Integratori su misura? In casa Enervit si lavora così

15.03.2023
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Gli integratori ricoprono un ruolo importantissimo nell’alimentazione moderna, non solo quella dell’atleta professionista. Il modo di esprimere la performance atletica è cambiato radicalmente e gli integratori si modificano di conseguenza.

Siamo andati da Paolo Calabresi, Direttore Marketing Sport & Fitness di Enervit e gli abbiamo posto alcuni quesiti, per capire come nasca e si sviluppi tutto quello che riguarda il mondo dell’integrazione.

Barrette e gel, ai corridori non mancano mai
Barrette e gel, ai corridori non mancano mai
Esistono i prototipi negli integratori?

Certamente, ma è importante una premessa: l’ideazione, la sperimentazione e la produzione, fino ad arrivare alla commercializzazione, in Enervit sono seguiti direttamente all’interno dell’azienda. E’ un processo interno che ci contraddistingue e che in molti casi rappresenta un vantaggio rispetto ad altri player del settore.

Come nasce dunque un prototipo?

Il reparto Marketing insieme all’Equipe Enervit, ovvero l’area scientifica composta da un gruppo di professionisti competenti nella nutrizione ed esperti nel proprio settore, come ad esempio medici, ricercatori, nutrizionisti, biologi, tecnici di specialità, lavora a stretto contatto con gli atleti e lo staff dei team. Recepisce i bisogni per poi trasferirli al reparto Ricerca & Sviluppo. Da qui inizia la creazione dei primi prototipi di laboratorio a cui fanno seguito delle produzioni “pilota”. Sono quelle che verranno testate dagli atleti.

Il modo di nutrirsi in gara è cambiato molto nelle ultime stagioni e gli zuccheri nella borraccia giocano un ruolo primario
Il modo di nutrirsi in gara è cambiato molto nelle ultime stagioni e gli zuccheri nella borraccia giocano un ruolo primario
Quindi è fondamentale anche instaurare uno strettissimo rapporto di fiducia!

Sì, è fondamentale. Si instaura una vera e propria collaborazione, molto stretta, che ci consente di mettere a punto il prodotto finale. Il prodotto sviluppato con gli atleti verrà poi lanciato sul mercato e reso disponibile per il consumatore finale.

Utilizzate i feedback degli atleti?

Certo, sono fondamentali per lo sviluppo dei nuovi prodotti. In ogni squadra ci sono atleti particolarmente esigenti, riceviamo i loro feedback tramite i nutrizionisti dei team. Pogacar, ad esempio, è molto attento e sensibile all’aspetto nutrizionale, non lascia nulla al caso e spesso le richieste per la squadra arrivano direttamente da lui.

Particolare cura viene posta anche nel recupero dopo gara o dopo allenamento
Particolare cura viene posta anche nel recupero dopo gara o dopo allenamento
In media quanto tempo è necessario per sviluppare gli integratori?

Quando si tratta di produzioni ad hoc per gli atleti, grazie alla nostra produzione interna, i tempi sono molto stretti. Quando invece il prodotto va reso disponibile per il mercato, c’è tutta una serie di processi che vanno rispettati, a partire dall’ideazione fino alla distribuzione, e che durano alcuni mesi.

E’ capitato di far testare un integratore e fare delle variazioni sulla formula in seguito alle indicazioni dei pro?

Sì, fa parte di quella fase di messa a punto del prodotto, che ci permette di sfruttare la grande sensibilità degli atleti per ogni singolo aspetto.

I gel abbinati alle borracce, ormai tutti usano questa combinazione
I gel abbinati alle borracce, ormai tutti usano questa combinazione
Quali sono le richieste principali dei corridori?

Massimizzare l’apporto di carboidrati in poco spazio, riducendo al minimo il numero dei prodotti da consumare durante le ore di gara e di allenamento. Per noi di Enervit è fondamentale garantire un’alta tollerabilità per non incorrere in disturbi gastrointestinali. Dal punto di vista dell’esperienza organolettica, è fondamentale ridurre al minimo la dolcezza, aspetto non banale quando si parla di prodotti che hanno un’elevata concentrazione di carboidrati e fornire una buona varietà in termini di gusto e tipologia.

Il cambiamento nel modo di correre, rispetto al passato, lo nota anche un’azienda come Enervit nella fornitura dei supplementi?

Sì, il modo di correre è cambiato radicalmente. Le gare sono frenetiche fin da subito, spesso la prima ora di corsa è quella con la velocità media più alta. Anche i training camp sono diventati momenti per preparare le corse simulando tutte le situazioni che poi si troveranno in gara. Gli aspetti nutrizionali vengono testati in allenamento e diventano fondamentali in corsa. Gli atleti hanno bisogno del massimo quantitativo di carboidrati in ogni singola assunzione.

La nuova linea C2:1PRO di Enervit
La nuova linea C2:1PRO di Enervit
Qual è la vostra risposta?

Abbiamo realizzato la nuova linea C2:1PRO che è il risultato degli ultimi due anni di collaborazione con i professionisti di UAE Team Emirates e Trek-Segafredo. E’ una linea innovativa che risponde perfettamente a specifiche esigenze.

Di quali esigenze parliamo?

La prima è avere a disposizione il massimo dell’energia assimilabile, poi un’elevata tollerabilità, ingombri minimi, varietà di gusto e tipologia di prodotto. I prodotti della linea Enervit C2:1PRO hanno tutti una formulazione comune a base di glucosio e fruttosio nel rapporto 2:1. La linea vanta ben tre brevetti depositati.

Il modo di correre è cambiato e così anche l’alimentazione e l’integrazione
Il modo di correre è cambiato e così anche l’alimentazione e l’integrazione
In termini di numeri quanto consuma un team WorldTour?

Forniamo una dotazione completa di integratori per il prima, durante e dopo. I consumi sono elevatissimi poiché la nutrizione ormai risulta essere un tassello fondamentale degli atleti. Ad esempio per il “durante” ci aggiriamo su questi numeri: 15.000 gel, 20.000 barrette, una tonnellata di bevanda isotonica e un quintale di proteine in polvere.

Ottavo a Siena, vent’anni: Gregoire vola tra i grandi

15.03.2023
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Magari Romain Gregoire non sarà super appariscente come Juan Ayuso o come poteva esserlo a suo tempo Remco Evenepoel, ma il giovanissimo francese, è un classe 2003, ha iniziato col piede giusto la sua avventura tra i professionisti.

Il portacolori della Groupama-Fdj ha messo nel sacco dei buoni piazzamenti, tra cui l’ottavo posto alla Strade Bianche, gara WorldTour il cui livello è stato come sempre siderale. 

Jerome Gannat è il suo ex direttore sportivo. Seguiva Romain fino allo scorso anno quando l’atleta di Besancon era nella continental del gruppo di Marc Madiot.

Gannat con Gregoire dopo il Trionfo alla Liegi U23 (foto Instagram – Alexis Dancerelle)
Gannat con Gregoire dopo il Trionfo alla Liegi U23 (foto Instagram – Alexis Dancerelle)

Sorpresa a metà

Abbiamo visto da vicino Gannat e i suoi ragazzi. Come si comportavano in corsa, nelle riunioni, tra di loro. Il gruppo era centrale in quella squadra. Tra l’altro una squadra di fenomeni: oltre a Gregoire c’erano anche Germani, Paleni, Thompson, Martinez… 

«Romain – dice Gannat – è ora con il team WT. Ha mantenuto l’allenatore che lo stava già seguendo nella squadra continental. Ora è sotto la guida dei direttori sportivi del team maggiore e lo vedo di tanto in tanto al Service Course, perché Romain vive nello stessa cittadina che è anche molto vicino al mio paese.

«In queste prime gare i suoi risultati sono ottimi. E si vede che ha ancora un legame molto forte con le corse italiane. Negli under 23 fece sue gare come il Belvedere, il Recioto e una tappa al Giro Baby. Evidentemente sono fatte per lui, in quanto sono gare esigenti. E perché no, le corse italiane potranno far brillare Romain anche nelle classiche al termine della stagione».

Romain Gregoire (classe 2003) impegnato all’ultimo Trofeo Laigueglia. Per il francese tanta classe e anche tanta grinta
Romain Gregoire (classe 2003) impegnato all’ultimo Trofeo Laigueglia. Per il francese tanta classe e anche tanta grinta

Punta sulla Liegi

Gannat dunque non appare poi così sorpreso che il suo ex gioiellino si sia subito distinto anche tra i grandi. Conosceva il valore di Romain allora e sapeva che si sarebbe adattato bene. Anche perché lui stesso la scorsa estate ci disse che Gregoire è molto serio, inquadrato nella sua vita da atleta.

«Riguardo ai programmi – chiede Gannat – non conosco esattamente il suo calendario, ma so due cose: che vorrebbe brillare alla Liège-Bastogne-Liège, che ha vinto negli under 23, e poi vorrà fare bene la Vuelta. Vuelta che fa parte anche del programma di Lenny (Martinez, ndr)».

Romain Gregoire vince a Pinerolo, in cima ad uno strappo durissimo, l’ultima tappa del Giro U23 del 2022 (foto Isola Press)
Gregoire vince a Pinerolo, in cima ad uno strappo durissimo, l’ultima tappa del Giro U23 del 2022 (foto Isola Press)

Come un pugile

Gregoire si è mostrato un corridore di sostanza fra il gli under 23. Al netto dell’impresa di Leo Hayter verso Santa Caterina Valfurva che ha scombussolato Giro U23 e tattiche di squadra (era in testa proprio il compagno Martinez), Romain ha mostrato una grande costanza di rendimento. 

Forte in salita, forte sugli strappi. Non a caso dominò il finale del Giro U23 sullo strappo di Pinerolo. Un colpo da finisseur. Ma come si può inquadrare un atleta così?

«Più che scalatore – spiega Gannat – Romain è prima di tutto un “puncher”, cioè un combattente, con qualità di arrampicatore. Il suo ottavo posto nella Strade Bianche dimostra che ha il potenziale per brillare in eventi difficili di un giorno come le Ardenne o le classiche italiane».

«Ma sono anche convinto che le sue qualità di scalatore progrediranno nei prossimi anni», come a dire che potremmo vederlo presto competitivo anche per le corse a tappe. Intanto aspettiamolo nelle corse di un giorno più dure.

Pidcock e la Sanremo: un bel rebus e poi la resa

15.03.2023
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Doveva essere l’arma segreta della Ineos Grenadiers alla Milano-Sanremo, invece alla fine Tom Pidcock è stato costretto ad alzare bandiera bianca per i postumi della caduta nell’ultima tappa della Tirreno-Adriatico. La sensazione che quel colpo, non inquadrato né testimoniato, potesse essere una cosa seria era nell’aria, ma nulla lasciava presagire la notizia. Anzi…

I gradini del pullman Ineos Grenadiers come sedile e un pugno di giornalisti raccolti intorno. Così Tom Pidcock aveva raccontato il suo avvicinamento alla Sanremo. Per il britannico la Corsa dei Due Mari non è stata la parentesi più felice, con la caduta assieme a Van Aert nel giorno di Tortoreto a scombussolare la sua rincorsa. E se il nono posto di Osimo, su un percorso da classiche del Nord aveva però detto che la condizione della Strade Bianche non era smarrita, la caduta nell’ultima tappa, che lo aveva costretto al ritiro, aveva messo invece in apprensione lo staff dello squadrone britannico.

Due giorni prima del via della Tirreno, Pidcock ha vinto la Strade Bianche su Madouas e Benoot
Due giorni prima del via della Tirreno, Pidcock ha vinto la Strade Bianche su Madouas e Benoot

Intanto si parlava di Sanremo, la Classicissima in cui Pidcock avrebbe diviso i gradi con Filippo Ganna. Un video su Instagram, che lo ritrae scendere come un super manico lungo una discesa piena di curve, suggeriva che avrebbe provato l’attacco giù dal Poggio. 

Che cosa pensi della Sanremo?

Forse è una delle corse più noiose, ma alla fine diventa una delle più eccitanti. Duecento chilometri da fare prima di correre i cento decisivi. Trecento chilometri nello stesso giorno, per risolvere tutto in quei pochi chilometri finali, anche questo la rende così bella.

Hai mai guardato una Saremo in tivù? Ricordi qualche edizione in particolare?

Le gare che guardavo di più quando ero giovane erano il Tour e la Roubaix, almeno quelle che ricordo di più. Ma ricordo alcune scene della Sanremo. Kwiatkowski che vince, ad esempio. Avere lui nella squadra è importante per l’esperienza.

Tutti si aspettano che attaccherai nella discesa del Poggio…

Di sicuro quello sarebbe un buon punto. Penso che tutti si aspetteranno qualcosa del genere, quindi forse non è la tattica migliore per cercare di vincere la gara, ma può essere sicuramente un tratto favorevole. Mohoric l’ha fatta sembrare piuttosto pericolosa, se devo essere onesto. Una discesa con i muri è sempre pericolosa, non è il posto più sicuro per andare a tutto gas. L’anno scorso Pogacar era sulla sua ruota e non ha voluto rischiare tutta la stagione, soprattutto volendo vincere il Tour de France. 

«Alla Sanremo 2022 – dice Pidcock – Mohoric ha fatto sembrare pericolosa la discesa del Poggio»
«Alla Sanremo 2022 – dice Pidcock – Mohoric ha fatto sembrare pericolosa la discesa del Poggio»
Come vedi la Sanremo in rapporto alle altre classiche?

La vedo sullo stesso livello del Fiandre e delle altre. Okay, la differenza è che cinque di loro sono chiamate Monumento e io penso che la Strade Bianche sarà la prossima a diventarlo. Non c’è dubbio. Pensavo che dovesse esserlo prima di vincerla e a maggior ragione ora che l’ho vinta.

Ti ispirano più le corse a tappe o le classiche di un giorno?

Nelle corse di un giorno c’è qualcosa di più speciale. L’atmosfera delle classiche è davvero unica, le corse a tappe al confronto sono più brutali.

Lo scorso anno per la Sanremo Mohoric ha usato un reggisella telescopico: pensi che possa servire?

Ho pensato di provarlo, ma onestamente su una bici da strada non vedo come se ne trarrebbe beneficio. Sai che devi mettere il peso sulla sella e sul pedale per girare velocemente in curva e se abbassi la sella, forse puoi abituarti, ma in qualche modo diventi meno stabile. Non credo che noi possiamo provarlo, ma credo che se Mohoric lo ha usato, qualche vantaggio lo avrà avuto.

Incerottato per la caduta con Van Aert, Pidcock punta sulla Sanremo. 1,70 per 58 chili, ha numeri da scalatore
Incerottato per la caduta con Van Aert, Pidcock punta sulla Sanremo. 1,70 per 58 chili, ha numeri da scalatore
Alla vigilia di una corsa importante hai qualche rito particolare?

Prima dei miei appuntamenti più importanti, mangio sempre un budino al caramello. E’ la mia tradizione. Lo abbiamo mangiato anche ieri sera, quindi sta diventando troppo usato. L’ho introdotto nel team e ora tutti lo adorano e lo vogliono sempre. Invece secondo me dovrebbe essere limitato alle occasioni speciali.

In che modo festeggi le vittorie più grandi?

Non lo so, non sono molto bravo a fare festa. Mi piace passare tempo con le persone. I miei compagni e la mia famiglia. Quando vinco sono solo contento, mi piace vivere il momento.

Il 9° posto di Osimo fa capire che la botta di Tortoreto è quasi recuperata. Peccato per la caduta l’ultimo giorno
Il 9° posto di Osimo fa capire che la botta di Tortoreto è quasi recuperata. Peccato per la caduta l’ultimo giorno
Quale scenario ti aspetti sul Poggio?

Negli ultimi anni abbiamo visto un gruppo sempre più grande, un numero sempre maggiore di corridori sulla cima. Non credo che succederà mai più che si troveranno in cima tre uomini da soli. E se succederà, il gruppo tornerà sotto velocemente. Forse Pogacar può riuscire a fare la differenza, ma è davvero difficile che possa creare un gap sufficiente per arrivare e dovrebbe comunque fare uno sforzo eccessivo.

Cosa pensi delle sue chance?

Non voglio dire che sia imbattibile, ma è molto difficile vincere una corsa quando c’è lui. Per contro, credo che tutti lo guarderanno e per lui diventerà tutto più complicato. Alla Sanremo tutti aspetteranno lui.

Pidcock a questo punto guarderà la Sanremo in televisione, alle prese con il protolocco per il recupero dalla commozione cerebrale. Osserverà il richiesto periodo di riposo e poi sarà sottoposto a nuova visita di controllo. Se le cose dovessero andare per le lunghe, anche la sua Campagna del Nord ne sarebbe compromessa…

La Piton RF10 della Delio Gallina ai raggi X

14.03.2023
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Il binomio Delio Gallina e Piton dura ormai da anni: quella che è iniziata da qualche settimana è l’undicesima stagione insieme. Due realtà bresciane che da tempo collaborano, portando avanti una continua evoluzione reciproca.

Piton ed il team Delio Gallina hanno iniziato la loro undicesima stagione insieme
Piton ed il team Delio Gallina hanno iniziato la loro undicesima stagione insieme

Una bella collaborazione

Sara Pitozzi conduce l’azienda nata nel 1975 da un’idea di Guido Pitozzi. «La RF10 – spiega – è il top di gamma della nostra collezione. Ha un telaio racing ed estremamente scattante, secco. Studiato per reagire al meglio alle avversità del terreno. Collaborare con una delle squadre più importanti del nostro territorio è bello per molti punti di vista. In primo luogo ci permette di sviluppare un prodotto di qualità, seconda cosa ha dato all’azienda una grande visibilità.

«Per farvi un esempio le bici della stagione 2022, una volta messe in commercio sono andate a ruba. Segno che il nostro lavoro viene sempre apprezzato. Ogni anno cerchiamo, anche dal punto di vista estetico, di creare qualcosa di nuovo ed impattante. Nel 2023 abbiamo optato per una colorazione bianca con inserti verdi».

Sulla RF10 vengono montate ruote Miche con profili da 38 o da 50 millimetri
Sulla RF10 vengono montate ruote Miche con profili da 38 o da 50 millimetri

Le caratteristiche tecniche

Raggiungiamo la Delio Gallina mentre si trova in ritiro. Il diesse della squadra Cesare Turchetti ci fa parlare con uno dei meccanici del team, Marco D’Agostino, per avere un parere tecnico. 

«Ha un ottimo telaio in carbonio dal peso di soli 950 grammi – dice il meccanico – polivalente con direzione verso l’aero, che tuttavia risponde bene in salita. Riesce a garantire grandi prestazioni in gare veloci ed in salita. Fa parte della famiglia dei telai moderni, ovvero ibridi, che si prestano ad una maggiore aerodinamica nella parte anteriore. Mentre nella zona del carro posteriore viene alleggerito. Lo sloping è stato cambiato con due forme diverse di triangolazioni, ora il triangolo posteriore è ribassato, per una migliore reattività.

«Passando alla zona anteriore – continua D’Agostino – il passaggio dei cavi è totalmente integrato. La forma dei tubi è a goccia, proprio per accentuare la parte aerodinamica. I cambiamenti fatti rispetto al modello di partenza sono due: abbiamo tolto l’attacco integrale del manubrio, per adattare meglio la bici ad ogni corridore. Successivamente abbiamo sostituito il disco del freno posteriore, passando da un 140 mm ad un 160 mm. Si tratta di una scelta legata all’uso agonistico, il disco più grande raffredda prima e garantisce una frenata sempre omogenea».

L’idea dei ragazzi

Davide Basso, neoacquisto della Delio Gallina, ci porta in sella alla Piton RF10 che ha avuto modo di provare prima in allenamento e nelle corse di inizio stagione. 

«Ha un telaio molto rigido – racconta – all’inizio bisogna prenderci la mano, soprattutto in discesa. Ma una volta entrati in confidenza, è una bici che ti permette di spingere molto e di pennellare le curve. Si tratta di un telaio estremamente agile, caratteristica che in gruppo serve sempre quando bisogna cambiare direzione per scansare un pericolo. L’ho trovato anche estremamente leggero. Sulle salite, specie quelle a lunga percorrenza, risponde bene. Ha una reattività elevata e la rigidità del telaio permette di scaricare a terra tutta la potenza, perché tende a non flettere nemmeno nelle volate».

Il Team Gallina-Ecotek-Lucchini-Colosio è una delle 13 continental italiane (foto Facebook)
Il Team Gallina-Ecotek-Lucchini-Colosio è una delle 13 continental italiane (foto Facebook)

Gli altri componenti

La Piton RF10 è equipaggiata con cambio Shimano Ultegra Di2 a 12 velocità, l’attacco manubrio ed il manubrio sono Deda: modello Superzero. Per le ruote, sono stati scelti due misure delle Miche Supertype: quelle da 38 mm e da 50mm. La sella è Selle SMP. Si tratta del modello F20C.

La Tirreno vale ancora come preparazione per la Sanremo?

14.03.2023
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Una volta la Tirreno-Adriatico era la corsa di preparazione alla Milano-Sanremo. Si veniva con l’idea di rifinire la gamba e raggiungere l’apice della condizione proprio per la Classicissima. Oggi è ancora così? Dopo l’arrivo di Osimo, Davide Ballerini ha detto di sperare che le fatiche della Tirreno siano funzionali alla condizione per le gare successive. Vale ancora per tutti questa “regola”?

La Corsa dei Due Mari (in apertura Alaphilippe, Van Aert e Pidcock alla Tirreno 2023) finiva il martedì e c’era sempre una tappa piuttosto lunga che i pretendenti alla Sanremo sfruttavano per fare la distanza allungando quei 30-40 chilometri a fine frazione. Oggi non si vedono più certe cose e a spiegarci meglio il nuovo approccio al binomio Tirreno-Sanremo è Maurizio Mazzoleni, preparatore dell’Astana Qazaqstan.

Maurizio Mazzoleni, preparatore dell’Astana Qazaqstan
Maurizio Mazzoleni, preparatore dell’Astana Qazaqstan
Maurizio, è ancora valida la regola del preparare una Sanremo passando dalla Tirreno?

Resta un passaggio fondamentale. C’è stato un cambio nel calendario: la Tirreno finisce prima (la domenica che precede, al Sanremo, ndr), ma si è aggiunta la Milano-Torino al mercoledì. Altro passaggio “obbligato” quasi per tutti. Un viatico ideale sia per chi esce dalla Tirreno stessa ma anche dalla Parigi-Nizza. 

Che adesso finiscono nello stesso giorno…

E infatti adesso sono due gare equivalenti. Prima invece c’era qualche giorno a favore della Tirreno che, finendo al martedì, era più vicina alla Milano-Sanremo.

Si va ancora alla ricerca della super distanza allungando dopo la tappa più lunga?

Direi di no. E poi basta vedere il percorso di quest’anno. Era praticamente improponibile, visto che ci sono state quasi tutte tappe da 200 e passa chilometri. E poi oggi c’è un altro aspetto da valutare.

Pozzato era solito approfittare della tappa più lunga della Tirreno per allungare 30-40 chilometri in vista della Sanremo
Pozzato era solito approfittare della tappa più lunga della Tirreno per allungare 30-40 chilometri in vista della Sanremo
Quale?

Che nessun corridore ormai prende il via ad una gara per preparare un altro appuntamento, perché ogni corsa diventa un obiettivo. E’ importante in quanto dà punti e visibilità e mette sul piatto una vittoria. I corridori, ogni volta che mettono il numero sulla schiena, devono avere l’obiettivo di vincere. Pertanto è difficile oggi trovare un professionista che partecipa a una corsa per prepararne un’altra.

Quindi Van der Poel che fatica sui muri e Ganna che prova a tenere nei primi due passaggi e poi molla secondo te rientrano nell’ottica della Sanremo?

Come obiettivo secondario sì: potrebbe essere quello. Ma l’obiettivo primario è comunque far bene, ottenere il meglio in quella corsa. Primo, cerco di vincere in prima persona o lavoro perché vinca la squadra. Secondo, metto volume e intensità nelle gambe per l’obiettivo che viene successivamente.

La Milano-Torino, che si corre il mercoledì, quindi nel mezzo della settimana, può essere considerata un po’ il sostituto della tappa lunga e dell’appendice successiva che si faceva una volta?

No, ma avendo comunque questi sei giorni fra Tirreno e Sanremo, la Milano-Torino diventa fondamentale. Difficilmente si riesce a organizzare una tipologia di allenamento così intenso come quello di una gara, anche a livello di concentrazione, di attenzione ai particolari, di stimoli…

Quindi è un po’ una prova generale della Classicissima…

Arriva appena qualche giorno prima della Sanremo, è ideale per affinare anche certe tipologie di gare veloci, del feeling coi compagni… Secondo me è veramente importante come gara pre Sanremo. 

La Milano-Torino è la prova generale della Classicissima. Di certo è una super rifinitura che segue lo scarico post Tirreno
La Milano-Torino è la prova generale della Classicissima. Di certo è una super rifinitura che segue lo scarico post Tirreno
Sempre pensando ai 300 chilometri della Classicissima: allungare prima della Milano-Torino ha senso? Si fa? Così da arrivare allo sprint finale con tanti chilometri nelle gambe… Oppure si è troppo sotto al grande evento?

No, non bisogna vederla in questo modo, ma bisogna considerare questa corsa nell’arco del macrociclo precedente all’appuntamento clou. Quindi quel che si è fatto prima della Tirreno-Adriatico o della Parigi-Nizza, le stesse due corse e quello che si farà fino alla Sanremo. E’ tutto l’insieme che va valutato.

Quindi niente super distanza sfruttando la gara per arrivare con tanti chilometri allo sprint…

No, ultimamente sono cose che non si fanno o se si fanno vengono effettuate in gare di livello inferiore, con chilometraggi inferiori: allora allungare ha un senso. Senza pensare che non sempre fare certe cose coincide con le tempistiche di gara. E poi bisogna considerare che i valori espressi nelle ultime Sanremo, soprattutto sulla Cipressa, sono veramente importanti e quindi il ventaglio dei favoriti si è ampliato maggiormente rispetto al decennio precedente. Prima si parlava quasi esclusivamente di velocisti, adesso anche di altre tipologie di corridori. La rosa è molto più varia in base al ritmo che verrà fatto sulla Cipressa. Un ritmo che negli ultimi anni è stato veramente alto e può escludere tanti velocisti, ma automaticamente aumentare altri pretendenti.

Storia di Paez, grande biker che sognava la strada

14.03.2023
7 min
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La sua poteva essere la storia di Egan Bernal, ma 15 anni prima: la storia di un grande stradista nato dalla mountain bike. E oggi che Leonardo Paez si avvia verso i 40 anni con due mondiali vinti e decine di grandi marathon in bacheca, scopriamo che in fondo allo sguardo gli resta un piccolo rimpianto legato alla strada.

Lo incontriamo nella Fattoria Pieve a Salti, alla vigilia della Strade Bianche, mentre si muove con grande discrezione in mezzo ai pro’ della Soudal-Quick Step. Il volto sudamericano di chi è nato specchiandosi nelle cime delle Ande, Paez ha alle spalle una carriera esemplare e ancora oggi è il riferimento dei biker del Soudal-Lee Cougan International Team di Stefano Gonzi.

Numeri da fuoriclasse

Il posto in cui è nato, Ciénega nella regione di Boyaca, è nel cuore della regione dei grandi scalatori colombiani. Lassù, si corse il mondiale del 1995 e di recente il Tour Colombia ha permesso di ricoprirne la magia. Le strade e le salite di Nairo Quintana e Miguel Angel Lopez, come pure di Oliverio Rincon e Mauricio Soler, Buitrago, Anacona e il vecchio Patrocinio Jimenez. In quella terra verdissima sul filo dei 2.500 metri, nel 1982 nacque Hector Leonardo Paez Leon. Corridore di bici, ma in fuoristrada. E chissà che cosa sarebbe successo se qualcuno gli avesse dato la possibilità di continuare anche su strada. Ancora oggi viaggia in salita con 7 watt/kg ed è così da vent’anni. Forse arrivò in Europa troppo presto rispetto alle nuove leve del ciclismo colombiano: sta di fatto che è diventato uno dei biker di lunga distanza più forti al mondo.

«Sono a un punto ancora buono della mia carriera – racconta – perché prima di tutto mi piace ancora correre e mi diverto. Si può dire che questa sia la cosa più importante, finché mi diverto vado avanti. Lotto ancora per le prime posizioni, mi sento bene, cerco di fare il meglio. Sono stato in tante squadre, ma qui alla Soudal-Lee Cougan ho trovato una dimensione umana che mi piace. Ho persone che mi aiutano e tutto quello di cui ho bisogno».

Sulle salite lunghe è ancora uno dei più forti del gruppo con i suoi 7 watt/kg (foto Instagram)
Sulle salite lunghe è ancora uno dei più forti del gruppo con i suoi 7 watt/kg (foto Instagram)
Arrivasti in Europa giovanissimo…

Avevo vent’anni, è passato davvero tanto tempo. Non conoscevo l’ambiente della mountain bike in Europa. In Colombia si facevano poche gare, si correvano soprattutto dei cross country o comunque gare corte. All’inizio non fu facile, nel senso che la gente andava forte anche in discesa, mentre io ero abituato che in salita andavo via e poi la discesa me la gestivo tranquillo. Invece qua bisognava andare forte a salire e anche a scendere, infatti ho perso tante gare in discesa perché ero fermo. Poi piano piano mi sono abituato e alla fine ho raggiunto il livello dei più forti.

Hai cominciato in mountain bike, che rapporto avevi con la strada?

Ho sempre fatto mountain bike, ma soprattutto all’inizio ho fatto anche un po’ di strada in preparazione. Facevo entrambe. La prima bici che ho avuto fu una mountain bike e mi sono innamorato. Ho fatto un po’ di gare su strada. Ho corso un anno con una squadra colombiana, la Ebsa-Indeportes Boyacá.

Nel 2014, Paez ha partecipato alla Vuelta a Colombia in preparazione per la mountain bike
Nel 2014, Paez ha partecipato alla Vuelta a Colombia in preparazione per la mountain bike
Come ti parve?

Arrivai alla strada per via di un infortunio. In precedenza avevo partecipato al Clasico RCN e da ragazzino a due Vuelta de la Juventud. Mi trovai in mezzo a un anno un po’ difficile, perché a causa di una frattura sono stato per mesi senza correre. Così nella stagione successiva andai su strada. Scoprii che mi piaceva e avrei continuato volentieri. Solo che l’anno dopo la squadra cambiò gestione e non fu possibile andare avanti. Così me ne tornai alla mountain bike.

Qualcuno dice che saresti stato un ottimo stradista.

Eh sì, lo credo anch’io e penso che non ho avuto l’ingaggio giusto. Ho sempre fatto mountain bike, dovevo rischiare magari di continuare un anno su strada, provare e magari poteva andare meglio. Esattamente come Egan, no? Lui ha cominciato a fare mountain bike, poi ha trovato la squadra giusta, nel momento giusto della sua carriera e si vede adesso dov’è. Comunque sono contento di aver aperto la strada per altri atleti, forse anche per lui. Sono stato uno dei primi colombiani a venire in Italia per la mountain bike. Io ho continuato la mia carriera, altri hanno cambiato.

Ti senti un’ispirazione per i ragazzi colombiani?

Credo di sì. Tanti mi seguono e nel frattempo il mondo della mountain bike è cresciuto anche in Colombia e i giovani mi vedono come un riferimento. Magari sognano in un futuro di essere come me, mentre altri sognano di fare strada.

Vieni da Boyaca, terra di scalatori.

Esatto, vivo vicino a Maurizio Soler (il corridore colombiano, classe 1983, vinse la maglia a pois e una tappa al Tour del 2007, ma chiuse la carriera con un brutto infortunio al Giro di Svizzera del 2011, in seguito al quale rimase offeso, ndr). Mi spiace tanto per lui. Io ho cominciato un pochino dopo, siamo molti amici. Quando sono in Colombia lo incontro spesso, perché comunque passo quasi ogni giorno dove abita, così vado a trovarlo e lo saluto. E’ un po’ frustrante vederlo così, perché lui era un grande campione e poteva fare molto bene.

Con Quintana, nel febbraio 2018 sulle strade colombiane di Boyaca (foto Instagram)
Con Quintana, nel febbraio 2018 sulle strade colombiane di Boyaca (foto Instagram)
Tanti stradisti fanno avanti e indietro dalla Colombia, fanno altura prima delle grandi corse: per te è lo stesso?

Non proprio. Quelli della strada hanno la fortuna che le squadre gli permettono di andare e tornare. Io non riesco, non è così facile. Soprattutto perché corro quasi tutte le domeniche e non ho il tempo per staccare e andare a casa. Lo faccio magari a fine anno, se riesco metà a stagione.

Sei nato a 2.500 metri, riesci ad allenarti in altura qui in Europa?

Sì, a volte sì, magari prima dei grandi appuntamenti, come la Dolomiti Hero (Paez l’ha vinta per sette volte, ndr), faccio un po’ di altura. Oppure prima del mondiale. Magari vado a Livigno o sul Passo Pordoi. 

La settima volta sul traguardo della Hero nel 2022 (foto Facebook)
La settima volta sul traguardo della Hero nel 2022 (foto Facebook)
Qual è la corsa che ti piace di più qua in Europa?

Mi sono innamorato e mi piacciono tutte le corse con più salita, tipo la Dolomiti Hero, la Dolomiti Superbike e gare mitiche che ho scoperto quando sono arrivato qui, tipo la Rampilonga o la 100 Chilometri dei Forti. Sono gare che hanno fatto la storia e mi sono rimaste nel cuore.

Quest’anno obiettivo mondiale?

Parto con l’obiettivo di fare bene nelle gare più importanti e soprattutto al mondiale, vorrei vincere il terzo (ha vinto i primi due nel 2019 e 2020, ndr) e fare meglio del 2022. E’ stato un mondiale strano, quest’anno in Scozia pare sia molto duro, vedremo che cosa sarò capace di fare…

Giro d’Algeria, l’avventura di Portello e dei continental Q36.5

14.03.2023
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Saltare dal freddo di questi giorni in Italia ai 30 gradi di Algeria non è cosa da poco. Molti partecipanti al Tour d’Algerie (7-16 marzo) hanno sofferto per l’escursione termica, non Alessio Portello, che nei primi giorni di gara ha subito portato a casa un bel secondo posto, legittimando le attese della squadra (in apertura foto Facebook/Tour d’Algerie Cyclisme). Portello è portacolori del team continental della Q36.5: abbiamo già avuto modo di parlare a più riprese del nuovo progetto di Douglas Ryder, che passa anche per la formazione “delfina” di quella professional che, nei propositi del dirigente sudafricano, dovrebbe tornare in pochi anni nel WorldTour rimpiazzando il ricordo della Qhubeka.

Un progetto del quale fa parte anche la squadra giovanile, diretta emanazione proprio del Team Qhubeka in carovana fino allo scorso anno. Portello, che nel team è approdato quest’anno, fa un po’ da testimonial.

«C’è una bella atmosfera – ammette il friulano – questa è la prima trasferta estera che facciamo, ma d’altronde la stagione è appena iniziata e io avevo fatto appena due gare prima di partire, iniziando comunque subito bene con il 2° posto a Misano dietro Bruttomesso».

Così Portello coglie la seconda posizione dietro Reguigui nella terza tappa
Così Portello coglie la seconda posizione dietro Reguigui nella terza tappa
Non una gara di poco conto considerando che dura 10 giorni…

E dopo c’è una classica, la più importante del posto. Noi siamo partiti per fare bene, ma senza alcuna pressione addosso, è un po’ questo il segreto della nostra squadra. I risultati devono arrivare in maniera naturale, senza diventare un assillo. L’importante è fare bene tutto quel che serve durante la gara, affrontarla con l’atteggiamento giusto.

Com’è il rapporto con i direttori sportivi?

Ottimo, come detto non ci assillano, ma sono molto presenti. Anche in Algeria, dopo cena ci si riunisce sempre per almeno mezz’ora per analizzare quel che si è fatto e la tappa successiva, le sue caratteristiche, le tattiche da adottare, i ruoli di ognuno. Diciamo che la corsa inizia realmente da lì.

Daniele Nieri è il diesse del team, ha fortemente voluto il friulano credendo nelle sue capacità
Daniele Nieri è il diesse del team, ha fortemente voluto il friulano credendo nelle sue capacità
Come sei arrivato alla Q36.5?

E’ stato Daniele Nieri a volermi, ha spinto tanto perché scegliessi questa strada e il mio procuratore Johnny Carera era pienamente d’accordo, approvava l’idea di portarmi in questa squadra per fare tanta esperienza per il futuro. E’ un passaggio obbligatorio per continuare a crescere. Io ho cambiato spesso team e tutti mi hanno dato qualcosa, anche Borgo Molino fra gli junior e la Zalf dove ho militato le ultime due stagioni.

Che differenze ci sono fra quest’ultima e il team attuale?

La principale è la scelta del calendario, che è un po’ una differenza di filosofia. La Zalf affronta un calendario prevalentemente italiano, alla fine ci si ritrova a gareggiare sempre gli stessi, i nomi non cambiano se si guarda bene gli ordini di arrivo. La Q36.5 punta invece su un calendario estero proprio per mettere i suoi corridori ogni volta di fronte a qualcosa di diverso. Spesso capita di confrontarsi con atleti molto più esperti, capaci, che vanno più forte. Ma fa parte del gioco e serve a migliorare.

Il team Q36.5 in gara in Algeria, con Portello, Sandri, Oioli, Mosca, Amari (ALG) e Steadman (RSA)
Il team Q36.5 in gara in Algeria, con Portello, Sandri, Oioli, Mosca, Amari (ALG) e Steadman (RSA)
Siete un team molto variegato…

Sì, come per la squadra maggiore la maggioranza relativa è italiana, siamo in 4, poi ci sono 3 eritrei, 2 colombiani, un algerino, uno svizzero e un sudafricano. E’ una bella commistione di culture e non nascondo che anche questo mi piace, come il fatto che fra noi si parla inglese. Sono valori che vanno al di là del puro fatto sportivo. Inoltre facendo la vita del corridore itinerante, quelle differenze iniziali vanno progressivamente ad annullarsi.

Ci sono contatti con la squadra professional?

Continui! Lo stesso Ryder si interessa, ha uno stretto rapporto con Nieri e con Kevin Campbell, altro diesse. L’idea di base è che il team è unico, poi diviso in base alle regole Uci, ma facciamo tutti parte dello stesso progetto e stando qui c’è la possibilità di imparare e un domani approdare alla squadra principale. La cosa che mi piace è che ti fanno davvero sentire parte di questo progetto.

Oioli è stato per due tappe leader in classifica. Ora Sandri si trova a 2″ dal leader francese Hennequin
Oioli è stato per due tappe leader in classifica. Ora Sandri si trova a 2″ dal leader francese Hennequin
Il percorso algerino ti si adatta?

Per le prime tappe sì, infatti ero stato portato come velocista della squadra insieme ad Hamza che corre in casa. Ho conquistato una piazza d’onore e altre tre top 10, credo di aver fatto il mio dovere, ma si può sempre migliorare. Mi sono trovato bene soprattutto nella parte desertica del Giro, la seconda è verso Nord, la catena montuosa e lì sono altri i corridori chiamati a emergere.

Che cosa ti aspetti, anche oltre il ritorno dall’Algeria?

Spero in qualche vittoria, non una in particolare e magari richiamare l’attenzione su di me, anche per una maglia azzurra. Quel che conta comunque è farmi vedere e imparare il più possibile, non si finisce davvero mai…

Masnada dal Teide: «Prima gli allenamenti, poi le gare in tv»

14.03.2023
5 min
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Fausto Masnada sarà deputato a scortare Remco Evenepoel al Giro d’Italia. Ma il lombardo della Soudal-Quick Step è già vicino al fenomeno belga. E’ con lui già da un paio di settimane in cima al Teide. Lassù si va avanti a pane e ciclismo, anche quello degli altri!

Ci siamo chiesti, anzi abbiamo chiesto a Masnada, se in ritiro i corridori seguono i loro colleghi impegnati nelle corse, tanto più se si tratta di gare importanti come la Parigi-Nizza e la Tirreno-Adriatico.

Fausto Masnada (classe 1993) in ritiro sul Teide. Dopo gli allenamenti, tutti davanti alla tv per vedere i colleghi in corsa (foto Instagram)
Masnada (classe 1993) in ritiro sul Teide. Dopo gli allenamenti, tutti davanti alla tv per vedere i colleghi in corsa (foto Instagram)
Fausto, allora le guardate queste corse quando siete in ritiro?

Sì, sì, le guardiamo e anche con interesse. Essendoci un’ora di fuso, qualche volta l’orario ci ha un po’ “fregato”. Di solito noi finivamo quando stavano per arrivare la Parigi-Nizza e ancora di più la Tirreno. Ma noi mandavamo indietro e le vedevamo comunque.

E cosa avete notato?

Che Roglic è in una forma strepitosa. Quando siamo arrivati qui, il 26 febbraio, c’era anche lui. Ci siamo accavallati per un paio di giorni e poi lui è partito appunto per la Tirreno. E la stessa cosa hanno fatto Landa,Van Aert e un altro gruppo diretto invece in Francia alla Parigi-Nizza.

Al netto delle corse, come si passa il tempo lassù?

Noi ci stiamo allenando bene. Ognuno ha i suoi obiettivi, pertanto ognuno segue il suo programma, ma cerchiamo di stare insieme il più possibile. Una convivenza per tanti giorni in hotel, a 2.200 metri di quota nel nulla non è facile. Non è così scontato mantenere i rapporti. Ma ormai ci siamo abituati.

Anche i professionisti subiscono il fascino della Strade Bianche. Per questa gara i Soudal hanno modificato l’orario di allenamento
Anche i professionisti subiscono il fascino della Strade Bianche. Per questa gara i Soudal hanno modificato l’orario di allenamento
Regolavate gli orari di allenamento in base alle corse in programma?

Non proprio, di solito finivamo verso le 14-15 le nostre uscite, che sono le 15-16 italiane, quindi pranzavamo ed eravamo giusti per i finali. Solo per la Strade Bianche abbiamo modificato l’orario di allenamento. Anche se la classica di Siena non è monumento, è una delle più belle e ci tenevamo tutti a goderci lo spettacolo in diretta.

Tra voi corridori spesso parlate di materiali, numeri, tattiche… Che giudizi avete dato dei vostri colleghi in gara?

Roglic, come detto, va già forte. Quando l’ho visto sul Teide era più magro rispetto allo scorso anno e mi sono detto: «Cavolo, è già tirato!». Sì, lui è sempre stato scavato in volto, ma mi è sembrato molto magro anche nel resto del corpo. Cosa che invece non ho notato in Van Aert. Non che fosse grasso, ma è molto più… normale.

Chi vi ha impressionato di più: Roglic o Pogacar?

In queste fase, la Jumbo-Visma e Tadej Pogacar hanno dimostrato sul campo di essere su un altro pianeta. I primi come squadra: non solo per Roglic alla Tirreno, ma anche per i piazzamenti alla Parigi-Nizza e per i risultati nelle prime classiche del Belgio. E Tadej ha dato una dimostrazione in più del suo talento. Stanno monopolizzando le gare.

Sassottetto, il momento in cui Kelderman riporta davanti Roglic. Per Masnada, Primoz ha avuto sangue freddo
Sassottetto, Kelderman riporta davanti Roglic. Per Masnada, Primoz ha avuto sangue freddo
Per esempio avete studiato anche il comportamento di Roglic in corsa? Tanto più che potrebbe essere il rivale numero verso la conquista della maglia rosa…

E cosa vuoi studiare?! Ogni gara è a sé e analizzare ciò che ha fatto o farà non è facile. Non è attendibile. Però quando inizierà il Giro Italia lo terremo d’occhio. Giro che parte con una crono, quindi non ci si potrà nascondere, pertanto già al termine della prima tappa, potremmo ipotizzare una strategia di corsa e capire come andare avanti.

Quindi si guarda la tv, si commenta, ma i conti reali si fanno in corsa…

Il nostro primo obiettivo è il Catalunya. Lì ci sarà anche Roglic, vedremo come si comporteranno, sia lui che la sua squadra. Alla fine mancherà poco più di un mese all’inizio del Giro e potremmo già farci un’idea.

Per esempio, a Sassotetto si è sfilato e si è fatto riportare sotto da Wilco Kelderman: un’azione così vi fa fare qualche ipotesi? Può essere un’indicazione su come si comporteranno?

Si sa che Roglic è calcolatore, ma io non l’ho visto in vera difficoltà. E’ rimasto coperto e con il vento contro che c’era, ha preferito aspettare la volata finale. Quando Mas ha dato quell’accelerata si è staccato, ma anziché andare avanti da sé, sapeva che c’era Kelderman e si è fatto riportare davanti. Ha aspettato perché sapeva che fare la differenza su quella salita, con quel vento, era davvero difficile. Sapeva anche che in una volata con 15 corridori sarebbe stato il più veloce e quindi ha avuto sangue freddo. Primoz è vincente, intelligente, si conosce e ha l’esperienza di chi ha vinto tre grandi Giri.

Masnada è stato chiaro (ed onesto): la Soudal ha un diamante e una squadra intorno. Non ha tante punte come UAE e Jumbo
Masnada è stato chiaro (ed onesto): la Soudal ha un diamante e una squadra intorno. Non ha tante punte come UAE e Jumbo
Analisi da corridore! E Fausto Masnada potrà essere il Kelderman della situazione per Remco?

E’ un paragone abbastanza importante! Wilco in tanti anni si è meritato più di me un certo ruolo e non a caso dove correva prima era un capitano. Mi piacerebbe fare ciò che ha fatto lui ed essere fondamentale per la squadra. Noi non siamo come la UAE Emirates o la Jumbo-Visma, che sono piene di campioni, che sono un po’ come il Paris Saint Germain che è fatto di sole punte. Noi abbiamo Remco come diamante e proviamo tutti a fare il massimo per lui. Abbiamo una strategia diversa di gara. Immagino che correremo più in difesa: manderemo via le fughe, avremo una strategia di corsa meno aggressiva rispetto alla Jumbo-Visma, che attacca spesso e con più uomini.

Chiarissimo Fausto, basta ricordarsi dell’ultimo Tour! Un’ultima domanda. Avrai un ruolo molto importante e sei l’uomo di fiducia di Remco: tu come stai?

Sono soddisfatto di come sto lavorando: parecchio e bene. Tutto procede in modo regolare e la preparazione è fissata per essere al top per il Giro. La squadra vuole che ci arriviamo nella condizione migliore per supportare Remco. Credo che il Giro d’Italia sia l’obiettivo stagionale per il team. Anzi, senza credo: è l’obiettivo primario. Pensiamo a finire bene questo ritiro, poi andremo al Catalunya, ci saranno i Baschi, poi di nuovo altura e quindi andremo diretti al Giro. 

«Interpretare e inventare». La filosofia di Immanuel D’Aniello

13.03.2023
6 min
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Il suo nome di battesimo è quello del filosofo Kant e come sia la sua idea di correre ce lo ha mostrato in questo scorcio di 2023. Immanuel D’Aniello ha aperto la stagione con un importante successo al Gran Premio La Torre che lo rilancia nel suo percorso di crescita, scacciando anche qualche brutto pensiero sopraggiunto dodici mesi fa.

A febbraio dell’anno scorso il 21enne di Sant’Antonio Abate doveva stare attento ad ogni spiffero d’aria per una conseguenza del covid. Invece poche settimane fa ha vinto la gara toscana nel pieno di una mezza bufera invernale che ha accompagnato i corridori per tutto il tempo. Al momento la rinascita di D’Aniello (in apertura foto Pagni) sta avvenendo anche per merito della Trevigiani Energiapura Marchiol in cui è arrivato quest’anno dalla Palazzago. Lui però, che vive con la valigia sotto braccio fin da quando era junior, non si dimentica di tornare a casa dove vuole dare una mano anche all’azienda di famiglia.

D’Aniello ha vinto a Fucecchio con un colpo da finisseur anticipando lo sprint di Milan (foto Pagni)
D’Aniello ha vinto a Fucecchio con un colpo da finisseur anticipando lo sprint di Milan (foto Pagni)
Immanuel cosa ha rappresentato la vittoria di Fucecchio?

E’ stata una grande emozione, una soddisfazione doppia. Ho pensato subito ai problemi di salute che ho avuto. In un anno sono passato dal non potere uscire di casa al vincere con un freddo incredibile, quasi con la neve. In inverno avevo lavorato tanto perché volevo partire forte e per il momento ce la sto facendo. Per questo devo ringraziare il mio preparatore Pino Toni che mi segue dallo scorso dicembre. Questo successo è un punto di partenza che mi dà morale. Mai avrei pensato di esultare sul podio come fa il mio idolo Kvaratskhelia (sorride, lui che è tifoso del Napoli, ndr). La vittoria l’ho dedicata alla mia famiglia e alla squadra. Sono loro che, per motivi diversi, mi hanno aiutato.

Cosa ti era capitato l’anno scorso?

E’ stata una stagione totalmente differente da quella prima. Nel 2021 avevo fatto esperienza, disputando il Giro U23. Ad inizio 2022 però ho preso il covid. Non ho corso per tanti mesi. Ho fatto addirittura 40 giorni completamente fermo per un principio di broncopolmonite. Ho passato un momento veramente difficile. Come accennavo prima, solo poche persone, in primis i miei genitori, sono state al mio fianco. Speravo di avere più supporto psicologico da parte di alcuni amici e da parte della mia vecchia società. Ora va meglio e non ci penso più.

In quel periodo che pensieri avevi?

Non ho avuto paura di smettere di correre in bici, ma ho pensato più di una volta di non poter tornare più quello di prima. Anche a livello cardiaco facevo fatica. Per fortuna che il mio medico di famiglia mi ha seguito durante quelle settimane e mi ha permesso di rimettermi in sesto. Già al Giro del Veneto (tra fine giugno ed inizio luglio, ndr) ho chiuso in undicesima posizione e terzo nella classifica dei giovani, anche se non ero al 100 per cento. Lì ho iniziato a vedere la luce in fondo al tunnel.

Come gestisci ora invece gli spostamenti tra Veneto e casa?

Sono un pochino più distante rispetto al passato, ma ormai ci sono abituato. L’anno scorso viaggiavo da Palazzago. Già da esordiente e allievo correvo sempre fuori regione. Poi da junior sono passato alla LVF a San Paolo d’Argon, in provincia di Bergamo, anche se avevo deciso di finire il liceo scientifico a Sant’Antonio Abate. Adesso viaggio in aereo o in treno e non mi pesa. Basta trovare l’ambiente giusto. Quando devo fare un periodo di stacco, cerco di tornare a casa per aiutare mio padre Paolo con la sua attività. Lui è titolare di un maglificio sportivo (Daniello Sports Wear, ndr), specializzato in abbigliamento ciclistico, ed io sono uno dei soci. Gli testo i materiali, gli do i miei feedback e gli seguo la pubblicità sulle pagine social.

Immanuel è socio dell’azienda di famiglia Daniello Sports Wear per la quale testa i materiali
Immanuel è socio dell’azienda di famiglia Daniello Sports Wear per la quale testa i materiali
Con la Trevigiani come ti stai trovando?

Molto bene. Da circa tre settimane abito a Montebelluna assieme ad altri due compagni e mi trovo davvero a mio agio. Sto imparando a conoscere le zone delle grandi gare internazionali. Mi alleno spesso con i compagni sul Combai, cercando di memorizzare tutte le strade. Quando avevo saputo che la Trevigiani mi aveva cercato, il mio procuratore (Massimiliano Mori, ndr) ed io ne abbiamo parlato subito. Ed ho capito immediatamente che avevo fatto la scelta giusta non appena ho conosciuto tutto lo staff. Luciano Marton, Franco Lampugnani, Mirco Lorenzetto, Francesco Benedet ed anche il presidente Ettore Renato Barzi sono stati tutti disponibili per facilitare il mio inserimento. Considerando anche la storia della squadra, penso che meritiamo l’invito al prossimo Giro U23. Spero possa essere così. Noi intanto, per guadagnarci l’attenzione degli organizzatori, dovremo continuare a vincere e fare risultati.

Gli obiettivi sono quelle gare internazionali di cui parlavi prima o ce ne sono altri?

Correre corse come il Piva, Belvedere o San Vendemiano è un grande stimolo. Così come il Recioto anche se siamo in provincia di Verona o tante altre di quel livello. Vorrei fare bene in tante di queste ma voglio anche mettermi al servizio dei miei compagni in gare che magari sono meno adatte alle mie caratteristiche. Dipenderà dalle situazioni che si creeranno ma l’idea sarebbe quella di restare tra gli U23 anche nel 2024. Questa è una categoria formativa dal punto di vista psicologico e tattico. Continuerei il mio processo di crescita.

D’Aniello ha conquistato il suo primo successo tra gli U23, dedicandolo a famiglia e squadra (foto facebook)
D’Aniello ha conquistato il suo primo successo tra gli U23, dedicandolo a famiglia e squadra (foto facebook)
E la filosofia di corsa di Immanuel D’Aniello qual è?

Non sono un attendista, mi piace andare spesso all’attacco. Infatti mi piacciono i corridori dell’ultima generazione che sanno dare spettacolo anche da lontano. Mi attengo alle indicazioni che mi danno i miei diesse, però per me il corridore deve saper interpretare e leggere la corsa. Anzi, a volte bisogna proprio inventare. Sono un passista-scalatore che non disdegna il colpo da finisseur. A Fucecchio ho vinto partendo in contropiede sulla salita finale dopo che avevamo ripreso il mio compagno Zurlo in fuga. In quel momento ho seguito l’istinto. A volte per vincere una gara devi rischiare di perderla.