Quando la gara è dura, i duri iniziano a correre e Zoccarato è uno di questi. Il terzo posto ottenuto dal 23enne padovano della Bardiani-Csf Faizanè al campionato italiano ha confermato sia le sue doti di corridore di grande forza su cui contare, sia la scelta della sua squadra di prenderlo dalla Colpack-Ballan a fine 2020.
Dopo la gara di Imola – durante la sua intervista – abbiamo ricordato come Zoccarato fosse il primo neopro’ da Formolo (secondo nel 2014) e il primo atleta della scuderia della formazione reggiana da Podenzana (vincitore nel 1994) a salire sul podio tricolore. Così abbiamo chiesto a Roberto Reverberi, il suo general manager, di descrivercelo un po’ meglio.
Il terzo posto di Imola parla di grande forza ed è una spinta morale pazzescaIl terzo posto di Imola parla di grande forza ed è una spinta morale pazzesca
Roberto, torniamo un attimo sulla corsa e sul risultato di domenica. Grande soddisfazione per voi ma anche tu sei un po’ rammaricato per il finale?
Siamo contenti per ciò che abbiamo fatto. Volevamo portare via una fuga numerosa con almeno tre dei nostri e ce l’abbiamo fatta. Volevamo far faticare i capitani dei team WorldTour e ce l’abbiamo quasi fatta, se non fosse stato per la Eolo-Kometa che si è messa a tirare quando la fuga aveva già un buon vantaggio e loro non potevano più portare dentro nessuno. Peccato perché sarebbe stato bello vedere come andava a finire, ma va bene così col nostro terzo posto, ci avrei messo la firma al mattino.
Dei tuoi tre ragazzi in fuga poi hai battezzato Zoccarato per fare la corsa.
Esatto, davanti avevamo dei bei menatori. Non avevamo la radio e così con l’ammiraglia ho deciso di portarmi davanti e sentire le loro sensazioni. Maestri e Tonelli, che hanno fatto un lavoro pazzesco e sono stati davvero bravi, mi hanno detto che Samuele stava molto bene, che aveva ancora forza. A quel punto ho ordinato loro di aiutarlo, anche a male parole se fosse stato necessario. Perché so che lui è un po’ testone ed esuberante. E mancava ancora tanto al traguardo.
Ripreso da Colbrelli e Masnada, Zoccarato ha continuato a collaborareRipreso da Colbrelli e Masnada, Zoccarato ha continuato a collaborare
Che carattere però che ha il ragazzo…
Sì sì, è un corridore generoso, che non disdegna tirare per tanti chilometri e dà sempre il cambio, anche quando non dovrebbe o potrebbe risparmiarsi. Come ad esempio nel finale, quando Colbrelli e Masnada sono piombati su di lui. Se non avesse tirato, e glielo avrei urlato dalla radio se ce le avessimo avute, loro due non gli avrebbero potuto dire nulla visto che era fuori da 200 chilometri. Invece no, ha voluto dare il suo contributo, le energie rimaste e si è staccato sull’ultima salita.
Poteva andare diversamente quindi?
Non lo so, magari lui fa terzo e Colbrelli vince ugualmente, però se fosse rimasto a ruota nel finale risparmiando un po’ di forza, anche Masnada avrebbe potuto approfittare della sua partenza per rilanciare in contropiede e anticipare lo sprint. Non si può mai dire, ma è andata così, è tutta esperienza per lui e per noi.
Come lo avete preso Zoccarato?
Ce ne aveva parlato a inizio 2020 Antonio Bevilacqua (team manager della Colpack-Ballan, ndr) dicendoci che era un ragazzo con tanta forza, che non aveva paura del vento in faccia. Poi al Giro dell’Emilia dell’anno scorso, dopo 170 chilometri di gara, c’era questo under 23 in fuga insieme a tanti pro’, compresi alcuni nostri. Non si staccava, dava i cambi, menava… Ed io incuriosito da questa prova, chiedo subito chi fosse. Era lui e lì mi sono tornate in mente quelle parole, quella segnalazione così abbiamo approfondito e lo abbiamo messo sotto contratto.
Ha preparato il campionato italiano mangiando vento e fatica al Baloise Belgium TourHa preparato il campionato italiano mangiando vento e fatica al Baloise Belgium Tour
E che tipo di corridore è?
Negli U23 ha vinto poco (due gare nel 2018 in maglia General Store, ndr), va sgrezzato fisicamente e tatticamente, ma ha un motore incredibile. Al Giro d’Italia lo ha dimostrato in tante tappe come a Canale dove il suo ex compagno di fuga Van der Hoorn ha vinto beffando la rimonta del gruppo. E quella un pochino mi brucia ancora, perché Samuele ha sprecato troppo. Poi ha fatto una gran corsa anche in fuga a Sestola in supporto a Fiorelli. Le corse del Nord sarebbero adatte a lui, ma direi in generale tutte le corse dure, come a Imola che lo è diventata anche per il gran caldo.
Chi ti ricorda dei tuoi corridori del passato?
Il primo che mi viene in mente è Dario Pieri (alla corte dei Reverberi in maglia Scrigno dal ’97 al ’99 e che in carriera fece due secondi posti al Fiandre e alla Roubaix, ndr) anche se lui era più veloce. Samuele in realtà deve allenare lo sprint, perché finora non lo ha mai fatto.
Quindi sarà ancora protagonista Zoccarato nel resto della stagione e nel futuro?
Farà Lugano poi avrà tutto luglio per recuperare poi vedremo i programmi. Di sicuro il terzo posto ha accresciuto la sua autostima e spero che sarà ancora là davanti a breve. Se continua così potrebbe essere uno dei tanti nostri ragazzi cercati e presi dalle formazioni World Tour.
C’è aria di prima volta per alcuni italiani del Tour. E se si tratta del primo assaggio per Davide Ballerini, con cui abbiamo parlato giusto ieri, non serve allontanarsi troppo per rendersi conto che anche Mattia Cattaneo, ugualmente in casa Deceuninck-Quick Step, non sappia assolutamente a cosa stia andando incontro.
Due profili diversi, i loro. Se il primo per caratteristiche tecniche potrebbe diventare un vero… animale da Tour, cacciatore di tappe con tutti i crismi, il bergamasco (in apertura nella foto Wout Beel) è sulla porta della riscoperta di sé ed è al via da Brest in appoggio ad Alaphilippe. Ciò detto, se un italiano si poteva individuare in passato con le caratteristiche tecniche per fare bene al Tour, Mattia era sicuramente uno dei più indiziati. Forte sulle salite regolari, forte a crono, terzo al Tour de l’Avenir, capace di vincere corse a tappe – il Giro delle Pesche Nettarine e il Giro d’Italia U23 – sin dai vent’anni.
Il Tour inizierà domani, ma già ieri alla presentazione era tornato il pubblicoIl Tour inizierà domani, ma già ieri alla presentazione era tornato il pubblico
«Sembrerà strano dirlo – racconta – ma nei miei primi quattro anni non ho corso tantissimo. Devo ancora maturare e spero che adesso vengano finalmente degli anni buoni. Non è tutto da buttare, ho comunque fatto le mie esperienze, anche se non in condizioni ottimali. A volte la vita non va come vuoi, ma devi continuare ad avanzare e mantenere il tuo ottimismo».
Terzo nella crono tricolore, dietro Sobrero e Affini, come nel 2011 da U23 dietro Mammini e ColedanTerzo nella crono tricolore, dietro Sobrero e Affini, come nel 2011 da U23 dietro Mammini e Coledan
Scendere per risalire
Di Mattia Cattaneo a ben vedere si parlava ieri con il suo procuratore Massimiliano Mori. Fu lui, rendendosi conto che l’ambiente Lampre-Merida (in procinto di diventare Uae Team Emirates) non facesse più al caso suo, a suggerirgli di lasciare il WorldTour per ritrovare stimoli e voglia alla Androni. L’operazione andò bene, non tanto in termini di vittorie quanto di continuità. Vinto il Giro dell’Appennino del 2019, Mattia mise in fila una serie di piazzamenti molto promettenti che nel 2020 gli hanno riaperto le porte del WolrdTour, con una superiore consapevolezza di sé e la maglia della Deceuninck-Quick Step.
Al Giro di Svizzera, Mattia ha aiutato Alaphilippe finché è stato in corsa
Terzo nell’ultima tappa dello Svizzera, dopo Mader e Woods
Al Giro di Svizzera, Mattia ha aiutato Alaphilippe finché è stato in corsa
Terzo nell’ultima tappa dello Svizzera, dopo Mader e Woods
«Venire in questa squadra – spiega – mi ha fatto tornare a livelli alti e soprattutto costanti. Quando mi hanno cercato, ho subito detto al mio procuratore di accettare. Il gruppo conta tanto, per le persone e tutto quello che riguarda preparazione e materiali. Sono qui per aiutare Alaphilippe e magari provare a inserirmi in qualche fuga, perché comunque sto bene. Il terzo posto al campionato italiano della crono lo dimostra e mi soddisfa. Era la prima volta che ho provato a prepararlo e non sarà l’ultima».
Uno step importante
La stagione finora fa testo fino a un certo punto perché, come ha raccontato alla vigilia del Giro, alcuni dei programmi sono saltati a causa di Covid e le sostituzioni da fare. Però il segnale della svolta si era già avuto nel 2020, quando in una Vuelta da cui aveva poco da aspettarsi, è andato più volte in fuga, ha centrato il settimo posto nell’arrivo in salita di Aramon Formigal e il settimo nella crono con arrivo in salita al Mirador de Ezaro. Se non hai buoni numeri, non le fai certe cose a novembre.
Nel 2011 vince il Giro delle Pesche Nettarine
Dopo il Nettarine, vince il Giro Bio 2011
Alla Trevigiani lo guida Marco Milesi
E alla fine Mattia chiude l’estate vincendo così a Poggiana
Nel 2011 vince il Giro delle Pesche Nettarine
Dopo il Nettarine, vince il Giro Bio 2011
Alla Trevigiani lo guida Marco Milesi
E alla fine Mattia chiude l’estate 2011 vincendo così a Poggiana
«E così sono arrivato al primo Tour – racconta e sorride – una corsa di cui ho sempre sentito parlare, ma cui non ho mai preso parte. Credo che per starci bene dentro si debbano avere obiettivi ben precisi, perché poi se hai la gamba si vede. Spero e sono certo che per me sarà uno step importantissimo. Anche se si tratterà di tirare a lungo, va bene lo stesso. Ho buone sensazioni e sono super entusiasta dopo aver sempre corso il Giro e la Vuelta. Non so cosa renda il Tour così speciale, di sicuro una tappa qui può cambiare la tua carriera».
Presentate le squadre, il Tour de France 2021 inizia a muovere i primi passi. E fra le dichiarazioni di… guerra più esplicite, quella di Mathieu Van der Poel non lascia adito a dubbi. Mathieu vuole vincere domani la prima tappa, per conquistare la maglia gialla e dedicarla a suo nonno Raymond Poulidor.
Ovviamente, come tutto ciò che riguarda il professionismo e uno dei suoi personaggi più mediatici, la dichiarazione di intenti è supportata anche da una campagna a metà fra il marketing e la beneficienza, battezzata “MerciPoupou”.
Così in occasione della presentazione di ieri sera a Brest, la Alpecin-Fenix ha indossato una divisa ispirata ai colori indossati da Raymond Poulidor durante tutta la sua carriera, con la francese Mercier.
Il testimone
Tra il 1962 e il 1976, Poulidor ha partecipato per 14 volte al Tour de France e per 8 lo ha concluso sul podio di Parigi, senza aver indossato per un solo giorno la maglia gialla. E’ successo anche in occasione del suo ultimo arrivo sugli Champs Elysées nel luglio del 1976, quando conquistò il terzo posto dietro Van Impe e Zoetemelk.
Oggi, 45 anni dopo, suo nipote Mathieu Van der Poel ne raccoglie il testimone e sta per fare il suo debutto al Tour de France. Se c’è un motivo che ha convinto l’olandese (tutto proiettato verso le Olimpiadi della mountain bike) ad accettare la sfida, c’è proprio la possibilità di rendere omaggio al nonno scomparso nel novembre del 2019.
Ora tocca a lui inseguire il sogno giallo e raccogliere l’eredità che suo nonno ha lasciato a lui e all’intero mondo del ciclismo. Le generazioni si susseguono, ma le aspirazioni rimangono identiche.
Primi passi ufficiali per Van der Poel al Tour, con la maglia che ricorda il nonno
Sul palco molto applaudito Tadej Pogacar
Primi passi ufficiali per Van der Poel al Tour, con la maglia che ricorda il nonno
Sul palco molto applaudito Tadej Pogacar
Una lunga storia
Gli sponsor della Alpecin-Fenix hanno aderito all’istante alla campagna. «Non potevamo lasciarci sfuggire questa opportunità – ha raccontato il team manager Philip Roodhooft – per tanti motivi. A 45 anni dalla fine dell’incredibile carriera di Raymond Poulidor, suo nipote Mathieu inizia per la prima volta al Tour de France. Questa è un’occasione unica per lui e il suo team per rendere omaggio a suo nonno e a uno dei ciclisti più iconici che il mondo del ciclismo abbia avuto.
«Il fatto che i nostri partner supportino “Merci Poupou” dimostra il loro impegno a lungo termine. Alpecin è lo sponsor ciclistico più storico con una storia di 75 anni, mentre Fenix e Canyon non cercano solo un ritorno commerciale sul loro investimento. Vogliono principalmente supportare la squadra e i corridori che inseguono i loro sogni. Sogni che hanno trovato la loro origine nel patrimonio ciclistico a cui tutti siamo stati presentati dai nostri (nonni) genitori».
Qualche scatto fotografico di una parte del team, alla vigilia della presentazione (foto Alpecin-Fenix)Qualche scatto fotografico di una parte del team, alla vigilia della presentazione (foto Alpecin-Fenix)
Per beneficienza
L’inziativa, si diceva, ha finalità benefiche. E’ stato infatti sviluppato un sito completamente dedicato allo scopo. Su www.mercipoupou.com i fan potranno infatti acquistare una maglia replica MerciPoupou o un cappellino. Il ricavato della vendita online sarà devoluto a organizzazioni e progetti di beneficenza che sostengono bambini e adolescenti nello sport: i dettagli saranno svelati in pillole durante il Tour de France, per tenere alta l’attenzione sul progetto..
Per l’occasione è stata rispolverata l’ammiraglia Peugeot dell’ultimo Tour di Poulidor (foto Alpecin-Fenix)
Un tempo a inizio stagione le foto dei tea si facevano così (foto Alpecin-Fenix)
Per l’occasione è stata rispolverata l’ammiraglia Peugeot dell’ultimo Tour di Poulidor (foto Alpecin-Fenix)
Un tempo a inizio stagione le foto dei tea si facevano così (foto Alpecin-Fenix)
«Per mio nonno»
Le parole di Van der Poel, che ricordiamo nelle immagini toccanti al funerale di suo nonno, sono di grande ispirazione.
«Mio nonno – dice – ha riconosciuto presto la mia gioia per il ciclismo e ha sempre detto che io e mio fratello David avevamo più talento di lui. Oggi vorrei che potesse essere qui e vivere questo momento insieme alla nostra famiglia. Lo sognava da tempo, ma sono sicuro che è orgoglioso come sempre. Sono lieto di potergli rendere un omaggio definitivo in modo così emozionante e che potremo dire tutti insieme: MerciPoupou!».
Manca poco per rivedere all’opera Primoz Roglic, sparito dai radar in primavera dopo la Liegi. Di lui si sa che è stato a Sierra Nevada e poi a Tignes con la Jumbo Visma, quindi che si è dedicato ad alcuni sopralluoghi sui percorsi del Tour, infine che ha trascorso dei giorni a casa. Quello che si sente dire in giro è che lo sloveno non voglia cadere nel problema dello scorso anno e così, per non rimanere a corto di gambe a fine Tour e arrivare in forze ancora alle Olimpiadi, abbia spostato tutto in avanti. Di fatto, i suoi giorni di gara nel 2021 sono stati 17 e concentrati fra il 7 marzo e il 25 aprile.
La resa alla Planche des Belles Filles al Tour 2020La resa alla Planche des Belles Filles al Tour 2020
«E’ vero – ha confermato nella conferenza stampa della vigilia – è stato un approccio un po’ diverso, correndo poco in primavera, ma ho già fatto alcune cose del genere al Giro e alla Vuelta ed è andata bene. Normalmente vengo dall’altitudine e sono pronto. Lo scorso anno, il coronavirus ha cambiato tutto, quest’anno sono fiducioso. La squadra è super forte, cercheremo di fare del nostro meglio e vedremo come andrà».
Crono decisive
I sopralluoghi hanno riguardato le salite, ma soprattutto le crono, dato che come ci ha spiegato molto bene anche Marco Pinotti, le prove contro il tempo avranno il loro bel peso nell’assegnare la maglia gialla.
Dopo la Liegi, prima fase di altura a Sierra Nevada, poi a TignesDopo la Liegi, prima fase di altura a Sierra Nevada, poi a Tignes
«Le abbiamo provate entrambe – ha detto – per vedere se e quanto saranno decisive. L’anno scorso abbiamo capito che la crono resta un momento cruciale e può produrre grandi differenze. Tenendolo a mente, ci siamo allenati con più impegno sulla bici da crono. Vedremo. Quando ti alleni da solo, non vedi quanto siano forti gli altri».
Si vince e si perde insieme
Il passato torna, impossibile il contrario. Va bene aver vinto subito la Liegi e poi la Vuelta, ma perdere il Tour al penultimo giorno è un’esperienza che ti segna.
Roglic sul muro d’Huy con la nuova Cervélo R5. E’ la Freccia 2021: penultima corsa di primaveraRoglic sul muro d’Huy con la nuova Cervélo R5. E’ la Freccia 2021: penultima corsa di primavera
«Sono arrivato secondo – ha detto – ma se penso a quelle tre settimane di gara, ricordo anche momenti di grande intensità. I miei compagni hanno lavorato come matti, ero così orgoglioso di essere il loro leader e nessuno potrà negare che siamo stati la squadra migliore. Penso che da allora alcuni giovani sognino di correre in un gruppo del genere. Al contempo, sono consapevole che essere i più forti non basta. Per vincere serve mettere in atto la strategia migliore e forse su questo non siamo stati impeccabili. La sconfitta è stata dura da digerire, non ho molte parole per descrivere quello che provavo. Ma non è stato un discorso limitato a Roglic e al Tour – ha detto togliendosi qualche sassolino dalle scarpe – c’erano tante persone coinvolte, siamo una squadra e abbiamo fallito all’ultimo momento. Quando si vince, la vittoria è di tutti. Quando si perde, la sconfitta è solo mia?».
Nulla è per caso
L’attenuante dell’esperienza tutto sommato breve rispetto agli avversari può contare e non c’è modo migliore dello scottarsi le mani per accelerare l’apprendistato.
Da Tignes ha colto l’occasione per provare le tappe alpine del TourDa Tignes ha colto l’occasione per provare le tappe alpine del Tour
«Se guardo da dove vengo e dove sono ora – dice – non sapevo assolutamente nulla di ciclismo, non sapevo fin dove potevo arrivare, quello che potevo ottenere. Era tutto nuovo, anche la sofferenza sulla bici. Ho imparato che qualunque cosa mi passi per la testa, la sola cosa da fare è restare davanti. Ho imparato che per correre ai massimi livelli bisogna saper soffrire, ridursi se serve allo stremo delle forze. Ho imparato molto sulle dinamiche di squadra e sul lavoro dei compagni. Credetemi, la sconfitta dello scorso anno a caldo bruciava, ma in prospettiva è diventata una nuova strategia. Per cui è vero, è stato un approccio un po’ diverso, ma non è stato affatto per caso».
Dopo una partenza più lenta Albanese si prepara al debutto in Oman. Il ritiro sull'Etna e un programma senza Grandi Giri. E' pronto per marzo e aprile di fuoco
Il Tour del ritorno all’estate, il Tour della rivincita slovena Pogacar-Roglic, il Tour del minimo di presenze italiane da anni a questa parte. A due giorni dal via la Grande Boucle si sofferma a contare i suoi numeri, in attesa che le ruote inizino a dare i loro verdetti in un’estate infuocata che avrà un’appendice destinata a pesare, visto che solo 6 giorni dopo l’arrivo a Parigi ci si giocherà l’oro olimpico dall’altra parte del mondo.
Andiamo per ordine: Tadej Pogacar va a caccia del bis consecutivo, un’impresa che al Tour non è certo infrequente. Il primo a riuscirci fu Lucien Petit Breton, nel 1907 e 1908. Da allora ben 11 corridori hanno compiuto lo stesso iter, qualcuno come Bernard Hinault riuscendoci due volte (1978-79 e 1981-82), qualcun altro andando anche oltre, come Chris Froome autore di un tris e Jacques Anquetil, Eddy Merckx e Miguel Indurain arrivati al poker consecutivo. Armstrong andò anche oltre, ma sulla sua carriera come noto è stato passato un deciso colpo di spugna…
Chiappucci pur senza vincere il Tour è rimasto nel cuore dei francesi, per la doppia maglia a poisChiappucci pur senza vincere il Tour è rimasto nel cuore dei francesi, per la doppia maglia a pois
Da Bottecchia a Pantani, 10 grandi colpi
Uno della “magnifica dozzina” era italiano, Ottavio Bottecchia, primo nel 1924 e 1925 e soprattutto primo italiano a vincere la Grande Boucle. Bottecchia era un corridore che agiva in Francia, era quasi ritenuto uno di casa, ben diverso il discorso quando iniziarono ad arrivare i campioni da questa parte delle Alpi, come Bartali (1938-48), Coppi (1949-52), Nencini (1960), Gimondi (1965) fino ai più recenti trionfi di Pantani nel ’98 e Nibalinel 2014, ultimo italiano a salire sul podio agli Champs Elysees.
Proprio considerando il podio, le 10 vittorie si uniscono ai 15 secondi e 15 terzi posti, quindi i successi rientrano in una congrua media matematica.
Il Tour non è fra le manifestazioni sportive francesi più favorevoli ai nostri colori, considerando che in altri sport vige da quelle parti il detto “la course des italiens”. Molto dipende anche dalla partecipazione.
Due sole vittorie italiane nella classifica a punti: una per Petacchi, trionfatore nel 2010Due sole vittorie italiane nella classifica a punti: una per Petacchi, trionfatore nel 2010
Le firme di Bitossi e Petacchi
Con 9 presenze italiane sparse per vari team, torniamo a contingenti nazionali che ricordano fortemente gli anni Ottanta, quando squadre e corridori nostrani privilegiavano il Giro e le partecipazioni in Francia erano ridotte al minimo. Nel nuovo secolo mai si era scesi alla singola cifra, ma non essendo presenti team italiani la cosa ha un suo perché.
Abbiamo detto che il Tour è sempre stato poco italiano, ma è davvero così? la maglia verde della classifica a punti è stata vinta solo da due italiani, Franco Bitossi nel 1968 e Alessandro Petacchi nel 2010. Quella a pois del miglior scalatore ha registrato 14 successi azzurri, da Bottecchia negli anni dei suoi trionfi a Claudio Chiappucci nel 1991 e ’92.
Gli italiani più combattivi
Quella bianca di miglior giovane ha visto 5 successi italiani (Moser nel ’75, Pantani nel ’94 e ’95, Basso nel 2002, Cunego nel 2006), ma non vanno dimenticati i 6 premi alla combattività conquistati da Gimondi nel ’65, Ghirotto nel ’93 seguito l’anno dopo da Poli, Chiappucci sempre nel ’91 e ’92 fino ad Alessandro De Marchi che mise la sua firma nel 2014.
Una foto-documento: al centro Ernesto Azzini dopo la sua vittoria alla 15esima tappa del Tour, a ParigiUna foto-documento: a destra Ernesto Azzini dopo la sua vittoria alla 15esima tappa del Tour, a Parigi
Vittorie di tappa
Capitolo vittorie di tappa: si resta quasi stupiti vedendo che l’Italia è al terzo posto nella classifica per nazioni con 268 centri, certamente lontana dai 710 della Francia e 477 del Belgio, ma ben protetta dal ritorno dell’Olanda, ferma a 177. Se le ultime vittorie risalgono al 2019 con Viviani, Trentin e Nibali, la prima è datata addirittura 1910, per merito di Ernesto Azzini, un gigante di quasi due metri che fu anche il primo ad abbinare una vittoria di tappa al Tour a una al Giro. Scomparso a soli 38 anni per una forma di tisi, il suo nome resta comunque una pietra miliare nella storia italiana del Tour.
Tadej Pogacar vince il secondo Tour con 21 giorni da campione. Con Martinello concludiamo il viaggio francese analizzando la sua corsa e quella dei rivali
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Per Davide Ballerini mancano due giorni al debutto nel Tour de France. E allo stesso modo in cui con Michael Morkov avrebbe fatto parte del treno di Bennett, a partire da sabato sarà una delle guardie del corpo di Mark Cavendish, richiamato dalla panchina quando si è scoperto che il ginocchio dell’irlandese non sarebbe guarito in tempo.
Capelli corti e biondi, lo sguardo divertito di quando parti per la gita scolastica nell’anno della maturità, nelle sue espressioni ci sono la sicurezza per aver fatto la sua parte e l’evidente incertezza davanti a un viaggio tanto impegnativo.
Proprio alla vigilia del Tour è stato annunciato il rinnovo fra Specialized e Deceuninck-Quick Step (foto Wout Beel)E’ stato appena annunciato il rinnovo fra Specialized e Deceuninckp (foto Wout Beel)
Cav e il gruppo
Il gioco per il ragazzo di Como, approdato dallo scorso anno alla Deceuninck-Quick Step, si sta facendo grande come sperava e così, nonostante la stagione abbia registrato il rinvio a ottobre della Roubaix costringendo le squadre a un altro cambio di piani, anche il Tour si annuncia come un altro step di crescita molto importante.
«Purtroppo – dice – del ginocchio di Sam si è saputo bene al Giro del Belgio, ma quando iniziano questi problemi si è sempre a rincorrere. Con Cav il rapporto è ottimo, ho fatto con lui le ultime tre corse e lo vedo molto convinto. Non sapevo fosse vicino al record di Merckx di tappe vinte (34 per il grande belga, 30 per il britannico, ndr) perché lui non ne parla. Però si è inserito bene, scherziamo, sa fare gruppo…».
Allenamento per il team sulle strade della Bretagna (foto Wout Beel)Allenamento per il team sulle strade della Bretagna (foto Wout Beel)
Rivale Colbrelli
Il suo 2021 si è aperto col botto, con due vittorie al Tour de la Provence e quella alla Omloop Het Nieuwsblad che ha schiuso un’interessante finestra sul suo futuro nelle classiche. Poi per il Ballero si è trattato di aiutare bene gli altri leader della squadra, da Alaphilippe ad Asgreen, strappando per sé un podio nella tappa di Gualdo Tadino alla Tirreno dietro Van Aert e Van der Poel.
«Cosa aspettarmi dal Tour – dice – onestamente non lo so. Non ho studiato il percorso, lavorerò per Cavendish e semmai le tappe cui potrei ambire sono quelle in cui andrà via la fuga. Il fatto è che ci sono tanti grossi nomi, per cui per fare qualcosa di buono serviranno tanta fortuna e tante gambe. La condizione non è male. Sono sceso dall’altura, la gamba gira. Ma certo pensare di doversela giocare contro Colbrelli è un bel grattacapo. Ha dimostrato una gamba super, però è in condizione da tanto. Di sicuro per Cavendish sarà uno dei rivali più forti».
Per Ballerini si tratta del debutto al Tour de France (foto Wout Beel)Per Ballerini si tratta del debutto al Tour de France (foto Wout Beel)
Mastro Asgreen
Perché sia scuola, serve qualcuno che insegni e il suo maestro di ciclismo e strade quest’anno è stato Kasper Asgreen, con cui ha diviso la stanza durante il periodo delle classiche del Nord e che ritrova come compagno di avventura al Tour, anche se questa volta il vincitore del Fiandre giocherà probabilmente da battitore libero (i due sono insieme nella foto Wout Beel in apertura).
«E’ una grande persona – dice Ballerini – da cui c’è tanto da imparare. Non lascia niente al caso e in quelle corse in cui certi dettagli fanno davvero la differenza, sulla bici e sui componenti da scegliere, anche solo guardarlo è stato illuminante».
Cavendish torna al Tour e mira alle 34 vittorie di MerckxCavendish torna al Tour e mira alle 34 vittorie di Merckx
Mondiale e Roubaix
Quegli stessi consigli, quelle strade Ballerini le ritroverà a fine stagione. E anche se sembra brutto parlare d’altro alla vigilia del debutto al Tour de France, che richiede rispetto e dedizione e potrebbe riservargli spazi inattesi (resta da capire infatti se il livello di Cavendish sarà tale da permettergli di giocarsela con gli altri velocisti, da Ewan a Demare), il focus nella sua testa sembra più avanti nella stagione. Nell’accoppiata mondiale di Leuven+Roubaix che tra fine settembre e primi di ottobre riprodurrà un clima da Nord che fa venire l’acquolina in bocca.
«Al mondiale – ammette con un sorriso malandrino – ci penso da dopo il Fiandre, da quando è stata spostata la Roubaix. Cercherò di arrivarci al massimo, è il mio grande obiettivo di stagione. Saranno dieci giorni che valgono un anno intero. Ci penso, certo che ci penso…».
Presentati il Tour Femmes e il Tour uomini. Presenti Vollering e Vingegaard, vincitori 2023. Alpe d'Huez per le donne. PIrenei poi le Alpi per gli uomini
Sabato indosserà maglia, calzoncini, il casco e tornerà lì, sulla linea di partenza, per affrontare la sua 13ª avventura al Tour de France: se a inizio stagione glielo avessero detto, Mark Cavendish avrebbe pensato a una presa in giro, una battuta di cattivo gusto. Invece il ciclismo è così, ti riserva sorprese quando meno te lo aspetti.
A dir la verità, Mark non se lo aspettava neanche una settimana fa. Al Tour doveva andare Sam Bennett, questi erano i programmi sin da inizio stagione. E’ pur vero che il nativo dell’isola di Man aveva provato a mettere in discussione le gerarchie con 4 vittorie in Turchia e buone prestazioni, mai viste negli ultimi tre anni, ma non sembrava abbastanza.
Cavendish torna al Tour dopo 3 anni, forte di 4 successi in Turchia e 1 al Giro del Belgio (foto di apertura)Cavendish torna al Tour dopo 3 anni, forte di 4 successi in Turchia e 1 al Giro del Belgio (foto di apertura)
Acque agitate in casa Deceuninck
Patron Lefevere era stato chiaro: «La sua presenza innervosirebbe Bennett – aveva dichiarato a Cyclingnews – alla Schelderprijs abbiamo perso proprio perché i due erano insieme (secondo Bennett e terzo Mark, ma quel che conta è sempre e solo la vittoria, in questo caso di Jasper Philipsen, ndr). La maglia è di Bennett, fine della discussione».
Macché fine… Tre giorni dopo le dichiarazioni cambiano e sono improntate alla furia: «Bennett ha sbattuto il ginocchio al manubrio prima del Giro del Belgio e non ci ha detto niente. Poi ha fatto tira e molla ogni giorno per allenarsi. Questo dice molto su di lui». Le loro strade stanno per dividersi, Bennett forse tornerà alla Bora Hansgrohe, certo che questi addii anticipati non fanno bene alla Deceuninck Quick Step…
Il podio della Scheldeprijs 2021 con Philipsen fra Bennett e Cavendish: un esito che a Lefevere non è piaciutoIl podio della Scheldeprijs 2021 con Philipsen fra Bennett e Cavendish: un esito che a Lefevere non è piaciuto
30 vittorie e non è ancora finita…
Intanto però Mark c’è e ha risposto presente appena glielo hanno detto. Il britannico con il Tour ha un rapporto idilliaco, iniziato nel 2008 con 4 vittorie, 6 l’anno dopo, 5 nel 2010 e 2011, 3 nel 2012, 2 l’anno dopo e ancora una nel 2015 e 4 nel 2016. Il bello è che a queste ha quasi sempre abbinato vittorie negli altri grandi Giri, 13 in Italia e 3 in Spagna. Ha anche provato il tris consecutivo (quello che vuole tanto Ewan, magari ritirandosi prima…), ma nel 2011 non ne aveva più e alla Vuelta resistette solo 4 tappe.
A 36 anni Cavendish è uno che ha vinto tutto: ha la collezione completa delle maglie della classifica a punti nei tre grandi giri, ha vinto Mondiali e classiche, ha anche una medaglia d’argento olimpica a casa (nell’omnium a Rio 2016, battuto solo da Viviani), perché allora riprovarci, rimettersi in gioco?
L’ultima vittoria di Cavendish al Tour, nel 2017 a Parc des Oiseaux. Quell’anno vestì anche il giallo…L’ultima vittoria di Cavendish al Tour, nel 2017 a Parc des Oiseaux. Quell’anno vestì anche il giallo…
Una risalita partendo da… zero
Una ragione è legata ai suoi ultimi tre anni, contraddistinti da una mononucleosi che ci ha messo tantissimo a scomparire e soprattutto a un forte stato depressivo, quella malattia subdola e sotterranea che colpisce sempre più i protagonisti delle due ruote. Non poteva finire così, Mark non voleva questo. Si è rimesso in gioco, al punto che quando alla Deceuninck Quick Step gli hanno proposto un ingaggio a stipendio zero, guadagnandosi gli euro con fatica, sudore e risultati, ha detto sì.
Ma forse c’è anche altro: Cavendish ha vinto 30 tappe al Tour e il primato dista solo altri 4 centri. E’ uno dei tanti record in possesso del “Cannibale” Eddy Merckx, forse a 36 anni pensare di vincere almeno 4 volte è difficile, ma il suo treno è da leccarsi i baffi (Ballerini e Morkov daranno l’anima per pilotarlo) e poi chissà se gli altri hanno una spinta emotiva forte quanto la sua…
La prima volta che Geraint Thomas andò al Tour de France aveva 21 anni, era campione del mondo nell’inseguimento a squadre e indossava la maglia della Barloworld in cui l’anno dopo sarebbe approdato Chris Froome. Sono passati 14 anni e il gallese che si accinge a correre per l’undicesima volta la corsa francese nel frattempo ha fatto strada e conquiste, anche se per qualche inspiegabile motivo qui da noi si tende a sottovalutarlo.
Nel 2008 e nel 2012, Geraint ha conquistato l’oro olimpico nell’inseguimento a squadree al pari di Wiggins è poi riuscito a vincere il Tour. Solo al Giro gli è sempre andata male, non si capisce se per sfortuna o l’attitudine non spiccata alla guida sulle più nervose strade italiane. E ora che il Team Ineos Grenadiers lo schiera alla Grande Boucle come leader accanto a Carapaz (sembrando però preferirgli l’ecuadoriano) siamo andati a rileggerne la storia attraverso le sue parole.
Thomas debutta al Tour nel 2007: ha 21 anni, corre alla BarloworldThomas debutta al Tour nel 2007: ha 21 anni, corre alla Barloworld
La bici per caso
Thomas è nato a Cardiff il 25 maggio del 1986 ed è arrivato al ciclismo dopo aver giocato a calcio, rugby e aver fatto nuoto.
«Stavo nuotando nel Maindy Leisure Centre – racconta a People’s Collection Wales – e ho visto un annuncio pubblicitario per l’avvio di un club per bambini, il Maindy Flyers. Mi sono iscritto e intanto giocavo ancora a rugby e un po’ a calcio. Crescendo, i colpi nel rugby iniziavano a farmi male, così smisi. Ho iniziato a diventare abbastanza forte nel nuoto e mi proposero di andare la mattina prima della scuola, alle 5,30. Pensai che fosse folle e puntai tutto sul ciclismo. Me la cavavo, ma su scala locale. Quando poi sono diventato uno junior e ho vinto i mondiali nello scratch a Los Angeles, ho davvero pensato: “Posso guadagnarmici da vivere”. Fino a quel momento, c’erano solo delle persone che mi dicevano: “Hai talento”. Ma una cosa è crederci, un’altra è farlo davvero».
Nel 2008 a Pechino vince il primo oro nel quartetto con Clancy, Manning e Wiggins. Si ripeterà a Londra 2012Nel 2008 a Pechino vince il primo oro nel quartetto. Si ripeterà a Londra 2012
La scoperta del mondo
La bicicletta è la chiave per conquistare il mondo, scoprendolo a piccoli passi. Prima i dintorni di casa, poi attraverso sfide sempre più lontane.
«Il Galles è decisamente buono per fare ciclismo – dice – ho corso e pedalato in tutto il mondo, ma è fantastico tornare a casa e allenarsi. I percorsi sono duri, va bene, ma bastano pochi chilometri e sei fuori Cardiff e puoi andare ovunque. Il bello di questo sport è nel fatto che sei libero di andare dove vuoi, soprattutto quando sei giovane. Puoi esplorare. E’ bello uscire e trovare strade nuove che non conosci. Che nevichi o piova, dobbiamo uscire e allenarci. Mi piace mantenere una buona routine. Esco sempre verso le 9-9,30 qualunque sia il tipo di lavoro che devo fare. Amo andare in bicicletta, anche se ovviamente alcuni allenamenti specifici, come le ripetute, non sono troppo divertenti. Sono difficili, ma ci sono lavori molto più pesanti, quindi sono abbastanza fortunato».
Alla Roubiax del 2014 il miglior risultato: è 7°, vittoria a Terpstra
Nel 2015 è ancora nella fase delle classiche e vince ad Harlbeke
Alla Roubiax del 2014 il miglior risultato: è 7°, vittoria a Terpstra
Nel 2015 è ancora nella fase delle classiche e vince ad Harlbeke
Chili in più, chili in meno
Lavoro duro e alimentazione corretta: correre nel team che ha riscritto la letteratura dell’allenamento significa avere un punto di vista privilegiato sul tema.
«La dieta è estremamente importante su strada – spiega – mentre se porti un chilo o due in più su pista, non importa perché è tutta una questione di potenza e di girare veloce nel velodromo, quindi il peso non è troppo importante. Ma, una volta che devi correre un Tour de France, il ruolo dell’alimentazione è enorme. Se porti uno o due chili in più per tutta la gara, allora spendi tanta energia in più. Nel team abbiamo da anni un nutrizionista con cui lavoriamo a stretto contatto. E sembra funzionare…».
Nel 2017 sta già cambiando pelle. Ha già vinto la Parigi-Nizza 2016, ora tocca alla TirrenoNel 2017 il gallese sta già cambiando pelle, vince la Tirreno
Dalla pista alla strada
Dalla pista alla strada, il passo non è niente affatto semplice. Hai voglia di tirare Ganna per la manica, se bastasse convincersi di poterlo fare, il gioco sarebbe fin troppo banale.
«La pista è dove sono cresciuto – dice Thomas – e ho vinto le mie medaglie d’oro olimpiche. E’ molto più veloce, il tempo è strettissimo. Quando passi alla strada e magari val al Tour, si tratta di passare tutto il giorno in bicicletta. Eppure si completano. La pista è veloce e nervosa, hai bisogno di una buona capacità di guida. Questa però aiuta molto quando si tratta di stare in gruppo al Tour. Al contrario, la strada ti dà la forza e la resistenza per la pista. L’allenamento in pista è scientifico e preciso. Su strada, è tutto più libero e tutto può succedere».
Nel 2017 vince il Tour of the Alps, punta al Giro, ma cade sul Block HausNel 2017 vince il Tour of the Alps, punta al Giro, ma cade sul Block Haus
Il miracolo del Tour
Il primo Tour è stato pazzesco. Dice di non aver mai sofferto tanto e ben si comprende se l’abitudine è quella delle gare in pista appena descritte.
«Ogni giorno – racconta – tagliavo il traguardo e pensavo: “Non c’è modo che io possa partire domani. Non riesco assolutamente a salire sulla bici”. Poi andavo a letto, mi svegliavo la mattina dopo e dicevo: “Devo iniziare. Ci provo ancora”. Salivo in bici e non volevo più arrendermi. E alla fine ce l’ho fatta e mi ha dato tanto, mentalmente e fisicamente».
Al Tour 2018 parte in appoggio a Froome, ma va più forte lui: qui all’Alpe d’Huez
Alla fine Froome, che ha vinto il Giro, si congratula con lui
Al Tour 2018 parte in appoggio a Froome, ma va più forte lui: qui all’Alpe d’Huez
Alla fine Froome, che ha vinto il Giro, si congratula con lui
Quante cadute…
Thomas cade spesso. E’ caduto al Delfinato aspettando Porte e anche al Giro dello scorso anno nella tappa dell’Etna, perché si fece trovare a centro gruppo in un tratto di pavé dove le borracce iniziarono a saltare. Il limite di essere cresciuto senza un campione esperto accanto è proprio questo. Wiggins è stato un modello, ma cosa vuoi imparare se anche lui aveva gli stessi problemi?
«Ho avuto cadute – dice – più volte. Nel 2005, eravamo a Sydney, andando in pista. Sulla strada c’erano dei detriti metallici, uno è schizzato dalla bici del corridore davanti a me, è finito nella mia ruota anteriore e sono stato sbalzato. Cadendo ho colpito il manubrio, che mi ha rotto la milza. Hanno provato a salvarla, ma nella notte la asportarono. Ho una grande cicatrice lungo tutto il petto. All’epoca fu piuttosto spaventoso, soprattutto perché ero lontano dalla mia famiglia e dai miei amici. Per fortuna la federazione fece venire i miei genitori e mio fratello, che rimasero con me per la settimana in cui uscii dall’ospedale. Penso che mio fratello sperasse che rimanessi in ospedale un po’ più a lungo perché amava starsene in spiaggia».
Altro incidente al Giro del 2009, nella crono delle Cinque Terra vinta da Menchov. Thomas cadde in discesa e si ruppe il bacino e lo scafoide della mano destra. Altro Giro, altra caduta, ma questa non per colpa sua: era il 2017, finì contro una moto sulla salita del Block Haus, tenne duro per qualche giorno poi si ritirò. Quello stesso anno, ma al Tour, cadde con Porte e si ritirò nella discesa de Mont du Chat verso Chambery.
Nel 2019 scorta Bernal a Parigi, dopo essere stato a lungo leader IneosNel 2019 scorta Bernal a Parigi, dopo essere stato a lungo leader Ineos
La bandiera del Galles
L’appartenenza gallese batte forte nel suo petto e racconta che il suo più grande rammarico fu non aver potuto avere la sua bandiera alle Olimpiadi di Pechino. La portò però sul podio di Parigi quando nel 2018 vinse il Tour (foto di apertura)
«Ricordo di essere gallese – dice – soprattutto quando oltrepasso il confine con l’Inghilterra. Se entri in un pub e sei gallese, li senti fare battute sul rugby o sulle pecore. Penso che il solo partire dal Galles rafforzi la passione per il Galles. Te lo senti dentro che rappresenti il tuo Paese, come quando vai alle Olimpiadi. A Pechino, la prima volta, ero lì per la Gran Bretagna, ma anche per il Galles, perché non ci sono molti atleti gallesi che hanno avuto questo onore. Quando scoprii che non avrei potuto sventolare la mia bandiera, sono rimasto deluso, perché sarebbe stato bello fare un giro d’onore con la bandiera gallese, per mostrare alla gente da dove vengo».
Al Delfinato 2021, il gallese batte Sagan in volata a Saint Vallier, poi aiuta PorteAl Delfinato 2021, il gallese batte Sagan in volata a Saint Vallier, poi aiuta Porte
La valigia già pronta
Da sabato questo ragazzo divertente di 35 anni sarà al via del Tour. Negli anni, oltre ad averlo vinto, ha scortato al successo Froome e Bernal. Vedremo quest’anno come finirà con Carapaz, scheggia di cultura latina nel blocco di sudditi della Regina, che oltre a Thomas vede anche Yates e Porte.
«Tre parole per descrivermi? Rilassato – sorride – felice per la maggior parte del tempo. Mi piace il cibo. Non so se c’è una parola per questo! Amante del cibo! Sì, un po’ più di tre parole, ma ci siamo. Questo sono io».
Quando lo raggiungiamo Marco Pinotti è di ritorno dal campionato italiano a cronometro. Anche lui è “scioccato” dalla sorpresa Sobrero. Tuttavia entra subito nel merito…
«Che sorpresa, eh?», commenta il tecnico del TeamBike Exchange. «C’era anche meno dislivello rispetto a quello che ci sarà in Giappone. Anche se le salite erano più arcigne, mentre a Tokyo saranno al 4 per cento. Però il fatto che Ganna non abbia vinto ci dice che il livello della crono in Italia è buono. Io ho vissuto un’esperienza simile nel 2012. Dovevo andare a Londra, dopo il Giro continuai a lavorare sodo. Dovevo scaricare solo gli ultimi dieci giorni prima delle Olimpiadi e arrivai all’italiano convinto di vincere, invece il titolo andò a Cataldo».
Marco Pinotti (tra Malori e Bettini) prima della crono iridata di Valkenburg 2012Marco Pinotti (tra Malori e Bettini) prima della crono iridata di Valkenburg 2012
Con Pinotti però vogliamo orientarci sulle crono del Tour de France. Alla Grande Boucle ce ne saranno due: una di 27 e una di 30 chilometri, entrambe piuttosto filanti.
Marco, che crono saranno quelle del Tour?
Crono nella pianura francese, quindi non sarà un percorso piatto, ma vallonato. Simili a quelle che abbiamo visto alla Parigi-Nizza e al Delfinato. Sono percorsi che favoriscono gli specialisti. E aggiungerei: finalmente! Anche se forse manca una crono di 40-50 chilometri, ma tutto sommato due frazioni così portano lo sforzo totale intorno ad un’ora e 20′. L’ultima maxicrono che fecero forse c’era ancora Indurain. Poi la palla passava agli scalatori, ma adesso è un altro ciclismo. Quanti anni sono che non vince più un grande Giro un corridore di 70 e passa chili?
La prima crono di 27,2 chilometri…
E la seconda di 30,8 chilometri
La prima crono di 27,2 chilometri…
E la seconda di 30,8 chilometri
Una di 45 chilometri avrebbe fatto più danni?
Sì, si è visto all’italiano. E’ in queste crono che puoi vedere il ribaltone. In una da 20 chilometri chi passa in testa al primo intermedio difficilmente poi perde, a meno di distacchi minimi. In una crono di un’ora o giù di lì invece devi distribuire bene lo sforzo, altrimenti crolli.
E Pinotti cosa ne pensa di queste due crono del Tour?
A me piacciono e non solo perché ero un cronoman, ma perché quella di inizio Tour costringerà gli scalatori ad attaccare. E poi bisogna vedere chi la spunta. Se dovesse vincere Thomas la sua Ineos-Grenadiers penalizzerebbe gli attacchi. Si metterebbe a tirare forte e sarebbe dura per tutti fare poi la differenza. Mentre se dovesse vincere Roglic, ecco che la Ineos potrebbe mandare via Carapaz. Di certo questa prima crono ha più peso tattico sul resto del Tour della seconda.
Veniamo al nocciolo dell’intervista: il duello Pogacar-Roglic. Il primo ha preso una bella batosta nel campionato nazionale contro il tempo e l’altro sappiamo quanto ci si sia scottato l’anno scorso, anche se quella della Planche de Belles Filles era una crono particolare con l’arrivo in salita…
I 57 chilometri totali di quest’anno per me avvantaggiano Roglic – risponde secco Pinotti – è lui il favorito numero uno per il Tour. O lo vince quest’anno o non lo vince più. Arriva dalla vittoria alla Vuelta con la quale ha superato la crisi post Tour 2020, punta solo su quello e non so per quanti anni ancora possa mantenere questa concentrazione. E il fatto che non stia correndo lo trovo un po’ atipico. Lui sa prepararsi bene e magari arriverà più fresco nella terza settimana e nella seconda crono. Di fatto nella terza settimana Primoz ha sempre avuto delle difficoltà, più o meno grandi, ma le ha avute.
Quest’anno Pogacar non ha vinto crono. Ma il campanello d’allarme c’è stato nel campionato nazionale: terzo, senza RoglicQuest’anno Pogacar non ha vinto crono. Ma il campanello d’allarme c’è stato nel campionato nazionale: terzo, senza Roglic
Il terzo posto di Pogacar nella crono nazionale è un campanello di allarme?
Bisognerebbe avere dei dati per poter rispondere, ma ipotizzo che forse c’era un percorso un po’ troppo piatto per lui. Poi aveva vinto lo Slovenia in cui aveva spinto forte: quello per lui era un test importante. Comunque per me un piccolo campanello d’allarme lo è, perché su percorsi come quelli delle due crono che lo aspettano in Francia perderà qualcosa da Roglic.
Quindi Roglic per te è più forte a crono…
Sì. Tadej sprizza energia da tutti i pori e in salita magari è più forte. Quest’anno Roglic non commetterà lo stesso errore dello scorso anno di “sottovalutarlo” a crono. Alla lunga uno ha pagato la pressione portata addosso per tutto il Tour e l’altro, Tadej, quasi, quasi perdendo quel minuto e mezzo nel giorno dei ventagli ha corso tutta la gara con meno aspettative. Ricordo che nella tappa successiva attaccò sul Peyresourde, sviluppando tra l’altro dei numeri record. E poi ricordiamoci che confermarsi è più difficile che vincere per la prima volta.
Roglic quest’anno ha fatto solo due crono: in una ha fatto terzo l’altra l’ha vintaRoglic quest’anno ha fatto solo due crono: in una ha fatto terzo, l’altra l’ha vinta
Dicevamo due crono molto simili per lunghezza e altimetria quelle del prossimo Tour: come si affrontano?
Come detto è pianura francese: ci saranno molte variazioni di pendenza, spesso variazioni subdole, per questo bisogna concentrarsi soprattutto sulla velocità. Bisogna spingere di più appena questa inizia a calare. La crono è velocità, la potenza è una sua conseguenza. Al contrario, quando la velocità è alta e la bici va, bisogna cercare di “recuperare” un po’, di respirare. Dureranno fra i 35′ e i 42′ più o meno e bisognerà gestire bene lo sforzo. Iniziano ad essere tempistiche per specialisti. Serve uno stato di concentrazione importante, non sono i classici 20′ (la durata dei test, dei critical power) ai quali tutti sono più o meno abituati. Anche 5 watt di differenza, su 35′-40′ di sforzo segnano distacchi importanti, di 30”-40”.
Che distacchi ci potranno essere tra i big?
Difficile dirlo, ma ipotizzo sui 45” nella prima crono e qualcosa in meno nella seconda.
Dai, Marco, allora facciamo fantaciclismo…
Okay, così va bene! Prima crono: Roglic, Pogacar e Thomas con distacchi massimi fra tutti e tre sui 45”. Seconda crono: Thomas, Pogacar a 30” e Roglic 45”.