbiamo allestito un menu idoneo e di qualità».
In quella manciata di giorni, Capecchi ha dato ai ragazzi un vero boost di novità. Sveglia tutti insieme, subito una camminata di una mezz’oretta a digiuno, quindi colazione, esercizi… «Ho contribuito ad apparecchiare la tavola con il cuoco, con il quale avevo parlato, per avere delle omelette, del pane tostato… e subito ho capito che si alimentavano male.
«E oggi, anche in base alla mia esperienza da pro’ posso dire che l’alimentazione è la cosa che conta di più in questo ciclismo. E infatti mi piacerebbe fare degli incontri con la nutrizionista Erica Lombardi per esempio, anche per le categorie più piccole. Per dargli un’infarinata sin da subito».
Durante i giorni del ritiro in altura, anche esercizi a secco prima di partire in biciDurante i giorni del ritiro in altura, anche esercizi a secco prima di partire in bici
In sella da pro’
Capecchi ha impostato il suo mini-ritiro facendo quella che in gergo viene chiamata una tripletta mascherata, vale a dire due giorni di carico e uno di “scarico”. «Volevo vedere come rispondevano anche in vista delle corse a tappe».
La storia vuole che con qualche aggiustamento e con metodi di lavoro provenienti dal WorldTour, ma come detto adattati alla categoria, le cose abbiano subito preso una piega diversa. E infatti un buon atleta come Edoardo Burani è giunto secondo agli italiani. E parliamo di un corridore che sin lì non aveva colto grossi risultati. Mentre nel resto della stagione è stato uno dei più costanti.
«Giancarlo Montedori, il suo direttore sportivo – spiega Capecchi – mi ha detto che è un ragazzo che tiene molto alla scuola e sin lì non aveva fatto troppo. Così appena finita la scuola l’ho portato in ritiro. Ma sempre il suo diesse, mi ha poi chiesto se poteva portarlo via un giorno prima in quanto voleva portare i suoi ragazzi ad una corsa a tappe, il Giro della Valdera.
«Io gli ho detto subito di sì. Sai che gamba avrebbe avuto dopo il ritiro e tre giorni di corsa consecutivi? E infatti è andata bene».
Edoardo Burani del Team Fortebraccio, secondo al campionato italiano di questa estate. Il primo squillo dei ragazzi di CapecchiEdoardo Burani del Team Fortebraccio, secondo al campionato italiano di questa estate. Il primo squillo dei ragazzi di Capecchi
Metodi da pro’
E qui si entra nel nocciolo della questione. Le corse a tappe servono per la crescita e al tempo stesso per la preparazione? Il racconto di Capecchi continua…
«Dopo questo risultato all’italiano, Massimo Alunni, il presidente del comitato mi dice: “Eros e per il Lunigiana cosa si fa?”. Dopo l’italiano era gasato anche lui (segno che serve a tutti un certo modo di lavorare, ndr)! Io gli ho risposto che bisognava fare corse di livello internazionale o comunque più alto perché poi è con quello standard che ci si va a misurare. Così ho programmato un ritiro a Livigno di 11 giorni e una serie di corse importanti a seguire».
«Ho sentito un massaggiatore e ho chiesto una mano alle squadre. Il resto lo ha pagato il Comitato regionale. Undici giorni in altura, con massaggiatore al seguito… come i grandi.
«Finito il ritiro ho cercato un hotel in Versilia, tramite un amico. Siamo stati lì 3-4 giorni, nei quali abbiamo visionato le tappe del Lunigiana. E anche lì avevamo il massaggiatore. Insomma ho cercato di fare una cosa fatta bene, da pro’… che infondesse nei ragazzi un certo metodo di lavoro. Ci è mancata la vittoria, ma è questione di tempo».
Per Capecchi era importante vedere i ragazzi anche al di fuori delle corsePer Capecchi era importante vedere i ragazzi anche al di fuori delle corse
Corse a tappe: sì
«Se servono dunque le corse a tappe per gli juniores? Certo che servono – spiega Capecchi – Premessa: io sarei per il lato romantico secondo cui i ragazzi andrebbero lasciati tranquilli, senza pressioni e quant’altro. Poi però c’è da fare i conti con il momento storico che viviamo, con la realtà. E la realtà è che lo sport non aspetta più i ragazzi. E quindi se mi chiedete se servono le corse a tappe rispondo come ho detto a Salvoldi: «Dino, servono eccome. Ci sono juniores che hanno fatto esperienze alla Ineos-Grenadiers prima del Lunigiana. Hanno 4-5 corse a tappe nelle gambe. Io ne avevo solo uno che aveva preso parte al Valdera, di appena tre giorni».
«La corsa a tappe ti fa fare uno step in più… Contano come per i pro’, solo che a 17 anni sono ancora più ricettivi».
«Io credo che la nostra nazionale sia ancora un riferimento con le nostre conoscenze, solo che viviamo ancora di questa cosa che noi siamo italiani e abbiamo la nostra tradizione inamovibile. E’ un bene, ma al tempo stesso un male. Sento dire: “Dobbiamo aspettare il talento anche noi. Gli altri hanno i campioni, noi no”. Io non credo sia così. I corridori li abbiamo anche in Italia. Ci sono allievi anche da noi che nei test sviluppano 6 watt/chilo, quindi il talento c’è. Sta a noi tirarglielo fuori facendoli lavorare in un certo modo».
«Non è che i nostri ragazzi non crescono bene, crescono lentamente. E oggi uno juniores, che piaccia o no, si deve allenare in un certo modo visto che poi passa pro’ direttamente o al massimo dopo un anno tra gli under 23. E se non ha certe basi il rischio è che si demoralizzi».
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Da una tragedia può nascere una cosa buona. La tragedia è la guerra in Ucraina, la cosa buona è la squadra che sta prendendo vita. Una squadra, la Ukraine Cycling Academy, di ragazzi ucraini che sono già da noi in Italia, più precisamente sulle sponde del Lago d’Iseo. Pedalare, essere corridori… possono continuare a sperare. E possono farlo grazie anche all’aiuto di Yan Pastuschenko.
Yan non è poi così più grande di loro ed è un biker professionista. Vestiva i colori della Cicli Taddei e passerà allo ZeroZero Team. E’ lui uno dei tre factotum di questo team: allenamenti, logistica, ricerca degli sponsor…
Pastuschenko in azione sulla mountain bike…Yan ha preso parte anche a qualche gara su stradaPastuschenko in azione sulla mountain bike…Yan ha preso parte anche a qualche gara su strada
Yan, raccontaci di questo progetto. Come nasce?
Il tutto nasce da una vecchia squadra continental ucraina, la Eurocar Grawe Ukraine che per i motivi che conosciamo, la guerra, è sparita. Gli sponsor si sono tirati indietro. In Ucraina poi non c’è più un giro per certe iniziative. Nell’ultimo anno abbiamo portato quei corridori in Italia e aggiunto forze nuove.
Dove vi trovate?
In Lombardia e più precisamente ad Iseo. Siamo qui da sette mesi. Abbiamo portato fuori dai confini ucraini diversi ragazzi. Stiamo in una casa, ma ne stiamo cercando una più grande. Stiamo cercando di partire, ma non è facile. Stiamo cercando degli sponsor, del sostegno. Per ora ci hanno dato una mano Limar, FSA-Vision, Nalini, ProAction.Stiamo comprando 14 bici da Cicli Bettoni, un negozio di Lovere, nel bergamasco. Alfio Bettoni, il direttore di questo negozio, aveva delle bici a noleggio. Queste bici gli stanno rientrando. Ci fa un super prezzo e le prendiamo. Prendiamo ciò che possiamo.
Qual è il vostro scopo?
Far uscire dall’Ucraina più corridori possibile, per salvarli prima di tutto. Poi per allenarli, farli crescere e fargli fare delle esperienze all’estero. In tal senso anche l’UCI ci sta aiutando. Per esempio ci ha dato le ammiraglie. Ammiraglie svizzere.
L’UCI?
Sì, di fatto noi siamo la nazionale ucraina. Ma siamo anche una squadra di club, così da poterci mettere degli sponsor. In Italia correremo come squadra, all’estero come nazionale ucraina. L’UCI è d’accordo.
I ragazzi durante una delle loro camminate in montagnaI ragazzi durante una delle loro camminate in montagna
Qual è il tuo ruolo? Sei il team manager?
Diciamo di sì. Ho 26 anni, sono un biker professionista. Io vivo in Toscana. A portare avanti la squadra siamo in tre: un meccanico, il presidente ed io. Di più non saremmo in grado.
E come fai a seguirli se sei in Toscana?
Eh, non è facile. Infatti faccio la spola. Vado su 3-4 giorni. Li seguo, poi torno giù e dopo qualche giorno riparto. Gli do una mano per gli allenamenti, camminate in montagna, palestra, logistica… Non è facile stare in casa. Questi ragazzi dormono, mangiano, pedalano, ma hanno le famiglie, le fidanzate a casa e sono isolati, staccati da loro.
Yan, sei giovanissimo, come mai ti sei ritrovato in questa storia e ricopri un ruolo così importante?
Perché qualche tempo fa mi chiamò Oleksiy Kasyanov, l’attuale presidente. Lui è stato un buon corridore, ha corso anche in Italia e in Cina. Sapendo che ero in Italia, mi ha chiesto un piccolo aiuto, ma io gli ho detto che avrei potuto fare qualcosa di più. Allora lui mi ha detto: «Okay, ma io non posso pagarti!». Ho risposto che non faceva nulla. Qui c’è da aiutare altri ragazzi.
La maglia del team da cui il gruppo trae origine (foto Miche)La maglia del team da cui il gruppo trae origine (foto Miche)
Però per avere dei rapporti con l’UCI qualcuno vi avrà anche aiutato. Magari la vostra Federazione…
Noi siamo in stretti rapporti con Andrey Grivko, che è il presidente della Federazione ciclistica ucraina. Lui non figura in nessuna carta, lavora in ombra, ma ci sentiamo tutte le sere. Siamo sempre al telefono. Andrey ci aiuta tanto, ma lui… non altri. Perché il Ministero dello sport ucraino non è proprio limpidissimo, diciamo così. Da loro non è arrivato un rimborso, un sostegno. Grivko è andato all’UCI, gli ha raccontato del nostro progetto e dei nostri piani e l’UCI ha deciso di aiutarci. Con le ammiraglie, come abbiamo visto, ma anche con i test ai corridori, con il poter correre all’estero, con l’ospitarci nella loro sede di tanto in tanto.
Che squadra dunque state cercando di allestire?
Di fatto sono due squadre: una juniores e una under 23. Quella juniores per adesso conta otto ragazzi, ma a breve dovrebbero arrivarne una decina dall’Ucraina. Mentre gli under 23 sono sei. Ma vorremmo aggiungere anche qualche italiano, pensiamo cinque ragazzi: un po’ perché siamo in Italia e un po’ perché senza italiani non vai troppo lontano.
Prendi le ultime giornate belle e “calde” di questo autunno. Mettici un bosco, le colline toscane. Aggiungici un campione che la sa lunga e ha appena smesso di correre e il risultato è: una passeggiata nel bosco con Giovanni Visconti. Una passeggiata in cui si parla dei giovani. Del ciclismo che sarà. Anche se si parte da quello che è stato.
Giovanni ci viene a prendere al bar L’indicatore di San Baronto. Un caffè e sa già dove condurci. Magari si becca anche qualche fungo. Il panorama si apre sotto di noi, ma presto viene inghiottito dal bosco. Castagni, qualche grosso masso d’argilla, un viandante di tanto in tanto e una panchina, che doveva essere la nostra meta, ma che non si trova più!
L’autore dell’articolo con Visconti, a spasso nei boschi che sovrastano San Baronto, nel pistoieseL’autore dell’articolo con Visconti, a spasso nei boschi che sovrastano San Baronto, nel pistoiese
Se chiudi gli occhi cosa ti resta di questa stagione? Qual è la tua immagine?
Non è facile. Io ho finito in malo modo. Avrei voluto farlo diversamente. Quindi ho passato i primi mesi con la testa fra le nuvole. Ho seguito “poco” il ciclismo. Non che fossi arrabbiato, ma insomma… Se proprio dovessi scegliere un momento, me ne viene in mente uno. Uno che racchiude tutti i momenti: l’abbraccio tra Valverde e Nibali. E’ la chiusura di un ciclismo che era anche il mio. E questo porta con sé altri argomenti. Si è chiuso un ciclismo okay, ma di là cosa c’è?
Cosa c’è?
C’è tanta confusione. Penso che noi italiani abbiamo tutte le carte in regola per avere un ciclismo forte. Ma le carte sono disordinate. Bisognerebbe fare un po’ di ordine e far rendere questo patrimonio. Non abbiamo dei brocchi: abbiamo giovani forti nei professionisti ed altri più giovani ancora che hanno numeri pazzeschi e sono stati testati anche dalla nazionale. E non li perdi dall’oggi al domani. Per questo mi viene in mente la passerella di Nibali e Valverde, perché bisogna passare ad un altro ciclismo. Quelle immagini sono una carezza e uno schiaffo. «Caro ciclismo noi siamo Nibali e Valverde e ce ne stiamo andando. Ora fai qualcosa».
Per Visconti l’abbraccio tra Valverde e Nibali è il simbolo del definitivo passaggio di testimone al ciclismo dei giovaniPer Visconti l’abbraccio tra Valverde e Nibali è il simbolo del definitivo passaggio di testimone al ciclismo dei giovani
Questo ciclismo che verrà ha un’eta media più bassa. E’ sempre più il ciclismo dei giovani?
Sì, sì… lo è da qualche anno già. E quando parlo di quel momento, penso al ciclismo italiano perché in altre nazioni già si puntava sui giovani. Il fatto che la carriera si sia accorciata è anche un vecchio modo di dire. Okay si è accorciata, ma cosa cambia? Buon per loro, si godranno la vita prima, ma è anche vero che iniziano prima a fare certi sacrifici. Io da junior scappavo dal ritiro a mezzanotte per andare a mangiare la pizza o dalla ragazza. Cose che oggi si sognano, almeno gli juniores forti che sanno già che passeranno pro’.
Quindi alla fine i tempi si anticipano, non si accorciano le carriere?
Esatto. Se vuoi fare il ciclista c’è da anticipare i tempi. Avranno guadagnato soldi prima, saranno maturi prima e si fermeranno prima. Le carriere finiscono prima? E dove sta il problema? Oggi sono seguiti in ogni cosa, al millesimo. L’atleta finirà un po’ più stressato di testa, ma perfettamente integro per il resto. Non so se è per il bianco e nero, ma nelle foto del passato i venticinquenni di una volta sembrano i quarantenni di oggi.
Che poi non è solo nel ciclismo. Anche nel calcio. Tu che sei del Milan lo sai bene: avete una squadra giovanissima…
Tutto va avanti. Anche le tecnologie e gli strumenti. I ragazzi di oggi crescono con queste conoscenze, non con quelle di una volta. Se a un sedicenne oggi dici che le carriere finiscono prima, quello ti guarda e ti chiede: «Ma di cosa stai parlando?». Sono discorsi nostri, che dovremmo smettere di fare. I ragazzi devono crescere con le leggi di ora.
De Pretto ha fatto uno stage con la BikeExchange. E’ uno dei talenti del ciclismo italiano. In gruppo si è mostrato subito prontoDe Pretto ha fatto uno stage con la BikeExchange. E’ uno dei talenti del ciclismo italiano. In gruppo si è mostrato subito pronto
La tua ultima squadra, Giovanni, la Bardiani Csf Faizané, ha avviato un progetto sui giovani. Li hai anche visti in gruppo: hai notato queste differenze che hai detto?
Assolutamente sì, tanto che mi risultava difficile il mio ruolo da chioccia. Perché per fare la chioccia non basti tu, ma serve anche gente che è propensa ad ascoltarti e crede in te. Che parli la tua lingua. Io un po’ riuscivo a parlarci, ma avevo addosso l’indole del vecchio ciclismo. Dovevo insegnarli qualcosa, ma per esempio non potevo dirgli che non dovevano allungare troppo in allenamento. Primo, perché ormai i 18-20enni devono andare forte. Secondo, perché sanno già come allenarsi.
Non era facile neanche per te…
Alla fine mi ero buttato sul fare gruppo, che invece deve restare. Oggi ci si messaggia. Le squadre fanno le tattiche via mail. E già da anni. Quasi non c’è più bisogno di fare la riunione prima di partire. E l’armonia, quel filo che li lega, sono necessari. I team building avventurosi servono. Invece a dicembre ci si ritrova al primo ritiro e tutti vanno come moto, perché tanto è così. Se una volta facevi il medio, ora fai soglia. Se facevi soglia, fai fuori soglia. Poi è il nuovo ciclismo e va bene, anche perché a gennaio corrono, ma medierei un po’.
Facciamo invece un po’ di nomi. Chi è tra questi che ti ha colpito. Prima “a taccuino chiuso”, tra gli altri è emerso Alessandro Covi…
Covi quando ha avuto le sue giornate di gloria ha fatto dei numeri pazzeschi. Magari ci si attendeva un po’ più di costanza. Ha iniziato forte la stagione. Idem da Andrea Bagioli. Alterna momenti in cui può lottare con chiunque, e quando dico chiunque intendo tutti per davvero, a momenti in cui dovrebbe esserci e non c’è. Penso ai due mondiali: Imola e quest’anno.
L’impresa di Covi sulla Marmolada all’ultimo Giro d’ItaliaL’impresa di Covi sulla Marmolada all’ultimo Giro d’Italia
Forse non sono costanti proprio perché sono giovani…
Sì, ma anche gli altri sono giovani! I giovani di oggi sono diversi. Che poi, giovani… Questa parola, come pure neopro’, andrebbe eliminata. Il neopro’ lo fa lo junior forte. Andate a vedere Evenepoel cosa faceva da junior. Tutti vogliono fare come lui, solo che non hanno lo stesso motore. Oggi le squadre testano molti ragazzi, poi magari quelli più bravi lì tengono lì, ma gli fanno fare la vita da professionisti. I primi 10 di ogni Nazione sono pro’ e sono quelli che passano. Anche in Italia. Vanno nelle development o addirittura in prima squadra.
In gruppo come sono? Timidi, spavaldi…
Qualcuno scherza, per esempio Pinarello. Passano dopo due anni vissuti “da pro’” e sono più sicuri, più pronti. Sanno quel che devono fare. Anche nell’atteggiamento. Quando toccò a me, solo a dire che ero un pro’ mi emozionavo. E quando vedevo qualcuno che si avvicinava per la foto, mi preparavo. Ora per loro è scontato. Si aspettano che tu gli chieda la foto. Hanno immediatamente un atteggiamento da pro’ affermato. E neanche gli puoi chiedere di essere umili. Per noi era un sogno, qui il loro sogno è scontato, è un percorso.
Torniamo ai nomi, uno dei giovani che hai vissuto di più è Filippo Zana…
Pippo ha dei margini enormi. Ha già fatto vedere qualche numerino, senza strafare. Per me è cresciuto nel modo giusto e ha avuto la fortuna di trovare una squadra come la Bardiani che ti fa crescere così. Guardiamo Colbrelli. Se fosse stato nel ciclismo di oggi avrebbe vinto la Roubaix? Non avrebbe avuto tempo di dimostrare di essere un ottimo corridore. Idem Zana. Filippo ha fatto tre anni in Bardiani.
Per Viscontin Zana potrà migliorare moltoUn pensiero anche Milan e Aleotti. I giovani friulani fanno parte del lotto delle speranze nostranePer Viscontin Zana potrà migliorare moltoUn pensiero anche Milan e Aleotti. I giovani friulani fanno parte del lotto delle speranze nostrane
Già tre anni. Il primo ricordo di lui risale al Giro d’Italia del 2020: era stanchissimo, ma lo ha finito…
Il primo anno non si è quasi mai visto, poi sempre meglio. Ma per me è ancora lontano il suo salto. E queste fondamenta che ha creato alla Bardiani se le ritroverà alla BikeExchange. Anche perché per certi aspetti in gruppo avrà vita più facile. E’ la legge non scritta che le professional non possono stare davanti. In Bardiani ci stavo solo perché si accorgevano che ero io. E queste situazioni ti rendono la vita più difficile. Penso anche a Fiorelli in tal senso. Sapete quante energie in meno spenderebbe per arrivare a fare la volata? Fagli prendere una salita davanti a Zana…
Andrea Piccolo, magari lo conosci poco, ma lo hai visto all’italiano…
La miseria che corridore! Ci messaggiamo spesso. C’è una stima reciproca. Gli mandai un complimento e mi disse che era stato un onore ricevere un mio messaggio. Lui è un fuoriclasse e te ne accorgi anche dall’atteggiamento. In gruppo è un po’ mattarello, non presuntuoso, ma ha un suo mondo. E’ diverso da altri giovani. Per esempio Bagioli è più chiuso, lui invece è più spavaldo, ma al tempo stesso tranquillo.
«Verre? Forte in salita, ma deve completarsi»Su Battistella: «Forza e classe»Su Baroncini: «Solido e forte»«Verre? Forte in salita, ma deve completarsi»Su Battistella: «Forza e classe»Su Baroncini: «Solido e forte»
E tu hai qualche nome che vorresti dire?
Non è più giovanissimo, ma dico Lorenzo Rota: ci ho anche corso insieme. Questo ha classe, ragazzi. Quest’anno ha fatto un bel salto di qualità. Deve vincere una corsa più seria che gli darà sicurezza e farà ancora meglio. Poi mi piace come persona. Si tratta di un atleta serio, dedito al lavoro… Senza contare che ha passato momenti davvero difficili. Lorenzo stava per smettere. E non una volta. E ciò dimostra come ci sia bisogno di ricambio. Non può essere che uno come lui abbia dovuto bussare a più porte per continuare. Cambia la generazione del ciclista? Allora deve cambiare la generazione di chi gli sta intorno.
E’ cambiata oggi la figura del corridore da corse a tappe?
Già da un po’, direi. Lo scalatore puro per me non esiste più. Sto seguendo i giovani e mi rendo conto che tipo di atleta serve. Quando vedi un corridore da 55 chili, ti chiedi cosa può fare. Se vai al Tour, stacchi tutti in salita, arrivi da solo e vinci la tappa okay, ma se non arrivi da solo? Ti è servito? No… In volata perdi. In pianura non puoi neanche aiutare. A crono le prendi. Il corridore modello attuale è il corridore completo. Guardiamo Vingegaard, tra i top rider è l’unico che ha il fisico da scalatore puro, ma poi a crono va forte. Pogacar non è così. Evenepoel non è così.
Sono più muscolati…
Esatto, soprattutto Pogacarne ha di margini sul piano muscolare… E per me può ancora perdere qualche chilo. Lui ha ancora spazio per migliorare, ne sono sicuro.
La famosa panchina non si trova… e ci si siede su una rocciaLa famosa panchina non si trova… e ci si siede su una roccia
Altri nomi importanti sono Baroncini e Verre: perle dell’ultima infornata under 23.
Entrambi non li conosco molto. Però a Verre ho visto fare dei bei numeri in salita. Per lui può esserci quel problema di doversi completare come corridore. Non puoi essere solo uno scalatore in questo ciclismo. Perché o trovi una squadra che ti porta in un grande Giro e cerchi di vincere una tappa (tanto la classifica non la fai), oppure sono problemi. Anche Baroncini è un grande atleta. Anche perché altrimenti non vinci un mondiale U23, tanto più come ha fatto lui.
Ecco, con lui parliamo di un corridore importante. Che ha una certa pedalata e una certa classe. E’ uno di quei corridori che a vederli è bello. E’ completo. Però lo deve dimostrare: l’estetica non basta, ma la base c’è tutta.
Il Team Colpack Ballan CSB viaggia spedito verso la stagione numero 32 della sua storia. Negli anni sono stati tanti i campioni che ha sfornato la squadra di patron Beppe Colleoni. Ma non ci si può adagiare sugli allori, bisogna sempre rinnovarsi e far fronte alle nuove esigenze.
E forse anche per questo Antonio Bevilacqua e Gianluca Valotistanno pensando a qualche cambiamento sostanziale, anche per ciò che concerne il calendario. Proprio mentre chiamiamo Valoti, i due tecnici sono in riunione. Il 2023 è già iniziato per loro.
Bevilacqua e Valoti (a destra) con Filippo Baroncini, campione mondiale U23 a Leuven 2021, frutto della Colpack (foto Instagram)Bevilacqua e Valoti (a destra) con Filippo Baroncini, campione mondiale U23 a Leuven 2021, frutto della Colpack (foto Instagram)
Gianluca, partiamo da una frase che emerse parlando questa estate al Valle d’Aosta: «Anche un’importante squadra giovanile come la Colpack fa fatica a prendere i ragazzi migliori». E’ così? E perché?
E’ veramente difficile. L’ultimo esempio è la Jumbo-Visma che ha preso quel ragazzino di 17 anni (Mattio, ndr). Come fai a fermarlo? Uno come lui vede la tv. Vede che quella squadra vince il Tour, che se la gioca con Pogacar, che annovera tanti campioni… è normale che abbia l’ambizione di andare in quel team così organizzato e blasonato. E in alcuni casi passano direttamente nella WorldTour e non dalla giovanile.
E allora come possono squadre tipo la Colpack, ma anche la Zalf tanto per citare l’altra grandissima, ingolosire i ragazzini?
Noi lavoriamo sempre per dare e fare il massimo. Cerchiamo di fargli vedere la nostra struttura organizzativa e mostrargli come verrebbero seguiti al 100 per cento: preparazione, alimentazione, materiali…
Stagione 2023, come sarà il vostro organico?
Rispetto allo scorso anno abbiamo preso sei juniores più Luca Cretti che è un quarto anno. Altri dieci ragazzi sono stati confermati, tra questi il gruppo dei velocisti: Persico, Boscaro, Quaranta e Della Lunga. Abbiamo preso un altro ragazzo da affiancare a Sergio Meris, che è il nostro scalatore-uomo di classifica e che è anche al quarto anno, pertanto cerchiamo di dargli una mano. Io credo che nel complesso siano ragazzi di buoni valori.
Diego Bracalente è uno degli juniores ingaggiati dalla Colpack. Proviene dalla Trodica di Morrovalle, team abruzzeseDiego Bracalente è uno degli juniores ingaggiati dalla Colpack. Proviene dalla Trodica di Morrovalle, team abruzzese
Li avete visti anche dal vivo?
Un po’ dal vivo, ma un po’ li abbiamo studiati anche con le tecnologie attuali, che consentono tra allenamenti e corse di studiare bene i file e valutare i valori di quel ragazzo. Fermo restando che poi a contare è sempre il verdetto della strada. Abbiamo scelto qualche scalatore in più, perché ormai ce ne sono pochi. Diego Bracalente, Lorenzo Nespoli, Leonardo Volpato e in parte Gabriele Casalini e Nicolas Milesi, che sono un po’ più cronoman, al Lunigiana per esempio si sono mostrati bravi in salita. Idem Luca Cretti e Pavel Novak.
Però sei ragazzi, Gianluca, non sono pochi. E’ una piccola rivoluzione…
Eravamo partiti con un gruppo di giovani che man mano è andato “maturando” e quindi lo scorso anno non partivamo da zero. Per il 2023 invece ripartiamo da zero e la speranza è di fare con loro un programma di almeno due-tre anni.
Eccolo, il nocciolo della questione: un programma di due-tre anni. Perché come si è visto il rischio è che al primo bel segnale (non solo vittorie) passino…
Esatto. Avere un corridore per due o tre anni è un problema ed è sempre più difficile. In più al primo anno, fino a giugno, cerchi di lasciarli più tranquilli perché hanno la scuola, per poi fargli fare qualcosa in più in vista del finale di stagione. Questa è sempre stata la politica della Colpack-Ballan CSB. Ed eventualmente quello dopo fargli fare un’attività più intensa.
Nel 2022 la Colpack ha ottenuto 16 vittorie e 36 podi totali in Italia (38 considerando anche quelli all’estero). Qui, Francesco Della Lunga Nel 2022 la Colpack ha ottenuto 16 vittorie e 36 podi totali in Italia (38 considerando anche quelli all’estero). Qui, Francesco Della Lunga
Calendario 2023, sarà quello di sempre?
Abbiamo fatto molte richieste all’estero, come sempre del resto. Il problema è che con il Covid le squadre più importanti, a partire dalle WorldTour, restavamo molto di più in Europa. Adesso che le cose sembrano cambiare, che tornano l’Australia, l’Argentina… magari per noi c’è più spazio. Ma resta comunque difficile programmare un’attività all’estero in quanto noi continental siamo le ultime ad essere avvertite. Ci dicono all’ultimo minuto che la nostra richiesta è stata accettata. Però dai, qualche conferma è già arrivata!
Tipo?
Una gara in Olanda, la Parigi-Roubaix, le classiche delle Ardenne…
C’è qualche gara che ti piacerebbe fare?
Sì, il Tour de Bretagne gara ottima per il nostro livello direi. Innanzi tutto sono sette giorni di corsa e si avvicina molto al nostro Giro under 23 e poi i percorsi sono misti, il meteo è parecchio variabile… in una corsa così i ragazzi imparano tanto.
Eventi così e un calendario straniero più fitto, per te aumentano la capacità di attrazione dei ragazzi verso la vostra squadra?
C’è sicuramente più stimolo. Prendiamo un Persico che è al quarto anno ed è esperto. Ragazzi come lui hanno già fatto un po’ tutte le corse del panorama italiano e fare delle gare all’estero magari gli dà più grinta, più fame, più cattiveria. E immagino valga anche per quelli di primo anno. Anche se per loro anche il calendario nazionale è nuovo. Per esempio a Bracalente quando gli si parlava della Firenze-Empoli s’illuminavano gli occhi. Una gara simile l’avevano solo sentita nominare, letta da qualche parte o vista in qualche spezzone tv. E’ pur sempre un passaggio dagli juniores al dilettantismo.
Quest’anno la squadra di Colleoni ha fatto diverse corse all’estero. Purtroppo però queste trasferte sono anche costoseQuest’anno la squadra di Colleoni ha fatto diverse corse all’estero. Purtroppo però queste trasferte sono anche costose
E magari pensare ad una trasferta tipo quelle nel Mediterraneo, in Turchia o al Tour of Rhodes?
Sinceramente sono un po’ titubante e lo stesso vale per la trasferta in Argentina, dove insistendo un po’ magari ci invitano anche. Però sono grandi impegni anche organizzativi per strutture piccole come la nostra. I mezzi, le bici, il personale… E poi costano.
E in alcune di queste gare il tasso tecnico non è super. Meglio un Sibiu Tour?
Sì, meglio. Queste corse in Romania, Bulgaria… stanno prendendo piede. Sono ben organizzate, gli hotel sono buoni e il tasso tecnico è giusto. Sono luoghi che si raggiungono in una giornata di viaggio e ai ragazzi si dà l’opportunità di misurarsi in un buon campo internazionale. Ovviamente però abbiamo fatto richiesta anche per le gare a tappe italiane, Giro di Sicilia, Coppi e Bartali… e aspettiamo il risultato. Come ho detto prima, noi continental siamo le ultime a sapere dell’invito.
Le ultime corse hanno mostrato penuria di atleti italiani. Giustificati quelli frenati da malanni e infortuni, ma gli altri? Diverse cause. E il Giro bussa
Lorenzo Germani sta per riprendere a lavorare in vista della sua prima stagione da vero professionista nel WorldTour. Con Lorenzo Milesi è stato in vacanza alle Canarie. Lì, hanno incontrato tanti altri colleghi. «Finalmente – dice il ciociaro – ho potuto staccare veramente. Perché tra Covid e cadute, anche di testa erano due anni che ero sempre impegnato».
Lorenzo è pronto a passare dalla continental alla prima squadra dell’Equipe Groupama Fdj. La società francese è un sodalizio affatto banale. Abbiamo visto dal vivo come lavorano. La squadra di Marc Madiot è stata tra le prime a credere nello sviluppo “fai da te” dei giovani.
Il loro centro di Besançon è una vera perla. E’ la loro casa. E i risultati si vedono. Quest’anno dal vivaio arrivano otto corridori. E che corridori…
Per Lorenzo lo stacco è stato totale e necessarioGermani e Milesi in vacanza alle CanariePer Lorenzo lo stacco è stato totale e necessarioGermani e Milesi in vacanza alle Canarie
Lorenzo, partiamo dagli ultimi tuffi nel mare delle Canarie…
E’ stato uno stacco vero, anche con la testa. Nelle settimane di questo riposo mi sono davvero goduto la vita. Era un bel po’ che non scendevo dalla bici.
Quando hai fatto l’ultima uscita?
In realtà mezz’ora fa! Giusto oggi (ieri per chi legge, ndr) ho deciso di fare una piccola passeggiata. Ma di fatto ero fermo dall’8 ottobre. L’ultima corsa è stata la Ronde de l’Isard che è finita il 2 ottobre. In quella settimana ho fatto 10 ore scarse di sella e poi appunto ho iniziato lo stacco completo. In squadra vogliono che stiamo fermi almeno 4-5 settimane.
E quando riprenderai?
Dalla prossima settimana. Per arrivare poi con qualche chilometro al primo ritiro della stagione, che faremo dal 9 al 20 dicembre a Calpe, in Spagna. Lì, immagino, faremo molte ore di sella. Ma non tanti lavori specifici.
E le misure del vestiario, i nuovi materiali?
Già fatto. Abbiamo fatto tutto nella prima settimana di ottobre, visite mediche incluse e lo stesso quella biomeccanica.
Germani corridore totale: ha aiutato la squadra in pianura, in salita e ha anche vinto. Oltre al tricolore, sua una tappa al Val d’Aosta (in foto)Germani corridore totale: ha aiutato la squadra in pianura, in salita e ha anche vinto. Oltre al tricolore, sua una tappa al Val d’Aosta (in foto)
Hai cambiato qualcosa riguardo alla posizione in bici?
Abbastanza. In pratica ci siamo accorti che ero parecchio arretrato. E così abbiamo avanzato il baricentro.
Ti sei spostato in avanti: la distanza punta sella-manubrio è più corta così?
In realtà no, perché anche il manubrio è stato avanzato. E infatti ho un “attaccone” da 140 millimetri! In più ho cambiato anche il manubrio stesso. Ne ho preso uno più piccolo, ideale per la larghezza delle mie spalle. Si tratta di una piega da 38 centimetri. Quindi adesso abbiamo la bici nuova con il manubrio integrato. Bellissima!
Passerai nel WorldTour e lo farai con molti dei tuoi compagni di squadra. Siete la banda di “JiGi” (Jerome Gannat, il diesse della continental) come lo chiamavate voi…
E questo è bello. Ci ritroveremo insieme in tante corse, soprattutto in quelle minori. Magari non ci sarà Lenny (Martinez, ndr) in quelle più veloci, ma per il resto saremo noi e qualche corridore più esperto. Devo dire che abbiamo trovato un bell’ambiente.
La Groupama-Fdj Continental è sempre stata protagonista nelle corse più importanti U23La Groupama-Fdj Continental è sempre stata protagonista nelle corse più importanti U23
Come vi hanno accolto?
Alla grande. I ragazzi della WorldTour sono stati contenti, a partire da Gaudu, Kung, Madouas… Tutti molto disponibili. Uno chissà cosa pensa… Sai, ti ritrovi di fronte un Kung, che fin lì hai visto solo alla tv e resti un po’ spiazzato. Invece sono ragazzi semplici. In particolare Gaudu, proprio perché ci ha visto essere un bel gruppo, ci ha detto di non isolarci, che tutti siamo una squadra. Ci stiamo conoscendo…
Chi sarà il tuo direttore sportivo di riferimento?
Benoit Vaugrenard, lui ha fatto tutta la sua carriera in questa società. E’ molto esperto. Inoltre ho cambiato anche il preparatore. Adesso è uno del gruppo WorldTour.
Sai già quali gare farai, più o meno?
Di certo farò delle gare WorldTour nelle quali imparerò e lavorerò per il team con l’obiettivo di crescere ancora. Mentre nelle altre gare più piccole, tipo quelle della Coppa di Francia, le 1.1, 1.Pro, ci hanno già detto che saremo abbastanza liberi. Sono corse dall’andamento più garibaldino, più simili a quelle a cui eravamo abituati nella continental. Si adattano bene al nostro profilo.
Gannat (il secondo da sinistra) è il diesse del forte gruppo della continental, passato quasi tutto in prima squadraGannat (il secondo da sinistra) è il diesse del forte gruppo della continental, passato quasi tutto in prima squadra
Eh – sospira Lorenzo – sarebbe bellissimo, soprattutto quest’anno che ci sono molte tappe al Centro-Sud e si arriva a Roma… Ma ci hanno già detto di no. Arriva troppo presto nel corso della stagione. Servirebbero una certa esperienza e una preparazione diversa. Al Tour invece portano il top team. Resta la speranza della Vuelta. Arrivando più in là, sia dal punto di vista della preparazione che dell’abitudine al WorldTour, dovremmo essere più pronti. Ma certo il Giro…
Eppure Lorenzo, vi abbiamo visto dal vivo più volte, e voi del gruppo continental siete davvero forti. A nostro avviso potreste già essere più pronti e “sfacciati” di quel che si possa pensare…
Siamo una squadra e questo è ciò che conta. Da parte mia sono felice che abbiano apprezzato molto il lavoro che ho fatto e hanno riconosciuto le mie qualità. Anche per questo io potrò passare dal gruppo dei velocisti a quello degli scalatori: da Demare a Gaudu, potranno scambiarmi senza problemi.In più hanno visto che so fare gruppo.
Il contest vinto ha permesso a Silvano Parodi di intervistare Lorenzo Germani. Ecco il suo articolo, a metà fra il debutto della Liegi e quello del Giro
«Come l’anno scorso avevo detto che era una perdita non avere più il team Qhubeka dei pro’, adesso che è tornato dico che sarà un guadagno»,Daniele Nieri direttore sportivo del Team Qhubeka commenta così il ritorno della prima squadra.
Douglas Ryder, ex team manager della Qhubeka WT, torna in pista con la Q36.5, una professional. La squadra avrà sede in Svizzera, un’anima sudafricana e un grande apporto italiano, tra cui quello di Vincenzo Nibali. Tra le due squadre, la professional e la continental, pertanto ci sarà un certo contatto, proprio come avviene con le WorldTour e i rispettivi team development.
Daniele Nieri (classe 1986) è in ammiraglia già dal 2018Daniele Nieri (classe 1986) è in ammiraglia già dal 2018
Development sul serio
E infatti Nieri è molto chiaro: «Si ritorna development nel vero senso della parola. L’anno scorso avevo detto che la perdita della Qhubeka ci avrebbe dato qualche limite in termini di calendario e di possibilità per i ragazzi. Ma al tempo stesso avrebbe aumentato la visibilità mediatica su di noi. Quest’anno è il contrario».
Dal punto di vista tecnico e pratico quindi la squadra dei giovani ci guadagna. Sapere di avere un punto di appoggio “in alto”, nel professionismo, vuol dire molto.
«Oltre al calendario superiore che andremo a fare, i ragazzi qualora lo meriteranno, potranno fare delle esperienze con la prima squadra e perché no, passare con loro nella stagione successiva.
«A gennaio faremo il ritiro in Spagna tutti insieme. Non sappiamo ancora le date di preciso ma staremo insieme. Sarà un’ottima occasione di crescita».
Nicolò Parisini (in foto) si è ben distinto in stagione Nicolò Parisini (in foto) si è ben distinto in stagione
(Quasi) dodici
L’organico definitivo della Qhubeka sarà comunicato tra qualche giorno, ma Nieri ci anticipa che i ragazzi dovrebbero essere dodici, due sono ancora in ballo. Rispetto alla passata stagione c’è un grande rinnovamento e un certo ringiovanimento della rosa. Il prossimo anno ci saranno solo due atleti di quarto anno.
«E ne restano solo quattro di quelli in rosa nel 2022 – dice Nieri – tra questi Raffaele Mosca».
Ma in arrivo ci sono anche tre ragazzi italiani, uno svizzero e cinque ragazzi africani provenienti da un po’ tutto il Continente.
«Con i ragazzi africani non ho avuto molte possibilità di parlare personalmente, ma ci siamo scambiati dei messaggi. Però con due di loro, qualche confronto in più c’è stato. E ci ha parlato soprattutto Kevin Campbell (uno dei manager del team, ndr) che li ha diretti all’Avenir. In Francia hanno corso con il team dell’Uci e a dargli supporto tecnico, staff e mezzi, eravamo noi».
Qui il Tour du Rwanda. Il livello delle corse esotiche, tra cui quelle africane, sta crescendo nettamenteQui il Tour du Rwanda. Il livello delle corse esotiche, tra cui quelle africane, sta crescendo nettamente
Calendario mondiale
Daniele Nieri ha parlato di un calendario più importante. Gare U23 ma anche esperienze con la professional e corse all’estero. Nel ciclismo che si espande a livello mondiale un progetto simile non può esimersi dal fare determinate esperienze.
E poi basta pensare che nel 2025 i mondiali si disputeranno in Rwanda… Bisogna insistere.
«Faremo di certo anche noi delle corse in Africa – spiega Nieri – e le faremo sia noi che la professional. Rwanda e Amissa Bongo ormai sono corse vere, ci vanno le squadre buone, ci sono in ballo punti Uci. E sì: ci vogliamo andare».
Le prime uscite, soprattutto con ragazzi africani di primo anno, non sono semplici da gestire (foto Instagram)Le prime uscite, soprattutto con ragazzi africani di primo anno, non sono semplici da gestire (foto Instagram)
Solidaretà totale
Lavorare con ragazzi che arrivano da Paesi lontani, con culture sportive (e non solo sportive) molto diverse dalle nostre non è facile. E non lo è anche nel concreto. Magari in allenamento, specie nei primi mesi, Nieri e il suo collega Simone Antonini, si ritrovano corridori che hanno parecchia differenza tra di loro, specie con gli atleti di primo anno. Coordinarsi non è facile. Non è così scontato trovare una certa coralità in tempi brevi.
«Chiaro che cerchiamo di prendere chi va più forte – spiega Nieri – ma prima di far firmare un ragazzo non valutiamo solo i dati, ma andiamo a vedere anche la persona.
«Per quanto riguarda l’integrazione è un bel lavoro. Per un ragazzo dei nostri stare con loro non è facile. I ragazzi africani sono bravissimi, gli darei un polmone se ce ne fosse il bisogno, ma certe differenze sono evidenti. Differenze anche culturali: l’uso dei social, del telefonino, dell’alimentazione, usare GoogleMap… In questo caso mi danno una grossa mano i ragazzi italiani».
«Dico loro di stargli vicino, di aiutarli nella vita quotidiana. Devono essere bravi a capire tutto ciò. In questi anni ho avuto un ragazzo che non è stato bravo… di più. Ed èLuca Coati. Una spanna sopra a tutti. Luca ha svolto un grande lavoro.
«E tra tutti si è stabilito un così bel rapporto che Tesfatsion, per esempio, nonostante abbia cambiato squadra ha preso casa vicino a me. Ed Henok Mulubrhan scherzando Coati lo chiama “Amore”! Fuori dalla bici gli si deve dare una mano e in gara li si deve aiutare a leggere la corsa».
Primo grande Giro concluso al settimo posto. Una caduta tremenda. Tante buone prestazioni e una tenuta psicofisica da veterano nell’arco delle tre settimane e dell’intera stagione. Vogliamo tornare a parlare di Carlos Rodriguez.E lo facciamo con chi in quella Vuelta lo ha guidato dall’ammiraglia e gli è stato vicino da Utrecht a Madrid, vale a dire il diesse Matteo Tosatto.
Il gioiellino spagnolo della Ineos Grenadiers è un campione che, a nostro avviso, dovremmo imparare a conoscere. E bene. Meno appariscente del suo “storico” rivale Juan Ayuso e di un Remco Evenepoel, non ha però meno sostanza di loro. Anzi…
Matteo Tosatto (classe 1974) è sull’ammiraglia dal 2017Matteo Tosatto (classe 1974) è sull’ammiraglia dal 2017
Matteo, Carlos Rodriguez: cosa dici di questo atleta?
E’ un bravissimo ragazzo, molto giovane. Ha già fatto vedere belle cose. E’ arrivato da noi che era uno juniores. E la cosa più importante è che anno dopo anno si è sempre migliorato e lo ha fatto su ogni terreno: salita, crono, sprint… Quest’anno avevamo in programma di fargli fare il primo grande Giro ed è arrivato alla Vuelta consapevole di poter far bene. Aveva vinto il campionato spagnolo, una tappa ai Paesi Baschi e avendo fatto altre belle performance era fiducioso. Poi noi gli abbiamo lasciato carta bianca.
Poteva quindi attaccare, essere libero?
Poteva fare classifica o aiutare Carapaznel caso Richard fosse stato in lotta per la Vuelta. Poi Richard è uscito quasi subito dai giochi e Carlos è stato più libero. Unico rammarico: la caduta terribile. Questa non gli ha permesso di lottare per il podio o arrivare quarto. Nei primi cinque ci sarebbe stato di sicuro. E’ arrivato settimo, ma per noi è come se fosse stato tra i primi cinque. Un altro sarebbe andato a casa.
Una brutta caduta in effetti, almeno da quel che si è visto dalle immagini…
Bruttissima. Ha mostrato una solidità impressionante. Vi dico solo che al Lombardia aveva ancora le ferite della Vuelta. Dopo la caduta è ripartito subito. Ma avendo rotto il casco lo abbiamo fermato. Ci sono dei protocolli da rispettare. Gli dicevo di fermarsi, di aspettare un attimo. E lui: “Sto bene, sto bene. Vado avanti”. “No – ribattevo io – hai rotto il casco, hai sbattuto la testa dobbiamo essere sicuri che puoi continuare”.
Il giovane spagnolo è caduto nella 18ª tappa, quando era quarto nella generale A seguito di quella maxi caduta tutta la squadra si è radunata attorno a CarlosIl giovane spagnolo è caduto nella 18ª tappa, quando era quarto nella generale A seguito di quella maxi caduta tutta la squadra si è radunata attorno a Carlos
Coriaceo…
Io dalla macchina gli chiedevo: “Come ti chiami?”. Lui mi guardava un po’ così, ma rispondeva bene, quasi con ironia. “Mi chiamo Carlos Rodriguez, Matteo Tosatto. E sono nato ad Almunécar il 2 febbraio 2001. Sto bene e voglio andare avanti”. Dopo una decina di chilometri, visto che si andava piano, lo abbiamo fermato. Ha parlato con il dottore. Ha fatto i suoi test per una trentina di secondi ed è ripartito.
E quella sera?
Già sul bus, poverino, era martoriato. In hotel, poi, mi diceva che gli faceva male tutto, ma anche che sarebbe potuta andare peggio. Lì ho davvero capito che non voleva mollare di un centimetro. Il giorno dopo ancora, ancora. Ma due giorni dopo ha sofferto tantissimo. Bisogna solo fargli un monumento per ciò che ha fatto. Ha mostrato un grande carattere.
E si è anche guadagnato il rispetto dei compagni?
Quello già ce lo aveva. E’ un ragazzo che si fa voler bene. Ma ho visto che dallo staff, dai meccanici ai massaggiatori, tutti hanno detto e capito quanto grande sia stato a portare a termine la Vuelta in quelle condizioni. Nelle ultime tappe gli ho detto: “Noi proviamo, ma se ti stacchi anche nei primi dieci minuti di corsa la tua Vuelta l’hai già vinta prima della caduta”. E lui: “No, la mia Vuelta finisce domenica”. Questo ti fa capire tante cose e quanto sia determinato.
Un punto forte di questo ragazzo è la testa dunque?
Assolutamente sì. Non ha mollato. Ma allo stesso tempo, a mio parere, non sente la pressione. Si concentra e s’innamora delle corse che gli piacciono. Alla sua età sa già cosa vuole. Prima di quest’anno per esempio ci ha detto: “Voglio fare la Strade Bianche perché una corsa che mi piace”. Era la prima volta che la faceva è stato l’unico che ha risposto agli attacchi di Pogacar. Idem il Lombardia e la Vuelta. Vuole migliorare ogni anno… E’ questo il piano nella sua testa ed è un piano chiaro.
Nella crono di Alicante Rodriguez è stato quarto a 1’22” da EvenepoelNella crono di Alicante Rodriguez è stato quarto a 1’22” da Evenepoel
In salita è un po’ al limite o per te ha dei margini ulteriori?
Per me ha dei margini. Non ha lo scatto secco o il cambio di ritmo netto, ma preferisce andare di passo e con le sue doti da cronoman e la sua giovane eta, ricordo che ha 21 anni, può fare ancora molto. Abbiamo visto i suoi dati e i suoi step di stagione in stagione e per me anche fisicamente non è del tutto maturo.
Il fatto che Carlos non abbia la “botta secca” è una limitazione nel ciclismo moderno?
Non penso. Ognuno ha il suo modo di correre, ma rispetto ad altri va più forte a crono. E sulla bici da crono ci lavora tanto e questo è di certo un punto favorevole.
Ti ricorda qualcuno? Tu sia da corridore che da diesse nei hai visti tanti…
Mah – ci pensa un po’ Tosatto – forse un Ivan Basso, uno regolare. Ha le caratteristiche di un passistone ma che va forte in salita. Non è lui che ti fa dieci scatti in salita. Però ha la capacità di essere al limite per tanto e si sa gestire in quei momenti. Ed è una cosa a dir poco importante.
Che programmi di lavoro avete previsto?
Per ora non lo sappiamo. Nel ritiro degli scorsi giorni abbiamo stilato il programma di gare che faremo come squadra ma ancora non siamo scesi nello specifico. A dicembre, con i feedback dei coach e con gli incontri tra gli atleti e i direttori, vedremo cosa fare. E di conseguenza decideremo, soprattutto per i grandi Giri e per le classiche maggiori.
Il duello tra Carlos Rodriguez e Juan Ayuso ha infiammato la Vuelta e gli spagnoliIl duello tra Carlos Rodriguez e Juan Ayuso ha infiammato la Vuelta e gli spagnoli
Può avere delle possibilità. Ma dipende da molte cose. Per esempio se vuol fare bene la primavera con le classiche e la Strade Bianche, o più avanti con il Catalunya e i Baschi. Inoltre dovremmo vedere chi sarà il capitano. Di certo dopo la Vuelta può provare a fare altro. L’Italia gli piace. Ama le nostre corse e magari questo inciderà. Ma essendo così solido magari dirà alla squadra: “Voglio andare al Tour”. O non mi stupirei se volesse fare la Vuelta da leader. Ma sono idee mie.
In Spagna hanno messo su un dualismo con Ayuso…
Fanno i paragoni con Ayuso perché entrambi sono vincenti, forti, giovani e lottano già dalle categorie minori. Carlos ha un anno di più… Poi dopo che anche Valverde ha smesso i media vogliono creare un po’ rivalità, fare notizia. In più sono molto diversi, come persone e come corridori.
Lo scorso anno all’Avenir, sul Piccolo San Bernardo abbiamo la sua immagine mentre attendeva il verdetto: si giocava la maglia gialla finale per una questione di secondi. Ha mostrato il suo essere ingegnere in tutto e per tutto: una sfinge. Ma è davvero così chiuso e serio o a “telecamere spente” è più aperto?
E’ professionale al 110%, ma quando si stacca il numero è altrettanto professionale… a fare festa! I genitori lo hanno educato bene. Ha grande rispetto per ogni membro dello staff. Sa cosa vuol dire fare fatica e rispetto. Ha le basi solide per una lunga e ottima carriera.
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