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Van Aert, un bel ceffone giallo alla vigilia del pavé

05.07.2022
6 min
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«Non potrei immaginare – dice Van Aert con la maglia gialla che lo illumina – di correre il Tour nascosto nel gruppo, a guardarmi intorno. Voglio avere un obiettivo ogni giorno. E noi a questa tappa pensavamo da parecchio tempo. Quando sul traguardo ho mimato il volo di un uccello, è stato per dimostrare che questa maglia mi ha fatto volare. E che quello degli ultimi dieci chilometri, è stato davvero un volo».

Tutto calcolato

Dopo tre secondi posti consecutivi, è arrivata la vittoria. Ed è stata una vittoria alla Van Aert, prepotente, arrogante come si conviene a chi attacca in maglia gialla. Persino eccessiva, almeno fino al momento in cui parleremo con lui scoprendone la freschezza, alla vigilia di una tappa cattiva come quella del pavé che agita il gruppo. Le persone normali dosano le energie, i supereroi se ne fanno un baffo. Al punto che nella diretta televisiva francese, persino un gigante altrettanto arrogante come Bernard Hinault ha detto che non si stupirebbe se a fine Tour Van Aert avesse una classifica molto buona.

Uno dei primi ad abbracciare il vincitore Van Aert è stato Roglic
Uno dei primi ad abbracciare il vincitore Van Aert è stato Roglic

«Era una tappa cerchiata di rosso – racconta Van Aert – un percorso severo, senza un metro di pianura. Da giorni ci dicevamo di provare qualcosa che fosse buono per la classifica con Vingegaard e Roglic e per la mia maglia verde. Sapevamo che facendo a tutta l’ultima salita, avremmo potuto centrare i due obiettivi e così è stato».

Strade più cattive

In quel momento, è sparito dall’interesse anche il “povero” Anthony Perez, coriaceo superstite della prima fuga, risucchiato dalla Jumbo Visma che ha corso come se il traguardo fosse in cima alla Cote du Cap Blanc-Nez, 900 metri al 7,5 per cento di pendenza media.

«Van Hooydonck – continua a spiegare Van Aert – è stato fortissimo. Lui è l’unico in gruppo a poter fare certe cose. Quindi è toccato a Benoot e poi sono partito io. Ci siamo detti di andare a tutta fino alla cima, poi di vedere. E quando gli uomini di classifica mi hanno dato luce verde e ho visto che gli inseguitori si guardavano, ho corso per vincere la tappa. Ma era ancora lunga. Sapevo che la vittoria sarebbe venuta. I secondi posti in Danimarca non sono mai stati un problema. E’ stato bello partire da lassù, ma quei percorsi erano troppo facili. E io per vincere ho bisogno di strade più impegnative».

I 5 secondi di Philipsen

La volata di Philipsen alle sue spalle è stata di una violenza unica, come la sua esultanza sulla riga, come quando raggiungi il grande sogno. E così dopo l’esultanza di Bettiol al Giro di Svizzera, che ha ricordato quella di Pozzato alla Roma Maxima, anche il velocista belga della Alpecin-Deceuninck, dovrà convivere per qualche giorno con gli sfottò.

«Per cinque secondi – sorride – ho creduto di aver vinto ed è stato bellissimo. Poi mi hanno detto di abbassare le braccia e ho capito. Temo che anche queste immagini rimarranno nel tempo (sorride con mestizia, ndr). Eravamo troppo ammucchiati in salita, non l’ho visto partire. Anche Kristoff a un certo punto ha fatto la volata per vincere, ma sono stato io a tagliare il traguardo per primo e ad esultare, quindi sarò io a dover gestire l’imbarazzo».

Un altro sguardo mesto dopo l’arrivo ce l’aveva anche Luca Mozzato, quinto nello sprint per il secondo posto, quindi sesto finale.

«Neppure io – dice – sapevo che ci fosse davanti Van Aert, me lo state dicendo adesso voi. Peccato, ero contento di aver centrato una top 5. Sono stanco, poteva essere la mia tappa e sono contento di essere arrivato davanti. Vediamo domani sul pavé…».

La danza sulle pietre

L’incubo è arrivato, anche se le previsioni del tempo non parlano di pioggia e sul pavé asciutto, viste le bici stratosferiche e le ruote più… comode a disposizione dei corridori, i problemi potrebbero essere meno e meno seri di quanto si sia prospettato per mesi.

«E’ difficile prevedere cosa succederà domani – dice Van Aert – per me sarà importante prima di tutto tenere fuori dai problemi Roglic e Vingegaard. Come oggi, si può provare per la tappa e per la classifica, perché abbiamo corridori molto forti per le classiche, che non vedono l’ora di ritrovare certe strade. Bisognerà aspettare e vedere cosa succede».

Inizia un altro Tour

E a chi sornione gli chiede che cosa avrebbe fatto se i suoi due compagni non gli avessero dato via libera sull’ultima salita, risponde con un ghigno ancor più sornione.

«Non è il mio ruolo averli dietro nella classifica generale – dice – per cui cercherò di combinare le reciproche esigenze. Se non mi avessero dato via libera? Mi sarei fermato, avrei girato e sarei tornato accanto a loro. Non c’è il minimo dubbio…».

Una risata chiude il giorno praticamente perfetto della Jumbo Visma. Van Aert sparisce sulla sua Cervélo gialla e già con la testa è sulle pietre della Roubaix. Da domani, in un modo o nell’altro, inizia un altro Tour.