La Liegi dall’ammiraglia: Bramati e i suoi pensieri

30.04.2022
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La settimana scorsa a quest’ora, nella testa di Evenepoel l’idea di attaccare sulla Redoute aveva già preso probabilmente forma. La ricognizione del venerdì e le corse prima avevano ribadito la sua ottima condizione. E anche se il capitano designato sarebbe stato Alaphilippe, nella squadra belga sapevano che il ragazzino non sarebbe passato inosservato. Bramati racconta (la foto di apertura è ripresa da Facebook Quick Step-Alpha Vinyl/Getty Images). Le ore che mancano alla partenza per il Giro sono piene di cose da fare, compreso un trasloco, ma tutto sommato il bergamasco si accomoda volentieri nel ricordo della Liegi di domenica scorsa.

«Già dai Baschi – dice – si era visto che Remco fosse in condizione, pur essendo andato a lavorare per Julian. Secondo nella crono, terzo il quinto giorno dietro Martinez e Rodriguez. Alla Freccia del Brabante aveva dimostrato di stare bene e alla Freccia Vallone ha fatto la sua parte per Alaphilippe. Abbiamo visto qualche edizione della Liegi, sappiamo come si possono mettere le cose. Abbiamo corso come quando la vinse Jungels, anche se il finale era diverso. Si sapeva che dietro potevano riorganizzarsi, ma non l’hanno fatto…».

La caduta di Alaphilippe

Il giorno della Liegi sembrava perfetto per la vittoria del campione del mondo. Alaphilippe e la sua maglia iridata fendevano il gruppo con la predestinazione dei giorni migliori nello sguardo. Per questo, quando il gruppo si è accartocciato su se stesso nel tratto di collegamento fra la Cote de Haute Levée e la Rosier, c’è voluto un po’ per convincersi che con la schiena contro l’albero, in fondo alla scarpata, ci fosse proprio lui.

«Non si è ancora capito bene che cosa sia successo – va avanti Bramati – ma di certo sono momenti non belli, perché la corsa deve andare avanti. I minuti dopo la caduta sono stati traumatici, ma certe cose fanno parte del nostro lavoro, per cui quando abbiamo visto che Julian era con i medici siamo andati via. La cosa incredibile, la beffa è che il venerdì eravamo partiti da lì con la ricognizione, nella zona dopo Stockeu e Haute Levée dove cominciano gli spartitraffico e dove c’è sempre un po’ di nervosismo…».

Farina del suo sacco

Senza più Alaphilippe da guardare, la Quick Step-Alpha Vinyl ha resettato la tattica. Gli attacchi di Landa, pur violenti, non sarebbero andati da nessuna parte, vista la velocità del gruppo. Anche lo squadrone belga aveva pensato di mandare via qualcuno per anticipare la Redoute, ma si andava troppo forte.

«Anche se erano larghi sulla strada – dice Bramati – sono andati fortissimo. Mauri Vansevenant ha fatto un lavorone a tenere davanti Remco e poi Vervacke lo ha portato a prendere la Redoute nelle prime dieci posizioni. Sono stati bravissimi, nonostante fossero rimasti soltanto in tre. Ma credo che quando è partito, Remco abbia improvvisato. Avevamo pensato che il punto giusto fosse la curva a destra in cima alla Redoute, alla fine del rettilineo dopo lo scollinamento. Quello scatto è stato farina del suo sacco».

Tutta la Quick Step-Alpha Vinyl ha fatto un gran lavoro. Qui il gigantesco e prezioso Declercq
Tutta la Quick Step-Alpha Vinyl ha fatto un gran lavoro. Qui il gigantesco e prezioso Declercq

Una lunga crono

Scherzando, ma neanche troppo, nella conferenza stampa dicemmo a Remco che era parso di vedergli la stessa disinvoltura di quando attaccava e vinceva fra gli juniores.

«Lo abbiamo visto in questi anni – prosegue l’analisi di Bramati – che ha grandi capacità di andare forte a cronometro. Dopo la Roche aux Faucons c’era vento contrario, ma ha scollinato bene e continuato a guadagnare. Sapevamo che chi avesse avuto la gamba per fare lì l’azione, sarebbe stato ben lanciato. E Remco ha preso il suo ritmo. Ha recuperato Armirail e non gli ha chiesto un solo cambio. Ci accusano che non si lasciano più andare le fughe. Ci credo… Guardate proprio il corridore della Groupama! Lo abbiamo ripreso praticamente sulla Roche aux Faucons. Non si possono prendere le fughe sotto gamba, perché non sai mai chi lasci davanti. Per questo Remco ha tirato dritto e ha fatto un numero, con le squadre a lavorare dietro».

Un nuovo inizio

Evenepoel solo al comando, 29 chilometri al traguardo. Anche Frank Vandebroucke vinse la sua Liegi del 1999 attaccando da lontano, ma fu ripreso e trovò poi la forza per staccare nuovamente tutti. Evenepoel non ha concesso repliche.

«E’ stato bravo – dice Bramati – dopo la Roche ha scollinato bene. Ha tenuto il suo passo, mentre dietro l’ammiraglia lo ha incoraggiato, perché piace a tutti essere motivati. Credo abbia fatto un numero di cui si parlerà a lungo. Non sono ancora quattro anni che è professionista e ha già vinto 26 corse, adesso anche una Monumento. C’erano state un po’ di polemiche per averlo portato al Giro l’anno scorso dopo 10 mesi che non correva, ma non è stata una situazione facile. Con calma è tornato quello di prima e lui è uno di quelli che corre per entusiasmare. Vincere la Liegi a 22 anni dopo quell’incidente fa pensare che anche Julian, dopo essersi ripreso, tornerà in corsa con una determinazione superiore. Ora però è importante che Remco stia tranquillo. La sera abbiamo cenato insieme e fatto un brindisi. Contiamo tutti che questa Liegi sia un inizio, qualcosa che lo gasi. Sfido chiunque a non sentirsi gasato dopo 29 chilometri a quel modo…».

Alaphilippe vince, Evenepoel lo lancia e Bramati gongola

06.04.2022
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Non è facile mandare la squadra alle corse. Si sarà pure usciti dallo stato d’emergenza, ma il Covid continua a circolare, portando con sé una serie di effetti collaterali difficili da decifrare. Anche la Quick Step-Alpha Vinyl ha avuto le sue gatte da pelare. E se al Nord i corridori guidati da Peeters e Steels fanno fatica a spiccare, per motivi di salute e poca fortuna (vedi il problema meccanico occorso ad Asgreen al Fiandre nel momento della selezione), il bel segnale arrivato ieri al Giro dei Paesi Baschi ha riportato il sorriso. Soprattutto l’intesa tra Alaphilippe ed Evenepoel, entrambi a braccia alzate sul traguardo di Viana (foto di apertura), racconta di una complicità che potrebbe rivelarsi la chiave per le classiche delle Ardenne. Per questo Bramati si frega le mani.

La Jumbo Visma controlla la corsa per Roglic: come dice Bramati, la neve non manca…
La Jumbo Visma controlla la corsa per Roglic: come dice Bramati, la neve non manca…

Un freddo cane

Oggi la tappa sarà molto più nervosa. E in attesa di salire sul pullman per andare alla partenza (che sarà data a Llodio alle 12,57), Bramati ci racconta di ieri e del momento dello squadrone belga.

«Fa un freddo cane – dice il tecnico bergamasco – sulle salite c’è tanta neve, ma per fortuna dovrebbe migliorare e soprattutto non piove. Non siamo gli unici ad aver avuto dei contrattempi, tante squadre sono state costrette a rinunciare o rimescolare gli uomini. Anche Julian ha dovuto saltare la Sanremo che aveva già vinto, ma adesso parrebbe aver recuperato e ieri è venuta una bella vittoria».

Alaphilippe all’ammiraglia: guida Lodewick, nel sedile accanto c’è Bramati
Alaphilippe all’ammiraglia: guida Lodewick, nel sedile accanto c’è Bramati

Freccia e Liegi

I suoi giorni stanno per arrivare. La Freccia Vallone del 20 aprile e la Liegi del 24 chiamano il campione del mondo, che le ha sempre dichiarate come i primi obiettivi della stagione.

«Si avvicinano le sue corse – ragiona Bramati – per cui mai come adesso, l’importante è non ammalarsi. Giusto stamattina stavo guardando il Corriere della Sera e quando sono arrivato a leggere della variante XE, ho chiuso il sito. Non si riesce a stargli appresso. Aver vinto ieri è un bel segnale per lui e per tutta la squadra. Julian è il campione del mondo, non era partito bene, ora speriamo di aver preso la strada giusta. All’inizio era dispiaciuto per tutti i contrattempi, però resta tranquillo perché conosce le sue potenzialità».

Evenepoel lo ha lasciato ai 200 metri: Alaphilippe può lanciare la sua volata in leggera salita
Evenepoel lo ha lasciato ai 200 metri: Alaphilippe può lanciare la sua volata in leggera salita

Non è la Play Station

Quel che più ha colpito sono stati gli abbracci di Evenepoel dopo aver lanciato il compagno. Il giovane belga ha effettivamente fatto un capolavoro nel pilotare lo sprint del francese, mettendoselo a ruota nell’ultima rotonda e lasciandolo ai 200 metri.

«Non eravamo i soli a voler entrare davanti in quella rotonda – sorride Bramati – e ci rendevamo conto di non avere gli uomini per fare un treno di quattro corridori. Però ci siamo parlati prima della corsa, sapendo dopo la crono del giorno prima che Remco fosse comunque in grande condizione. Non è la Play Station, ci sono anche momenti difficili, ma sai anche che quando hai un corridore come lui, le belle cose si possono fare ugualmente. E in quel finale si è verificato lo scenario perfetto, identico a come lo avevamo immaginato. Julian si è fidato e alla fine eravamo tutti super contenti».

Il tocco del Brama

C’è tanto del “Brama” nel rapporto che si sta creando fra il campione del mondo e il belga che sta diventando grande.

«Sono rapporti che costruisci – ammette Bramati – con il concorso di tutte le parti. Un po’ l’ammiraglia, un po’ loro e un po’ la fortuna che tutto vada bene. Ci vedo un po’ della relazione che a suo tempo si creò tra lo stesso Alaphilippe e Gilbert. Avete visto come hanno corso alla Tirreno nella tappa di Carpegna? Julian sapeva di poter andare in fuga, ma anche che se non fosse stato davanti per vincere e ce ne fosse stato bisogno, avrebbe dovuto aiutare Remco. Se vi ricordate, a un certo punto si rialzò dalla fuga e aspettò il compagno. Ieri Remco in qualche modo si è sdebitato e forse per questo era così contento».

EDITORIALE / Botta e risposta sull’utilità dei ritiri

07.02.2022
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I discorsi di Madiot. Il richiamo agli alleati che nel 1944 sbarcarono in Normandia. Il dichiarare che il 2022 sarà diverso perché finalmente si sono potuti fare dei ritiri completi. Lo spirito di squadra. Sarà vero?

Romanticismo o ragione?

La prima sensazione va in questo senso. Chiamatelo romanticismo, ci piace immaginare la squadra insieme a tavola, nella condivisione di obiettivi comuni. Il pedalare insieme. Il farsi la mezza ruota per marcare il territorio. E tutto sommato crediamo siano dinamiche utili per consolidare il gruppo. Ma sarà davvero così?

«Non credo proprio – dice Roberto Damiani, in partenza per il Tour of Oman – che i ritiri servano per creare lo spirito di squadra. Non si creano certe dinamiche in una settimana e neanche in due. Il ritiro permette a noi direttori di conoscere meglio i corridori, questo sì, soprattutto i giovani. Allenarsi bene è un vantaggio, ma non è decisivo. Lo conferma il fatto che lo scorso anno, con i ritiri impediti dal Covid, c’erano lo stesso squadre subito compatte, perché avevano al loro interno uomini capaci di fare gruppo. Il non aver lavorato insieme non cambia lo spirito».

Damiani guida la Cofidis. Qui al Tour of Oman 2019
Damiani guida la Cofidis. Qui al Tour of Oman 2019

Il mondo dei social

Qui il discorso si fa interessante e torna su un tema che si è spesso affrontato con corridori e tecnici. E che dal nostro punto di vista è condizionato anche dal tipo di hotel che ospitano i corridori nei ritiri di dicembre e gennaio. Strutture mastodontiche in cui diventa difficile incontrarsi rispetto agli hotel in cui ad esempio negli anni 90 le squadra alloggiavano in Toscana.

«Rispetto ai ritiri pre-social – dice ancora Damiani – è cambiato tutto. Non voglio andare indietro a Gimondi, ma a poco tempo fa. Prima si faceva goliardia, i corridori passavano del tempo insieme. Adesso è in voga l’abitudine che ognuno fa quel che deve e poi basta. Devi cercarli nelle camere. E’ quello che succede alle corse, dove però è più comprensibile, perché dopo la gara devi recuperare. Puoi provarci, ma si riesce a legare molto meno. Capita più che siano momenti utili per lo staff, loro davvero li trovi insieme a farsi una birra e raccontarsi le cose della vita».

Marc Madiot è certo che la sua squadra sarà più unita grazie ai due ritiri svolti (foto Groupama-Fdj)
Marc Madiot è certo che la squadra sarà più unita grazie ai ritiri svolti (foto Groupama-Fdj)

Manca qualcosa?

Il mondo cambia, impossibile opporsi al fluire del tempo. Impossibile e anche inutile. I ragazzi sono coinvolgibili soltanto proponendo argomenti che li interessino davvero, altrimenti trovano più stimolante passare il proprio tempo nella casa virtuale del proprio device. Bramati ad esempio è un direttore della nuova scuola, che sa coinvolgere i propri corridori che, non a caso, nel ritiro di Calpe abbiamo trovato spesso attorno a un tavolo a chiacchierare, bevendo un caffè.

«Soprattutto se la squadra ha avuto dei cambiamenti – dice il bergamasco della Quick Step-Alpha Vinyl (la foto del ritiro in apertura è di Wout Beel) – il ritiro è importante per conoscersi e unirsi. Noi siamo riusciti a farne due anche lo scorso anno, ma mi rendo conto che laddove ci siano stati dei divieti per Covid, aver perso il ritiro può essere stato una bella mancanza. Secondo me il ritiro è importante per farsi conoscere e lavorare bene al caldo, soprattutto quando hai tanti corridori che vivono in luoghi freddi come il Belgio. Credo che a Calpe abbiamo lavorato bene, nelle prime corse si è visto».

Bramati rivendica l’utilità del ritiro per compattare la squadra
Bramati rivendica l’utilità del ritiro per compattare la squadra

Scuole diverse

Chi ha ragione? Alcuni diesse che sono stati corridori fino a ieri assecondano la voglia dei corridori di starsene da soli. Quelli più esperti stanno un passo indietro e magari masticano amaro. Serve grande carisma per proporre un modello di squadra diverso. Madiot sembra essere uno di quelli che ci provano, Bramati appare in sintonia. Benvenga il lavoro dei preparatori, più che mai necessario. Benvengano i nutrizionisti e gli psicologi. Benvengano tutti. Ma questa voglia di non condividere nulla più del dovuto è qualcosa su cui dobbiamo interrogarci o ci sta bene così?

In Spagna con Bramati, parlando di uomini e programmi

18.01.2022
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Il “Brama” è inquieto. Se da una parte con i corridori è il solito amicone, capace di trasmettergli grinta anche solo per bere un caffè, dall’altra ha lo sguardo vigile su ciò che accade intorno. L’attenzione estrema per tutto ciò che è igiene e attenzione ai protocolli Covid lo tiene ben sveglio. Quando vedi che a causa della cancellazione della Vuelta San Juan se ne va a monte l’altura colombiana dei corridori che sarebbero partiti dall’Argentina, capisci che basta un niente per compromettere settimane di lavoro. Per questo le squadre si stanno chiudendo a riccio. Per questo Bramati è così circospetto. Tutto intorno, la Quick Step-Alpha Vinyl che si avvia al debutto con buone sensazioni, forte dei suoi tanti uomini capaci di vincere.

«Qualcuno è andato via – conferma Bramati – ma siamo ancora forti su tutti i terreni. Lo zoccolo duro è rimasto, manca solo Almeida. Gli italiani sono cresciuti e speriamo che crescano ancora. E poi con Jakobsen, Alaphilippe ed Evenepoel possiamo fare davvero delle belle cose».

Bramati è certo che Evenepoel sia un’eccezione: sbagliato volerlo imitare (foto Wout Beel)
Evenepoel è un’eccezione: per Bramati è sbagliato imitarlo (foto Wout Beel)
Remco sembra aver ritrovato la verve di prima dell’incidente…

E’ incredibile quello che può fare. Non voglio neanche parlare delle vittorie, ma avete visto cosa ha combinato al mondiale? Giusto o sbagliato, la tattica l’ha fatta il Belgio. Ma vedere un ragazzo di vent’anni che si porta il gruppo sulle spalle per 180 chilometri è stato una dimostrazione di forza incredibile.

E questo conferma la sua eccezionalità…

Come lui, c’è lui… Noi avevamo visto le sue potenzialità, ma sappiamo che è merce rara. Con l’Adispro, l’associazione dei direttori sportivi in Italia, si è parlato di questo aspetto. Fare più attività fra gli U23 non è male, ma Remco è stato subito forte.

A proposito di mondiale, anche Alaphilippe sembra ben consapevole di quel che lo aspetta.

La seconda maglia iridata peserà meno. Non è stato facile portarla in giro l’anno scorso, ma non si può negare che sia stato sempre protagonista. La maglia si è vista, l’ha onorata e per quest’anno vuole puntare bene alle Ardenne. La Liegi è la prova Monumento che più gli si addice, chissà che questa non sia la volta buona.

Sarà facile gestire il dualismo fra Jakobsen e Cavendish?

Fabio e Mark vanno d’accordo e questa è già una buona cosa. Cav ha dimostrato di non essere un atleta da pensionare, con quattro tappe e la maglia verde al Tour. Jakobsen invece è tornato capace di vincere grandi corse. Credo che non serva assegnare dei ruoli sin da adesso, è meglio partire e vedere come andrà la stagione.

Nel 2021 Cavendish e Jakobsen corsero assieme al Turchia: gara del rientro per Fabio, di 4 vittorie per Mark
Nel 2021 Cavendish e Jakobsen corsero assieme al Turchia: gara del rientro per Fabio, di 4 vittorie per Mark
E’ del tutto improponibile che corrano insieme?

Non so a cosa servirebbe, soprattutto al Tour. Quest’anno è molto diverso rispetto al solito. C’è la crono e subito una volata che però con quel lungo ponte potrebbe spaccare il gruppo. Alla quinta tappa c’è già il pavé e poi si riparlerà di una volata vera alla 18ª tappa. Davanti a un disegno come questo e dovendo partire con 8 corridori, è normale che si debbano fare delle scelte.

Gli italiani possono crescere?

Hanno fatto vedere tanto. Masnada nel finale di stagione ha colpito. Ballerini ha fatto un grande inizio, poi ha aiutato e ha chiuso in crescendo. Bagioli è rientrato dall’infortunio e ha fatto una grande Vuelta. Cattaneo può migliorare ancora. Lo dico a bassa voce sennò mi accusano di essere tifoso, ma secondo me faranno tutti un bel salto di qualità.

Sorpresa? Non tanto, il profumo del bis era nell’aria

27.09.2021
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E’ notte fonda quando il telefono squilla e Davide Bramati riemerge da una cena con gli altri tecnici della Deceuninck-Quick Step. Erano anche loro a Leuven e hanno brindato alla vittoria iridata di Alaphilippe (in apertura con la compagna Marion Rousse) e alle prestazioni più che soddisfacenti del resto dei corridori. La squadra belga aveva il record dei convocati al mondiale, con 13 elementi. Al punto che nel gruppo che si è giocato la corsa, trasversalmente alle varie nazionali ma con lo stesso casco e le stesse bici, si riconoscevano Evenepoel, Bagioli, Senechal, Alaphilippe e Stybar. Ma il focus questa volta è soltanto sul francese che si è portato a casa il bis iridato in due anni.

Bis iridato: sul traguardo ha avuto la ricompensa per i tanti piazzamenti del 2021
Bis iridato: sul traguardo ha avuto la ricompensa per i tanti piazzamenti del 2021
Davide, pensavi avesse questa condizione?

Di sicuro al Tour of Britain aveva fatto vedere di avere una grande condizione, trovando però un Van Aert stellare che l’ha battuto in due scontri diretti. Secondo me però si trattava solo di trovare serenità, perché come ha detto anche lui quella maglia è un bel peso da portare.

Magari non è per caso che ha vinto indossandone un’altra…

E’ stato un grandissimo mondiale. Bello per il pubblico e bello per le medie subito alte. E lui ci ha messo sopra il tocco di classe. La Francia lo voleva e ha corso per prenderlo.

Pensavi che Julian potesse fare un numero del genere?

Visto il percorso e conoscendo le sue caratteristiche, una mezza idea mi era venuta. Magari non pensavo che si facesse fuori un giro e mezzo. Nella mia testa lo avrei visto fare come Baroncini, con un attacco sul penultimo muro. Ma Julian sa valutare gli avversari e deve essersi reso conto che erano in pochi davanti. E per evitare che lo anticipassero, è partito da solo.

Quasi un milione e mezzo di spettatori lungo il percorso di Leuven
Quasi un milione e mezzo di spettatori lungo il percorso di Leuven
Pesa più la vittoria di Leuven o quella di Imola 2020?

L’anno scorso fece un grande numero. Quest’anno dopo il campionato italiano l’ho detto ai ragazzi, avendo seguito la corsa dietro Masnada, praticamente lungo lo stesso percorso. Rivedendo le strade mi sono reso conto dell’impresa. Ma anche questa volta è stato da incorniciare, due grandissime azioni.

Credi che davvero la maglia iridata gli sia pesata?

Lo hanno sempre detto tutti. Pesa, tutti la vogliono e tutti vogliono batterti. Lui ha continuato a cercare le vittorie nel solito modo e sono venute una grandissima Freccia Vallone e il numero e la maglia gialla del Tour. Però ha speso di più e magari in alcune occasioni ha trovato qualcuno più fresco. Così, più che le vittorie ha contato i secondi posti. Bè, credo che questa volta si sia ripagato alla grande.

Dici che rischiava di sviluppare il complesso di Van Aert e Van der Poel che lo hanno spesso messo in mezzo?

Non credo. Ha vinto tre grandi corse e magari ne sarebbero bastate altre tre per avere una stagione eccezionale. Invece è arrivato per circa 25 volte fra i primi dieci. Con sei successi all’attivo, adesso parleremmo di altro.

Sul traguardo di Great Orme al Tour of Britain, era stato battuto da un super Van Aert
Sul traguardo di Great Orme al Tour of Britain, era stato battuto da un super Van Aert
Cassani lo ha paragonato al miglior Bettini…

Vero, me lo ha ricordato. Ha cercato sin da subito di fare la selezione nel tratto in pavé, poi ha attaccato sullo strappo in asfalto. Credo che a vederlo si siano divertiti davvero tutti, come succedeva con Paolo. E anche il Betto fece il bis di mondiali.

Due parole per altri tuoi ragazzi: Remco, ad esempio…

Ha fatto una bellissima corsa, stando al vento dal chilometro 20 fino al 250. Penso che chiunque nei giorni scorsi abbia detto che avrebbe corso per sé, dopo il mondiale avrà un’altra idea. Non è da tutti riuscire a fare il grande lavoro fatto da Evenepoel.

E Bagioli?

Anche Andrea ha fatto un grandissimo mondiale, dopo aver fatto un bell’europeo a Trento, sempre tirando. E’ entrato in un’azione importante, credo che ne sentiremo parlare a lungo. Anche lui ha appena 22 anni…

Rotonde nel finale, la Deceuninck attacca e Senechal vince

27.08.2021
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Anche quando deve esserci una volata (e questa c’è) nulla è scontato alla Vuelta. La tappa 13 arrivava a Villanueva de la Serena. Era la frazione più lunga con i suoi quasi 204 chilometri. Non era difficile altimetricamente, ma come si dice: la corsa la fanno i corridori. Velocità elevata, un po’ di vento e 13 giorni di gare nelle gambe iniziano ad essere un bel po’ per rendere il finale incerto. Se a tutto ciò ci si mette un arrivo tecnico, con rotonde, curve, la Deceuninck – Quick Step in gara e Davide Bramati in ammiraglia lo show è assicurato!

Anche oggi tappa corsa a ritmi folli. E il vento ha creato anche molti ventagli
Anche oggi tappa corsa a ritmi folli. E il vento ha creato anche molti ventagli

Capolavoro Deceuninck

«Eh ragazzi: ritmo elevato, finale con le rotonde… se metti la squadra davanti e la fai tirare forte il gruppo si spacca e quando perdi 10 metri in quei momenti poi è tosta chiudere – dice Bramati – senza contare che c’è stanchezza in gruppo. Anche prima c’era stato vento. L’abbiamo studiata bene stamattina sul bus. Abbiamo visto che c’erano queste insidie e abbiamo deciso di fare così. Lo abbiamo potuto fare anche perché i ragazzi stanno bene, la squadra si sta bene comportando.

«Senechal capitano? No, l’ultimo uomo era Fabio Jakobsen ma non so cosa sia successo e perché si sia spostato. Non ci ho ancora parlato perché era alla premiazione della maglia verde. Florian era l’uomo che avrebbe dovuto lanciare Fabio, ma a quel punto è diventato colui che ha fatto lo sprint. Hanno fatto tutto i ragazzi. Perché Fabio si è spostato che mancava circa un chilometro. Dall’ammiraglia con la tv sei una decina di secondi dietro e quindi neanche puoi dirgli nulla. Stybar, che ha gestito la situazione inaspettata, ha fatto un lavoro eccezionale. E lo stesso Van Lerberghe. Ma sono stati bravi tutti. Anche Bagioli, a portarli con quella velocità tra le rotonde».

Una volta staccatosi, Jakobsen è arrivato al traguardo in scioltezza
Una volta staccatosi, Jakobsen è arrivato al traguardo in scioltezza

L’occhio del velocista

E dall’occhio del diesse passiamo a quello del velocista, tra l’altro di un collega in attività, Jakub Mareczko. Il corridore della Vini Zabù si trova in Belgio per correre alcune classiche e non si è perso lo sprint spagnolo.

«Eh – commenta Kuba – è la Deceuninck! In queste situazioni fanno la differenza. Perché tutti vanno a tutta ma loro restano uniti. Ai meno due erano ancora in cinque. Hanno fatto un ritmo pazzesco. Si è staccato anche Jakobsen! Che tra l’altro ha fatto un bel buco. Saranno andati a 65 all’ora… con quelle rotonde è normale che si rompa il gruppo.

«Posso assicurarvi che non è facile fare queste azioni: serve tanta gamba (e anche pelo sullo stomaco, ndr). Magari dalla Tv sembra lo sia, ma non è così. Loro ai -3 avevano davanti ancora Cerny, che l’anno scorso correva con me, ed è uno che tira da lontano. Ognuno di loro ha svolto al meglio il proprio ruolo».

Ancora Trentin e Dainese

Ma dal capolavoro della Deceuninck, passiamo poi a parlare del “resto del mondo”. E qui troviamo, come ieri, parecchia Italia. E di nuovo Matteo Trentin, secondo.

«Che poi quando è così – continua Kuba – diventa difficile anche per gli altri velocisti. Anche se stanno bene. Perché se non hanno una squadra che li tiene davanti fanno fatica, prendono aria e si stancano o si staccano. Piuttosto peccato per Trentin. E’ stato bravo a rimanere davanti. Si sarebbe potuto togliere una bella soddisfazione ma Senenchal lo ha proprio battuto». E qui si torna alla questione dell’importanza della squadra, proprio come sottolineava Mareczko. Trentin era solo.

«E bravo anche Dainese (terzo, ndr). Come fanno le volate loro due? Beh, non ho fatto molti sprint contro di loro. Matteo, che tiene molto bene anche in salita, va più in progressione e più o meno la stessa cosa vale per Dainese. Con lui facemmo una volata in Ungheria. L’arrivo tirava un po’ e scappò via facendo secondo vinse un Bora».

Mareczko intanto si appresta ad andare a cena. Dice di avvertire un po’ la mancanza del ritmo gara. L’aver corso poco dal periodo post Giro si sente. Anche al Danimarca si è scontrato con gente che usciva dal Tour. Tuttavia è fiducioso in vista del bel bottino di gare che verranno. A cominciare dalla Brussels Classic di domani, anche se è previsto due volte il Grammont.

Wolfpack! E la Deceuninck scatena i suoi lupi

14.04.2021
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Un marchio, un hashtag, una trovata di marketing, ma soprattutto uno spirito: questo è il Wolfpack della Deceuninck-Quick Step. Letteralmente si può tradurre come branco di lupi e già questo dà l’idea di un gruppo che si aiuta, che lotta insieme nelle avversità come avviene nella realtà dei lupi appunto.

Come spesso accade nelle belle storie, quella del Wolfpack iniziò quasi per caso. Era il 2012 e nel team di Levefere era arrivato Brian Holm il quale aveva iniziato ad utilizzare in alcune e-mail la sigla Wolfpack, in ricordo di una banda di quartiere nella sua Copenaghen. Una dicitura che piacque subito ai corridori e che Alessandro Tegner, direttore marketing del team, decise di stampare su dei cappellini. A quel punto era nato un brand e l’hashtag #wolfpack che corre sui social ha fatto il resto ponendovi la “bolla papale”.

L’abbraccio sincero tra Asgreen e Alaphilippe dopo il Fiandre
L’abbraccio sincero tra Asgreen e Alaphilippe dopo il Fiandre

Partire bene aiuta

Ma se i discorsi di marketing li lasciamo a chi di dovere, a noi interessa capire cosa davvero sia questo “spirito Wolfpack” che circola nella Deceuninck. Insomma, vedere un campione del mondo davvero contento perché un suo compagno ha conquistato il Fiandre, vederlo festeggiare come se avesse vinto lui, qualche domanda ce la fa porre. E cose simili si sono ripetute molte volte in questo team.

«Siamo un gruppo affiatato perché siamo insieme da tanti anni credo – spiega Davide Bramati – abbiamo vinto tanto e da tanto tempo. Ogni anno partiamo bene (e questo conta molto per smorzare le tensioni, ndr) Abbiamo diversi sprinter che portano successi e questo dà morale. La nostra mentalità è vincente e se si perde, si perde sull’arrivo.

«C’è voglia da parte di corridori e staff di fare sacrifici. Quest’anno a gennaio siamo rimasti una settimana di più in ritiro in Spagna e lo stesso abbiamo fatto in quando siamo andati alla Provence.

«Il festeggiamento che avete visto dopo il Fiandre è un qualcosa che succede anche in altre squadre, immagino. Posso dire che siamo un team belga e a certe gare ci teniamo particolarmente».

Per Bramati (a sinistra) è importante ridurre lo stress prima delle gare
Per Bramati (a sinistra) è importante ridurre lo stress prima delle gare

Vince uno, vincono tutti 

Il “Brama” magari tende anche a sminuire, ma sta di fatto che noi eravamo sotto a quel bus nel giorno di Asgreen. Il danese non c’era in quanto impegnato all’antidoping di routine e con i giornalisti, ma sentivamo le urla di gioia, la musica a tutto volume, e vedevamo lo staff che brindava con le birre.

«Da noi vince uno, ma la vittoria è di tutti – riprende Bramati – e spesso abbiamo vinto con tanti atleti, anche questo è importante ai fini del gruppo».

In passato si è capita l’importanza del gruppo e non a caso s’iniziò a parlare di team building. Tra i primi a ricorrervi fu la CSC di Bjarne Riis che portò Basso e i suoi in cima al Kilimangiaro. La sfida, il superare momenti di difficoltà insieme ma senza lo stress della corsa, il divertimento… fanno gruppo. 

«Anche noi – dice il diesse lombardo – abbiamo fatto esperienze così. Siamo andati in Slovacchia, giochi di ruolo come caccia al tesoro, oppure in Belgio dove c’era anche il personale abbiamo fatto bungee jumping, tiro alla fune… Nelle ultime due stagioni un po’ per ovvi motivi, un po’ perché siamo sempre più spesso furi casa non lo abbiamo fatto. Però la cosa buona è che i giovani o comunque i nuovi arrivati riescono ad integrarsi bene nel gruppo».

Cavendish al lavoro per i compagni di squadra, qualcosa di raro per l’inglese
Cavendish al lavoro per i compagni di squadra, qualcosa di raro per l’inglese

Lefevere capo branco

Ma come un vero branco di lupi che si rispetti c’è un “maschio alfa”, questo potrebbe essere senza dubbio Patrick Lefevere, il team manager, storico referente di questo gruppo. Da fuori è rispettatissimo e “temuto”, ma è davvero un padre padrone?

«La forza di Patrick è la sua presenza. Lui viene spesso alle gare e c’è… anche quando non c’è. E’ molto alla mano, si siede al tavolo con i ragazzi, gli piace parlarci. Da parte mia devo ringraziarlo a lungo».

Ma Bramati è uno dei diesse del WorldTour più sanguigni: vicinissimo ai ragazzi, è un grande motivatore. E lo dicono i corridori stessi, anche quelli di altre squadre, basta rileggere la recente intervista di Agnoli: “Bramati spacca le macchine pur di incitare i suoi corridori”.

«Quanto c’è di mio? C’è tanto del gruppo, piuttosto. Sono tanti anni che siamo insieme e ognuno sa cosa deve fare, c’è rispetto dei ruoli. Ho corso 17 anni, ho visto passare via mezzo gruppo. Ho iniziato con Saronni e finito con tutti altri. E in questi anni ho cambiato solo tre squadre, ma di fatto sono cambiati solo gli sponsor, perché il gruppo era sempre quello ed è ora nel mio Dna. Dalla Mapei con Levefere diesse, alla Deceuninck con lui team manager. E questo te lo porti dentro. Con alcuni colleghi siamo stati compagni di squadra».

Una magia deve esserci però. Cavendish, con tanto di sponsor personale, è ammesso nel branco e aiuta Bennett a fare la volata nella Scheldeprijs e poi vince con l’aiuto dei compagni in Turchia. Alaphilippe che si sacrifica per Asgreen. Almeida, inconsapevole leader del Giro, che si ritrova una corazzata attorno. Chi lascia questo team fa poi fatica a trovare con tanta “facilità” la via della vittoria. Forse il Wolfpack è “solo” un bel circolo virtuoso. Ma per ora funziona…

Bramati, la sosta di Bennett e il piano che crolla

21.03.2021
3 min
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Bramati aveva per la Sanremo tutta un’altra tattica e questa non prevedeva la sosta di Bennett per foratura e che Alaphilippe scattasse sul Poggio: alla partenza Trentin aveva letto bene nei movimenti della sua ex squadra. Il piano della Deceuninck-Quick Step prevedeva di fare la corsa sui due uomini veloci, tenendo il campione del mondo come specchietto per le due grandi allodole del giorno: Van Aert e Van der Poel.

«Invece in meno di 20 chilometri è andato tutto in aria – ammette mestamente il bergamasco – prima con la sosta di Bennett fra i Capi e poi con Ballerini che ai piedi del Poggio ci ha detto di non sentirsi troppo bene. E a quel punto abbiamo detto a Julian di provare lui qualcosa, sapendo però che non fosse al livello del 2019 e soprattutto al livello degli altri due».

Alaphilippe era lo specchietto per le allodole, ma a causa della foratura di Bennett, alla fine è toccato a lui
Alaphilippe era lo specchietto per le allodole, ma alla fine è toccato a lui

Piano sfumato

Il dietro le quinte di una corsa come la Sanremo è spesso la parte più interessante da raccontare ed ha sapori diversi in base all’esito della gara. Se fossimo qui a parlare di una vittoria, ci sarebbe da tessere le lodi dello stratega. Invece siamo qui a commentare il 16° posto finale di Alaphilippe e il distacco di 29” di Ballerini e Bennett.

«Ha fatto un bello scatto – dice Bramati parlando di Alaphilippe – ma si sono mossi che il Poggio ormai stava finendo e partendo soprattutto da una velocità proibitiva per chiunque. Sapete chi ha scritto la storia della Sanremo, anche se alla fine non hanno portato a casa niente neanche loro? Ganna. Sul Poggio, Pippo ha fatto male a tutti, con la sua forza. Le sue accelerazioni hanno impedito a chiunque di scattare. Per questo là in cima non ci sono state differenze, si andava troppo forte. Non so che cosa avessero in mente».

Bennet come Ewan

E’ stata la sensazione di tutti, sebbene lo stesso Ganna alla partenza avesse detto di non sentirsi un granché e abbia invece scoperto lungo la strada di avere nelle gambe i cavalli giusti. Chissà che cosa sarebbe cambiato se avesse avuto in partenza la consapevolezza di tanta forza.

«Sapevamo che tutti aspettavano Julian – prosegue Bramati – e arrivare in cima al Poggio senza scattare era il quadro perfetto per portare gli altri due alla volata. Praticamente è riuscito tutto alla perfezione, solo che non avevamo gli uomini per la volata. Bennett ha speso davvero tanto per rientrare dopo la foratura. Si è mosso da solo fra le ammiraglie e poi con l’aiuto di Stybar, ma quando arrivi alla Cipressa già in affanno, poi si complica tutto. Però devo dire che senza quella foratura, Sam sarebbe stato là davanti. Insomma, se c’era Caleb Ewan, poteva starci benissimo anche lui».

Ballerini era una delle carte del team, ma ai piedi del Poggio ha scoperto di non stare bene
Ballerini ai piedi del Poggio ha scoperto di non stare bene

Ora Coppi e Bartali

La pagina è da voltare, in una stagione che ha dato lampi di vittorie che sarebbero state certo maggiori non dovendo fare i conti con i due fenomeni del cross.

«E infatti adesso ce ne andiamo al Coppi e Bartali – dice – dove avrò un po’ di ragazzi interessanti. Ci saranno Mauri Vansevenant e anche Honoré. E poi ci sarà anche Cavendish. La sfida sarà dura per lui, il percorso non è da velocisti, ma diciamo che nella prima tappa si potrebbe pensare di arrivare in volata. Invece Masnada è sceso dal Teide e andrà al Catalogna. E’ sceso anche Remco (Evenepoel, ndr), ma non sappiamo ancora dove correrà. Forse direttamente al Giro…».

Con Bramati, ragionamenti tattici verso Sanremo

17.03.2021
5 min
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Alaphilippe in seconda ruota all’improvviso rallenta quel tanto che basta al compagno Stybar per guadagnare i metri che, se non ci fossero stati due fenomeni come Van Aert e Van der Poel, lo avrebbero condotto alla vittoria. Il “buco di Gualdo Tadino” lancia alcune riflessioni in ottica Sanremo. In molti hanno pensato ad un colpo di quel volpone di Davide Bramati, diesse della Deceuninck-Quick Step

Bramati
Dopo 17 stagioni da pro’ il “Brama” è salito in ammiraglia nel 2006
Bramati
Dopo 17 stagioni da pro’ il “Brama” è salito in ammiraglia nel 2006

Il buco di Bramati

Il buco infatti è un segno distintivo del Brama. Lo scorso anno assistemmo dal vivo proprio ad un’azione simile in Argentina, alla Vuelta a San Juan. Si arrivava in circuito e Stybar partì sul rettilineo opposto a 700 metri all’arrivo. Deceuninck schierata, il ceco che dà una fucilata ai 600 metri e i compagni che lo lasciano scappare. Un vero colpo da maestri, un’azione tecnico-tattica di una bellezza unica. E a fine tappa il diesse lombardo ammise che l’avevano studiata. Come non pensare che anche alla Tirreno ci fosse il suo zampino?

«Ma no, a Gualdo Tadino ha fatto tutto Julian, è stata una sua fantasia», dice Bramati lasciando il merito ai suoi ragazzi.

Prima tappa della Parigi-Nizza a Saint Cyr L’Ecole per Sam Bennett
Alla Parigi-Nizza Bennett ha vinto 2 tappe. Per lui nel 2021 già 4 vittorie

E c’è anche Bennett

Adesso con la Sanremo in vista e due favoritissimi sul piatto, Van Aert e Van der Poel, cosa sta escogitando Davide? Quando si tratta di classiche la sua squadra è da anni la numero uno, sia per i corridori, sia per l’interpretazione della corsa. Alaphilippe, ma anche Stybar e Ballerini: la Deceuninck può contare su più punte.

«Se è per questo c’è anche Sam Bennett – dice Bramati – abbiamo una buona squadra, ma per una volta non partiamo da favoriti. Vediamo se possiamo inventare qualcosa. A Gualdo Tadino, ma in generale alla Tirreno, abbiamo assistito a gare molto incerte, la Sanremo invece sarà sicuramente più lineare. Non avremo il Van der Poel che attacca a 50-60 chilometri dall’arrivo. E poi bisognerà vedere bene il meteo. Già abbiamo controllato più volte e più volte è cambiato. Dovrebbe esserci freddo, vento… e da qui a domenica cambierà ancora».

L’anno scorso il gruppo all’imbocco del Poggio era piuttosto folto
L’anno scorso il gruppo all’imbocco del Poggio era piuttosto folto

Poggio meno… affollato?

Senza dubbio la Sanremo avrà uno svolgimento più regolare, ma forse proprio perché sulla carta si annuncia così, chissà che quel “folle” di VdP non tenti il colpaccio a sorpresa. Vero, stavolta appare molto più complicato, ma anche nella frazione dei muri alla Tirreno nessuno si aspettava un suo attacco solitario a quella distanza dall’arrivo.

«Proprio perché ci sono quei due, io non credo che quest’anno in tanti vogliano arrivare con 50 corridori sotto al Poggio. Per questo sono molto curioso di vedere cosa faranno le altre squadre».

Alaphilippe sul Poggio, Bennett per la volata. E se l’irlandese non dovesse superare il Poggio, c’è anche Ballerini: la Deceuninck ne ha di soluzioni. Andare via di sola e pura forza è l’azione che tutti si aspettano da Van der Poel. Sembra tutto troppo scontato.

«I ragazzi stanno bene – riprende Bramati – ma ripeto non siamo i favoriti. Guardiamo Van Aert per esempio. Ieri ha vinto a crono, nella prima frazione ha vinto in volata, nella tappa dei muri è arrivato terzo ed è il campione uscente. Se capiterà di arrivare insieme in via Roma vedremo il da farsi e con chi».

Al mondiale di cross Van Aert e Vdp erano partiti da favoriti e non hanno tradito le attese
Anche al mondiale di cross Van Aert e Vdp erano partiti da favoriti…

Favoriti e pressione 

Il fatto di non partire da super favorito sembra quasi far piacere a Bramati. Davide dice che in qualche modo saranno altre squadre a dover prendere in mano la corsa. Di solito quando si è super favoriti, la pressione aumenta.

«Non penso che Van der Poel senta la pressione. Questo ragazzo è uno che non molla mai. Guardiamo cosa ha fatto l’altro giorno nel vento tra i muri, o lo stesso nel mondiale di ciclocross. Era dietro ha forato, ma non ha fatto una piega. O ancora al Fiandre l’anno scorso. Per me non gli pesa sicuramente. Io sono contento di non partire da favorito, non spetta a noi la responsabilità della corsa… E magari si torna a vincere la Sanremo!».

Alaphilippe, Stybar e Ballerini hanno corso insieme anche all’Het Nieuwsblad
Alaphilippe, Stybar e Ballerini insieme all’Het Nieuwsblad

Dai Capi, l’inferno…

Bramati non lascia nulla al caso, sembra un generale in battaglia quando prepara le corse. Meticoloso, fantasioso, motivatore, ma senza mai dare troppo nell’occhio… Il Brama sa tirare fuori il massimo dai suoi atleti. E quando è così serve anche un riferimento di fiducia in corsa. Noi pensiamo possa essere proprio Stybar, tra i più esperti, ma il diesse glissa.

«Giovedì (domani, ndr) faremo una riunione – dice Bramati – anche perché ci sono altri tre corridori che vengono dalla Parigi-Nizza e vogliamo parlarne tutti insieme. In ogni caso qualsiasi sarà il riferimento non ci saranno problemi.

«Ci saranno sei o sette squadre che cercheranno di controllare la gara. Mi aspetto una di loro che tirerà per prima per chiudere la fuga, chi lo farà dopo, chi non lo farà per niente. La salita che sostituisce il Turchino è più o meno uguale, forse anche meno dura, semmai bisognerà stare attenti alla discesa in caso di pioggia. Ma la corsa inizierà dai Capi, quando ci sarà la gara per prenderli in testa. Sono curioso di vedere come sarà affrontata la Cipressa perché per me qualcuno si muoverà. Ripeto, non vedo un gruppo di 50-60 corridori che imbocca il Poggio».