La caduta di Tadej, storia di una sfida mai avvenuta

24.04.2023
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«Ho sentito un grande rumore dietro di me, ma non ho visto niente. Non ho capito cosa fosse successo. Non vorresti mai sapere che qualcuno è caduto. Voglio che Tadej sappia che ha tutto il mio supporto. Spero che stia bene. Anche io ho avuto quei momenti, gli mando tutta la mia forza». E se Remco Evenepoel manda a Pogacar tutta la sua forza, Tadej può stare certo che si riprenderà presto.

Liegi 2023, un duello “biblico”… che non c’è stato. Questa è un po’ la storia di questo show mancato. La gara è appena finita e ci rechiamo al bus della UAE Emirates. Si aspetta Pogacar, ma lo sloveno non c’è e non arriverà, perché è già in ospedale. Mauro Gianetti, team manager della squadra degli Emirati, non si tira indietro e ci spiega come è andata. 

Mauro Gianetti (classe 1964), team manager della UAE Emirates, sulla Quai des Ardennes dopo la corsa
Mauro Gianetti (classe 1964), team manager della UAE Emirates, sulla Quai des Ardennes dopo la corsa
Mauro, com’è andata? Cosa sapete di questa caduta?

Sappiamo che c’è stata una dinamica abbastanza brutta. La caduta è avvenuta in un tratto in discesa in cui andavano tra i 60 e i 70 all’ora. Un corridore davanti a Tadej, Honoré, è finito in una buca e gli sono letteralmente esplose le due ruote (fonti vicini ad Honoré dicono una ruota sola, ma non cambia poi molto, ndr). Allo stesso tempo gli sono usciti i copertoni dai cerchi e questa “esplosione” ha causato la caduta appunto.


Impossibile quindi da controllare…

Alla ruota di Honorè c’era il nostro Laengen che ha fatto in tempo a frenare e ad evitarlo. Mentre Pogacar che gli era dietro, non ci è riuscito. Ha centrato Honorè in pieno ed è caduto anche lui. 

E come sta adesso?

Oltre ad essersi pelato un po’ a destra e a sinistra, ma dappertutto direi, ha battuto forte la mano. Impatto che ha causato frattura multipla allo scafoide della mano sinistra. Lo stanno già operando.


In pratica dal bordo della strada all’ospedale. Come avete fatto?

Tadej è andato direttamente in un ospedale della zona. Ce lo ha portato il nostro medico di squadra con una delle nostre auto. Si è trattato di un’operazione eseguita da uno specialista della mano. 

Vink, che ha sostituito all’ultimo Ulissi, in testa a tirare. Come sempre UAE Emirates compatta per Tadej fino al fattaccio
Vink, che ha sostituito all’ultimo Ulissi, in testa a tirare. Come sempre UAE Emirates compatta per Tadej fino al fattaccio
E come lo avete trovato così in “presa diretta” un chirurgo specializzato?

Noi lavoriamo con l’università di Cape Town, Sud Africa, e abbiamo una connessione molto vasta a livello mondiale riguardo ai medici specialistici. Pertanto con un paio di chiamate siamo subito riusciti a capire dove ci fosse un bravo specialista della mano in zona. Lo abbiamo trovato e ora è all’ospedale di Genk.

Come era il morale di Poagacar?

Insomma… Lui voleva correre per vincere. Ha capito – e lo dice anche Andrea Agostini che è al fianco di Gianetti – che sono cose che possono succedere e non può far altro che accettarle. Ma da domani, sono sicuro, che Tadej ricaricherà le batterie.


Per quel che può contare adesso: quali erano i vostri piani tattici?

Essere davanti e muoversi quando si fosse mosso Evenepoel, immaginiamo dalla Redoute in avanti, come poi è successo.

Questa pioggia sa quasi di beffa doppia. Avrebbe avvantaggiato Pogacar, che guida bene e non aveva l’imminenza del Giro d’Italia come obiettivo…

Sicuramente sarebbero arrivati loro due. Poi se c’erano più probabilità di vittoria per Tadej, forse sì… non lo so. Sta di fatto che Remco è arrivato da solo e quindi onore a lui. Onore a chi ha vinto. Le gare sono fatte anche di questi episodi.

Partito come sempre tranquillo, Pogacar parlava con De La Cruz nelle fasi iniziali. E’ caduto al chilometro 84,5 di gara
Partito come sempre tranquillo, Pogacar parlava con De La Cruz nelle fasi iniziali. E’ caduto al chilometro 84,5 di gara

Intervento okay

In serata, qualche ora dopo aver parlato con Gianetti è arrivato un breve comunicato della UAE Emirates che diceva, testuali parole: «L’intervento allo scafoide di Tadej è andato a buon fine. Domani tornerà a casa per il recupero e la riabilitazione».

Adesso c’è da vedere quanto durerà questa riabilitazione. Si parla di 5-6 settimane di stop. Ma vista la rapidità con cui lo staff UAE Emirates lo ha fatto operare, siamo pronti a scommettere che fra qualche giorno Tadej sarà già almeno sui rulli con qualche tutore speciale.

Guardando il bicchiere mezzo pieno, se proprio doveva succedere meglio oggi che in altri momenti. Pogacar avrebbe comunque osservato un periodo di stacco. A maggio non c’erano corse nel suo calendario. Magari non prenderà il via al Giro di Slovenia di giugno o forse ci sarà non al top, ma su carta ha tutto il tempo per recuperare. Soprattutto in vista del Tour de France.

La parte vuota del bicchiere è invece l’urlo strozzato per il mancato duello. Questa caduta ha davvero smorzato gli entusiasmi di molti. Persino in sala stampa regnava una certa tristezza per il “match mai nato”.

Per la cronaca. Neppure Mikkel Frolich Honoré sta benissimo. Per il danese, incolpevole chiaramente, si parla di una fortissima botta alla testa, ma per fortuna nessuna frattura.

Il Belgio lo aspettava. Evenepoel bis alla Doyenne

23.04.2023
6 min
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Probabilmente se non fosse piovuto si sarebbe presentato a Liegi con tre minuti di vantaggio. Ancora una volta Remco Evenepoel ha fatto uno show dei suoi. Il Belgio lo aspettava. I tifosi sull’arrivo quando è scattato sulla Redoute hanno lanciato un boato. E urlato il suo nome.

Una festa sì, ma il duello tanto atteso della Liegi-Bastogne-Liegi non c’è stato. La caduta di Tadej Pogacar ha compromesso questa domenica di sport. Un duello che quasi era già epico, anche se ancora doveva disputarsi per la prima volta di fatto. Davvero un peccato che non ci sia stato.

Remco Evenepoel conquista la sua seconda Liegi consecutiva
Remco Evenepoel conquista la sua seconda Liegi consecutiva

Superiorità netta

Ma come cantavano anche i Queen “The show must go on”, lo spettacolo deve andare avanti. E così ancora di più la Soudal-Quick Step ha preso in mano la gara. 

Che il campione del mondo stesse bene lo si vedeva a occhio nudo. Pedalava a bocca chiusa quando gli altri ce l’avevano spalancata. Guardava il panorama quando gli altri impugnavano stretto il manubrio e guardano fissi la ruota davanti. Guadagnava terreno quando chi gli stava a ruota Tom Pidcock si staccava perché era in pieno fuorigiri. 

«Remco – ha detto il corridore della Ineos Grenadiers – è stato incredibilmente forte oggi. Non c’era davvero niente da fare. Io ho capito subito che non potevo seguirlo, ma corro per provare a vincere e l’ho seguito lo stesso».

Remco sta bene, mette alla frusta i suoi e l’atteso attacco sulla Redoute non può non arrivare. Tanto più che ha già “consumato” i suoi: per forza deve attaccare. E infatti…

Dopo essere rimasto da solo Evenepoel è stato attentissimo nella guida. In discesa e in curva non ha mai rischiato troppo
Dopo essere rimasto da solo Evenepoel è stato attentissimo nella guida. In discesa e in curva non ha mai rischiato troppo

Sulle uova…

E qui si apre un capitolo interessante. Evenepoel è in fuga, ma non rischia nulla. Anche in settimana vi avevamo detto che non avrebbe osato troppo per tutelare il suo Giro d’Italia. E’ un obiettivo troppo grande quello rosa. E ci lavora da tempo.

E così per radio gli dicono ogni cosa. Pidcock già è un fenomeno di suo in discesa e gli rientra con facilità dopo la Redoute. Remco fa tutto con calma e lucidità. Guida come se stesse pedalando sulle uova.

E lo si vede alla prima curva dopo essere rimasto solo. L’iridato si tira su. Si allarga, stringe, poi si riallarga. Una traiettoria da manuale delle giovani marmotte. Pidcock, ma anche gli altri, invece entrano diretti “a cannone”. Solo su quella curva l’iridato avrà perso 5”. Capito perché è idea comune che sarebbe arrivato a Liegi con tre minuti senza pioggia?

Altri dettagli del suo grande margine. In un tratto stretto e veloce in discesa fa allontanare la moto, non vuole il minimo intralcio sulle traiettorie, neanche da dietro. Evita con costanza le linee bianche della segnaletica orizzontale. Troppo scivolose. E in discesa prende sempre il manubrio nella curva e mai sulle leve. Sembra un esordiente, non il campione del mondo tanto è palese il “compitino” che sta sbrigando (nel senso buono s’intende!).

Un grande calore per Remco. Non è ancora ai livelli di Van Aert, ma la sua popolarità è in netta crescita
Un grande calore per Remco. Non è ancora ai livelli di Van Aert, ma la sua popolarità è in netta crescita

Qualche difficoltà?

A noi da fuori è sembrato tutto facile, ma sentendo è Evenepoel stesso è stato più complicato di quanto potesse sembrare. 

«La vittoria di quest’anno – ha detto il belga nel dopogara – è ancora più bella perché sono orgoglioso di aver vinto con questa bellissima maglia sulle spalle. E speciale. Come ho detto più volte, volevo questa vittoria per avere la foto per la mia camera da letto. Ora ce l’ho!

«E’ vero non ho rischiato troppo. Quando ho sentito che avevo un minuto di vantaggio ho pensato più a spingere sulle salite, che non in altri punti. La strada era scivolosa. Per esempio, quando ho attaccato sulla Redoute, la ruota posteriore slittava».

Senza Pogacar

L’assenza di Pogacar è l’altro punto chiave della Liegi. Come sarebbero stati i piani con Tadej in corsa? In qualche modo, essendo meno veloce in volata, quello costretto ad attaccare era Remco stesso. Tanto più che il suo ritmo gara non era dei migliori visto che veniva dal Teide. E non a caso ieri in Soudal-Quick Step hanno svolto dei lavori di attivazione, come ci aveva detto Bagioli, toccando anche la soglia. E Remco aveva addirittura fatto dietro motore.

«I piani? Dovevo attaccare dalla Redoute in poi – spiega – sapevo di dover spingere al massimo lì per staccare tutti. Abbiamo mantenuto questo programma. Ma è stato meno facile del previsto perché comunque la Jumbo-Visma ci ha attaccato. Noi però siamo rimasti calmi e abbiamo fatto la nostra corsa».

Il resto del podio è andato a Pidcock che in volata ha avuto la meglio su Buitrago e Healy
Il resto del podio è andato a Pidcock che in volata ha avuto la meglio su Buitrago e Healy

Il graffio di Lefevere

Sornione, Patrick Lefevere, team manager della Soudal-Quick Step, arriva ciondolante sull’arrivo. Passa tra folla e giornalisti. Evenepoel deve ancora arrivare e lui raccoglie i complimenti della gente. Nonostante Van der Poel, nonostante Van Aert, alla fine la sua squadra – quassù un vero totem per certe gare – non torna a casa a mani vuote.

«Ora diranno che ha vinto perché Pogacar è caduto – ha detto sibillino ai microfoni di Sporza – ma già lo scorso anno avevamo vinto allo stesso modo. E anche lo scorso anno avevamo avuto una primavera difficile. Ma siamo ancora qui».

Il belga ha rivolto un pensiero a Pogacar: «E’ dura. Ci sono passato. Spero stia bene»
Il belga ha rivolto un pensiero a Pogacar: «E’ dura. Ci sono passato. Spero stia bene»

Ora il Giro

E adesso davvero sotto con il Giro d’Italia. Se prima Evenepoel aveva una pressione pari a dieci, ora è diventata pari a cento. L’operazione Giro doveva partire già questo martedì con un sopralluogo sul Lussari, ma le recenti nevicate hanno mescolato un po’ le carte. In ogni caso questa sera è il momento di fare festa.

«Come festeggio? L’anno scorso – ha detto alla tv Belga Evenepoel – ho potuto festeggiare a lungo questa vittoria, non avevo altri obiettivi imminenti. Quest’anno avrò meno tempo. Però ho un accordo con la nutrizionista della squadra. Se vincevo potevo mangiare le patatine fritte. Lei ha detto di sì e quindi stasera saranno patatine fritte!».

Ancora Vollering, ma la “Longo” torna a farci sognare

23.04.2023
5 min
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Quando tutto sembrava perduto ecco violentissima l’azione della Trek-Segafredo. Un’azione che a quanto pare non è stata del tutto una sorpresa per il team di Elisa Longo Borghini. È stato grazie a questo forcing se la Liegi-Bastogne-Liegi Femme si è riaperta. È vero, alla fine ha vinto sempre un’atleta della SD Worx. Anzi non un’atleta, ma l’atleta: Demi Vollering.

Liegi Femmes partita alle 8,35 da Bastogne. «Difficile per noi e anche per lo staff. Alcuni dei nostri si sono svegliati alle 4»
Liegi Femmes partita alle 8,35 da Bastogne. «Difficile per noi e anche per lo staff. Alcuni dei nostri si sono svegliati alle 4», ha detto Longo Borghini

Fiato sospeso

Il rettilineo finale di Liegi sembra fermarsi. Da lontano, alle spalle dell’arrivo, si vedono spuntare dalla semicurva Elisa Longo Borghini e Demi Vollering. Vanno pianissimo, si controllano. Poi ecco che parte lo sprint. Le spalle delle due atlete si sfiorano. I caschi si abbassano. È un lungo testa a testa. Secondi che sembrano interminabili.

La prospettiva frontale inganna e non si capisce chi sia davanti. Però è Demi Vollering stessa a risolvere i dubbi. Prima si pone davanti ad Elisa e poi alza le braccia al cielo. «Oggi ho perso in volata – ha detto immediatamente dopo l’arrivo Elisa Longo Borghini – ma voglio batterla».

Come a Huy, qualche metro dopo la linea, Demi si mette le mani sul volto. Ha realizzato una tripletta magnifica sulle Ardenne e soprattutto ha mostrato una superiorità netta. E’ in totale controllo di tutto in questo momento.

«Sono felice. Abbiamo una super squadra. Devo ringraziare Marlene (Reusser, ndr). Io sto bene, sono sempre tranquilla. Questa notte ho riposato bene e sapevo che potevo essere veloce anche nel finale».

Momento cruciale della gara. Nel falsopiano prima della planata su Liegi Vollering rintuzza da dietro e scappa via con Longo Borghini
Momento cruciale della gara. Nel falsopiano prima della planata su Liegi Vollering rintuzza da dietro e scappa via con Longo Borghini

La fatica giusta

Più che le parole a colpirci è la grinta con la quale Elisa ha detto quella frase: “La batterò”. Solo pochi giorni fa l’avevamo lasciata sul Muro d’Huy contenta a metà. «Non riesco a far fatica ci aveva detto. Dopo il Covid mi manca ancora qualcosa».

Eppure Elisa non ci era sembrata sfinita. Sembrava che la fatica fatta alla Freccia Vallone fosse costruttiva, che potesse portare dei benefici. E così è stato.

«Sì, dopo la Freccia ho detto che stavo ancora lottando con il mio recupero post Covid. Ci sono giorni in cui mi sento meglio di altri. Oggi mi sono sentita davvero bene. Ma ho ancora degli alti e bassi e non so come mi sveglierò domani. Oggi però sono felice».

Podio di squadra

«Il team – va avanti Elisa – ha svolto un ottimo lavoro con Amanda Spratt in fuga. Lei doveva attaccare da lontano. Lizzie Deignan ci posiziona sempre molto bene e anche Ina Teutenberg ci ha spiegato la corsa in modo preciso. Poi ancora Amanda e Shirin Van Anrooij mi hanno aiutato a prendere un po’ di margine prima della Roche aux Faucons. Ho preferito fare così perché io non ho ancora il cambio di ritmo necessario. In questo modo l’ho potuta prendere un po’ più di passo».

Tutto secondo i programmi dunque, almeno fino allo sprint. Una volata a due è sempre particolare ed è facile poi ripensarci su.

«Forse l’ho interpretata un po’ male – spiega Longo Borghini – forse dovevo metterle più pressione nel finale, ma poi sapete quando sei lì, dopo tanti mesi che non vinci, dopo che la squadra ha lavorato tanto vorresti restituire il favore, almeno con un podio», come a dire che doveva collaborare meno.

«Riguardo allo sprint, ho cercato di arrivare fino ai 150 metri. Sapevo che il vento veniva da destra e volevo stare nel lato coperto del vento, ma poi lei è più veloce».

La fuga di giornata. Spratt (prima) e Reusser (terza) le pedine fondamentali nell’economia della corsa
La fuga di giornata. Spratt (prima) e Reusser (terza) le pedine fondamentali nell’economia della corsa

Super Trek, rischio Sd Worx

Dicevamo di una grande azione della Trek-Segafredo. Un’azione potente. Violenta. Decisiva. A 32 chilometri dall’arrivo Marlen Reusser aveva 1’40” di vantaggio. Un abisso. La corsa sembrava chiusa. Merito della Trek-Segafredo dunque se si è riaperta, ma c’è stato forse anche un errore tattico della SD Worx.

«Noi non abbiamo mai avuto la sensazione che la corsa fosse in pericolo – ha detto Gaia Realini – abbiamo sempre controllato. Sapevamo che tutto si sarebbe deciso sull’ultima salita. E prima di quella abbiamo tirato tantissimo. Oggi eravamo tutte per Elisa».

Ma la stessa Longo Borghini ha detto che dietro non si sarebbero mosse finché davanti ci fosse stata la loro compagna Amanda Spratt. E sulla Redoute abbiamo pensato che forse Reusser avesse sbagliato ad affondare il colpo in quel modo. In quel momento il vantaggio era sul filo del minuto.

Se fosse scappata con la sola Spratt, l’unica che per tre quarti di scalata aveva retto il suo passo, di certo Sd Worx e Trek-Segafredo, appunto le squadre più forti, non si sarebbero mosse.

Non solo, Reussuer era palesemente più forte di Spratt, poteva staccarla più avanti e approfittare poi delle sue doti di cronoman. A quel punto anche un movimento della Trek-Segafredo sarebbe stato tardivo.

Con i se e con i ma, non si va da nessuna parte: è vero. Ma questa tattica ha rischiato fortemente di essere un boomerang per il team olandese. Poi okay, c’è Vollering che ha sistemato tutto e bene così per loro. E per noi… che ci godiamo il podio di Elisa.

Nel giorno della Liegi, Valverde fa sfracelli nel gravel

23.04.2023
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Alle 8,30 del mattino, mentre i corridori della Liegi erano ancora a due ore dal via, Alejandro Valverde scattava tra i primi de La Indomable di Berja, provincia di Almeria, prima prova del circuito Trek Uci Gravel World Series. In lontananza la cima ancora innevata di Sierra Nevada e nei boschi un dedalo di sterrati. Tre ore e mezza dopo, il murciano ha vinto per distacco. Un minuto e mezzo il vantaggio al settimo chilometro. Tre e mezzo a metà salita. Quasi dodici sulla cima. Cinque al traguardo, dove è parso stanco e impolverato, ma non certo sfinito.

«Sono stato per tutto il giorno senza riferimenti – racconta – sapevo solo di dover guadagnare il più possibile in salita. Sono andato via dopo due chilometri e mezzo, ma la verità è che il percorso si è rivelato molto esigente. Mi sono divertito, ma ho anche sofferto, è stato un giorno molto duro, terribilmente duro. La discesa è stata impegnativa, sono andato a tutta. Diverso dal farla alla Strade Bianche, perché c’erano sezioni molto complicate. In effetti nell’ultimo tratto, che ieri avevo visto bene, per non correre rischi, sono sceso di bici e sono andato a piedi».

All’arrivo, Valverde è parso stanco ma non sfinito. Domani compirà 43 anni: è stato pro’ dal 2002 al 2022
All’arrivo, Valverde è parso stanco ma non sfinito. Domani compirà 43 anni

Vigilia della Liegi

E’ stato strano vivere la vigilia della Doyenne, che lo spagnolo ha vinto per quattro volte, a più di duemila chilometri dal Belgio. E strano è stato soprattutto rendersi conto che Alejandro avrebbe ancora le gambe e di certo la testa per schierarsi al via e infastidire Pogacar ed Evenepoel. Del resto lo scorso anno, con 42 anni ancora da compiere, arrivò secondo alla Freccia Vallone e settimo alla Liegi. Non si stenta a credere che sarebbe stato nuovamente il migliore del Movistar Team.

«Il gravel mi piace – racconta dopo essersi cambiato – perché significa fare qualcosa di diverso. Diverso dalla strada, soprattutto per la voglia di divertirsi. E’ chiaro che per me la salita è un punto di forza, mentre in discesa voglio solo limitare i rischi. Quando me l’hanno proposto mi è piaciuto il fatto di avere intorno una squadra, un gruppo che appartenesse al mondo Movistar. Sono contento, è una disciplina che crescerà molto».

Le gambe sono ancora quelle dei tempi migliori: Valverde si allena tutti i giorni
Le gambe sono ancora quelle dei tempi migliori: Valverde si allena tutti i giorni

Mancanza delle gare

Nel villaggio di partenza, nel pomeriggio di ieri, non sono mancate le facce note. “Dani” Moreno con l’inseparabile Losada. Il mallorquino Horrach, come pure Pujol, Vaitkus e Luis Mate. Poi quando è arrivato Valverde, è come se al giornata avesse preso un senso per i presenti, che si sono messi rispettosamente intorno, per fare una foto e un autografo. Non capita tutte le domeniche di avere accanto un campione del mondo con un simile palmares.

«Ho cominciato ad allenarmi in gravel da quattro settimane – spiegava Valverde – ma non tutti i giorni. Ho fatto la pratica più vera alla Strade Bianche, ma sono certo che in gara non troverò grossi punti di contatto. Mi alleno molto di più con la bici da strada, anche se questo un po’ mi penalizza per la tecnica. Ho cercato di stare vicino con le misure del telaio, anche se non si può copiarle del tutto, altrimenti non guidi la bici.

«E’ stato un po’ strano arrivare all’inizio della stagione senza poter correre. Mi sento strano. Mi sto allenando come prima, tutto quello di cui avevo bisogno era la competizione. Questa del gravel per certi versi lo è, ma soprattutto è divertimento. Ci sono stati colleghi che hanno smesso e non hanno più toccato la bici per 4-5 anni, a me questo non è successo. Può capitare il giorno che non ho voglia e non esco, ma se vuoi la verità, è successo una sola volta…».

Valverde ha lasciato la compagnia dopo due chilometri e mezzo: sapeva di doversi avvantaggiare in salita
Valverde ha lasciato la compagnia dopo due chilometri e mezzo: sapeva di doversi avvantaggiare in salita
E adesso di corsa a vedere la Liegi. Stai seguendo le corse?

Le vedo tutte. Ci sono quattro o cinque corridori che stanno battendo tutti i record, è una nuova generazione e io mi sto godendo lo spettacolo come gli altri spettatori.

L’altro giorno il tempo di scalata sul Muro d’Huy non è stato inferiore al tuo…

Ogni anno è diverso, ogni gara ha la sua storia. Nella Freccia Vallone devi essere al cento per cento in quel giorno. Tutti sapevano benissimo che ero molto adatto per quel tipo di traguardo. Alcune volte siamo saliti allo stesso modo, altre anche più velocemente, ma ogni volta fa storia a sé.

Il gravel non ha strategie oppure l’esperienza della strada ti torna utile?

La sola strategia è andare a tutto gas per due ore e mezza della tua vita. Devi avere testa, ma soprattutto nel mio caso, se voglio stare davanti, devo fare la differenza in salita e poi scendere un po’ più tranquillo, sperando che non tornino sotto. Oggi ho fatto così ed è andata bene.

Cosa pensi di Pogacar ed Evenepoel?

Credo che nei prossimi anni Remco sarà un avversario molto difficile per Pogacar. Credo siano corridori molto simili. Quando meno te lo aspetti, partono a 80-100 chilometri dall’arrivo. Non saprei dire le vere differenze. Forse Pogacar resta più forte nei grandi Giri. Anche Remco potrà vincerne altri, ma ho la sensazione che sia destinato a soffrire di più sulle grandi salite.

Ti piacerebbe essere ancora lì con loro?

Certo che mi piacerebbe, ma ho capito di aver fatto il mio tempo…

Com’è il tuo livello adesso?

Non è un livello come quando gareggiavo, ma neanche tanto male, mi sento bene. Noto che senza lo stress delle corse ripetute, certi giorni ho numeri migliori di prima. Poi certo, correre è un’altra cosa. Mi piace la vita che faccio adesso, semplicemente mi sono reso conto che era arrivato il mio momento.

L’ultima domenica di aprile è la “domenica Valverde”. Nel giorno in cui per quattro volte ha festeggiato a Liegi (l’ultima nel 2017, con le dita al cielo ricordando Scarponi, morto il giorno prima: ieri il sesto anniversario), El Imbatido ha dominato la sua prima gara di gravel ufficiale. L’obiettivo del mondiale di ottobre è tutto fuorché campato in aria. Scambiando messaggi con Pozzato prima dell’arrivo, il vicentino ha detto che presto lo chiamerà per invitarlo, perché uno così darebbe lustro a qualsiasi manifestazione. La giornata volge al termine. Gli arrivi si succedono. Valverde sorride, firma autografi e posa per foto. Così, semplicemente. Per quella grazia innata che lo ha reso uno dei più grandi di sempre.

Una “buona” fatica. Il diario di Buratti al Tour of the Alps

23.04.2023
6 min
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PREDAZZO – Il ghiaccio lo aveva rotto alla Freccia del Brabante, ma Nicolò Buratti, malgrado la gran fatica, è ben felice di aver capito al Tour of the Alps ciò che lo attende tra i pro’. E’ quello che ha sempre voluto e adesso non fa certo il difficile se gli ultimi giorni sono tosti.

Alla corsa dell’Euregio abbiamo seguito un po’ più da vicino il 21enne della Bahrain-Victorius, formazione che era partita con l’obiettivo della vittoria finale e che ha chiuso sul podio grazie al terzo posto di Jack Haig. Ne abbiamo ricavato una sorta di suo diario giornaliero di tappa in tappa. Un momento in cui esprimere le proprie sensazioni che il friulano di Corno di Rosazzo ha accettato di buon grado, riuscendolo a gestire altrettanto bene. Parlare a caldo quando l’acido lattico ti sta mordendo ovunque non è la circostanza preferita di un corridore, ma Nicolò non ci ha mai negato un sorriso.

Nonostante la fatica, Buratti giudica molto buona e formativa l’esperienza al Tour of the Alps
Nonostante la fatica, Buratti giudica molto buona e formativa l’esperienza al Tour of the Alps

Prima tappa

La frazione inaugurale del Tour of the Alps prevede 2.470 metri di dislivello in meno di 130 chilometri di corsa. L’arrivo austriaco di Alpbach non appare troppo duro, a parte un tratto in doppia cifra di pendenza.

«C’è poco da dire – esordisce Buratti – qui si fa fatica. E’ stata una tappa corta e piuttosto esplosiva. Il ritmo è stato elevato in generale. Sono arrivato abbastanza stanco però ho cercato di aiutare la squadra nel miglior modo possibile in base alle mie capacità. Prima dell’ultima salita, che era bella dura (Kerschbaumer Sattel, 5,2 km al 10%, ndr) mi sono staccato e sono arrivato al traguardo cercando di recuperare».

Seconda tappa

La tappa numero due del “TotA” ha 400 metri e 35 chilometri in più rispetto al giorno prima. Sul traguardo della Ritten Arena a Renon vince ancora Geoghegan Hart (stavolta in uno sprint ristretto) ma la Bahrain-Victorius piazza Haig e Buitrago sul podio parziale. Inoltre il colombiano prende la maglia azzurra di miglior scalatore.

«E’ stata una giornata altrettanto dura come ieri – spiega Nicolò mentre si disseta con una aranciata – la tappa è stata più controllata, anche se il ritmo è comunque stato alto. Personalmente sono più contento perché sono riuscito ad aiutare molto di più la squadra. Il mio lavoro l’ho svolto. Anche oggi, sulla salita che portava a Renon, sono venuto su tranquillo».

Il compito di Buratti (in terza posizione) al TotA è stato di quello di lavorare per la squadra fino alle ultime salite
Il compito di Buratti (in terza posizione) al TotA è stato di quello di lavorare per la squadra fino alle ultime salite

«La squadra che c’è qua – aggiunge – in pratica è quella che andrà al Giro d’Italia, quindi i compagni sono in rampa di lancio. In ogni caso dal Brabante ad oggi è stato un percorso piuttosto positivo per me. La classica belga è stata corsa in maniera più simile alle gare U23 e devo essere sincero che non mi sono trovato troppo fuori luogo. Qui invece al Tour of the Alps è dura. C’è tanta salita, sono tutti scalatori e tutti in condizione pre-Giro. Insomma, si fatica e basta (sorride mentre ci saluta, ndr)».

Terza tappa

Il Tour of the Alps entra nel vivo con una frazione di non semplice lettura. Si scende dall’altopiano di Renon e si viaggia sulle fondovalli che portano sotto Trento. Praticamente tutta pianura tranne i due GPM di giornata. Dieci chilometri verso il Lago di Cei (a circa due terzi della tappa) e poi gli ultimi quindici abbondanti di ascesa (al 7,5 per cento) che portano a San Valentino di Brentonico.

«E’ stata una tappa dura come ci avevano anticipato – ci dice Buratti mentre i massaggiatori si preoccupano di coprirlo dall’aria fredda – le gambe stanno iniziando a bollire, a perdersi un po’ per strada. Anche se affaticato, tuttavia sono riuscito a finire abbastanza bene. Adesso vediamo come recupererò stasera. Domani si arriva a Predazzo e quella sarà veramente la tappa più dura di tutte. In ogni caso per me è sempre più un banco di prova importante. Per me sono le prime esperienze con i pro’, quindi è utile per fare gamba. Prendo quello che viene senza problemi».

Alla partenza della quarta di tappa da Rovereto, Buratti era sereno sapendo cosa lo aspettava
Alla partenza della quarta di tappa da Rovereto, Buratti era sereno sapendo cosa lo aspettava

Quarta tappa

Ha ragione Buratti, quella che parte da Rovereto è la tappa più incline al format della corsa. Un continuo su e giù per le vallate trentine per un totale di 3.600 metri di dislivello spalmati su poco più di 150 chilometri. Nel frattempo il meteo è diventato più inclemente e alla partenza scappa qualche goccione d’acqua. La pioggia accompagnerà i corridori fino a Predazzo. Nicolò lo intercettiamo tra il suo bus e il podio-firma. Non si aspetta nulla di particolare, sforzi a parte, ma l’umore appare buono. La sua tappa durerà poco più della metà.

«La fatica si è fatta sentire – ci racconta nel tardo pomeriggio – soprattutto con la partenza subito in salita (quasi sedici chilometri verso Passo Sommo, sopra Folgaria, ndr). Non è stata la mia miglior giornata e di conseguenza ho pagato un po’ più del dovuto. E’ vero, ho concluso in anticipo il mio Tour of the Alps però rientra tutto in quello che può considerarsi bagaglio di esperienza.

«Era la mia seconda gara con i pro’, una gara di una certa caratura tra l’altro, visti i partecipanti. Ho accusato un po’ il ritmo alto di andatura del gruppo. Tuttavia penso che queste mazzate facciano bene per crescere e capire il livello».

Dopo un periodo di recupero, Buratti potrebbe tornare in gara al Giro di Ungheria dal 10 al 14 maggio
Dopo un periodo di recupero, Buratti potrebbe tornare in gara al Giro di Ungheria dal 10 al 14 maggio

«Adesso farò qualche giorno di recupero – chiude Buratti – Devo ricaricare le batterie al meglio, poi tornerò ad allenarmi per i prossimi appuntamenti. Forse potrei correre il Giro di Ungheria però vedremo. So che devo continuare a migliorarmi per arrivare al livello dei grandi che si giocano le corse. E’ stata un’ottima esperienza, soprattutto perché alla fine ho fatto una settimana con la squadra. Sono molto contento perché mi ha consentito di conoscere meglio l’ambiente e capire come si muove una squadra World Tour durante una corsa a tappe. Prendo con piacere il lato positivo di questi giorni di fatica».

Anastopoulos, il gruppo e Remco: i giorni del Teide…

23.04.2023
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Tra poche ore scatta la Liegi-Bastogne-Liegi. Remco Evenepoel è arrivato in Belgio giusto in tempo la ricognizione del venerdì. Ma forse stavolta correrà la Doyenne con un pensiero in più: il Giro d’Italia, come del resto ci ha detto anche Cattaneo pochi giorni fa. Il campione del mondo ha concluso il suo lungo ritiro sul Teide. Con lui c’erano molti (alcuni) dei ragazzi che lo seguiranno nella rincorsa alla maglia rosa e il coach Vasilis Anastopoulos.

Il preparatore greco segue in prima persona i ragazzi del team. Ed è anche un buon “amuleto” se così possiamo dire. Visto che non è la prima volta che Remco scende dall’altura quando c’è lui e poi vince.

Ad Anastopoulos abbiamo chiesto come sono andati i lavori in mezzo all’Oceano Atlantico. E lo abbiamo fatto partendo dal gruppo. Un gruppo che sembra davvero divertirsi. Remco che getta l’acqua addosso a Masnada mentre scherza su un gioco per bambini ad un parco giochi. Le foto che scherzano sulle posizioni a crono, quelle dei ragazzi durante la “sosta Coca Cola”. E chiaramente allenamenti molto intensi, come i 220 chilometri e oltre 3.500 metri di dislivello di qualche giorno fa.

Arrivato nella notte in Belgio, Evenepoel venerdì mattina ha fatto la ricognizione coi compagni nel finale della Liegi
Arrivato nella notte in Belgio, Evenepoel venerdì mattina ha fatto la ricognizione coi compagni nel finale della Liegi
La prima cosa che ci ha colpito è che si è visto davvero un gruppo affiatato. Tante battute sui social… Cosa significa per un allenatore? E per una squadra…

È un bel gruppo di corridori. L’atmosfera a tavola è molto buona e rilassata, quindi è un piacere lavorare con questi ragazzi. Rende il mio lavoro molto più semplice, poiché completano il piano di allenamento quotidiano senza problemi e soprattutto vedo che sono felici di farlo! Significa molto per una squadra avere un gruppo i cui componenti hanno un rapporto buono e rilassato tra loro perché aiuta a lavorare come una macchina ben oliata!

Soudal-Quick Step è sempre stata una squadra per le classiche, ma dall’ultima Vuelta (e con Remco) qualcosa è cambiato. Rispetto ad una UAE Emirates e a una Jumbo-Visma, ti manca ancora qualcosa in termini di uomini per aiutare il leader? Anche l’esperienza conta…

Penso che abbiamo dimostrato l’anno scorso alla Vuelta, dove abbiamo corso metà gara con sei corridori, Serry si è dovuto fermare alla tappa 9 a causa del Covid e Julian (Alaphilippe, ndr) alla tappa 11 a causa della sua caduta, che abbiamo una squadra forte per aiutare i nostri capitani. Certo, abbiamo bisogno di qualche aggiunta al nostro team per i grandi Giri, ma sono sicuro che è qualcosa su cui Patrick Lefevre sta già lavorando.

Quanto tempo siete stati in quota? E perché così tanto?

Siamo rimasti all’altitudine del Teide per tre settimane, poiché ci sono forti prove scientifiche che questa quantità di tempo è necessaria per vedere i benefici nelle prestazioni. Lo abbiamo fatto anche in passato e abbiamo visto che questo periodo funziona perfettamente per la maggior parte dei nostri corridori per ottenere il profitto più fisiologico da un campo.

Remco ha corso poco e oggi va fortissimo: come si fa a superare il “problema” del passo gara? Soprattutto andrà direttamente a Liegi …

Ha appena completato un ottimo blocco di allenamento e la mancanza di gare non è un problema per lui. L’anno scorso ha fatto un grande blocco di allenamento in quota a Livigno, poi è andato a San Sebastian dove ha vinto “in solitaria”. E’ lo stesso percorso che seguirà quest’anno verso Liegi.

Molta resistenza o anche lavoro esplosivo (intenso)?

Poiché il gruppo proveniva dal Catalogna, abbiamo lavorato su un buon recupero nella prima settimana. A questo è seguito un blocco di molta resistenza, unita a dei lavori più intensi per le due settimane successive.

Dall’esterno ho visto un super feeling tra Masnada e Remco: sarà l’ultimo uomo per la salita? O l’uomo di fiducia?

“Masna” gioca un ruolo fondamentale nella nostra squadra, ma in questo momento ci sono dieci corridori nella lunga lista del Giro. Se passerà questa selezione finale, sarà uno dei corridori che aiuteranno Remco in montagna sicuramente.

Per Anastopoulos, Remco alla Liegi non avrà problemi di ritmo gara. Lo scorso anno dopo essere sceso dall’altura dominò San Sebastian
Per Anastopoulos, Remco alla Liegi non avrà problemi di ritmo gara. Lo scorso anno dopo essere sceso dall’altura dominò San Sebastian
C’è un aneddoto, un fatto durante questo training camp che ti ha colpito molto? 

Non posso dare una buona risposta a questa domanda, ma posso dire che lascio il training camp con un grande sorriso e una grande soddisfazione per il lavoro svolto dai ragazzi!

Seguirai i ragazzi direttamente al Giro d’Italia?

No, sarà il nostro head coach (capo allenatori, ndr) Koen Pelgrim a seguire la squadra per il Giro, visto che io sarò in Sierra Nevada per un ritiro in quota con il team che poi andrà al Tour de France.

Vasilis, ma con tutta questa altura tu andrai più forte dei corridori! Una curiosità: come trascorre il tempo un allenatore in ritiro in quota?

La mattina seguo i ragazzi in allenamento. Dopo l’allenamento devo analizzare la seduta e le schede degli altri ragazzi che alleno in squadra, ma che non sono presenti. Poi programmare la giornata successiva. Quando finisco, è già ora di cena. C’è giusto il tempo di fare quattro chiacchiere con la mia famiglia a casa. Ed è già ora di andare a letto. Quindi non c’è poi molto tempo libero in un training camp in altura!

Pidcock in affanno, ma Bogaerts sa già il perché

22.04.2023
5 min
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Al termine dell’ultima Amstel Gold Race, quando Tom Pidcock fresco del suo terzo posto finale si è avvicinato ai microfoni, ha sorpreso i giornalisti con alcune dichiarazioni a effetto: «Non ne avevo più alla fine, sto faticando con le lunghe distanze e gli ultimi 20 chilometri sono stati interminabili. Sicuramente qualcosa mi manca». La successiva Freccia Vallone l’ha chiusa al 18° posto, a 15” dallo scatenato Pogacar perdendo presto il treno dei migliori sul Muro di Huy.

Qualcosa non va e in vista della Liegi era giusto approfondire l’argomento considerando che il britannico aveva posto grande accento sulla campagna del Nord, addirittura sacrificando l’ultima parte della stagione di ciclocross, difesa del titolo mondiale compresa. Kurt Bogaerts, il preparatore del britannico, non si è nascosto, analizzando la situazione del suo ragazzo partendo proprio dalle scelte effettuate in inverno.

Pidcock ha mascherato a fatica l’eccessiva stanchezza dopo le classiche più lunghe (foto Eurosport)
Pidcock ha mascherato a fatica l’eccessiva stanchezza dopo le classiche più lunghe (foto Eurosport)

«Volevamo un miglior adattamento alla strada e per questo volevamo avere una buona preparazione con un buon ritiro – spiega il tecnico belga – prima con un blocco di lavoro a dicembre e dopo la chiusura anticipata della sua stagione invernale abbiamo fatto un altro grande blocco di allenamento per preparare le prime gare alla Volta ao Algarve nel miglior modo possibile. I risultati ci avevano dato ragione, con subito un successo in terra portoghese. Poi è stato fantastico alla Strade Bianche e dopo quella gara ci attendevamo tanto».

In occasione dell’Amstel il britannico ha lamentato problemi legati alla lunghezza della corsa: aveva già avuto problemi in tal senso nelle corse precedenti e soprattutto nell’anno precedente?

La caduta alla Tirreno-Adriatico è stata molto più pesante di quanto pensavamo. Ha rallentato la preparazione e tolto smalto, alla Dwars door Vlaanderen e per il resto della campagna delle classiche abbiamo scoperto di non essere dove volevamo. Se ti mancano quattro giorni in cui non puoi allenarti dopo la Tirreno, non puoi fare la Milano-Sanremo. E’ una gara molto lunga in cui è stato bravo in passato, nel suo primo anno da professionista, ma non puoi permetterti di affrontarla se non al massimo della forma, visto il livello generale. Quando hai una caduta come quella, hai bisogno di prenderti una pausa ed è molto difficile tornare velocemente ai massimi livelli. Abbiamo visto cosa è in grado di fare se può avere una buona preparazione. Penso che sia stato sfortunato con l’incidente e stia ancora pagando. Spero che migliori ad ogni gara e che già domani la situazione sia diversa.

Kurt Bogaerts, belga di 45 anni, è alla Ineos dove lavora con Pidcock dal 2021
Kurt Bogaerts, belga di 45 anni, è alla Ineos dove lavora con Pidcock dal 2021
Come pensi di lavorare ora in funzione delle corse future?

Dopo Liegi facciamo alcune gare di mountain bike. Si prende una piccola pausa e poi si prepara per il Giro di Svizzera e il Tour de France.

Nel complesso come giudichi la sua prestazione in Olanda e alla Freccia Vallone?

Se vediamo da dove viene con l’incidente, salire sul podio con Pogacar penso che sia stato buono. Si vuol sempre vincere, ma bisogna anche essere realisti, se la preparazione non è stata perfetta. E’ stato molto professionale nell’ascoltare il suo corpo dopo l’incidente, costruire il più possibile verso queste gare e poi finire sul podio con una performance che nel complesso è stata buona. Alla Freccia ha sbagliato i tempi, era un po’ troppo avanti nell’ultima salita, ha fatto il suo sforzo troppo presto e lo ha pagato in cima. Quindi penso che per il futuro imparerà molto sul posizionamento nell’ultima parte del Muro. Siamo stati anche sfortunati nell’ultimo giro.

Pidcock alla Tirreno-Adriatico, dove una caduta ha pregiudicato in parte la sua primavera
Il britannico alla Tirreno-Adriatico, dove una caduta ha pregiudicato in parte la sua primavera
Perché?

Abbiamo avuto un incidente con Magnus Sheffield e per questo non eravamo al massimo per pilotarlo, quindi non era l’ideale per ottenere la migliore prestazione. Questo è un finale specifico in cui tutto deve essere veramente buono e corretto per fare il tuo sforzo e iniziare dal posto giusto.

Tom è ancora molto giovane, ma viste le sue caratteristiche lo consideri più corridore da classiche o da corse a tappe?

Io penso che abbia del potenziale in entrambe. Al momento cerchiamo di combinare le due cose fino ai Giochi Olimpici per continuare quello che stiamo facendo e poi fare un punto alla fine del 2024, capire che cosa vuole veramente, se concentrarsi più su qualcosa o continuare così. Al momento non ci siamo concentrati molto sulle classifiche delle corse a tappe, ma penso che dovrebbe essere in grado di fare bene. Vediamo in circostanze normali che recupera abbastanza bene dagli sforzi e dalle corse, quindi penso che abbia anche un futuro nei grandi giri.

Il britannico ha provato a seguire Pogacar all’Amstel, pagando lo sforzo nel finale
Il britannico ha provato a seguire Pogacar all’Amstel, pagando lo sforzo nel finale
Tornando all’Amstel, Tom ha detto che quando Pogacar parte forte non puoi farci nulla. Secondo te può raggiungere quei vertici e rimanergli attaccato?

Penso che sia normale che dopo il traguardo uno come Tom, quando finisce la gara, fa il paragone con chi l’ha preceduto. Senza i problemi fisici della Tirreno, avremmo visto altre corse, un altro Pidcock. Poi Pogacar è eccezionale e penso che sia un risultato abbastanza sorprendente che tu possa seguirlo, ma Tom l’ha fatto. Nel finale ha pagato il prezzo, ma ha corso per vincere, come deve fare. Non aveva paura. E questo prima o poi gli porterà la vittoria importante, di fronte ai migliori corridori del mondo. Se Tom continua a lavorare sodo per un periodo continuo, allora possiamo vedere il miglior Pidcock e poi vediamo dove arriva. Dopo aver analizzato le cose, Tom può essere fiducioso per il futuro, senza alcun dubbio.

Maestro e leader in corsa, ecco la GW Shimano di Restrepo

22.04.2023
5 min
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Dopo la vittoria al Giro della Città Metropolitana di Reggio Calabria, Jhonatan Restrepo aveva tanta voglia di raccontare. Di esprimere non solo la sua soddisfazione, ma quel che il successo ha significato non solo per lui ma per la squadra, quella GW Shimano-Sidermec completamente ristrutturata anche per forza maggiore. Per Gianni Savio, il suo manager era stato il più bel regalo per i suoi 75 anni, a dir la verità solo per l’anagrafe perché lo spirito non ha nulla da invidiare a quello dei manager più giovani, né la voglia di mettersi ancora in gioco e costruire il futuro.

Restrepo, uno di coloro che sono rimasti dopo la lunga esperienza alla Androni Giocattoli, è non solo una delle punte della squadra, ma anche uno di quelli a cui si chiede di portare a casa risultati e lui, grazie all’esperienza maturata già dal 2015 nelle corse italiane ed europee, ha subito risposto presente.

«E’ stata una gara dove ho subito sentito buone sensazioni – racconta il colombiano nel suo italiano fluente – la Eolo Kometa ha tenuto le redini della corsa perché volevano che partisse la fuga giusta. Quando ciò è avvenuto, con 11 corridori dentro di cui 3 della Green Project Bardiani, io c’ero. Le gambe rispondevano, me la volevo giocare, per questo ho anche risposto a più attacchi e alla fine nella volata ristretta l’ho spuntata».

Reggio Calabria: volata a 11 e Restrepo mette in fila l’argentino Tivani e Maestri
Reggio Calabria: volata a 11 e Restrepo mette in fila l’argentino Tivani e Maestri
Non è la tua prima vittoria in stagione…

No, è la terza, ma le altre due le avevo colte in Colombia, questa però è la prima per una corsa Uci e la prima in Europa e per la nostra squadra significa molto.

Rispetto allo scorso anno quanto è cambiata la situazione in seno al team, al di là di nome e affiliazione diversi?

Alla fin fine non tanto. Io sono al quarto anno con Savio e ho sentito sulla mia pelle tutti i cambiamenti, provato le paure di vedere finire tutto e poi la gioia di ripartire. Oggi abbiamo una squadra più giovane e con tanta voglia di fare, con ragazzi che vogliono imparare e soprattutto abbiamo tutti la netta sensazione che solamente lavorando bene il futuro ci potrà sorridere.

Con Gianni Savio, al quale ha fatto un regalo davvero speciale per i suoi 75 anni
Con Gianni Savio, al quale ha fatto un regalo davvero speciale per i suoi 75 anni
In squadra sei uno dei più esperti: i giovani vengono da te e dagli altri “anziani” a chiedere consigli?

Molto. Soprattutto ora che siamo in Europa, perché si vede che i più giovani si trovano dentro un mondo che non conoscono. All’inizio è chiaro che non sanno bene come correre, io devo un po’ guidarli, spiegare come si vive questo mondo non solo in gara ma anche fuori: come si mangia, come approcciarsi alle gare, come vivere la concorrenza con gli altri team, quelli che sono abituati a vedere solo in televisione. Pian piano migliorando, imparano e secondo me arriveranno lontano.

E tu come vivi questa situazione?

Sembrerà strano, ma per me ha un significato profondo. Quando vedo un ragazzo che impara, che non ha più paura nello stare in gruppo in una corsa di prestigio, per me è come una vittoria. Abbiamo iniziato la nostra avventura europea con la Coppi e Bartali, ebbene da allora i miglioramenti ci sono stati.

Per Restrepo prima vittoria stagionale alla prima tappa della Vuelta al Tolima
Per Restrepo prima vittoria stagionale alla prima tappa della Vuelta al Tolima
Ma è davvero così diverso rispetto alle corse in Colombia?

Sì. A parte il fatto che le strade sono lunghe e larghe, stare davanti è molto più facile e non prendi le classiche frustate, poi chiaramente in salita tutti vogliono mettersi nelle prime posizioni, ma non sentono lo stress che c’è qui. Lo stare in gruppo non è poi la stessa cosa, serve qui molta più attenzione e manico. Per questo col passare degli anni diventa sempre più difficile trovare colombiani che riescono ad adattarsi a correre in Europa. Ma i ragazzi stanno crescendo…

La vostra squadra oltretutto ha ora un baricentro fortemente spostato verso la Colombia…

Sono rimasti solamente Bisolti e Tagliani, ma la squadra ha sempre connotati italiani, dai dirigenti al personale. Anche nel team si parla sia spagnolo che italiano, perché anche questo aiuta i più giovani nell’approccio col ciclismo che conta.

Oltretutto vivete una situazione particolare, con il calendario che va componendosi piano piano…

E’ vero, ad esempio aspettiamo ancora l’invito per il Tour de Bretagne, altrimenti credo che torneremo oltre Atlantico per preparare il Giro di Colombia che per il nostro team è molto importante.

La rovinosa caduta in Grecia nel 2022, costata al colombiano quasi tutta la stagione
La rovinosa caduta in Grecia nel 2022, costata al colombiano quasi tutta la stagione
Finora abbiamo parlato in generale, ma la vittoria di Reggio quanto vale per Restrepo dal punto di vista personale?

Tanto, perché vengo da un 2022 davvero sfortunato. Esco dalla Tirreno-Adriatico con una gamba che forse non avevo mai avuto prima ed ecco che mi ammalo e perdo 10 giorni di allenamento fondamentali. Riparto, vado in Grecia per preparare il Giro d’Italia, la condizione è recuperata ma cado e mi rompo un ginocchio. Addio sogni rosa, sto fermo due mesi e poi riprendere il ritmo contro gente che non si è mai fermata è quasi impossibile. Praticamente sono ripartito quest’anno e ora la condizione c’è.

Che cosa ti aspetti allora?

Di ritrovare le sensazioni del 2021, la mia stagione migliore e se penso a come sto andando, non ci sono molto lontano. Per questo spero che potremo correre ancora in Europa, perché mi sono sbloccato mentalmente, ho più fiducia e soprattutto vincere qui ha tutto un altro sapore.

La strategia alimentare per le cotes della Doyenne

22.04.2023
5 min
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Liegi-Bastogne-Liegi: 258 chilometri e 4.450 metri di dislivello, la classica Monumento più dura. Tutto deve essere preparato a puntino e per correrla bene dal primo all’ultimo chilometro è importante attuare una valida strategia alimentare. Bisogna considerare gli strappi in successione, le pendenze a doppia cifra, le curve… In questa gara non è “facile” mangiare come in una Sanremo o anche in una Roubaix che, per quanto stressante, presenta stradoni larghi e piatti tra un settore e l’altro.

Strategia per la Doyenne, la decana delle classiche così è chiamata anche la Liegi, che noi chiediamo di illustrarci a Nicola Moschetti, nutrizionista in forza alla Bahrain-Victorious (in apertura @charlylopezph).

L’altimetria della Liegi: 258 km e tante cotes, concentrate soprattutto nella seconda metà quando si decidono i giochi
L’altimetria della Liegi: 258 km e tante cotes, concentrate soprattutto nella seconda metà quando si decidono i giochi
Nicola, la strategia alimentare per la Liegi…

Direi che parte già dal giorno prima con un apporto maggiore di carboidrati nell’arco dei tre pasti principali. Già a colazione si vanno a caricare i carbo. L’obiettivo è quello di completare le riserve di glicogeno, affinché si sia pronti per il giorno dopo. Quindi se a colazione un corridore solitamente manda giù 120 grammi di carboidrati, alla vigilia della Liegi ne prenderà 160-180. Poi dipende anche dal tipo di corridore, dall’obiettivo, dal suo ruolo… ma di base la regola è questa. Che poi soprattutto con le corse di un giorno e in Belgio, se si aumenta un filo di peso (i carbo possono dare ritenzione idrica, ndr) non è un problema. Guardate Pogacar che ha detto di correre queste prove con un chilo e mezzo in più!

A pranzo e a cena?

La stessa cosa: più carboidrati, cercando però di limare un po’ i grassi, ma non le proteine che aiuteranno il muscolo a non andare in sofferenza il giorno dopo. Quindi porzioni maggiori di riso o pasta. Un altro accorgimento è il “low fiber”, vale a dire quello di ridurre o addirittura eliminare le verdure, per agevolare l’assorbimento dei carboidrati.

Passiamo quindi alla corsa. Altimetria alla mano cosa consigli ai tuoi ragazzi?

Come accennavate anche voi, non è facile alimentarsi in una corsa del genere. Almeno non con i cibi solidi, come barrette, banane o rice cake. I cibi solidi, a seconda dei tratti e delle andature, non sono facili né da ingerire, né da digerire e quindi si tende a scegliere fortemente le maltodestrine disciolte nelle borracce. E anche i gel. Noi in Bahrain-Victorious per esempio usiamo le malto C90 della Neversecond, in cui C90 sta per 90 grammi di carboidrati. Vale a dire che in una borraccia ci sono disciolti 90 grammi di carboidrati.

Le malto Neresecond di cui parlava Moschetti. Ogni pack va disciolto in 500 ml di acqua, in pratica in una borraccia
Le malto Neresecond di cui parlava Moschetti. Ogni pack va disciolto in 500 ml di acqua, in pratica in una borraccia
E come vanno prese?

L’ideale è una borraccia l’ora, quindi 90 grammi di carbo, accompagnata da un gel o una rice cake, che ne contengono altri 30, per arrivare così ai 110-120 grammi l’ora di carboidrati che sono l’obiettivo. Va da sé che raggiungere 120 grammi con i cibi solidi sarebbe difficile: bisognerebbe prendere il corrispettivo di quattro barrette o rice cake l’ora. E anche se si deglutiscono bene, alla lunga è più complesso digerirle. Poi è chiaro che se si va piano, e quindi si spende meno, si può anche scendere al di sotto dei 120 grammi di carbo l’ora.

E immaginiamo cambino anche i tempi di assorbimento. I liquidi dovrebbero essere più rapidi…

Esatto e infatti non bisogna guardare troppo avanti: bisogna pensare che quel che serve è ora. Il problema è che spesso i corridori sono presi dalla gara e non è così scontato che mangino con costanza. Pertanto alla base serve la consapevolezza da parte loro. Devono avere una certa educazione alimentare. E questo vale soprattutto per i cibi solidi: che li mangino quando è possibile.

L’ultima “abbuffata” eventualmente di cibi solidi è prima della Redoute, quindi nell’ultima ora e mezza, ora e 20′ di corsa?

Sì, ma un gel dovrebbero prenderlo anche dopo. L‘obiettivo è quello di non arrivare scarichi di carbo nell’ultima ora. Pertanto l’assunzione di quei famosi 120 grammi è ancora più importante nell’ultima ora. E qui è importante che anche l’ammiraglia glielo ricordi. Di certo non devono prendere cibi solidi. In questa fase due gel e mezza borraccia vanno bene. Magari un gel può essere alla caffeina.

Roche aux Faucons è l’ultima cotes della Liegi. Potrebbe essere un momento chiave. Non bisogna arrivarci senza carboidrati in circolo
Evenepoel sulla Roche aux Faucons nel 2022: potrebbe essere un momento chiave. Non bisogna arrivarci senza carboidrati in circolo
La caffeina è usata in modo sempre più ponderato.

Riduce il senso di stanchezza. Ma è importante prenderla al momento giusto. Quando si assume questo gel bisogna farlo sapendo che il picco della caffeina arriva 40′-45′ dopo, quindi bisogna farsi i calcoli. Se il mio punto “X” è la Roche aux Faucons devo prendere quel gel alla caffeina 40′ prima che ci arrivi.

Nella strategia alimentare rientra anche l’idratazione. Hai parlato di malto e con l’acqua invece come la mettiamo?

Quando si prendono le maltodestrine nelle borracce, l’acqua è compresa e paradossalmente non serve. I corridori la cercano per variare un po’ il gusto. Quindi meglio semmai l’acqua nella prima parte accompagnata magari da qualche boccone solido.

La “lista della spesa” per la strategia per Liegi perciò prevede…

Sono circa sei ore di gara, quindi 5-6 borracce di malto, 3 rice cake, 6 gel (1-2 dei quali alla caffeina).