Piemonte: niente tricolori e Lunigiana per chi va via

12.01.2023
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Abolizione dei vincoli regionali e delle plurime. Punteggio di valorizzazione. Bonus. Contributi da versare al Comitato quando l’atleta cambia regione. Saranno pure questioni per addetti ai lavori e probabilmente, guardando passare la corsa, non se ne coglie la profondità, ma possono cambiare faccia al gruppo. Dopo l’intervista della scorsa settimana con Alessandro Spiniella (team manager della General Store e Vice Presidente del CR Veneto), ci ha contattato Massimo Rosso, Presidente del Comitato Regionale Piemonte. Ci ha raccontato come si lavora nella sua regione alla luce delle nuove regole, per animare un dibattito che magari potrà portare a rileggerne alcune.

Anche perché, dopo aver letto la svolta del Piemonte, resta il fatto che a fare le spese delle nuove regole, in un modo o nell’altro, sono sempre gli atleti e le loro famiglie.

«Come regione – racconta Rosso, 50 anni, cuneese di Cherasco – abbiamo fatto una delibera del Consiglio, in una seduta aperta a tutti i consiglieri provinciali. Sostanzialmente abbiamo liberalizzato i trasferimenti extra regionali, anche nelle categorie in cui non sono previsti. Ci troviamo di fronte a queste… mecche fuori regione, dove i corridori vogliono andare a correre. E allora abbiamo detto: “Benissimo, andate pure. Fate l’esperienza che volete, noi non esercitiamo più nessun tipo di veto”. Però al contempo vogliamo tutelare le nostre società, perciò abbiamo stabilito che nelle rappresentative del Piemonte saranno convocati solo i ragazzi che corrono in regione. Chi va fuori, non potrà fare il campionato italiano o ad esempio il Lunigiana. In realtà, visto che si tratta di gare cui si va per selezione, non è detto comunque che tutti ci vadano».

I giovani del fuoristrada verranno coinvolti anche nell’attività su strada (foto CR Piemonte)
I giovani del fuoristrada verranno coinvolti anche nell’attività su strada (foto CR Piemonte)
Nelle altre regioni trovano di meglio?

Secondo noi le squadre piemontesi non hanno niente da invidiare. Volendo, un ragazzo può fare una valida attività anche qui, siamo attrezzati con tutto quel che serve. In più quest’anno amplieremo di gran lunga l’attività delle rappresentative regionali. Faremo a breve un ritiro con tutti i probabili convocati, come una volta c’erano i Probabili Olimpici. Sarà un ritiro di due giorni, in cui abbiamo invitato una serie di professionisti, dai medici ai preparatori.

Con quale obiettivo?

Svilupperemo l’attività juniores. Oltre alla Classique des Alpes, faremo anche una corsa a tappe in Spagna e un’altra in Francia. Andremo via con 5-6 ragazzi, spendendo sui 4.000 euro per volta, mettendo a disposizione anche un preparatore. Poi faremo correre gli allievi e gli esordienti il più possibile nelle gare di rappresentativa. Cercheremo di inserire i bikers nell’attività su strada, perché abbiamo visto che il fuoristrada ha tantissima attività giovanile, ma poi crescendo nelle categorie si perdono.

All’estero con juniores e anche allievi?

Stiamo lavorando con tutte le categorie. Pietro Mattio lo abbiamo portato noi per due anni di fila alla Classique des Alpes. Quest’anno correrà alla Jumbo Visma ed è stato notato proprio grazie all’attività internazionale fatta con noi. Ho letto l’intervista che avete fatto a suo padre e lo ha riconosciuto anche lui. Egan Bernal è venuto fuori alla Androni di Torino, vivendo vicino casa di Giovanni Ellena a Pertusio. Poi è andato al Team Sky, ma è diventato corridore in Piemonte.  

Mattio ha corso per due anni la Classique des Alpes, poi è approdato alla Jumbo Visma Development (foto Nicolas Gachet-Direct Velo)
Mattio ha corso per due anni la Classique des Alpes, poi è approdato alla Jumbo Visma Development (foto Nicolas Gachet-Direct Velo)
Cosa dicono le società piemontesi?

L’hanno accolta benissimo, dicendo che era ora. Le uniche telefonate di disappunto sono arrivate dalle squadre extraregionali, perché il corridore che vuole fare il Giro della Lunigiana, parlando di juniores, capisce che non sarà selezionato.

Date il via libera fuori regione e rinunciate a percepire i punteggi?

Anche volendo, non possiamo rinunciare a quei soldi. L’eventuale revisore dei conti o la stessa Federazione potrebbero chiederci ragione del perché quei contributi non siano entrati. Diverso se fossimo una società, come la General Store con Busatto. Se invece la Federazione mi desse la discrezione, allora il Comitato può anche scegliere di non farli pagare e come Piemonte non li chiederemmo. E poi se ci pensate…

Che cosa?

Non è nostro interesse mandare i corridori fuori regione, il fatto di lasciarli liberi penalizza anche noi. Nell’ipotesi che io abbia uno davvero forte, se lo lascio andare, rinuncio anche alla chance di vincere il Lunigiana.

Però spesso sono i genitori a pagare quei soldi.

Questa è un’altra stortura, però non è un’anomalia solo del ciclismo, ma dello sport italiano di base che vive sulle spalle dei genitori e sul loro volontariato. Se tuo figlio ti dice che vuole andare a correre in una grande squadra, ma ci sono da pagare 2.000 euro che la società non vuole versare, cosa fa quel genitore? Il discorso mi pare sia partito dal caso di Stefano Minuta. La sua squadra juniores era libera di farsi pagare, come di rifiutare quei soldi. Vengono da me che sono avvocato, facciamo una lettera e stabiliamo che quei soldi non si versano. Siamo nella contrattazione privata, nessuno verrà mai a chiedermene conto. 

E se la famiglia non può pagare?

Il ciclismo non è più uno sport popolare. Certo, lo puoi fare anche con una bicicletta economica e, se sei un fenomeno, fino alle categorie giovanili puoi fare risultati. Però arriva il momento in cui il mezzo meccanico è fondamentale. Anche nella corsa a piedi le scarpe non costano certo poco. Fare sport in Italia è costoso.

Il risultato è che al Sud, dove potrebbe girare meno denaro, si rischia di perdere dei ragazzi per la minore capacità finanziaria delle famiglie.

Io ovviamente non sono d’accordo sull’abolizione dei vincoli regionali e non sono d’accordo sull’abolizione delle plurime, questo è pacifico. L’ho sempre detto. Anche perché certe regioni adesso verranno completamente depauperate. Lavorando nel modo giusto, un altro Vincenzo Nibali non dovrebbe andare via di casa a 16 anni. Vai con la tua società a Messina e lo coccoli dove è nato. Lo fai crescere a casa sua, non molla la famiglia, gli amici e la scuola. Quando diventerà U23, sarà un’altra cosa. Ormai invece ci sono due o tre regioni che fanno incetta di corridori e i ragazzi fanno la fila per farsi prendere. 

Nel 2021 del dominio francese al Lunigiana, aveva infatti pensato Oioli a tenere alta la bandiera piemontese con due vittorie
Nel 2021 del dominio francese al Lunigiana, Oioli con due vittorie tenne alta la bandiera piemontese
Pensa che ci sia migrazione di atleti anche al di sotto degli juniores?

Vogliamo parlare degli esordienti che hanno il procuratore? Si esaspera un ragazzino di 13-14 anni, mettendogli addosso uno stress mostruoso. Questo magari vince 10 gare. Si crede il fenomeno del futuro, quando magari ha solo sviluppato prima. Poi passa junior e da 10 ne vince una. Quando arriva U23, se ci arriva, scopre le ragazze e ha speso così tanto psicologicamente che molla il ciclismo. Se sei un fenomeno davvero, arrivi lo stesso. Difficilmente Nibali (parlo sempre di lui perché è l’ultimo grande che abbiamo avuto) sarebbe finito a fare l’operaio in fabbrica. A questo punto credo sia meglio mettere il cartellino come nel calcio. Questa riforma ha scompigliato le cose.

Cozzi ci porta nel cuore del Tudor Pro Cycling Team

12.01.2023
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Entrando in contatto con il Tudor Pro Cycling Team, l’impressione è quella di approcciarsi a qualcosa in grande evoluzione. Il team svizzero voluto da Fabian Cancellara entra a far parte delle formazioni professional dopo un apprendistato nella categoria inferiore (dove comunque rimane la diramazione development) ma questa probabilmente è solo una tappa verso un approdo più lontano, chiaramente nella massima serie.

La squadra è stata costruita senza cercare grandissimi nomi e considerando i progetti a medio-lungo termine non sarebbe stato neanche corretto farlo. Si lavora soprattutto sui giovani e si costruisce l’infrastruttura, proprio perché il progetto è ambizioso e a lunga scadenza. Di questo progetto fa parte anche Claudio Cozzi, diesse fuoriuscito dalla Israel Premier Tech e approdato quasi per caso alla formazione elvetica.

Il team al lavoro sulla pista di Ginevra, sede degli allenamenti sulla tecnica (foto Tudor Pro Cycling)
Il team al lavoro sulla pista di Ginevra, sede degli allenamenti sulla tecnica (foto Tudor Pro Cycling)

Solo fino a poche settimane fa, Cozzi aveva altre idee per la testa: «Ero uscito dalla formazione israeliana con l’idea di prendermi un periodo di riposo – dice – da dedicare soprattutto alla soluzione di alcuni problemi di salute. Invece sono stato contattato da Ricardo Scheidecker, il responsabile sportivo del team, che mi ha convinto presentandomi il progetto. Ho trovato un ambiente entusiasta, di quell’entusiasmo contagioso che ti coinvolge. Soprattutto un ambiente nuovo. Non ho mai lavorato alla formazione di giovani talenti e la sfida mi solletica alquanto».

E’ qualcosa di completamente diverso dalla formazione israeliana, anche perché quella aveva un’età media molto più alta.

E’ effettivamente un team molto diverso, basato su corridori di grande esperienza che in passato hanno vinto molto. Avevamo a disposizione atleti già completamente svezzati, un calendario del massimo livello, sfide con i più grandi. Qui si lavora su basi concettuali completamente diverse. Significa rimettersi in gioco, almeno per me.

Il lussemburghese Luc Wirtgen e il francese Alois Charrin. Wirtgen è stato 3° al Tour of Antalya (foto Tudor Pro Cycling)
Il lussemburghese Wirtgen (3° al Tour of Antalya) e il francese Charrin (foto Tudor Pro Cycling)
Che cosa ti ha colpito di più nel tuo approccio con il team elvetico?

La grandissima professionalità, che credo sia il primo ingrediente se si vuole davvero crescere. Abbiamo un management e uno staff dirigenziale davvero molto buono, con tanta voglia di crescere e soprattutto con un’enorme voglia di lavorare. Ci sentiamo costantemente fra noi direttori sportivi: almeno una riunione settimanale per analizzare ognuno dei nostri corridori.

Com’è strutturata la squadra?

Abbiamo 20 corridori nell’organico, con 4 tecnici. C’è una ripartizione fra noi dei vari corridori, cerchiamo di mantenere uniti i vari gruppetti in base ai loro allenatori, tutta gente che ho visto essere estremamente preparata. C’è poi un direttore sportivo che è dedicato esclusivamente alla squadra Devo, per tenere un rapporto di filiera e questo dimostra che i progetti sono proiettati in là nel tempo. E poi c’è Cancellara…

Fabian Cancellara con i suoi ragazzi. Lo svizzero ora vuole puntare sui giovani (foto Tudor Pro Cycling)
Fabian Cancellara con i suoi ragazzi. Lo svizzero ora vuole puntare sui giovani (foto Tudor Pro Cycling)
Si sente la sua impronta nel team?

Enormemente. E’ un leader nato, ha un carisma fortissimo che gli deriva anche dal suo eccezionale palmarés. Sta trasmettendo in tutti quella voglia di vincere che è stata alla base delle sue imprese e non vale solo per i corridori, tutti ne siamo contagiati.

C’è un equilibrio tra il blocco svizzero e quello estero, con corridori di altre 7 Nazioni. La sensazione è che la squadra sia anche uno strumento di crescita del movimento nazionale, un po’ come si vorrebbe in Italia attraverso un team del WorldTour…

E’ così, sin dall’inizio Cancellara è stato chiaro: il progetto era creare un gruppo che consentisse ai ragazzi del suo Paese di seguire le sue orme. Anche per questo il progetto Tudor Pro Cycling è a lungo termine e vuole approdare nel WorldTour, per completare quel cammino che poi sarà a disposizione in primis di tutti i ragazzi svizzeri.

Che impressione hai della squadra, qual è il livello generale?

Molto buono, ci sono giovani ma anche elementi d’esperienza come ad esempio Simon Pellaud, che in Italia è ben conosciuto. Pellaud ma anche altri come Bohli, Kamp, Suter devono essere il collante del team e il riferimento per consentire ai più giovani di crescere e migliorare e soprattutto ambientarsi sempre di più nel ciclismo che conta.

Il 22enne tedesco Mika Heming, molto promettente. Nel 2022 ha colto 2 vittorie e ben 26 top 10 (foto Tudor Pro Cycling)
Il 22enne tedesco Heming: nel 2022 ha colto 2 vittorie e ben 26 top 10 (foto Tudor Pro Cycling)
Quali sono gli elementi più promettenti?

Sarebbe antipatico fare una distinzione, ci sono tanti corridori che possono far bene e anche i più anziani, quelli di cui prima non sono qui solo per pensare agli altri ma anche per trovare le loro occasioni. Se proprio devo fare un nome ricorderei Robin Froidevaux se non altro perché è il campione svizzero in carica e perché viene dalla vittoria nella Serenissima Gravel.

Proprio a proposito di gravel, come viene vista la multidisciplina?

Non c’è una chiusura, anche se chiaramente essere un progetto sul nascere bisogna ancora prendere le misure. L’esempio di Froidevaux è però indicativo, ma bisogna considerare che l’attività su strada è logicamente primaria. Magari qualche altra sortita a fine stagione nel gravel la faremo, per il resto si vedrà con il tempo.

Casa Mavic, il rilancio inizia da dove tutto è cominciato

12.01.2023
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La storia di Mavic appartiene al ciclismo, alla bicicletta e a tutti gli appassionati delle due ruote a pedali. Dopo le difficoltà di questi ultimi anni, dovute principalmente ai passaggi di proprietà, l’azienda di Annecy torna a far girare le ruote a grande velocità, all’interno di un mondo che non si è mai dimenticato di quel simbolo giallo. Siamo stati nella loro nuova casa, ne apriamo le porte insieme.

Mavic è un acronimo, un riassunto di vocaboli che quasi non esistono più. Manifacture d’Articles Vélocipédiques Idoux & Chanel (Charles Idoux e Lucien Chanel sono i fondatori, era il 1889).

L’R&D Mavic non ha mai smesso di creare
L’R&D Mavic non ha mai smesso di creare

Forse non tutti sanno che…

Il primo cerchio in lega metallica “Dura” (Dura è utilizzato anche nei tempi attuali per le trasmissioni….) lo ha creato Mavic. Era per i tubolari e correva l’anno 1934. Venne utilizzato da Antoin Magne e vinse il Tour de France. Quando nasce il primo cerchio clincher per il copertoncino e camera d’aria? Nel 1975, Mavic in collaborazione con Michelin sviluppa e produce Module E, un cerchio in alluminio con doppio ponte e pareti ad uncino per ingaggiare lo pneumatico.

Nel 1979 viene prodotta la prima trasmissione Mavic, ma è nel 1999 che l’azienda transalpina mostra il primo deragliatore con funzionamento wireless. Vero è che il successo rimase limitato, così come la sua veicolazione nel mercato, ma di sicuro qualcosa stava cambiando già da allora. In mezzo però c’è il 1997, dove viene utilizzata la prima ruota in carbonio a tre razze e viene fornita agli scalatori la prima ruota pre-assemblata: la Helium.

Nel 2010 Mavic immette sul mercato il primissimo sistema ruota/pneumatico e le voci sempre più insistenti sui tubeless road prendono sempre più dei contorni tangibili. Il 2016 è la volta della prima ruota in carbonio, senza pista frenante in alluminio e viene introdotta in modo ufficiale la tecnologia laser iTGmax per le lavorazioni della fibra composita.

Un ulteriore passo in avanti viene fatto nel 2020, quando viene prodotto in primo cerchio full carbon tubeless UST che non necessita di tape interno. Inoltre viene introdotta la tecnologia Fore Carbon per i raggi che si innestano in modo diretto nel cerchio, per un pacchetto dalla rigidità elevata e con una leggerezza da primato.

La storia non si dimentica

Il marchio francese rimane una sorta di conduzione familiare fino al 1994, anno in cui entra nel gruppo Salomon, poi Adidas e di seguito l’ingresso nel gruppo finlandese Amer Sports. Da qui il passaggio poco fortunato all’interno del fondo americano Regent e il ritorno in un gruppo di natura francese, che coincide con il rilancio vero e proprio, tangibile e sostanzioso di Mavic. Si tratta di Bourrelier Group che ne detiene il 100 per cento.

La famiglia Bourrelier ha investito oltre 10 milioni di euro esclusivamente per la progettazione e costruzione della nuova casa di Mavic, un edificio avveniristico e che ha anche il compito di diventare il cuore pulsante dell’azienda. Oggi Mavic conta 182 dipendenti e cinque filiali dirette condotte da Mavic (significa non sono distributori): Italia e Spagna, Germania e Regno Unito, ma anche in Giappone.

Jean-Michel Bourrelier e Yoann Bourrelier (foto Mavic)
Jean-Michel Bourrelier e Yoann Bourrelier (foto Mavic)

Un biennio per ripartire

Tra il 2020 e il 2022 Mavic ha in parte fatto perdere le sue tracce, anche se in realtà l’azienda stava gettando le basi della rinascita e del rilancio. Il passaggio, prima da Amer Sport e poi dal fondo Regent, ha obbligato un reset completo, anche in termini di organizzazione interna. Non solo, perché in questo periodo il nuovo gruppo di lavoro e la nuova proprietà sono stati in grado di riportare quasi completamente la produzione in Europa.

Mavic produce il 97 per cento dei componenti per le ruote sul suolo europeo (Francia e Romania). L’obiettivo è quello di alzare ulteriormente l’asticella ed avvalersi di una produzione sempre più Made in Europe, anche per quanto concerne gli equipaggiamenti. In questo anche l’Italia gioca un ruolo importante. Inoltre i materiali lavorati vengono riciclati per oltre il 90 per cento.

Ritornano le sponsorizzazioni

Nel 2023 Mavic sarà impegnata nell’attività di co-sponsor del team St. Michel-Auber93, con le compagini maschile e femminile. Inoltre le macchine gialle del Servizio di Assistenza Tecnica Neutrale hanno già ripreso le attività di supporto già nel corso della stagione 2022.

Le star della Bora-Hansgrohe per le corse a tappe

12.01.2023
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Parlando con Paolo Artuso dei tanti e ottimi corridori che ci sono nelle sua fila, la Bora Hansgrohe era stata definita una “all star”, una squadra composta da “tutte stelle”. Sono in effetti molti i corridori importanti nel team tedesco, specie quelli per le corse a tappe. 

Gasparotto (qui con Benedetti) corridore fino al 2020, è un direttore sportivo della Bora-Hansgrohe dalla passata stagione
Gasparotto (qui con Benedetti) corridore fino al 2020, è un direttore sportivo della Bora-Hansgrohe dalla passata stagione

Enrico Gasparotto, direttore sportivo della Bora, ci dice chi sono queste “star” e come pensano di recuperarle al meglio. Non tutte infatti hanno brillato nella passata stagione.

«Partiamo dal concetto che le corse a tappe sono un’ambizione della nostra squadra dal 2022 – dice Gasparotto – da quando è andato via Sagan. Ci dirigiamo verso i grandi Giri soprattutto. Lo scorso anno doveva essere il primo approccio e tutto è andato oltre ogni più rosea aspettativa… nel vero senso della parola, visto che abbiamo vinto il Giro d’Italia».

Jai Hindley, maglia rosa del Giro 2022, punterà al Tour de France
Jai Hindley, maglia rosa del Giro 2022, punterà al Tour de France

Hindley sul Tour

La prima “star” non può che essere Jai Hindley, il re del Giro d’Italia.

«Jai ha ottenuto un grande risultato e si è confermato alla Vuelta con la sua top 10. Di fatto è l’unico dei nostri che è salito sul podio di un grande Giro, e ci sta che abbia l’aspirazione di andare al Tour».

E qui Gasparotto spiega con chiarezza le volontà di Hindley tra Giro e Tour.

«Inizialmente Jai voleva fare il Giro, voleva difendere il titolo. Ma in Bora abbiamo una comunicazione semplice e genuina. Hindley ha visto che al Tour hanno prediletto le montagne e ha spostato le sue attenzioni in Francia. 

«Sappiamo che sarà difficile e che il Tour negli ultimi anni è stato un monopolio di UAE EmiratesIneos Grenadiers e Jumbo-Visma, ma era arrivato il momento di misurarsi nel gran tour più importante. E’ la prima volta e ci andremo con il massimo rispetto».

Vlasov essendo bravo a crono ha scelto di puntare al Giro
Vlasov essendo bravo a crono ha scelto di puntare al Giro

Vlasov al Giro

«Io passerei a Vlasov – prosegue Gasparotto – Alexander riparte dal quarto posto del Giro 2021 e dal quinto del Tour 2022. Un quinto posto catturato nonostante una caduta in un momento cruciale della corsa. Ha mostrato caparbietà e grande costanza. E’ sempre stato davanti. A parte una tappa (la seconda in volata in Danimarca, ndr) non è mai andato oltre il 31° posto. E siamo felici di questo rendimento perché ha ottenuto quel piazzamento pur senza sviluppare i suoi watt migliori. Non era al top».

«Vlasov a crono si difende bene. Non è all’altezza di Remco o Roglic, ma va. Lui ha fatto il ragionamento opposto a quello di Jai. Punta al Giro pensando ad un podio. In generale la differenza così netta fra i percorsi di Giro e Tour hanno facilitato le scelte dei ragazzi e aiutato noi direttori, che li ascoltiamo e cerchiamo di accontentarli».

«Alex è un ragazzo semplice, concreto. E’ già concentrato sul Giro. Sa che già abbiamo visionato delle tappe e segue questo percorso. Se non ci saranno intoppi la corsa rosa diventa davvero interessante per lui… E poi potrebbe avere il numero uno!».

Emanuel Buchmann (classe 1992) vuole una stagione ad alto livello
Emanuel Buchmann (classe 1992) vuole una stagione ad alto livello

Rilancio Buchmann

Scorrendo la lista delle star ecco Emanuel Buchmann. Il tedesco, scalatore, vanta un quarto posto al Tour 2019 e da lì vuol ripartire.

«Lui ci ha detto di voler fare il Tour, sempre per il discorso delle crono, dove non è super. Arriva da stagioni in cui il suo rendimento è stato più basso dei suoi livelli a causa di cadute e malattie, ma quel settimo posto all’ultimo Giro è stato un bagliore».

Il suo 2022 è stato a doppia velocità. Bene nella prima parte, molto meno nella seconda.

«Però – va avanti Gasparotto – adesso è entusiasta e non era giusto gettare quanto di buono fatto nella prima parte. Riprenderà a correre a Majorca.

«E’ importante farlo correre? Io dico che è importante farlo correre bene. Oggi tutto è super professionale, tutti sono al top. Più che spronarli i corridori devi quasi fermarli. Quindi la differenza può farla la felicità. I ragazzi devono essere contenti di quel che fanno, ci devono credere. E se per caso non si sono allenati per una malattia è inutile mandarli a correre per raccogliere dei feedback negativi. In tal senso mi è piaciuta una massima di Gianluca Vialli di questi giorni: “Nessuno perde. O vince o impara”».

Parigi-Nizza 2021, Schachmann si complimenta con Roglic. Il tedesco è stato secondo per due anni consecutivi
Parigi-Nizza 2021, Schachmann si complimenta con Roglic. Il tedesco è stato secondo per due anni consecutivi

Schachman già in pista

La star successiva è Maximilian Schachman. Il tedesco arriva da un anno non altezza della sua classe.

«E infatti – spiega Enrico – ha chiuso in anticipo la stagione 2022 per recuperare meglio. Lui è in Australia. Il team si aspetta molto nelle corse di una settimana e nelle gare di un giorno, tanto più che per i grandi Giri siamo ben coperti.

«Il suo obiettivo 2023 si chiama continuità di rendimento. Per esempio allo Svizzera ha ottenuto un decimo posto pur non stando bene. Max ha un motore talmente grosso che deve avere questa continuità ad alto livello. Artuso ci sta lavorando. Per lui Parigi-Nizza e Ardenne sono i primi obiettivi».

Sergio Higuita (classe 1997) ha mostrato grandi doti nelle corse a tappe di una settimana. Qui leader, provvisorio, all’ultimo Giro di Polonia
Higuita (classe 1997) ha mostrato grandi doti nelle corse a tappe di una settimana. Qui leader, provvisorio, all’ultimo Giro di Polonia

Higuita: corse più brevi

«Sergio è in Colombia… al caldo! Per lui pensiamo alle corse di una settimana più che ai grandi Giri. Nel 2022 ha vinto il Catalunya, è andato forte allo Svizzera… Ma per me può essere competitivo anche nelle grandi corse di un giorno. Poteva già cogliere il primo podio in un monumento se al Lombardia non avesse preso il Civiglio troppo indietro».

«Higuita potrebbe essere di supporto ad Hindley al Tour. Però non dimentichiamo che è giovane e può migliorare ancora».

Kamna lo scorso anno ha mostrato grande tenuta anche nelle tre settimane. Eccolo con Hindley e Carapaz sulla Marmolada
Kamna lo scorso anno ha mostrato grande tenuta anche nelle tre settimane. Eccolo con Hindley e Carapaz sulla Marmolada

Kamna e la classifica

Lennard Kamna è forse la sorpresa maggiore. Talento indiscusso, lo scorso anno è rifiorito.

«Visto che Lennard si difende bene a crono, è campione nazionale, pensa ai 71 chilometri contro il tempo del Giro. Ha l’ambizione di provare a fare classifica ed è giusto accontentarlo. Per me può essere un outsider.

«Deve maturare e avrà un approccio diverso dal correre con la fantasia e la libertà come ha fatto quest’anno. Sarà alla prima esperienza per capire se potrà puntare alle classifiche. Il suo avvicinamento prevede due corse a tappe, Valenciana e Tirreno. Da lì capiremo come impostare il Giro».

Aleotti ha vinto il Sibiou Tour per due anni consecutivi. E’ arrivato il momento di fare uno step almeno nelle corse di un giorno
Aleotti ha vinto il Sibiou Tour per due anni consecutivi. E’ arrivato il momento di fare uno step almeno nelle corse di un giorno

E Aleotti?

Delle stelle della Bora fa parte anche Giovanni Aleotti. Una delle speranze del nostro ciclismo.

«Giovanni è in Australia – dice “Gaspa” – abbiamo deciso di partire più forte perché rendesse subito bene. Poi anche per lui ci sarà il Giro. Si prevede una stagione dispendiosa tanto più dopo un inverno concentrato per essere subito pronto. Sacrificherà le Ardenne. Volevamo che arrivasse bene al Giro. Lo scorso anno ha avuto troppi intoppi».

Aleotti è quindi già concentrato sul Giro e secondo Gasparotto potrà essere una pedina fondamentale per Vlasov.

«Per Giovanni vale un po’ il discorso fatto per Kamna. O uno nasce come Hindley, che è subito performante, oppure ci arriva per step. Ma io credo che crescere per step sia la cosa migliore. E lo dico sulla mia pelle da corridore che ha vinto subito. In questo modo quando arriveranno le difficoltà saprà come affrontarle.

«Se mi chiedete, nel lungo termine, se Giovanni potrà essere da grandi Giri vi rispondo che non lo so. Se mi chiedete cosa potrà fare nel breve termine, vi dico che può essere competitivo nelle corse di un giorno. Specie quelle nella seconda parte di stagione, come Plouay o il Canada, dove ha mostrato di andare forte». 

Bob Jungels (classe 1992), arrivato questo inverno alla Bora Hansgrohe, fa parte a pieno titolo delle star (foto Instagram)
Jungels (classe 1992), arrivato questo inverno alla Bora Hansgrohe, fa parte a pieno titolo delle star (foto Instagram)

Jungels in appoggio

Gasparotto ci fa notare che all’appello manca Bob Jungels. In teoria ci sarebbero anche Patrick Konrad e Sam Bennett, ma loro hanno fatto più una svolta verso il gregariato.

«Bob, altro corridore super solido – dice Enrico – ritrovare la costanza è un suo obiettivo. Il fatto che sia tornato a vincere al Tour e che sia uscito di poco dalla top 10 significa che è di nuovo ai suoi livelli.

«La sua stagione sarà divisa in due parti principali: Parigi-Nizza e classiche del Nord e poi Tour de France. Alla Parigi-Nizza, potrà fare bene sia per la classifica che per aiutare, specie in ottica cronosquadre. Nelle classiche potrà essere competitivo in alcune di quelle sul pavé e in quelle delle Ardenne. Non dimentichiamo che è stato anche nella Quick Step e sa come lottare per quegli obiettivi.

«Riguardo al Tour invece vorrà esserci per dare supporto. E non per la classifica. E’ stata una sua scelta. Parole sue: “Se tengo duro faccio 9°-10° e non mi posso muovere. Così invece potrò aiutare e magari cercare una vittoria di tappa».

Savoldelli e la scelta degli uomini per un grande Giro

11.01.2023
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Remco Evenepoel ha detto che avrebbe già in mente i compagni da portare con sé al Giro d’Italia. E infatti quattro, forse cinque, uomini sono già stati scelti. Nibali, invece in passato ci aveva detto che oggi il ciclismo è cambiato e che neanche un capitano come lui poteva pretendere tutti gli uomini a suo piacimento.

Fare una formazione non è facile. Ci sono molti equilibri in ballo. Spesso anche poco visibili ai più, tra cui quelli relativi agli sponsor. Ma restando più su un discorso tecnico, Paolo Savoldelli ci ha detto come funzionava ai suoi tempi. Paolo è stato un leader per le corse a tappe e anche un gregario di extra lusso. Ha vinto “da solo” e ha vinto con i compagni.

Paolo Savoldelli (classe 1973) è stato professionista per 13 stagioni
Paolo Savoldelli (classe 1973) è stato professionista per 13 stagioni

Fiducia nelle scelte

Ai tempi del Falco Bergamasco dunque come funzionavano le cose? Salvoldelli avrebbe potuto scegliere i suoi compagni?

«Di solito – spiega Savoldelli – gli uomini che formavano la squadra di un grande Giro li sceglieva il manager o il direttore sportivo. Erano loro che creavano la formazione. Ma in questa scelta aveva ovviamente un certo peso il campione, uno di quelli con la “C” maiuscola. In questo caso il suo parere contava molto.

«Poi c’era anche il corridore che poteva permettersi di fare la squadra. Per dire, quando ho corso per Armstrong già nel ritiro in California ad inizio anno si sapevano quali erano gli otto uomini che avrebbero fatto il Tour de France con lui. Nel corso dell’anno potevano sempre accadere degli imprevisti e qualcosa sarebbe cambiato. Ad esempio, un anno Ekimov ebbe un problema e non venne in Francia. E lo stesso un altro ragazzo. Furono sostituiti, ma di base la squadra era fatta a monte.

«Alla T-Mobile di Ullrich invece mettevano qualcuno vicino a lui sin da subito, in inverno. Quei 3-4 corridori sapevano che lo avrebbero seguito in Francia, ma gli altri no. Li facevano correre, vedevano chi andava bene, chi andava forte e poi sceglievano.

«Ma così è sbagliato perché alla fine quel corridore va a tutta per farsi vedere. Fa più di quel che deve per guadagnarsi il posto e nel momento clou magari non rende come dovrebbe. Se uno ha fiducia in una persona deve fare a priori la scelta e appunto avere fiducia in lui».

Agnoli, per anni, è stato il fedelissimo di Nibali. Il laziale, al Giro 2016 ritiratosi per caduta, raggiunse Vincenzo a Torino per festeggiarlo
Agnoli, per anni, è stato il fedelissimo di Nibali. Il laziale, al Giro 2016 ritiratosi per caduta, raggiunse Vincenzo a Torino per festeggiarlo

I fedelissimi

Quello che dice Salvoldelli è giusto. E di fatto è un po’ quel che oggi fa in modo accuratissimo la Jumbo-Visma (e non solo). Però è anche vero, e lo si vede quando ci sono dei trasferimenti importanti, che un capitano ha i suoi compagni super fidati… che si porta dietro al cambio di casacca. Non ultimo Carapaz alla EF Education con Amador. La fiducia dunque è importante, ma non solo quella della dirigenza. E’ importante anche quella da parte dei compagni…

E allora forse avere almeno i 3-4 fedelissimi può servire al leader.

«Averli non dispiace, è chiaro – prosegue Savoldelli – ma io per esempio quando facevo i Giri con Saeco la squadra veniva fatta più per Cipollini che per me. Lui era il più forte velocista in circolazione e  aveva bisogno degli uomini, anche perché poi con lui in gara tutto il lavoro della corsa finiva sulle sue spalle e quindi sulla sua squadra. E più o meno è stato così quando ho vinto il mio primo Giro con la Alexia. C’era Ivan Quaranta in squadra».

«Quando invece ho fatto le corse a tappe per la Discovery Channel le cose erano un po’ diverse. Avevano preso un paio di uomini appositamente per me. Due scalatori, uno però poi ha avuto dei problemi e si è ritirato e quindi ancora una volta mi sono ritrovato un po’ da solo. Ma in parte lo sapevo. Ero in squadra con Armstrong, l’obiettivo principale era il Tour e i corridori più forti andavano lì. Quindi io non ho mai avuto la possibilità di creare una grossa squadra intorno a me… Anche se mi sarebbe piaciuto!».

«E il fedelissimo che fa ridere il leader la sera in stanza quando le cose non sono andate bene?», chiediamo al bergamasco. «Non ho mai creduto molto nel confidente – replica Paolo – Ho sempre preferito uomini di sostanza più che di parole».

Forza dell’atleta e programmazione sono basilari nelle scelte degli uomini. Ma in alcuni casi al netto del leader (in questo caso Roglic o Vingegaard) si sa già che un corridore come Van Aert ci sarà
Ci sono casi particolari in cui al netto del leader (in questo caso Roglic o Vingegaard) si sa già che un corridore come Van Aert ci sarà

Responsabilità o stimolo?

«Ma una grossa squadra – prosegue Savoldelli – viene creata per un campione che ha dimostrato più volte di essere veramente forte. Nel caso di Remco lui è l’astro nascente. Ha poco più di vent’anni, ma ha già vinto un mondiale, la Vuelta, un sacco di corse di un giorno… e può permettersi di costruire una squadra».

Conta il campione dunque per Savoldelli. Noi crediamo che conti anche il contesto in cui opera quel  campione. Remco Evenepoel ha determinati margini di manovra perché, oltre ad essere fortissimo, è belga in una squadra belga, con sponsor belgi e un team manager belga. Di certo tutto ciò gli dà forza. Le due cose perciò vanno a braccetto.

Questo però non sempre è solo un vantaggio. Subentra anche un discorso di pressione, specie se anche gli uomini li sceglie il leader. E’ come se si caricasse di ulteriori responsabilità. E deve dimostrare che le scelte fatte siano giuste anche nei confronti di chi è rimasto a casa. 

«Io – riprende Savoldelli – credo che tutto questo sia più uno stimolo. La pressione il capitano ce l’ha a prescindere. Poi uno che si costruisce la squadra, ovviamente ha tutta la responsabilità, ma è normale. E, ripeto, ce l’avrebbe lo stesso».

Il peso del super campione

Marco Pantani è stato un apripista, nel ciclismo moderno, della squadra tutta per un capitano. Poi la stessa cosa c’è stata con Armstrong: si correva per un solo obiettivo. 

Loro hanno inciso anche sul modo di correre del team. Nessuno si muoveva o andava in fuga. Paolo stesso, quando vinse la tappa al Tour, ci raccontò di essersi ritrovato nella fuga quasi per caso. E una volta dentro la fuga, appunto, avesse chiesto all’ammiraglia se doveva fermarsi o continuare. La situazione per il leader texano era tranquilla e Salvoldelli ottenne il via libera. Ma fu un caso. E forse anche perché il “gregario” in questione aveva appena vinto il suo secondo Giro d’Italia…

Mario Traversoni, velocista e compagno di Pantani, veniva portato al Tour perché ottenesse dei buoni piazzamenti nelle volate iniziali e guadagnare posti in classifica affinché l’ammiraglia della Mercatone Uno non fosse troppo indietro, visto che la colonna delle auto rispecchia la classifica generale. E in caso di necessità gli interventi sarebbero stati più rapidi.

«Vero – conclude Salvoldelli – ma che nomi abbiamo fatto? Qui stiamo parlando di due fuoriclasse che davano spettacolo e sicurezze di successo. Quando questi andavano forte non ce n’era per nessuno. E loro potevano scegliere anche gli uomini.

«Se oggi è fattibile che il corridore batta i pugni sul tavolo per avere i suoi uomini? Al netto dei super campioni, credo che molto dipenda anche dal carattere del leader». 

Biciclette Aurum, la base di un progetto più ampio

11.01.2023
6 min
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Il marchio Aurum non rappresenta esclusivamente le biciclette dei ragazzi del Team Eolo-Kometa, ma è prima di tutto un insieme di idee che hanno preso forma. In giro le vediamo poco, per ora, ma alle spalle c’è un progetto di sviluppo del brand da non sottovalutare.

Un passo alla volta, perché nulla deve essere lasciato al caso. Aurum è il marchio di Alberto Contador e Ivan Basso, perciò abbiamo fatto qualche domanda proprio al campione varesino.

Il quartier generale dell’azienda a Pinto, in Spagna (foto Aurum)
Il quartier generale dell’azienda a Pinto, in Spagna (foto Aurum)
Dove e come nascono le biciclette Aurum?

Le biciclette Aurum nascono principalmente dalle idee di Alberto (Contador, ndr). Lui non è stato solo un grande campione, ma è tutt’ora uno che ricerca il massimo e la perfezione tecnica, preciso e meticoloso. Per gli ingegneri che devono sviluppare una bicicletta è una sorta di bestia nera. Io ci ho messo del mio, considerando che le richieste e le necessità dei due profili sono molto, molto differenti.

Qual è stato il risultato?

Nell’insieme abbiamo dato forma a tante idee, ad una passione e il risultato è un mix dall’elevato tasso tecnico. Come Aurum abbiamo un ufficio a Taiwan, dove è situata anche la produzione.

Invece il design dove trova ispirazione?

Partendo dal presupposto che le Aurum non sono degli open-mold, ma sono delle produzioni esclusive, disegnate e ingegnerizzate da noi, la volontà è stata quella di creare una bicicletta con delle forme pulite, quasi essenziali. Non c’è stato un altro modello di bici al quale ci siamo ispirati, ma di sicuro abbiamo cercato in tutti i modi di conciliare l’eleganza con l’efficienza.

Quanto tempo è stato necessario prima di arrivare alla bici che oggi vediamo in dotazione ai ragazzi del Team Eolo-Kometa?

Due anni. I primi due telai erano di colore nero, nelle taglie 54 e 56, con i freni a disco. Le biciclette erano rispettivamente quella di Alberto e la mia, da qui abbiamo iniziato una serie di prove.

Il passo successivo?

Subito dopo, comunque prima di procedere con la produzione vera e propria, sono arrivati 40 frame-kit per 40 corridori/tester, di tutte le categorie, dagli juniores fino ad arrivare ai pro‘. Taglie differenti e caratteristiche differenti, dai velocisti fino ad arrivare agli scalatori più leggeri. Tutte queste prove hanno completato l’iter dei test a banco.

Dopo questa moltitudine di test, avete richiesto dei cambiamenti del progetto?

I due modelli simbolo di Aurum, la Magma e la Essenzia sono rimaste sostanzialmente quelle, giusto qualche piccola variazione dei dettagli. Quando abbiamo cominciato a produrre eravamo certi che il prodotto fosse al top.

La visibilità che il brand ha avuto grazie al team non è poca, eppure le bici si trovano poco, per lo meno qui in Europa. Quale può essere il motivo?

Abbiamo puntato fin da subito sulla vendita e sulla veicolazione online, considerando anche una certa maturità delle vendite attraverso la rete e grazie a Contador siamo partiti dalla Spagna. Ma la politica di fare un passo alla volta è qualcosa che ci appartiene. Ecco perché il progetto Aurum deve crescere gradualmente.

Avete individuato i prossimi step?

Ci siamo posti degli obiettivi, questo è chiaro, ma è pur vero che la nostra capacità produttiva attuale non ci permetterebbe di affrontare grosse richieste. Questo fattore procede di pari passo con una qualità che non vuole essere sacrificata.

Quindi?

Vogliamo essere credibili e far aumentare la credibilità di Aurum senza fretta. Un percorso di crescita graduale, proprio come fa un corridore prima di diventare un campione.

C’è un progetto futuro di marketing e di crescita?

Assolutamente. Ma fin da ora per le biciclette Aurum ogni gara, manifestazione ed evento sono un’esposizione del marchio. Ogni corridore è una sorta di ambassador.

Contador scherza con Basso a Mallorca in occasione della 312 (foto Maurizio Borserini)
Contador scherza con Basso a Mallorca in occasione della 312 (foto Maurizio Borserini)
Di quali eventi parliamo?

Ad esempio la Mallorca312 e la Granfondo Alberto Contador. Il supporto agli eventi deve fornire anche un’immagine piena e di qualità, non deve essere una semplice bandierina puntata a caso.

E invece per quanto concerne una nuova piattaforma e un nuovo modello?

Ci sarà un’importante novità in tempi brevi e anche in questo caso non sarà una bicicletta banale.

I Masciarelli e la seconda vita in Belgio

11.01.2023
7 min
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Quando Simone Masciarelli risponde al telefono si trova ancora in strada verso Pescara, la connessione va e viene così decide di chiamarci dal numero italiano. La notizia di suo figlio Lorenzo che approda alla Colpack è un terremoto che scuote ancora il mondo del ciclocross. Figuriamoci mamma Michela e papà Simone, che ormai a Oudenaarde si erano stabiliti per seguire loro figlio in Belgio e non avevano intenzione di tornare indietro. 

«Il viaggio procede bene», racconta dal camper Simone. «E’ lunghetto – ribadisce con una risata – siamo partiti lunedì mattina da Oudenaarde. Abbiamo fatto tappa a  Bergamo da Bevilacqua. Mia moglie ed io siamo tornati perché daremo supporto a Lorenzo al campionato italiano, poi torneremo in Belgio».

L’abruzzese ha fatto il suo esordio alla Colpack a Petange, finendo 5° (foto Facebook)
L’abruzzese ha fatto il suo esordio alla Colpack a Petange, finendo 5° (foto Facebook)

Un rapido cambiamento

La carriera di Lorenzo, e conseguentemente la vita della sua famiglia, è cambiata spesso negli ultimi anni. Prima il trasferimento in Belgio alla Bingoal Pauwels per seguire il ciclocross ed ora il ritorno in Italia con la Colpack Ballan

«In famiglia eravamo tranquilli – risponde Simone Masciarelli – Lorenzo aveva un contratto fino al 2025. Questa scelta è stata un po’ un fulmine a ciel sereno, direi quasi per tutti. La Colpack ha contattato Lorenzo in Val di Sole dopo aver visto i suoi dati e test. Si chiedevano cosa facesse un ragazzo come lui in Belgio. Appena la proposta è arrivata, ne abbiamo parlato con Mario De Clercq, all’inizio il suo è stato un “no” secco. Nei giorni successivi abbiamo approfondito il discorso e Mario ha guardato bene che tipo di squadra fosse la Colpack e si è convinto».

Per Lorenzo la figura di Mario De Clercq è stata quella di un “padre ciclistico”
Per Lorenzo la figura di Mario De Clercq è stata quella di un “padre ciclistico”

“Papà” Mario

Fa strano sentire un padre usare questo termine riferito ad un’altra persona parlando del proprio figlio. Ma la sincerità e la spontaneità di Simone fanno capire come nella squadra belga si sia davvero creata un’altra famiglia.

«Il no iniziale di Mario è arrivato perché lui in Lorenzo ha sempre creduto molto – riprende il padre Simone – non prendi un ragazzo a 15 anni se non ci credi davvero. Mario lo ha amato fin da subito e non uso questo verbo a caso. Quando abbiamo comunicato la notizia di voler seguire la Colpack qualche lacrimuccia sulla guancia di ognuno di noi è caduta. Lorenzo ed io siamo arrivati qui quattro anni fa un po’ alla cieca ma credendo in questa nuova avventura. Pian piano noi, con tutta la famiglia, ci siamo costruiti una nuova vita qui ad Oudenaarde.

«Mario De Clercq, una volta visto il progetto Colpack, non ha più avuto nulla da ridire. Le corse su strada in Belgio non erano molto nelle corde di Lorenzo e venire a fare attività in Italia gli farà bene. Il cross non lo abbandona, Mario gli ha lasciato tutto il materiale per concludere la stagione e gli ha già detto che il prossimo inverno lo aspetta su per allenarsi insieme».

Lorenzo al campionato italiano su strada under 23 della scorsa stagione a Carnago
Lorenzo al campionato italiano su strada under 23 della scorsa stagione a Carnago

Il futuro in breve

La notizia del passaggio in Colpack ha aperto nuovi scenari per il giovane Lorenzo che punterà tanto sulla strada. 

«Per capire come evolverà la stagione di cross bisogna aspettare – dice papà Simone – l’infortunio patito prima di Namur si sta rivelando più tosto del previsto. Dopo i campionati italiani capiremo che fare, forse finirà qui la stagione. Pontoni gliela farebbe fare tutta, ma è anche vero che a fine febbraio la Colpack andrà in ritiro a Calpe. Lorenzo non inizierà a correre subito ma dovrà comunque allenarsi, un periodo di riposo dovrà pur farlo. Siamo tutti curiosi di questa nuova avventura. Le qualità ci sono, a chi dice che ha perso tempo rispondo che Mario e la Pauwels lo hanno fatto crescere con metodo ed i margini ci sono tutti. Lorenzo è un 2003, ha ancora tre stagioni da under 23 su strada e due nel ciclocross».

Per Lorenzo Masciarelli la Colpack rappresenta l’occasione di mettersi alla prova in gare più adatte a lui su strada
Per Masciarelli la Colpack rappresenta l’occasione di mettersi alla prova in gare più adatte a lui su strada

La vita cambia, di nuovo

Quattro anni fa, per la famiglia Masciarelli la novità si chiamava Belgio ed aveva il duro suono del fiammingo. Ora si ritorna in Italia, non tutti subito però, quello che si è costruito ad Oudenaarde non può essere abbandonato. 

«Dovremo di nuovo affittare casa a Pescara – dice ridendo Simone – ma per il momento io e mia moglie non torneremo in Italia. In Belgio abbiamo un lavoro ed una casa e non possiamo lasciare tutto da un momento all’altro. Aspetteremo ancora qualche mese, il tempo per la nostra affittuaria di Oudenaarde di trovare dei nuovi inquilini. Il lavoro in Italia sarà più “semplice”, tornerò nell’azienda di famiglia, che in realtà non ho mai abbandonato. Però in Belgio, sia io che Michela lavoriamo e non possiamo andare via senza preavviso. Michela è in un ristorante ed io in un’azienda che produce etichette alimentari. Da ora in avanti Lorenzo rimarrà a Bergamo con la Colpack, mentre noi tutti torneremo a Pescara. Stefano, il fratello piccolo, quando lo ha saputo era felicissimo. Ha chiamato subito il nonno per avvisarlo che sarebbe tornato.

«Per Stefano e Lorenzo quest’avventura è stata bella, ma complicata. Lorenzo con la Bingoal ha trovato una famiglia vera e propria. Tutti gli hanno voluto bene e la notizia della partenza ha commosso gran parte dello staff e dei compagni. Stefano, il piccolino, soffriva un po’ di più perché in Belgio è tutto diverso, lingua compresa, e fare amicizia non è semplice. A scuola entrambi studiavano l’inglese e l’olandese, ma poi una volta usciti si parla il fiammingo. Io e mia moglie, invece, avevamo creato una bellissima rete di rapporti con tante persone, praticamente tutti ex ciclisti o tecnici».

Nel ciclocross i rapporti sono stretti e viscerali, qui Masciarelli con il meccanico Mario Tummeleer
Nel ciclocross i rapporti sono stretti e viscerali, qui Masciarelli con il meccanico Mario Tummeleer

Il cross è una famiglia

Non è facile racchiudere quattro anni di vita in poche parole e quando la lingua si scioglie fermarla è difficile. Interromperla sarebbe anche un peccato, perché ci si perderebbe degli aneddoti davvero unici.

«Siamo arrivati qui quattro anni fa e tutto ci sembrava nuovo – spiega Simone come solo un padre può fare – Lorenzo aveva quindici anni. Ora andiamo via che è un ragazzo nuovo e maturo. Io ho imparato tanto, sia da padre sia da uomo. Non vivo più con troppa apprensione le gare di Lorenzo. ll mondo del ciclocross vive di passione, anche qui dove è più di una religione. Andare alle corse vuol dire conoscere le famiglie dei corridori. Michela ed io eravamo lo staff di nostro figlio, lei si metteva all’inizio ed alla fine del percorso, mentre io ed un meccanico restavamo nella zona dei box. Di volta in volta abbiamo conosciuto tutti, perfino i genitori di Iserbyt».

I nuovi vicini di casa

La prima casa che la famiglia Masciarelli ha avuto era di proprietà di Mario De Clerq e si trova in centro alla piazza di Oudenaarde, a due passi dal Museo delle Fiandre. In breve tempo l’abitazione è cambiata ed i vicini di casa sono diventati tutti da scoprire. Anzi secondo noi li conoscete

«Tornare a casa fa strano anche a noi adulti – conclude Simone Masciarelli – ci eravamo creati la nostra cerchia di amici. Mario De Clercq ci ha aperto le porte di Oudenaarde ed abbiamo trovato un mondo già conosciuto nei suoi personaggi, ma molto ospitale. Michela si è inserita grazie all’amicizia fatta con la moglie di De Clerq e con Cameron Vandenbroucke (figlia di Frank, ndr). I ragazzi, Lorenzo e Stefano hanno legato molto con i figli di Van Petegem che sono loro coetanei. Abbiamo conosciuto anche Tim Merlier, Mattan, Museeuw e tantissime volte ci siamo trovati a cena con loro parlando di ciclismo. Con alcuni di loro sono già d’accordo che verranno a trovarci quest’estate a Pescara e noi torneremo ogni tanto a salutarli ad Oudenaarde».

Rivoluzione e durezza. Garzelli: «Vuelta spettacolare»

11.01.2023
9 min
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Quando presentammo il Tour 2023 parlammo di rivoluzione, ebbene per la Vuelta non possiamo che ripetere questo termine. Aso, la società che organizza i due grandi Giri, ha stupito ancora. Magari qui in Spagna la rivoluzione è stata un filo meno accentuata per il semplice fatto che da anni si erano fatti degli “esperimenti” sull’anello iberico, ma le novità 2023 ci sono. E non sono piccole.

Stefano Garzelli lo coinvolgiamo spesso, specie quando di mezzo c’è la Spagna, visto che da anni vive lì. Lì ha una squadra, conosce strade e corridori. E soprattutto perché la Vuelta l’ha anche fatta. E anche lui dice: «E’ una Vuelta spettacolare. Molto, molto dura. La più dura degli ultimi 20 anni. Prima, seconda e terza settimana: non ti puoi rilassare mai. Devi stare sempre attento».

Calano i chilometri

Ma quali sono queste novità che ci fanno parlare ancora di rivoluzione? La disposizione delle tappe, in primis. Un arrivo in quota alla terza tappa, poi un altro in salita alla sesta e così via… Tappe decisive che sono molto corte. E poi il finale: l’ultima frazione di montagna tosta è la 17ª. Il che non sarebbe una novità assoluta, se non fosse che alla penultima o ultima frazione in questi casi c’è una crono potenzialmente decisiva. Ma la crono non c’è! Al suo posto una tappa che potrebbe ribaltare tutto.

Insomma, la Vuelta Espana 2023, in programma dal 26 agosto al 17 settembre, propone 21 tappe per un totale di 3.153,8 chilometri con partenza da Barcellona e arrivo a Madrid. Nel mezzo: due crono (una a squadre in apertura e una individuale), 10 frazioni con arrivo in salita, 7 delle quali in montagna.

Mentre è vita dura per i velocisti: solo 5 tappe e in un paio si dovranno sudare l’arrivo allo sprint. Due i classici giorni di riposo: dopo la tappa 9 (prima della crono individuale) e dopo la tappa 15.

E sempre in termini di rivoluzione, il chilometraggio scende parecchio. Dal 2021 la gara spagnola ha perso 264 chilometri (3.417 nel 2021; 3.283 nel 2022 e 3.153 nel 2023). In pratica ben oltre una tappa, quasi due, visto che la distanza media del 2023 è di 150,1 chilometri a frazione.

Dopo il mondiale…

Garzelli palava di attenzione massima. Vedendo i profili delle frazioni non può che essere così, ma anche le planimetrie incideranno. 

«Le tappe di Tarragona e Zaragoza – spiega la maglia rosa del 2000 – sono pianeggianti sì, ma anche molto ventose. In quelle zone il vento non manca quasi mai. A mio avviso è una Vuelta che si può perdere in qualsiasi giorno, regola che vale sempre, ma stavolta più che mai.

«Io credo che il fatto che venga dopo il mondiale abbia spinto gli organizzatori a “metterci dentro” di tutto. Vero che magari questa scelta non riguardava tanto gli uomini di classifica, ma in parte anche loro… se non altro perché qualche momento di respiro c’era.

«Vista la durezza, anche della terza settimana, non credo che chi farà il Tour potrà pensare di fare bene anche alla Vuelta, specie se nel mezzo dovesse partecipare anche al mondiale. Vedo molto più fattibile l’accoppiata con il Giro d’Italia. Si avrebbe il tempo di recuperare e di riprepararsi».

Non solo Angliru e Tourmalet

Ma Vuelta fa rima con salite. Dicevamo di dieci arrivi con la strada che sale.

«Angliru e Tourmalet sono due icone. Il Tourmalet soprattutto. Da quel versante non l’ho fatto in gara, ma lo conosco chiaramente. Ricordo che stavo facendo una ricognizione per la Rai, finimmo alle 22,30 e in cima c’era ancora il sole. Tra l’altro in vetta incontrai anche un bimbo che fa ciclismo nella scuola valenciana. E’ una salita selvaggia teatro da sempre di grandi sfide come quella tra Contador e Schleck. Ma io non penserei solo a queste due scalate».

«Già la terza tappa ad Andorra è durissima. Il finale è parecchio tosto. I corridori conoscono bene quelle strade perché molti ci vivono. L’Alto de Javalambre anche è duro: va su a strappi e sfiora i 2.000 metri di quota.

«Ma soprattutto occhio alla scalata di Xorret de Catì, tappa 8. L’arrivo è 3 chilometri dopo, in discesa, ma ci sono pendenze micidiali. Gli ultimi 3 chilometri di scalata sono al 18 per cento. Se ricordate è la salita in cui Roscioli andava su a zig-zag. Bella anche la tappa 14, ideata da Indurain. Erano le sue terre. Ieri l’hanno presentata con lui e Delgado».

Finale e squadre

Come avevamo anticipato se le grandi salite finiscono con l’Angliru (17ª frazione), le difficoltà no. E forse tutto può rimettersi in gioco.

«E poi – sottolinea Garzelli – c’è la ventesima tappa, quella di Guadarrama: 208 chilometri la più lunga (e unica sopra i 200 chilometri, ndr) con 4.300 metri di dislivello e salite di terza categoria su un circuito da ripetere cinque volte. Una frazione così, se la classifica dovesse essere ancora aperta, rischia di cambiare tutte le carte in tavola. E’ durissima e la squadra conterà molto. Ma dubito che alla ventesima tappa i capitani avranno ancora tutti e sette i compagni.

«Non a caso ieri alla presentazione quando hanno intervistato Mas, Soler e Juan Pedro Lopez tutti sono rimasti impressionati da questa frazione».

Infine un occhio sui favoriti. La squadra conterà moltissimo e in teoria UAE Emirates, Ineos Grenadiers e Jumbo-Visma sarebbero ancora le favorite, ma questa potrebbe essere la volta buona di Enric Mas secondo Garzelli.

«Per me – conclude Stefano – ci sono solo 25 chilometri a crono e immaginando che gli altri grandi siano al Tour, Mas può e deve puntarci molto. Poi alla Movistar non hanno molti leader per un grande Giro e non so chi porterebbero al Tour oltre a Mas. Questa è la sua occasione».

Pontoni, come te la saresti giocata con i 3 Tenori?

11.01.2023
4 min
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Le imprese di Van Aert sono ancora davanti ai nostri occhi, il suo fine settimana è stato esaltante al punto da rendere “umano” anche un altro gigante come Van Der Poel. Guardando l’ennesima sfida fra due dei padroni del ciclocross (senza dimenticare l’illustre assente Tom Pidcock) ci sono tornate alla mente immagini lontane, quelle delle imprese di Daniele Pontoni, ultimo azzurro campione del mondo (in apertura, immagine Wikipedia: mondiali dilettanti 1992 vinti dall’azzurro a Leeds, che poi si impose fra gli elite nel 1997 a Monaco). Quando il cittì correva, sul finire del secolo scorso, era sicuramente un altro ciclocross, ma che avrebbe fatto il friulano al cospetto di simili fuoriclasse?

Fare i paragoni fra epoche diverse è sempre impresa molto ardua, eppure questo piccolo gioco dialettico può anche fornire interessanti riferimenti su come affrontare i 3 Tenori senza sentirsi battuti in partenza come troppo spesso accade anche agli altri “mammasantissima” dell’attività sui prati.

Van Aert sulla sabbia, un terreno che a Pontoni è sempre risultato indigesto
Van Aert sulla sabbia, un terreno che a Pontoni è sempre risultato indigesto

Pontoni si presta volentieri al gioco, sottolineando comunque come tante cose siano cambiate nel corso del tempo: «Non prendo neanche in considerazione l’attrezzatura, mi limito a osservare come siano cambiati profondamente i percorsi rispetto ad allora. Una cosa va innanzitutto sottolineata: sul piano della forza non potrei minimamente competere con simili campioni. Quindi cercherei di giocare le mie carte puntando sui loro punti deboli, che sono sicuramente pochi».

Dove avresti avuto possibilità?

Sicuramente non sui percorsi sabbiosi che non ho mai digerito, proprio perché diventano questione fisica e io non avevo certamente la potenza dalla mia. A me piacevano molto i percorsi impegnativi e tecnici, quelli come Gavere dove infatti ho vinto due volte. Su simili percorsi sarei andato in gara con profondo rispetto per gli avversari ma senza paura, consapevole di poter fare la mia figura. A Zonhoven, teatro dell’ultima prova di Coppa, sarei partito già battuto.

Secondo il cittì azzurro Mathieu Van Der Poel paga una certa debolezza mentale
Secondo il cittì azzurro Mathieu Van Der Poel paga una certa debolezza mentale
Quali erano i percorsi dove ti trovavi meglio?

Quelli dove si “lavorava” di più, quelli cittadini da interpretare, anche i tracciati con fango e neve mi sono sempre piaciuti. Bisogna anche tenere in considerazione un altro aspetto: fossi nato in quest’epoca, avrei cambiato completamente tipologia di allenamento, anche questo va tenuto in considerazione.

Parlando di Van Der Poel, tu comunque hai affrontato tante volte suo padre. Che differenze ci sono?

Mathieu ha più potenza e classe, ma Adrie dalla sua aveva una caparbietà senza pari, non mollava mai. Invece ho l’impressione che il figlio viaggi a pieno ritmo finché le cose vanno bene, ma quando compaiono le avversità abbia la tendenza a cedere, innanzitutto mentalmente. Per me suo padre è stato un’ispirazione, mi ha aiutato nelle mie prime volte in Belgio e Olanda e poi è stato un fiero avversario, mi ha insegnato a non lasciarmi mai andare.

Tante le battaglie con Adrie Van Der Poel. L’olandese vinse il mondiale ’96 battendo proprio il friulano (foto Cor Vos)
Tante le battaglie con Adrie Van Der Poel. L’olandese vinse il mondiale ’96 battendo proprio il friulano (foto Cor Vos)
Non abbiamo finora parlato di Pidcock…

Devo dire che il britannico è forse quello più simile a me. In certe cose mi ci rivedo e proprio per questa caratteristica sarebbe stato il più difficile da affrontare per me, perché non avrei saputo come prenderlo. La differenza principale con lui è che è molto dedito allo spettacolo, io ero più concreto. Non m’interessava molto l’aspetto esibizionistico, pensavo a portare a casa il massimo risultato con il minimo sforzo.

In base a quel che hai visto a Zonhoven, c’è davvero una forte differenza a favore di Van Aert in questo momento?

I risultati parlano chiaro. Da quel che si è visto a Zonhoven, c’è davvero una grande differenza: Van Aert ha dimostrato di essere ampiamente sopra tutti. Quando i distacchi sono così pesanti non puoi accampare scuse, ma questo non significa che il mondiale lo abbia già vinto. Si corre a Hoogerheide, percorso completamente diverso e soprattutto si corre in casa di Van Der Poel. Il pubblico influisce molto, può dare una carica ulteriore al campione olandese. E’ tutto da giocare.

Pidcock è quello che più assomiglia a Pontoni, fisicamente e anche tecnicamente
Pidcock è quello che più assomiglia a Pontoni, fisicamente e anche tecnicamente
E in casa italiana? Gli ultimi risultati non sono stati forse all’altezza delle aspettative, sei sempre ottimista?

Per le categorie dove potremo accampare possibilità di podio sì, devo esserlo soprattutto con l’avvicinarsi dell’evento. Ribadisco, Zonhoven era un percorso completamente diverso da quello che troveremo nella corsa iridata. Io continuo ad avere buone sensazioni, dobbiamo però continuare a lavorare sodo.