Marton, l’Uc Trevigiani e i tanti campanelli suonati…

13.03.2023
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Ci sono personaggi che nel loro piccolo fanno la storia del ciclismo e Luciano Marton (nella foto di apertura il primo a sinistra) è uno fra questi. Molto più che un dirigente, è un’istituzione nel movimento veneto, quasi un “primo motore” che si è rimesso in funzione proprio per rilanciarlo in una fase di grande difficoltà.

Alla soglia dei 69 anni, Marton si è rimesso in gioco nel cuore dell’Uc Trevigiani Energiapura Marchiol e non è un caso se la formazione veneta è tornata ad essere un riferimento assoluto nel panorama junior. L’ennesimo successo di un uomo che si è fatto coinvolgere già da molto giovane.

«A dir la verità – racconta – ho iniziato a fare il dirigente che non avevo superato da troppo tempo la soglia dei vent’anni. Avevo capito che come corridore non potevo andare da nessuna parte, ma il ciclismo era parte di me, mi piaceva troppo, così iniziai a seguire la squadra. Ero sempre stato vicino al presidente Remo Mosole, anzi ero suo dipendente, ma conoscendo questa passione mi coinvolse».

Il team dell’Uc Trevigiani è composto da una ventina di ragazzi, un numero alto per il settore
Il team dell’Uc Trevigiani è composto da una ventina di ragazzi, un numero alto per il settore
Un coinvolgimento andato avanti nel tempo…

Sì, sono sempre rimasto nel team, il presidente sapendo che sapevo fare un po’ di tutto mi aveva affidato la gestione della squadra. Non nascondo che ero un vero e proprio factotum, ero sempre io che guidavo il pullman verso le varie sedi di gara. Gli anni sono passati veloci, io nel frattempo avevo iniziato a cambiare un po’ di società, dalla Fgm Diadora alla Munaron, all’Mg Boys alla Caneva Record. Alla Trevigiani, Mosole e Barzi, il suo socio, si erano divisi e Mosole aveva deciso di lasciare il team.

Come mai ti ritroviamo coinvolto nel tuo primo amore?

Il Veneto è sempre stato un riferimento assoluto nel ciclismo italiano: una ventina di anni fa c’erano oltre 10 società che erano ai vertici italiani e gli sponsor le appoggiavano con forza. Ma quel patrimonio è andato disperso e gli sponsor sono scappati, andando ad appoggiare altre società fuori dalla regione. Lo stesso facevano i corridori: era mai possibile che i nostri ragazzi per fare attività dovessero rivolgersi alle società lontane? Così ho ripreso a darmi da fare per trovare sponsor che ridessero linfa al nostro movimento e l’ho fatto alla vecchia maniera…

Nel team trevigiano si punta molto sul gruppo e la condivisione delle responsabilità
Nel team trevigiano si punta molto sul gruppo e la condivisione delle responsabilità
Come?

Salivo sulla mia macchina e giravo per le varie aziende, andavo a suonare ai campanelli e parlavo, parlavo, spiegavo quel che volevo fare. Di porte in faccia ne ho prese tante, ma non mi sono dato per vinto e tra più di 100 imprese contattate ne ho trovate tre che hanno creduto nelle nostre idee e non si tratta di imprese da poco. Energiapura ad esempio è un riferimento importante nel campo dell’abbigliamento sportivo invernale, ha sposato il nostro progetto perché noi abbiamo trovato un riferimento anche ideale nel loro.

Quando ti sei rimesso in moto?

Poco prima che iniziasse la pandemia. Avevamo appena ricominciato a far girare la macchina e il Covid ha sospeso tutto per un paio d’anni. Rendendo tutto più difficile, questo è certo. Lo spirito però non è mai venuto meno e ora se ne stanno vedendo i frutti. Rispetto al passato però ho scelto un’altra strada, quella della condivisione delle responsabilità. Non c’è un capo, io condivido con altri i compiti, siamo un gruppo unito e questo si vede anche fra i ragazzi.

I ragazzi in allenamento. Attraverso le mani di Marton sono passati molti campioni, da Piepoli a Sgambelluri
Nella tua lunga carriera quanti campioni sono passati per le tue mani?

Non riesco a tenere il conto, ma ognuno mi ha trasmesso qualcosa, mi ha lasciato ricordi e sensazioni in eredità. Ricordo ad esempio Sgambelluri, vincitore del Giro dilettanti nel 1996: era una forza della natura, uno capace di fare argento ai mondiali sia in linea che a cronometro. Interpretava sin da giovanissimo il ciclismo in maniera professionale, non lasciava nulla al caso, era quasi maniacale. Leonardo Piepoli lo stesso, lui aveva vinto due anni prima, ricordo che uscì dal Giro con una condizione mostruosa: fece 8 gare e le vinse tutte, penso che sia un record assoluto. E ricordate Contri e Colombo?

I due ragazzi campioni del mondo nella 100 Chilometri a Palermo…

In pianura facevano la differenza, ma erano due bei tipi. Contri dava strattonate enormi e prendeva 100 metri sul gruppo, poi partiva Colombo, staccava gli altri e andava a riprenderlo, allora litigavano, ma intanto gli avversari erano sempre più lontani. Sarebbe stato assurdo non avessero vinto il titolo mondiale, erano davvero troppo forti.

Il successo di D’Aniello al GP La Torre di Fucecchio, battendo Matteo Milan (foto Pettinati)
Il successo di D’Aniello al GP La Torre di Fucecchio, battendo Matteo Milan (foto Pettinati)
C’è qualche ragazzo di oggi che ti dà le stesse emozioni?

Devo ammettere che mi sono esaltato per D’Aniello con la vittoria a Fucecchio. E’ un talento vero, sa leggere benissimo la corsa e si allena con tanto spirito di sacrificio. Poi c’è Marco Di Bernardo, il figlio d’arte che si vede quanto ha preso dalla passione di famiglia e Zurlo, fondamentale per il nostro team. Io dico che potrebbe vincere molto di più se si gestisse di più, ma è un generoso, un vero collante per la squadra. Parlavo di lui con Amadori ed era dello stesso avviso. Un elemento prezioso.

Che cosa vorresti ora?

Facile dire tante vittorie, ma quelle verranno. Io voglio che il progetto prenda piede, che attraverso di noi i ragazzi (ora ce ne sono una ventina nel team, è uno dei più ampi) possano amare sempre più questo mestiere e riuscire a farlo diventare davvero tale. E coinvolgere sempre di più gli sponsor, che sono la linfa vitale per il movimento. Devono essere attaccati a noi, alla nostra regione, quel che è successo non deve avvenire più.

EDITORIALE / La prima di Hagenes: una via replicabile?

13.03.2023
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Per Strand Hagenes, norvegese di 19 anni, ha vinto ieri la sua prima corsa da professionista in maglia Jumbo Visma Development: la Albert Achterhes Profronde Van Drenthe. Ha staccato di 8 secondi Tobias Lund Andresen, Adam De Vos e Florian Vermeersch. La volata del gruppo alle loro spalle è stata vinta invece da Sam Welsford, il velocista sbocciato quest’anno con due vittorie alla Vuelta a San Juan.

Talento predestinato

Che Hagenes fosse un bel talento lo avevamo capito già nel 2021, quando vinse il mondiale juniores su strada a Leuven, dopo essere arrivato secondo all’europeo e aver vinto la Corsa della Pace Juniores. La Jumbo Visma ci aveva messo già sopra gli occhi e lo scorso anno lo ha inserito nella sua Development, facendolo correre quasi esclusivamente fra gli under 23.

Nel 2021 a Leuven, Per Strand Hagenes ha vinto il mondiale juniores: anticamera del passaggio alla Jumbo Visma Development
Nel 2021 a Leuven, Hagenes ha vinto il mondiale juniores, prima di passare alla Jumbo Visma Development

La prima vittoria è arrivata il 3 aprile del 2022, alla sesta corsa: una semitappa nel Le Triptyque des Monts et Chateaux, chiuso al secondo posto dietro Paleni, altro talento in rampa di lancio con la maglia della Groupama-FDJ Conti. Poi lo abbiamo visto terzo al Giro del Belvedere, lottare al Tour de Bretagne e fare la prima corsa tra i pro’ il 21 maggio: 42° alla Veenendaal Classic.

Primo anno in crescendo

Di lì ancora fatica ed esperienza alla Corsa della Pace, fino alla seconda vittoria dell’11 giugno in una tappa del Raiffeisen Oberosterreich Rundfahrt in Austria. E da quel momento la velocità è aumentata. Sesto e 13° nei campionati nazionali di crono e strada con i professionisti. Partecipazione al Sazka Tour, ancora con i grandi. Tour de l’Avenir, con due podi. E verso fine stagione il 13° posto ai mondiali U23 di Wollongong, la partecipazione al Giro dell’Emilia e alla Tre Valli Varesine inserito nella WorldTour e ultima corsa di stagione il 9 ottobre con la vittoria nella Parigi-Tours Espoirs.

In tutto 40 giorni di corsa al primo anno, con 6 gare a tappe e 3 vittorie, avendo compiuto 19 anni a luglio.

La vittoria di ieri, ottenuta peraltro in una giornata fredda e bagnata riallaccia il filo, ma lancia Hagenes in uno scenario 2023 leggermente diverso. C’è stato uno scatto. La sua prima corsa 2023 è stata infatti la Kuurne-Bruxelles-Kuurne. Poi una di elite/U23, quindi il norvegese è tornato di nuovo tra i pro’ con il GP Pierre Monseré, fino al successo di ieri.

Lampi di azzurro

Quel che ci interessa capire e che approfondiremo nel corso dell’anno, avendo la possibilità di osservare la situazione, è se il cammino di Per Strand Hagenes sia figlio della sua eccezionalità o sia qualcosa di ripetibile anche per gli azzurrini che da quest’anno si sono trasferiti nelle continental del Nord.

Non è passato inosservato infatti che ieri Francesco Busatto della Circus Reuz (devo team della Intermarché) sia arrivato secondo alla Le Get UP Cup di Aywaille, che si corre sulle strade della Liegi-Bastogne-Liegi, alle spalle del compagno Faure Prost. Così come che Noviero Raccagni, passato alla Continental Soudal Quick Step, si sia piazzato terzo nella olandese Dorpenomloop Rucphen di 179 chilometri, vinta da Laurenz Rex. E la stagione è iniziata anche per Mattio e Belletta, entrambi compagni di Hagenes alla Jumbo Visma Development, che hanno preso parte a due corse in linea e all’Istrian Spring Trophy.

Team italiani allineati

Tutti loro si sono avviati sulla stessa falsariga di Hagenes, seguendo uno schema collaudato che a detta dei loro tecnici porterà allo sviluppo necessario perché si inseriscano nei rispettivi team WorldTour. Lo stesso schema attuato da Lorenzo Germani in Francia che, dopo due anni in continental, è sbarcato quest’anno nella Groupama-FDJ dei grandi. Lo stesso intrapreso finora dalla Colpack (ieri in Istria, secondo posto per Davide Persico) e dalla Technipes, due continental di casa nostra (in Istria c’erano anche la Eolo e la Green Project, squadre professional).

Sarà interessante nei vari step della stagione verificare la crescita dei ragazzi partiti e quella di coloro che sono rimasti, in base all’attività proposta. E renderci conto se qualche Hagenes ce l’abbiamo anche noi e si possa lavorare in modo diverso per tirarlo fuori o vada bene così.

Cervélo S5, la “spada” di Roglic per le tappe veloci

13.03.2023
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Oggi più che mai, per vincere nel ciclismo la bici conta. Proprio perché a fare la differenza sono i dettagli ogni aspetto della bicicletta deve essere al massimo. E il cavallo di battaglia che Primoz Roglic ha sfoggiato nell’ultima tappa della Tirreno-Adriatico era davvero al top. Ovviamente parliamo della sua Cervélo S5.

La S5 è una bici dalla spiccata vocazione aerodinamica, ma non solo quella chiaramente. Anche se in Jumbo-Visma, per stessa ammissione dello staff performance, tendono a preferire l’aerodinamica al peso.

Primoz ha usato la S5 nella veloce frazione di San Benedetto del Tronto, mentre in quelle più dure e nervose di Sassotetto e dei muri di Osimo ha preferito la più snella Cervélo R5.

Telaio “piccolo”

Ma entriamo nel dettaglio. La Cervélo S5 dello sloveno è una taglia 51. Un telaio quindi relativamente piccolo per lui che è alto 177 centimetri. Secondo le indicazioni di Cervélo dovrebbe usare una 54. Ma è una scelta che ci sta, visto che il telaio S5 non fa della rapidità dei cambi di direzione la sua arma principale.

Come tutte le bici aero infatti è meno “snella” in una discesa tecnica, con curve strette, o sugli strappi più duri, però è molto più stabile, veloce e se vogliamo anche comoda – visto i materiali – nei tratti più pedalabili e regolari. E conti alla mano, questi sono in percentuale la netta maggioranza durante ogni frazione. Pertanto optando una taglia potenzialmente più piccola rispetto a quella che potrebbe utilizzare, Roglic va a riprendersi qualcosa in fatto di guidabilità.

Anche in virtù di questa scelta il particolare manubrio integrato a “V” della sua Cervélo ha un attacco manubrio pronunciato. Questo corrisponde infatti ad una lunghezza di 130 millimetri.

Altro aspetto che emerge dalla scelta di questa taglia è il dislivello sella-manubrio. Non abbiamo numeri certi alla mano, ma dovrebbe essere ben al di sopra dei 10 centimetri. E lo si nota anche dal fatto che quando la gamba si trova nella parte alta del pedale il suo ginocchio appare ben più alto del manubrio stesso. Ma è una tendenza che in Jumbo-Visma adottano un po’ tutti i corridori.

Posizione avanzata

Da questo concetto del ginocchio alto, passiamo ad un’analisi della sua catena cinetica e quindi delle sue misure. Roglic ama pedalare parecchio in avanti. In questo modo riesce a sfruttare i due distretti muscolari maggiori delle gambe: i quadricipiti e il grande gluteo. Grande gluteo che in quanto ex saltatore dal trampolino con gli sci ha ben sviluppato.

Altro aspetto non trascurabile è la scelta delle pedivelle. Lo sloveno potrebbe usare tranquillamente le 172,5 millimetri ma ha scelto le 170. E questa è una opzione in linea con le tendenze attuali che protendono per la rapidità di rotazione, piuttosto che per l’effetto leva.

E poi anche la combinazione corone/pignoni. Non di rado il campione sloveno utilizza la cassetta posteriore con la scala 10-33, mentre il plateau è 52-39. Questo sulla S5 e anche sulla Cervélo R5. Il vantaggio, oltre alle esigenze dettate dalla planimetria, è quello di sfruttare meglio il penultimo ingranaggio della scala, ovvero il 28, anche con un incrocio 52-28. Diversi colleghi usano la cassetta 10-28, dove l’undicesimo pignone ha 24 denti.

Le chicche di Primoz

Per il resto, le ruote sono quelle “made in Cervelo”, le Reverse. A San Benedetto del Tronto il setup prevedeva l’alto profilo differenziato fra anteriore e posteriore, rispettivamente di 52 e 63 millimetri. Mentre a Osimo e Sassotetto, complice anche il vento, aveva montato quelle con profilo da 34-37 millimetri.

Queste ruote ad alto profilo con canale interno largo (25 mm all’anteriore e 24 mm al posteriore), consentono un alloggio ottimale per i tubeless Vittoria Corsa Pro da 28 millimetri. Sotto questa misura in casa Jumbo-Visma non si va, l’alternativa è il 30 millimetri, cosa che notammo già in autunno nel nostro raid presso il loro Service Course in Olanda.

La larghezza del cerchio ha anche valenze aerodinamiche, legate sia alla struttura stessa della ruota che alla copertura che vi si alloggia. Pertanto la scelta di un battistrada largo è stata fatta pensando non solo alla scorrevolezza, ma anche al pacchetto aerodinamico: ruota-copertone-bici. Tutto ciò secondo gli studi in galleria del vento, va a ridurre anche le turbolenze, specie in caso di vento laterale.

Sempre in merito a queste ruote, voci di corridoio, dicono che stiano sperimentando un nuovo tipo di carbonio.

Infine, Primoz ha i doppi comandi: sia quelli tradizionali delle leve che i Blips di Sram, semi-nascosti sotto il nastro e posizionati al modo “velocista”, ovvero all’interno della piega. Roglic pedala molto con le mani basse bassi anche quando la strada si impenna. In questo caso ha il pulsante interno alla piega anche per la guarnitura anteriore e non solo per il cambio posteriore. 

La Tirreno di Ballerini: solo fatica o anche lavoro buono?

13.03.2023
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Alla Tirreno si fatica di brutto. E se magari le prime due tappe in linea sulle strade toscane hanno concesso il tempo per tirare il fiato, la tripletta dalla quarta alla sesta e poi la stessa tappa conclusiva di San Benedetto del Tronto con i suoi 1.700 metri di dislivello hanno segnato le gambe dei corridori. Le tappe e il freddo in cui si è corso nel giorno di Sassotetto. E così la corsa, che solitamente veniva utilizzata da alcuni corridori per fare la gamba in vista della Sanremo, ha forse cambiato profilo e funzione.

Nel WorldTour dal Covid in poi non ci sono più gare di preparazione e tantomeno da prendere sotto gamba. Resta da vedere poi in che modo metabolizzare certe fatiche, come spiegava sabato Davide Ballerini sul traguardo di Osimo. Piegato sul manubrio, cercando l’ispirazione per togliersi dal rettilineo di arrivo e tornare al pullman.

«Tutte queste fatiche – diceva – sono a buon fine? Vedremo. Sono stati tre giorni difficili, anche se è stata dura dall’inizio. Percorsi sempre impegnativi, tappe da cinque ore e passa. Ho cercando di tenere più duro possibile ogni giorno. Poi quando le gambe non me lo permettevano, ho cercato di fare gruppetto. I dati in corsa si guardano relativamente, si cerca sempre di dare il massimo per la squadra. Se poi sarà stato utile, ve lo dirò il mese prossimo…».

Nel giorno di Sassotetto, quinta tappa, Ballerini è stato in fuga
Nel giorno di Sassotetto, quinta tappa, Ballerini è stato in fuga

Prima la Sanremo

Ballerini ha la preferenza scritta nel nome, ma prima della Roubaix che gli mangia i sogni, è atteso sabato prossimo alla sfida di Sanremo, in cui si vede di supporto per Alaphilippe più che primo attore.

«Non sto male – spiegava – anche se oggi (sabato, ndr) ho pagato la fuga di venerdì verso Sassotetto. Però da metà gara sono stato molto meglio e speriamo sia il segno della condizione che sta crescendo. Se così sarà, è quello che volevo perché quest’anno punterò tutto sulle classiche. La settimana di avvicinamento sarà nel segno del recupero. Voglio riposare e recuperare le forze il più possibile fino a Sanremo. Non parliamo della Milano-Torino né di sopralluoghi sul finale della Sanremo. Sono stato a farci un giro il mese scorso. Ho visto bene le discese e so quanto sia importante recuperare bene. Non è una gara facile. Dopo 300 chilometri serve energia. Ovviamente vedremo come sta Alaphilippe. Il mio spazio semmai me lo devo un po’ procurare. Lo avrò solo se riesco a scollinare, ma non sarà facile».

Dopo la tappa di Foligno, Ballerini assieme ad Alaphilippe
Dopo la tappa di Foligno, Ballerini assieme ad Alaphilippe

Corsa d’attacco

Nello stesso giorno di Osimo, la trenata di Van Aert sul Muro di Costa del Borgo ha fatto vedere che anche la condizione del grande belga è in crescita, per cui si va delineando una Sanremo nel segno degli attaccanti, più che bloccata a logiche da velocisti. L’eco delle vittorie di Pogacar dalla Parigi-Nizza rafforza questa sensazione.  Ma Ballerini oppone le mani, come a rifiutare l’invito e chiarisce il suo punto di vista.

«Nella mia testa c’è la Roubaix – ha ribadito prima di sparire fra i corridori alla volta dei pullman – sempre la Roubaix, senza nulla togliere alla Sanremo. Bisogna anche essere realistici, si vedrà sabato se riuscirò a scollinare davanti. Di sicuro in quel caso non mi tiro indietro, però vediamo come sta la squadra, come sta “Loulou”. Sappiamo che lui può fare la differenza come gli è già successo. Quindi vediamo: abbiamo più di una carta da giocarci». 

E dalla Francia risponde Pogacar: Slovenia padrona

12.03.2023
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No, non è Eddy Merckx è Tadej Pogacar. Lo sloveno alla Parigi-Nizza ha fatto il Cannibale. Ma lui è così: vuol divertirsi, correre e se si vince tanto meglio. In questa edizione di quella che in Francia chiamano la “Corsa del Sole”, l’asso della UAE Emirates ha vinto la generale, tre tappe, la maglia bianca di miglior giovane e quella a punti. Ha lasciato quella di miglior scalatore al danese Jonas Gregaard ma solo perché andava a caccia dei Gpm nelle fughe del mattino. Infatti è finito “solo” secondo.

Se in Italia il connazionale Roglic dominava la Tirreno, Pogacar non stava a guardare in Francia dunque. Dall’inizio della stagione, Tadej ha inanellato tredici giorni gare e sette vittorie sull’arrivo, più due classifiche generali, quindi nove vittorie. Incredibile. Qualcosa davvero degno dei tempi di Eddy Merckx. Tra lui e il Cannibale ormai ballano solo le volate che molto spesso il belga faceva.

Andrea Agostini (classe 1970) è chief operating officer della UAE Emirates
Andrea Agostini (classe 1970) è chief operating officer della UAE Emirates

La psicologia conta 

Tadej ha dato show nella crono a squadre e ha conquistato tre tappe, le tre frazioni più dure. E soprattutto ha sempre voluto domare il suo rivale numero uno: Jonas Vingegaard, colui che ha “osato” defraudarlo del Tour de France 2022. 

Se vogliamo c’era in ballo anche una sorta di rivincita. Di predominio psicologico.

«Questo è il modo di correre di Tadej – ci dice Andrea Agostini, uno dei dirigenti della UAE Emirates – Quando va alle corse vuole vincere e questo penso sia la parte bella, quella che amano anche i suoi fans.

«Poi è vero, anche dal punto di vista psicologico era una partita a scacchi, è inutile che ci nascondiamo. Era importante dal punto di vista mentale non andare alle corse con un senso di inferiorità. Questa è la cosa che sapevamo noi, che sapeva benissimo anche Tadej. Ed era anche rischioso, perché poi se ci fossimo trovati davanti Vingegaard di nuovo? Stavolta è andata bene a noi sicuramente e questo riporta la posizione in parità tra i due da un punto di vista psicologico».

Tadej e l’istinto

E Agostini ha ragione sia quando parla dell’aspetto psicologico, sia quando accenna ai fans. Un corridore così, che attacca, che va d’istinto piace. Gli italiani – e non solo loro – si ricordano di Chiappucci, figuriamoci se c’è un atleta che oltre ad attaccare vince anche.

«Pogacar – continua Agostini – è un ragazzo che si gestisce bene, nel senso che comunque ascolta, quando facciamo le riunioni. Poi è chiaro che la tattica la fai in base agli uomini che hai e con un corridore come Tadej diventa più facile perché sai che è un finalizzatore. Tu diesse puoi realizzare la miglior tattica del mondo, ma se non hai chi la porta a termine è difficile vincere».

«Se bisogna frenarlo? A volte sì – ride Agostini – ma questo è Pogacar. L’anno scorso, durante il Fiandre, c’era Baldato che lo teneva fermo perché voleva partire a non so quanti chilometri dall’arrivo. Tadej è così: è molto istintivo, dotato da madre natura, il che è bellissimo, ma a volte sbaglia anche. Come è successo al Tour de France 2022. Ha fatto errori lui, perché comunque ha sprecato tanto, e abbiamo fatto errori anche noi. Però è questo che ti fa innamorare del ciclismo».

«O ancora sul Poggio un anno fa. Tutti sapevano che doveva scattare più avanti, ma è partito lì. Cosa ci vogliamo fare? Non è una Playstation. La verità è che quando Tadej ha la gamba non ha paura di partire».

Però qualche calcolo andrebbe fatto, forse. In fin dei conti aveva già vinto due tappe. Aveva dominato il rivale numero uno e prendere dei rischi in discesa dal Col d’Eze poteva costare caro. Magari a mente fredda lo faranno ragionare.

«Se nel ciclismo dovessimo calcolare i rischi che corrono questi ragazzi, in ogni tappa, in ogni corsa troveremmo un motivo per non andare a tutta. Quindi direi di no: nessuno gli dirà che non sarebbe dovuto partire. E poi volete sapere una cosa? Tadej aveva cerchiato in rosso questa tappa prima ancora che partisse per la Parigi-Nizza. Questa era la frazione che voleva vincere perché lui vive lì, si allena lì».

Il podio finale della Parigi-Nizza: 1° Pogacar, 2° Gaudu, 3° Vingegaard
Il podio finale della Parigi-Nizza: 1° Pogacar, 2° Gaudu, 3° Vingegaard

Pogacar alle stelle

E Pogacar cosa dice? Con la sua solita naturalezza ha dimostrato la sua gioia. Se ieri sull’arrivo in salita era più contento per aver battuto Vingegaard e non tanto per la vittoria in sé, oggi si è proprio goduto la corsa. Non solo voleva vincere, ma voleva vincere in quel modo.

«Non avevo mai preso parte alla Parigi-Nizza – ha detto Pogacar – avevo fatto due volte la Tirreno-Adriatico. Mi sono sempre sentito in forma nelle prime gare di quest’anno pertanto era il mio obiettivo e il mio sogno vincere questa gara. Ed ora che ci sono riuscito posso dire che è fantastico».

E proprio lo sloveno in qualche modo ha parlato anche dei rischi nella planata verso Nizza.

«Conosco molto bene queste strade. Mi alleno qui spesso e quindi sapevo esattamente com’era la discesa e ancora prima come stavano le mie gambe sull’ultima salita, la potenza che avrei potuto sviluppare fino in cima. Ero bravo in matematica! E ho fatto bene i miei conti».

Roglic fa il bis alla Tirreno: tante gambe e un po’ di fortuna

12.03.2023
5 min
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Nel giorno dello sprint vincente di Jasper Philipsen a San Benedetto del Tronto, Primoz Roglic completa il suo recupero e porta a casa la corsa a tappe italiana per la seconda volta dopo il 2019.

«Tornare forte dopo un incidente – dice sorridendo – dipende da tante cose, ma soprattutto dal fatto che io sia felice e libero mentalmente. In questi giorni sono stato spesso completamente a bloc, a partire dalla cronometro, perché dovevo soprattutto ritrovare il ritmo. Il giorno di Sassotetto è stato difficile, mi ha fatto stringere i denti. Quello della Tirreno è uno dei trofei più belli, adesso ne ho due e magari i miei figli potranno giocarci insieme senza litigare.

«Ho passato un inverno duro, non starò a dire se sia stato il mio periodo peggiore, ma non ce l’avrei fatta se non avessi avuto accanto la mia famiglia e persone che credevano in me. Ora si tratta di migliorare ancora un po’ in salita per essere all’altezza delle sfide che mi aspettano. Il bello del ciclismo è proprio questo, il fatto che ogni giorno ci spingiamo oltre i nostri limiti…».

Sorpresa Roglic

Sono giorni che sentiamo Roglic stupirsi per la grande condizione che gli ha permesso di vincere la Tirreno-Adriatico. La sua presenza nella Jumbo Visma non era prevista e la convocazione è arrivata inattesa, quando il suo allenatore ha dato via libera.

Non è la prima volta che lo sloveno debutti nella stagione con una vittoria. Nel 2021 aveva cominciato alla Parigi-Nizza e l’aveva vinta sbalordendo tutti per la sua autorità. Al punto che chiedemmo a Mathieu Heijboer, che lo preparava, in che modo avesse lavorato per essere così brillante. Niente di cui stupirsi, insomma, se non fosse che a rendere meno prevedibile l’exploit ci fosse in questo caso il gravissimo infortunio alla spalla per la caduta della Vuelta a Monasterio de Tentuda. Quando lo incontrammo nel quartier generale della squadra in Olanda, il suo obiettivo era tornare in sella per il ritiro. Il resto era molto nebuloso…

Arthur Van Dongen, classe 1968, è alla Jumbo Visma da quattro stagioni
Arthur Van Dongen, classe 1968, è alla Jumbo Visma da quattro stagioni

Perciò stamattina abbiamo incontrato Arthur Van Dongen, 54 anni e 1,95 di altezza, direttore sportivo della squadra olandese nella corsa italiana, con la curiosità di sapere in che modo abbiano accolto Roglic e se si aspettassero che andasse già così forte.

Primoz si dice ogni giorno sorpreso per la sua condizione: ha stupito anche voi?

Sapevamo che fosse pronto per correre e non ci ha sorpreso nemmeno il fatto che fosse già in ottima forma. L’unica accortezza che ci ha detto in anticipo il suo allenatore Marc Lambert è che era pronto per le brevi salite, meno per quelle più lunghe. Invece è riuscito a sopravvivere sul Sassotetto e quel giorno siamo stati un po’ fortunati, perché c’erano più 2 chilometri di scalata in meno e anche un forte vento contrario. Penso che ci sia andata bene, ma sapevamo che fosse già in buona forma.

Prima che arrivasse lui avevate immaginato una squadra con altri leader?

Avevamo in programma di utilizzare Wilco Kelderman e Tiesj Benoot per la classifica generale. E poi Wout Van Aert avrebbe lottato per le tappe, soprattutto per la quarta: quella di Tortoreto. Probabilmente era il migliore su quel tipo di percorso, ma è caduto e anche questo purtroppo fa parte del ciclismo.

Avete dovuto spiegare al resto della squadra che con l’arrivo di Roglic sarebbero cambiati gli equilibri, oppure l’hanno presa bene?

Lo abbiamo fatto prima, non se lo sono ritrovato senza essere al corrente. Il nostro capo, Merijn Zeeman ha fatto una chiamata e a quel punto abbiamo parlato con i ragazzi per cambiare i piani. Roglic è il leader di questa squadra da molti anni, uno che ci ha abituati alle sue vittorie.  Ci piace vincere insieme e poi quando riesci a vincere tre tappe, alla fine sono tutti d’accordo.

In quale delle tre tappe ti ha sorpreso di più?

Forse la prima che ha vinto, a Tortoreto. Perché era indietro sull’ultima salita e di colpo è salito. Mi ero accorto che avesse Alaphilippe alla sua ruota, ma non è riuscito a passarlo. E allora ho pensato: «Wow, è già in ottima forma». 

Come giornalisti lo vediamo molto più sorridente e lui ha spiegato che anche dai periodi più duri si impara qualcosa. E’ più sorridente anche con voi?

E’ vero, sorride molto anche nel team, ma è sempre molto professionale e questo fa la differenza. E’ tornato a essere un corridore ad altissimo livello, ma sorride molto più di prima. Non è che i suoi rapporti in squadra siano cambiati. Questo è il mio quarto anno nel team e secondo me ha sempre un’ottima relazione con gli altri ragazzi. Per la squadra, la gentilezza di Primoz non è mai stata motivo di discussione o di dubbio.

Under 23: per i quarti anni inizia la stagione decisiva

12.03.2023
5 min
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Con il 2023 già inoltrato verso la primavera e la stagione ciclistica iniziata, è il momento di discutere di obiettivi. La categoria under 23 ha tagliato il nastro con la San Geo, vinta da Persico. Guardando proprio al giovane corridore della Colpack, al suo quarto ed ultimo anno da under, ci siamo chiesti quali siano i ragazzi nella sua stessa situazione. Atleti che si giocano una fetta importante per il loro futuro proprio nella stagione appena cominciata

De Cassan è uno dei ragazzi del CTF che nel 2023 si gioca una bella fetta di futuro
De Cassan è uno dei ragazzi del CTF che nel 2023 si gioca una bella fetta di futuro

Parola al cittì

L’interlocutore adatto a questo discorso è proprio il cittì della nazionale under 23 Marino Amadori. Grazie al suo lavoro negli anni ha avuto modo di vedere questi ragazzi, accompagnandoli per tutto il cammino, che però non è ancora terminato.

«Già al quarto anno da under 23 – incalza Amadori – si giocano poche chance, visto il movimento che ha preso il ciclismo moderno. Si tratta praticamente dell’ultima stagione, anche perché una volta entrati elite il tutto si complica ancora di più. Di ragazzi che si giocano una bella fetta di futuro in questa stagione ce ne sono tanti: Persico è il primo che mi viene in mente. E’ sicuramente partito bene, ma per stuzzicare l’interesse delle squadre WorldTour deve mettersi in mostra anche fuori dall’Italia.

«La Colpack quest’anno ha ampliato il suo calendario aggiungendo tante gare in Europa, la prima sarà la Gand-Wevelgem. A proposito, tra poco faremo un raduno in Puglia di cinque giorni per preparare insieme proprio la trasferta belga: sarà la prima corsa per la nazionale. Oltre a Persico ci sono un’altra decina di ragazzi al quarto anno di buon livello che però sono chiamati a mettersi in mostra anche fuori dall’Italia».

Un altro quarto anno della Colpack è Della Lunga, vincitore del GP La Torre a febbraio (foto Instagram Colpack)
Un altro quarto anno della Colpack è Della Lunga, vincitore del GP La Torre a febbraio (foto Instagram Colpack)

Un occhio ai nomi

Nel curiosare tra le rose delle varie squadre, insieme al cittì, vengono fuori dei nomi importanti, ognuno con delle situazioni differenti. 

«Tra gli atleti del Cycling Team Friuli – continua Amadori – ci sono De Cassan e Debiasi, due ragazzi interessanti. La loro fortuna è che correndo in un team satellite della Bahrain Victorious, riescono ad essere più sotto controllo. Tra i ragazzi della squadra di Boscolo c’è anche Buratti, ma lui ha una situazione differente. Ha già il contratto nel 2024, proprio con la WorldTour. La sua stagione sarà di ulteriore apprendimento, ma potrà correre senza stress e questo è un grande vantaggio. Nella Colpack, oltre al già nominato Persico, abbiamo Della Lunga e Meris. Il primo ha già vinto, ma anche per lui vale il discorso di mettersi in mostra anche fuori dall’Italia».

Nuove realtà

Il 2023 ha portato tante nuove realtà, progetti diversi che hanno lo scopo di far crescere i ragazzi e di dar loro il giusto spazio. 

«Un progetto interessante – dice – è quello messo in piedi dalla Technipes #InEmiliaRomagna. Loro hanno un bel calendario internazionale e tra i ragazzi c’è Dapporto, quarto anno che da questa situazione può trarre grande beneficio. Altri progetti degni di nota sono quelli messi in piedi da Biesse Carrera e dalla continental della Q36.5, nella quale corre Edoardo Sandri. Un ragazzo che in salita va forte ed ha già fatto vedere qualche bel risultato: come l’ottavo posto in classifica generale all’Adriatica Ionica Race nel 2022. La formazione svizzera correrà molto all’estero, ora è in Algeria per una gara 2.2 e poi andranno in Francia, insomma il palcoscenico è quello giusto».

Ora le WorldTour preferiscono prendere gli juniores e farli crescere nei team development (nella foto Mattio con la Jumbo Visma)
Ora le WorldTour preferiscono prendere gli juniores e farli crescere nei team development

In mezzo al cambiamento

La posizione dei ragazzi al quarto anno da under 23, i classe 2001 per intenderci, è difficile. La “colpa” non è solo la loro, ma anche quella di un cambiamento radicale nel ciclismo che ha modificato e non poco le carte in tavola. 

«I quarti anni – spiega il cittì – sono in mezzo ad uno dei più grandi cambiamenti del mondo del ciclismo. Ora le formazioni WorldTour hanno aperto i team development e prendono i ragazzi che escono dalla categoria juniores. Preferiscono formare i corridori fin da subito, prenderne di più grandi non garantirebbe gli stessi risultati. Non per mancanza di qualità, ma per percorsi di crescita differenti. I ragazzi del 2001 dovranno dimostrare un po’ di più degli altri le loro qualità e la loro fame.

«Da questo punto di vista la nazionale può dare loro una mano con tante corse internazionali e con i vari ritiri, serve però anche la collaborazione dei team. Anche in passato ci sono stati tanti ragazzi che si sono messi in luce con la maglia della nazionale alle varie corse. Uno su tutti è Salvatore Puccio che nel 2011 vinse il Fiandre under 23 quando era ancora una prova di Coppa delle Nazioni. In quella squadra c’era anche Trentin, che arrivò quinto. I due, quello stesso anno firmarono poi per due team WorldTour: Puccio la Sky e Trentin la Quick Step»

Guidi: come si corre la Tirreno senza il capitano?

12.03.2023
4 min
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Nella tappa che ha portato al secondo squillo di Roglic alla Tirreno-Adriatico, sulle rampe di Sassotetto, la UAE Emirates ha portato tre corridori tra i primi quindici nella classifica generale. Nella Corsa dei due Mari, per la prima volta da due anni a questa parte, il team emiratino sta correndo senza Pogacar. Lo sloveno è volato in Francia alla Parigi-Nizza, dimostrando di avere già preso ottimamente le misure (ha già vinto due tappe ed è leader della generale, ndr). 

Quando il giovane fenomeno non c’è, in UAE Emirates cambiano gli equilibri o così sembra a chi guarda le corse da fuori. Con Fabrizio Guidi, diesse del team in ammiraglia in questi giorni, entriamo nel merito della Tirreno-Adriatico.

Il piano alla partenza della tappa di Sassotetto era di far attaccare Yates, tutto annullato causa maltempo
Il piano alla partenza della tappa di Sassotetto era di far attaccare Yates, tutto annullato causa maltempo
Come cambiano le scelte quando manca Pogacar?

Dipende dal percorso – replica Guidi – e dal tipo di gara: se in linea oppure a tappe. Generalmente è difficile presentarsi al via con un solo leader nel momento in cui manca Tadej. 

Non si corre più per uno che è già una grande differenza…

Certo, viene difficile correre per uno quando hai più corridori validi e tutti allo stesso livello di classifica. Noi qui alla Tirreno avevamo Almeida (in apertura, ndr), McNulty e Yates tutti davanti in classifica e pronti a giocarsi le proprie carte.

Il percorso gioca un ruolo chiave nella scelta del leader?

Da quello dipende praticamente tutto, ma non determina nulla. Le cose in corsa possono sempre cambiare, prima di sacrificare un uomo ci si pensa sempre due volte. Alla fine, anche se Yates è rimasto attardato già dalla cronometro iniziale di Camaiore, mica lo abbiamo messo a lavorare. Anzi, un corridore del genere in quella posizione di classifica può fare molto comodo.

Ieri, sui muri marchigiani, McNulty ha pagato dazio perdendo 52″ da primi e scivolando fuori dai dieci in classifica generale
Ieri, sui muri marchigiani, McNulty ha pagato dazio perdendo 52″ da primi
In che senso?

Prendete come esempio la frazione di Sassotetto. Nella riunione sul bus, prima della partenza, l’idea era quella di prendere la salita forte e mettere in difficoltà gli avversari. Volevamo provare a giocare la carta Yates, lui aveva voglia di muoversi da lontano per cercare di recuperare il distacco. 

Come sarebbe cambiata la corsa per voi?

Nel momento in cui hai un uomo davanti, dietro non tiri e se va da solo fa il suo ritmo e sta agli altri lavorare. Se qualcuno lo avesse seguito, ci saremmo trovati comunque in una situazione di vantaggio, perché Yates non avrebbe tirato perché dietro aveva il “leader”. Mentre, in gruppo non avremmo di certo incentivato la rincorsa ad un nostro corridore. 

Però, prima o poi ci si potrebbe trovare a rincorrere…

In quel caso il protocollo è chiaro, si inizia a tirare dal corridore più lontano in classifica. I ragazzi lo sanno come funziona, sono le corse. 

Le ottime qualità di Almeida a cronometro lo rendono un corridore più completo e competitivo rispetto agli altri compagni
Le ottime qualità di Almeida a cronometro lo rendono un corridore più completo e competitivo
Meglio un leader solo o più?

Quando c’è Pogacar è tutto più semplice, lui è talmente forte che non c’è mai il dubbio. La squadra è lì per lui e si usano tutte le forze per aiutarlo. Allo stesso modo, però, nelle corse dove c’è lui la squadra passa molto più tempo a gestire la corsa in testa al gruppo. Non sempre, certo, ma tendenzialmente è così. 

Quando non c’è si usa più tattica, giusto?

Sì, ci si ritrova in situazioni dove la comunicazione tra compagni diventa fondamentale. Per tornare all’arrivo di Sassotetto, il vento impediva un qualsiasi attacco da lontano. Chi usciva rimbalzava su raffiche di vento fortissime e tornava in gruppo, prendere in mano la corsa oggi avrebbe significato lavorare per gli altri. 

Tu con l’assenza di Pogacar preferiresti avere un leader solo lo stesso o meglio avere più frecce al proprio arco?

Più frecce, mi piacciono le cose quando si fanno complicate. La nostra fortuna è anche quella di avere tanti corridori forti su terreni diversi. Almeida, per esempio, a crono ha una marcia in più. In una corsa a tappe non potremmo metterlo a lavorare per uno dei suoi compagni il giorno prima di una cronometro importante, dove potrebbe fare la differenza. 

Cinque Monumenti: Gilbert, Pogacar e una Roubaix di troppo

12.03.2023
4 min
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Sanremo, Fiandre, Roubaix, Liegi e Lombardia: è quasi una filastrocca. Sono le cinque classiche Monumento, perle indelebili nella carriera di chi ne vince anche “solo” una. Ma nella storia del ciclismo c’è chi le ha vinte tutte e cinque. Ci sono riusciti solo tre atleti e sono tutti belgi: Rik Van Looy, Eddy Merckx e Roger De Vlaeminck, messi in ordine cronologico nella realizzazione dell’impresa.

Ora che la Sanremo si avvicina, in mezzo ai tanti fenomeni di questo ciclismo, è lecito pensare a chi davvero possa riuscirci: Evenepoel, Pogacar, Van der Poel, Van Aert? Per Philippe Gilbert, che ci è andato vicinissimo (si è fermato al poker, gli è mancata la Sanremo) il più accreditato è Tadej Pogacar.

Gilbert (classe 1982) ha chiuso la carriera la scorso anno. La Roubaix (2019) è stata la sua quarta ed ultima classica Monumento
Gilbert (classe 1982) ha chiuso la carriera la scorso anno. La Roubaix (2019) è stata la sua quarta ed ultima classica Monumento

Gilbert punta su Pogacar 

«Per me – ha detto Gilbert ad Eurosport – Pogacar può riuscire nell’impresa di vincerle tutte e cinque. Ma per lui l’incognita più grande è la Parigi-Roubaix».

Lo sloveno della UAE Emirates non parte da zero. In bacheca vanta già una Liegi e due Lombardia, le classiche più “facili” per lui da conquistare in quanto le più dure. Però ha dimostrato di poter vincere il Fiandre e di far bene alla Sanremo. 

Al Fiandre , lo scorso anno, si giocò la volata con Van der Poel, salvo poi subire quella rimonta da dietro e finire quinto. E alla Sanremo, sempre lo scorso anno, si mosse un po’ troppo presto sul Poggio. Fece più scatti e di fatto si bruciò da solo. Tadej ammise l’errore.

Ma lo stesso Pogacar ha anche ammesso che vuol vincere tutto. Che vuol provare a cambiare i calendari per mettere nel sacco più corse possibili. La scelta di andare alla Parigi-Nizza ne è l’esempio perfetto. Lui stesso ha detto: «Dopo due Tirreno volevo provare a conquistare un’altra corsa».

Gilbert ha disputato 18 Sanremo senza mai vincerne una. Pogacar finora ne ha corse due. Qui l’attacco prematuro sul Poggio nel 2022
Gilbert ha disputato 18 Sanremo senza mai vincerne una. Pogacar finora ne ha corse due. Qui l’attacco prematuro sul Poggio nel 2022

Sogno e realtà

«Non è facile vincere i cinque Monumenti del ciclismo – va avanti Gilbert – E’ un’impresa che richiede molta energia e forza, perché sono gare molto diverse, fatte per profili di corridori differenti.

«La Milano-Sanremo è per i velocisti e gente che sa fare “a pugni”. Il Fiandre e la Roubaix per corridori potenti e pesanti. E poi ci sono Liegi e Lombardia, che sono competizioni per corridori più leggeri, più scalatori. Quindi riuscire a vincerle tutte e cinque è estremamente complicato». 

Però Tadej ha un vantaggio: l’entusiasmo, la fame agonistica. Ha dalla sua la predisposizione mentale verso questa impresa. Non si tratta solo di esserci portati tecnicamente e fisicamente. Si tratta che per fare bene in queste gare bisogna essere disposti a sacrificare altri obiettivi, magari a metterne “a rischio” altri, rivedere le preparazioni. E Pogacar, a dispetto dei cacciatori di classiche, ha gli obiettivi maggiori nei grandi Giri. Non è facile conciliare tutto. Però, ripetiamo, ci sono la voglia e l’ambizione della grandezza.

E infatti aggiunge Gilbert: «Non è un caso se solo tre corridori nella storia ci sono riusciti. Però Pogacar è sicuramente quello più accreditato a poterle vincere tutte e cinque. Ho i miei dubbi solo su una gara: la Parigi-Roubaix».

Pogacar insegue Stuyven nella tappe del pavè lo scorso anno al Tour. Tra gli uomini di classifica Tadej fu quello che se la cavò meglio
Pogacar insegue Stuyven nella tappe del pavè lo scorso anno al Tour. Tra gli uomini di classifica Tadej fu quello che se la cavò meglio

Dubbio Roubaix

E vincere una Roubaix non è facile neanche se ti chiami Pogacar. Ponendo che Pogacar riesca a conciliare tutto nei prossimi anni, per Gilbert quello della Roubaix resta appunto l’ostacolo maggiore. Lì, sulle pietre, non si tratta solo di forza. Anche perché giusto durante lo scorso Tour de France Tadej ha mostrato di sapersi muovere bene anche sul pavé. C’è dell’altro.

Tra la gloria dei cinque Monumenti e Tadej potrebbero esserci dei chili… in meno, nel senso che lo sloveno è un po’ troppo leggerino.

«Non parlo solo della sua capacità di vincere la Classica delle Pietre – spiega Gilbert – ma ancor più dei rischi che dovrà correre per lottare per la vittoria. E certi rischi per un corridore che vuole vincere i grandi Giri forse incidono. Sarà pronto a correrli?

«E poi un conto è andare bene sul pavé al Tour dove ci sono altri corridori, più scalatori, e un conto è farlo alla Roubaix, dove ci sono tutti specialisti».