Le scarpe da bici di qualità sono ancora Made in Italy

27.04.2023
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PAAL (Belgio) – Le scarpe da bici sono ancora italiane? L’Italia è una “nazione di scarpari”, si diceva e si dice tutt’ora. In passato ed oggi, chi vuole una calzatura tecnica di qualità, costruita con dei canoni artigianali, moderna e sempre in linea con le richieste del mercato, punta ancora forte sul Made in Italy.

Ma qualcosa è cambiato anche nel settore delle scarpe da bici e la leadership italiana è, per certi aspetti, in discussione. Abbiamo affrontato l’argomento con Stefano Stocco di Crono.

Il ciclismo ricopre un ruolo primario nell’azienda di famiglia (foto Crono)
Il ciclismo ricopre un ruolo primario nell’azienda di famiglia (foto Crono)
Che cos’è oggi l’azienda Crono?

Crono è un brand che nasce nel 2013 ed è il risultato di 40 anni di esperienza nella produzione di calzature sportive, soprattutto da ciclismo. Oggi il marchio si pone non solo l’obiettivo di produrre calzature di ottima qualità ma anche di progettare e realizzare prodotti che rispettino l’ambiente in cui viviamo.

In che modo?

Stiamo sperimentando materiali di origine riciclata e riciclabili, questo per far si che in futuro i nostri prodotti, quelli che hanno tecnicamente raggiunto il fine vita, possano essere trasformati in qualcos’altro.

La modernità si sposa con la tradizione (foto Crono)
La modernità si sposa con la tradizione (foto Crono)
E’ un’operazione facile, oppure è una trasformazione complicata?

Questo percorso che abbiamo deciso di intraprendere è tutt’altro che facile. I componenti sono molti, le variabili in gioco altrettante, ma questa linea di condotta pian piano inizia a dare i suoi frutti. Nel breve periodo tutti i nostri prodotti saranno costruiti con questa filosofia.

Il calzaturificio produce anche per altri marchi, oppure tutta la produzione si concentra sul marchio Crono?

La nostra azienda di origine familiare è specializzata da sempre a sviluppare progetti di calzatura ed industrializzare il prodotto finito anche per altre aziende del settore ciclismo e non solo.


Un’esperienza che arriva dal passato (foto Crono)
Un’esperienza che arriva dal passato (foto Crono)
Quando si pensa ad un nuovo modello di calzatura per la bici, quali sono gli aspetti principali da considerare?

I fattori da considerare sono davvero tanti. Il peso e il comfort, oltre alla rigidità aumentata, indispensabile per alcune discipline. La tecnicità della chiusura, la traspirabilità, la capacità di sostenere il piede e contenerlo. Tutti questi aspetti e molti altri vanno considerati e devono collimare tra loro in un mix perfetto.

Se dovessi identificare il passaggio più complicato?

Se parliamo di comfort possiamo dire che l’aspetto più complicato è quello di cercare di coprire il più vasto numero di utenti. I nostri piedi sono molto diversi e la scarpa non può andare bene a tutti. Una calzatura va scelta in funzione alle proprie esigenze di comfort che sono dettate dalla conformazione del proprio piede. Se parliamo di passaggi complicati in termini economici, l’affrontare gli investimenti per gli stampi è la parte più dolorosa.

Fin dal primo step, quanto costa produrre una calzatura dedicata alla bicicletta?

Nel momento in cui l’azienda parte a produrre una calzatura in serie gli investimenti sono moltissimi. Progettare una calzatura in Europa, partendo dalla prototipazione, realizzare tutti gli strumenti dedicati arrivando al momento in cui entra in produzione, comporta un investimento elevato. Ci avviciniamo ai 100.000 euro.

Non sono pochi…

Infatti molte aziende che si rivolgono a noi per la costruzione di una scarpa, abbandonano il progetto perché messi di fronte al fatto che l’investimento per avere qualcosa di personalizzato è elevato, si arrendono e lasciano perdere. Si rivolgono altrove, in Asia ad esempio. Nel far east è possibile trovare dei progetti quasi pronti, riducendo al tempo stesso gli investimenti.

Le maestranze, quelle che Stocco cita in diversi momenti (foto Crono)
Le maestranze, quelle che Stocco cita in diversi momenti (foto Crono)
Produrre in Asia costa meno, questo è chiaro, ma quanto meno?

La differenza del costo tra Asia e Europa è abissale. Non c’è partita. Un esempio: per costruire una calzatura tecnica la componente manodopera può arrivare anche a 100 minuti di lavoro. Se proviamo a comparare un costo al minuto medio aziendale che in Asia è di circa 3 centesimi di Euro contro i 42 centesimi in Italia riusciamo già ad immaginare il gap che dobbiamo colmare. Si possono pensare soluzioni miste in Europa, ma comunque al di sotto di 18 centesimi non si riesce a stare. Questa componente è decisamente enorme da compensare.

La qualità della manodopera asiatica è al nostro livello?

Ci sono strutture che riescono a realizzare dei prodotti di altissimo livello, fortunatamente per noi sono poche. Ci sono poi moltissimi che hanno una buona qualità ma non eccellente. L’Asia ha vissuto un boom economico incomparabile come nessuna parte del resto del mondo, tutte le grandi aziende si sono riversate li per fare realizzare i loro prodotti. A mio avviso ora tutti ne stiamo pagando le conseguenze.

Ogni pezzo è un mondo a parte (foto Crono)
Ogni pezzo è un mondo a parte (foto Crono)
Non si può tornare indietro?

Alcuni pensano di riportare intere produzioni in occidente, ma l’Europa ci metterà comunque troppi anni a riportare alcune maestranze che oramai sono andate perdute.

Cosa è cambiato nella categoria delle calzature tecniche, con il passare degli anni?

La possibilità per i marchi, quelli che fanno tendenza nel mercato e non si tratta della categoria del ciclismo, di muovere quantità e volumi importanti di materiali, ha dato modo agli Asiatici di sperimentare, sviluppare tecnologie e materiali. Queste stesse tecnologie e talvolta anche i materiali, in Europa non sono disponibili o comunque molto difficili da replicare. In Europa siamo rimasti legati ad un sistema abbastanza tradizionale. Di tanto in tanto c’è qualche sprazzo di tecnologia, ma non serve a riportare la produzione da noi.

I macchinari per l’industrializzazione aiutano, ma non sostituiscono l’uomo (foto Crono)
I macchinari per l’industrializzazione aiutano, ma non sostituiscono l’uomo (foto Crono)
C’è una soluzione possibile?

A mio parere servirebbe una maggiore unità tra i paesi Europei, in modo da mettere in pratica e far fruttare la passione, la storia e quel saper far bene che ci ha sempre contraddistinto. Per tornare a fare tutto in Europa, di conseguenza anche in casa nostra, è necessario incentivare la formazione delle maestranze che stanno scomparendo e ricostruire un vero tessuto produttivo di qualità.

Rosola: «I corridori li abbiamo, i soldi no»

27.04.2023
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ROMA – Il tempo che Busatto spiegasse il modo in cui lavora alla Intermarché-Wanty-Gobert – con la stagione suddivisa in periodi di carico, corse e recupero – e il pensiero è andato a quello che avrebbe fatto nella General Store-Essegibì in cui ha corso nel 2022. Quando si è saputo che sarebbe andato via, Paolo Rosola non ha fatto salti di gioia. Il tecnico del team veneto, ben consapevole della forza di Francesco, lo avrebbe tenuto volentieri. Ed è proprio da lui che partiamo per capire come mai si vada cantando questo ritornello dei giovani italiani che non saprebbero fare sacrifici e di squadre non all’altezza delle rivali europee.

«Anche qui si programma – dice Rosola fra un giro e l’altro del Gran Premio Liberazione l’anno scorso Busatto stesso ha fatto un mese senza colore per andare ai mondiali, vi ricordate? Con Marino (Amadori, cittì della nazionale U23, ndr) impostammo il discorso. E quando ci chiese la disponibilità di portarlo in ritiro a Sestriere, d’accordo col suo preparatore lo lasciammo andare. Non è vero che non si programma. Solo che la Intermarché ha 18 corridori, noi ne abbiamo 13-14 e fra loro ci sono dei primi anni che fino a giugno pensano alla scuola. Quando loro sono fermi, non posso fermare gli altri. Sono terzi e quarti anni, si devono conquistare la… medaglia per emergere».

Paolo Rosola, 65 anni, è approdato alla General Store Essegibi a giugno 2022
Paolo Rosola, 65 anni, è approdato alla General Store Essegibi a giugno 2022
Così però salta la programmazione che allinea i team europei con le squadre pro’.

E’ vero. Però c’è chi magari è partito ad allenarsi più tardi e adesso ha bisogno di correre. La programmazione va fatta sempre con criterio e con gli elementi che hai.

Quando va bene, qui ci si ferma per andare a Livigno prima del Giro e poi si corre anche tre volte a settimana…

Vero. Sono nel dilettantismo da un anno e devo ancora capire bene. La cosa che secondo me in Italia manca sono i soldi. Noi dirigenti e direttori sportivi italiani non siamo stupidi. Parlo con tutti e abbiamo tutti la stessa linea. Il fatto è che non avendo il budget delle grandi squadre, dobbiamo limitare i ritiri, dobbiamo limitare le trasferte e determinate cose. Però non gli facciamo mancare niente, i ragazzi si devono ricordare anche di questo. Le corse all’estero? Mi sta bene che si vada, ma se non ho soldi, come faccio?

Se si corresse meno, puntando però alla qualità delle corse, si riuscirebbe a risparmiare per andare all’estero?

Probabilmente sì, ma anche quello è un discorso sempre più limitato. E’ raro che si venga a correre così lontano come qui a Roma, normalmente vado a fare le gare del Veneto. Forse è vero che si corre troppo, ma se non si corre non abbiamo la possibilità di farli allenare, perché non abbiamo un budget per tenerli 10-15 giorni negli appartamenti

Alle spalle del tedesco Koch che tira, Diego Ressi della General Store chiuderà il Liberazione all’8° posto
Alle spalle del tedesco Koch che tira, Diego Ressi della General Store chiuderà il Liberazione all’8° posto
Quando eri nei professionisti che idea ti eri fatto dei ragazzini italiani?

Io ho sempre dato un’occhiata al mondo giovanile, soprattutto agli juniores. Il problema è che i corridori hanno parlato fra loro e hanno deciso che per diventare grandi bisogna andare all’estero. Mi può anche stare bene, però all’estero bisogna andarci con criterio. Sono d’accordo che l’attività deve essere programmata, ma allo sponsor delle nostre squadre, quello che ci permette di vivere, devi far vedere qualcosa. Perché se salti una domenica e poi ne salti un’altra, lui viene a chiederti come mai i corridori delle altre squadre invece corrano. E poi c’è un’altra cosa…

Quale?

Sento dire che i corridori italiani non sono considerati dai talent scout che girano le corse per conto delle grandi squadre. Ma dove sono questi talent scout? Dove sono i procuratori che vengono a tutte le corse? E quanti direttori sportivi dei pro’ vedete in giro? Qui abbiamo begli atleti, ma vanno gestiti e per gestirli ci vogliono i soldi. Ho letto il post che ha scritto Rossella Di Leo su Facebook e non dice cose sbagliate. Il guaio è che c’è la caccia a prendere gli juniores per farli passare e questo secondo me è sbagliato. Però…

Però?

Paolo Rosola è anche un genitore e vi dico che ho un figlio allievo. Se vengono a chiedermi di farlo passare quando sarà junior, sbaglio a tenerlo o lo faccio passare? Questo mi mette in difficoltà, ma non capisco perché si spinga in questa maniera per farli passare così presto.

Stefano Leali in azione al Palio del Recioto: classe 2004, è uno degli elementi che secondo Rosola meritano di essere seguiti (photors.it)
Stefano Leali in azione al Recioto: classe 2004, è uno degli elementi che per Rosola meritano di essere seguiti (photors.it)
All’estero le squadre continental nascono al servizio del professionismo, per loro è normale prendere il diciottenne e farlo lavorare solo in ottica passaggio…

Noi abbiamo un’altra tradizione, ma è vero che ci sono squadre juniores, anche grandi, che se ne fregano dei corridori e della loro formazione. Gli interessa vincere e contare le vittorie. Guardiamo anche questo. E poi guardiamo i rapporti con gli organizzatori.

Sotto quale aspetto?

Si fa fatica a fermare i corridori migliori, perché se chiami l’organizzatore e gli dici che non li porti, quello si offende e l’anno dopo non ti invita più. E già adesso, nelle gare internazionali i nostri non vengono messi alla pari degli altri. A noi ormai non pagano neanche più le spese dalla corsa. Gli stranieri arrivano un giorno prima, gli pagano l’albergo e il ristorante. Noi dobbiamo svegliare i ragazzi alle 5 del mattino, fargli mangiare la pasta e poi viaggiare per andare a correre. Non si compete alla pari quando è così.

Problemi ce ne sono, ma ci stiamo allontanando dal tema.

La programmazione è quella che fanno i professionisti e anche noi dobbiamo adattarci. Se ci sono i soldi, lo puoi fare. Se non ci sono i soldi, non lo puoi fare. Se ci sono in giro gli sponsor che vogliono vincere la corsa del paese, dobbiamo farci i conti. Io sono in una società che mi viene dietro e possiamo programmare. Solo che dobbiamo trovare i corridori giusti da far crescere. E mentre crescono e beccano qualche legnata, devo sostenerli e dirgli di non preoccuparsi, che ci sarà tempo.

Al Giro di Sicilia, Bergagna in salita accanto a Belleri: entrambi corridori continental. Rosola rivendica il calendario del suo team
Al Giro di Sicilia, Bergagna in salita accanto a Belleri: entrambi corridori continental
Busatto non aveva mai vinto, neanche da giovanissimo…

Ma aveva un obiettivo, lo ha sempre avuto. Alla fine ha capito quale fosse la via migliore e la scelta è stata giusta. Non ce l’ho con lui, ci mancherebbe, ma se fosse stato qui, anche noi avremmo potuto prenderci qualche soddisfazione.

Però magari non avrebbe fatto la Liegi…

Di certo non l’avrebbe fatta perché non ci avrebbero invitato, ma sicuramente avrebbe vinto altre corse. Abbiamo un bel calendario, anche abbastanza impegnativo. Siamo andati alla Coppi e Bartali e poi in Sicilia. Dovevamo andare in Serbia, ma abbiamo rinunciato perché non abbiamo corridori che stiano bene. Avremo altre due corse a tappe fra agosto e settembre, ma servono corridori giusti.

C’era il rischio che avendo Busatto, lo avreste spremuto puntando solo su di lui?

Non credo che lo avremmo spremuto e sono certo che si sarebbe preso delle soddisfazioni. Forse grazie a lui avremmo avuto la possibilità di trovare degli altri sponsor. In Italia l’andazzo è questo. C’è da lavorare su questi ragazzi e con la società, lavorare su tutto il mondo, però non vengano a dirmi mai più che i nostri ragazzi non fanno sacrifici.

Juniores e gare a tappe: dopo il Veneto anche il Friuli

27.04.2023
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Dopo il Giro del Veneto, di cui vi avevamo parlato qualche tempo fa, ecco una nuova corsa a tappe per gli juniores: il Trofeo Emozione in Friuli Venezia Giulia. Si tratta di una due giorni, per ora, ma intanto ecco una corsa che va considerata nel suo insieme.

In Italia per tanti anni c’è stato praticamente solo il Giro della Lunigiana. Ma questo era più “internazionale che italiano”, adesso qualcosa si muove. Ci sono queste due brevi gare a tappe nel Nord Est e non va dimenticato il Giro della Valdera, in Toscana.

Franco Pellizotti, in rappresentanza della Bahrain-Victorious, consegna il voucher per lo stage al vincitore Alessandro Da Ros
Franco Pellizotti, in rappresentanza della Bahrain-Victorious, consegna il voucher per lo stage al vincitore Alessandro Da Ros

Due tappe

Quella che si terrà il prossimo 8-9 luglio sarà la quinta edizione del Trofeo Emozione. Questo evento era noto in quanto al vincitore veniva data la possibilità di fare un training camp con la Bahrain Victorious, Ebbene, adesso raddoppia.

«L’idea di organizzare questa gara – spiega il patron Adolfo Sacchetto – nasce dalla passione per questo sport e dalla voglia di dare ai ragazzi una possibilità in più, un motivo di confronto diverso, anche nei confronti di chi viene da fuori. Hanno dato la loro adesione l’Ag2R, la Nexo e presto potrebbero esserci altre squadre straniere».

Passando ad una due giorni cambia anche il percorso. L’idea è stata quella di allestire due frazioni completamente differenti tra loro: una “piatta”, ideale per i ragazzi più veloci e potenti e una per scalatori, che poi di fatto è il “tappone” classico del Trofeo Emozione con arrivo in quota. Proprio come un vero “micro Giro”.

«Nel programma – prosegue Secchetto – abbiamo inserito due tappe dalle caratteristiche diverse, ma legate da un unico scopo: regalare agli atleti e al pubblico un fine settimana indimenticabile e di ottima valenza tecnica.

«La prima tappa parte e arriva a Pordenone. Si tratta di un tracciato prevalentemente pianeggiante, ma con otto settori di sterrato e un’infinità di destra e sinistra. Il tratto rettilineo più lungo non supera i 7 chilometri. Il giorno successivo invece ecco l’ormai classico arrivo a Piancavallo. La prima tappa misura circa 90 chilometri, la seconda 113 ma con ben 2.600 metri di dislivello».

Prima tappa: si parte dalle pianure del Friuli. Alla vigilia, presentazione delle squadre, come per le grandi corse dei pro’
Prima tappa: si parte dalle pianure del Friuli. Alla vigilia, presentazione delle squadre, come per le grandi corse dei pro’

Caratura internazionale

Di certo c’è spazio per tutti e potrà essere un bel banco di prova anche il cittì Dino Salvoldi. E’ bastato vedere come due ragazzi portati alla Roubaix, nonostante in Francia non siano arrivati tra i primi, la domenica successiva alla gara delle pietre abbiano vinto. Ci riferiamo a Gabriele De Fabritiis e Thomas Capra.

Ma come mai si vira verso una due giorni? Anche qui alla base c’è la passione e la voglia di regalare una grande opportunità ai ragazzi, ma anche di allestire nel tempo un evento che possa diventare sempre più grande. Un riferimento. 

«La scelta di far diventare Trofeo Emozione una corsa a tappe – va avanti Sacchetto – è stata fatta per moltiplicare lo spettacolo. Non è solo un evento sportivo, è una filosofia guidata dal cuore. A questa età i ragazzi, benché siamo consci del fatto che ormai sono sempre più dei pro’ anche in questa categoria, vivono lo sport in modo ancora puro. Le sensazioni, le emozioni sono ancora molto genuine e legate al sogno».

«Senza contare che pensiamo a delle iniziative che ruotano attorno al ciclismo, alla formazione, alla valorizzazione del territorio e alla sensibilizzazione su importanti temi sociali. Per esempio, allestiremo un villaggio partenza e in questo villaggio ci sarà un’area per la promozione dell’uso della bici dedicata soprattutto ai più giovani».

Seconda tappa di salita. L’arrivo di Piancavallo è un must di questa gara in Friuli
Seconda tappa di salita. L’arrivo di Piancavallo è un must di questa gara in Friuli

Progetti futuri

«Un altro degli obiettivi del 2023 è creare un percorso permanente che valorizzi le strade bianche del pordenonese, facendolo diventare un itinerario di spiccato valore paesaggistico-sportivo».

«Se c’è l’idea di fare più tappe per il futuro? Assolutamente sì. Anzi, posso dire di più. Già avevamo pensato ad evento di cinque frazioni con partenza da Trento e arrivo da noi in Friuli attraversando anche il Veneto. Ma prima il Covid e poi la guerra in Ucraina ci hanno tarpato le ali (meno disponibilità da parte di alcune aziende, ndr), ma piano piano ci arriveremo».

«Posso dire che proprio in questi giorni stiamo ultimando una collaborazione con un importante brand di settore. L’idea deve essere inquadrata oltre quel che concerne il breve periodo, o comunque non deve essere vista come una semplice sponsorizzazione».

Dopo la fuga di Liegi, Velasco ha fame di vittorie

27.04.2023
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Quella di domenica scorsa a Liegi potrebbe essere stata la corsa della svolta per Simone Velasco. Se uno guardasse al risultato nudo e crudo potrebbe pensare che stiamo vaneggiando perché nel ciclismo contemporaneo un 19° posto dice poco, ma l’evoluzione della corsa, il tentativo da lontano del bolognese trapiantato all’Isola d’Elba sono indici di una maturità completata da parte del portacolori dell’Astana e nel team ciò non è passato inosservato.

Appena tornato dal Belgio, dopo la più antica delle Monumento che di fatto ha chiuso una primavera lunghissima e densa d’impegni, Velasco torna con piacere a quelle fasi della corsa.

«Avevamo deciso già dalla mattina di provare a entrare in una fuga per mettere il nostro accento sulla Doyenne e io ero deputato a farlo. Quando il tentativo è partito io c’ero e questo già rappresenta qualcosa d’importante, anche se…».

La lunga fuga alla Liegi, con altri 10 corridori nelle prime fasi di gara. Velasco è stato quello che si è piazzato meglio
La lunga fuga alla Liegi, con altri 10 corridori nelle prime fasi di gara. Velasco è stato quello che si è piazzato meglio
Anche se?

A guardare a freddo potrei dire che forse il momento per scappare non è stato il migliore, se aspettavamo ancora un po’ avrei avuto più energie per provare a rimanere con i primi. Diciamo che se ci avessero ripreso dopo la Redoute sarebbe stata una corsa diversa, ma con i se non si fanno le corse…

Dì la verità, anche solo per un istante hai pensato alla vittoria?

Le possibilità di vincere erano rasenti allo zero, l’ho sempre pensato anche quando eravamo in corsa, ma con un pizzico di fortuna in più e scegliendo tempi di attacco diversi, si poteva ottenere un piazzamento migliore, di questo sono convinto. Ma non rimpiango nulla, questo sia chiaro.

Velasco con il suo team, nel quale ha trovato l’armonia giusta per emergere. E’ all’Astana dal 2022
Velasco con il suo team, nel quale ha trovato l’armonia giusta per emergere. E’ all’Astana dal 2022
Con che spirito torni dal Belgio?

Con la consapevolezza che ho la condizione per essere competitivo, altrimenti un’azione come quella non riesci a farla in una corsa difficile come la Liegi. La gamba c’è e in questo periodo della stagione mi soddisfa alquanto.

La sensazione è che il tuo ruolo in seno alla squadra sia cambiato, dopo un anno di apprendistato.

Sì, non sono più uno che corre solo per lavorare per gli altri, sono sempre a disposizione e porto avanti i compiti che mi vengono dati, ma la squadra ripone fiducia in me anche per puntare al risultato, nelle corse a me più adatte. In quel caso i ruoli si invertono e sono i compagni a fidarsi di me e correre per aiutarmi. Ma questo può succedere solo se c’è armonia in squadra e da noi siamo tutti amici, questo aiuta molto.

Positivi giudizi in seno all’Astana, ora Velasco punta al Giro per cercare gloria in una tappa. Qui con il procuratore Mazzanti
Positivi giudizi in seno all’Astana, ora Velasco punta al Giro. Qui con il procuratore Mazzanti
Quanto ha influito la vittoria di Lutsenko al Giro di Sicilia? Ha cambiato un po’ l’atmosfera in seno al team?

Diciamo che c’è più serenità, ci ha tolto un po’ di peso. E’ innegabile che la nostra squadra venga da un paio di annate difficili nel loro complesso, ma ora siamo in ripresa. Speriamo che la fortuna continui a spirare nel nostro verso. Io stesso confido che la nuova condizione e situazione in squadra porti a qualche risultato importante esattamente com’era successo a inizio stagione con la vittoria alla Volta a la Comunitat Valenciana. Lutsenko è uno dei più talentuosi della nostra squadra, non ce ne sono tanti come lui in gruppo, di questo sono sicuro.

Al Giro d’Italia che aspirazioni avete? Si continua a dire che sarà una corsa bloccata dalle due formazioni di Evenepoel e Roglic, la pensi anche tu così?

Sono sicuramente le più forti, ma io dico che la Ineos va presa davvero con le pinze perché sono affamati e con gente come Geoghegan Hart e Thomas c’è la possibilità di far saltare il banco. Noi non abbiamo velleità di classifica, correremo per andare a caccia di tappe e provare a portare a casa il maggior bottino possibile.

Alla Volta a Comunitat Valenciana la sua unica vittoria nel 2023, beffando Jungels
Alla Volta a Comunitat Valenciana la sua unica vittoria nel 2023, beffando Jungels
Che cosa farai da qui all’inizio del Giro?

Intanto un po’ di recupero perché gli ultimi due mesi sono stati stressanti, poi allenamenti a casa in vista della partenza facendo anche dietro moto. Avevo considerato anche di fare altura immediatamente precedente il via, ma poi ho pensato che è più utile riposare e conservare energie. In certi casi conta di più l’aspetto psicologico.

Identificato con la possibilità di stare in famiglia?

Mi hanno visto poco nelle ultime settimane, per me è importante sfruttare queste giornate per ritemprarmi anche attraverso i miei affetti, poi ci saranno settimane di lontananza continua e non sarà semplice. Infatti le valigie le faccio la prossima settimana, prima non voglio pensarci…

Il mondo Gobik, storia spagnola di lavoro e passione

26.04.2023
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YECLA (Spagna) – La città arriva all’improvviso dopo circa un’ora di guida fra paesi, montagne e spianate riarse dal sole. La stagione è secca, il termometro riporta 27 gradi e i notiziari parlano di penuria d’acqua, al pari di quello che avviene in Italia. Quando parcheggiamo davanti alla sede di Gobik ci guardiamo intorno, cercando di dare una dimensione all’azienda di abbigliamento che in così pochi anni ha scalato le gerarchie mondiali (apertura foto Victor Julian Restarts)

I titolari l’hanno voluta qui sin dalla fondazione nel 2010, nella cittadina di 35 mila abitanti alle porte delle salite su cui loro per primi si arrampicavano in bicicletta. Se ami a fondo la tua terra, lavorare per restituirle qualcosa viene da sé. Gobik è un’azienda di ciclisti che lavora per i ciclisti. Dopo qualche ora con Mariana Palao Ureña, responsabile delle vendite, e Alfonso Llorens Zabala, country manager, questa è la sensazione che se ne trae.

Mariana Palao Ureña e Alfonso Llorens Zabala sono stati le nostre guide alla scoperta di Hobik
Mariana Palao Ureña e Alfonso Llorens Zabala sono stati le nostre guide alla scoperta di Hobik

I giusti segreti

Dopo un rapido tour nella palazzina degli uffici, al cui pianterreno una volta si svolgeva la produzione mentre ora vi si affrontano le lavorazioni fuori programma per le squadre e gli eventi, la visita alla nuova sede lascia senza fiato. Nei poli industriali di Yecla si producono soprattutto mobili e Gobik ha rilevato proprio il capannone di un mobilificio e lo sta trasformando in un centro produttivo di 15 mila metri quadrati: ugualmente alle porte delle montagne e a distanza minima dalla sede centrale. Abbiamo camminato in mezzo alla produzione, ma non abbiamo potuto fotografare tutto: quel che abbiamo visto ci ha dato però il chiaro senso dello sviluppo.

«E’ come quando inviti qualcuno a casa – sorride in modo fermo Mariana – e tieni alcune porte chiuse. Vogliamo difendere la nostra intimità, non è necessario che tutti vedano tutto. Quello che facciamo viene pensato e studiato a fondo, non possiamo insegnarlo agli altri».

Quasi 200 famiglie

Attualmente i dipendenti Gobik sono circa 180, più altri 50 collaboratori che non vivono costantemente in azienda. I numeri sono raddoppiati, anche per rispondere alla crescita quasi incontrollata che si è scatenata dopo la pandemia. Ora che invece il ritmo ha ripreso un andamento gestibile, lo sviluppo prosegue secondo strategie definite.

«La pandemia ci ha colpito – spiega Mariana – ma non ci ha danneggiato. Quando tutto si fermò, noi pensammo che c’erano comunque 200 famiglie che contavano su Gobik. E visto che avevamo il necessario per andare avanti con la produzione, appena abbiamo avuto il via libera per ripartire, ci siamo fatti trovare pronti. Quando l’azienda è stata riaperta, il lavoro è ripreso forte. Non ci siamo fermati. In certi casi, si nuota o si va a fondo. E noi abbiamo nuotato».

L’obiettivo di vincere

La produzione per i team è su misura e dà vita alle varie collezioni. Il 50 per cento dei capi in vendita deriva infatti dai test eseguiti con gli atleti nelle situazioni più estreme: dal grande freddo al grande caldo.

«L’obiettivo di un professionista – prosegue Mariana – è vincere le corse. E quando non trova quello di cui ha bisogno, va a cercarsela altrove, anche fra marche non ufficiali. Noi siamo orgogliosi che con noi non accada. Il nostro motto è non essere conformisti e questo significa che ogni cosa deve essere perfetta, anche se significa far saltare gli schemi. Se un prodotto esce sul mercato, siamo sicuri che funziona bene. E’ un processo difficile, ma necessario».

Fra qualità e marketing

La collezione si affronta in media un anno e mezzo prima della sua uscita, affinché sia pronta nove mesi prima del lancio. Parliamo nella sala riunioni, con la linea dedicata alla Nove Colli sul tavolo ed è immediato capire che alla qualità del prodotto sia affiancata una sapiente azione di marketing: i due aspetti sono complementari.

«Qualità e marketing – dice Mariana – sono importanti, ma se non hai il prodotto, c’è poco da spingere. Agli inizi, quando lavoravamo su collezioni personalizzate, non avevamo un grande marketing: tutto si basava sul passaparola. Poi è arrivato il sito internet, sono arrivati i social e i testimonial. In quel momento alla qualità del prodotto si è affiancata un’azione di marketing, sempre difendendo la qualità del prodotto. Del resto, se fornisci i tuoi capi ai professionisti e testimonial come Contador e Basso, devi essere sicuro di dargli un ottimo prodotto».

Nonostante tutto sia molto industrializzato, l’azione dell’uomo è necessaria
Nonostante tutto sia molto industrializzato, l’azione dell’uomo è necessaria

Il ruolo dei pro’

Il rapporto con le squadre, per Gobik come per tutte le altre aziende che sviluppano i propri prodotti, è una importante chiave di volta. I professionisti richiedono flessibilità e hanno la grande capacità di individuare e comunicare quel che funzione e quello che non va. Ad oggi Gobik veste il Movistar Team, il Team Eolo-Kometa e la FDJ-Suez-Futuroscope di Marta Cavalli.

«Ci appoggiamo ai corridori più pignoli – spiega Alfonso, che parla un ottimo italiano avendo vissuto a lungo a Milano – quelli che chiedono sempre delle migliorìe. Con loro si lavora quasi esclusivamente su misura. Le taglie standard sono quelle, però poi bisogna fare caso alle aree di provenienza degli atleti. La taglia M in Belgio richiede una lunghezza superiore, perché mediamente i belgi sono più alti. Per cui a quel punto si va sul personalizzato. Il segreto per durare tanto con loro? Seguirli nelle corse. Stare con loro. Li accompagniamo nei ritiri e nelle gare più importanti e alla fine ci riconoscono, ci guardano in faccia e noi siamo lì per supportarli».

Si lavora alla cucitura dello smanicato della collezione gravel: la stessa usata da Valverde nei giorni di Berja
Si lavora alla cucitura dello smanicato della collezione gravel: la stessa usata da Valverde nei giorni di Berja

Tutto in casa

Nella nuova sede, come pure nella vecchia, i dipendenti hanno un rimessaggio per le bici e una serie di spazi relax: la dirigenza, spiegano, spinge verso la pratica sportiva, con la convinzione che uno sportivo ha più criterio e disciplina anche nel lavoro. Nascerà una ludoteca: il tutto nel giro di un anno, questa almeno la stima per la fine dei lavori.

«Siamo orgogliosi – riprende Mariana – di essere una marca spagnola che lavora in Spagna. Abbiamo il 95 per cento della produzione in casa e solo pochi articoli, pur progettati in sede, vengono affidati fuori ad aziende che dispongono di macchinari speciali. I guanti ad esempio li facciamo in Italia, ma l’obiettivo è avere tutto qui, perché ci dà più libertà. Producendo in casa, possiamo controllare tutto. Se producessimo in Bulgaria o in Cina, non avremmo la serenità giusta».

Il mercato italiano

Questa la sintesi di un viaggio molto interessante, nella casa di un’azienda che ha individuato anche negli eventi il modo per farsi conoscere. Sono prodotte da Gobik le maglie per la Nove Colli, per la Dolomiti Superbike, la Mallorca 312, la Mont Ventoux e le Gran Fondo Series di Specialized che si aprirà il prossimo fine settimana con la Fenix Bra Bra.

«In Italia stiamo crescendo – conclude Alfonso – anche grazie alle manifestazioni. E crediamo che una buona rete vendita sia necessaria, anche a prescindere dall’online. I numeri si fanno con gli amatori e le persone devono avere la possibilità di vedere il marchio Gobik, di toccarlo con mano. Va bene tutto quello che permette all’ecosistema di mantenersi. E i negozi a loro modo sono piccoli ambassador dell’azienda. Il punto di primo accesso».

Le donne junior della BFT Burzoni, tra presente e futuro

26.04.2023
6 min
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Numeri alla mano, a oggi la BFT-Burzoni guida le classifiche nazionali delle donne junior. Probabilmente nemmeno loro si aspettavano risultati simili, pur essendo una formazione di riferimento del panorama giovanile femminile.

Fin dalla sua nascita nel 2016 (solo con esordienti e allieve), la società piacentina si è progressivamente inserita ai vertici tra le juniores (dal 2018), ma non tutte le annate sono uguali. Il futuro della BFT-Burzoni è ancora tutto da scrivere, ma il passato può dare più di uno spunto. Tante ragazze elite attuali sono passate da loro. Del presente della ex VO2 Team Pink abbiamo parlato invece col team manager Stefano Solari e col presidente Gianluca Andrina.

Trionfo Bft Burzoni. Al debutto di Ceriale trionfa in solitaria Eleonora La Bella, junior primo anno (foto Franz Piva)
Trionfo Bft Burzoni. Al debutto di Ceriale trionfa in solitaria Eleonora La Bella, junior primo anno (foto Franz Piva)
Stefano ti aspettavi un inizio di stagione così?

Devo essere onesto e dico di no. Soprattutto perché tre delle quattro vittorie che abbiamo ottenuto finora sono arrivate da atlete del primo anno. Una con Anita Baima, che forse pensavamo potesse essere già pronta per il salto di categoria. Due con Eleonora La Bella che è stata una sorpresa. Molti non la conoscevano, ma noi sapevamo del suo valore. Anzi, da alcuni test aveva dati che non vedevamo dai tempi di Francesca Barale. In gara cambia tutto, lo sappiamo, però lei non ha avuto paura e non credevamo che si ambientasse così presto tra le junior. Non a caso entrambe sono state convocate in nazionale da Sangalli per la Omloop Van Borsele che si è conclusa il 23 aprile. Per noi è sempre un orgoglio quando le nostre ragazze vestono l’azzurro.

Non sono le uniche da quello che ci risulta.

Esattamente. Abbiamo anche altre nostre atlete che sono nel giro della nazionale della pista di Marco Villa. In primis c’è Vezzosi che è nel gruppo della velocità di Ivan Quaranta. Lei fa prevalentemente pista, ma spesso la portiamo in ritiro e alle gare con noi perché è giusto che stia insieme alle sue compagne e che corra anche su strada. Poi ci sono Grassi, Sgaravato, Dalla Pietà, Locatelli, Zanzi e la stessa Baima che cureranno la doppia attività. Non dimentichiamo che Zanzi e Grassi l’anno scorso hanno vinto ori europei e argenti mondiali su pista.

A Gossolengo vince in volata Anita Baima, anch’essa al primo anno nella categoria (foto Franz Piva)
A Gossolengo vince in volata Anita Baima, anch’essa al primo anno nella categoria (foto Franz Piva)
Avete anche corso all’estero negli ultimi anni. Che esperienze sono state?

Intanto posso dire che non si finisce mai di imparare e devo dire che ci piace crescere sia come società che come gruppo di persone. Le gare straniere aiutano a crescere sia le ragazze che la nostra visibilità. La Gand-Wevelgem, dove abbiamo conquistato un bell’ottavo posto con Baima, è stata l’occasione per capire tanti particolari. Avevamo scelto un bellissimo hotel vicino alla partenza, che però non aveva un garage comodo per i nostri meccanici. Oppure abbiamo visto come il cibo della cena non andava bene a tutte le ragazze, che forse non hanno ancora sviluppato un grande spirito di adattamento per altri tipi di cucina. Per la trasferta che faremo in Francia il 6 e 7 maggio ci siamo organizzati diversamente.

In che modo?

Conosciamo bene il Tour du Gevaudan Occitaine, perché vi abbiamo già partecipato. Stavolta abbiamo prenotato delle casette, così possiamo portarci il cibo da casa e fare da mangiare alle ragazze quello che vogliono loro. Poi speriamo di fare bene come nel 2021. Arrivammo secondi con Barale e fu proprio lì che gli osservatori del Team DSM si interessarono a lei. Siamo orgogliosi anche di essere stati il primo team junior italiano che ha dato una propria atleta ad una formazione WorldTour.

Qual è la ricetta per mantenere sempre un certo livello di lavoro?

La crescita della BFT Burzoni è dovuta ai mezzi che ci vengono messi a disposizione. Io assieme ai due diesse Stefano Peiretti e Vittorio Affaticati cerchiamo di utilizzare queste risorse nel miglior modo possibile. Certe conferme ci sono arrivate anche da alcuni tecnici federali. Fra di noi c’è armonia, anche se non nascondo che talvolta ci siano visioni diverse. Credo che faccia parte del gioco e che sia così ovunque. Stefano e Vittorio curano di più l’aspetto tecnico, tattico e degli allenamenti, mentre io seguo il lato umano delle questioni. Poi abbiamo sempre anche il parere e l’appoggio del nostro presidente Gianluca Andrina che fa bene a tutto l’ambiente. Lui è una persona che sa riconoscere il lavoro degli altri.

Quest’anno siete un gruppo numeroso. Come lo gestite?

Non è semplice perché abbiamo ragazze da sette regioni (Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio e Abruzzo, ndr) però siamo riusciti a responsabilizzarle nel seguire i programmi di allenamento preparati da Peiretti. Abbiamo tutti i loro dati e vediamo come lavorano. Non possono più nascondersi (sorride, ndr). Diciamo che quando vengono da noi, le ragazze sanno cosa le aspetta e che sosteniamo costi importanti per farle crescere e correre.

Che effetto fa invece vedere che molte ragazze che oggi si sono affermate fra le elite sono passate da voi?

E’ una grande soddisfazione. Significa che abbiamo fatto un buon lavoro, sia tecnico che umano. Infatti tante di loro sono ancora in contatto con noi e quando ci incontriamo si fanno sempre due chiacchiere volentieri. Zanardi, Tonetti, Collinelli, Gasparrini, Barale e Cipressi, solo per citarne alcune, sono tutte ragazze che faranno bene. Speriamo che le ragazze che abbiamo adesso possano seguire lo stesso percorso. Noi ci sentiamo pronti per farle crescere a dovere.

Anita Baima e Eleonora La Bella si sono guadagnate la convocazione per la Omloop Van Borsele (foto Bft Burzoni)
Anita Baima e Eleonora La Bella si sono guadagnate la convocazione per la Omloop Van Borsele (foto Bft Burzoni)

Parola al presidente

Il presidente Gianluca Andrina non è solo un appassionato di ciclismo ma anche un ex dilettante degli anni 80/90. Uno che è rimasto al passo dei tempi grazie alle sue ragazze. Nella vita di tutti i giorni è direttore commerciale di BFT Burzoni, importante azienda e distributore a marchio privato di utensili per lavorazioni meccaniche con sede a Piacenza. Da quest’anno la scelta di cambiare denominazione ha una ragione precisa.

«Dopo tanti anni – spiega – era giusto che la ditta per cui lavoro avesse un riconoscimento maggiore. Sia per la azienda stessa sia per noi come squadra. Alberto Burzoni, il titolare che purtroppo è venuto a mancare qualche mese fa, mi ha sostenuto subito nel progetto nato nel 2016. In accordo con sua figlia Arianna (amministratrice delegata, ndr) ho ritenuto che il marchio dovesse avere più lustro, considerando che avremmo corso di più all’estero».

«Nel ciclismo – conclude Andrina – ci sono tante ditte di metalmeccanica che sponsorizzano anche ad alti livelli, oltre a lavorare nelle macchine utensili tanti componenti di biciclette. Il nostro piccolo sogno sarebbe fare una squadra elite con licenza UCI e diventare “devo team” di qualche realtà maggiore, pur mantenendo il nostro nome attuale. Naturalmente dobbiamo trovare le necessarie risorse economiche perché non siamo abituati a fare il passo più lungo della gamba. Per fare un esempio, Ceratizit è uno dei marchi ed un nostro competitor che opera nel nostro stesso ambito e sarebbe bello se magari loro potessero accorgersi della nostra squadra juniores».

Healy, lanciato a tutta verso il futuro (e verso il Giro)

26.04.2023
5 min
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LIEGI – Ben Healy è un altro corridore che si aggiunge alla lista della nuova generazione dei ragazzini terribili. L’irlandese della EF Education-EasyPost esce da un’ottima primavera e non è finita qui. Ben infatti sarà presente al Giro d’Italia.

Dall’inizio dell’anno ha ottenuto undici piazzamenti nei primi dieci, comprese due brevi corse a tappe, e due vittorie: una tappa alla Coppi e Bartali e il Gp Industria e Commercio a Larciano.

Ben Healy (classe 2000) è al primo anno tra i pro’. Viene dalla scuola di Wiggins e dalla Trinity (stessa squadra di Pidcock)
Ben Healy (classe 2000) è al primo anno tra i pro’. Viene dalla scuola di Wiggins e dalla Trinity (stessa squadra di Pidcock)

In Irlanda…

Vogliamo conoscere meglio questo ragazzo, un “non inglese” più che un irlandese. Taciturno, stile molto brithis, Healy è nato in Inghilterra a Kingswinford, nei pressi di Birmingham nel cuore della Gran Bretagna. Aveva iniziato a pedalare sotto quella bandiera ed era un ottimo biker.

L’Inghilterra in quegli anni usciva dall’onda del boom ciclistico in seguito alla grande spinta per le Olimpiadi. Insieme a Tom Pidcock – forse il suo rivale di sempre, ma di un anno più grande – faceva parte della nazionale di mtb. Tuttavia venne scartato. Ben capì che in quella nazione c’era meno spazio per lui ed “emigrò” nell’isola di San Patrizio.

«E così – ha detto tempo fa Healy ad un media irlandese – ho iniziato anche a pedalare su strada e proprio in quel periodo ho scelto l’Irlanda».

Ma se questa è la sua storia più remota, per quanto lo possa essere quella di un ragazzo del 2000, di Helay ricordiamo l’affondo nel finale dell’ultima tappa del Giro d’Italia U23 2021, scappando via in pianura quando il gruppo filava ad oltre 50 all’ora. Ma anche la tappa alla Ronde de l’Isard, i titoli nazionali a crono e su strada e la tappa all’Avenir 2019 al primo anno tra gli U23.

Dopo il secondo posto all’Amstel Gold Race. Al via della Freccia e della Liegi è stato uno degli atleti più “attenzionati” persino da Pogacar.

Ben Healy vince a Larciano dopo un finale corso da vero dominatore
Ben Healy vince a Larciano dopo un finale corso da vero dominatore

Da giovane a pro’

«Mi stupisco che adesso tutti scoprano Healy, come se saltasse fuori dal nulla  – dice il suo direttore sportivo Charly Wegelius – ma bisogna guardare il suo palmares tra i dilettanti». E su questo punto ribattiamo subito a Charly, ricordando le sue prestazioni anche tra gli under 23. Ma certo l’exploit di questa primavera non può passare inosservata.


«Ben – va avanti Wegelius – si sta abituando alle nuove attenzioni. Attenzioni che fino ad ora non aveva avuto. E  questo cambia un po’ le cose per lui.

«Io, come atleta non ho mai vissuto in prima persona questa situazione, perché non ho mai fatto questo tipo di risultati, ma penso che faccia parte di una fase nella carriera di un atleta che spera diventare importante. Ma tra sperare e fare c’è di mezzo il mare!».

Ben il meticoloso

E le speranze erano vive anche alla Liegi. Quel giorno c’era l’atteso scontro fra Pogacar ed Evenepoel. E un corridore come Healy aveva la condizione e i numeri per mettersi in mezzo. E ha le caratteristiche fisiche (175 centimetri per 64 chili) per potersi scontrare, ogni tanto, anche con Van Aert e Van der Poel. Ma si sente pronto a questi scontri diretti?

«Per me – spiega Wegelius – Ben è pronto a questi scontri diretti e lo ha dimostrato all’Amstel, ma non ne fa un’ossessione. Quel giorno in alcuni momenti lo avevano staccato, ma lui è stato capace di rientrare su di loro. 

«Ben ha grandi aspettative su se stesso, vuole sempre fare del suo meglio. È molto, molto meticoloso nella preparazione, pensa molto alle corse e poi si vede anche dalla sua posizione in bici quanti curi tutti gli aspetti».

In effetti su materiali e posizione Healy è molto particolare. Noi stessi abbiamo visto una sella molto in avanti, un manubrio strettissimo (38 mm, nonostante spalle non proprio piccole) e leve fortemente piegate all’interno. Una posizione moderna, segno che è sul pezzo. E sulla crono non è da meno.

Sulla Redoute un po’ di fatica, poi è uscito alla distanza. Altro segnale non da poco per un ventiduenne
Sulla Redoute un po’ di fatica, poi è uscito alla distanza. Altro segnale non da poco per un ventiduenne

Ragazzo sincero

«Io mi aspettavo questa maturazione da parte sua – va avanti il diesse – ma lasciatemi anche dire che per me è un po’ scomodo sentire che salta fuori dal nulla. Questo è un ciclismo in cui i giovani emergono molto rapidamente, almeno quando hanno il talento.

«Che tipo di corridore è lo dobbiamo scoprire. Adesso Ben farà il suo primo grande Giro, appunto il Giro d’Italia e li vedremo come reagirà alla lunga. Strada facendo, vedremo anche se proverà a tenere o a puntare sulle tappe. Come EF abbiamo vari progetti e lui senz’altro ne farà parte. Credo che di certo sarà un protagonista in qualche tappa.


«Io – conclude Wegelius – vedo in lui un ragazzo intelligente, che ha fiducia in se stesso e che parla normalmente. Se ha una domanda la fa senza problemi. Non se la tiene dentro dicendo chissà cosa pensano di me gli altri. Ed è così con noi tecnici e anche con i compagni».

Madiot attacca il potere dei giganti. E Gianetti risponde

26.04.2023
6 min
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I numeri non mentono. Le grandi classiche della primavera hanno premiato sempre e comunque il ristrettissimo lotto di fenomeni che sta caratterizzando il ciclismo contemporaneo: il pupillo di Gianetti Pogacar primo a Fiandre, Amstel e Freccia (e se non fosse caduto alla Liegi…), Van Der Poel autore della doppietta SanremoRoubaix, Evenepoel al bis di Liegi, Van Aert che batte i due rivali VDP e Pogacar alla E3 Saxo Classic e fa un grazioso regalo a Laporte alla Gand-Wevelgem e mettiamoci pure Pidcock alla Strade Bianche. I nomi sono sempre gli stessi.

Tutto ciò, al di là dell’immenso talento dei nominati, si traduce anche in uno strapotere dei rispettivi team. Tre gare su quattro finiscono sempre nel ristrettissimo lotto delle stesse formazioni: Uae Team Emirates, Jumbo Visma, Alpecin Deceuninck, Soudal QuickStep e possiamo aggiungerci anche Ineos Grenadiers, in ripresa negli ultimi giorni. Agli altri restano solo le briciole. E se dalla parte dei tifosi c’è chi comincia a lamentarsi perché vincono sempre gli stessi e si perde interesse, dall’altro è nello stesso ambiente che arrivano stoccate non di poco conto.

Marc Madiot ha fatto sentire la sua voce contro lo strapotere dei fenomeni (foto facebook/GroupamaFdj)
Madiot ha fatto sentire la sua voce contro lo strapotere dei fenomeni (foto facebook/GroupamaFdj)

Madiot contro il sistema

A innescare la miccia è stato Marc Madiot, team manager della Groupama FDJ che, intervistato dalla Derniere Heure, ha sottolineato come tutto ciò non sia figlio solo del talento dei campioni, ma anche e forse soprattutto delle differenze di budget in seno allo stesso WorldTour.

«Qui le squadre giganti controllano tutto – ha detto – noi siamo lassù nelle corse a tappe e nelle classiche. Ma non vinciamo e non vinceremo. Non possiamo».

Parole pesanti, che meritavano una replica da chi è chiamato in causa e a rispondere è Mauro Gianetti, suo omologo all’Uae Team Emirates.

«Immaginavo che sarei stato chiamato su questo argomento», è il suo esordio, ma la discussione, seppur delicata e per certi versi provocatoria, lo vede estremamente pronto a ribattere. «Ci sono dei momenti in cui alcuni campioni fanno la differenza sugli altri, è sempre stato così. Che cosa si dovrebbe cambiare? Credo che metterci a rincorrere nuovi regolamenti in ogni periodo storico probabilmente non sarebbe la strada giusta».

Gianetti insieme a Pogacar: il team manager elvetico si tiene stretto il suo fenomeno
Gianetti insieme a Pogacar: il team manager elvetico si tiene stretto il suo fenomeno

Gli investimenti delle aziende

«E’ proprio il richiamo del ciclismo attuale – prosegue – che ha portato grandi aziende internazionali a essere coinvolte e questo è un bene per l’evoluzione di questo sport. Aziende che rappresentano anche Paesi, come nel nostro caso».

Gianetti tiene a mettere l’accento proprio sull’aspetto commerciale: «Il ciclismo è un veicolo pubblicitario che attrae moltissimo per qualsiasi tipo di filosofia, marchio o prodotto che voglia essere così promosso a livello mondiale. Vediamo tante aziende che si affacciano al ciclismo, aziende di livello altissimo che scelgono questo in luogo di altri sport, come lo stesso calcio».

Pogacar ed Evenepoel, due degli “dei” che stanno riscrivendo la storia del ciclismo
Pogacar ed Evenepoel, due degli “dei” che stanno riscrivendo la storia del ciclismo

Ipotesi salary cap

Madiot però parla di un sistema da rivedere ed equilibrare com’è stato fatto in altri sport, ad esempio nel basket Nba con l’introduzione del “salary cap”, sarebbe possibile farlo anche qui o il ciclismo è più vicino a un sistema di libero mercato come esiste nel calcio?

«Questo è un discorso abbastanza complesso – replica Gianetti – non si può ridurre la discussione al salary cap senza che pensiamo a costruire le infrastrutture per introdurlo. Ad esempio bisognerebbe rimettere completamente mano al calendario di corse, ai roster delle squadre da ridurre drasticamente.

«Non possiamo farlo senza avere un’identificazione di cosa siano le gare importanti o meno, perché oggi sotto questo aspetto c’è un po’ di confusione per il pubblico, quello non propriamente addentro al nostro mondo che non capisce quali siano le gare realmente importanti. Se ne può parlare, va benissimo, purché sia fatto in un contesto globale. Ma non dimentichiamo un fatto: i fenomeni rimangono fenomeni. Chi li ha è avvantaggiato e lo sarà sempre perché così è sempre stato».

Anche Lavenu della AG2R ha criticato la sproporzione di budget fra i team (foto Le Dauphinee)
Anche Lavenu della AG2R ha criticato la sproporzione di budget fra i team (foto Le Dauphinee)

Le differenze con il basket

Proviamo allora ad allargare un po’ il discorso anche oltre le provocazioni di Madiot: potrebbe essere pensabile un sistema di reclutamento per juniores e under 23 diciamo simile a quello dei draft americani con le squadre più arretrate nel ranking del WorldTour che abbiano una preferenza nella chiamata?

«Siamo talmente lontani dal concetto nel ciclismo – osserva Gianetti – che anche in questo caso non è pensabile di copiare questa regola. Il sistema attuale non lo permette, il corridore deve avere il diritto di scegliere la proposta migliore, economicamente e non solo. Non siamo il basket, il ciclismo è qualcosa di diverso. Ci sono tanti aspetti da valutare nella scelta di un team o di un corridore, così sarebbe tutto semplicistico.

«Se c’è la voglia di fare qualcosa – prosegue – deve essere fatto a livello globale. Ma anche lì è difficile trovare la quadra, perché ovviamente gli organizzatori hanno degli interessi che sono diversi da quelli delle squadre e l’Uci deve stare in mezzo a cercare di gestire al meglio».

Thomas e Geoghegan Hart, stelle della Ineos che sta riemergendo dopo un avvio difficile
Thomas e Geoghegan Hart, stelle della Ineos che sta riemergendo dopo un avvio difficile

Il problema delle leggi diverse

«E’ da quando sono nel mondo del ciclismo – rilancia Gianetti – che si sente parlare di riforme, eppure ci sono stati cambiamenti nel WorldTour che hanno comunque portato benefici. Guardiamo le aziende che sono entrate in questo mondo, la Tudor ad esempio, ma anche colossi come la Ineos, parliamo di aziende veramente mondiali. Queste sono entrate con investimenti che indubbiamente costituiscono un rischio. Ma pur non avendo una garanzia totale, sanno che almeno per 2-3 anni avranno diritto alla partecipazione nelle gare più importanti a livello televisivo e d’immagine».

Nella sua intervista Madiot mette l’accento su un punto: le squadre appartenenti al WorldTour non partono alla pari, perché alcune, come le francesi, devono sottostare a una legislazione diversa, con i corridori impiegati a tempo pieno e quindi con tasse e contributi da pagare, come a dire: «Spendiamo di più e otteniamo forzatamente di meno».

Evenepoel a Liegi ha scritto l’ultima delle grandi imprese di questa straordinaria primavera a pedali
Evenepoel a Liegi ha scritto l’ultima delle grandi imprese di questa straordinaria primavera a pedali

Il ciclismo, sport planetario

«E’ vero – sottolinea Gianetti – ma la forza del ciclismo è che è uno sport mondiale, il che per certi versi è anche una debolezza. Se tutte le squadre avessero sede nello stesso Paese, sarebbe tutto più semplice, anche per l’adozione delle regole di cui abbiamo detto, ma non è così e chiaramente la Federazione mondiale deve cercare formule per mettere tutti il più possibile alla pari, ma non è semplice. Considerate che non c’è altro sport planetario come il ciclismo: si corre in tutti i Continenti, ogni marchio viene diffuso in ogni Paese, neanche il calcio ha questo potere».

Madiot nella sua intervista sottolinea come quasi il 75 per cento delle gare finisca nelle mani di un pugno di team, è una situazione destinata a cambiare?

«Diciamo che è una situazione figlia di un periodo straordinario – conclude Gianetti – perché ci sono questi fenomeni che fanno un bellissimo ciclismo, quantomeno tra di loro. E’ chiaro che arriveranno altri fenomeni, perché vediamo generazioni di ragazzi giovani e ambiziosi forti che stanno crescendo. Nulla dura per sempre. Per cui è chiaro che bisogna continuare a lavorare seriamente e impegnarsi. Poi io sono chiamato direttamente in causa grazie a Tadej e vorrei che questo tempo durasse ancora molto a lungo, intanto che c’è godiamoci il momento spettacolare del ciclismo attuale».

Stakanovista Mohoric, due mesi intensi di classiche

26.04.2023
4 min
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LIEGI – Dalla Omloop Het Nieuwsblad del 25 febbraio, alla Liegi-Bastogne-Liegi dello scorso 23 aprile: Matej Mohoric si è fatto tutta, ma proprio tutta, la Campagna del Nord. O per meglio dire la primavera delle classiche. Perché non va dimenticato che nel mezzo di queste undici prove c’erano anche la Sanremo e la Strade Bianche.

Il corridore del Team Bahrain Victorious si ferma a parlare con noi tra uno scrocio di pioggia e l’altro alla vigilia della Doyenne, in occasione della presentazione delle squadre.

Mohoric non ha vinto in questo scorcio di stagione, però è salito sul podio della Kuurne-Bruxelles-Kuurne. Di certo la sua non è una primavera da buttare. Poteva averla chiusa dopo la Roubaix, dopo l’ennesima brutta caduta e le tante botte e invece è andato avanti. Poteva rassegnarsi al dominio ora di Pogacar, ora di Van der Poel, ora della Jumbo-Visma, ma neanche per sogno. Questa sua campagna di classiche gli ha riservato spunti interessanti che analizziamo insieme.

L’intervista con Mohoric (classe 1994) alla vigilia della Liegi
L’intervista con Mohoric (classe 1994) alla vigilia della Liegi
Matej, dicevamo: ti sei fatto tutte le classiche più importanti di primavera…

Questo era il mio programma! All’inizio è andato tutto bene. Mi sono piazzato un paio di volte, poi i due obiettivi principali erano il Fiandre e la Roubaix e non sono andati un granché. Fisicamente stavo bene, però non ho raccolto nessun risultato, quindi c’è un po’ di rammarico. Però guardo avanti e spero di far bene prima o poi. 

Sei stato anche sfortunato. Hai subito diverse cadute, ma ti sei sempre rialzato, mostrando molta grinta. In tanti avrebbero detto basta dopo che i due obiettivi principali erano alle spalle ormai…

Sì, però la vita non sempre va come si vuole. La cosa più facile è dire che uno non ce la fa, che è meglio restare a casa… Però io credo che bisogna tentare sempre. Anche perché se non parti, non puoi nemmeno vincere. E neanche provarci…


Hai fatto tutta la Campagna del Nord, c’è stato un momento di picco di forma? Ed eventualmente quando era previsto?

Sono stato sempre abbastanza bene, ma era previsto un picco di forma per il Fiandre e la Roubaix. E infatti devo dire che di gambe in quei giorni mi sono sentito davvero bene. Però purtroppo per delle circostanze avverse non ho fatto risultato. E mi dispiace proprio perché sapevo di stare bene. Stavo meglio dell’anno scorso…

Mohoric ha chiuso la sua primavera alla Liegi. Due mesi in cui ha preso il via a tutte le classiche. Ha saltato Brabante e Scheldeprijs
Mohoric ha chiuso la sua primavera alla Liegi. Due mesi in cui ha preso il via a tutte le classiche. Ha saltato Brabante e Scheldeprijs
Se il picco era previsto per il Fiandre, avevi deciso di sacrificare un po’ la Sanremo? Eri consapevole che forse non eri al 100 per cento…

Esatto. Alla Sanremo non ero al 100%, consapevole del fatto che il mio obiettivo principale era la Roubaix. La Roubaix più del Fiandre. E infatti poi sono stato meglio dopo, nonostante la caduta al Fiandre.

Al netto dei dolori, cosa ti porti dietro da Fiandre e Roubaix? Le puoi vincere?

Sì, secondo me sono alla mia portata. Quest’anno posso dire che non ero tanto lontano dal tenere il passo con i migliori. Alla Gand, per esempio, non ci sono riuscito perché a un corridore davanti a me è scesa la catena e non potevo passarlo in quel momento. Ho perso l’attimo. Altrimenti sarei rimasto attaccato ai due Jumbo-Visma. Al Fiandre, la prima caduta, quella in cui è rimasto coinvolto anche Pogacar, un po’ mi condizionato. Dopo quella scivolata non ero più al 100 per cento.

Mohoric ha capito che con ottime gambe e un po’ di buona tattica, quei 3-4 fenomeni si possono battere
Mohoric ha capito che con ottime gambe e un po’ di buona tattica, quei 3-4 fenomeni si possono battere
Insomma, in prospettiva hai fatto un buon lavoro…

Sì, io sono convinto che nel futuro, se tutto va bene, posso vincere sia il Fiandre che la Roubaix. E tornerò.

Non parti battuto in partenza! In queste classiche abbiamo sentito corridori, anche importanti, partire per il secondo posto o per il piazzamento perché in gara c’era uno o più di quei quattro fenomeni…

No, no… e questo purtroppo è vero. Nelle ultime corse, più di una volta nel gruppo, quando la situazione si era delineata, in tanti hanno corso per un piazzamento e questo mi dispiace. Anche all’Amstel quando siamo rimasti fuori perché ci hanno attaccati di sorpresa, mancava molto e c’era il tempo di rientrare. Però non c’erano le squadre che volevano sacrificarsi per andare a prendere la fuga.

E come si può fare?

Bisogna adattarsi e fare del proprio meglio. Magari non facendosi sorprendere e così giocarsela non contando sugli altri.