Rileggiamo con coach Pagani il blackout di Colbrelli

15.01.2023
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Adesso che piano piano Colbrelli inizia a farsene una ragione, proprio adesso si comprende quanto sia stato psicologicamente enorme quello che gli è capitato. Nel giorno di quella famosa conferenza stampa di metà novembre, Sonny rese merito pubblicamente alla sua mental coach.

«Mi ha fatto capire quanto valgo – disse il bresciano, in apertura nella foto Bahrain Victorious – e che sono più forte di quanto pensassi. Ho capito che posso fare cose importanti anche non essendo più un corridore. Ora la vedo così, magari domani mi chiudo nei miei silenzi. Non è facile».

Il tramite di Pozzato

Paola Pagani è di Como, ma vive a Bergamo. Conobbe Colbrelli nel 2019 per l’intuizione di Pozzato, che con lei aveva collaborato attorno al 2013, in uno dei momenti più faticosi della sua carriera. Fu Pippo a intuire che Sonny fosse pronto per il salto di qualità e avesse solo bisogno di sgombrarsi la testa. E così andò. Le vittorie del tricolore, del campionato europeo e della Roubaix del 2021 facevano pensare che il lavoro stesse dando ottimi frutti e che la carriera sarebbe stata un continuo crescendo, invece di colpo all’inizio del 2022, tutto si fermò. Il cuore e la sua strada.

«E’ durissima – spiega la mental coach – per un ciclista come Sonny, come per chiunque arrivi veramente ai vertici della propria carriera, precipitare bruscamente a terra, per qualcosa che non dipende assolutamente da lui. Sonny ha dovuto ovviamente mettere la testa su tutto quello che può ancora fare, grazie al fatto che è riuscito a farcela. Ma sopravvivere all’inizio è stato veramente difficile. Stavamo programmando il 2022 e doveva essere una stagione coi fiocchi. Voleva riconfermarsi per dimostrare che effettivamente il 2021 non era stato un caso».

Il 2022 era iniziato per Colbrelli nel migliore dei modi, con il secondo posto alla Omloop Het Nieuwsblad
Il 2022 era iniziato per Colbrelli nel migliore dei modi, con il secondo posto alla Omloop Het Nieuwsblad
Stamattina abbiamo intervistato un corridore di 32 anni (Villella, ndr), rimasto senza squadra, ed è lì che spacca in quattro il capello per capire chi abbia sbagliato e perché.

Qui però è un po’ diverso. Il ragazzo che a 32 anni smette di andare in bici perché non ha una squadra, può fare una sorta di analisi su se stesso, per capire quello che è stato fatto e quello che non ha funzionato. Oppure può indagare sulla mentalità che ha avuto e che gli ha impedito di arrivare ai risultati. Per Sonny è diverso, perché lui stava facendo tutto bene e una squadra ce l’aveva. Si è trattato di affrontare qualcosa su cui non aveva nessun tipo di controllo. Il ragazzo che smette a 32 anni forse qualche responsabilità la può avere. Magari poteva fare qualche gara impegnandosi di più. Oppure, se si è impegnato, poteva iniziare a lavorare sulla sua mentalità, per essere un campione che sfruttasse i suoi talenti molto più di quanto li ha sfruttati lui.

Invece Sonny?

Sonny non ha avuto nessun problema per le sue abilità e questo rende tutto meno gestibile. Nel senso che non hai nulla su cui ragionare. E’ passato dal correre normalmente al rischio di morire. Mi ricordo benissimo la gara in Spagna. Facevo il tifo alla televisione. L’ho incitato, dopodiché mi sono allontanata e dopo mezz’ora mi son trovata con messaggi che arrivavano dappertutto su cosa gli fosse successo…

Come si fronteggia l’imprevisto?

Non c’è nessun tipo di controllo su certe cose che spesso ci possono succedere. Perciò dobbiamo essere abbastanza forti da riuscire a rialzarci e a reinventarci una strada diversa dalla precedente. Per continuare ad essere le persone spettacolari che comunque restiamo, perché Sonny era spettacolare come ciclista e può essere spettacolare giù dalla bicicletta. E’ difficile. Quando sei abituato a essere un campione e la tua vita ruota intorno alla bici, è difficile mollare tutto.

Tanto che per un po’ ha pensato di tornare…

Sonny ha smesso di pensare di poter tornare a correre quando ormai era chiaro che non gli avrebbero dato il nullaosta. Per correre hai bisogno dell’idoneità. Eriksen gioca a calcio, fa goal e vince partite, però si muove su un campo molto più ristretto rispetto ai ciclisti. Quindi è anche comprensibile che l’UCI non acconsenta.

Come si passa dal preparare le grandi classiche ad allenarsi per sopravvere?

Si tratta di gestire la mente di un atleta che si prepara per vincere e dall’altra parte di un uomo che si deve rialzare. Per me è sempre una gara, ma più difficile: diversa. E’ una competizione sconosciuta, nel senso che una persona abituata a fare gare, sa com’è la gara. Sa quali sono le emozioni collegate alla gara, sa cosa significa vincere e sa cosa significa perdere. Quando invece ti trovi ad affrontare qualcosa totalmente sconosciuto, diventa tutto più difficile. Però essendo una competizione, dicevo sempre a Sonny che questa era la più importante della vita. Si trattava di rialzarsi e tornare in sella su un altro tipo di bicicletta.

Si lavora molto sulle motivazioni?

C’è l’aspetto motivazionale, ma soprattutto un aspetto molto personale per capire che la persona ha un valore e un talento legati non soltanto alla bravura come corridore, ma alla persona. E quei talenti si possono usare in un altro modo, in altri campi.

E’ stato Pozzato, qui a sinistra, a consigliare a Colbrelli di farsi seguire da Paola Pagani
E’ stato Pozzato, qui a sinistra, a consigliare a Colbrelli di farsi seguire da Paola Pagani
Sono dinamiche di vita che accadono spesso?

E’ una casistica molto diffusa. Dico a tutte le persone con cui lavoro che “la vita succede per noi”. E quindi in ogni caso, che vada bene o che vada male, comunque succede per noi. Se va bene, celebriamo e stappiamo lo champagne. Se invece non va come vogliamo, dobbiamo trovare cosa c’è di buono in quello che è successo.

E come si fa?

La domanda che faccio sempre è se quello che di negativo ti è successo non sia in realtà la cosa migliore che ti potesse capitare, quello di cui avevi proprio bisogno. E’ ovvio che quando lo dici a qualcuno che era in vetta e improvvisamente si trova ai piedi della montagna, senza neanche capire come abbia fatto a scivolare giù, non sono domande facili da accettare. Però quando ti fermi un attimo e inizi a pensare e a riprenderti, inizi a vedere le cose in una prospettiva diversa. E allora puoi anche rialzarti e reinventarti in modi anche migliori rispetto a quanto immaginavi. Perché noi non sappiamo effettivamente cosa ci può riservare la vita, però l’importante è usare quello che la vita ci dà per creare la vita che vogliamo. 

A un certo punto Sonny ha cominciato a dire che sarebbe potuta andargli molto peggio…

Certo, assolutamente. L’ho fatto sempre riflettere sul fatto che comunque lui è stato preso per i capelli, perché ci sono state tante circostanze che hanno giocato a suo favore. A quest’ora poteva anche non esserci più. E’ stato salvato, ha una famiglia splendida e comunque quello che gli è successo è capitato all’apice della sua carriera. C’è tanta gente che ancora lo cerca, tanta gente ancora che lo apprezza. Quindi è anche uno dei momenti migliori per potersi reinventare. Non è come quando cadi e sei già nell’oblio, allora certo è più difficile. Ma il suo cammino è ancora lungo e ha le gambe per farlo.

Ecco la prima immagine, tratta da Instagram, pubblicata da Sonny il 5 aprile dopo il malore spagnolo
Ecco la prima immagine, tratta da Instagram, pubblicata da Sonny il 5 aprile dopo il malore spagnolo
E’ stato faticoso riprendersi?

E’ stato molto faticoso. Caspita, mettiamoci nei suoi panni. Dal pomeriggio alla sera ti si cambia completamente la vita. Hai 32 anni. Sei giovanissimo. Pensi di aver davanti ancora 3-4-5 anni per poter fare ai massimi livelli la professione che ami e che adori. E improvvisamente tutto ti cambia per qualcosa che non capisci. Però è stato bravissimo, assolutamente.

Pellizotti, un ex pro’ alle prese con la figlia ciclista

15.01.2023
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Nella famiglia Pellizotti il ciclismo è qualcosa che ogni componente ha nel sangue ed è curioso pensare come tutto sia nato direttamente con Franco, ex pro’ di lungo corso che nella sua attività via via ha coinvolto tutti, fino a sua figlia Giorgia che abbiamo visto essere una delle più giovani portacolori della Ss Sanfiorese

Per seguire le gesta della figlia (quando è libero dai suoi impegni di diesse alla Bahrain Victorious) Pellizotti ha anche affittato un camper con cui ha girato nei weekend insieme alla famiglia: «Dico la verità, non ho mai amato i camper quando correvo, ma devo ammettere che sono una comodità: Giorgia può farsi la doccia appena conclusa la gara, ha tutti in comfort anche nel ritorno verso casa. Credo che ne acquisteremo uno…».

Pellizotti con Mosca, il tecnico della Bahrain-Victorious è al quinto anno nel team WorldTour
Pellizotti con Mosca, il tecnico della Bahrain-Victorious è al secondo anno nel team WorldTour
Com’è il suo rapporto con la bici?

Si diverte come una matta, è uno spettacolo. Io la seguo quasi sempre, durante le gare invernali, se sono fuori per lavoro vanno mia moglie e mio figlio. Cerco però di essere presente il più possibile perché ogni sua gara è per me una grande emozione.

Lei ha vissuto la tua attività professionistica?

Gli ultimi 2-3 anni era abbastanza grande, si ricorda bene le trasferte con mia moglie per venirmi a vedere. La portava sempre, è venuta anche all’ultimo Tour de France che ho disputato. Giorgia è una ragazza molto sportiva, le piacciono tutte le attività, segue molto, mi fa piacere chiaramente che segua un po’ le mie gesta, ma la bici è stata la sua passione sin da quando era piccola.

Giorgia in gara a Ovindoli (Giro d’Italia) dove ha chiuso quarta fra le allieve (foto Paletti)
Giorgia in gara a Ovindoli (Giro d’Italia) dove ha chiuso quarta fra le allieve (foto Paletti)
Tu come vivi la sua attività?

Sono contento, penso che per lei sia importante. A me il ciclismo ha dato tanto, non solo come soddisfazioni sportive. Ha contribuito enormemente alla mia crescita e spero che per lei sia lo stesso. Ammetto che in passato pensavo che il ciclismo non fosse uno sport prettamente femminile, ma mi sono ricreduto. Lo vedo importante nella sua crescita.

In che termini?

Lo sport insegna che nella vita ci sono regole da seguire e rispettare, che se vuoi ottenere un obiettivo devi essere pronto a sacrificarti, senza se e senza ma. Ci tenevo molto che Giorgia facesse sport, che non finisse come tanti della sua età davanti alla Tv oppure ai videogiochi. La cosa importante è che, nell’età in cui è, continui a vedere questa attività come un divertimento, poi se vorrà insistere avrà tutto il nostro supporto ma le cose si faranno più serie.

Per la giovanissima figlia d’arte un futuro fra ciclocross e mtb. Per ora niente strada
Per la giovanissima figlia d’arte un futuro fra ciclocross e mtb. Per ora niente strada
Il fatto che faccia ciclismo è anche fonte di preoccupazione, visti i tanti incidenti sulle strade?

Il pensiero c’è, non posso negarlo e il fatto che si dedichi al ciclocross, quindi in un’area delimitata e in piena sicurezza mi rende davvero molto felice. Devo dire che il team, quando i ragazzi si allenano su strada, li segue con grandissima attenzione, ma il patema d’animo resta. Giorgia mi ha detto che dopo il ciclocross vuole fare mtb e questo mi consola, sa che su strada i pericoli sono dietro l’angolo e per ora non se la sente. Lei comunque deve seguire le sue sensazioni, fare quello che si sente, costringerla non sarebbe giusto. Quando esce per allenarsi da sola mi preoccupo, anche se fa sempre strade secondarie con poco traffico e quando posso la seguo.

Quanto è cambiato il modo di approcciarsi al ciclismo rispetto a quando avevi la sua età?

Tantissimo. Io ad esempio non avevo nessuno che mi portava alle gare o che seguiva le corse con me in Tv. Ora invece siamo una famiglia unita che va a seguire le gare. Tante volte Giorgia viene con me, sale sul bus della squadra, conosce tutti i ragazzi, si confronta con loro. Questo le serve anche per capire qual è il mio lavoro e per socializzare, anche approfondire la sua conoscenza delle lingue. Un concetto che le ho sempre espresso è che il ciclismo mi ha consentito di conoscere persone di ogni parte del mondo, di apprendere culture diverse, di allargare i miei orizzonti.

Giorgia insieme a Marco Paludetti, l’ex azzurro oggi responsabile CX per la Sanfiorese
Giorgia insieme a Marco Paludetti, l’ex azzurro oggi responsabile CX per la Sanfiorese
Ora che la stagione su strada inizia avrai meno tempo per seguirla…

E’ vero, ma con il team abbiamo approntato un programma che consente anche a noi diesse di avere tempo per essere a casa e mantenere un certo equilibrio.

Hai detto che per ora resta un gioco: hai l’impressione che andrà avanti su questa strada?

Conoscendo la sua caparbietà sì. Già oggi è attentissima a tutto quel che concerne la sua attività, dallo stretching fino all’alimentazione, quando viene con la squadra controlla tutto quello che si fa, chiede incuriosita. Poi è chiaro che è in un’età dive le cose cambiano dall’oggi al domani, arrivano i primi amori e perde interesse. Io comunque la lascio fare, mi fido molto della sua società e di come è seguita e guardo da fuori con l’amore di un genitore, senza dare consigli. Tanto sa che se serve ci sono…

Velocisti e salita, una coperta molto corta

15.01.2023
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Chissà se Jakobsen si aspettava che dalle sue parole, pronunciate alla presentazione della Soudal-Quick Step, sarebbero nati così tanti approfondimenti su velocità e attitudine alla salita: forse no. Così, mentre qualche giorno fa abbiamo verificato con Fabio Sabatini se l’olandese sia davvero l’uomo più veloce al mondo, oggi approfondiamo un’altra sua affermazione.

«Sono velocissimo – ha detto l’olandese (in apertura sull’arrivo di Peyragudes al Tour 2022, salvo per 15“ dal tempo massimo) – però magari non sono il velocista più forte del mondo, visto che devo sempre lottare col tempo massimo. Se vuoi essere il più veloce, devi soffrire in salita. Ma io sono fatto così e non voglio cambiare. Non voglio diventare come Blijlevens, che cercò di migliorare in salita, perdendo il suo spunto veloce».

Ripassando la storia del velocista olandese, classe 1971 che corse fra il 1994 e il 2004, arriviamo da Marco Benfatto, ex pro’ ed ex preparatore della Gazprom-RusVelo.

Dopo la chiusura della Gazprom, Benfatto ha continuato ad allenarne gli italiani. Qui con Scaroni, Malucelli e Carboni
Dopo la chiusura della Gazprom, Benfatto ha continuato ad allenarne gli italiani. Qui con Scaroni, Malucelli e Carboni
Marco, cosa pensi di questo ragionamento di Jakobsen? 

Il velocista puro non esiste più, forse lui è uno degli ultimi. Non è più l’epoca di Endrio Leoni, quando andavano piano per tutta la tappa e i corridori gestivano l’andatura in altra maniera. Adesso si parte sempre a blocco, nelle tappe con salite sempre di più. E se non sei già predisposto geneticamente con una buona capacità aerobica, fai fatica o ti devi accontentare di puntare su gare meno dure.

E’ vero che cercando di migliorare in salita, si perde la volata?

E’ matematico, come una coperta che più la tiri da una parte e più è corta dall’altra. Ci sono velocisti e velocisti. Non sono tutti esplosivi come i pistard, che non sono in assoluto i velocisti più forti, però hanno anche una predisposizione per tenere anche sulle salite brevi. E’ una cosa che mi dicevano sempre da dilettante “Ciano” Rui e Faresin: «Ricordati che il velocista da professionista è tutta un’altra cosa».

Jakobsen contro Morkov, sfida a Calpe: l’olandese lavora molto sugli sprint e poco sulla salita
Jakobsen contro Morkov, sfida a Calpe: l’olandese lavora molto sugli sprint e poco sulla salita
E avevano ragione?

E’ proprio così. I vari Modolo, per esempio, o anche Nizzolo da dilettanti erano quasi considerati gente che andava in salita, perché tenevano. Quando invece sono passati e si sono trovati a fare volate dopo 200 chilometri e dopo aver passato le salite, hanno dovuto cambiare pelle. Si va sempre più forte e bisogna avere una componente aerobica elevata.

E come si fa?

Bisogna sempre cercare di non snaturare il corridore, perché un velocista anche se si allena in salita non diventerà mai uno scalatore. Quindi bisogna sempre cercare di limare il massimo per portare a casa il risultato. Se poi però non diventi carne né pesce, allora abbiamo sbagliato qualcosa.

Nonostante abbia sempre lottato contro il tempo massimo, Cavendish in salita si difende meglio di Jakobsen
Nonostante abbia sempre lottato contro il tempo massimo, Cavendish in salita si difende meglio di Jakobsen
Alla luce di questo, come gestisci la settimana di un velocista?

Dedichiamo alcuni giorni a lavori specifici più adatti ai velocisti e giorni in cui anche lui si deve fare le sue ore di sella, di salita. Dall’esperienza di questo primo anno di lavoro, è venuto fuori che i velocisti si devono allenare di più sul loro punto debole, quindi un po’ di più sulla salita. Mentre lo scalatore, se insiste con i lavori di forza, come per esempio in palestra, migliora sulla parte in cui è un po’ più debole e quindi si completa.

Scatterà più forte?

Se lavora di più sulla forza, avendo già la resistenza, sviluppa la sparata per fare la differenza e riesce a fare uno step in più. Ma quello che ti ha dato madre natura non te lo toglie nessuno, sia per il velocista sia per lo scalatore.

Il velocista in pista (qui Bianchi con il cittì Quaranta) può trascurare la fase aerobica, che su strada è decisiva
Il velocista in pista (qui Bianchi con il cittì Quaranta) può trascurare la fase aerobica, che su strada è decisiva
I lavori in salita dello scalatore sono diversi da quello del velocista?

La differenza è che per esempio il velocista lavora a cadenze più elevate. Cerca di fare dei lavori ad intensità maggiore, perché il suo modello prestazionale di riferimento è quello degli ultimi ultimi 10 chilometri. E lì ci sono tanti cambi di ritmo e le potenze magari sono brevi ma intense, con rilanci a 700-800 watt. Perciò deve allenare quel tipo di resistenza con frequenza di pedalata più alta, abituandosi a girare sempre attorno alle 100-110 Rpm.

Anche il velocista ha l’assillo del peso?

Per assurdo, anche se sembra impossibile, di più. Ci sono scalatori più grassi dei velocisti. Me lo confermava anche Mazzoleni quando eravamo in Gazprom, dicendo che anche Nibali non aveva questa gran percentuale di magrezza, mentre i velocisti di solito sono molto più fissati con il peso. Devono limare su tutto, perché in salita bisogna tenere duro, quindi anche un chilo in più fa comodo non averlo. Ad esempio, Malucelli è molto bravo. Avendo studiato Ingegneria, è molto matematico nei ragionamenti. Calcola le calorie e si alimenta in base a quello che consuma. Ormai è tutto calcolato e tutto studiato, non scappa niente.

Hai parlato di coperta da tirare: come trovi il giusto equilibrio?

Qui si vede la bravura del preparatore atletico, avete proprio centrato il bersaglio. Trovare l’equilibrio che faccia rendere al massimo l’atleta è il punto cruciale. Quindi si comincia conoscendo il corridore, perché ognuno è diverso dall’altro. Quindi lavorandoci e vedendo come reagisce, si costruisce un vestito su misura.

Blijlevens, pro’ dal 1994 al 2004, ha vinto 4 tappe al Tour, 5 alla Vuelta e 2 al Giro: per dimagrire, perse spunto in volata
Blijlevens, pro’ dal 1994 al 2004, ha vinto 4 tappe al Tour, 5 alla Vuelta e 2 al Giro: per dimagrire, perse spunto in volata
Non ci sono regole universali?

Ci sono delle regole che però non vanno bene per tutti allo stesso modo. Per esempio nel test del lattato, in teoria le 4 millimoli sono il range quasi per tutti, per trovare la soglia aerobica. Però abbiamo visto che alcuni ce l’hanno a 5,2, altri a meno. Quindi alla fine, per capire l’atleta e dargli i parametri di allenamento, è importantissimo non fermarsi ai dati del primo test, ma farne altri per avere una maggiore possibilità di analisi

Il rapporto potenza/peso quindi conta anche per il velocista?

Non è fondamentale, però ovviamente quando si fa un test, anche un velocista adesso deve avere sopra i 5 watt/kg. Altrimenti non va da nessuna parte. Per lo scalatore si tratta di un rapporto fondamentale, ma nemmeno lo scalatore può fare a meno di conoscerlo…

Sull’asse di equilibrio con Villella, fra accuse e autocritica

15.01.2023
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Quando finisce la carriera e non sei pronto per fermarti, fatichi a farci pace. Così Davide Villella, che alla fine del 2022 si è trovato senza squadra, è li che ragiona sui motivi che hanno spinto la Cofidis a non rinnovargli il contratto e su cosa non abbia funzionato nella sua carriera da predestinato. Quando riusciamo a ripescarlo, il discorso percorre l’asse di equilibrio fra dita da puntare e il tentativo di fare autocritica.

«Ormai è andata – dice – la situazione è questa. Non spettava a me cercare squadra, dovrebbero farlo altre persone. Però, vabbè..».

Villella è nato a Magenta il 27 giungo 1991, è alto 1,82 e pesa 66 chili. E’ passato pro’ nel 2014
Villella è nato a Magenta il 27 giungo 1991, è alto 1,82 e pesa 66 chili. E’ passato pro’ nel 2014

In rampa di lancio

Il suo ultimo anno da under 23, il 2013 dei mondiali di Firenze, era stato a dir poco trionfale, con sei vittorie fra cui due tappe e la classifica finale del Val d’Aosta e poi il Piccolo Giro di Lombardia. Lo aveva preso la Cannondale, in un percorso parallelo a quello di Formolo: entrambi rappresentati da Mauro Battaglini.

In quegli anni le cose sembravano funzionare. Rapporto in salita, belle accelerazioni, qualche vittoria. Poi lentamente avvenne un cambio di pelle. Pur continuando a fare i suoi piazzamenti, il bergamasco ha provato a trasformarsi in gregario di lusso. Due anni alla Astana, poi alla Movistar si è ritrovato a lavorare per Valverde e Mas, con tanto di investitura da parte di Cataldo, che lo aveva individuato come suo successore in cabina di regia nella squadra spagnola.

Finché nel 2022 Villella è approdato alla Cofidis, indicato assieme a Cimolai da Roberto Damiani, che lo preferì allo stesso Cataldo in ragione del fatto che fosse più giovane. Ma le cose non sono andate come pensava. A vederlo da fuori, sembrava che Davide avesse perso mordente, in un periodo in cui non puoi mollare un metro. La coincidenza di alcuni problemi tecnici ha composto definitivamente il quadro.

Che cosa è successo?

Ho avuto problemi meccanici in momenti poco indicati. La sella che scendeva anche di un centimetro, ad esempio. Al Tour of Oman, è successo nel momento in cui si faceva il ventaglio che ha deciso la corsa. Potevo entrare nei 10 finali e invece niente. Oppure nella tappa del Giro d’Italia a Potenza (quinto dopo 130 chilometri di fuga, ndr). Prima si è rotto il cambio. Così ho preso la bici di scorta e mi è scesa la sella. Sono rientrato sulla fuga, ho rialzato la sella, ma non abbastanza. E sono arrivato al traguardo, con 5 millimetri di altezza in meno.

Si è capito perché?

Una cosa strana. A casa avevo lo stesso modello, ci ho messo del fissante e non è mai più successo. Alle corse capitava, a me e ad altri. Non credo sia la bici, sarà stato probabilmente qualcosa legato al lavoro dei meccanici. A volte salvi la stagione anche con un giorno alla grande e Potenza è stata un’occasione buttata via non per colpa mia (sull’importanza dell’occasione sfumata per i problemi meccanici, anche il diesse Damiani si dice d’accordo, ndr). 

Nella tappa di Potenza del Giro, una serie di problemi tecnici hanno impedito a Villella di giocarsi la vittoria
Nella tappa di Potenza del Giro, una serie di problemi tecnici hanno impedito a Villella di giocarsi la vittoria
Perché sei andato alla Cofidis e non sei rimasto alla Movistar?

Non lo so perché non sia andata avanti con Movistar. Quando mi è stata data un po’ più di libertà nel finale di stagione, ho fatto qualche piazzamento, ma ho anche aiutato Valverde a vincere una tappa al Giro di Sicilia. Alla Cofidis avevano visto quei piazzamenti e con la questione della classifica WorldTour, cercavano atleti che potessero farne ancora. Per quello mi hanno fatto un solo anno di contratto, ma mi era stato detto che avrei firmato per un altro. Si doveva solo discutere della cifra, almeno questo è quello che mi diceva il procuratore che aveva parlato con Vasseur (Alex Carera conferma che fino al Giro, la Cofidis fosse contenta di Villella. Come lui, anche Damiani, ndr).

Non può essere dipeso da te?

Forse sì. Mi sono un po’ abbattuto, nell’ultimo anno soprattutto. I problemi tecnici sono stati mazzate morali che si sono riflesse sui risultati. In più, non mi sono mai trovato con la squadra. Non ho imparato la lingua come avevo fatto con lo spagnolo e con l’inglese e quella è stata una mia pecca. Non sapere la lingua ti limita molto, ma nemmeno puoi pretendere di parlarla benissimo in così pochi mesi. Non so dire se ci siano state altre scelte che si potevano evitare, però con il senno di poi siamo tutti bravi.

Nei due anni alla Movistar (2020 e 2021), Villella si è trasformato in luogotenente di lusso
Nei due anni alla Movistar (2020 e 2021), Villella si è trasformato in luogotenente di lusso
Sei sempre stato un lupo solitario…

Sono uno cui piace allenarsi da solo. Quindi anche se c’è gente che conosco, a parte Formolo con cui ci si trovava quando ero a Monaco, rimango sempre abbastanza per i fatti miei negli allenamenti. A volte mi seguiva qualche amico amatore. Ho sempre fatto così, non so se sia giusto o sbagliato, però è quello che sono. 

Ti sei mai sentito davvero forte?

Si parla di anni fa, era il 2016. Avevo fatto quinto al Lombardia, poi avevo vinto la Japan Cup. L’anno dopo ho vinto la maglia degli scalatori alla Vuelta. Alla fine però sono più stato un gregario più che un vincente. E per questo, in aggiunta alle mie responsabilità, sono stato anche sfortunato a capitare nella Cofidis che andava a caccia di punti.

Quando hai capito che si metteva male?

Dopo il Giro. Avevo chiesto di riposare un po’, invece la squadra ha insistito perché corressi il Giro di Svizzera. Ci sono andato, ho fatto due tappe e sono tornato a casa, perché sia fisicamente sia mentalmente ero proprio arrivato. Da lì mi sembra che non l’abbiano presa bene (Damiani però esclude che ci sia un nesso fra il ritiro e la mancata conferma, ndr).

Ne hai parlato con Damiani?

Con Roberto ho un buon rapporto, è un buon direttore e mi ha aiutato tanto. Anche con il francese, quando mi ha visto spaesato. Ma alla fine il risultato è stato questo e, per quello che so, non mi ha più cercato nessuno. Mi sarebbe piaciuto andare in una squadra come la Eolo, solo che anche lì non c’era più posto. Avevano finito il budget, perché quando gliel’hanno chiesto, era fine ottobre.

La Cofidis gli ha chiesto indietro la bici per i primi di dicembre, per cui non ha più pedalato
La Cofidis gli ha chiesto indietro la bici per i primi di dicembre, per cui non ha più pedalato
Cosa farai adesso?

Qualche mese un po’ tranquillo, per dedicarmi alle cose che non ho fatto in questi anni. Al dopo ci penserò più avanti. Non sto andando in bici, perché mi è stata ritirata. Avevo chiesto se me la potevano lasciare sino a fine anno, ma ho dovuto riportarla ai primi di dicembre. L’unico che mi abbia mandato un messaggio è stato Cimolai, che ho sentito l’altro giorno. Qualche chiamata con Damiani, ma poi zero. Alla fine non avevo fatto grandi annunci sul fatto che stessi smettendo.

Ci pensi spesso?

Molto spesso. Durante il giorno e anche la notte prima di dormire. Sapevo che prima o poi sarebbe finita, però non pensavo in questo modo. Così passo le giornate facendo qualche corsetta a piedi e cercando di tenermi occupato. Ho fatto una vacanza a New York con la ragazza e spero di farne un’altra fra uno o due mesi. Nel frattempo ho ordinato la bici, che però arriva a febbraio. Ma se anche qualcuno mi proponesse di ripartire, forse non troverei gli stimoli giusti. Mi piacerebbe entrare in un’azienda vicino casa, magari da Santini, per fare un esempio. Alla fine quella può essere una chiave per tenere un piede dentro.

L’addio di Pinot nato nei lunghi giorni del lockdown

14.01.2023
7 min
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Al momento di annunciare il suo ritiro, sorridendo, Thibaut Pinot ha detto che la prima cosa che farà dopo l’ultima corsa, sarà vendere i rulli. Leggere L’Equipe è fare soprattutto un viaggio fra ricordi comuni e sensazioni che tutti abbiamo provato un paio di anni fa. Qualcuno le ha elaborate lasciando la posizione in cui è cresciuto per dare vita a un nuovo progetto. Altri, come Pinot, hanno immaginato la loro vita fuori dal ciclismo.

«Se torno un po’ indietro – racconta – ho iniziato a pensarci durante il lockdown. Era la prima volta che mi sentivo me stesso. E’ stata, tra virgolette, una vacanza imposta, senza stress, senza pressioni, senza correre dappertutto. Da quel momento mi sono posto molte domande. Sul fatto che vivevo a 1.000 all’ora, che non mi stavo godendo i momenti. C’erano corridori sui rulli, io invece mi sono preso il tempo per dedicarmi alla mia fattoria, alla mia vita».

Così L’Equipe ha salutato l’annuncio del ritiro di uno dei suoi beniamini. Chapeau! La foto di apertura è della Groupama-FDJ
Così L’Equipe ha salutato l’annuncio del ritiro di uno dei suoi beniamini. Chapeau! La foto di apertura è della Groupama-FDJ

«Facciamo ogni giorno 4-5 ore di allenamento, ma ho l’impressione che ne servano 24. Hai sempre dentro una vocina che ti ricorda che sei un ciclista. Durante il lockdown, per la prima volta da quando ero piccolo, non avevo più la pressione di pensare sempre alla bici. Ho avuto un assaggio della vita che mi attende. Ripartire fu difficile perché significava lasciare i tre mesi migliori dopo tanto tempo».

Madiot e i paradossi

Madiot lo sapeva. Il burbero Marc, che a Porrentruy con mezzo busto fuori dall’ammiraglia festeggiò la prima tappa al Tour del 2012, ricorda di quando Pinot (al secondo anno da pro’) prese un treno da Melisey per pranzare con lui a Parigi, pregandolo di schierarlo in quel Tour.

«Il ritiro l’ho sentito arrivare – racconta – non sono sorpreso. Abbiamo avuto una conversazione in autunno e mi ha confermato quello che prevedevo. Il suo arrivo ha segnato l’inizio di una nuova era, la seconda nascita della squadra. Per molti corridori gli anni del ciclismo a due velocità sono stati un trauma, la generazione di Pinot ci ha fatto ritrovare uno slancio sportivo.

Thibaut Pinot, caduta Nizza, Tour de France 2020
Nizza, Tour de France 2020: la caduta che ha spinto Pinot verso una fine anticipata della carriera
Thibaut Pinot, caduta Nizza, Tour de France 2020
Nizza, Tour de France 2020: la caduta che ha spinto Pinot verso una fine anticipata della carriera

«E’ un romantico, un ragazzo con dei paradossi. Vuole stare tranquillo nel suo mondo e allo stesso tempo racconta la sua vita sportiva su Strava. Si allena duramente, ma al contempo non ha mai accettato tutte le possibilità di migliorare che gli sono state offerte. La sua realizzazione assoluta per me è la vittoria sul Tourmalet nel 2019. Un giorno gli chiesi se volesse vincere il Tour e se ci pensasse la mattina mentre si radeva. Lui rispose di no, capii che ci pensavo io al posto suo. Per me Thibaut si è spento con la caduta di Nizza al Tour 2020. La ricostruzione è stata lunga e dolorosa, Nizza è il punto di svolta».

Via dalla pressione

Un altro 90 che lascia il gruppo. Non si può parlare di ritiro prematuro, ma è arrivato prima di quanto si sarebbe immaginato. Più tardi di Dumoulin e Aru, ad esempio, ma con qualcosa che li lega.

«E’ stata una benedizione – dice – che non abbia vinto il Tour. Ovviamente sono poche le persone che possono capirmi. Volevo vincerlo e se non ci sono riuscito, è stato un segno del destino. Sarei diventato un personaggio pubblico, cosa che non volevo. Ogni volta che vincevo una tappa al Tour, non avevo fretta di tornare a casa perché sapevo che avrei avuto persone davanti al cancello. Quindi non riesco nemmeno a immaginare come sarebbe stato se avessi vinto il Tour de France. A casa non ci sarei tornato più…

Presentazione della squadra prima del ritiro di Calpe a dicembre: decisione già presa (foto Groupama-FDJ)
Presentazione della squadra prima del ritiro di Calpe a dicembre: decisione già presa (foto Groupama-FDJ)

«Avevo degli obiettivi, li ho raggiunti quasi tutti. Adesso ho solo la rivincita col Giro, non mi va di lasciarlo con il ricordo di un ospedale, perché il Giro resta la corsa più bella. Il ciclismo ha preso un terzo della mia vita e ora voglio dedicarmi alla mia seconda passione, gli animali, la natura. Se potrò avere il futuro che sogno è anche perché non ho vinto il Tour. La mia vita sarebbe cambiata troppo, per questo non me ne pento».

La vita del campione

Lo incontrammo per la prima volta ai mondiali di Mendrisio 2009, dopo la fresca vittoria al Giro della Valle d’Aosta. Aveva il futuro fra le mani, la Francia era certa che fra lui, Bardet e Barguil sarebbe uscito il prossimo vincitore del Tour.

«Sono già arrivato – ragiona – oltre le mie aspettative. Quando sono diventato professionista, non avrei mai pensato di vincere così tante belle gare. Mi rassicuro così. E poi sono rimasto onesto, nella mia filosofia ciclistica e per tutta la carriera. Ne sono soddisfatto. Avevo il potenziale grezzo per vincere più gare, un grande Giro per esempio, ma nel ciclismo di adesso questo non è abbastanza.

«Il Giro 2018 è stato un clic (fu portato in ospedale disidratato e con complicazioni renali nel giorno dell’impresa di Froome sul Finestre, ndr). Quando ti arrendi e finisci in ospedale in terapia intensiva, ti accorgi che è la vita non è solo ciclismo. Quell’esperienza mi ha aiutato ad accettare il ritiro dal Tour del 2019. Prima non sopportavo il fallimento, mi faceva molto male, ma dopo il 2018 è diventato diverso, mi sono detto che non potevo continuare a rovinarmi la vita. Non ho mai voluto la carriera di un campione, non è mai stato facile per me. Nei giorni del gruppetto al Tour, mi nascondevo nel mezzo perché non volevo che la gente mi riconoscesse. Mi vergognavo…».

Il più in alto possibile

Chissà se averlo annunciato prima toglierà il fuoco di dosso o gli permetterà di correre divertendosi come da under 23. Il programma è ricco, le aspettative ancora alte.

«Sono motivato a vincere il più possibile – dice – farò di tutto per questo. Ho detto in anticipo che il 2023 sarà l’ultima stagione, per liberarmi da questo peso e divertirmi per il tempo che resta. Non faccio una croce sul muro ogni mattina per i giorni che passano. Mi sento molto meno nervoso e più libero. Ho sempre detto che quando non sarei stato più in grado di vincere, avrei smesso.

«Sono sempre stato lucido riguardo alle mie capacità. Andrò al prossimo Tour con l’obiettivo di aiutare Gaudu. Perché il mio ultimo anno sia bello, devo esserci. Fosse solo per tutti quelli che mi hanno supportato. Da me ci si aspettava che lo vincessi, non ci sono riuscito. Il Tour e la Vuelta dell’anno scorso sono stati frustranti. Ma anche questo fa parte del viaggio che porterà alla pensione».

Calendario e il progetto sul cross: parla Ghirotto

14.01.2023
5 min
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Con i campionati italiani scattati oggi a Castel Fusano, la stagione nazionale del cross giunge al suo culmine, anche se ci sono in programma ancora appuntamenti come quello tricolore giovanile di San Fior. E’ stata una stagione lunga, la prima completamente libera dai legacci imposti dalla pandemia. In essa sono emersi anche temi importanti sul futuro della specialità.

E’ innegabile che nell’ambiente serpeggino alcune perplessità sullo stato di salute del movimento e sulle sue prospettive. La sensazione da parte di molti addetti ai lavori è che la specialità non sia abbastanza considerata. Forse per il fatto di non avere sbocchi olimpici (le medaglie a cinque cerchi sono il primo fattore che sblocca il flusso di contributi da parte del Coni).

Ghirotto è in FCI dal 2021: eccolo alla prima Serenissima Gravel dello stesso anno con il cittì della MTB Celestino
Ghirotto è in FCI dal 2021: eccolo alla prima Serenissima Gravel dello stesso anno con il cittì della MTB Celestino

Un calendario troppo ricco?

La principale obiezione che viene mossa riguarda il calendario: nel periodo della pandemia si era deciso di aprirlo il più possibile, promuovendo una gran quantità di prove regionali al rango nazionale. Si pensava che dopo la pandemia, si sarebbe tornati indietro, ma non è stato così e questo ha generato malumore. Queste perplessità le abbiamo girate a Massimo Ghirotto, responsabile della commissione offroad della Fci. L’ex pro’ ci tiene però a sottolineare come il tema vada guardato dalla giusta prospettiva.

«E’ vero che nel tempo del Covid – spiega Ghirotto – erano state cancellate le tasse di autorizzazione per l’ingresso nel calendario nazionale e questo aveva portato a un grande allargamento. Ci aspettavamo che, tornando alla situazione pregressa, molti avrebbero ripristinato lo status regionale della propria gara, invece non è stato così. Quasi tutti hanno pagato la tassa e fatto la richiesta.

«Noi le abbiamo esaminate tutte. Se rispondevano a criteri ben precisi, riguardanti la storia dell’evento, l’organizzazione, la fornitura dei servizi, dovevamo dire di sì. Sottolineo “dovevamo”: in base alle norme che abbiamo. Abbiamo cercato di tenere conto anche delle concomitanze e della distanza. Solo in un paio di casi ci sono state gare nella stessa giornata, ma con 400 chilometri fra un posto e l’altro».

Il calendario 2022-23 comprende 32 gare fra nazionali e internazionali. Qui il Giro delle Regioni a Capannelle (foto Bit&Led)
Il calendario 2022-23 comprende 32 gare fra nazionali e internazionali. Qui il Giro delle Regioni a Capannelle (foto Bit&Led)

Una scalata progressiva

L’obiezione che a tal riguardo viene portata da molte società è che in questo modo la qualità degli eventi, dal punto di vista della partecipazione, viene sminuita diluendo la partecipazione e questo va a scapito della crescita dei giovani.

«Su questo – prosegue Ghirotto – mi permetto di dissentire. Sento anch’io dire che le gare sono impoverite. Ma intanto, se parliamo dal punto di vista quantitativo è difficile raccogliere i 500-700 iscritti considerando la portata del movimento. L’offerta maggiore consente anche alle società di poter contenere le spese, scegliendo eventi più vicini e questo è un altro fattore da considerare.

«Per quanto riguarda la qualità di partecipazione, mettiamoci in testa che il confronto fra tutti non serve tutte le settimane. Se parliamo di giovani dobbiamo anche dare loro la possibilità di emergere, di confrontarsi progressivamente con un livello adeguato. Lo sport è come una piramide dove i più talentuosi scalano fino alla cima, piano piano. Anch’io ai miei tempi ho fatto così, arrivando fino ai professionisti. Ci vuole tempo e soprattutto pazienza, le occasioni di confronto ci sono».

Luca Paletti ha disputato finora solo gare in Italia. Il cross resta però nel suo programma (foto Billiani)
Luca Paletti ha disputato finora solo gare in Italia. Il cross resta però nel suo programma (foto Billiani)

«Il progetto cross c’è già…»

Un altro tema importante che emerge dall’ambiente riguarda il sempre difficile rapporto fra cross e strada. Negli ultimi tempi due elementi hanno acceso la discussione.

Il primo riguarda la clausola che Luca Paletti avrebbe fatto inserire nel suo contratto con la Green Project Bardiani, che gli consente di fare attività ciclocrossistica d’inverno.

Il secondo è il profondo investimento, non solo economico, che la Fci sta facendo nei confronti del settore velocita su pista, anche a supporto delle società che tesserano gli specialisti. Molti si domandano se non si possa fare lo stesso per i ciclocrossisti: perché non fare un progetto che consenta ai vari De Pretto o Toneatti solo per fare due nomi di continuare a praticare il cross? Ghirotto in questo senso è molto drastico.

«Un progetto legato al cross già c’è – spiega – ma se ne occupano Amadio e Pontoni, com’è giusto che sia. E’ stato fatto un investimento, il cittì porta avanti le sue idee, lavora con le società. Dicono che ciò andrebbe stabilito con norme specifiche, ma le norme già ci sono. Pontoni si sta muovendo nel quadro dell’impostazione del Team Performance di Bragato, sta facendo le valutazioni funzionali su tutte le nuove forze del ciclismo italiano, ha un database enorme di nomi, ma sono lavori che avranno la loro finalizzazione solo a lungo termine».

Toneatti in azione a Torino: per lui come per altri servirebbe un progetto ad hoc? (foto Billiani)
Toneatti in azione a Torino: per lui come per altri servirebbe un progetto ad hoc? (foto Billiani)

Geloso dei ragazzi offroad…

L’idea di multidisciplina è ormai diventata comune anche nella cultura ciclistica italiana: «Guardate il caso di Tugnolo passato dalla bmx alla velocità: è solo l’ultimo. Io però devo ammettere una cosa: sono un po’ geloso dei ragazzi del fuoristrada. Se guardiamo bene, portare i talenti della mtb e del cross alla strada è facile, ma quanti fanno il percorso contrario?

«Solo corridori ormai maturi, che su strada hanno ottenuto tutto, da Casagrande e Celestino in poi e sempre per le Marathon, perché il cross country e il cross hanno inerenze tecniche che non impari da grande… La multidisciplina è bella e auspicabile, ma è complicata da mettere in pratica.

«Due parole volevo dirle anche su Paletti. Quest’anno nel ciclocross in totale ha fatto poche gare, è un coinvolgimento minimo. Io tra l’altro ho parlato con Reverberi, trovando disponibilità, la consapevolezza che è un talento che ha bisogno di tempo per crescere, anche attraverso il ciclocross. Vorrei trovarne tanti altri che la pensano così…».

Malcotti prepara il riscatto. «Decisa a cambiare marcia»

14.01.2023
6 min
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Ha un conto aperto col 2022 Barbara Malcotti. Un po’ per sfortuna e un po’ per demeriti suoi, facendo sana autocritica. Quest’anno vuole riacquistare il terreno perso senza se e senza ma, visto che sullo sfondo c’è un contratto con la Human Powered Health che scade a fine stagione.

La volontà della classe 2000, trentina di Storo, è guadagnarsi il rinnovo con la formazione WorldTour statunitense. E perché no, aggiungiamo noi, attirare le attenzioni di qualche altro team. Ovvio che tutto passi per i colpi di pedale che Malcotti vuole imprimere in modo deciso a questa fase della sua carriera. Tanto che è volata in Algarve con qualche giorno di anticipo sull’inizio del ritiro con la squadra per farsi trovare pronta e recuperare il raduno di dicembre saltato per una disavventura in bici senza conseguenze. Ci facciamo raccontare tutto da lei, appena rientrata dall’allenamento e poco prima dell’inizio del pranzo… a metà pomeriggio.

Barbara, premiata dal Comitato Trentino FCI, abita a Storo vicino al Lago d’Idro (foto Scattobike)
Barbara, premiata dal Comitato Trentino FCI, abita a Storo vicino al Lago d’Idro (foto Scattobike)
Barbara come sta andando in Portogallo?

Tutto bene. Sono qui con un paio di mie compagne ed insieme anche alla formazione maschile. Adesso ci stiamo adattando ai loro ritmi e, per non far diventare matto lo chef, noi ragazze mangiamo appena rientrano gli uomini visto che finiamo prima. Domani arriverà il resto della squadra e resteremo qua fino al 22 gennaio. Tornerò a casa per quattro giorni, poi inizieranno le gare.

Anche tu hai già pianificato una prima parte di stagione?

Sì certo. Debutterò ad Almeria il 29 gennaio, quindi faremo una breve sosta a Girona per prendere il volo per Cipro dove correremo l’Aphrodite Women Cycling Race. Faremo una crono e due prove in linea (in programma il 4, 8 e 11 febbraio, ndr). Per il resto ho un calendario primaverile ancora in via di definizione. Le corse già certe sono Le Samyn, Tour de Normandie, Freccia Vallone, Liegi, Ruta del Sol e Giro Donne. Di quest’ultima gara parlavo proprio due giorni fa con le compagne e i diesse, che si chiedevano che percorso ci sarà. E’ un peccato che ancora non si sappia nulla, perché io ci punto forte. Noi siamo una formazione piccola, vorremmo sapere con chi presentarci per studiare la preparazione e l’eventuale recupero per il Tour Femmes. Che io ho chiesto di correre…

Perché hai qualcosa in sospeso con quella gara, giusto?

E’ così. Premetto che il Tour Femmes, anche se appena nato, è già la gara a tappe più importante, quindi normale che tutte le atlete lo vogliano correre a prescindere. Sono in scadenza e a me servirebbe per farmi vedere ancora di più. Ma io vorrei correrlo perché mi brucia ancora la squalifica del 2022. E’ vero che avremmo potuto stare più attenti, ma essere lucidi in quella corsa non è facile. Non pensi proprio a certi aspetti del regolamento, ti fidi anche di ciò che ti dice la tua ammiraglia in quei frangenti così frenetici…

Eri stata estromessa per un cambio bici irregolare da una giuria fin troppo fiscale. Come era andata?

E’ successo alla quinta tappa, la più lunga, quella da 175 chilometri. C’era una fuga con circa quattro minuti di vantaggio. Noi avevamo dentro Antri Christoforou, la campionessa cipriota, seguita dalla nostra ammiraglia. Nel frattempo a me si era rotto il cambio e ho chiesto l’intervento via radio. Il diesse mi ha detto che si sarebbe staccato dalla testa della corsa e mi avrebbe aspettato a destra. Ero a metà gruppo, mi sono fermata dalla mia ammiraglia, ho preso la bici di scorta e siamo ripartiti. Io sono rientrata in gruppo, il mio diesse sulla fuga.

Il 2022 di Malcotti è stato sotto tono ma non sono mancati buoni piazzamenti (foto instagram)
Il 2022 di Malcotti è stato sotto tono ma non sono mancati buoni piazzamenti (foto instagram)
Cos’è capitato poi?

Dopo circa 40 chilometri mi hanno affiancato le moto della giuria: «Malcotti, deve fermarsi». Per regolamento avrei dovuto farmi sfilare dal gruppo, andare in ultima posizione e fare la sostituzione invece di come abbiamo fatto. Via radio i diesse hanno chiesto solo la multa e non l’estromissione, ma non c’è stato verso. Considerando che avevano graziato chi aveva causato l’incidente di Marta (Cavalli, ndr), devo dire che con me sono stati pignoli e con poco buon senso (sospira, ndr).

C’è altro?

Moralmente ero a terra, distrutta. Però alla sera ho ricevuto un bel messaggio di Elisa (Balsamo, ndr). Si diceva dispiaciuta per la squalifica e che sia Trek-Segafredo che SD Worx avevano chiesto alla giuria di chiudere un occhio perché non avevamo danneggiato nessuno. L’ultimo atto inaspettato qualche settimana fa, quando l’UCI via Accpi mi ha notificato il pagamento della multa che non era presente nel referto della giuria a fine tappa. La mia squadra l’ha pagata senza fare troppe storie, ma spero capiate perché quell’episodio mi sia rimasto sul gozzo.

Non l’avevi vissuta bene quella situazione ma forse può darti una spinta in più per il 2023?

Non so nemmeno dire se mi abbia insegnato qualcosa, di certo posso dirvi che la carica per quest’anno è tanta. A parte quel giorno, l’anno scorso ho disputato una stagione molto sotto tono. Salvo la tanta esperienza che ho fatto su diverse gare che non avevo mai corso, come il Fiandre. Quest’anno ho un anno in più di esperienza ad alti livelli e so che devo fare il salto di qualità. In questo sarò aiutata dallo staff della squadra che si è rafforzato con alcune figure importanti, tra cui Ro De Jonckere e Kenny Latomme (rispettivamente general manager e responsabile delle prestazioni, ndr), entrambi con trascorsi alla Quick Step e Qhubeka.

Nel 2022 Malcotti ha disputato 6 gare a tappe, di cui 4 WorldTour
Nel 2022 Malcotti ha disputato 6 gare a tappe, di cui 4 WorldTour
Cosa si aspetta Barbara Malcotti da se stessa?

La pressione me la voglio mettere addosso io per ripagare la squadra che crede in me e nella quale sto benissimo. Ho fatto un buon inverno e i valori rispetto al passato lo dimostrano. Dovrò confermarli in gara, sapendo che non sarà semplice o immediato. Non voglio parlare di vittorie, quanto invece di prestazioni. Se saprò mantenere la giusta condizione, potrò correre meglio e potranno arrivare anche i risultati. E a quel punto restare anche sui taccuini del cittì Sangalli, con cui ho un buon rapporto. Sono consapevole che devo migliorare, ma sono pronta a riscattarmi.

Va bene Remco, però Masnada vuole vincere

14.01.2023
5 min
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Poco più di 12 giorni al debutto di Mallorca. Fausto Masnada sta rifinendo la preparazione, diviso a metà fra l’incarico di stare ancora accanto a Evenepoel per il Giro e le sue possibilità. E’ passato poco più di un anno dal secondo posto al Lombardia del 2021 e anche se il 2022 non è andato come sperava, si era comunque aperto con una vittoria. Ci sono dei fili da riallacciare e tutte le possibilità per farlo. Remco è già in Argentina, per Fausto ci sarà spazio.

«Anche se seguiremo un diverso calendario – spiega Masnada, in apertura in un’immagine Specialized – le tabelle di allenamento non varieranno, saranno adattate alle gare che faremo. Prima del Giro non faremo le stesse corse, ma svolgeremo l’80 per cento dei ritiri in altura insieme. Quello prima del Catalogna e anche quello successivo, ad esempio. Non è che un gregario si allena diversamente da un capitano: le ore, l’alimentazione e i lavori sono quelli. Quello che cambia (sorride, ndr) è che lui è più forte. Alla fine però la mia preparazione punta sempre a farmi migliorare in salita e a rendermi performante a cronometro».

Masnada è nato nel 1993 ed è professionista dal 2017. Ha corso con Androni, CCC e dal 2020 è con Lefevere
Masnada è nato nel 1993 ed è professionista dal 2017. Ha corso con Androni, CCC e dal 2020 è con Lefevere
Calendario diverso significa che avrai il tuo spazio?

Sicuramente l’obiettivo di Remco per quest’anno è il Giro d’Italia. Dopo aver vinto la Vuelta, si punta a un nuovo grande Giro. Io correrò gran parte della stagione al suo fianco, però avrò la possibilità di fare le mie corse, quando non sarò con lui. Mentre l’intenzione per il Giro è chiara ed è quella di cercare il successo pieno. Per cui, quando si va con queste ambizioni, bisogna lasciare da parte gli obiettivi personali e guardare a quello che la squadra richiede. Non si può fare altro che così ed è giusto che sia così.

Si è parlato di portare la squadra della Vuelta in blocco al Giro.

A regola, so che la squadra del Giro sarà molto simile a quella spagnola. Però si aggiungerà sicuramente Jan Hirt, perché è una pedina molto importante ed è stato preso a supporto di Remco.

Sul palco della presentazione della Soudal-Quick Step, Masnada con Hirt: due colonne per Evenepoel
Sul palco della presentazione della Soudal-Quick Step, Masnada con Hirt: due colonne per Evenepoel
Ti ha stupito che Remco abbia vinto la Vuelta?

Mi ha stupito la sua costanza. L’aver mantenuto la maglia rossa fino alla ventunesima tappa. Sulla gara di una settimana si era già testato, per cui sapevamo che poteva reggere con quella condizione e con quei valori. Però dal settimo giorno in poi, era tutto un’incognita. Invece lui è rimasto sempre determinato. Ha avuto delle giornate in cui non era brillante, come a Sierra Nevada due giorni dopo la caduta. Ma diciamo che è rimasto sempre costante e questa è la cosa che mi ha stupito di più. Non ha avuto la giornata di crisi che tutti si aspettavano. E’ calato rispetto alla prima settimana come è normale che sia, ma ha sempre mantenuto una grande condizione.

Un altro Remco rispetto a quello del Giro 2021.

Sicuramente, ma a quel primo Giro era arrivato in ben altra situazione. Era la prima gara che disputava dopo essere caduto al Lombardia, dopo 7-8 mesi senza correre. Pensare di vincere un Giro dopo così tanto tempo e alla prima esperienza sarebbe stata veramente una cosa infattibile secondo me. Alla fine si sta parlando di un fenomeno e di un campione, ma anche i fenomeni e i campioni hanno bisogno di gareggiare, di crescere, di fare esperienze e maturare. Un grande Giro lo vinci sotto più aspetti, non solo sulla salita finale, dove esprimi tutta la tua potenza. Ma su quello che fai tutti i giorni delle tre settimane.

Il giorno più duro della Vuelta, Evenepoel lo ha avuto a Sierra Nevada, due giorni dopo la caduta
Il giorno più duro della Vuelta, Evenepoel lo ha avuto a Sierra Nevada, due giorni dopo la caduta
Secondo te lui credeva di vincerlo?

Come sempre Remco ha aspettative altissime, è questa la sua forza. Va alle corse per vincere, non per provare o piazzarsi: non esiste. La sua priorità è sempre quella di vincere e allo stesso modo affrontò quel Giro, anche se non aveva la preparazione giusta. Però è giusto che sia così. Ci alleniamo con l’obiettivo di giocarci le nostre possibilità e aiutarlo al massimo. Tutti fanno il proprio lavoro e al massimo. E lui cerca di vincere nel migliore dei modi.

Mondini ci ha raccontato delle traversie con la sella…

A inizio novembre ho ripreso la preparazione dopo aver finito la Vuelta ferito per un’infiammazione al soprassella. Sembrava passata, invece dopo 3-4 settimane, l’infiammazione è tornata. Ci siamo fermati nuovamente e con Specialized abbiamo fatto un sacco di prove e di cambiamenti di sella e di posizione, per ridurre il contatto con questo punto di appoggio che si infiammava. Sembra che abbiamo trovato la soluzione corretta, mi sto allenando normalmente, ma devo comunque essere monitorato. Ogni 10-15 giorni vado da un dermatologo, che mi segue e controlla che tutto vada bene, aggiustando la terapia.

Cosa ricordi del secondo posto al Lombardia?

Non guardo mai indietro, ma alla fine mi sembra che siano passati quattro anni, invece era la fine del 2021. Pensarci mi dà motivazione per dire che il 2022 magari è andato male, però l’anno prima ero stato performante. E’ stato solo un anno no, posso tornare al mio livello ed essere di nuovo competitivo. Dipende tutto da me, ma come ero davanti al Lombardia 14 mesi fa in una condizione fisica ottimale, così posso tornarci.

Consonni ha rinunciato al Tour per non perdersi la tappa di Bergamo al Giro. 

Sicuramente sarà un’emozione indescrivibile passare proprio sulle strade di casa. Si corre interamente nella provincia di Bergamo e sarà emozionante. Poi ovviamente Consonni avrà più libertà di decidere cosa fare, come disputare la tappa. Sarà una giornata cruciale, molto dura. E se Remco avrà la maglia rosa come spero, sarà una tappa di controllo che richiederà concentrazione ed energie. Comunque l’emozione di passare per due volte sulla Boccola e su tutte le salite che percorrevo da bambino in allenamento sarà indescrivibile.

Giro Donne da Roma alla Sardegna. E nel mezzo?

14.01.2023
5 min
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Giro Donne 2023, a che punto siamo? C’è bisogno di notizie. Una corsa così merita una maggiore cassa di risonanza proprio nel periodo invernale. Un po’ chiamatela curiosità professionale, un po’ le squadre vogliono conoscerne prima possibile il percorso. Proprio stamattina, in un’intervista sulla Gazzetta dello Sport, Marta Cavalli ha ammesso di non aver ancora definito il programma 2023, perché non si hanno notizie sulla corsa italiana. Il livello sempre più alto del ciclismo femminile lo richiede. Proviamo quindi a lanciare un sasso nello stagno e vedere l’effetto che fa.

Le ultime due edizioni confezionate da Starlight sono state un prodotto di ottima qualità – podio e top 10 sono lì a testimoniarlo – normale pertanto un più che lecito interessamento generale. Ma cosa sappiamo ad oggi della nostra corsa a tappe? Poco di ufficiale, tanto di indiscrezioni e tutte aperte a qualsiasi esito. Il condizionale da qui in avanti, salvo casi rari, è d’obbligo.

Van Vleuten, Cavalli e Mavi Garcia, finite così sul podio, saranno protagoniste anche prossimo Giro Donne
Van Vleuten, Cavalli e Mavi Garcia, finite così sul podio, saranno protagoniste anche prossimo Giro Donne

Contatti difficili

Partiamo raccontando la difficoltà estrema nell’avere risposte da patron Roberto Ruini (in apertura insieme a Marta Cavalli), fatta di ripetuti tentativi, appuntamenti rimandati di volta in volta e le spiegazioni di circostanza del suo ufficio stampa, evidentemente in difficoltà.

Per la verità Ruini prima della fine del 2022 ci aveva risposto, comprendendo il nostro interessamento, anche se ci aveva rilasciato pochi virgolettati ufficiali. Avevamo raccolto rumors da più fonti: ci era parso corretto e naturale chiederne conto proprio al direttore del Giro Donne. Il motivo per cui non si sia potuto sbilanciare non è noto, benché facilmente immaginabile.

Faulkner ha vinto la crono d’apertura nel 2022. Anche quest’anno il Giro Donne potrebbe iniziare in modo uguale
Faulkner ha vinto la crono d’apertura nel 2022. Anche quest’anno il Giro Donne potrebbe iniziare in modo uguale

Solo inizio e fine Giro

«Innanzitutto vi do per certo che quest’anno – ci aveva detto Ruini al telefono – sarà sempre Starlight l’organizzatore della gara, contrariamente a qualche voce che era uscita. Così come posso ribadirvi che la partenza sarà da Roma come avevo annunciato il 10 luglio scorso durante la conferenza stampa di chiusura nell’ultima tappa di Padova.

«Dove si chiuderà il Giro Donne? In Sardegna – concludeva Ruini – avvalorando anche questa vostra indiscrezione. Nel mezzo invece non posso smentire né confermare i rumors in vostro possesso. Posso solo dirvi che da ottobre ad oggi abbiamo fatto tante chiamate ed incontri per definire il resto del tracciato».

Il Piemonte di Longo Borghini (quarta l’anno scorso) potrebbe ospitare il tappone del Giro Donne 2023
Il Piemonte di Longo Borghini (quarta l’anno scorso) potrebbe ospitare il tappone del Giro Donne 2023

Le altre tappe

Appunto, l’altra parte del percorso come si svilupperà? Intanto bisogna ricordare che l’UCI ha collocato il Giro Donne dal 30 giugno al 9 luglio. Il totale prevede 10 tappe, cui andrà aggiunto il giorno di riposo per il trasferimento in Sardegna (proprio come è successo nel 2022, ma al contrario). A quel punto la gara assumerebbe un format strano con la sosta a pochi giorni dalla fine.

La prima frazione dovrebbe essere una cronometro individuale nella Capitale, dove già si concluderà il Giro dei pro’. Civitavecchia potrebbe ospitare la partenza della seconda tappa, con possibile arrivo per velociste in provincia di Grosseto.

Per la terza frazione si rincorrerebbero più scenari. Partenza dalla Toscana con arrivo tra il modenese e il bolognese, affrontando così le prime salite sull’Appennino, oppure una tappa sulla falsariga di quella di Cesena dell’anno scorso, interamente disputata attorno ad Imola su una parte del circuito mondiale, con gli strappi di Mazzolano e Gallisterna a scandire il finale. Per la quarta si potrebbe prevedere ancora una giornata per ruote veloci con la Modena-Piacenza.

La quinta frazione dovrebbe essere il cosiddetto “tappone”, tutto da correre in Piemonte: pare ci sarà un paio di montagne importanti già affrontate nelle gare maschili. La sesta vedrà un arrivo in Liguria, con tutte le possibili insidie del suo entroterra.

In serata la carovana si trasferirà con voli e traghetti in Sardegna ed il giorno successivo sarà di riposo. Le tre tappe finali (dal 7 al 9 luglio) si disputeranno sull’isola con la possibilità di vedere qualcosa di inedito e particolare, per provare eventualmente a stravolgere la classifica rendendo ancora frizzanti gli ultimi giorni di corsa.

Edizioni future

Nel frattempo sul sito della Federciclismo è uscito l’avviso per l’assegnazione delle edizioni del quadriennio 2024-2027 con determinati requisiti. Nel punto 3 del bando si legge la necessità di possedere “capacità economica e finanziaria dimostrabile dall’aver realizzato nell’ultimo esercizio un volume di affari pari almeno pari ad euro tre milioni”.

Mercoledì 1° febbraio scade l’avviso e a quel punto si potranno aprire le buste conoscendo i prossimi organizzatori (c’è in ballo anche il Giro d’Italia U23, ancora privo di un organizzatore per quest’anno). Si vocifera che il silenzio attorno al Giro Donne 2023 sia legato a questi esiti e che RCS Sport sia il candidato principale a rilevarne la guida, ma non vogliamo addentrarci.

Il Tour Femmes 2023 è stato presentato lo scorso ottobre. Il Giro Donne dovrebbe colmare questo gap
Il Tour Femmes 2023 è stato presentato lo scorso ottobre. Il Giro Donne dovrebbe colmare questo gap

Tuttavia, contestualizzando il tutto, c’è anche un aspetto positivo per il Giro Donne. Tralasciando che il Tour Femmes 2023 è stato annunciato assieme a quello maschile lo scorso 27 ottobre, la corsa della Starlight è in anticipo sulle proprie tabelle di marcia rispetto agli altri anni.

Nel 2021 era stata ufficialmente presentata il 3 giugno, mentre l’anno scorso il 10 marzo. C’è ancora margine per aspettare, ma nemmeno troppo. La stagione del WorldTour inizia domani.