Romele al Liberazione: capolavoro di gambe e cervello

25.04.2023
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ROMA – Ultimo giro, la campana accompagna i primi due che si allontanano dall’arrivo del Liberazione, mentre dietro del gruppo non si vede neanche l’ombra. I primi inseguitori passano dopo 52 secondi, ma a quel punto Romele e Wang sono già nel tratto che conduce verso Porta Ardeatina. Sono fuori da più di 100 chilometri, saranno 120 alla fine. Dietro tirano un po’ a strappi. Prima la Svizzera. Poi la Green Project-Bardiani. Prima una e poi l’altra: insieme mai. E così i primi due ringraziano e tirano dritto, respirando l’aria del traguardo.

«Non ho mai visto un Liberazione come questo – commenta a bordo strada Giuseppe Di Leo accanto a Daniele Calosso – nei primi giri continuavano a staccarsi uno dopo l’altro. Tutti i migliori, chi più e chi meno. E adesso sono in due là davanti e devo sperare che non li prendano, perché Persico è rimasto nel terzo gruppo e se il gruppo rientra, la volata non possiamo farla…».

Il vantaggio dei primi ha iniziato a scendere a 5 giri dalla fine, quando la Svizzera di Albasini e poi la Green Project hanno iniziato a tirare
Il vantaggio dei primi ha iniziato a scendere a 5 giri dalla fine, quando la Svizzera e la Green Project hanno iniziato a tirare

Come a Darfo Boario

Per sua fortuna, Alessandro Romele respira l’aria dei giorni buoni. Già vedendolo passare nella parte alta del circuito, quella in cui la pur blanda salita ha morso per tutto il giorno i polpacci dei corridori, si notava che fosse il più brillante nei rilanci all’uscita del tornante. Al bresc piacciono le vittorie da lontano, le fughe alla Van der Poel che a volte gli riescono bene. Come al campionato italiano juniores di Darfo Boario Terme nel 2021, quando se ne andò nei primi chilometri e lo rividero nella foto del podio, primo e tricolore davanti a Zamperini e Biagini. Come sabato scorso a Riolo Terme.

Questa volta c’è da fare la volata contro Gustav Wang, alto e generoso come lui, che per parecchi chilometri ha avuto il supporto del compagno Hansen. I due corrono con la Restaurant Suri-Carl Ras, una continental danese di poche vittorie e bici Trek.

Nella fuga con Romele e Wang è restato a lungo anche l’altro danese Hansen
Nella fuga con Romele e Wang è restato a lungo anche l’altro danese Hansen

Il numero 50

Il danese non salta un cambio. E’ forte, i corridori della Colpack lo sanno bene. Ieri sera a cena hanno annotato il suo numero 50, ricordando di quando nel 2021 vinse il mondiale juniores della crono a Bruges. Wang collabora e accetta la sfida dello sprint, forse conoscendo lo spunto di Romele o forse no. Alessandro ha vinto la Coppa Zappi a Riolo Terme appena tre giorni fa, battendo in una lunga volata a due il romagnolo Ansaloni. Sa come si gestiscono queste situazioni. Perciò quando passa sul traguardo piegando Wang, il suo urlo nasce dalle viscere e lo scuote fino alle lacrime.

«Nell’ultimo periodo – racconta il vincitore – ho iniziato a credere che le cose migliori accadano all’improvviso. Quindi ho ricordato le imprese che avevo fatto da junior, come quella a Darfo Boario Terme. Anche lì inizialmente nessuno ci aveva creduto, io invece ero consapevole delle mie potenzialità. Sapevo della mia condizione, allora come oggi. E non posso che ringraziare enormemente la squadra, perché veramente è una famiglia, fa un casino di sacrifici per farci correre anche nei momenti difficili, come quelli che stiamo vivendo ora. Sono onorato di vestire questa maglia e orgoglioso di quello che ho fatto. In un contesto comunque di livello internazionale come quello che c’era oggi qui a Roma».

Ultimo giro del Liberazione, i primi sono passati da 52 secondi: il gruppo è spacciato
Ultimo giro del Liberazione, i primi sono passati da 52 secondi: il gruppo è spacciato

Intelligenza sopraffina

La seconda cosa che fa dopo aver abbracciato i direttori sportivi Giuseppe Di Leo e Antonio Bevilacqua e aver ricevuto le pacche e le strette dei compagni, è andare a congratularsi con Wang, che è disteso per terra e un po’ respira e un po’ si gode le gambe distese, dopo una giornata trascorsa sempre in tiro.

«Avevo visto ieri il percorso – racconta ancora Romele – e fin dall’inizio avevo notato che avendo tutti questi dentro e fuori e tanti saliscendi molto nervosi, favoriva gli attaccanti, che comunque dovevano spendere molto. Per il gruppo non è stato un percorso semplice, perché comunque faticava a vedere gli attaccanti. Quindi avevo calcolato che serviva più o meno un minuto per non essere visti nelle due parti del circuito in cui ci si incrociava. E questa cosa ha aiutato moltissimo, perché dietro non avendo riferimenti, si son fermati più di una volta.

«Diciamo che ho giocato anche un po’ d’astuzia e poi ho trovato dei compagni di fuga molto molto onesti. Per questo dopo l’arrivo gli ho stretto la mano. Abbiamo fatto, penso, uno spettacolo che non si vedeva da un po’ di anni. E penso che il ciclismo sia anche questo».

In lacrime fra le braccia del diesse Di Leo, Romele festeggia il Liberazione come lo scorso anno fece Persico
In lacrime fra le braccia del diesse Di Leo, Romele festeggia il Liberazione come lo scorso anno fece Persico

Un’investitura importante

Parole benedette dal dio dei ciclisti che attaccano. Parole che per qualche minuto ci fanno sognare di aver trovato un interprete abbastanza coraggioso, forte e sfrontato da lanciare e accettare le sfide a viso aperto.

«Alessandro doveva andare in fuga – racconta ora Di Leo – era programmata, ma non così. Ha fatto davvero un’impresa, i corridori moderni sono questi. E’ andato forte, è andato anche oltre le nostre aspettative, anche se non lo scopriamo adesso. Ha vinto sabato, ha una condizione eccellente e siamo davvero contenti per lui perché lo merita. Credevamo in questo salto di qualità e sta crescendo con calma. E’ del 2003, secondo anno da U23 e ha sicuramente delle potenzialità. Ce lo ritroveremo sicuramente nel professionismo e sarà un nome da tenere in considerazione.

«Se saremo invitati, lo vedremo al Giro d’Italia – prosegue – ma prima abbiamo in programma gare importanti. La Vicenza-Bionde e il Circuito del Porto e poi la Parigi-Roubaix Espoirs. La facciamo come esperienza. Naturalmente non ci tiriamo indietro dalle nostre responsabilità, ma andiamo su tranquilli per divertirci e chissà magari tentare il colpaccio (il Team Colpack vinse la Roubaix Espoirs già nel 2016 con Ganna, ndr)».

Una volata fra morti

Cosa si pensa quando si resta in fuga da soli per così tanto tempo? Come si organizza il tempo? Quali riferimenti si hanno, senza la radio nelle orecchie, dato che l’ammiraglia non segue?

«Avevo la fortuna di avere sparsi sul circuito svariati collaboratori della squadra – sorride Romele – che mi aggiornavano sul tempo. Quindi ho sfruttato i momenti morti del gruppo, sapendo a tratti di poter recuperare e capendo quando invece c’era da accelerare se anche il gruppo aumentava. Cercavo di incitare anche i ragazzi della fuga perché dessimo il tutto per tutto, perché man mano che andavamo avanti iniziavamo a crederci. Quel poco che ci siamo detti, ce lo siamo detti in inglese. Ormai non se ne può fare a meno, è un obbligo che mi sono dato e un invito che faccio anche ai ragazzi di impararlo, perché è veramente utile in qualsiasi circostanza.

«Poi però in volata – sorride – non c’è stato da dirsi niente. Che poi, volata… E’ stato uno sprint strano perché in una condizione del genere non vince il più veloce, ma quello che arriva con la gamba migliore. Se comunque di gamba si può parlare, perché eravamo tutti e due belli cotti…».

Buona Liberazione a tutti

Poi si incammina verso il podio per la premiazione. Va scalzo, con gli scarpini in mano. Accanto gli cammina Di Leo con la sua Cinelli Pressure in mano. L’obiettivo sarebbe stato quello di ripartire alla svelta. Ma dopo una vittoria come questa, la proposta del tecnico bergamasco è di fermarsi a cena da qualche parte. Bevilacqua annuisce. Si è offerto di pagare Di Leo, invito accettato all’istante. Se ne vanno in una salva di risate, col senso di aver portato a casa una vittoria di cui si parlerà ancora a lungo.

Roma saluta la Festa della Liberazione, il Team Bike Terenzi ha fatto per il terzo anno uno splendido lavoro. La Capitale è piena di turisti e italiani e in una splendida giornata di sole ha celebrato la Costituzione della Repubblica e i valori su cui essa si fonda. E nel momento in cui i nostri politici si azzuffano e in apparenza alcuni rinnegano la Carta su cui hanno giurato, il ciclismo resta fedele alle sue regole più antiche, che premiano il coraggio e la capacità di sognare e progettare grandi imprese. Oggi alle Terme di Caracalla, qualcuno potrebbe giurare di aver visto nascere un campione.

Zanardi conquista Caracalla, ma Tonetti cresce forte

25.04.2023
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«Vince Zanardi». Le parole di Paolo Sangalli a due giri dalla fine del Gran Premio Liberazione non lasciavano spazio a dubbi e si sposavano con quelle di Walter Zini, ben prima di metà corsa. Il tecnico della BePink, seduto nel classico punto sopra alle Terme di Caracalla, spiegava prima di avere le ragazze contate per vari infortuni e poi raccontava che finalmente la sua atleta di punta fosse prossima alla condizione, quindi si potesse sperare in un buon risultato.

«Silvia va in forma correndo – spiegava – come i corridori di una volta. In allenamento non riesce a salire quel gradino in più che invece la corsa ti impone. Per questo credo che dalla prossima trasferta spagnola, in cui saremo fuori per due settimane, tornerà pronta per centrare dei buoni risultati».

Buona la prima

Intanto il primo bel risultato arriva da Roma, a capo di una corsa sempre tirata (in apertura, foto Spalletta). Nonostante le poche atlete al via (probabilmente le imminenti partenze del Lussemburgo e della Vuelta España hanno fatto la loro parte), la BePink ha preso in mano la corsa negli ultimi giri, quando serviva stare davanti, in una giornata che non ha proposto grandi attacchi su un percorso che a detta di Amadori e Sangalli – cittì degli U23 e delle donne – ricorda molto quello del prossimo mondiale di Glasgow.

«Ci voleva – dice Silvia, tornata indietro dalla volata lunghissima – ultimamente ci siamo andati vicino un po’ di volte e oggi il lavoro di squadra ha pagato. Siamo state al Giro di Campania cercando di tirare su il morale e trovare la condizione migliore e oggi è andata bene. La corsa magari non è stata battagliata fin da subito, però quando è arrivato il momento, eravamo un bel gruppo. Noi siamo riuscite sempre a essere in quasi tutti gli attacchi e poi me la sono giocata in volata».

Sono state 75 le ragazze al via del Liberazione di Roma, probabilmente per concomitanze internazionali (foto Spalletta)
Sono state 75 le ragazze al via del Liberazione di Roma, probabilmente per concomitanze internazionali (foto Spalletta)

Gruppo ridotto

Il Liberazione è una corsa difficile da interpretare. Sembra disegnato per un arrivo in volata, ma proprio per questo a volte l’attacco a sorpresa può scombinare i piani delle più veloci. Per questo la vittoria di Zanardi assume un bel valore. Innegabile che l’assenza dei team WorldTour abbia livellato i valori: i team italiani c’erano tutti, ma il fatto che, ad esempio, la Valcar sia diventata il Devo Team della UAE Adq ha privato il gruppo di quel team formidabile, che l’anno scorso si prese Roma con Silvia Persico. Forse se il Giro di Campania fosse stato a sua volta internazionale, qualche squadrone avrebbe valutato di fare il pacchetto completo.

«Il nostro direttore Walter Zini – sorride Zanardi – dice che la volata è sempre l’ultima soluzione. Può capitare di tutto, ad esempio può caderti la catena, come mi è successo domenica scorsa. Per questo un paio di volte ho provato a portare via un gruppetto, ma si è capito che non c’era altra soluzione. Non si poteva sottovalutare nessuno. La Uae aveva due atlete abbastanza veloci, anche la Top Girls e la Isolmant potevano giocarsela in volata, come poi è stato».

Tonetti felice a metà

Alle sue spalle infatti si è piazzata Cristina Tonetti, che abbracciando le compagne ha avuto un crollo emotivo. Lucio Rigato l’aveva studiata bene, convincendo le sue ragazze della Top Girls-Fassa Bortolo a rendere la corsa dura, ma alla fine è stato impossibile sfuggire alla logica dello sprint.

«E’ stata una volata davvero lunga – spiega Cristina – Zanardi è entrata praticamente in testa all’ultima curva e grazie al suo spunto veloce è riuscita ad arrivare alla fine. Forse come squadra non ci siamo giocati le nostre carte al 100 per cento, ma penso che lei allo sprint sarebbe stata comunque imbattibile. Negli ultimi cinque giri abbiamo cercato di fare la maggior selezione, sapendo di essere battute allo sprint, ma purtroppo non c’è stato verso di portare via la fuga. Quel crollo? Un calo di tensione. Sono molto emotiva, non lo nascondo, però credo sia il bello dell’umanità che c’è nel ciclismo. Insomma, essere se stessi è sempre positivo».

Cristina Tonetti è arrivata seconda, prima della compagna Bariani: per lei un ottimo punto di partenza
Cristina Tonetti è arrivata seconda, prima della compagna Bariani: per lei un ottimo punto di partenza

Obiettivi in arrivo

Il suo 2023 prosegue a partire da mercoledì con la trasferta in Lussemburgo, mentre suo padre Gianluca e la madre Gabriella hanno già ripreso la via di Como, temendo di incappare nel traffico di rientro.

«Quest’anno – prosegue Tonetti – abbiamo cominciato la preparazione con più calma in quanto gli appuntamenti più importanti li abbiamo fra maggio, giugno e il Giro d’Italia a luglio. Stiamo iniziando piano piano a carburare. Sarebbe bello raccogliere i frutti del lavoro che si è fatto e non nascondo che il mio obiettivo principale è provare a conquistare la maglia azzurra per gli europei. Non credo di essere ancora al livello per un mondiale».

Sul podio, Zanardi fra le due ragazze della Fassa Bortolo (Tonetti e Bariani)
Sul podio, Zanardi fra le due ragazze della Fassa Bortolo (Tonetti e Bariani)

Zanardi che riparte

Zanardi ha ritrovato il sorriso dopo un periodo un po’ complicato, consapevole che le buone sensazioni in bicicletta diventano anche la chiave per il benessere personale e la serenità che permette di arrivare ai risultati migliori.

«Ora andrò in Spagna con una parte della mia squadra – spiega – mentre l’altra metà andrà a fare il Lussemburgo. Sono abbastanza sicura che in Spagna troverò la condizione, alla Vuelta cercheremo di fare il massimo, anche perché siamo una delle poche squadre continental e cercheremo di metterci in luce. Poi l’obiettivo sarà far bene anche al Giro e nelle prossime gare.

«Diciamo che sono uscita da un periodo un po’ basso, però ci stiamo riprendendo. Questa vittoria ci voleva, tenevo tantissimo a far bene perché era uno dei miei obiettivi di stagione, quindi sono super contenta. Le mie compagne sono state bravissime anche durante la corsa. Dopo il terzo giro sono stata coinvolta in una caduta e per fortuna c’era Alessia Patuelli che mi ha tirato dentro. Quindi devo ringraziare un po’ tutte. Sì, finalmente sono contenta».

Ricordate Peter Kennaugh? Ora guida la Trinity Racing

25.04.2023
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ROVERETO – Nel 2020 grazie al dominio di Tom Pidcock al Giro U23, abbiamo imparato a conoscere la Trinity Racing: in pratica un serbatoio di talenti, molti dei dei quali sono protagonisti ora in diversi team WorldTour. Da due stagioni alla sua guida c’è Peter Kennaugh, un ragazzo che era considerato una delle stelle più promettenti fra i corridori che stavano rilanciando il ciclismo britannico.

Il 33enne nativo dell’Isola di Man nel 2012 era riuscito a conquistare su pista un oro mondiale e uno olimpico con l’inseguimento a squadre. Su strada aveva raccolto belle soddisfazioni (su tutte spiccano due tappe al Delfinato), ma meno di quelle che gli avrebbero consentito le sue potenzialità. In totale ha corso per dieci stagioni fra Team Sky e Bora-Hansgrohe, nella quale quattro anni fa decise di smettere. O meglio, inizialmente doveva essere una sorta di pausa di riflessione, ma nel giro di poco tempo divenne una scelta definitiva. Il motivo è (sempre) lo stesso dei giorni nostri: lo stress. Al Tour of the Alps abbiamo incontrato Kennaugh ed è stata l’occasione per parlare con lui sia del suo ruolo sia della sua squadra, oltretutto sempre ben riconoscibile in gruppo per effetto di maglie a piccoli rombi bianconeri.

Peter saresti stato ancora oggi un corridore forte e tutto sommato giovane. Sei pentito di esserti ritirato così presto?

Non ho rimpianti, sono contento della mia decisione. Devo dire la verità che ci sono stati giorni in cui pensavo e ripensavo che mi sarebbe piaciuto essere lì a gareggiare a questo livello. Poi riflettevo con calma e mi accorgevo che non mi dispiaceva aver smesso. Ero arrivato in un momento della mia vita in cui non ero più felice. Era stata una decisione a caldo, difficile, magari per fermarmi per uno o due anni. Non avevo più passione per fare risultato e così nel frattempo ho iniziato a fare questo lavoro come tecnico di giovani corridori. E stare con loro mi ricorda l’amore che avevo alla loro età e anche il motivo per il quale avevo iniziato a pedalare.

Pensi che ci sia troppa pressione nel ciclismo attuale come ci ha detto il tuo ex compagno Sagan nelle settimane scorse?

Assolutamente sì. Adesso la ricerca del risultato è molto cambiata. Ogni cosa è monitorata e si conosce, dall’allenamento a quello che mangi. Obiettivamente per me è un po’ troppo. Credo che Peter abbia ragione, ma è così che va lo sport in generale. Anzi, lo sport di adesso lo trovo completamente differente da quando sono passato io professionista. I giovani corridori attuali non riescono a notare o comprendere questa importante diversità.

Per quale motivo?

Tutto è legato alla tecnologia. I ragazzi vogliono sapere tutto. Loro pensano che i risultati dipendano solo da questo. Lo vedo durante le riunioni pre-gara sul bus. Quando correvo io, bastavano meno informazioni. Prendevamo il road book e ci dicevano ad esempio dove erano i punti della salita al 10 per cento, dove si iniziava a salire o dove si scendeva e dove era l’arrivo. Ora io – dice mentre indica il suo tablet – mi trovo a dare tutte le informazioni del giorno. Su questa “app” possiamo vedere dove sono posizionate le nostre zone rifornimento oppure mostriamo foto di come sarà la strada o altre cose di questo genere. Ogni informazione per ogni singolo giorno. E’ cambiata la cultura, quasi che non esista più il diritto all’errore.

Secondo te è un bene questo aspetto?

Diciamo che adesso, con questo cambiamento, il ciclismo è diventato uno sport dove tutti possono provare a dare il loro meglio o trarre i migliori vantaggi in tanti modi. Si può sostenere lo sviluppo di questo cambiamento in una buona maniera. E in un certo senso questo è un bene perché ad esempio non abbiamo più casi di doping come prima. Ora si può puntare a nuovi obiettivi laddove ce n’è più bisogno, anche in piccole percentuali. Ricordo che quando il Team Sky aveva iniziato la sua attività, faceva già queste cose, che poi sono diventate sempre più stressanti.

E’ un argomento contraddittorio alla fine…

Non so dirvi se tutto ciò sia una buona o una cattiva notizia per il ciclismo ma, come dicevo prima, è lo sport che si è sviluppato così. Chiaramente il corridore ogni tanto può fare qualcosa di meno a causa dello stress. Bisognerebbe restare entro un certo limite perché altrimenti non ci si diverte più. Però attenzione, ci sono ragazzi a cui piace ricevere tante informazioni o numeri. Sono situazioni figlie delle generazioni. Io appartengo a quella di Peter (riferendosi sempre a Sagan, ndr) e insieme abbiamo vissuto questa transizione.

Il progetto della Trinity Racing invece cosa prevede?

E’ una bella domanda. Possiamo considerarci come un devo team, con la nostra filosofia ben precisa di allevare corridori. Tuttavia nei prossimi due anni la società vorrebbe diventare un team professional. Ora come ora, vogliamo far crescere i nostri ragazzi per poi mandarli nelle squadre professionistiche più importanti, come hanno già fatto molti di loro negli anni precedenti. Sto pensando a tanti programmi di corse, di allenamenti per i corridori e di altri lavori. Fare gare come il Tour of the Alps è importantissimo per noi. Ci fa migliorare davvero tanto.

Cosa insegna Peter Kennaugh ai suoi ragazzi?

Al momento sono team manager e diesse e cerco di trasmettere con enfasi l’esperienza che ho guadagnato da pro’. Voglio mostrare loro cosa devono fare in corsa. Ad esempio al “TotA” dicevo a Pickering di stare attento per portare a casa il miglior piazzamento possibile nella generale. Ma in generale dico ai ragazzi di… chiudere gli occhi e seguire la ruota davanti a loro (dice ridendo mentre ci saluta e raggiunge la sua squadra per gli ultimi dettagli pre-gara, ndr).

Vecchi a 25 anni? Baseggio vuol dimostrare di no

25.04.2023
5 min
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Nel numeroso affollarsi di eventi giovanili del ciclismo italiano che ogni fine settimana riempiono le cronache, quando ti accorgi che un corridore riesce a vincere due volte a distanza di 24 ore è sempre qualcosa che colpisce. A maggior ragione se accade in due regioni diverse e soprattutto in due specialità diverse, se poi a farlo è un atleta di 25 anni, che si ritrova a correre con ciclisti più giovani e vive su di sé il dubbio se quelle agognate porte del professionismo potranno ancora aprirsi a dispetto della carta d’identità, c’è abbastanza materiale per raccontare una storia. Quella di Matteo Baseggio.

Al venerdì primo nella cronocoppie di Porto Sant’Elpidio insieme al compagno di colori (e di esperienze… anagrafiche) Matteo Zurlo, al sabato trionfatore a Pontedera. Il portacolori dell’Uc Trevigiani non è nuovo a simili imprese, ma guarda a questi risultati fra il disincanto e la consapevolezza che è l’unica strada per ambire ancora a quel sogno coltivato fin da quand’era G2, bimbo che correva per seguire le orme del papà.

«Io affronto la mia attività in maniera tranquilla – afferma dopo la doppietta – quel che per me conta è non avere rimpianti e non ne ho. La mia caratteristica è essere sempre stato costante nei risultati, non so se questo sia sufficiente, ma questo sono io, il mio modo di interpretare questo mestiere. Parlo con i risultati, non avendo un procuratore e so che non sono il solo, anche Zurlo e Onesti vivono questa situazione, ma lo facciamo senza angoscia, prendendo quel che viene».

Il successo di Baseggio a Pontedera, con 36″ su Cordioli e 38″ sul gruppo
Il successo di Baseggio a Pontedera, con 36″ su Cordioli e 38″ sul gruppo
La speranza ce l’hai sempre?

Certamente e l’esempio di Lucca, passato proprio quest’anno è lì davanti a noi a dirci che bisogna crederci sempre. Noi dobbiamo esprimerci sui pedali, producendo risultati, poi se sarà destino, qualcosa succederà.

Riscontri comunque interesse intorno a te?

Offerte non me ne sono arrivate, ma so che comunque nell’ambiente si parla, le squadre di livello superiore mi seguono, per questo è importante quello che faccio. Spero che prima o poi qualcuno si avvicini. Il fatto di non avere un procuratore è sicuramente un handicap, ma quando sono passato io under 23 era una figura quasi sconosciuta, ora anche gli junior ce l’hanno e anzi già da allievi vanno in cerca. Ma d’altronde è cambiato tutto.

Il veneto è uno dei più esperti nel team, punta per le volate ma anche uomo da fughe da lontano
Il veneto è uno dei più esperti nel team, punta per le volate ma anche uomo da fughe da lontano
Si ha la sensazione che la vostra generazione sia quella che ha patito di più un cambiamento così improvviso e repentino…

E’ vero, ormai già dopo massimo un anno in questa categoria sai chi passerà professionista e chi resterà al palo, ma questo seppur vero non chiude ogni porta. C’è anche chi è passato dopo e noi ci affidiamo a questo pensiero.

Veniamo alle vittorie che hai ottenuto, completamente diverse seppur così ravvicinate.

Nella cronocoppie l’importante è essere costanti, io mi sono trovato con Matteo Zurlo che ha le mie stesse caratteristiche, quindi abbiamo potuto lavorare bene insieme. Non l’abbiamo neanche preparata, ma sapevamo di essere bei passisti, dovevamo solo impostare un buon ritmo e darci cambi regolari. Il giorno dopo a Pontedera era una gara vallonata, sono andato in fuga con Gianluca Cordioli che a 6 chilometri dal traguardo ha preso una buca sull’asfalto e rotto la ruota anteriore. Così sono arrivato da solo.

Zurlo e Baseggio primi nella cronocoppie di Porto S.Elpidio, con 33″ su Cao e Di Bernardo, loro compagni di team
Zurlo e Baseggio primi nella cronocoppie di Porto S.Elpidio, con 33″ su Cao e Di Bernardo, loro compagni di team
Due vittorie simili dimostrano anche buone doti di recupero…

Effettivamente è una mia caratteristica. Io non sono uno scalatore, mi reputo un passista veloce che anche in volata se la gioca. Nelle corse a tappe non posso competere per la classifica perché non ho le doti adatte, ma sono un cacciatore di tappe dall’inizio alla fine, quando capita l’occasione ci sono.

Ciclismo a parte?

Ho preso il diploma di perito meccanico, poi non sono andato avanti con gli studi, dedico la mia vita al ciclismo perché se non ci provi con tutto te stesso non vai lontano. A me quello del ciclismo è un mondo che piace da matti, se proprio le cose dovessero andar male non mi dispiacerebbe trovare comunque in quest’ambiente una strada per il mio futuro.

Baseggio è nato il 18 giugno ’98 a Bassano del Grappa. E’ alla Trevigiani dallo scorso anno
Baseggio è nato il 18 giugno ’98 a Bassano del Grappa. E’ alla Trevigiani dallo scorso anno
Quali gare ti attendono?

Quando sei oltre gli under 23, il calendario non è che offra poi molto. Io punto alle gare dove potermi mettere in luce, dove ci sia gente dell’ambiente a guardare. Ogni volta che parto so che devo fare qualcosa di più di chi è più giovane.

Nel team come ti trovi?

Davvero bene, sono contento che lo scorso anno l’Uc Trevigiani sia ripartita in pieno. E’ una società molto seria, tante cose sono andate migliorando giorno dopo giorno, mi danno il giusto supporto. Se vinco c’è molto anche del loro. So che, se si aprisse uno spiraglio, sarebbero i primi a festeggiare con me.

Ayuso torna in corsa. Matxin illustra la strategia per Juan

25.04.2023
4 min
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Finalmente Juan Ayuso. Il talento spagnolo è pronto ad iniziare il suo 2023 agonistico. Dopo 225 giorni dalla sua ultima gara gara, la tappa finale della Vuelta, il campioncino della UAE Emirates torna in corsa al Tour de Romandie, che parte oggi da Port Valais e si chiude il 30 aprile a Ginevra.

Come mai Ayuso non aveva più gareggiato? Una forte tendinite lo ha tenuto lontano dalle gare, ma anche dalla bici. Sembrava aver iniziato alla grandissima. Addirittura aveva messo alla frusta Tadej Pogacar durante i ritiri invernali. Poi qualcosa si è inceppato. La tendinite stava degenerando. 

Joxean Matxin, tecnico della UAE Emirates, ci spiega come sono andate le cose e cosa dobbiamo aspettarci da Juan… corridore storicamente (anche se è un 2002) famelico.

Joxean Matxin è uno dei tecnici della UEA Emirates, molto vicino ad Ayuso
Joxean Matxin è uno dei tecnici della UEA Emirates, molto vicino ad Ayuso
Joxean, finalmente Ayuso inizia la sua stagione…

Abbiamo passato dei momenti complicati. Juan è un corridore giovane, vorrebbe gareggiare sempre e ha sofferto vedendo i compagni che corrono, che vincono, che si aiutano… Deve essere stato complicato per lui. Però la squadra non ha mai fatto pressioni perché corresse. Piuttosto abbiamo pensato che per lui fosse meglio stare tranquillo, riposare… Il recupero totale della salute era al primo posto. Il momento del suo ritorno doveva essere un momento naturale in seguito alla guarigione.

Come mai questa tendinite è stata così grave? C’è stato qualcosa che ha sbagliato, magari nel fare gli esercizi in palestra durante l’inverno, problemi con le tacchette, per dire…

Queste cose succedono. La sua tendinite non è stata provocata da una caduta, una posizione sbagliata o altro. Gli è venuto questo dolore e sull’origine possiamo fare mille ipotesi… Ci fosse stata una caduta, una posizione errata come dite voi, okay. Però non ho una riposta precisa. E poi non vorrei entrare troppo in meriti medici. Non è compito mio, ma dei dottori.

Ultima apparizione “ufficiali” per Ayuso, un Criterium a Madrid nell’autunno scorso
Ultima apparizione “ufficiali” per Ayuso, un Criterium a Madrid nell’autunno scorso

Quando vi siete accorti di questo problema?

Prima della Valenciana. Ha accusato un dolore, anzi all’inizio era un fastidio più che un dolore. Poi è aumentato e allora abbiamo deciso di fermarci subito e non correre la Valenciana appunto. Juan è stato a riposo ed ha subito avuto un miglioramento. Così è risalito in bici, ma il dolore è emerso nuovamente. A quel punto abbiamo coinvolto i dottori per capire cosa avesse ed è emersa questa tendinite molto forte. Speriamo che non ritorni.

Juan è un “animale da gara”, lo conosciamo, tu hai detto che ha una gran voglia di correre. Al Romandia sarà subito pronto?

Lui ha classe e da uno che ha la classe, secondo me, possiamo aspettarci di tutto, no? Però non è questo il piano. L’idea iniziale è che si metta a disposizione di Adam Yates. Ma la cosa ancora più importante è che inizi a correre. Poi vediamo giorno per giorno come va. Senza pressione e con la nostra piena fiducia. Juan non deve fare per forza risultato. E anche se lui è forte, ha voglia di correre, ha classe e se vogliamo è anche fresco, non ha il ritmo di gara, che comunque hanno gli altri. Per questo dico che adesso l’obiettivo non è quello di essere il solito “killer”, ma di godersi la prima gara dell’anno. Deve sentirsi ciclista, stare con i compagni e cercare di migliorare giorno per giorno.

Ayuso ha chiuso la Vuelta 2022 al 3° posto (doveva ancora compiere 20 anni). C’è chi dice che questa tendinite sia legata a quegli sforzi
Ayuso ha chiuso la Vuelta 2022 al 3° posto (doveva ancora compiere 20 anni). C’è chi dice che questa tendinite sia legata a quegli sforzi
Può anche essere un’occasione per imparare ad aiutare i compagni…

Ma quello già lo sa fare, anche se ovviamente è un campione… Cosa gli dici? «Aiuta un altro», quando magari restano davanti in dieci? Comunque ripeto, lui sa anche aiutare. Parliamo ogni giorno: sarà pronto per aiutare Yates. Anche perché quando tutti i corridori che hai sono buoni davvero, anche i compagni devono esserlo. Anche i campioni a volte si mettono a disposizione dei compagni, che un giorno dimostreranno sul campo la loro gratitudine.

Dopo il Romandia quali saranno i programmi di Ayuso?

Manterremmo il programma originario, come se non ci fosse stata la tendinite. Intanto vediamo come sta e come reagisce. L’idea è quella di farlo crescere progressivamente.

Quindi anche se dovesse stare bene a maggio, non farà delle corse in più per recuperare un po’?

No, manteniamo il programma fatto questo inverno. Come ho detto, adesso valutiamo come va e poi decidiamo quali gare fare. Si fermerà poi comunque a luglio, per preparare bene la Vuelta.

Ciccone: il miglior avvio di stagione frenato dal Covid

24.04.2023
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Giulio Ciccone ci ha provato. Alla Liegi, sulla Redoute, ha scollinato in quarta posizione, al fianco del compagno Mattias Skjelmose e cercando di rispondere per quanto possibile a Remco Evenepoel. Un altro bel segnale dunque dall’abruzzese, che ha fatto appena in tempo a mettere il Giro d’Italia nel mirino che quel senso di debolezza percepito ieri in corsa si è tradotto nell’ennesima positività al Covid. Così recita il comunicato della Trek-Segafredo.

«Purtroppo dobbiamo comunicare – si legge – che Giulio Ciccone è risultato positivo al Covid-19. Giulio è stato testato questa mattina, 24 aprile, dopo essersi svegliato con sintomi lievi. Ora osserverà un periodo di riposo mentre il nostro staff medico monitorerà le sue condizioni. La partecipazione di Giulio al Giro d’Italia è ora in stand-by, da decidere dopo aver valutato il suo recupero e aver ottenuto un test Covid negativo. Una decisione definitiva verrà presa negli ultimi giorni prima dell’inizio della gara».

Quest’anno Ciccone ha cambiato molto nella sua preparazione e sta mostrando davvero belle cose in questa primavera. Ha ottenuto una vittoria e in più di qualche occasione ha ficcato il naso in mezzo ai grandissimi, cose che sembravano impossibili fino ad un fa. Quest’ultima tegola davvero non ci voleva.

Giulio Ciccone (classe 1994) firma autografi a dei bambini dopo la Liegi
giulio Ciccone (classe 1994) firma autografi a dei bambini dopo la Liegi

Freddo ardennese

Quando è arrivato sul traguardo della Liegi era gonfio dal freddo e dalla fatica. E infatti scherzando diceva: «Sembra che abbia preso delle botte». Dopo una mezz’oretta, il corridore della Trek-Segafredo è sceso dal bus e già sembrava un altro dopo la doccia e dopo essersi scaldato. Il fratello Marco lo attendeva per portarlo all’aeroporto e da lì in Italia.

Mentre firmava autografi, “Cicco” raccontava. «E’ stata veramente una giornata dura. E il freddo, anche se non sembrava, alla fine ha fatto il suo gioco. E poi , più di 250 chilometri… è stata una giornata di quelle vere, toste…

«Sono stato tra i più attenti all’attacco di Evenepoel? Diciamo di sì. Le mie sensazioni non erano male, anzi avevo avevo una buona gamba. Ovvio che il cambio di ritmo di Remco è un qualcosa che va oltre le mie possibilità. Almeno per il momento, quindi ho provato a fare il mio».

Per Giulio anche un’ottima Freccia, quinto. E ancora pronto a marcare i big. Qui, eccolo con Pogacar
Per Giulio anche un’ottima Freccia, quinto. E ancora pronto a marcare i big. Qui, eccolo con Pogacar

A testa alta coi big

Provarci è importante. Anche magari fare un po’ di fuorigiri, ma non partire battuti in partenza del tutto. Un po’ ciò che ha fatto Pidcock. Dopo la sgroppata per inseguire il campione del mondo, Giulio ha rifiatato e di nuovo se l’è giocata con quelli di questo pianeta.

Fare certe azioni è importante per il corridore. Dà fiducia. Scollinare quarti su una Redoute nel testa a testa non è poco. Specialmente di questi tempi, quando c’è sempre almeno uno dei quattro fenomeni di mezzo.


«Penso che abbiamo giocato una buona carta con insieme a Mattias – andava avanti Ciccone – abbiamo provato ad andare il più regolare possibile, poi dietro sono rientrati. Sono rientrati vari gruppetti e da lì sono iniziati un po i giochi:  scattini da fermo, inseguimenti… e, sapete, lì diventa più una questione tattica che di gambe, però io sono comunque soddisfatto della mia condizione… del risultato (13°, ndr) un po’ meno. Guardiamola in prospettiva».

In passato Giulio aveva sempre faticato in primavera, quest’anno invece ha già vinto. Eccolo al Catalunya davanti a Roglic
In passato Giulio aveva sempre faticato in primavera, quest’anno invece ha già vinto. Eccolo al Catalunya davanti a Roglic

Un avvio davvero super

Avanti significa Giro d’Italia, anche se all’indomani della bella Liegi, il condizionale diventa ora d’obbligo. Per anni abbiamo messo di fronte Ciccone alla questione classifica sì, classifica no. Quest’anno l’approccio è stato diverso. Questa volta si tratta di fare il meglio possibile. Poi sarà la strada a dare il suo verdetto.

«E’ dall’inizio dell’anno che ho delle ottime sensazioni – diceva – e sono contento di come sto impostando le gare, di come ci arrivo concentrato. Penso che fino ad ora sia stato uno dei migliori avvii di stagione. Anzi forse il migliore avvio di stagione di sempre. L’obiettivo è quello di tenere questa linea».

Sulla Redoute accanto al compagno Skjelmose. Cicco ha chiuso 13° , il danese 9° ma erano entrambi nel secondo drappello inseguitore
Sulla Redoute accanto al compagno Skjelmose. Cicco ha chiuso 13° , il danese 9° ma erano entrambi nel secondo drappello inseguitore

Dal Belgio all’Abruzzo

Tra Liegi e la “sua” Pescara ci sono di mezzo due settimane, durante le quali si spera che il Covid passi alla svelta e non comprometta il buono costruito fin qui. Un periodo cruciale.

«Non  correvo dal Catalogna – diceva ancora ieri prima di tornare verso casa – mi mancava qualche giornata di gara e qualche fuori giri. Da qui al Giro d’Italia non correrò più, anche perché non manca tantissimo. Ci saranno questi ultimi giorni che saranno di rifinitura… e poi si parte!

«Non ho mai avuto in programma di fare delle ricognizioni. Le strade abruzzesi le conosco tutte e abbiamo deciso di avere l’avvicinamento il più tranquillo possibile. Se tutto va per il verso giusto, sono sicuro che poi qualcosa di buono arriva».

Questo diceva ieri sera, prima di sapere di avere il virus già in corpo. Ciccone lo conosce bene: fu lui il primo corridore a rientrare dopo una positività, in quel Giro d’Italia del 2020 che suscitò più dubbi che entusiasmi. Ora che la storia è tracciata e la letteratura più completa, speriamo che al via da Fossacesia ci sarà anche lui, con gambe pronte per fare male.

Tour of the Alps, gruppo affiatato e dettagli al top

24.04.2023
7 min
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PREDAZZO – Quando si dice Tour of the Alps si dice principalmente una gara in preparazione al Giro d’Italia come dimostra la vittoria di Geoghegan Hart con la sua Ineos, ma si intende anche un format che va oltre l’aspetto prettamente agonistico. I tre territori dell’Euregio (Tirolo, Alto Adige e Trentino) dal 2017 ad oggi hanno caratterizzato il percorso evolutivo di quello che era il vecchio Giro del Trentino.

A dirla tutta, bisogna parlare praticamente di due eventi diversi, nonostante la collocazione nel calendario internazionale sia rimasta la medesima. Per scoprire il dietro le quinte dell’organizzazione della corsa, abbiamo sentito Maurizio Evangelista, general manager del Tour of the Alps (foto in apertura). Davanti a noi ci sono i trampolini dello stadio del salto con gli sci “Giuseppe Dal Ben” di Predazzo che saranno teatro delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina del 2026.

Il Tour of the Alps è riuscito a coinvolgere a fondo i territori dell’Euregio (Tirolo, Alto Adige e Trentino)
Il Tour of the Alps è riuscito a coinvolgere a fondo i territori dell’Euregio (Tirolo, Alto Adige e Trentino)
Maurizio che tipo di gara è il “TotA”?

Abbiamo ereditato il Giro del Trentino che non riusciva più a reggere da solo un certo tipo di standard. Anche se noi siamo un’altra società, riconosciamo la sua storia e non possiamo rinnegarla. Tuttavia il messaggio che ci era arrivato era quello di allestire una corsa di alta qualità. Siamo partiti bene e credo che ad oggi abbiamo alzato l’asticella ogni anno. Questa è la filosofia della nostra manifestazione. Naturalmente portiamo avanti una nostra idea di gara. Cerchiamo di cadenzare la giornata dell’atleta. Abbiamo tappe con chilometraggi non troppo lunghi, facciamo partenze ad orari comodi e di conseguenza arriviamo presto, anche perché siamo in luoghi in cui ad aprile si trova ancora brutto tempo o neve.

Come gestite o scegliete i transiti sulle montagne della corsa?

Se avete fatto caso, se non in rarissimi casi, non facciamo mai passaggi o arrivi in alta quota perché non servono a nulla in questo periodo. Né all’atleta e le squadre, né agli addetti ai lavori e tantomeno a noi. Ci faremmo un clamoroso autogol se volessimo cercare di arrivare su certe cime. Saremmo costretti a rivedere lo svolgimento della tappa ogni giorno e quindi fare il lavoro due volte, considerando la nostra macchina organizzativa. Molta gente sottovaluta che qua attorno esistono delle signore salite a quote più basse che possono rendere spettacolare ugualmente il Tour of the Alps. Non dobbiamo fare la leggenda, noi dobbiamo fare una corsa moderna.

Renon e massiccio dello Sciliar. Le partenze e gli arrivi del TotA hanno sempre scenari suggestivi
Renon e massiccio dello Sciliar. Le partenze e gli arrivi del TotA hanno sempre scenari suggestivi
Cosa intende?

L’evento non è solo una corsa, ma tutta una serie di attività. Ovviamente abbiamo massimo rispetto per corridori e squadre però vogliamo intrattenere e coinvolgere il pubblico nelle nostre sedi di tappa. Musica, radio ufficiale, stand dei nostri sponsor, delle zone che ci ospitano e tanto altro. Abbiamo la predominanza del colore verde che ad ogni edizione è accompagnato da un altro colore. Quest’anno è il blu, l’anno prossimo sarà l’arancione. Sviluppando questo tipo di cose abbiamo generato un volano di interesse tra le amministrazioni locali. Sono loro adesso che cercano noi, come una sorta di passaparola. Per dire, quest’anno è stata Brunico a chiederci di avere una tappa, spingendo forte più per l’arrivo che la partenza. In questi sei anni siamo riusciti a dare una riconoscibilità al Tour of the Alps. Credo che per noi sia un grandissimo risultato.

Il road-book del TotAe parte del materiale turistico che ogni veniva consegnato in ogni tappa
Il road-book del TotA e parte del materiale turistico che ogni veniva consegnato in ogni tappa
Come sono i rapporti con gli enti territoriali?

Sono diventati buoni. In questa corsa inizialmente era prevalentemente solo il Trentino ad avere un certo tipo di tradizione col ciclismo mentre Tirolo e Sud Tirol non erano molto coinvolti. Abbiamo dovuto far percepire a queste altre zone dell’Euregio cosa volevamo portare a casa loro. In questi anni hanno visto il nostro impianto organizzativo, che si basa su tante persone che hanno saputo fare squadra in modo affiatato come noi richiediamo. Ed anche questo piace alle amministrazioni. Ma c’è anche un’altra cosa che mi rende molto contento.

Quale?

La collaborazione tra enti e sponsor. In questi anni abbiamo messo in contatto realtà che prima non si conoscevano fra loro. Il Tour of the Alps ha un certo di tipo di esigenze organizzative e le istituzioni con cui lavoriamo hanno sempre saputo soddisfarle. Noi cerchiamo sempre di partire da zone molto vicine in cui siamo arrivati per facilitare il compito di tutti. Da lì in avanti molte di queste amministrazioni si sono attivate autonomamente per confrontarsi con quelle delle annate precedenti o della stessa edizione per cercare di fare qualcosa in più per noi. I comitati di tappa prendono spunto da altri. Poi loro quasi ogni sera, con altre associazioni locali, organizzano per noi un rinfresco con prodotti del posto, distribuendo anche materiale informativo turistico. Da queste parti ci tengono particolarmente anche se sono posti conosciuti in tutto il mondo. E per noi è più semplice lavorare.

Al TotA ogni comitato di tappa organizza una cena o un rinfresco con prodotti tipici locali (foto Finotto)
Al TotA ogni comitato di tappa organizza una cena o un rinfresco con prodotti tipici locali (foto Finotto)
C’è qualcosa che contraddistingue il vostro gruppo di lavoro?

Innanzitutto va detto che noi muoviamo complessivamente una carovana di circa 600 persone, quindi diventa più facile gestire tutto. Però, viste le nostre dimensioni, direi che cerchiamo di curare i dettagli pur sapendo che difficile mantenere un certo di livello. Altro esempio, in sala stampa cerchiamo di non far mancare nulla a chi segue la corsa. E tra l’altro mi ha fatto molto piacere averla vista piena in questi giorni, soprattutto di testate straniere. Questo è per tornare al discorso che facevo prima. La gara ci interessa, ma ci interessano anche altri aspetti che non possono più prescindere in una manifestazione. Naturalmente sommando il tutto in paesaggi del genere, anche il prodotto televisivo diventa e resta molto interessante.

Sala stampa. Per i giornalisti italiani e stranieri c’è sempre un buonissimo trattamento (foto Tour of the Alps/Sprint)
Sala stampa. Per i giornalisti italiani e stranieri c’è sempre un buonissimo trattamento (foto Tour of the Alps/Sprint)
La reputazione del Tour of the Alps è ormai assodata. Vi manca però non avere al via i cosiddetti fenomeni di questa generazione?

Noi siamo felici e orgogliosi dei vincitori e dei partecipanti alla nostra corsa. Sono tutti corridori che vengono da noi in preparazione al Giro d’Italia o per fare una esperienza di qualità. Anzi facendo finire la gara di venerdì, molti di loro hanno sempre avuto la possibilità di rifinire la condizione per la Liegi-Bastogne-Liegi, per fare l’ennesimo esempio che ci riguarda. Detto questo, è ovvio che mi piacerebbe avere al via Evenepoel o Pogacar. Ho un po’ di anni di ciclismo alle spalle e per me questo è il più bel ciclismo che abbia mai visto. Questi fenonemi se le danno di santa ragione e appena tagliano il traguardo si fanno reciprocamente i complimenti. Questo è lo spirito che piace a me. E poi il Tour of the Alps, con tappe corte ed intense, sarebbe perfetto per il loro modo di interpretare la corsa.

Il TotA si appoggia spesso ad impianti di altri sport. Qui i trampolini di Predazzo in lavorazione per MilanoCortina 2026
Il TotA si appoggia spesso ad impianti di altri sport. Qui i trampolini di Predazzo in lavorazione per MilanoCortina 2026
Appuntamento all’anno prossimo quindi con loro?

Speriamo di sì, anche se sappiamo che i preparatori talvolta nel nostro periodo prevedono ancora i ritiri in altura o altri tipi di programmi. Aspettiamo anche tanti altri campioni che non sono mai stati da noi. In ogni caso per la nostra macchina organizzativa avere due come Evenepoel o Pogacar sarebbe un grande richiamo internazionale ma anche tanto lavoro in più. Dovremmo raddoppiare alcuni spazi o ambienti, come le sale stampe. Ve lo immaginate? Sarebbe bellissimo, e noi siamo pronti per questo tipo di straordinari.

EDITORIALE / Quel duello solo rimandato

24.04.2023
5 min
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Bisogna tornare indietro al 1997 di Michele Bartoli per trovare un vincitore di Liegi che sia succeduto a se stesso e fino al 1987 per rintracciare l’ultimo vincitore in maglia iridata: un altro italiano, Moreno Argentin. Nella domenica di Evenepoel, che da domattina sarà nuovamente in ritiro per il Giro, c’è qualcosa che i belgi giustamente celebrano e che aggiunge il campione del mondo a un club di giganti che in questo scorcio di 2023 hanno reso straordinarie le classiche Monumento. Poco importa che il duello con Pogacar non si sia svolto.

Dalla Sanremo e la Roubaix di Van der Poel, passando per il Fiandre di Pogacar. Per vincere la Liegi, Evenepoel ha avuto bisogno di circa 30 chilometri di azione solitaria iniziata dalla Redoute. Un attacco quasi annunciato. Il belga infatti aveva chiaro che la vera differenza si sarebbe fatta nel tratto che conduceva alla Cote de Forges e così è stato. Chiedere a Pidcock per averne conferma.

L’uscita di scena di Pogacar ha cancellato il duello, ma non sminuisce l’impresa di Evenepoel
L’uscita di scena di Pogacar ha cancellato il duello, ma non sminuisce l’impresa di Evenepoel

Assenti e presenti

Ieri sera e ancora oggi sarà difficile non incappare nei commenti che cercheranno di ridimensionarne la vittoria, sostenendo che l’avversario più forte – Tadej Pogacar – sia rimasto presto fuori dai giochi a causa della caduta che ha causato la frattura dello scafoide e la conseguente operazione.

Sia chiaro: l’obiezione non è priva di fondamento, ma ricorrere agli assenti potrebbe spingere a ridimensionare la vittoria dell’Amstel dello sloveno, parlando dell’assenza di Van der Poel, Van Aert e di Evenepoel. Lo sport vive di duelli, ma anche di fortune e sfortune. E bisogna riconoscere che quanto fatto ieri dal 23 enne della Soudal-Quick Step ha avuto del portentoso, allo stesso modo in cui l’anno scorso riuscì a vincere il mondiale dopo la Vuelta, dimostrando di non avere più paura dell’altitudine. Di una cosa siamo tutti sicuri: quel duello è solo rimandato.

La Cote de Saint Roch si è nuovamente riempita di migliaia di tifosi: il duello ne ha richiamati a frotte
La Cote de Saint Roch si è nuovamente riempita di migliaia di tifosi: il duello ne ha richiamati a frotte

Il riscatto del Wolfpack

Una vittoria, quella di Remco, figlia della sua forza, ma anche della dedizione della squadra che lo ha accompagnato. Dedizione e voglia di dimostrare (forse) di non aver completamente perso la capacità di andare forte. Da Alaphilippe a Van Wilder, passando per Vervaecke, Schmid e Serry, la squadra guidata da Peeters e Lodewyck ha preso in mano la corsa anche quando l’uscita di scena di Pogacar avrebbe potuto rimescolare le carte.

Avevano programmato di muoversi dopo la Redoute e hanno tenuto fede al piano. E forse, sempre che Pogacar non avesse in mente di attaccare da molto prima, avere lo sloveno in corsa ancora avrebbe permesso ai corridori del Wolfpack di avere degli alleati per controllare la corsa fino all’attesa (e sfumata) resa dei conti.

«La gente non lo vede – ha commentato Lefevere dopo la corsa – ma Remco e il team quest’anno sono rimasti a casa a dire tanto per quattro giorni. Ritiri, allenamenti in quota, ricognizione dei percorsi. La loro vita è fatta di queste cose ed è bello vederle ripagate dalla vittoria».

E adesso il Giro

Il focus si sposta ora sul Giro d’Italia, dove gli avversari non saranno Pidcock e Buitrago, ma corridori ben più solidi come Roglic, Thomas, Almeida e Vlasov. Eppure la sensazione è che questo Evenepoel abbia chiaro in testa il ruolino di marcia verso la maglia rosa. La crono di apertura gli sorride, i primi arrivi in salita non gli sono ostili. Bisognerà vedere nel fluire dei giorni se la fortuna e la condizione lo assisteranno ancora: il fieno che saprà mettere in cascina fino alla cronometro di Cesena sarà la dote con cui si presenterà alle grandi montagne.

Lo scorso anno alla Vuelta, prima di incorrere in quella disastrosa caduta, Roglic aveva dato a sensazione di poterlo sovrastare nella terza settimana. Ma come nel caso dell’assenza di Pogacar a Liegi, nessuno è in grado di dire come sarebbe finita la Vuelta del 2022: per la rivincita ci sarà da attendere il via da Fossacesia Marina.

Con Remco sul podio Pidcock e Buitrago (posizioni invertite rispetto all’ordine di arrivo). Al Giro il livello sarà più alto
Con Remco sul podio Pidcock e Buitrago (posizioni invertite rispetto all’ordine di arrivo). Al Giro il livello sarà più alto

Ci aspetta un Giro d’Italia tutto da seguire. Con la certezza che Roglic ci arriverà con una condizione stellare e che Thomas, con Tao Geoghegan Hart al fianco, non sarà da meno. Sarà in qualche modo un altro scontro generazionale. E la storia recente dice che i giovani non hanno alcun timore reverenziale.

Ci saremo ovviamente anche noi di bici.PRO pronti a raccontare la corsa rosa per la quarta volta dalla nostra nascita. E quest’anno agli articoli, ai video, le foto e ai post sui nostri social si aggiungerà una bella novità, di cui vi daremo l’annuncio a ridosso della partenza del Giro. Sarà un modo in più per essere in gruppo accanto a noi.

Green Project: avvicinamento mirato al Giro d’Italia

24.04.2023
4 min
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La Green Project Bardiani CSF Faizanè sarà chiamata ad attaccare al prossimo Giro d’Italia, l’obiettivo è quello di mettersi in mostra. Il ritmo e la competizione si alzano sempre di più e per le formazioni professional diventa più complicato mettersi in mostra.

«L’anno scorso – racconta Roberto Reverberi – lo abbiamo approcciato in un modo e ci sono state rivolte un sacco di critiche, perché non andavamo in fuga nelle tappe di pianura. Ci eravamo ripromessi di non spendere energie per niente nelle tappe pianeggianti, dare tutto nelle frazioni più mosse, dove c’era la possibilità di andare all’arrivo».

Zoccarato è un corridore potente e di fondo. Lo scorso anno al Giro fu sfortunato. E’ chiamato al riscatto
Zoccarato è un corridore potente e di fondo. Lo scorso anno al Giro fu sfortunato. E’ chiamato al riscatto

Le difficoltà del 2022

Nel 2022 i ragazzi di Reverberi si erano ritrovati dimezzati fin dall’inizio, nonostante ciò i risultati non sono mancati. Dobbiamo anche ricordarci che vincere non è così semplice, soprattutto per chi parte con il ruolo di cacciatore di tappe.

«Avevamo perso Zoccarato fin da subito – ricorda il team manager – e lo stesso Fiorelli lo perdemmo presto. Il primo si ritirò alla settima tappa, il secondo, invece addirittura prima, alla quinta. Non è stato facile rimettere le cose a posto. Nonostante ciò siamo riusciti a portare a casa tanti buoni piazzamenti: il secondo posto di Gabburo a Napoli e il quarto a Treviso. Poi Tonelli si è piazzato terzo al Santuario di Castelmonte. Questo per dire che nelle tappe di nostro interesse ci siamo sempre mossi bene.

«Tra l’altro Covili nel finale di Giro è riuscito ad entrare tra i primi 25 nella classifica generale ed a Cogne si è messo in luce con un buon sesto posto».

Luca Covili (classe 1997) proverà a curare la classifica generale al Giro. Una piccola rivoluzione in casa Green Project. e uno stimolo in più
Covili proverà a curare la classifica generale al Giro. Una piccola rivoluzione in casa Green Project. e uno stimolo in più

Più forti nel 2023?

Lo stesso Roberto Reverberi, nel proseguire il suo discorso, ci tiene a dire che, a suo modo di vedere, la squadra è migliorata tanto.

«Quest’anno – continua – abbiamo una squadra più forte rispetto all’anno scorso. Il percorso ci potrebbe anche dare una mano, non ci saranno molti arrivi in volata. Fiorelli, che è il nostro uomo veloce, non è tuttavia un velocista puro. Frazioni più miste e nervose danno una mano a squadre come le nostre. Ormai la tecnologia fornisce dati in tempo reale per tutto e si fa fatica a prendere di sorpresa il gruppo. E’ più semplice mirare a qualche tappa e cercare di massimizzare gli sforzi.

«L’idea è anche quella di provare a fare un po’ di classifica con Covili, cercando di entrare nei quindici, senza troppe pressioni. L’anno scorso in questo periodo non andava così forte, eppure fece un Giro discreto. Ora sta bene, quindi mi aspetto che possa fare qualcosa in più, poi lui è un diesel, migliora chilometro dopo chilometro».

Martin Marcellusi (classe 2000) ha buone opportunità che Reverberi lo porti al Giro. Il laziale è un vero combattente
Martin Marcellusi (classe 2000) ha buone opportunità che Reverberi lo porti al Giro. Il laziale è un vero combattente

Tutti all’attacco

Gli altri corridori in maglia Green Project non dovranno perdere lo spirito battagliero che li ha sempre contraddistinti. E’ vero che bisogna programmare bene gli sforzi, ma allo stesso tempo, quando si decide che bisogna andare in fuga ci devono provare tutti

«I restanti sette – spiega Reverberi – saranno votati all’attacco. Ho guardato in generale le frazioni, ma non sappiamo ancora quali scegliere. Vedremo di volta in volta in base alle caratteristiche dei ragazzi. La cosa certa è che non sarà uno solo a cercare la fuga, ma tre o quattro, è difficile rispondere a dieci, venti attacchi. Nella tappa che ha portato da Diamante a Potenza, ci furono tantissimi tentativi prima di che andasse via la fuga.

«Non dimentichiamoci anche che ci sono i giovani – aggiunge – Magli, che è arrivato sesto al Giro della Città Metropolitana di Reggio Calabria, e Marcellusi. Quest’ultimo potrebbe essere uno dei nomi che vedrete al Giro d’Italia. E’ stato un po’ sfortunato a inizio stagione, perché a Majorca stava bene, ma è caduto e si è rotto la clavicola. Ha ripreso e ha avuto altri problemi, al Giro di Sicilia è andato bene. Marcellusi è uno che combatte bene ed in più è in grado di interpretare la corsa, potrebbe essere molto utile».