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Fabio e Mark, due storie intrecciate attorno al Tour

11.01.2022
6 min
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I segni della sua storia li porta in faccia. Fabio Jakobsen sorride e parla con argomenti profondi come le cicatrici che gli ha lasciato quell’orrenda caduta al Giro di Polonia. La faccia di Cavendish al confronto è un letto di rose, ma se si guarda nel fondo dei suoi occhi si intravedono ferite ugualmente profonde. Da un lato ci sono lo scampato pericolo e la vita che spinge per uscire, dall’altro la luce in fondo al tunnel e di colpo la sensazione che il viaggio stia per finire.

Media day della Quick Step-Alpha Vinyl a Calpe. Siamo gli unici dall’Italia, qualche collega fa capolino dallo schermo di un computer che viene fatto girare di tavolo in tavolo. Potere della tecnologia.

Cavendish ha poca voglia di parlare, le domande sul Tour sono scomode
Cavendish ha poca voglia di parlare, le domande sul Tour sono scomode

Il Tour di mezzo

Il Tour li lega e li divide. A Fabio si può chiedere tutto, a Mark è meglio non chiedere del Tour. A un collega americano è stato detto chiaramente che se vuole intervistarlo non deve fare domande sulla corsa francese. Cavendish ha scritto il suo romanzo eccezionale nella scorsa edizione della Grande Boucle, ma il rinnovo del suo contratto sarebbe stato subordinato a una clausola ben chiara: al Tour ci va Jakobsen.

In realtà sarebbe stato così anche l’anno scorso, quando sarebbe toccato a Bennett e tutto sommato ai primi del 2021 il britannico aveva poco da avanzare pretese, grato per la maglia e la bici. Però quando entra nella stanza delle interviste ha la faccia di un funerale. E quando parla lui, tutto lo staff della comunicazione Quick Step si avvicina per sentire.

Le tre tappe e la maglia a punti della Vuelta sono stati la svolta per Jakobsen
Le tre tappe e la maglia a punti della Vuelta sono stati la svolta per Jakobsen

La svolta alla Vuelta

Jakobsen sorride spesso. Con le cicatrici ha imparato a conviverci e al confronto sembra più infastidito Cavendish se un obiettivo si sofferma troppo a lungo per scrutare le sue espressioni.

«Ho perso buona parte del 2020 – racconta Fabio – per il Covid. E poi, quando siamo tornati, ho perso il resto del tempo per quello che tutti sappiamo. La Vuelta mi ha dato la conferma che posso ancora vincere le volate. La domanda ha smesso di essere “se” ma è diventata “dove”. Il Tour è al centro del mio anno. Patrick Levefere (general manager della squadra, ndr) ha detto che sarò io il velocista designato, ma chiaramente dovrò stare bene, essere in forma, spingere i watt giusti. Questo è il primo anno normale. Sto facendo esperienza, ascolto quelli più esperti di me. Penso di essere nella giusta fase della carriera, posso vincere le volate e pensare alle classiche intermedie del Belgio. Proverò la Gand. La Vuelta e le vittorie mi hanno fatto fare lo step che mancava. Niente è sicuro. Il Tour è la corsa più importante del mondo, ma si tratta pur sempre di una corsa…».

Durante l’allenamento del mattino, sosta in un bar-roulotte, ecco Cavendish (foto Wout Beel)
Durante l’allenamento del mattino, sosta in un bar-roulotte, ecco Cavendish (foto Wout Beel)

Un ciclista professionista

Cavendish è accigliato e parla per monosillabi. Si capisce lontano un chilometro che eviterebbe volentieri le domande e che potrebbe dire ben altro. Ogni sua risposta inizia da una frase che ripete come un mantra.

«Sono un ciclista professionista – dice – l’anno scorso ero senza un lavoro, ora sono qui e sono contento. Proverò a vincere dovunque potrò. Ho iniziato ad allenarmi in ritardo dopo la mia caduta, perciò sto lavorando per recuperare la mia forma fisica. L’anno scorso cercavo soprattutto un’ispirazione e l’ho trovata nel Tour. Tutti i corridori vogliono andarci, ma io sono un ciclista professionista. Il mio obiettivo sarà essere forte in tutte le corse cui prenderò parte. Questo è il lavoro di un ciclista professionista. L’ho fatto l’anno scorso. Anche quando non conoscevo il mio programma, perciò continuerò a farlo perché è quello che ho fatto per tutta la mia carriera. Non guardo indietro. Non penso al record di tappe. Se guardi indietro, smetti di andare avanti. Questo è stato il motto di tutta la mia storia e lo è ancora adesso».

Fabio Jakobsen porta le sue cicatrici con apparente disinvoltura
Fabio Jakobsen porta le sue cicatrici con apparente disinvoltura

Una splendida rinascita

Jakobsen ha undici anni meno di Cavendish. Chi lo seguiva prima della caduta raccontava di numeri bestiali durante gli sprint, per cui c’è da capire che la squadra voglia investire su di lui. La stagione chiaramente è lunga, nessuno può dire in che modo i due si presenteranno a luglio. E non è sfuggito il fatto che al Tour 2021 Mark ha vinto quattro tappe senza confrontarsi con i velocisti più forti. E Jakobsen intanto racconta…

«Non c’è stato niente da dimenticare – dice – perché di quel giorno non ricordo nulla. Ho toccato il fondo e quando ho capito che cosa stavo per perdere, mi è scattato dentro qualcosa. Volevo tornare a vivere come un pro’, a fare la cosa più bella che ci sia. Rientrare però è stato difficile, ritrovare la fiducia. Ho capito di dover convivere con quello che mi è successo, facendo in modo che mi renda migliore anche come uomo. A volte penso a quando a 12-13 anni sognavo di correre il Tour. Quando penso a quel bambino, sono felice di avere questa chance e che la squadra creda in me. Se c’è uno sprint del Tour che ricordo? Ne parlavamo giusto ieri con Mark. Quello del 2009 quando mimò il gesto del telefono, dedicandolo allo sponsor che faceva telefonini…».

Quattro tappe nel 2021 e la squadra come una famiglia. Ci sarà un altro Tour per Cavendish?
Quattro tappe nel 2021 e la squadra come una famiglia. Ci sarà un altro Tour per Cavendish?

Amore per il ciclismo

Cavendish risponde e a un certo punto sembra di essere in una schermaglia, cercando un varco per entrare.

«Questa squadra è nota per essere una famiglia – dice parlando dei giovani – anche io ho impiegato poco per riambientarmi. Penso che sia importante che sia una famiglia oltre che una squadra. Se le persone si connettono a livello emotivo, le prestazioni saranno migliori. Non riguarda solo il ciclismo ed è quello che mi piacerebbe far capire ai più giovani. Spetta a ciascuno di noi. Ricordo come le persone mi hanno sostenuto quando ero un ragazzo e spero che loro domani possano fare lo stesso quando avranno la mia età. Sono un ciclista professionista, ho la fortuna di avere una bici da guidare. Non avrei mai pensato che il ciclismo sarebbe stato una scuola così grande quando ho iniziato. Oggi non è più uno sport di nicchia come quando ho iniziato. E’ super bello da testimoniare».

Quando il loro turno finisce, entrambi se ne vanno dalla stanza al primo piano del gigantesco Suitopia Sol y Mar di Calpe che da qualche anno ospita la squadra belga. Mark si ferma a parlare con Morkov, Fabio va a prendere un bicchiere d’acqua dopo aver parlato ininterrottamente per quasi 40 minuti. Il Tour li unisce e li divide. Uno è convinto di andarci, ma sa di doverselo meritare. L’altro non è per niente convinto di restarne fuori e sarà un diavolo su ogni traguardo. La loro sfida parallela meriterà di certo altri racconti.