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Doppietta Giro-Tour. E’ possibile nel 2024?

05.11.2023
5 min
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Non c’è niente da fare, l’eterno discorso della doppietta Giro-Tour tiene sempre banco. Fa discutere, sognare, pensare… Se in oltre cento anni di storia ci sono riusciti solo in sette, un motivo ci sarà. E quest’anno più che mai, con due percorsi più accessibili, magari è la volta buona. Ma ecco che spunta il terzo “incomodo”, le Olimpiadi, a frenare la doppietta. Doppietta che Stefano Garzelli, in passato ha visto realizzarsi da vicino, grazie al compagno di squadra e capitano Marco Pantani.

Stefano Garzelli (qui con Alessandra De Stefano) ha vinto il Giro del 2000. Dal 2016 è commentatore tecnico per la Rai
Stefano Garzelli (qui con Alessandra De Stefano) ha vinto il Giro del 2000. Dal 2016 è opinionista per la Rai
Stefano, doppietta Giro-Tour, ma con vista sulle Olimpiadi…

Credo che possa riguardare soprattutto Pogacar questo discorso, ma penso anche che l’Olimpiade poi non vada ad incidere così tanto sull’eventuale doppietta. Il Tour de France resta obiettivo primario per un atleta di quel calibro, di quelle caratteristiche e di quella squadra.

Quest’anno i due percorsi per te favoriscono la doppietta?

Su carta sì, perché non sono due percorsi impossibili (qui quello del Giro e qui quello Tour, ndr). Tutti e due hanno un avvio molto tecnico, molto impegnativo e poi hanno una settimana finale molto impegnativa. Il Tour forse è un po’ più facile nella parte centrale. Il Giro d’Italia, tolto il tappone di Livigno che suera i 5.000 metri di dislivello, non ha frazioni impossibili. E anche in quella tappa, gran parte del dislivello si accumula con Aprica, prima, che non è dura, e con la Forcola soprattutto. La Forcola è lunga, ma non è a ridosso dell’arrivo e concede ampi recuperi e non credo farà grandissima selezione.

Al Tour certi tapponi non ci sono proprio… Molti hanno detto che Vegni ha disegnato questo percorso proprio per lui. Cosa ne pensi? Sarebbe l’occasione giusta?

Io credo che ancora per quest’anno, Tadej imposterà la sua stagione sul Tour de France. Viene da due secondi posti e vuole rivincere. Fisicamente potrebbe anche riuscirci e provarci, ma poi con un Vingegaard così deve essere al top del top. Non puoi fare il Giro prima del Tour, oltre al dispendio energetico ti esponi a rischi di cadute, infortuni… Hai un mese e poi ti devi far trovare subito pronto, perché come detto, la partenza è dura.

I tracciati di Giro e Tour non sono impossibili, ma le partenze non prevedono tappe di pianura come una volta, specie in Francia
I tracciati di Giro e Tour non sono impossibili, ma le partenze non prevedono tappe di pianura come una volta, specie in Francia
Prima invece si poteva non essere al 100 per cento….

Esatto. E poi con Vingegaard che è diventato un killer, sarebbe troppo rischioso. Quest’anno senza la caduta di Liegi (il riferimento è a Pogacar, ndr) credo che se la sarebbero giocata sul filo dei secondi fino alla fine, ma anche per un fenomeno come lo sloveno stare 25 giorni fermo in quel momento dell’anno non è facile. Anzi, solo lui poteva riuscire a fare secondo in quelle condizioni.

E a Stefano Garzelli sarebbero piaciuti questi due tracciati per tentare la doppietta?

Se avessi dovuto vincere il Tour, no. Rispetto ai miei tempi il ciclismo è cambiato ed è cambiato ancora di più negli ultimi 3-4 anni. E’ tutto più esponenziale, tutto vissuto al massimo. Pantani nel 1998 si ritrovò in quel Tour con le prime dieci tappe piatte. Non c’era neanche una salita. Nella crono di apertura arrivò tra gli ultimi (181° su 189, ndr). Poi, per una serie di circostanze e perché si chiamava Pantani, è riuscito a vincerlo. Marco andò in Francia senza troppa pressione. Aveva vinto il Giro. Ma oggi è diverso e il Tour è troppo importante.

Purtroppo per il Giro…

Purtroppo per il Giro, esatto. Se Pogacar questa estate avesse vinto la maglia gialla, magari al Giro ci sarebbe venuto, anzi forse lo avrebbe fatto al 100 per cento. Ma oggi più che mai sembra che conti sempre di più solo vincere. Come se un secondo posto in certe corse fosse da buttare, specie nella sua squadra. Sono arabi, hanno un’altra cultura. Sì, ne hanno messi due sul podio… ma non hanno vinto.

Marco Pantani sigla l’impresa a Montecampione e di fatto vince il Giro, 54 giorni dopo sarà in giallo a Parigi
Marco Pantani sigla l’impresa a Montecampione e di fatto vince il Giro, 54 giorni dopo sarà in giallo a Parigi
Hai parlato spesso delle due partenze, impegnative per entrambi i Giri: i percorsi vecchio stile con molta pianura all’inizio avrebbero favorito la doppietta?

Sul fronte della preparazione di certo è complicato. Al via del Giro devi farti trovare pronto. In più la corsa rosa ormai ha delle caratteristiche per le quali ogni giorno può esserci un’imboscata, un imprevisto, ogni tappa ha la sua storia… Al Tour c’è nervosismo. Sì, forse con due percorsi più facili in fase di avvio, la doppietta poteva essere un po’ più facile. E poi noi stiamo dando per scontato che vincere la corsa rosa sia facile, ma non lo è affatto. In più c’è da considerare che mentalmente è dura stare concentrati e sotto pressione 21 giorni e poi altri 21 giorni.

Inoltre nel 2024 ci sono le Olimpiadi, che forse riguardano più Pogacar che Vingegaard…

Come ho detto, non credo che le Olimpiadi incidano sulla doppietta. Chi esce dal Tour in questo caso o dalla Vuelta per il mondiale va sempre forte. Il tracciato dell’Olimpiade da quel che so non è durissimo e ci sono atleti come Philipsen, Van der Poel, Van Aert che ormai non sono solo velocisti, vanno forte anche su tracciati più tecnici.

E possono sfruttare il percorso per prepararsi al meglio. Pensiamo a Vdp quest’anno…

Chi va al Tour… va al Tour. Poi l’Olimpiade avrà un andamento tattico diverso, con pochi atleti per squadra. Pogacar correrà con la Slovenia, non con la UAE Emirates. La corsa pertanto sarà più difficile da controllare, specialmente se il percorso non sarà duro. Difficile per certi corridori puntare tutto su una corsa così.

Portogallo per allievi, con Garzelli e i suoi ragazzi

22.08.2023
8 min
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Uno scambio di messaggi con Garzelli nell’ultimo sabato di Glasgow, quando ormai non si vedeva l’ora di rientrare a casa, ci ha permesso di scoprire che appena dopo il ritorno a casa, Stefano si sarebbe imbarcato in una nuova avventura.

«Domani finisco – ha scritto – lunedì riparto, poi il bello sai qual è? Che giovedì parto io con la mia ammiraglia e vado al Giro di Portogallo con cinque allievi, tra cui mio figlio (in apertura il varesino con i due figli, Marco e Luca), a fare il direttore sportivo. Mille chilometri per arrivare alla partenza, tre tappe, poi domenica ritorno e finalmente muoio».

Quanti spunti in tre righe? Una corsa a tappe per allievi e un direttore sportivo che guiderà suo figlio dall’ammiraglia. Per questo gli abbiamo chiesto di prendere nota di tutto e fare foto, che di certo lo avremmo richiamato. Siamo stati di parola.

Tre tappe, dal 18 al 20 agosto: dopo i mondiali, per Garzelli un altro bell’impegno (foto UVP)
Tre tappe, dal 18 al 20 agosto: dopo i mondiali, per Garzelli un altro bell’impegno (foto UVP)
Com’è andata questa trasferta?

E’ andata bene. E’ la terza volta che vado in Portogallo con gli allievi, tramite un aggancio avuto tre anni fa con l’organizzatore Sergio Sousa, grazie a Joao Correia, il manager di Almeida e Geoghegan Hart. Era stata ed è stata ancora una bella esperienza, perché hanno un modo differente di correre rispetto agli allievi qui in Spagna. Anche più chilometri e dinamiche simili a quelle dei professionisti.

In che senso?

C’è un bel tempo massimo, quindi anche se vai in crisi può raggiungere il traguardo. Però le tappe sono più lunghe. In Portogallo li fanno crescere più rapidamente, vogliono il risultato prima.

Luca Garzelli, Javier Martínez, Oscar Vila, Ander Almajano, Javier Cubilla: al via col sorriso sulle labbra (foto UVP)
Garzelli, Martínez, Vila, Almajano, Cubilla: al via col sorriso sulle labbra (foto UVP)
E’ già abbastanza interessante che si faccia una corsa a tappe per allievi, no?

Ce ne sono tante anche in Spagna, di due-tre giorni, anche quattro. Una cosa che in Italia non c’è, anche se in certi momenti forse è troppo. La prima tappa era di 80 chilometri, ma facile. La seconda erano 78, ancora facile. La terza tappa era di 80 chilometri, con arrivo duro in salita. Non l’avevano mai fatto. La prima volta che sono andato, vincemmo la prima tappa perché avevamo una squadra molto forte. Poi piazzati nella seconda. Invece saltammo nella terza.

Andiamo con ordine, cosa hai fatto dopo i mondiali?

Lunedì sono andato a Milano, mercoledì sono arrivato a Valencia e il giovedì sono partito in macchina con i miei due figli: Luca il corridore, e Marco il più grande, che mi ha fatto da assistente. Il venerdì è arrivata un’altra persona che mi aiuta e poi sono venuti anche i genitori degli altri corridori, che l’hanno presa come una piccola vacanza.

Quanto è durato il viaggio? 

Dieci ore. Siamo partiti giovedì mattina alle 6,30 perché alle 15,30 c’era la punzonatura e dovevo esserci. Quindi ho dovuto fare una tirata unica. 

Che cosa rappresenta un viaggio così per una squadra di allievi?

Un regalo che gli faccio. Vai a correre in un Paese diverso, è stimolante. Dormivamo quasi tutti in grandi camerate, i corridori mangiavano tutti insieme, è qualcosa di nuovo. Per me è stato impegnativo, però penso che come esperienza sportiva sia molto utile per crescere.

E come è andata?

Abbiamo fatto quinti nella generale e per due giorni abbiamo avuto il leader del GPM, poi abbiamo fatto un altro quinto posto. Purtroppo alla fine c’era via una fuga di 15 con tre minuti e sull’ultima salita ha attaccato Goncalo Rodriguez, che è arrivato con 40 secondi, staccando tutto il gruppo. Così noi per 20 secondi non siamo arrivati sul podio e per 40 non abbiamo vinto la corsa.

Si corre con un andamento simile a quello dei pro’ e non nell’anarchia della categoria allievi (foto UVP)
Si corre con un andamento simile a quello dei pro’ e non nell’anarchia della categoria allievi (foto UVP)
Com’è la gestione del gruppo?

In Portogallo le radioline non ci sono, ma radio corsa ha lavorato molto bene, perché cadute ce ne sono state e non poche, idem le forature. Ne ho approfittato per insegnare ai miei ragazzi dove andare per il rifornimento, il fatto di alzare la mano quando fori, restando in coda al gruppo e segnalando a radio corsa se è la ruota anteriore o la posteriore. Stare dietro è un bello stress, però se imparano la gestione di questi momenti delicati, ne escono più maturi.

In Spagna si usano le radio anche fra gli allievi?

Sono l’unico che negli ultimi tre anni ha continuato a fare senza, ma in Spagna è così. Io ho detto di no, perché voglio che imparino a correre. Se gli dico ogni cosa, non impareranno mai a parlare tra loro, a capire come gestire le situazioni.

A che ora partivano le tappe?

Eravamo in una zona del Portogallo dove di mattina fa anche fresco, invece nel pomeriggio si arrivava a 35-38 gradi. Si partiva alle 10 e si correva fino alle 12,30-13. Quindi sveglia per lo staff alle 6 per preparare le macchine e per i corridori alle 7. Colazione e viaggio verso la partenza. Nel pomeriggio invece hanno corso le donne U19 e in questa settimana tocca agli juniores.

Colazione da corridori?

Mangiavano una via di mezzo, perché alla fine devono fare 80 chilometri. Cercavamo di impostarla come una buona colazione, magari se c’era anche con un po’ di riso, tanto per iniziare a prendere degli stimoli nuovi. E dopo ci trovavamo sotto, si caricavano le macchine, si andava alla partenza, presentazione delle squadre, firma, controllo rapporti e poi si correva.

Tanti misuratori di potenza?

Devo dire di sì. La categoria allievi è molto orientata sul professionismo. Io non sono d’accordo, stanno bruciando le tappe, però adesso funziona così e loro si adattano. Mio figlio è allievo di secondo anno e ancora non ce l’ha, ma l’anno prossimo passa nella squadra juniores della Electro Iper Europa, l’unica continental spagnola, quindi inizierà a lavorare per forza con il misuratore di potenza. Piuttosto, in Portogallo i rapporti erano ancora limitati.

In Spagna no?

No, da quest’anno in Spagna hanno i rapporti liberi, gli allievi usano il 53×11, come gli juniores. Prima c’era il 52×16, mentre in Portogallo abbiamo trovato il 52×14, quindi si vedeva gente cambiare i pignoni, bloccare i cambi, mettere il nastro isolante sul pacco pignoni. Abbiamo dovuto adattarci alle regole locali.

Interviste alla partenza. La squadra di Garzelli era qui per la terza volta (foto UVP)
Interviste alla partenza. La squadra di Garzelli era qui per la terza volta (foto UVP)
Sei riuscito a passare del buon tempo con i tuoi figli?

Abbastanza. Marco, il grande che aveva fatto questa corsa due anni fa, mi ha aiutato veramente tanto. Ha sofferto, ha vissuto per la prima volta una corsa della macchina, avendo in gruppo il fratello che tra l’altro è caduto. Era la seconda tappa, è andato giù a 60 all’ora a 4 chilometri dall’arrivo. Ha preso botte alle ginocchia, però non si è pelato per niente. Devo dire che è stato particolare anche per me…

Perché?

Quando sei dietro la corsa, ci sono tantissime cadute e tante problematiche. Io sono direttore sportivo, ma anche padre, quindi molte volte vado in conflitto con altri, perché vedo pericoli che altri non vedono. Perciò il giorno della caduta, Marco è sceso, ha aiutato suo fratello a cambiare la bicicletta, perché la sua era rotta. Sono stato momenti molto intensi.

Per i tre Garzelli, il viaggio ha permesso di passare insieme del bel tempo, parlando molto
Per i tre Garzelli, il viaggio ha permesso di passare insieme del bel tempo, parlando molto
Hai parlato delle famiglie dei corridori che sono venute con voi.

La nostra non è una mega squadra con chissà quali strutture. Abbiamo una macchina, un furgone e tanta voglia di andare a correre in bici. Vista la passione, i genitori vengono e aiutano. Li mando a fare rifornimento, ad altri passo le borracce per andare all’arrivo ad aspettare i corridori.  Alle mamme faccio mettere quattro sedie nella zona dove ci sono tutti i furgoni. Abbiamo sempre fatto così, è il modo che abbiamo avuto in questi anni io e mia moglie di gestire la squadra.

Più pesante il viaggio di andata o il ritorno?

Quello di andata, perché nel ritorno hai ancora l’adrenalina della corsa. Parli di come è andata, analizzi le cose. Il ritorno, devo dire, è stato proprio un bel viaggio. Sarà stato anche pesante, ma è la vita che mi piace. Adesso ho delle cose da fare a Valencia, tornerò in Italia per le corse in Lombardia…

Vingegaard alla Vuelta, cosa pensano Roglic ed Evenepoel?

26.07.2023
5 min
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Sarà rimasto peggio Roglic o Evenepoel? Garzelli sogghigna, per rispondere c’è comunque bisogno di sbilanciarsi. «Entrambi – dice – secondo me il fatto che alla Vuelta arrivi anche Vingegaard, per motivi diversi dà fastidio a entrambi».

Il Tour è finito da tre giorni. In Belgio impazzano i criterium, gli inviati resettano il cervello ed entrano in clima mondiali, ma la prospettiva della Vuelta con Roglic, Vingegaard ed Evenepoel tiene già alta la fiamma sotto la pentola. Probabilmente sono cose che capisci a fondo soltanto quando ci passi, ma non è difficile immaginare che l’annuncio del danese abbia colto di sorpresa i due campioni attesi alla sfida spagnola.

Garzelli ha commentato il Tour assieme ad Andrea De Luca. Il 16 luglio ha festeggiato i 50 anni (foto Instagram)
Garzelli ha commentato il Tour assieme ad Andrea De Luca. Il 16 luglio ha festeggiato i 50 anni (foto Instagram)

Motivazioni diverse

Magari il discorso di Remco è diverso: lui non è contento perché pensava di avere rivali già noti e… misurati, invece gli arriva fra capo e collo il vincitore del Tour. Mentre Roglic, che da giugno lavora per essere leader nella corsa già vinta per tre volte, si ritroverà allo stesso tavolo un ex gregario, ormai diventato capitano. Come successe a Simoni con l’arrivo di Cunego. Come quando Armstrong piombò in casa di Contador. E come quando al Giro del 2000 di Garzelli capitano, all’improvviso saltò fuori Pantani.

Stefano, qual è la ricetta perché la coppia funzioni?

E’ difficile che funzioni. Io sono sempre stato dell’idea che se vuoi vincere un grande Giro, devi andare con un capitano, altrimenti ogni volta si creano situazioni particolari. Nel mio caso, Marco arrivò all’ultimo momento. Insomma, era Marco Pantani e io ero un ragazzo giovane. Poi strada facendo la situazione si andò delineando, ma neppure allora fu troppo facile. Alla fine io sapevo bene che con Marco in corsa, non sarebbe stata la stessa cosa. Sia per me, sia per tutta la squadra. Non sarà facile per Roglic e Vingegaard.

Al Giro del 2000, Garzelli era il capitano, poi arrivò Pantani. Non fu facile, ma alla fine vinse Stefano
Al Giro del 2000, Garzelli era il capitano, poi arrivò Pantani. Non fu facile, ma alla fine vinse Stefano
Perché?

Perché nel ciclismo moderno è cambiato il modo di correre, si sta sempre tutti molto vicini. Però se ci sono situazioni particolari, devi stare vicino a due capitani, che magari per qualche necessità corrono in modo differente. Penso al Tour del 2022 nella tappa del pavé quando Vingegaard rimase senza bici e Roglic cadde. Insomma, la gestione si fa difficile. Diciamo che sarà bello vederli, sarà divertente…

Di solito in questi casi si dice che il polso della situazione deve averlo l’ammiraglia.

In teoria è così. Però se guardate, l’inizio del Tour per la Jumbo-Visma non è iniziato benissimo. C’erano anche lì due capitani – Vingegaard e Van Aert – sia pure con obiettivi differenti e già il secondo giorno Van Aert si è ritrovato senza appoggi. La situazione era complicata, Wout non era contentissimo. E anche se sono due corridori diversissimi, hanno rischiato comunque una piccola rottura iniziale, che per fortuna è stata subito chiarita.

Le tensioni fra Van Aert e Vingegaard al Tour si sono sciolte a Cauterets. La vittoria di Pogacar ha unito la Jumbo-Visma
Le tensioni fra Van Aert e Vingegaard al Tour si sono sciolte a Cauterets. La vittoria di Pogacar ha unito la Jumbo-Visma
Sono bocconi faticosi da mandare giù…

Infatti alla fine rimane sempre qualche piccola spina. Non è semplice, ci sono otto corridori, due fanno i capitani… Vedremo alla Vuelta! Chiaramente loro sono superiori. Io penso che Vingegaard, anche con una condizione inferiore a quella del Tour, può vincere la Vuelta.

C’è da capire quanto la sua presenza possa infastidire Roglic…

Io penso che un po’ sia scocciato. Loro vogliono entrare nella storia, vincere Giro, Tour e Vuelta nella stessa stagione, quindi forse per questo motivo hanno deciso di portare anche Vingegaard. E Jonas è coraggioso, è bello vedere che viene alla Vuelta e si mette in gioco nuovamente. Ha solo da perdere. Ha già fatto una stagione straordinaria: tranne la Parigi-Nizza, in cui è arrivato secondo, ha vinto tutte le corse cui è andato. Io credo che il suo obiettivo sia diventare il numero uno al mondo a fine 2023 e con la Vuelta e magari il Lombardia, potrebbe riuscirci. 

Alla Vuelta Roglic ritroverà Thomas e la sorpresa inaspettata del compagno Vingegaard (foto Instagram/Ineos Grenadiers)
Alla Vuelta Roglic ritroverà Thomas e la sorpresa inaspettata del compagno Vingegaard (foto Instagram/Ineos Grenadiers)
Anche perché ha detto: vado in Spagna a fare il capitano…

Assolutamente. Roglic ha vinto il Giro, lo ha gestito bene, però sarà una Vuelta durissima, la più dura degli ultimi quarant’anni. Gli organizzatori hanno approfittato del fatto che i mondiali ci saranno già stati, per disegnare una Vuelta spettacolare, per scalatori. Gli altri anni avevano un occhio di riguardo nei confronti degli uomini per il mondiale, questa volta invece nessuna pietà. E Vingegaard, come pure Pogacar, sono di un altro pianeta.

Pensi che Roglic pretenderà che Vingegaard lo aiuti?

Ora il capitano è Jonas, poco da dire: ha vinto il Tour. Il livello del Giro era più basso rispetto al Tour e la dimostrazione è stata comunque anche il Tour dell’anno scorso. Erano partiti alla pari e alla fine ha vinto Vingegaard, anche per la caduta di Roglic. Il danese va in Spagna da capitano, poi sarà la strada semmai a dire cose diverse.

Evenepoel ha vinto la Vuelta 2022, su un percorso non particolarmente impegnativo. Quest’anno sarà molto più dura
Evenepoel ha vinto la Vuelta 2022, su un percorso non particolarmente impegnativo. Quest’anno sarà molto più dura
Invece con Evenepoel come la mettiamo?

L’anno corso ha vinto la Vuelta, ma una Vuelta di due settimane, perché la terza era veramente facile. Dopo Sierra Nevada, che era la quindicesima tappa, il resto scorreva via facile, con Navacerrada e salite pedalabili. Lui ha vinto la crono di Alicante, però a Sierra de la Pandera è andato in crisi, anche perché era caduto due giorni prima. Insomma, eravamo tutti a chiederci quando incontrerà Pogacar al Tour e si ritrova con Vingegaard alla Vuelta. Quest’anno sarà un bel banco di prova.

Monte Lussari: per Garzelli qualcosa di mai visto

27.05.2023
6 min
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E’ oggi che si decide il Giro d’Italia. E stavolta non si potrà rimandare a domani. La scalata del Monte Lussari è l’ultima vera fatica di questa edizione della corsa rosa. E tutto è ancora in ballo.

Con Stefano Garzelli si ragiona su chi potrà essere il vincitore finale. Questi ragionamenti si facevano ieri pomeriggio in attesa dell’arrivo della tappa delle Tre Cime di Lavaredo. «Attaccheranno oggi – ci si chiedeva – rimanderanno tutto a domani». E soprattutto chi vincerà il Giro?

Garzelli in avanscoperta sulle rampe del Lussari
Garzelli in avanscoperta sulle rampe del Lussari

Lussari, un muro

Sono bastate queste due domande e “Garzo” è partito.

«Non ho mai visto qualcosa di simile, di più duro – ha detto il varesino – l’altro giorno siamo andati a provarla Contador ed io. Alberto per Eurosport e io per la Rai. Il tratto centrale è qualcosa d’incredibile. La pendenza non scende mai sotto il 17 per cento, il 15 in qualche tratto ma con punte superiori al 20 in altri. E’ un muro. Ed è così per 5 chilometri».

«Tutto si potrà decidere perché se si va in crisi è finita. E’ tanto, tanto particolare. Strada strettissima. Fondo in cemento. Gli hanno fatto questa lingua di cemento in mezzo al bosco». 

Due moto per i leader

Garzelli ci parla con fascino di questa scalata, ma anche con i dubbi che può portare con sé una prova tanto particolare come lui stesso l’ha definita. E le incertezze che di conseguenza genera negli atleti. 

Per esempio, i capitani avranno due moto al seguito ma gli altri no. E questo significa correre anche senza radio, in quanto sulla moto c’è solo il meccanico con in spalla la bici di scorta.

«Questi ragazzi – va avanti Garzelli – oggi senza radio sono spersi. Non sanno come regolarsi bene. Però mi hanno detto che i leader avranno una seconda moto per il direttore sportivo. So che Baldato, per esempio, sarà in contatto con Almeida».

«E poi c’è il cambio bici. Svolti a destra e passi dalla bici da crono a quella da strada in un attimo e subito su una rampa al 17 per cento. Non solo la muscolatura si deve abituare, ma anche la testa… E ancora: come affronti la parte in pianura? La fai a tutta? Non è facile».

C’è tanta incertezza dunque. E forse non sarà solo una questione di gambe. Chiaramente quelle conteranno, ma gli altri fattori che ha messo sul piatto Garzelli non vanno sottovalutati.

Roglic o Thomas

Chi vincerà dunque? Resta questo il quesito principale. Sulla bilancia anche in questo caso ci sono diversi elementi. Da una parte le pendenze estreme dovrebbero favorire Primoz Roglic, dall’altra lo stesso sloveno potrebbe rivivere i fantasmi del 2020 al Tour quando perse il Tour nella crono della Planche des Belles Filles. Però questa volta il leader non è lui. 

Un Ineos-Grenadiers, Geraint Thomas, che perde un grande Giro a crono noi non lo vediamo, sinceramente. E tutto sommato anche Garzelli fa la nostra stessa analisi. Il tutto poi dando per scontato che Joao Almeida non faccia il numero.

«Vero – dice Stefano – sappiamo quanto in Ineos lavorino su questa disciplina e suona strano che uno esperto come Thomas perda un Giro a crono. Però questa non è una crono normale. E le salite del Giro, specie queste salite, non sono quelle del Tour. Certe pendenze Thomas potrebbe soffrirle.

«E quella sua posizione poi… Tutto in avanti. Penso anche al discorso del cambio di bici, alla sua muscolatura e al discorso fatto prima dell’abituarsi al cambio in pochissimi secondi».

Su pendenze dure, Roglic in teoria è favorito, ma Thomas ha dimostrato di essere in palla
Su pendenze dure, Roglic in teoria è favorito, ma Thomas ha dimostrato di essere in palla

Fattori da valutare

Tanti sono i punti di domanda. Il discorso della pendenza è vero. Su carta il gallese soffre queste pendenze, anche in virtù della sua pedalata più dura e del suo fisico che non è da scalatore, ma sin qui ha dimostrato di andare forte sulle rampe più dure. Anche ieri sulle Tre Cime ha risposto bene a Roglic, salvo poi “impiccarsi” da solo quando ha voluto scattare. Ha capito che non può permettersi tali fuorigi su certe pendenze.

«E quelle del Lussari oltre che dure, ripeto, sono anche rampe lunghe. Per darvi un’idea, io salivo a 4-5 chilometri orari. Loro potranno fare gli 8-9».

Tanti aspetti che non fanno che alimentare la sfida e l’attesa della sfida. Non ultimo la scelta della monocorona da parte di Roglic fatta ieri. Scelta che oggi potrebbe replicare. Noi, per esempio, non sono siamo certi che la mono abbia avvantaggiato Primoz sulle rampe delle Tre Cime. E tutto sommato, tornandoci brevemente dopo la tappa, anche Garzelli nutre qualche dubbio.

Dalle immagini in tv si vede chiaramente come in certi frangenti lo sloveno sia super agile e in altri piuttosto duro. La scala posteriore (10-44) fa salti di 3-4 denti per ingranaggio, non è progressiva. Tutto è da scrivere. 

Giro 2003, rileggiamo il romanzo con Garzelli

30.04.2023
6 min
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Rivivere a distanza di vent’anni quel che successe al Giro d’Italia del 2003 ha un che di romantico. E’ come un bel romanzo che si dipana capitolo dopo capitolo fino a svelare solamente alla fine il suo epilogo, incerto fino alla conclusione. Fu una bella edizione, quella, con protagonisti di primissimo piano e il fatto che fossero pressoché tutti italiani dà al tutto un pizzico di malinconia.

Uno di quei protagonisti al Giro c’è ancora, ma in altra veste. Stefano Garzelli, colonna della Rai, viene da giorni intensi, dopo aver fatto la spola fra il Belgio per seguire le classiche e le ricognizioni per le varie tappe della corsa rosa. Ripensare a quell’esperienza così lontana nel tempo, pietra miliare della sua giovinezza prima ancora che della sua carriera, riaccende antiche emozioni e lo allontana dalle frenesie quotidiane.

«E’ vero, ripensandoci è come un romanzo – afferma il varesino – ed è normale che viva i ricordi con un po’ di nostalgia perché fu un’edizione piena di significati, molti anche acquisiti dopo, ripensandoci perché fu l’ultima edizione con al via Marco Pantani».

Pantani e Garzelli sulle dure rampe dello Zoncolan. La gente è in visibilio…
Pantani e Garzelli sulle dure rampe dello Zoncolan. La gente è in visibilio…
Di primo acchito qual è l’immagine che ti viene subito in mente?

Se chiudo gli occhi è come se mi vedessi da fuori, mentre salgo sulle rampe dello Zoncolan insieme a Marco. Era la prima volta che si affrontava la dura salita friulana, erano rampe molto dure. Io e Marco affiancati, quelle due “teste smerigliate” sotto il cielo, uno di fianco all’altro, con la gente che ci incitava. Poi quella tappa la vinse Simoni, ma il primo ricordo che mi viene è proprio legato a quest’immagine. La più bella, la più indelebile nella memoria.

Che Giro fu?

Davvero molto bello e lo dico senza averlo vinto. Sulle prime ci rimani male, è logico che sia così, ma a distanza di tanto tempo credo sia stata una bella pagina di sport, tre settimane molto intense che disegnarono un’edizione rimasta nella storia, godibile dalla prima all’ultima tappa proprio come un romanzo, la definizione è esatta.

Prima tappa a Lecce, Petacchi batte Cipollini. Alla fine vincerà 6 tappe, 2 invece per l’iridato
Prima tappa a Lecce, Petacchi batte Cipollini. Alla fine vincerà 6 tappe, 2 invece per l’iridato
Anche tu hai subito citato Marco. Quella fu la sua ultima edizione prima della tragedia di Cesenatico. Che Pantani era quello contro cui ti confrontavi?

E’ stato probabilmente l’ultimo momento di spicco della sua carriera. Partì che non era ancora al massimo, ma trovò la condizione strada facendo e a tratti sembrava tornato quello di un tempo. Diede vita a prestazioni di alto livello, ma non aveva ancora la costanza di prima. In certi momenti però, quando scattava sui pedali era un’emozione vederlo anche per chi come me era in lotta con lui.

Non eravate più in squadra insieme…

No, eravamo avversari, ma questo non influiva sul nostro rapporto. Parlavamo tutti i giorni, in corsa e fuori, ci si incrociava al mattino prima del via. Si vedeva che finalmente era tranquillo e voleva essere competitivo. Aveva ancora la voglia di faticare per tornare il campione che era.

Pantani affranto dopo la caduta di Sampeyre. Eppure quello fu un Giro positivo per il Pirata, alla fine 14°
Pantani affranto dopo la caduta di Sampeyre. Eppure quello fu un Giro positivo per il Pirata, alla fine 14°
La prima settimana fu dedicata prevalentemente alle volate…

Sì, ma ci fu spazio anche per i capitani che puntavano alla classifica. Io mi aggiudicai la terza frazione, quella di Terme Luigiane dove si arrivò con un gruppo ampio, ma non era uno sprint per velocisti. Anticipai la volata e vinsi su Casagrande e Petacchi che conservò la maglia rosa. Io salii al secondo posto a 17” e cominciai a fare un pensierino al simbolo del primato.

Quattro giorni dopo un’altra vittoria, al Terminillo.

Di ben altra pasta, quella fu una giornata durissima, con distacchi enormi. A 5 chilometri dal traguardo eravamo rimasti in 4: io, Simoni, Noè e Tonkov. Si vedeva però che io e Simoni eravamo superiori, lui dava strattonate forti ma io tenevo. Mi affiancavo a lui e lo guardavo, per fargli capire che non mi faceva male. Poi in volata la spuntai e mi presi la maglia, gli altri presero belle botte (Casagrande oltre 2 minuti e mezzo, Pantani un altro in aggiunta, ndr).

L’acuto del Terminillo, il secondo al Giro 2003 valse a Garzelli la conquista della maglia rosa
L’acuto del Terminillo, il secondo al Giro 2003 valse a Garzelli la conquista della maglia rosa
Che cosa successe dopo?

A Faenza, Simoni si prese la maglia per soli 2” nella tappa vinta dal norvegese Arvesen. Sullo Zoncolan il campione trentino era rimasto staccato dopo la mia azione con Pantani, ma si riprese e conquistò altri 34”, ampliando poi il vantaggio nella frazione dell’Alpe di Pampeago, vinta ancora da lui, e nella cronometro di Bolzano. Era però ancora tutto da giocare, fino alla tappa di Chianale.

Quella della grande caduta…

Già, uno dei momenti più duri della mia carriera. Discesa, Simoni è davanti. La giornata è terribile: pioggia, grandine, asfalto che dire scivoloso è poco. Fa talmente freddo che la sensibilità alle mani è quasi nulla. Ma devo recuperare, quindi affronto la discesa del Sampeyre a tutta. Solo che prendo una curva a sinistra troppo forte, le ruote non tengono e volo via. Attaccato a me c’è Pantani e anche lui fa un bel ruzzolone. Siamo messi male, ci rialziamo dopo tempo e finiamo a 7 minuti. Il Giro in pratica finisce lì.

La terribile discesa del Sampeyre, con ghiaccio sulla strada. In 34 finirono fuori tempo massimo
La terribile discesa del Sampeyre, con ghiaccio sulla strada. In 34 finirono fuori tempo massimo
Rimpianti?

A dir la verità no, dovevo provarci. Le cadute fanno parte del ciclismo, anche quelle ne diventano la storia. Mi arrabbiai, tanto. Ma ora riguardo a quei momenti con uno stato d’animo diverso, per certi versi anche romantico.

Ci sono punti in comune tra quel Giro e quello che sta per partire?

Fare paragoni fra gare distanziate di vent’anni è troppo difficile. Il ciclismo è cambiato molto più di quanto dica il tempo, sono due epoche completamente diverse. Potrei dire che anche quel Giro nasceva sotto il marchio della sfida a due fra Simoni e me come effettivamente fu e come dovrebbe essere il prossimo incentrato sul confronto Evenepoel-Roglic. Ma le differenze sono enormi.

Simoni con Garzelli, i due favoriti della vigilia onorarono il pronostico finendo ai primi due posti
Simoni con Garzelli, i due favoriti della vigilia onorarono il pronostico finendo ai primi due posti
Tu hai lavorato alle ricognizioni delle tappe. Da quel punto di vista, come disegno generale, trovi affinità?

Il Giro è diverso ogni anno. Ci sono edizioni più dure ed edizioni meno, anni con salite storiche e anni con nuove ascese. Quest’anno ad esempio tornano le Tre Cime di Lavaredo e il Bondone che non è stato affrontato molto spesso. Quell’anno ci fu il Terminillo e stavolta si sale a Campo Imperatore. Ogni anno si cambia, ogni anno lo spettacolo si rinnova.

E l’atmosfera vissuta è diversa da quella di allora?

Quando la vivi da corridore ha un sapore diverso, sei parte di un grande show. Ora con il lavoro che faccio non riesco a godermi tanto quel che succede intorno, ho troppi pensieri a cui far fronte, ma non nascondo che quando sono all’arrivo, vedo la gente, la carovana che arriva qualcosa alla gola mi prende. E quando guardo la luce negli occhi di chi vince e di chi indossa la maglia rosa, mi accorgo che quella luce è la stessa di allora e di sempre.

Con Garzelli sulle strade delle corse valenciane

23.02.2023
6 min
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A volte la storia del ciclismo e dei campioni passa anche per una strada che non ci si aspetta. Una strada che, nel vero senso della parola, si snoda fra campi coltivati a mandarini e arance e che è costantemente teatro di grandi sfide tra i pro’. E’ la gran fondo Stefano Garzelli, che si terrà in Spagna, a Betera, il 2 aprile prossimo.

Il campione varesino da anni vive nella regione di Valencia. Betera dista meno di 20 chilometri a Nord Ovest di Valencia stessa.

Complici il buon clima, una certa tradizione ciclistica e strade bike friendly, è qui che si tengono corse come la Clasica Comunitat Valenciana 1969, la Volta a la Comunitat Valenciana e tanti transiti della Vuelta Espana. Anche quest’anno la quinta e la sesta tappa toccheranno quelle terre.

Colline più spoglie e grandi coltivazioni di arance e mandarini. Questa foto è stata scattata nel giorno della vittoria di Velasco
Colline più spoglie e grandi coltivazioni di arance e mandarini. Questa foto è stata scattata nel giorno della vittoria di Velasco

Nasce la GF Garzelli

A Betera Stefano Garzelli è ormai di casa e ha deciso di lanciare qui la prima edizione della gran fondo a lui dedicata.

«Più che una prima edizione – racconta la maglia rosa 2000 – per me è un po’ un’edizione zero. Immagino che ci saranno molte cose che dovranno poi essere perfezionate nel corso del tempo, ma c’è la voglia di regalare una giornata di sport e divertimento ai ciclisti della zona e non solo. Penso anche agli appassionati italiani».

E, aggiungiamo noi, ai tanti turisti del Nord Europa che vanno a “svernare” in Spagna. E, credeteci, sono tantissimi, specie i cicloturisti tedeschi e belgi. Tanto più che qualche decina di chilometri più a Sud, fra Oliva, Denia, Benidorm, Calpe, tutte le squadre svolgono i loro ritiri invernali.

Stefano Garzelli con i suoi ragazzi sul percorso della gran fondo che si terrà il 2 aprile
Stefano Garzelli con i suoi ragazzi sul percorso della gran fondo che si terrà il 2 aprile

Tracciato per tutti

Ma torniamo all’evento di Garzelli. Dicevamo “edizione zero”, ma idee chiare. Garzelli vuole unire l’aspetto ludico-turistico a quello agonistico. E per questo Stefano stesso ha pensato ad una formula molto interessante.

Il percorso si snoda su un anello di 120 chilometri per un totale di 1.200 metri di dislivello. Si parte e si arriva a Betera. La prima parte (circa 45 chilometri) è un continuo saliscendi che tende a salire. Poi a Casinos, inizia la salita di Alcublas. La seconda parte, invece è più filante.

«La prima parte – spiega il varesino – sarà ad andatura controllata, dietro macchina. Un’andatura che consentirà a tutti di pedalare senza stress e di godersi il paesaggio. Ai piedi della salita di Alcublas, scatterà la gara. La scalata tocca i 950 metri di quota. E’ lunga 7 chilometri e ha una pendenza media che oscilla fra il 6% e il 7%.

«In cima, ci sarà un grande ristoro. Aspetteremo che il gruppo si ricompatterà e una volta che tutti saranno pronti, ripartiremo per la seconda parte del percorso, che farà ritorno a Betera. Di nuovo un tratto di una trentina di chilometri dietro macchina e gli ultimi 20 chilometri, pianeggianti saranno di gara.

«Ho scelto due tratti diversi per la gara in quanto ritenevo giusto dare spazio sia agli scalatori che ai ciclisti che più amano la pianura e sono veloci. In questo modo tutti avranno le loro possibilità. E poi volevo un evento che fosse per tutti: dalla signora che ama godersi la bici, al cicloamatore che vuole “darsi le legnate” con i compagni!».

In questo modo la gran fondo diventa una “micro corsa a tappe”: una frazione per scalatori e una per velocisti, tutti ad armi pari. Se in cima non fosse previsto il ricongiungimento, le ruote veloci sarebbero tagliate fuori. Una formula innovativa e interessante.

Tanto da vedere

«Al netto dell’evento, a cui tengo molto – prosegue Garzelli – mi piaceva ideare questa gran fondo. Credo sia un’opportunità per il territorio e per gli appassionati. Bisogna considerare che nella zona di Valencia c’è molto da vedere, a partire da Valencia stessa, città stupenda. Facile da raggiungere anche via aereo dall’Italia».

Valencia è una delle città europee che più si è evoluta negli ultimi anni. Ha visto una trasformazione architettonica importante, sviluppandosi “sul mare” e alternando la modernità del litorale alla tradizione del centro storico. Basti pensare che vi sono stati disputati dei Gp di Formula 1 (proprio nell’aera litoranea) ed è stata sede dell’America’s Cup, il più importante trofeo velistico al mondo.

Strade per ciclisti

«La cosa bella di questa zona – spiega Garzelli – è anche la cultura della bici che c’è e che ormai vive nei cittadini. Pensate che la legge del metro e mezzo di distanza tra veicoli e ciclista è stata modificata in 2 metri. C’è grande rispetto per il ciclista. Qui, le auto, sono in grado di restare dietro alle bici per più chilometri senza che si attacchino al clacson.

«E anche la segnaletica è “bike friendly”. Sulle salite per esempio ci sono i cartelli che indicano la pendenza del chilometro che si va ad affrontare e quanto manca alla cima. Sono strade ampie con un buon fondo, sicure. Qui ci sono diverse gare, specie ad inizio stagione. Io ci porto i miei ragazzi, gli allievi, a pedalare. E’ da qui per esempio che viene Iker Bonillo, ora alla Green Project Bardiani e sempre qui mi allenavo io».

Un piccolo paradiso per i ciclisti dunque questa zona valenciana. E sempre per restare in tema di tradizioni e cultura, a fine gara, anziché il pasta party, ci sarà il “paella party”! Una gigantesca e gustosa paella valenciana preparata in un mega padellone.

Ma le sorprese non finiscono qui. Perla del villaggio di gara sarà il Trofeo Senza Fine, che Garzelli conquistò nel 2000. E al suo fianco ci sarà anche il tridente della Tirreno-Adriatico del 2010. Ci si potrà fare un selfie indimenticabile, magari con Garzelli stesso e con altri campioni. Anche Ivan Basso e Alejandro Valverde infatti dovrebbero far parte della sfida!

Per tutte le info potete cliccare qui.

Rivoluzione e durezza. Garzelli: «Vuelta spettacolare»

11.01.2023
9 min
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Quando presentammo il Tour 2023 parlammo di rivoluzione, ebbene per la Vuelta non possiamo che ripetere questo termine. Aso, la società che organizza i due grandi Giri, ha stupito ancora. Magari qui in Spagna la rivoluzione è stata un filo meno accentuata per il semplice fatto che da anni si erano fatti degli “esperimenti” sull’anello iberico, ma le novità 2023 ci sono. E non sono piccole.

Stefano Garzelli lo coinvolgiamo spesso, specie quando di mezzo c’è la Spagna, visto che da anni vive lì. Lì ha una squadra, conosce strade e corridori. E soprattutto perché la Vuelta l’ha anche fatta. E anche lui dice: «E’ una Vuelta spettacolare. Molto, molto dura. La più dura degli ultimi 20 anni. Prima, seconda e terza settimana: non ti puoi rilassare mai. Devi stare sempre attento».

Calano i chilometri

Ma quali sono queste novità che ci fanno parlare ancora di rivoluzione? La disposizione delle tappe, in primis. Un arrivo in quota alla terza tappa, poi un altro in salita alla sesta e così via… Tappe decisive che sono molto corte. E poi il finale: l’ultima frazione di montagna tosta è la 17ª. Il che non sarebbe una novità assoluta, se non fosse che alla penultima o ultima frazione in questi casi c’è una crono potenzialmente decisiva. Ma la crono non c’è! Al suo posto una tappa che potrebbe ribaltare tutto.

Insomma, la Vuelta Espana 2023, in programma dal 26 agosto al 17 settembre, propone 21 tappe per un totale di 3.153,8 chilometri con partenza da Barcellona e arrivo a Madrid. Nel mezzo: due crono (una a squadre in apertura e una individuale), 10 frazioni con arrivo in salita, 7 delle quali in montagna.

Mentre è vita dura per i velocisti: solo 5 tappe e in un paio si dovranno sudare l’arrivo allo sprint. Due i classici giorni di riposo: dopo la tappa 9 (prima della crono individuale) e dopo la tappa 15.

E sempre in termini di rivoluzione, il chilometraggio scende parecchio. Dal 2021 la gara spagnola ha perso 264 chilometri (3.417 nel 2021; 3.283 nel 2022 e 3.153 nel 2023). In pratica ben oltre una tappa, quasi due, visto che la distanza media del 2023 è di 150,1 chilometri a frazione.

Dopo il mondiale…

Garzelli palava di attenzione massima. Vedendo i profili delle frazioni non può che essere così, ma anche le planimetrie incideranno. 

«Le tappe di Tarragona e Zaragoza – spiega la maglia rosa del 2000 – sono pianeggianti sì, ma anche molto ventose. In quelle zone il vento non manca quasi mai. A mio avviso è una Vuelta che si può perdere in qualsiasi giorno, regola che vale sempre, ma stavolta più che mai.

«Io credo che il fatto che venga dopo il mondiale abbia spinto gli organizzatori a “metterci dentro” di tutto. Vero che magari questa scelta non riguardava tanto gli uomini di classifica, ma in parte anche loro… se non altro perché qualche momento di respiro c’era.

«Vista la durezza, anche della terza settimana, non credo che chi farà il Tour potrà pensare di fare bene anche alla Vuelta, specie se nel mezzo dovesse partecipare anche al mondiale. Vedo molto più fattibile l’accoppiata con il Giro d’Italia. Si avrebbe il tempo di recuperare e di riprepararsi».

Non solo Angliru e Tourmalet

Ma Vuelta fa rima con salite. Dicevamo di dieci arrivi con la strada che sale.

«Angliru e Tourmalet sono due icone. Il Tourmalet soprattutto. Da quel versante non l’ho fatto in gara, ma lo conosco chiaramente. Ricordo che stavo facendo una ricognizione per la Rai, finimmo alle 22,30 e in cima c’era ancora il sole. Tra l’altro in vetta incontrai anche un bimbo che fa ciclismo nella scuola valenciana. E’ una salita selvaggia teatro da sempre di grandi sfide come quella tra Contador e Schleck. Ma io non penserei solo a queste due scalate».

«Già la terza tappa ad Andorra è durissima. Il finale è parecchio tosto. I corridori conoscono bene quelle strade perché molti ci vivono. L’Alto de Javalambre anche è duro: va su a strappi e sfiora i 2.000 metri di quota.

«Ma soprattutto occhio alla scalata di Xorret de Catì, tappa 8. L’arrivo è 3 chilometri dopo, in discesa, ma ci sono pendenze micidiali. Gli ultimi 3 chilometri di scalata sono al 18 per cento. Se ricordate è la salita in cui Roscioli andava su a zig-zag. Bella anche la tappa 14, ideata da Indurain. Erano le sue terre. Ieri l’hanno presentata con lui e Delgado».

Finale e squadre

Come avevamo anticipato se le grandi salite finiscono con l’Angliru (17ª frazione), le difficoltà no. E forse tutto può rimettersi in gioco.

«E poi – sottolinea Garzelli – c’è la ventesima tappa, quella di Guadarrama: 208 chilometri la più lunga (e unica sopra i 200 chilometri, ndr) con 4.300 metri di dislivello e salite di terza categoria su un circuito da ripetere cinque volte. Una frazione così, se la classifica dovesse essere ancora aperta, rischia di cambiare tutte le carte in tavola. E’ durissima e la squadra conterà molto. Ma dubito che alla ventesima tappa i capitani avranno ancora tutti e sette i compagni.

«Non a caso ieri alla presentazione quando hanno intervistato Mas, Soler e Juan Pedro Lopez tutti sono rimasti impressionati da questa frazione».

Infine un occhio sui favoriti. La squadra conterà moltissimo e in teoria UAE Emirates, Ineos Grenadiers e Jumbo-Visma sarebbero ancora le favorite, ma questa potrebbe essere la volta buona di Enric Mas secondo Garzelli.

«Per me – conclude Stefano – ci sono solo 25 chilometri a crono e immaginando che gli altri grandi siano al Tour, Mas può e deve puntarci molto. Poi alla Movistar non hanno molti leader per un grande Giro e non so chi porterebbero al Tour oltre a Mas. Questa è la sua occasione».

In rassegna i nomi caldi della Vuelta. Garzelli incorona Carapaz

17.08.2022
6 min
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Poco più di 48 ore e sarà Vuelta a Espana! La carovana si riunirà in quel di Utrecht in Olanda per una corsa che si annuncia super combattuta. Una Vuelta piena di domande, di curiosità che poniamo all’attenzione di Stefano Garzelli.

La maglia rosa del 2000 oltre che un grande conoscitore degli atleti è anche un esperto di Spagna visto che ci vive e ha le mani in pasta nel ciclismo giovanile grazie alla sua squadra, lo Stefano Garzelli Team. Pertanto è in grado di capire quali sono i corridori più indicati alla conquista della maglia rossa anche in base al tracciato.

Qualche giorno fa Roglic ha pubblicato questa foto. Ha ritrovato forza e sorriso. Sarà pronto per il poker? (foto Instagram)
Qualche giorno fa Roglic ha pubblicato questa foto. Ha ritrovato forza e sorriso. Sarà pronto per il poker? (foto Instagram)
Stefano, da chi partiamo?

Direi da Roglic, non fosse altro perché ha vinto le ultime tre edizioni. Deve stare tra i favoritissimi. Bisogna vedere come ha recuperato dal ritiro del Tour, ma io credo che il fatto che ci sia vuol dire che questo recupero c’è stato, altrimenti neanche sarebbe partito. Magari non sarà al 100%, ma la forma c’è, e si è visto anche in Francia, vediamo se c’è anche il fisico, la salute.

Che poi Primoz alla Vuelta sembra essere più sicuro di se stesso, più padrone della situazione…

Vero. Ci sta che un corridore abbia più o meno feeling con una corsa. E poi guardate che vincere tre Vuelta di seguito è tanta roba.

Un altro nome, Stefano?

Richard Carapaz. Lui è senza dubbio uno degli avversari maggiori di Roglic. Primo, perché dopo aver perso il Giro vuole la rivincita. Secondo, perché nel 2020 perse proprio dallo sloveno e vorrà togliersi il sassolino dalla scarpa. E poi ha una squadra forte.

Carlos Rodriguez con Sivakov (a destra). Il campione nazionale spagnolo guida la schiera dei giovani della Ineos-Grenadiers
Carlos Rodriguez con Sivakov (a destra). Il campione nazionale spagnolo guida la schiera dei giovani della Ineos-Grenadiers
Che la sua Ineos-Grenadiers sia forte okay, ma sono quasi tutti “bimbi”…

Mah, sapete a fine stagione portare dei “bimbi” può essere un vantaggio. Sono più motivati, magari non hanno fatto nessun grande Giro. Loro ti danno il 110%, un corridore esperto magari ti dà il 90. E poi non c’è un mondiale troppo adatto a loro o agli scalatori, quindi vengono espressamente per la Vuelta.

Un nome lo buttiamo sul piatto noi: Simon Yates…

Lo stavo per dire io! Simon Yates ha già vinto la Vuelta nel 2018 e credo si sia preparato anche piuttosto bene. Ha anche vinto in questo avvicinamento e a Burgos è andato forte… Anche lui deve far vedere quello che vale. Simon combatte con i suoi alti e bassi, perché lui quando ha i bassi perde davvero tanti minuti.

E Hindley?

Sarà della partita ma sinceramente non lo vedo vincitore. Non è facile avere due grandi picchi di forma nella stessa stagione e Jai Hindley al Giro volava. A Burgos andava forte, ma non fortissimo. Poi comunque aver vinto il Giro da una parte ti dà, dall’altra ti toglie e anche mentalmente ritrovare la concentrazione per le tre settimane è molto difficile. Se ci riuscisse sarebbe un fenomeno. E poi il livello del campo partenti è leggermente più alto di quello del Giro.

Per Garzelli è difficilissimo, ma se Hindley dovesse riuscire nella doppietta Giro-Vuelta sarebbe il primo a riuscirci dopo Contador nel 2008
Per Garzelli è difficilissimo, ma se Hindley dovesse riuscire nella doppietta Giro-Vuelta sarebbe il primo a riuscirci dopo Contador nel 2008
Non si può non nominarlo: Mikel Landa. Pellizotti dice che con uno come lui in formazione si parte sempre per vincere…

Il problema è che alla fine non vince mai. E a me Landa piace moltissimo, attenzione. La prima volta che l’ho visto, ma direi che il grande pubblico lo ha visto, eravamo proprio alla Vuelta Burgos. Era il 2011. Nell’ultima tappa Mikel lavorava per Sanchez. Si doveva scalare due volte una salita. Alla prima tirava Landa e restammo in nove. Alla seconda tirava sempre lui, mi staccai quando erano rimasti in cinque. Ad un certo punto Sanchez gli ha detto: «Vai perché io non ce la faccio più». E vinse la tappa. In salita va ancora fortissimo, ma nel complesso gli manca sempre qualcosa.

Di Joao Almeida cosa ci dici? Alla fine lui sul podio di un grande Giro ancora non ci è mai salito…

Questa Vuelta sarà il suo banco di prova. Ha a disposizione una buona squadra e partire essendo tra i favoriti, con la pressione mediatica, quella da capitano in squadra è, come detto, un test veritiero. Senza contare che in  UAE Emirates con Matxin alla guida ci tengono molto alla Vuelta. Se non vince è da podio. E poi ha vinto a Lagunas de Neila a Burgos. Conosco benissimo quella salita e se vinci lì è perché stai bene.

Il portoghese Almeida, dopo il Giro ha vinto due corse: il titolo nazionale (in foto) e l’ultima tappa della Vuelta a Burgos
Il portoghese Almeida, dopo il Giro ha vinto due corse: il titolo nazionale (in foto) e l’ultima tappa della Vuelta a Burgos
Enric Mas?

Mas lo scorso anno fu secondo ed è giusto nominarlo, ma credo che la sua occasione l’abbia avuta proprio un anno fa. Bisogna capire lui e la Movistar soprattutto. Loro sono appesi ad un filo con il discorso dei punti e la tensione c’è. Qui in Spagna se ne parla spesso. Senza contare che hanno avuto sempre grandi problemi di gestione con i loro leader: Quintana, Lopez, Landa, Carapaz. Loro devono vincere e dover vincere quando si è sotto pressione non è mai facile. Uscire dal WorldTour sarebbe una botta pazzesca.

Altri outsider? Quintana per esempio…

Quintana lo vedo per le tappe e non per la classifica. Anche perché si parte dall’Olanda. C’è vento lassù. E’ vero che corre bene, però… In più c’è anche una cronosquadre. E invece di Evenepoel che mi dite?

Remco può fare tutto e il contrario di tutto. Piuttosto oltre a lui ci sarebbe da parlare anche di Juan Ayuso e Carlos Rodriguez. Tre giovanissimi con le stimmate dei campionissimi…

Seguendo il ciclismo giovanile in Spagna conosco bene sia Juan che Carlos. Entrambi hanno una grande opportunità e una grande classe. Io credo che Rodriguez sarà determinante per Carapaz. Lui ha davvero tanta testa. Ayuso è più spregiudicato. Ha una grandissima ambizione. Molto della sua gestione dipenderà da Almeida. Ha 19 anni e per lui sarà interessante capire come reagirà alla terza settimana. E poi c’è Remco. Per come andava a San Sebastian… boh! Può fare tutto! Io credo lui vivrà alla giornata e valuterà strada facendo cosa fare (se puntare alla classifica o alle tappe, ndr).

Quest’anno la Vuelta torna sulle rampe della Sierra Nevada, salita non durissima ma che ha sempre segnato delle belle differenze
Quest’anno la Vuelta torna sulle rampe della Sierra Nevada, salita non durissima ma che ha sempre segnato delle belle differenze
Stefano, in qualche modo hai introdotto anche il discorso del percorso. Questa Vuelta, come da tradizione, si vincerà in salita?

Alla fine credo di sì: penso a Sierra Nevada, a Navacerrada e ai numerosi arrivi inediti, ma credo anche anche la crono individuale di Alicante inciderà moltissimo. E’ una crono totalmente piatta, a forte rischio di vento (una parte è sul mare), poi arriva dopo il giorno di riposo. Corridori forti come Roglic e Almeida possono infliggere anche più di due minuti ai loro avversari.

Rispetto alle ultime Vuelta le tappe sembrano leggermente più lunghe mediamente. Non ce n’è una che supera i 200 chilometri ma ce ne sono parecchie tra i 180 e i 190 chilometri…

Vero, e poi la partenza da fuori, dall’Olanda non è mai facile. Lì una Jumbo Visma già può mettere qualche secondo tra sé e gli altri. Le tappe di rientro nei Paesi Baschi sono insidiose. C’è questa crono di Alicante: 30,9 chilometri super piatti sono parecchi… Nel complesso mi sembra una Vuelta dura, ma non durissima con 10-14 frazioni monster come le altre volte.

Quindi qual è il podio finale di Stefano Garzelli?

Carapaz, Roglic, Almeida.

Il professor Garzelli assegna le pagelle: da 10 a 1 i voti del Tour

27.07.2022
7 min
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Come alla fine di un anno scolastico, anche per il Tour de France è tempo di pagelle. I voti li assegna Stefano Garzelli (in apertura foto Instagram). L’ex maglia rosa e commentatore tecnico Rai, ha avuto l’intera corsa sott’occhio e ha bene in mente la temperatura della situazione.

E’ uno scalare di voti: da dieci a uno. Voti a 360° che non riguardano solo i corridori. Ascoltiamo dunque Stefano Garzelli nella veste del… “professor Garzelli”!

Garzelli assegnerebbe un 10 sia a Wout Van Aert che a Jonas Vingegaard
Garzelli assegnerebbe un 10 sia a Wout Van Aert che a Jonas Vingegaard

10 a Vingegaard

«Il dieci va a Jonas Vingegaard chiaramente. Non posso non darlo al vincitore del Tour. È stato il più forte, il più calmo e più intelligente. Ha saputo sfruttare la squadra più forte. Mi è piaciuto come ha gestito le situazioni. L’unico momento di “panico” lo ha avuto nella tappa del pavè. Penso a quel cambio di bici frettoloso con Van Hooydonck che aveva la sella più alta di 20 centimetri!».

«Jonas avrebbe potuto staccare Pogacar in altre situazioni, ma io sono convinto che lui avesse in testa due punti specifici: il Col du Granon e Hautacam, che sono quelli che infatti ha sfruttato. Quando sui Pirenei ha vinto Pogacar, nel giorno super di McNulty, a mio avviso Jonas poteva andarsene, però è rimasto a ruota: la lucidità, oltre che le gambe, è stata la sua forza».

9 a Van Aert

«Nove a Van Aert solo perché non posso assegnare due dieci! Che spettacolo: un corridore che a memoria non ricordo aver mai visto. Impossibile dire tutto ciò che ha fatto, altrimenti staremmo qui a lungo. Nelle prime tre tappe è arrivato tre volte secondo, ha vinto la quarta e il suo Tour già poteva finire lì. Che bello vedere la maglia gialla davanti su quello strappo e con quell’attacco».

«Tutti i giorni è stato nel vivo della corsa. L’unica cosa che non mi è piaciuta molto è quando ha attaccato da lontano il giorno successivo alla caduta di Roglic. Non puoi fare una corsa così violenta con il tuo capitano che non è al massimo».

Pogacar mai domo, per il “prof Garzelli”ha sbagliato solo sul Galibier
Pogacar mai domo, per il “prof Garzelli”ha sbagliato solo sul Galibier

8 a Pogacar

«Il mio otto va a Tadej Pogacar. Non ha vinto, stavolta ha trovato uno più forte di lui, però non ha mai mollato. Ha sbagliato qualcosa, ma non quando faceva quegli scatti o quelle volatine, perché se fosse stato l’unico a farle okay, ma se gli andavano dietro tutti anche gli altri spendevano tanto. Per me l’errore lo ha fatto nel cadere nel tranello della Jumbo Visma sul Galibier. Lì, doveva lasciare andare Roglic. Doveva controllare solo Vingegaard.

«Ci sono da fare 15 chilometri oltre 2.000 metri, sei da solo, poi mettiamoci anche che ha sbagliato ad alimentarsi in discesa… Non è Robocop! E ha pagato».

«In quel momento è crollato e si è trovato di fronte alla sua prima crisi di sempre da gestire. Io, e ormai lo sapete, dico sempre che un grande Giro lo vinci quando riesci a gestire o a superare al meglio il giorno di crisi, ma Pogacar non sapeva cosa fare perché di fatto non aveva mai avuto una crisi».

7 a Thomas

«Seguo il podio e lo assegno a Geraint Thomas: un signore. Già quando mancava una settimana al termine del Tour aveva dichiarato che il suo obiettivo sarebbe stato il podio. Visto quanto andavano forte gli altri due sapeva che quello era il suo obiettivo massimo e si è gestito per raggiungerlo. Ha dosato le forze: si staccava, rientrava, si sfilava nuovamente… Bravo!».

«La sua corsa è stata noiosa? E cos’altro potevo fare… Ragionare dal divano e cosa facile, mentre si pedala è molto più difficile».

Un percorso bello e variegato quello del Tour 2022 sin dalle prime frazioni in Danimarca
Un percorso bello e variegato quello del Tour 2022 sin dalle prime frazioni in Danimarca

6 al percorso

«Il sei lo do al percorso del Tour. Sinceramente gli darei anche un 6,5-7: per come è stato disegnato aveva tutti gli elementi perché fosse spettacolare. C’erano il pavè, l’arrivo durissimo della Planche, tappe alpine stupende, due arrivi tecnici come quello di Losanna e di Mende, una crono lunga…

«Se abbiamo visto delle belle tappe il merito è stato anche del percorso».

5 a Bettiol

«Dico Alberto Bettiol, tanto più che ha mostrato di avere gamba. Ma tatticamente ha sbagliato. E per me ha sbagliato nel giorno in cui ha vinto Cort e non quando ha vinto Matthews. Non puoi partire a 40 chilometri dall’arrivo e portare avanti quell’azione».

«Non ha invece sbagliato la seconda volta, a Mende. C’è qualcosa riguardo alla squadra che non mi convince. Erano in tre della EF Education-EasyPost in fuga quel giorno e inizialmente anche io pensavo che Alberto potesse tirare per Uran e Powless. Però quando ho visto che anche a ridosso dell’arrivo quei due non si sono mossi i conti non mi tornavano. Magari non stavano bene. E allora perché Uran, per esempio, non ha dato una menata per portare Bettiol davanti sotto lo strappo? Gli sarebbe bastato quello per vincere e risparmiare quel po’ di energie. Poi mettiamoci anche Matthews è stato bravissimo.

«Ad Alberto do un due per la tattica e un otto per la forza: la media fa cinque».

Bravo Dainese. Il classe 1998, al debutto al Tour, ha colto un 7° e un 3° posto (foto Instagram)
Bravo Dainese. Il classe 1998, al debutto al Tour, ha colto un 7° e un 3° posto (foto Instagram)

4 agli italiani

«Il quattro va agli italiani, ad esclusione di Alberto Dainese a cui do un sette: lui mi è piaciuto tantissimo. Però per il resto non posso che assegnare questo voto ai nostri. Quelle poche volte che sono andati in fuga si sono staccati».

«A posteriori mi rendo conto che poche volte abbiamo commentato le azioni degli italiani. Sì, ogni tanto Ciccone ma nulla di più.

«Male Caruso, specie per le ambizioni che aveva riposto in questo Tour. Speriamo si possano riprendere al più presto». 

3 a Mas

«Il tre va ad Enric Mas. Dopo la seconda settimana (la peggiore per lui, ndr) se ne esce con delle dichiarazioni forti del tipo: “Sui Pirenei recupero tutti, o quasi, guadagno terreno e al massimo faccio quinto”. Invece poi se ne va a casa».

«Non puoi fare quelle dichiarazioni tanto più visto come sei andato sulle Alpi. Poi magari adesso andrà alla Vuelta e farà bene, ma insomma…».

Mas si è ritirato dal Tour, non è partito alla 19ª tappa. In quel momento era undicesimo
Mas si è ritirato dal Tour, non è partito alla 19ª tappa. In quel momento era undicesimo

2 a Pancani

«Voto due a Francesco Pancani! Perché? Perché durante i trasferimenti in auto non era mai di compagnia. Dormiva sempre. In tre settimane di Tour de France, in giro per mezza Europa, avrà guidato per 17 o 18 chilometri».

1 alla discesa dall’Alpe

«Uno al trasferimento e alla discesa dall’Alpe d’Huez (e in questo non possiamo che confermare al 100%, ndr). Abbiamo impiegato due ore e mezza solo per scendere dalla montagna. Non avevano organizzato il deflusso dall’Alpe. Era tutto bloccato. Per fortuna che sui Pirenei è andata meglio».

«Quella sera ci siamo ritrovati con “mezzo Tour” a mangiare un tramezzino confezionato in autogrill a mezzanotte. Nella nostra condizione molti altri, tra cui Jalabert. A quel punto mancavano oltre 300 chilometri per l’hotel, dove siamo arrivati alle 2,30 di notte».

Non un voto ma un significato: la stretta di mano tra Pogacar e Vingegaard secondo Garzelli
Non un voto ma un significato: la stretta di mano tra Pogacar e Vingegaard secondo Garzelli

E il jolly?

A Garzelli concediamo un ulteriore giudizio che esula magari da un voto. Gli diamo carta bianca per un undicesimo commento.

«Il jolly per me è la stretta di mano tra Pogacar e Vingegaard. Non è un voto ma è un significato. Due grandi duellanti che si attaccano in salita, in discesa, su ogni traguardo e poi si scambiano quel gesto».

«Qualcuno sarà anche critico dicendo che questo non è ciclismo, non è alla base del duello, ma io rispondo che il ciclismo è anche questo.

«Alcune situazioni consentono tali gesti e in quel momento era quasi dovuto. Credo che lo avrebbero fatto anche altri. Poi è chiaro, se la maglia gialla cade a 6 chilometri dall’arrivo con il gruppo lanciato nessuno si ferma o può fermarsi. Ma la cosa bella è che loro due lo hanno fatto senza pensarci».