La preparazione per Glasgow? Una patata bollente

14.01.2023
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I prossimi campionati del mondo si terranno a Glasgow, dal 3 al 13 agosto. E stavolta sarà come una piccola olimpiade del ciclismo con tutte, ma proprio tutte, le discipline di questo sport. Ci saranno, tanto per intenderci, anche il ciclismo indoor (acrobazie) e i cicloamatori. 

Ma venendo a discorsi più concreti, dal punto di vista della preparazione quello iridato è davvero un bell’intrigo. La stessa Martina Alzini recentemente ha sollevato la questione. E sarà un bel problema soprattutto per i pistard e gli stradisti, che si ritroveranno eventi nello stesso giorno. In questi casi l’interlocutore più indicato è Diego Bragato, che guida lo staff performance della nazionale.

Gli europei 2022 sono stati un banco di prova per i calendari fitti tra pista e strada che si prospettano a Glasgow. Qui la volata femminile
Gli europei 2022 sono stati un banco di prova per i calendari fitti tra pista e strada che si prospettano a Glasgow. Qui la volata femminile
Diego, dicevamo che addirittura ci dovrebbero essere delle sovrapposizioni…

Sì, in un giorno ci saranno delle gare su pista e il team relay su strada.

A livello di preparazione è un bell’incastro. Come ti stai muovendo?

In realtà prima ancora è un discorso più di organizzazione fra i cittì delle varie nazionali e il team manager Roberto Amadio sulla gestione delle forze, perché fra un anno ci saranno le Olimpiadi e andranno fatte delle scelte. Di conseguenza bisogna capire su cosa andare a lavorare e su cosa puntare. E in effetti proprio in questo periodo sto aspettando le direttive da Villa e Sangalli per sapere chi farà cosa… Per ora siamo in attesa degli europei su pista.

Adiamo per passi…

Sì, dopo questo appuntamento sarà davvero importante sapere in tempo i piani per capire, organizzarsi e prepararsi. L’UCI ha fatto questa scelta di fare tutto insieme, una scelta che da una parte è carina per il ciclismo, ma dall’altra, per quanto riguarda organizzazione e programmazione, non ti permette di lavorare al meglio.

Il clan azzurro della pista. Molti di questi atleti sono anche stradisti
Il clan azzurro della pista. Molti di questi atleti sono anche stradisti. Bragato è il secondo da sinistra con la maglia bianca (fila in alto)
Quanto è stata importante o indicativa l’esperienza di questa estate di Viviani agli Europei, che la mattina-pomeriggio ha corso su strada e la sera era in pista?

Quella di Elia è stata un’esperienza per un atleta di un certo livello, che non va bene per tutti. E non è così facilmente replicabile. E poi un conto è farlo per un atleta e un conto per il quartetto. Bisognerà fare delle scelte e anche io, ripeto, aspetto le linee guida.

E’ chiaro…

Il nostro grande obiettivo sono le Olimpiadi di Parigi 2024 e quest’anno iniziano le qualificazioni. Siamo disposti anche a fare un passo indietro su strada per ottenere questo risultato: la prima cosa è la qualifica olimpica. Ed anche per questo agli Europei ci faremo trovare già pronti.

Avete già una stima degli atleti e delle atlete che a Glasgow saranno coinvolti nei calendari serrati tra le due discipline (strada e pista)?

Più o meno sono i soliti: Ganna, quantomeno per la crono, poi Viviani, Consonni. Forse Viviani ancora di più perché il percorso iridato non dovrebbe essere impossibile. E più o meno vale la stessa cosa per Consonni. Ma il vero problema è con le donne, perché tutte le migliori su strada, specie per quel tipo di percorso, sono le stesse della pista e non sarà affatto facile. 

In questo caso pensi ad una preparazione ad hoc che miri soprattuto a smaltire acido lattico e tossine in breve tempo?

Diciamo che in tal senso abbiamo la nostra esperienza, comunque sì: ci sarà da fare un lavoro di avvicinamento per abituare il corpo a passare dallo sforzo della strada a quello della pista. E lo abbiamo visto un po’ con Viviani. Pertanto servirà un grosso volume per la strada con continui richiami su pista ad alte intensità. Fare questi richiami anche se non si è al 100%. Servirà molta flessibilità da parte di tutti ed è quello che già ad inizio anno abbiamo chiesto… soprattutto alle ragazze.

Europei 2022, Viviani aveva corso su strada e poi su pista cinque ore dopo. Eccolo con Diego Bragato, regista di questo switch
Europei 2022, Viviani aveva corso su strada e poi su pista cinque ore dopo. Eccolo con Diego Bragato, regista di questo switch
La Alzini parlava del grosso rischio di arrivare stanche già in estate…

E il rischio è proprio quello. E per questo riguarda soprattutto le ragazze: perché anche se hanno calendari simili (ormai quasi uguali, ndr) a quelli degli uomini, non hanno rose dei team così ampie. Possono fare meno rotazione. Si prospettano per loro delle stagioni pesantissime. Dovremo essere bravi noi tecnici a farle arrivare bene ad agosto. E da lì ad un anno dopo, cioè alle Olimpiadi. Quindi dobbiamo dosare le forze, pensando già a ciò che avverrà l’anno successivo.

Insomma, Diego, la questione non è affatto banale…

Per nulla. Quel che stiamo facendo è mettere insieme le richieste dei ragazzi, quelle delle squadre e quelle della nazionale. E su questo tema Amadio e i cittì si dovranno muovere, e si stanno muovendo, con i “fili di piombo”. Servirà molta attenzione.

Un giorno di fitting e Cimolai diventò perfetto sulla Look

13.01.2023
6 min
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Passare da una bici all’altra per un professionista è come cambiarsi d’abito, passando da uno stilista al successivo. Cimolai lo sa bene. Cambiano il disegno, il tessuto e la stessa vestibilità, al punto che quando si cambia bici, il primo step è affidarsi a chi sia in grado di metterti su quella nuova come o meglio che sulla precedente.

Per questo, quando a Denia vedemmo Davide armeggiare assieme al suo meccanico sulla nuova Look, con tanto di metro per sistemare le leve dei freni, ci venne la curiosità di vederci più chiaro. Quando poi sul suo profilo Instagram ci è capitato di seguire una piccola porzione del lavoro fatto con il centro che lo segue, il 4performance2.0 di Pederobba, abbiamo deciso di alzare la cornetta per farci raccontare.

Nei giorni del ritiro di Denia, Cimolai ha avuto le sue difficoltà nel sistemare la bici
Nei giorni del ritiro di Denia, Cimolai ha avuto le sue difficoltà nel sistemare la bici

Quattro giorni a Natale

Ci ha risposto Enrico Licini, titolare del centro assieme ad Alessio Camilli. Sono entrambi laureati in Scienze Motorie e dal 2009 hanno portato in Italia il metodo Retul, prima che Specialized rilevasse l’azienda, ne cambiasse la politica e ne facesse il sistema di cui ci ha raccontato Giampaolo Mondini pochi giorni fa.

Enrico e Alessio collaborano con Cimolai dal 2018, inizialmente anche per la preparazione, dato che il centro si occupa di bike fitting e allenamento. Da quest’anno tuttavia l’Equipe Cofidis gli ha chiesto di avvalersi di un preparatore interno e il friulano ha cambiato strada. Nella squadra francese, si è passati a bici Look: un ritorno che l’azienda (anch’essa francese) ha celebrato con un video.

«La nuova Look – racconta Enrico – gliel’hanno data nel ritiro in Spagna prima di Natale. Dopo i primi giorni, ci ha mandato un messaggio dicendo che non ne veniva fuori. Per cui, nonostante fossimo quasi in chiusura, lo abbiamo fatto venire qui al rientro da Denia. Era il 21 dicembre. Ci siamo messi subito al lavoro. Per come siamo abituati, penso che Retul sia un utile sistema, ma ci basiamo molto anche sull’occhio e sulle sensazioni dell’atleta. Sulla bici alla fine deve salirci lui. E io devo capire chi ho davanti e cosa stia cercando».

Dopo tre anni con De Rosa, la Cofidis passa a Look: orgoglio francese (foto Mathilde L’Azou)
Dopo tre anni con De Rosa, la Cofidis passa a Look: orgoglio francese (foto Mathilde L’Azou)

L’ottava bicicletta

Da quando è passato professionista, Cimolai ha corso con sette bici diverse: con la Look sale a quota otto. ci sono state la Cannondale della Liquigas, la Wilier e poi la Merida della Lampre, la Lapierre della FDJ. Quindi la De Rosa della Israel che poi passò alla Factor. Di nuovo De Rosa in Cofidis e ora la Look.

«Riportare le misure della vecchia bici sulla nuova – spiega Enrico – è qualcosa che non facciamo mai. L’atleta cambia e cambiano i materiali, per cui prima vengono lui e le sue esigenze e di riflesso arrivano le misure. Questa Look montata con lo Shimano a 12V, la nuova forma della leva, la telaistica molto aggiornata e il nuovo manubrio sono un bel passo in avanti. Siamo partiti da zero, andando a guardare gli angoli».

Il manubrio dal reach ridotto e le nuove leve Shimano sono stati motivo di studio. Con Cimolai, c’è qui Enrico Licini
Il manubrio dal reach ridotto e le nuove leve Shimano sono stati motivo di studio. Con Cimolai, c’è qui Enrico Licini
Il video su Instagram mostra Davide che pedala anche forte, come si fa con Retul…

Vedi come risponde l’atleta durante lo sforzo. Seduto, in piedi, il modo in cui si siede, il punto su cui si siede. Lavori a diversi wattaggi e vedi la sua risposta. Inoltre abbiamo abbinato anche una parte di lavoro con Leomo, per valutare in modo più completo la rotazione del bacino. E’ un sistema di cui si serve molto anche Adam Hansen nel suo nuovo ruolo.

Si svolge tutto nel vostro centro?

Si parte in studio, segue poi un’uscita su strada per analizzare quello che si è ottenuto. Lavoriamo sugli angoli e, cosa più importante, non abbiamo tempistiche standard. Si finisce quando si è raggiunto il risultato.

Per raggiungere il risultato occorre anche conoscere la bici su cui si lavora?

Se è già in commercio, la studio. Ma questa era un prototipo, per cui ci abbiamo messo le mani quando è arrivato Davide. Non avendo problemi di tempo, ci siamo presi tutto quello che serviva. Il manubrio Combo Aero ha un reach ridotto, quindi non è semplice montare la leva del freno. La sella è rimasta la SLR Superflow di Selle Italia, giusto più avanzata.

Come si è trovato Cimolai sulla bici nuova?

Appena salito, ha detto che è tanta roba. Davide ormai lo conosco bene, è bello da vedere in bici. Eppure negli anni anche lui è cambiato, per come si è evoluto anche il ciclismo. Ha preso peso, ha iniziato a lavorare diversamente in palestra. E’ cambiato nella parte alta del corpo e anche nella bassa.

Presso 4Performance si utilizza la strumentazione Retul, abbinata a Leomo. Nella foto Alessio Camilli
Presso 4Performance si utilizza la strumentazione Retul, abbinata a Leomo. Nella foto Alessio Camilli
Quando si finisce il fitting, la posizione è poi oggetto di modifica?

Non ci mettiamo più mano, il corridore è come se fosse avvitato sulla bici. Semmai potrò cambiare qualcosa in base al programma di gare, ma sono eventi rari.

Avete ragionato anche sulla lunghezza delle pedivelle?

L’orientamento di accorciarle era già una tendenza da anni all’estero. C’erano e ci sono studi per cui una pedivella più corta dà dei vantaggi, ma senza esagerare. Non tutti hanno convenienza a montare le 165, per capirci. Noi abbiamo sposato questa teoria, nonostante ci dessero dei pazzi. Davide è alto e ha le gambe lunghe e si tiene le sue 172,5. Anzi, le gambe così lunghe sono un problema per farlo stare basso davanti.

Cimolai è soddisfatto della sua posizione?

Il giorno dopo averla usata, mi ha mandato un vocale. Volete sentirlo? «Ciao vecchio, tutto bene? Volevo dirti una cosa. Ho sempre creduto che la perfezione non esistesse. In realtà, in sella sono praticamente perfetto!».

Bello…

Molto!

Metodo di lavoro e margini: la Mastromarco fa così

13.01.2023
4 min
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Continental, non continental. Attività super internazionale e dilettantismo vero. Scegliere la via giusta non è cosa scontata. Ed è impossibile stabilire il dogma universalmente giusto. La cosa che resta centrale è la crescita sana dei ragazzi e in tal senso quelli di Carlo Franceschi e Gabriele Balducci, possono dormire sonni tranquilli. La Mastromarco Sensi Nibali si appresta ad affrontare una nuova stagione con l’entusiasmo di sempre da parte di staff e ragazzi.

E’ da questo team che sono passati corridori come Nibali, Bettiol, Capecchi e Caruso. La squadra toscana va avanti nella tradizione, ma questo non significa che non si lavori con metodologie nuove o si sia dei “negazionisti” dell’evoluzione. Semplicemente le cose si fanno con misura.

Carlo Franceschi, storico manager della Mastromarco Sensi Nibali
Carlo Franceschi, storico manager della Mastromarco Sensi Nibali

Veri under 23

Si riparte nel segno dei nuovi innesti e delle conferme. 

«La squadra – dice Franceschi – sarà composta da 12 atleti, cinque sono nuovi e di questi, tre vengono dagli juniores.

«Cambia un po’ il modo di fare la squadra? Noi andiamo avanti per la nostra strada e più che alle categorie del team pensiamo alla crescita dei ragazzi. Una crescita che deve essere da under 23 e non da professionisti. Oggi gli allievi si allenano come gli juniores. Gli juniores come gli under 23 e gli under 23 come i pro’. Poi passano e non hanno margini».

Qualche giorno fa avevamo parlato di Filippo Magli, che dalla Mastromarco appunto è passato alla Green Project Bardiani. Lui, ci diceva Franceschi, può fare bene nonostante non abbia un gran palmares tra gli under. Un po’ come fu per Alessandro De Marchi, se vogliamo.

«Filippo, come ho detto, può andare meglio tra i pro’ che tra gli under 23. Non era un corridore che aveva paura di prendere aria in faccia. Era un generoso. Sono convinto che si troverà bene e che abbia i margini per crescere».

Ludovico Crescioli (classe 2003) è uno scalatore. Eccolo in azione in maglia azzurra al Valle d’Aosta 2022 (foto Alexis Courthoud)
Ludovico Crescioli (classe 2003) è uno scalatore. Eccolo in azione in maglia azzurra al Valle d’Aosta 2022 (foto Alexis Courthoud)

Rispettare i tempi

La ricerca degli atleti in casa Mastromarco quindi è molto locale. Un po’ per dare manforte ai ragazzi “di casa” e un po’ perché ormai i campioncini se li accaparrano i grandi team. Neanche più le continental nostrane, parliamo proprio delle WorldTour che poi li dirottano nelle rispettive development se non addirittura, in qualche caso, li portano direttamente in prima squadra.

«Per noi – riprende Franceschi – vincere una corsa o vincerne sette non cambia assolutamente nulla. Per noi conta che i ragazzi crescano gradualmente e con margine. Non devono passare che stanno già all’osso. Perché poi di là durano poco.

«Se tu con una continental gli fai fare solo certe corse e li alleni forte per puntare a quelle corse, sfrutti troppo il loro motore. Io da manager magari vincerò anche, ma non faccio il bene del ragazzo. Non devono essere carne da macello.

«Alla fine i nostri ragazzi che sono passati da noi, al netto di quei due o tre campioni, si sono sempre barcamenati benino. Penso a Marcellusi, a Covili, al giovane NieriIo glielo dico sempre a Balducci che li segue: “Noi siamo un’under 23 e come under 23 dobbiamo allenarci».

Lorenzo Magli (classe 2002) è un corridore piuttosto veloce. Lui e Crescioli saranno un po’ i leader della Mastromarco (foto Instagram)
Lorenzo Magli (classe 2002) è un corridore piuttosto veloce. Lui e Crescioli saranno un po’ i leader della Mastromarco (foto Instagram)

Due leader

La squadra dicevamo sarà composta da 12 atleti. Sarà una formazione completa, ma forse più votata alle corse relativamente veloci. Una delle stelline del team, infatti, sembra essere Lorenzo Magli, fratello minore di Filippo. C’è anche Ludovico Crescioli, scalatore. ma le occasioni per chi va forte in salita non sono tantissime.

«Lorenzo Magli sarà l’uomo di punta per le corse più pianeggianti – spiega Franceschi – lui infatti è abbastanza veloce. Lo scorso anno ha vinto e magari sarà più sicuro dei suoi mezzi. Per le corse più dure invece abbiamo Crescioli. E poi si vedrà… come ho detto sono ragazzi, sono under 23 e tutto può cambiare da una stagione all’altra.

E dicevamo che la Mastromarco i corridori li va a pescare “in casa”, eppure c’è l’eccezione che conferma la regola. Parliamo di Tyler Hannay, ragazzino inglese classe 2003.

«E’ stato Massimiliano Mori a proporcelo, il suo procuratore. Viene dall’isola di Man come Cavendish. E’ un bel prospetto. Lui aveva piacere di correre in Italia e infatti già ad agosto ha fatto uno stage con noi. In più è andato in ritiro con la Ineos-Grenadiers in Spagna».

Jay Vine, inizio super con nuova bici e nuova biomeccanica

13.01.2023
6 min
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Jay Vine è il nuovo campione australiano a cronometro (immagine di apertura AusCycling). Non sorprende la sua vittoria, quanto il fatto che abbia dominato su una bicicletta e in una disciplina in cui non si inventa nulla. Ricordando che è passato professionista solo nel 2021, dopo un anno in continental e approdando al massimo livello con la Alpecin-Deceuninck per aver vinto la Zwift Academy.

Da quest’anno l’australiano di Townsville, 27 anni, è nel WorldTour con la UAE Emirates e pedala su una Colnago. Abbiamo chiesto a Giuseppe Archetti e David Herrero, rispettivamente meccanico e biomeccanico del team, di raccontarci la sua posizione in bicicletta.

Vine con la nuova Colnago V4Rs (foto FIZZA-Team UAE-Emirates)
Vine con la nuova Colnago V4Rs (foto FIZZA-Team UAE-Emirates)
Sotto il profilo delle scelte tecniche che tipo di corridore è Jay Vine?

ARCHETTI: «Dal punto di vista tecnico, Jay Vine è un corridore preparato. Sa quello che vuole ed è in grado di percepire le differenze dei materiali. Si fida parecchio di noi meccanici e del biomeccanico, quindi per tutto quello che concerne la preparazione dei mezzi, bici standard e da cronometro e anche in merito alla posizione in sella. Inoltre è un ragazzo estremamente educato e uno votato al lavoro».

HERRERO: «E’ un corridore che ha delle buone conoscenze ed è dedito ad ascoltare mettendo in pratica quello che gli viene detto. Non si discutono le sue potenzialità, ha già dimostrato il suo valore alla Vuelta 2022 e in altre corse di buon livello. Mi piace definirlo un diamante grezzo da affinare e lucidare».

In piedi sui pedali al Giro del Veneto 2022, chiuso in 58ª posizione
In piedi sui pedali al Giro del Veneto 2022, chiuso in 58ª posizione
Rispetto alla posizione che usava in precedenza avete fatto delle variazioni?

ARCHETTI: «Sono state fatte delle variazioni su entrambe le biciclette, per le quali il corridore ha passato diverse ore con il biomeccanico David Herrero. Sono stati numerosi test e la maggior parte del tempo è stato investito sulla bicicletta da cronometro».

HERRERO: «Abbiamo cambiato completamente le posizioni che usava in precedenza, ma le differenze maggiori le troviamo sulla bicicletta da crono. In precedenza non c’era stato un approfondimento vero e proprio atto a trovare la combinazione ottimale mezzo meccanico/atleta. Ecco perché durante il primo collegiale con il Team UAE gli abbiamo dedicato un’intera giornata in velodromo e sulla bici da crono. Abbiamo utilizzato la telemetria in tempo reale, con l’obiettivo di conciliare la miglior cadenza e l’espressione di potenza, la frequenza cardiaca e quella respiratoria, considerando anche la velocità. Vine ha vinto il titolo nazionale e questo è per noi un primo grande riscontro».

Vine con la maglia di campione nazionale australiano a cronometro: ha battuto Durbridge e O’Brien
Vine con la maglia di campione nazionale australiano a cronometro
C’è qualcosa di particolare che contraddistingue la sua bicicletta?

ARCHETTI: «Potremmo dire che è un australiano atipico. Non di rado i corridori che arrivano dall’Oceania, o comunque legati alle terre Commonwealth, chiedono le leve dei freni invertite, rispetto agli europei. Jay Vine invece ha chiesto di usare la configurazione standard, ovvero leva destra per il freno dietro e leva sinistra per quello anteriore».

HERRERO: «Considero una sorta di standard l’insieme delle scelte relative alla bici tradizionale. Invece per quella da crono abbiamo alzato i supporti delle appendici. Lo abbiamo fatto in modo importante, in modo da sfruttare l’allungamento del corridore sull’orizzontale e dare a lui la possibilità di contenere la testa tra le braccia. La sua posizione aerodinamica è molto buona, con un fattore cx non trascurabile e di ottimo livello, considerando che in passato non ha mai fatto dei test specifici».

Jay Vine ha chiesto delle variazioni dei materiali, oppure ha mantenuto tutto inalterato fin dal primo utilizzo?

ARCHETTI: «Ha chiesto di potere provare ed usare una sella con una larghezza maggiore, rispetto a quella utilizzata nelle battute iniziali».

HERRERO: «Nulla che valga la pena segnalare e che ha obbligato a rivedere la sua biomeccanica».

Pronto per il Tour Down Under, Jay Vine con il DS Marco Marcato (foto Laura Fletcher-Colnago)
Pronto per il Tour Down Under, Jay Vine con il DS Marco Marcato (foto Laura Fletcher-Colnago)
Il setting di Vine è di quelli normali, oppure è un po’ estremo?

ARCHETTI: «Assolutamente nella normalità per la bici standard, se contestualizziamo il tutto nei tempi più moderni. Il setting di Vine non ha eccessi, nel senso che eccede nello svettamento tra sella e manubrio, con un’estensione delle gambe adeguata alle sue caratteristiche. La sella è piuttosto avanzata, comunque in linea con le richieste attuali».

HERRERO: «Per quanto riguarda la bicicletta standard, ha dei valori che rientrano nella normalità, invece su quella da crono il setting può considerarsi di quelli impegnativi. Il vantaggio di Jay Vine è un corpo molto elastico e flessibile, un vantaggio non da poco. Questa elasticità gli permette di adattarsi senza criticità ed ecco che il biomeccanico può osare andando a sfruttare l’aerodinamica, senza dispersioni e perdite di potenza, restando in un range temporale di performance inferiore all’ora».

Al primo training camp in Spagna con i nuovi compagni (foto FIZZA-Team UAE-Emirates)
Al primo training camp in Spagna con i nuovi compagni (foto FIZZA-Team UAE-Emirates)
Focalizzandoci sui materiali a disposizione di Jay Vine, che dotazione ha il corridore?

ARCHETTI: «A Vine è stato fornito l’ultimo modello della Colnago, ovvero quella che ha debuttato al Tour de France, la V4Rs. Una taglia 51 e con il manubrio Colnago in carbonio. Invece per le crono la TT1. Da quest’anno le biciclette hanno la trasmissione Shimano Dura Ace, le ruote Enve in tre versioni, 2.3, 4.5 e 6.7, tutte con cerchi hookless della serie SES e canale interno 23 millimetri. Come team avremo in dotazione solo gli pneumatici tubeless e anche in questo caso c’è stato un cambio rispetto al passato. Abbiamo Continental, con sezioni comprese tra i 28 e 30 millimetri».

HERRERO: «Vine usa una taglia 51 e lui è alto 184 centimetri. Se prendiamo in esame solo i numeri potremmo dire che la bicicletta è troppo piccola, invece non è così. L’atleta ha un busto lungo ed è il classico caso dove è meglio usare un telaio più piccolo, soluzione che paradossalmente permette di trovare facilmente il giusto equilibrio, senza perdere di potenza, avendo il giusto comfort e anche un feeling costante nella guida del mezzo meccanico».

Pochi secondi che valgono il titolo e l’abbraccio con la moglie (ZW Photography/Zac Williams/AusCycling)
Pochi secondi che valgono il titolo e l’abbraccio con la moglie (ZW Photography/Zac Williams/AusCycling)
Gomme sempre più grandi, esiste il rischio di abbassare la performance?

ARCHETTI: «Non è solo una questione di pneumatici, la bicicletta di oggi è un sistema complesso dove ci sono molte variabili in gioco. Bisogna partire dal presupposto che si utilizzano sempre più le ruote ad alto profilo anche in salita, con sezioni spanciate e con i canali interni maggiorati. Lo pneumatico si deve accoppiare in modo perfetto con il cerchio, quindi l’allargamento delle sezioni delle gomme è una conseguenza. Poi in termini di numeri, test e medie orarie delle corse, i risultati dicono il contrario, ovvero che con i nuovi materiali si va più forte».

HERRERO: «I risultati in laboratorio e su strada dimostrano il contrario, anche se è necessario trovare il giusto equilibrio tra i diversi componenti in gioco. Qui bisogna considerare anche l’impatto frontale. E’ un discorso molto ampio, che tocca diverse variabili e componenti della bicicletta, oltre alla posizione del corridore. Il ciclismo moderno è fatto di ricerca, tecnologia e numeri, dettagli e conta anche il più piccolo».

Tricolore ciclocross: chi salirà su quel podio?

13.01.2023
5 min
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Il Campionato italiano di ciclocross si corre domenica (in apertura foto ufficio stampa campionati Cx 2023). E ormai tutto è pronto nel Camping Roma Capitol a Castel Fusano, Ostia. Nella sua pineta e sui suoi prati si snoderà un tracciato che si annuncia alquanto veloce.

Alla luce di questo percorso e dei valori in campo mostrati sin qui, abbiamo chiesto a quel vecchio volpone che è Martino Fruet chi sono i favoriti, sia tra gli uomini che tra le donne. E come sempre il trentino non ha lesinato giudizi tecnici. 

Occhio al fettucciato

«Il percorso del tricolore ciclocross – entra subito nel merito Fruet – sarà pure veloce, ma finché non ci si gira non si può dare un giudizio completo. Se piove? Il fettucciato come è posto? I rettilinei quanto sono lunghi? Ci sono diverse variabili da considerare.

«Partiamo dal fatto che il meteo dovrebbe essere buono. Semmai dovesse piovere, qualcosa scenderà il sabato pomeriggio, ma poca roba e questo dovrebbe garantire una certa stabilità del fondo».

Noi abbiamo paragonato questo tracciato a quello di Lecce 2021 a sua volta piatto e veloce. Il paragone regge, ma anche in questo caso Martino ha voluto mettere i puntini sulle “i”. 

«Vero era piatto, ma tra la pioggia e i passaggi delle gare precedenti divenne un percorso vero, anche tecnico a tratti».

E quando gli diciamo che il percorso favorisce la potenza, Fruet ribatte subito e ci riporta proprio alla disposizione del fettucciato.

«Bertolini, per esempio, non ha un fisico possente, ma se il fettucciato dovesse essere stretto con curve e controcurve può dire la sua. In più, nonostante non sia un gigante a Silvelle qualche anno fa non ebbe paura di fare a “sportellate”».

Uomini: sfida aperta

Iniziamo la rassegna dei nomi. La lista non è poi così corta, specie se la gara dovesse essere filante come è lecito attendersi.

«I nomi sono quelli: Gioele Bertolini, Jakob Dorigoni, Filippo Fontana, Nicolas Samparisi, Federico CeolinPerò per come è andata nelle ultime stagioni non posso che mettere Bertolini e Dorigoni come primi favoriti.

«Anche se sin qui non è andato fortissimo Jakob è comunque il campione in carica e va citato. E comunque recentemente ha dato segnali di ripresa. Mentre Bertolini è sempre Bertolini. In più lui viene dai cross del Nord Europa ed è abituato ad un altro passo».

«Ci sono poi nomi caldi come Filippo Fontana, che ha dimostrato di andare forte, e occhio anche a Daniele Braidot. Un altro che può far bene e che forse il titolo se lo meriterebbe anche per quel che ha dato al ciclocross è Nicolas Samparisi».

Finita? Non proprio perché Fruet parla poi di tattica. E un ciclocross con la tattica è più che mai affascinante.

«Se dovesse uscire una corsa tattica, proprio perché il percorso è veloce e poco selettivo, come fai a non mettere tra i contendenti anche un Cominelli? Lui in fatto a potenza ed esperienza ne ha. Occhio poi a Toneatti, se non dovesse correre con gli under 23 entra di diritto tra i favoriti. Come vedete la lista dei pretendenti è bella lunga». 

A proposito di Toneatti, confermano dallo staff tecnico dell’Astana Qazaqstan Development Team, ci sarà e correrà con gli elite.

Silvia Persico è la campionessa italiana di ciclocross in carica. E’ la favorita anche stavolta (alessiopederiva_photo)
Silvia Persico è la campionessa italiana di ciclocross in carica. E’ la favorita anche stavolta (alessiopederiva_photo)

Donne: “all in” su Persico 

E se tra gli uomini non c’è un dominatore assoluto e ci si può attendere grande battaglia, tra le donne il tricolore sembra già avere nome e cognome: Silvia Persico.

«Su carta – riprende Fruet – la gara femminile sembra già assegnata. La Persico va troppo più forte delle altre. Ma poi la storia ci insegna che le gare vanno fatte e portate a termine.

«Torno un po’ al discorso di prima: se il percorso, il fettucciato, fosse tecnico, magari qualcuna potrebbe resisterle per tutto il primo giro e potrebbero andare via in due o tre. Ma poi uscirebbe comunque Silvia. Se ci dovessero essere rettilinei più lunghi, allora non ci sarebbe storia: aprirebbe il gas e farebbe la differenza sin da subito».

«Le sue outsider? Eva Lechner non è andata male in Coppa, ma direi che le prime rivali sono Sara Casasola e Rebecca Gariboldi. Le ho viste bene nel corso della stagione. 

«Baroni e Arzuffi potrebbero essere delle incognite. La prima perché si vede di rado, ma anche lei è andata in Nord Europa. E la seconda perché quest’anno ha corso poco, ma è tornata ad affacciarsi».

Borgo Molino, il blocco dei rapporti e l’arrivo di Rui

13.01.2023
4 min
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Da un comunicato di inizio stagione della Borgo Molino si legge che nello staff tecnico è entrato un nome di spicco del ciclismo giovanile: quello di Luciano Rui. Si tratta di una grande novità se si pensa che “Ciano” è stato il volto della Zalf dal 1991. Così, dopo trentuno anni il ruolo di Rui cambia, o meglio, rimane lo stesso, a cambiare è la squadra. 

«Luciano Rui è un grande amico – spiega Cristian Pavanello, diesse della Borgo Molino – è una persona molto competente che ha fatto la storia del ciclismo giovanile. Averlo in squadra con noi è qualcosa in più ed una grande occasione».

Luciano Rui è stato professionista ed è il riferimento storico nella Zalf di Castelfranco (foto Scanferla)
Luciano Rui è stato professionista ed è il riferimento storico nella Zalf di Castelfranco (foto Scanferla)

Un bel cambiamento

La notizia dell’arrivo di Rui nel team juniores della Borgo Molino è molto interessante. Una figura di riferimento per il movimento dilettantistico italiano è un valore aggiunto, soprattutto se potrà portare la sua esperienza a favore dei giovanissimi. 

«Non si tratta di una collaborazione con la Zalf – specifica Pavanello – con loro c’è sempre stato un buon rapporto, ma è l’equivalente di quello che abbiamo con le altre squadre under 23. Rui lo conosco da quando io stesso ho corso in Zalf nel 1994 e 1995, da allora il rapporto di amicizia non si è mai dissolto. Ha collaborato con noi, in maniera più blanda, anche negli anni passati. La svolta è arrivata in questa stagione, dove sarà più coinvolto. In particolar modo per quanto riguarda l’aspetto tecnico, anche la domenica, d’ora in poi, sarà in ammiraglia con noi».

Pavanello, qui a destra, è stato corridore di Rui nel ’94 e ’95. Ora i due lavoreranno insieme alla Borgo Molino (foto photors.it)
Pavanello è stato corridore di Rui nel ’94 e ’95. I due lavoreranno insieme alla Borgo Molino (foto photors.it)

Un nuovo mondo

Passare dagli under 23 agli juniores non è semplice, anche se si gode di un’esperienza come quella di Luciano Rui. Sono due mondi vicini, ma assolutamente diversi, soprattutto per l’età dei ragazzi con i quali si ha a che fare.

«Rapportarsi con atleti così giovani – riprende Pavanello – non è semplice, parliamo di ragazzi di 17 anni. E’ un mondo nuovo anche per Luciano, lui ha sempre avuto a che fare con corridori più pronti e maturi. Il nostro ruolo, in quanto team juniores, è legato alla formazione dell’atleta. Il suo ruolo in Zalf non sarà più quello di prima, ma ugualmente non uscirà dal team di Castelfranco. Però, quando ho saputo che a livello tecnico non sarebbe più stato così coinvolto, ho deciso di proporgli questa nuova avventura».

La categoria juniores ha grandi squilibri a livello di sviluppo: eliminare il blocco dei rapporti aprirà ancor di più la forbice?
La categoria juniores ha grandi squilibri a livello di sviluppo: eliminare il blocco dei rapporti aprirà ancor di più la forbice?

Rapporti liberi

Una seconda novità, che riguarda per intero tutta la categoria juniores, è l’annullamento del blocco dei rapporti. I ragazzi da questa stagione non avranno più l’obbligo di usare il quattordici come ultimo ingranaggio del pacco pignoni, ma potranno montare l’undici. 

«Con questa nuova regola bisogna andare con i piedi di piombo – dice il diesse – dal nostro punto di vista è cambiato un po’ il modo di gestire la palestra. Abbiamo terminato la parte più “corposa” nella settimana di Natale e le bici sono state consegnate solamente il 27-28 dicembre. La preparazione in bici rimarrà la stessa, il lavoro in palestra no. Ci concentreremo un po’ più sulla forza, per preparare la muscolatura e la useremo anche in via precauzionale, così da evitare infortuni».

I diesse dovranno insegnare ai loro corridori l’utilizzo corretto dell’intera scala dei rapporti (photors.it)
I diesse dovranno insegnare ai loro corridori l’utilizzo corretto dell’intera scala dei rapporti (photors.it)

La forbice si allarga

L’impressione generale nella categoria juniores, è che i ragazzi siano pronti sempre prima, non tutti chiaramente. C’è chi è “avvantaggiato” da una maturazione precoce e togliere il blocco dei rapporti potrebbe non essere stata la mossa giusta…

«A mio modo di vedere – continua Pavanello – questa regola era da cambiare, ma non da togliere. Le bici ormai sono talmente performanti anche per gli junior che il quattordici era quasi limitante, però si poteva passare al dodici. Il cambiamento lo si sarebbe sentito comunque. L’impressione che ho avuto, fin dai primi allenamenti, è che con questa nuova regola i forti andranno ancora di più e chi era limitato soffrirà ancora maggiormente. La forbice si aprirà ancora di più, specialmente se consideriamo che chi è già fisicamente più pronto potrà sfruttare ancor di più questo vantaggio. C’è anche da dire che spingere l’undici non è semplice, un conto è averlo nella ruota, un altro è pedalarci sopra. Uno dei lavori che spetterà a noi diesse sarà quello di tenere il fucile puntato, per evitare che i ragazzi spingano i “rapportoni”. Dovremo insegnare loro come si usano».

Tafi a Ballerini: la Roubaix si vince così…

13.01.2023
6 min
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«E’ arrivata l’ora di puntare veramente in alto. Sembra difficile da dire, ma il mio sogno è uno e resterà sempre quello: la Roubaix. Cercherò di provarci fino in fondo, anche se bisogna che i satelliti si allineino nel punto giusto e al momento giusto. Però finché non ci credi, di sicuro non si avvererà mai nulla».

Con questo destino scritto nel nome, Davide Ballerini ha iniziato la settima stagione fra i professionisti. E come accade ogni volta che ci soffermiamo sullo strano incrocio, il ricordo di Franco torna a galla. Questa volta abbiamo bussato alla porta di Tafi, amico e anche rivale.

Ottobre 2022, Davide Ballerini ha appena vinto la Coppa Bernocchi e festeggia con Alaphilippe
Ottobre 2022, Davide Ballerini ha appena vinto la Coppa Bernocchi e festeggia con Alaphilippe

Il San Baronto nel mezzo

I due vivevano sulle pendici opposte del San Baronto: Casalguidi per Franco, Lamporecchio per Andrea. Quel monte è un confine naturale, con i campanilismi ciclistici contrapposti capaci di scatenare vere e proprie contese. Gli ultimi alfieri sono stati forse Visconti e Nibali, ma questa è un’altra storia.

Ballerini e Tafi furono compagni di squadra alla Mapei, in tante campagne del Nord e anche nelle due Roubaix vinte dal Ballero. Nel 1995, Tafi chiuse in 14ª posizione. Nel 1998 fu secondo, mentre terzo si piazzò Peeters, anche lui della Mapei e oggi direttore sportivo di Ballerini (foto di apertura).

Quando poi Ballerini lasciò la Mapei, fu la volta di Tafi che nel 1999 vinse la Roubaix. Mentre nel 2002, l’anno dopo il ritiro di Franco, vinse il Fiandre.

I due hanno trascorso la carriera insieme. Qui al Grand Prix Breitling del 1998, cronocoppie in Germania
I due hanno trascorso la carriera insieme. Qui al Grand Prix Breitling del 1998, cronocoppie in Germania
Tafi dà consigli a Ballerini su come vincere la Roubaix… Non ti sembra un po’ strano?

Abbastanza (ridacchia, ndr). Però fa tornare un po’ indietro negli anni, quando era Franco che dava consigli a me. E’ un modo strano per ricordare un grandissimo amico, con cui davvero ho condiviso periodi indimenticabili, in cui ci osservavamo l’un l’altro per capire come stessimo lavorando.

Perché la Roubaix, come forse solo la Sanremo, si attacca così tanto al cuore di certi corridori?

La Roubaix è la corsa di un giorno più bella e più impegnativa al mondo. Con tutto quello che si può dire sui sassi e il fatto che è fuori dal tempo, è la più bella. Anche Bettiol quest’anno vuole puntarci. Ha corso su quelle strade al Tour ed è tornato innamorato. Non è per tutti, servono attitudine, motivazione e voglia. Però poi è la corsa che ti può dare il timbro di campione. Se vinci la Roubaix o il Fiandre entri a far parte di un circolo piuttosto esclusivo.

Aprile 1999, da solo con la maglia tricolore: arriva la vittoria con una vera impresa
Aprile 1999, da solo con la maglia tricolore: arriva la vittoria con una vera impresa
Ballerini ha 28 anni, quanta esperienza serve per poterla vincere?

Fino allo scorso anno, avrei risposto in un modo. Poi però è arrivato Sonny Colbrelli che l’ha vinta al primo tentativo. Il ciclismo è cambiato moltissimo, sembra che gli anni passati dai miei tempi siano pochi, ma sono venti ed è cambiato il mondo. Noi parlavamo di esperienze da fare, oggi arrivano e sono subito pronti. Poi magari non dureranno allo stesso modo, ma io ho vinto il primo Monumento a 30 anni, il Lombardia. Evenepoel ha vinto la Liegi a 22, poi anche la Vuelta e il mondiale. Magari a 30 anni avrà già detto tutto, chi lo sa?! Per questo credo che anche Ballerini ormai sia pronto per puntare in alto.

Come te e Franco, avrà una bella concorrenza interna, che non è banale…

Non è affatto banale. La Mapei di allora che poi diventò Quick Step ha avuto dall’inizio la forte impronta per le classiche e grandi campioni per vincerle. Però a volte la concorrenza è meglio averla in casa che fuori, perché sai quale tattica faranno quei tuoi compagni così forti, che poi in corsa potrebbero diventare avversari.

La Roubaix del 1995, la prima di Ballerini. La seconda arriverà nel 1998 (foto di apertura)
La Roubaix del 1995, la prima di Ballerini. La seconda arriverà nel 1998 (foto di apertura)
Come si fa a essere corretti e anticipare gli altri?

La prima cosa che dovrà fare Ballerini sarà farsi trovare pronto. E poi serve programmazione, la Roubaix non si improvvisa in 15 giorni. Devi prepararla e analizzarla con tutta la squadra.

Ci ha raccontato che l’anno scorso ha bucato due volte nella Foresta: la fortuna è così predominante?

La fortuna incide con una percentuale molto alta, ma alcune volte dipende dalle situazioni. Dal meteo, perché se c’è acqua non vedi bene le buche. Si fora perché magari prendi la traiettoria sbagliata e impatti male con le pietre, ma a volte sei costretto a farlo. Quando sei in gruppo, come nell’Arenberg, non hai troppa libertà di cambiare direzione. Certo due forature nella Foresta magari dicono anche altro.

Ballerini, doppia foratura nella Foresta di Arenberg e addio Roubaix. Il gruppo si allontana…
Doppia foratura nella Foresta di Arenberg e addio Roubaix. Il gruppo si allontana…
Ad esempio?

La prima può succedere per quello che ci siamo detti. La seconda potrebbe dipendere da errori dati dal nervosismo e dall’ansia di recuperare. Se buchi due volte lì dentro, sei spacciato.

Un italiano in un team belga ha gli stessi spazi?

E’ chiaro che a parità di valore, la squadra potrebbe preferire il corridore belga. Però Lefevere è un grande professionista e sa quello che deve fare: chi ha la condizione migliore ha un occhio di riguardo e la protezione di quel gruppo così forte.

Si parlava di amore per la Roubaix e proprio tu nel 2018 hai provato a correrla di nuovo 13 anni dopo il ritiro. Perché?

Nel profondo c’era il richiamo della Roubaix. Insieme era anche il modo di fare capire quanto sia cambiato il ciclismo, a partire dalle bici. Proprio le forature rispetto a una volta sono un’altra cosa. Adesso per un po’ puoi continuare, prima ti fermavi sul ciglio e aspettavi l’ammiraglia. Se era fra le prime, forse ti salvavi, altrimenti addio. Sarebbe stato bello far vedere che la fine della carriera non è la fine del ciclismo, ma si può continuare a praticarlo stando bene fino ai 50 anni e anche oltre. E lo avrei dimostrato nella corsa che ho più amato.

Si va avanti ancora a lungo, ne faremo un altro articolo: promesso. Si parla intanto del Borghetto Andrea Tafi che si è ripreso dopo le chiusure per la pandemia. Delle tre ore in bici fatte ieri all’ora di pranzo, quando c’è più caldo. Di Bettiol, cui darà altrettanti consigli e anche qualcosa di più, essendo il compagno di sua figlia Greta. E di sicurezza stradale. I campioni di prima avevano il gusto di approfondire e raramente i loro addetti stampa usavano la clessidra.

Zanatta ritrova il “suo” Fancellu: ora sotto con il 2023

12.01.2023
6 min
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Quando si parla di giovani corridori italiani promettenti, si fa fatica a nominare Alessandro Fancellu. Non perché non lo sia, anzi, ma il suo nome gira da tanti anni nel mondo del professionismo che si fa fatica a pensare che abbia ancora 22 anni. Il corridore comasco sta per iniziare la sua terza stagione tra i grandi, il cammino tuttavia non è sempre stato semplice. 

Stefano Zanatta, suo diesse alla Eolo-Kometa, ce ne aveva parlato nel momento più difficile. Nel 2021 Fancellu di colpo aveva smesso di correre ed i dubbi su ciò che fosse successo si erano man mano accumulati. La bravura della Eolo-Kometa e di tutto lo staff è stata quella di cancellare e iniziare da zero.

Il Tour of the Alps era stato l’ultima corsa del 2021 per Fancellu (al centro), poi più nulla
Il Tour of the Alps era stato l’ultima corsa del 2021 per Fancellu (in testa), poi più nulla

Il piacere della fatica

Il lavoro di ricostruzione fatto con Fancellu è stato mentale, non atletico. Le doti le ha sempre avute, si è trattato di far scattare la molla giusta (Zanatta ha usato spesso questa parola durante la nostra intervista).

«Quello di Fancellu è stato un bel finale di stagione – spiega Zanatta – ha mostrato quelle che possono essere le sue qualità. La sfida fatta dal team è stata prendere un corridore dal proprio vivaio e farlo diventare grande. La ricostruzione all’inizio del 2022 è partita con un calendario più “soft” con Gran Camino e poi Tour of Turkey. Doveva ritrovare pian piano il piacere di essere competitivo, di andare in bici e fare fatica. Da giugno in poi ha trovato un gran bel colpo di pedale, all’Adriatica Ionica si è messo in luce facendo cinque belle tappe».

Il percorso per tornare è stato ostacolato da un po’ di sfortuna, il comasco ha preso due volte il Covid in un mese
Il percorso per tornare è stato ostacolato da un po’ di sfortuna, il comasco ha preso due volte il Covid in un mese

Lo zampino di Amadori

Fancellu ha nel suo calendario del 2022 una gara tra gli under 23: il Tour de l’Avenir. Un bel pezzo di un puzzle tutto da assemblare. Alessandro è sì un professionista, ma vista l’età, Amadori ha pensato bene di portarlo nella corsa più importante tra gli under 23.

«Si è parlato con Amadori – riprende il diesse – per fargli fare l’Avenir. Lui era d’accordo con noi, così è andato a fare il ritiro al Sestriere e si è guadagnato la possibilità di essere convocato. La corsa francese è stata una bella fetta di torta nella condizione mentale di Fancellu, ha trovato continuità ed è sempre stato davanti. Impari ad essere un vincente quando hai la possibilità di fare certe corse ed esperienze. Andare a fare la Milano-Sanremo è una bella esperienza, ma se non la finisci rimane un bel ricordo e basta. Fare degli step intermedi partecipando a gare dove nel finale sei lì per giocartela ha un altro valore».

Il ritmo gara pian piano è aumentato, così Alessandro ha trovato fiducia nei propri mezzi (photors.it)
Il ritmo gara pian piano è aumentato, così Alessandro ha trovato fiducia nei propri mezzi (photors.it)

Questione di mentalità

Le parole di Zanatta ricostruiscono un quadro più grande la cui parola base è: fiducia. Dopo il 2021, poche squadre avrebbero scommesso su Fancellu e questo è stato argomento spesso di discussioni e articoli. La mancanza di pazienza, o la fretta di cercare un fenomeno, hanno portato a sacrificare molti ragazzi sull’altare del professionismo. 

«E’ una questione di mentalità – replica Zanatta – il nostro obiettivo era quello di ritrovare un corridore. Il nostro corridore. Ha bisogno ancora di tempo, ma noi abbiamo fiducia in lui, anche perché altrimenti non gli avremmo prolungato il contratto di un anno alla fine della scorsa stagione. Per gli obiettivi più grandi c’è tempo, intanto Fancellu ha ritrovato la consapevolezza di quello che può essere, la voglia di rimettersi in gioco e non era scontato.

«Si è trovato davanti a grandi responsabilità senza essere maturo abbastanza per affrontarle, ora è cresciuto e noi siamo contenti. Anche le scelte della squadra, come non inserirlo nel roster di certe corse, lo ha vissuto come una sfida e non una punizione. Si è trovato un calendario più adatto a lui ed ha avuto l’occasione di mettersi in mostra: è successo all’Adriatica Ionica, al Giro di Slovenia ed al Tour de l’Ain. Questi risultati gli sono valsi la convocazione al Giro di Lombardia dove, al primo passaggio sul Civiglio, era ancora con i migliori».

Stabilità e lavoro

Fancellu è riuscito a ritrovarsi grazie alla fiducia che la Eolo-Kometa ha riposto in lui, questo è sicuro. Ma la squadra di Basso ha ormai trovato un “modus operandi” che permette a quasi tutti i propri corridori di sentirsi avvalorati ed apprezzati

«Nella nostra squadra ci sono tanti ragazzi giovani – continua a spiegare il diesse – davanti a noi abbiamo dei chiari esempi di come si debba avere pazienza. Guardate Albanese e mi verrebbe da dire anche Rota, non corre con noi ma il discorso è lo stesso. Se nessuno avesse avuto fiducia in lui, non sarebbe diventato quello che è. Nel 2022 è stato il miglior italiano nel ranking UCI, eppure qualche anno fa rischiava di smettere. Ivan Basso e Fran (Francisco Javier Contador, ndr) hanno fiducia nei ragazzi, nel capitale umano. Ai corridori, soprattutto quelli giovani, fa bene avere stabilità intorno, lavorare con lo stesso staff e compagni».

Sul volto di Fancellu in questo 2022 si è dipinta più volte la smorfia della fatica, segno di una motivazione ritrovata
Sul volto di Fancellu in questo 2022 si è dipinta più volte la smorfia della fatica, segno di una motivazione ritrovata

Confronto 

E’ importante avere stabilità, certo, ma anche confrontarsi è fondamentale. Capire dove e quando insistere, decidere insieme certi passi da fare…

«A me piace lavorare con i giovani – racconta Zanatta – con Fancellu ho avuto un confronto sempre diretto nel corso degli anni. Ci sentivamo settimanalmente ed in più parlavo con lo staff per capire come e dove agire. Alessandro ha corso molto con me e questo ha aiutato, il programma per la seconda parte del 2022 lo abbiamo praticamente deciso insieme. Abbiamo parlato decidendo cosa fosse meglio fare e quale l’obiettivo da raggiungere. Gli anni di esperienza aiutano e avere una persona accanto che sa guidarti è importante per non perdere di vista l’obiettivo. I corridori non vanno puniti, ma bisogna fargli trovare la voglia di lavorare, toccando i tasti giusti. Ora Fancellu è più grande, maturo e il 2023 sarà un anno dove potrà fare ancora un passo in più». 

Caro Sabatini, ma davvero Jakobsen è così veloce?

12.01.2023
6 min
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Fabio Sabatini ne ha scortati di velocisti nella sua carriera. E tutti i più forti… e se un Fabio Jakobsen dichiara di essere l’uomo più veloce del mondo la cosa non può cadere a terra.

Vi riportiamo la frase dello sprinter della Soudal-Quick Step. «Se penso di essere l’uomo più veloce del mondo? Se guardi alla punta massima di velocità non tanti riescono a passarmi quando parto. E’ quello per cui mi alleno e per questo posso dire che hai ragione. Per contro, magari non sono il velocista più forte del mondo, visto che devo sempre lottare col tempo massimo. Funziona così: se vuoi essere il più veloce, devi soffrire in salita. E al Tour sono tutti così al massimo che ogni cosa è amplificata. Ma io sono fatto così e non voglio cambiare. Non per ora, almeno…».

Fabio Sabatini (classe 1985) è diventato pro’ nel 2006 alla Milram ed ha chiuso nel 2021 alla Cofidis
Fabio Sabatini (classe 1985) è diventato pro’ nel 2006 alla Milram ed ha chiuso nel 2021 alla Cofidis
Fabio, è vero dunque che Jakobsen è l’uomo più veloce del pianeta?

Sì, ci può stare, può essere vero. Però è anche vero che è stato battuto. Sulla carta, chiaramente, è uno dei velocisti più forti e attualmente credo anche il più puro. Se la gioca con Groenewegen.

Quindi sei d’accordo anche quando dice di essere il più puro attualmente?

Sì, se c’è una salitella, se non si stacca, rischia di arrivare allo sprint con “una gamba su e una gamba giù” e può essere battuto.

E per te che ne hai visti e scortati parecchi chi è stato il più veloce e il più puro?

Marcel Kittel – risponde Sabatini senza indugio – sono stato con lui alla Quick Step per due anni ed era effettivamente velocissimo.

Pensavamo più ad un vecchio McEwen, un Ewan, allo sprinter “piccolo” che ti salta negli ultimi 30 metri. Si dice che le punte maggiori di velocità le abbiano loro…

Un conto è uscire all’ultimo secondo e un conto è essere il più veloce. Un velocista come Jakobsen che fa in pieno 200-210 metri di volata e vince con una bici di vantaggio per me è il più forte. Se poi lui partendo così viene saltato nel finale perché c’è vento contro, ci sta che uno come Ewan possa saltarlo negli ultimi metri, ma non è detto che sia più veloce.

Kittel era un mostro di potenza. Era davvero difficile saltarlo una volta usciti dalla sua scia
Kittel era un mostro di potenza. Era davvero difficile saltarlo una volta usciti dalla sua scia
Insomma la velocità della volata non aumenta fino alla fine e chi salta, lo fa perché chi era davanti è “calato”…

In una volata ci sono tantissimi fattori da valutare, tante cose in ballo… E non si può dare un giudizio unico. Certo è che dopo quel che gli è successo per me Jakobsen che è tornato al suo livello è ancora più forte.

Hai scortato tanti campioni: Viviani, Cavendish, Kittel, Gaviria

Io sono passato con Petacchi, ma forse andiamo troppo indietro con il tempo. A lanciarmi in modo definitivo nel mio ruolo di apripista è stato proprio Kittel. Però credo che Cav sia il più forte, specie dopo quel che ha fatto al Tour 2021, vincendo quattro tappe e la maglia verde. Se avesse un treno come aveva alla Quick Step sono sicuro che vincerebbe ancora lui. Però gli ci servirebbe il treno…

E Viviani?

Lui forse è più un Caleb Ewan, se ce lo hai a ruota uno come lui è un problema perché ha il picco da pistard e infatti il 70% delle volate in cui lo scortavo io lo portavo “veramente corto” (vicino alla linea d’arrivo, ndr). Perché se si partiva lunghi chi gli era a ruota poteva saltarlo, in quanto il suo picco poi andava a calare. Se un Kittel lo lasciavo ai 210-220 metri, Viviani lo lasciavo ai 170-150.

Petacchi contro Cavendish, un duello fra titani. Per superare AleJet nel finale è servito un astro nascente come l’inglese
Petacchi contro Cavendish, un duello fra titani. Per superare AleJet nel finale è servito un astro nascente come l’inglese
Facciamo un gioco di fantaciclismo. Prendi tutti i velocisti con cui ti sei incontrato in carriera e supponiamo che tutti siano all’apice della carriera. Chi è il più forte?

Eh – ci pensa un po’ Sabatini – se devo fare una classifica metto primo il Peta! Alessandro quando partiva era impressionante e aveva una volata veramente lunga. Lui forse non aveva il picco più alto ma ti faceva 1.500 watt per 30”-40” e con questi valori fai una differenza pazzesca. Lui, non credo di averlo mai lasciato al di sotto dei 200 metri. Lui e Kittel fanno parte di quegli sprinter che quando li lasci e sei già lanciatissimo aumentano ancora la velocità. Poi alla pari metto Cavendish e Viviani. Gente così con un treno è davvero pericolosa!

Viste le esigenze dei percorsi attuali (con più dislivello), secondo te limitano il potenziale degli sprinter proprio nelle volate?

Certo che li limitano e lo si vede anche dalle squadre che si fanno ormai per i grandi Giri. Difficilmente una WorldTour, a meno che non sia una “novellina”, porta il velocista o il treno per il velocista. Al massimo un uomo o due gli mettono vicino. Anche perché che garanzie può dare uno sprinter? Oggi c’è sempre una salitella prima dell’arrivo. E se la supera arriva stanco in volata. Ma questo dipende anche dai punteggi dell’UCI.

Vai avanti…

Finché non cambieranno del tutto – so che sono stati ritoccati per fortuna – sarà sempre così. Meglio fare un decimo nella generale che vincere diverse tappe. Guardiamo la Vuelta di quest’anno. Ma voi lo portereste un velocista? La prima tappa è una cronosquadre, nella seconda c’è una salitella nel finale e alla terza si arriva già ai 2.000 metri di Andorra. Tante volte lo sprinter ha bisogno delle prime tappe per carburare, così rischia di finire fuori tempo massimo.

Jakobsen con Merlier (a sinistra). Da quest’anno i due corrono insieme. Per Sabatini, Jakobsen di fatto avrà un “rivale” in casa
Jakobsen con Merlier (a sinistra). Da quest’anno i due corrono insieme. Jakobsen di fatto avrà un “rivale” in casa
Torniamo a noi. Merlier ha il potenziale per impensierire Jakobsen? Alla fine è una nuova leva che arriva nella squadra dove tutti migliorano…

Sono stato sei anni in quel gruppo e vige la filosofia che va avanti “chi va più forte”. Lefevere non guarda in faccia nessuno. Sono molto d’accordo quando avete scritto che la squadra del Tour verrà decisa poche settimane prima della corsa. E’ verissimo, posso garantirlo. E se Merlier dovesse vincere le corse in quel periodo e Jakobsen dovesse perderne qualcuna state certi che in Francia portano Merlier. Se Jakobsen vuol restare alla Soudal-Quick Step deve sapere che Lefevere avrà sempre almeno due velocisti. Insomma un “problema” ce lo avrà sempre.

In quella classifica dei velocisti di prima, dove collocheresti Jakobsen?

Tra Petacchi e Kittel. Fabio è davvero potente. In una volata regolare, quando Morkov si sposta è difficile che qualcuno riesca a passarlo. Quando è successo è perché ci sono state dinamiche particolari.