Fondazione Mohoric: la Slovenia punta forte sui giovani

15.12.2021
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Matej Mohoric è ripartito con la serietà che lo caratterizza, specialmente adesso che è a capo di una Fondazione. Da quel che abbiamo visto dallo schermo del computer, nella conferenza stampa indetta dalla Bahrain Victorious, lo sloveno sembra già essere magro. Ai nostri occhi potrebbe già attaccare il numero sulla schiena domani.

E tutto sommato non ci siamo sbagliati di troppo visto che l’iridato U23 di Firenze 2013 inizierà a gareggiare presto, alla Valenciana, e porrà come primi obiettivi le classiche di primavera: dal Fiandre alla Liegi, passando per la Roubaix. Niente Giro, ma il Tour.

Matej Mohorjc (27 anni) alla firma della nascita della sua Fondazione
Matej Mohorjc (27 anni) alla firma della nascita della sua Fondazione

Mohoric e la Fondazione

Però c’è un altro aspetto che ci interessa molto riguardo a Mohoric e cioè la Fondazione Matej Mohoric che lo stesso corridore ha presentato giusto qualche giorno fa. Matej è sempre stato un ragazzo serio e riflessivo, ma dopo questa iniziativa abbiamo scoperto che è anche molto profondo. 

«Lo scopo principale di questa Fondazione – dice Mohoric – è di aiutare a sviluppare il ciclismo tra i giovani in Slovenia. Lavorerà a stretto contatto con la Federazione ciclistica slovena, che a sua volta sostiene il progetto.

«Io vorrei aiutare i ragazzi con la mia conoscenza e la mia esperienza, stargli vicino nei ritiri organizzati dalla nazionale slovena, dando supporto finanziario. Vorrei che questi ragazzi avessero le stesse opportunità che si hanno nelle altre nazionali europee».

Per Mohoric quest’anno quattro vittorie, tra cui il titolo nazionale e due tappe al Tour (qui la seconda a Libourne)
Per Mohoric quest’anno quattro vittorie, tra cui il titolo nazionale e due tappe al Tour (qui la seconda a Libourne)

Promozione e prestazioni 

La categoria più interessata è quella degli juniores, la prima internazionale, ma si vuol passare anche attraverso le piccole squadre locali, magari creandone di nuove.

«Con la federazione slovena e alcuni club – spiega Matej – cercheremo i ragazzi e le ragazze che vogliono fare ciclismo, ma che poi nella realtà non possono farlo o permetterselo. Forniremo l’attrezzatura, promuoveremo la bicicletta come uno stile di vita sano e ricreativo. Cercheremo di avvicinare questo sport alle comunità locali e di informare bambini e ragazzi che il ciclismo può essere uno stile di vita salutare».

Gli obiettivi principali della Fondazione Mohoric sono due: fare promozione, specialmente nei confronti dei più piccoli, e aiutare coloro che sono invece già in odore di nazionale a crescere correttamente.

«Un obiettivo è quello di organizzare più gare. Magari anche eventi piccoli per i bambini in collaborazione con i club locali. Questo è importante soprattutto per i più giovani, per le categorie fino all’età di 17 anni. E per i più grandi aiutarli a crescere correttamente. Negli ultimi due anni, c’è stata una tendenza a essere sempre meno “easy”, noi vorremmo invertire questa tendenza. Riportare i vecchi valori del ciclismo».

A Leuven il piccolo Paese europeo, in virtù del suo ranking Uci, ha schierato otto atleti come le migliori nazionali
A Leuven il piccolo Paese europeo, in virtù del suo ranking Uci, ha schierato otto atleti come le migliori nazionali

Evoluzione slovena

Un progetto corale dunque, a lungo termine. Qualche aiuto già era stato dato alla squadra di Ljubljana e lo stesso Mohoric sosteneva la piccola società nella quale era sbocciato. Ed evidentemente i lavori procedevano bene, visto che da un bacino così ristretto sono emersi corridori del calibro dello stesso Matej, ma anche di Pogacar, Roglic, senza dimenticare Tratnik o Polanc… Insomma, non male per uno Stato nato nel 1991 e che conta 2,1 milioni di abitanti (la Lombardia, la Regione più popolosa d’Italia, da sola ne conta quasi 10, per dare un’idea….).

Ma quanta differenza c’è fra il ciclismo giovanile sloveno di adesso e quello di Mohoric? «Penso – conclude Mohoric – che sia decisamente cambiato, ma più in generale è cambiata società. I club hanno più soldi ora, ma certo non sono ancora “benestanti”.

«Il movimento è più strutturato. Oggi devi lavorare in modo più specifico e più duro rispetto ai miei tempi. Io non lo farei, non molti di noi l’hanno fatto. Oggi invece è abbastanza normale, ci sono tanti pro’ che hanno 19 o 21 anni, per questo è importante aiutarli a crescere e riportare le nostre esperienze. La conoscenza degli allenamenti è più accessibile, tutti si allenano bene».

Giovani promesse, che fatica confermarsi

09.12.2021
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Il mondo dei professionisti corre veloce, in tutti i sensi. I corridori sono sempre più preparati e le squadre sono alla continua ricerca dei giovani talenti. Non sempre però i ragazzi sono pronti per il grande salto dal mondo under 23 a quello dei pro’. Ormai è diventato normale vedere ragazzi diventare professionisti alla fine del secondo anno da under.

Non è però semplice emergere e per uno che ci riesce sono molti i ragazzi che a causa del loro passaggio prematuro rischiano di perdersi. Potrebbe essere il caso di Daniel Savini, fino al 2021 della Bardiani-CSF-Faizanè. Con la squadra di Reverberi è passato professionista molto giovane, nel 2018, a 20 anni. Dopo quattro stagioni, il suo percorso con la Bardiani si è concluso, abbiamo voluto parlare con Leonardo Scarselli, suo diesse alla Maltinti, che non era favorevole al suo passaggio nei professionisti così presto.

Leonardo Scarselli, diesse della Maltinti è passato pro’ a 25 anni, per gli standard moderni sarebbe stato considerato “vecchio”
Leonardo Scarselli, diesse della Maltinti è passato pro’ a 25 anni
Come mai non ritenevi che Daniel fosse pronto per il mondo dei pro’?

Io avevo espresso la mia opinione basata su quel che vedevo. Daniel a livello di numeri espressi era uno dei migliori corridori in gruppo, era nell’orbita della nazionale e gli veniva tutto semplice. Ha avuto una carriera a livello giovanile agevole, grazie alle sue grandi doti è sempre riuscito a fare bene.

Quindi quali erano i tuoi dubbi?

Non lo ritenevo pronto a livello mentale. Nonostante i risultati non era concentrato sulla bici e su quel che è la vita da atleta. Commetteva dei piccoli errori che a livello dilettantistico non paghi, ma quando passi professionista certe cose sono date per scontate e non puoi sbagliarle.

Errori di gioventù, ma come avrebbe potuto evitarli?

Non li eviti, sono parte della maturazione atletica, mentale e psicologica del corridore. Quando correva con me ebbi un colloquio con Zanatta, diesse della Bardiani. Gli dissi che Daniel andava seguito da vicino per farlo rendere al massimo, ma nei professionisti non funziona così. In quella categoria sei un numero. Se vai forte bene, altrimenti ne prendono un altro…

Fondamenta poco solide

Accantoniamo la situazione di Daniel e parliamo del movimento dei giovani con Leonardo Scarselli. Il suo ruolo gli ha permesso di vedere tanti ragazzi e di capire come, negli ultimi anni, il movimento ciclistico si sia mosso per tutelarli, o meno.

Anche nella categoria juniores si guarda al risultato esasperando così la crescita dei corridori
Negli juniores si guarda al risultato esasperando così la crescita dei corridori

«Come ho detto prima: non è una questione atletica – dice Leonardo Scarselli – i ragazzi possono esprimere anche ottimi valori, ma senza la maturazione corretta non possono ritagliarsi il loro spazio nei professionisti. Il problema è che una volta emersa un’eccellenza, come Evenepoel, si va tutti alla loro ricerca ma se si usa questa parola ci sarà un motivo».

Cosa bisognerebbe fare per tutelare i corridori?

Intanto smetterla di cercare il prodigio, ma il problema è ben più radicato…

Ci spieghi.

Le squadre non tutelano più i ragazzi, già dalla categoria juniores si guarda al risultato. Negli altri Paesi, da dove escono i corridori giovani e pronti sia fisicamente che mentalmente non fanno così. Si fa una scuola di ciclismo, insegnano a guidare il mezzo, magari facendo la doppia disciplina. Impari a stare in gruppo, ad alimentarti, a leggere la corsa… e poi ti fanno sbagliare.

Ormai si pensa che a 22-23 anni un ragazzo sia “vecchio”.

Questa cosa mi fa ridere, un corridore a 23 anni non può essere considerato vecchio. Nelle corse c’è sempre stata la classifica per i giovani (ragazzi fino ai 25 anni, ndr), ci sarà un motivo. La categoria under 23 prevede 4 anni di militanza perché si è sempre pensato che sia il periodo giusto per crescere ed i motivi sono tanti.

Quali?

Come prima cosa puoi sbagliare, se accorci i tempi gli errori concessi diminuiscono. L’under 23 è la categoria dove si impara di più sulle dinamiche di corsa e allenamento. Come detto prima, da juniores se uno va forte ed è un… mascalzone la può fare franca, ma da under 23 i primi nodi vengono al pettine. Però se invece avere 4 anni per imparare ne hai 2, il discorso va in frantumi.

Daniel Savini ha corso una sola stagione alla Maltinti nel suo secondo anno da under 23, prima del passaggio in Bardiani
Daniel Savini ha corso una sola stagione alla Maltinti
E le squadre cosa devono fare?

I casi sono due: se si continua ad abbassare l’età media dei neoprofessionisti, allora bisogna che le squadre si facciano carico della loro crescita. Li devi seguire da vicino, stare con il fiato sul collo e così li aiuti. Non si inventa nulla di nuovo, è quello che abbiamo sempre fatto noi diesse negli under 23.

Il secondo caso?

Si smette questa rincorsa folle al giovane prodigio e si lasciano in pace i ragazzi. Anche se il mondo cambia e le continental sono sempre di più. Anche loro non aiutano molto…

In che senso?

Non sono contrario alle continental, ma sono state create con le motivazioni sbagliate. Vogliono accaparrarsi i migliori corridori under 23 con la promessa di correre gare con i pro’. Ma le corse a cui vengono invitate sono limitate e poi va a finire che ce le ritroviamo a correre nelle gare regionali o nazionali con noi. In questo modo vincono sempre loro e le squadre under 23 spariranno.

Se vincono sempre loro…

Esatto, cosa spinge uno sponsor a fare una squadra di under 23 se poi alla fine vincono sempre le stesse?

Allora che bisogna fare?

Le continental fanno il loro lavoro, ma allora si crei un calendario adatto alle possibilità che hanno, con gare internazionali. Così si tutela il movimento ciclistico in tutte le fasce.

In trasferta con la Michele Bartoli Academy. Il diario di viaggio

28.11.2021
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Un team o una famiglia? Una domanda che magari al termine di questo articolo si può porre anche il lettore. La Michele Bartoli Academy ci apre le porte, a partire da quelle del suo furgone, per una trasferta con loro. Dal sabato alla domenica, con il team toscano siamo andati alla tappa del Giro d’Italia Ciclocross in Puglia.

Un bel viaggio da Pisa a Mattinata (Foggia). Un viaggio in cui la parola annoiarsi non è esistita. E allora come in un diario proviamo a raccontarvi questa due giorni.

Tra smartphone e libri

Sette ragazzi in tutto. Cinque allievi, un under 23 e una ragazza junior, questa l’armata toscana. Il viaggio d’andata scorre tra ricordi, aneddoti, ma anche libri.

Filippo Cecchi, infatti, l’U23, è iscritto ad ingegneria e come il cross non può prenderla sottogamba. Uno degli aneddoti più divertenti riguarda il suo inizio.

Prime girate con la bici da cross a ruota di Mauro Bartoli. Mauro gli insegna i trucchi del mestiere. Gli dice quando e come frenare, anche per staccare gli avversari. Filippo esegue alla lettera e quando Mauro lo fa passare per vedere cosa appreso, ecco che gli rende pan per focaccia. Una frenata improvvisa e l’allievo butta in terra il maestro! 

E poi c’è l’immancabile smartphone. Ormai protuberanza del nostro braccio. E così si cerca di capire com’è il percorso di Mattinata e quel che succede a Vittorio Veneto, altra gara del weekend.

Ora di cena: a tavola cellulari sul tavolo, gran bella decisione
Ora di cena: a tavola cellulari sul tavolo, gran bella decisione

Telefoni sul tavolo

Arrivati a Mattinata si prende “possesso del territorio”. Un paio di giri per trovare la giusta confidenza col circuito e dopo aver montato lo stand si fila in hotel.

A cena ecco una bella regola messa in atto: tutti i telefoni a centro tavola dalla parte in cui sono seduti gli accompagnatori. Si parla, come una volta…

A tenerli sotto controllo c’è Roberto Cecchi, colonna di questo team, assieme a Walter Baesso e Manuela Landi, che conoscono i ragazzi da sempre. Erano i loro diesse in altri team quando erano davvero dei bimbi.

Proprio Roberto, papà di Filippo, aveva rimproverato i suoi per l’acquisto di una bevanda zuccherata all’autogrill, però a cena non lesina piatti di pasta e patate. Soprattutto a Giulio Pavi Deglinnocenti, ragazzi famelico!

«La scorsa settimana si è mangiato persino l’osso della mia bistecca», racconta Cecchi. E intanto Giulio spazzola i piatti dei suoi compagni.

Due ritardatari 

La mattina del via si lascia l’hotel a scaglioni, a seconda delle partenze. La prima è Letizia Barra. Un po’ di tensione, qualche minuto sui rulli e l’elbana fa la sua gara.

Poi è la volta di Filippo. Cecchi è sfortunatissimo. Prima fora e poi rompe una scarpa. Ma non molla. Fa parte del gioco. E alla fine sorride lo stesso.

Due del gruppo allievi fanno tardi. Sono rimasti a giocare con il telefono in stanza. Mauro e Roberto non la prendono bene e li rimproverano. Essere coach dei ragazzi significa anche questo. Si è dei maestri. E certe trasferte, certe esperienze, servono anche a questo: a crescere. E’ una scuola. Segno che essere corridore, qualora un giorno lo diventassero, non è solo salire in bici. E certe carenze logistiche a volte le notiamo anche in corridori ben più grandi ed affermati.

I due “colpevoli” (di cui non facciamo il nome!) almeno sembrano avere la coda tra le gambe… Forse questa lezione l’hanno imparata.

Mauro show

La Michele Bartoli Academy è una squadra di giovani come detto. Una scuola, un’accademia come dice la parola stessa. I ragazzi sono presi in prestito da altri team proprio per la stagione del cross, che è la disciplina più amata da molti di loro. E da Mauro forse ancora di più.

Quando scattano i suoi “bimbi” scatta anche lui. Si sentono le sue urla dalla parte opposta del tracciato. Urla d’incitamento. Di chi la vive con passione. Un qualcosa ci dice che faceva così anche papà Graziano.

I ragazzi lo ascoltano. E’ grinta. Sono consigli. Mauro salta da una fettuccia all’altra come un siepista kenyano! E alla fine c’è una pacca sulla spalla per tutti.

«E delle cose che non sono andate bene – dice Roberto Cecchi – se ne parla al momento giusto. Non subito. Uno dei nostri è tornato al box in lacrime. Gli ho detto di cambiarsi, di stare tranquillo e che ne avremmo parlato… poi».

Giustamente certi discorsi vanno fatti nel momento giusto. Far vedere gli errori, riavvolgere il nastro, analizzare senza creare confusione.

Per esempio, i ragazzi dovevano cambiare bici, troppo infangata, ma non lo hanno fatto.

«A quell’età – dice Filippo, quasi un coach aggiunto – anche io non la cambiavo. Fermarsi significava solo perdere posizioni. Ma serve tempo per capire certe cose ed è giusto che facciano certi sbagli».

Si torna a casa

E’ domenica pomeriggio. Le gare sono ormai “andate” e bisogna “rimpacchettare” tutto. Il viaggio che attende la Michele Bartoli Academy è lungo. 

Ma come un esercito ben organizzato che sa togliere le tende, in poco più di mezz’ora tutto è sui furgoni.

Il viaggio di ritorno porta con sé i bilanci e i resoconti della gara. «Avrei potuto fare di più se…». «Quel passaggio era così». «Hai visto quello come andava».

Ma c’è anche il tempo di guardare la Coppa del mondo di ciclocross e magari di pensare già alla prossima gara… Si controllano le classifiche di questa e quella corsa. Si pensa alle tabelle da fare in settimana. Insomma: si è già in “modalità lunedì”.

Baby campioni, occhi puntati sulla biker Mitterwallner

19.10.2021
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Se si va a guardare la tabella dei risultati di Mona Mitterwallner si fa fatica a trovare nella casella della posizione un numero diverso da 1. La giovane austriaca della Trek-Vaude, ha vinto praticamente tutte le gare a cui ha partecipato, tranne cinque. Ma solo una volta non è salita sul podio. E’ avvenuto in una gara, tra l’altro abbastanza piccola e di casa, in cui ha concluso al quarto posto (peggior risultato dell’anno).

L’austriaca ha vinto: coppa del mondo, campionato europeo, campionato del mondo e campionato del mondo Marathon. Per trovare un qualcosa di simile bisogna andare a scomodare vere regine della Mtb, Pauline Ferrand-Prevot e Jolanda Neff. Solo che loro hanno fatto tutto ciò ad un’età ben più matura. Non a 19 anni!

Mona Mitterwallner nei recenti mondiali in Val di Sole, da lei vinti chiaramente…
Mona Mitterwallner nei recenti mondiali in Val di Sole, da lei vinti chiaramente…

Sorpresa agli europei

Alla luce di questi eccellenti risultati la federciclo austriaca ha deciso di schierare agli europei di Trentino 2021 due biker, Laura Stigger e appunto lei. Entrambe due biker e entrambe nella gara U23, vinta dalla nostra Silvia Zanardi. Mona, al primo anno nella categoria e alla prima vera esperienza internazionale su strada ha colto un 11° posto. Al che sono scattate le sirene “dell’asfalto”. 

Su questo vero talento tirolese sono arrivate delle proposte. A muoversi per prima, sembra, sia stata proprio Trek, che ha il team WorldTour femminile con la Trek-Segafredo appunto. E da lì si sono mossi anche i procuratori Carera. Al momento però non c’è nulla di fatto, almeno così sembra. Anche perché a bloccare il tutto pare sia stata la Mitterwallner stessa.

Mona infatti è una “biker inside” e per il momento alla strada non ci pensa. Anche se qualcosa deve essere successo immediatamente a quella gara. E qualche proposta che l’ha fatta vacillare le è arrivata per davvero.

«Ho concluso all’11° posto la mia seconda gara su strada – aveva scritto sulla sua pagina Instagram qualche giorno dopo l’europeo – ma non devo essere arrabbiata. Ho dei conti in sospeso nella testa. Penso che prendere decisioni sia un aspetto della vita che può davvero preoccuparti e ho la sensazione di doverne prendere di grandi al momento. Per me la priorità numero uno sarà sempre il ciclismo, ma questo non svanisce i miei pensieri sulle scelte che devo fare». Insomma un indizio non da poco.

Mona agli Europei di Trento su strada
Mona agli Europei di Trento su strada

Nel guscio…

Voci provenienti dal circus della Mtb dicono che la 19enne di Silz, paesino a 40 chilometri ad Ovest di Innsbruck, lungo il fiume Inn, abbia rifiutato persino il passaggio alla Trek-Factory di Mtb, vale a dire il team controllato dalla casa madre. E sì perché il Trek-Vaude, come il nostro Team Trek-Pirelli per capirci, fa riferimento al distributore nazionale, in questo caso a Trek Germania. Trek è “solo” lo sponsor tecnico.

La squadra è gestita da Bernd Reutemann, team manager tedesco 51 enne. Un cuoco di formazione ma un imprenditore a tutto tondo di fatto. Un tipo istrionico come il suo “collega” della Bora-Hansgrohe, Ralph Denk.

«Ho messo su il team nel 2019 e l’ho ricreato in questo inverno – ha detto Reutemann in tempi non sospetti – Sembrava un momento folle visti i tempi, ma ho scelto gente giusta e motivata. Quello che ha fatto quest’anno Mona è un qualcosa d’incredibile».

Chi conosce Reutemann ci dice di una persona davvero buona con chi gli sta attorno, un “filantropo” ed è forse per questo che la Mitterlwallner non vuole uscire ancora dal guscio e restare in questo ambiente che la fa sentire protetta e che comunque le fornisce ogni tipologia di supporto. Per esempio il team non doveva andare in America per la chiusura della Coppa del mondo, ma un po’ per la pressione di Trek, e un po’ per farle fare l’en-plein hanno preso l’aereo per la gara Oltreoceano.

Mitterwallner nel mondiale Mx di Capoliveri. Alla sua ruota, l’esperta Wloszczowska, membro Cio come Federica Pellegrini (foto Egosport)
Mitterwallner nel mondiale Mx di Capoliveri. Alla sua ruota, l’esperta Wloszczowska, membro Cio come Federica Pellegrini (foto Egosport)

Pensando a Parigi

In realtà la motivazione principale che spinge la Mitterwallner a non compiere il grande salto si chiama Olimpiadi. L’austriaca ha dichiarato che tra i suoi sogni c’è quello di partecipare, ma probabilmente adesso anche di vincere, l’oro più prestigioso. 

Lei vorrebbe restare in Mtb fino a Parigi e poi eventualmente cambiare. In quel caso avrebbe appena 23 anni e tutto il tempo di fare molto anche su strada. Magari pensando a qualche apparizione in più nel corso di queste tre stagioni (ormai due di fatto) che ci separano dai prossimi Giochi.

Il fatto che squadre, sponsor e procuratori si siano attivati immediatamente per portare la ragazza su strada ci dice quanto sia importante nel ciclismo di oggi la corsa ai giovani. Bisogna arrivarci e arrivarci prima degli altri. Il talento non va sprecato. Questo non significa necessariamente che vada sfruttato o che sia visto come una “macchina da soldi” (forse un’espressione sin troppo forte), ma è un dato di fatto che la corsa ai baby fenomeni sia in pieno atto.

L’austriaca è fortissima in salita, ma è brava anche tecnicamente
L’austriaca è fortissima in salita, ma è brava anche tecnicamente

L’occhio dell’esperto

Tuttavia quando si parla di ragazzi così giovani, specie se donne, il rischio è molto elevato.

«Anche Jenny Risveds – ci dice Andrea Sabbadin giornalista di Pianeta Mountain Bike che segue da vicino gli atleti – aveva vinto tutte le gare di Coppa del Mondo U23 e aveva primeggiato in altre discipline. Idem la sua connazionale Laura Stigger (di due anni più grande, ndr), ma poi o si sono perse, come la svedese che dopo l’oro di Rio si è anche ritirata per un periodo. Oppure non hanno continuato a rendere nello stesso modo».

«Inoltre va considerata una cosa – continua Sabbadin – Oltre ad essere una “bambina” di età, la Mitterwallner è anche molto esile fisicamente. E’ magrissima, in questo caso ricorda moltissimo un’altra biker, Yana Belomoina. Anche lei ha vinto moltissimo in una stagione e poi si è arenata. Per dire che comunque serve anche un fisico che tenga alla lunga. Non è facile fare investimenti su atlete che sono sì fortissime, ma anche molto acerbe. Con le donne è più rischioso. In tante hanno vinto marathon e cross country e hanno fatto bene anche su strada, ma è un qualcosa che è avvenuto nel tempo, come per la Prevot. 

«Da quel che so io, Mona resta almeno un altro anno nel team attuale. Poi non so se passerà a quello Factory e da lì avrà rapporti anche con quello su strada».

La svolta verde della Ineos, a tu per tu con Cioni

30.09.2021
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Luke Plapp (australiano classe 2000), Magnus Sheffield (statunitense classe 2002) e Ben Tulett (inglese classe 2002), la Ineos-Grenadiers va verso la sua svolta verde. Questi tre giovani vanno ad aggiungersi agli altri due gioiellini Pidcock e Rodriguez, senza contare il “vecchietto” Bernal!

Qualche tempo fa Dario David Cioni, preparatore e diesse ormai storico del team inglese, ci aveva detto che avevano iniziato a fare certi “esperimenti” con Carlos Rodriguez. Adesso si fa un passo avanti.

Luke Plapp in allenamento già con la maglia Ineos (foto Instagram)
Luke Plapp in allenamento già con la maglia Ineos (foto Instagram)
Dario, una bella svolta verde…

Diciamo di sì. Si va avanti a cicli e probabilmente noi eravamo arrivati un po’ alla fine con Thomas e Froome. Il cambiamento a mio avviso è iniziato già un paio d’anni fa quando è andato via Chris. Bisognava rinnovare la squadra. Contestualmente abbiamo visto che le altre squadre iniziavano a raccogliere bei risultati anche con i giovani. Cosa che comunque abbiamo fatto anche noi. Guardate Ethan Hayter o lo stesso Filippo (Ganna, ndr).

Avete preso tre corridori di madrelingua inglese: scelta voluta o casuale?

Casuale, ma non del tutto. I legami con la parte inglese ci sono e vanno anche mantenuti. Ma per quel che riguarda Platt, per esempio, il suo ingaggio è stato una casualità. Insomma quest’anno non abbiamo preso spagnoli o sudamericani.

Chi gestirà questi ragazzi?

Lo stiamo decidendo in questo periodo. L’altro giorno sono andato al mondiale proprio per parlare della struttura 2022. Più o meno ci sarà un gruppo di persone che cureranno i ragazzi più giovani e dovrei farne parte anche io. In ogni caso non ci sarà un’esclusività da parte di questo o di quel tecnico.

Sarà quindi un’impegno della Ineos in generale…

Esatto. Anche perché alla fine abbiamo deciso di non fare una continental, ma di strutturare in modo diverso il nostro settore giovani. Ma questo non vuol dire che i due settori (quello dei “grandi”, ndr) saranno separati. 

Magnus Sheffield (19 anni) è anche un ottimo pistard
Magnus Sheffield (19 anni) è anche un ottimo pistard
C’era questa idea quindi?

Sì, ma come detto l’abbiamo scartata. Daremo uno sguardo alle altre continental e magari i giovani che ci interessano li seguiremo a distanza, un qualcosa che potremmo fare con delle squadre prestabilite.

Un gruppo giovani, dicevi, ma chiaramente i ragazzi non potranno fare delle gare U23 essendo una WorldTour…

Chiaro che no, ad eccezione di Avenir e mondiale, però si può portare avanti un lavoro insieme alle loro squadre. Per esempio avevamo già adocchiato Sheffield l’anno scorso, quando poi siamo sicuri gli proponiamo un contratto. 

E quali saranno queste squadre?

Anche questo lo stiamo definendo. In passato abbiamo una bella collaborazione con il Cycling Team Friuli. Gianni Moscon lo abbiamo preso dalla Zalf, ma già lo supportavamo, stessa cosa con Pidcock alla Trinity o Hayter per quel che riguarda le corse su strada.

Ma la Ineos ha il suo talent scout, “il Maxtin” della situazione?

No, siamo una serie di persone. In passato seguivamo questi aspetti io e Hellingworth, l’anno prossimo vedremo.

Ben Tulett è un talento inglese, che non poteva non far parte della corazzata di Brailsford
Ben Tulett è un talento inglese, che non poteva non far parte della corazzata di Brailsford
Parliamo un po’ di questi tre ragazzi della svolta verde. Partiamo da Plapp, secondo al mondiale a crono U23…

Ragazzo che già conoscevamo, soprattutto per le sue qualità mostrate in pista, tanto che ha fatto parte del quartetto olimpico con la sua Australia a Tokyo. Farà lo stagista con noi nelle prossime corse in Italia anche se non sarà al top, in quanto viene da una frattura. Nella crono iridata è andato bene perché su quella distanza con i rulli si è salvato bene.

Scheffield? Lui viene dalla Rally, una professional americana che in Europa vediamo col contagocce…

Lui lo avevamo adocchiato già per l’inizio del 2020, ma soprattutto a causa del Covid ha perso di fatto un anno molto importante, il secondo da juniores, restando “bloccato” negli Usa. Ha stabilito il record del mondo in pista sui 3 chilometri. Volevamo fargli un contratto, ma poi ha preferito la Rally. Non si è trovato bene, ha rescisso l’accordo e a quel punto ci siamo fatti avanti noi. Ci è sembrata la scelta più facile.

E poi c’è questo Tulett, lui seppur giovanissimo viene da una squadra importante, la Alpecin-Fenix e ha fatto nono al Giro di Polonia…

Sì, lui già ha mostrato qualcosa. Ha molto da imparare e grandissime potenzialità. Starà a noi fargliele esprimere al meglio.

Che fine ha fatto Fancellu? Ce lo dice Stefano Zanatta

09.09.2021
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Alessandro Fancellu, giovane corridore ventenne, del team Eolo Kometa sta attraversando un periodo non facile per la sua carriera. L’ultima volta che lo abbiamo visto in azione è stato ad aprile al Tour of the Alps, corsa a tappe che si corre principalmente in preparazione al Giro d’Italia. Appuntamento rosa che Alessandro era pronto a conquistarsi sulla strada, a colpi di pedale, poi però il momento buio e le poche certezze sulle sue condizioni fisiche, non gli hanno permesso di correrlo.

«Non so nemmeno io cosa mi sia successo – disse Alessandro – arrivavamo da un ritiro in Sierra Nevada di una ventina di giorni. Stavamo preparando il Tour of the Alps e gli appuntamenti successivi, quando negli ultimi giorni di allenamento ho iniziato ad accusare stanchezza e malessere generale».

Al Tour of the Alps la sua ultima corsa, poi il black out. Eccolo tra Bais e Fetter
Al Tour of the Alps la sua ultima corsa, poi il black out. Eccolo davanti a Fetter

Ne parliamo così con Stefano Zanatta, da quest’anno nello staff tecnico del team Eolo Kometa. Il diesse ha vissuto, insieme ad Ivan Basso, il momento no di Alessandro. E così lo abbiamo intervistato per capire quali possano essere state le cause che hanno portato il ragazzo comasco fino a questo punto di non ritorno.

La squadra come ha reagito alla situazione di Alessandro?

È stato prontamente seguito da tutta l’equipe medica. Ha a disposizione ben quattro persone dello staff che tutti i giorni lo sentono e lo monitorano. In più Ivan (Basso ndr) lo sente quotidianamente, chiama anche i genitori, non è scontato avere tutta questa disponibilità tecnica in un team così giovane. È un bel segnale, la squadra crede in lui, questo non si può negare, ai miei tempi non sarebbe stato così.

Tutti questi mesi senza risposta, come se il suo fosse un male invisibile…

Ha subito il passaggio nel professionismo, lui vorrebbe andare in bici e non far fatica. Il fatto è che gli è cambiato il mondo che lo circonda, ha corso solamente due anni da under 23 e questo dal mio punto di vista lo ha condizionato. 

Alla Settimana Coppi e Bartali ha colto alcuni piazzamenti interessanti
Alla Settimana Coppi e Bartali ha colto alcuni piazzamenti interessanti
Ma ora si passa professionisti molto presto, bisogna mettere in conto anche queste cose…

Vero, passare prima nei pro’ non ti dà un buono sconto per le esperienze non fatte tra gli under. Ora va così e ci si deve anche adattare ai cambiamenti. Correre tra i pro’ cambia tutto, ora affronti gente con anni di esperienza in questo mondo, devi aver voglia di fare più fatica ancora.

In che senso dici “gli è cambiato il mondo che lo circonda”?

Quando è passato professionista aveva i titoli dei giornali dedicati, articoli e proclami da ogni parte. Però poi la gente e soprattutto i giornali, vogliono i risultati e se non arrivano ti surclassano, lui è giovane, non è facile destreggiarsi tra queste cose.

Come mai così ha corso così poco tra gli under?

Era nel team Kometa, la formazione under 23, e dopo i suoi risultati è stato subito contattato da molte squadre. Allora la Eolo ha deciso di portarlo nella formazione pro’, per non perdere la risorsa, questo non ha giovato però alla sua maturazione, fisicamente non è ancora maturo per questo mondo. Deve mettersi in testa di ripartire dalle basi, gli è stato anche consigliato di staccare, fare una vacanza ma non ne ha voluto sapere.

«Continuo ad allenarmi –dice infatti Fancellu – ho fatto una decina di giorni senza bici tra aprile e maggio, ma il mio problema si presenta principalmente in corsa, quando mi alleno generalmente ho delle sensazioni migliori».

Fancellu, classe 2000, è uno scalatore. Da U23 faceva già parte del gruppo Eolo
Fancellu, classe 2000, è uno scalatore. Da U23 faceva già parte del gruppo Eolo
Dalle sue statistiche vediamo che si è ritirato spesso, tende a gettare la spugna?

È un dato da valutare, oltre al Tour of the Alps si è ritirato anche dalla Vuelta a Burgos la scorsa stagione e dal Campionato Italiano. Deve tornare a correre per il gusto di farlo e senza pensare al risultato, mettersi il numero sulla schiena e finire una gara, anche quello è un allenamento.

Sono quattro mesi che non corre, quasi cinque. Ne parlate di un possibile ritorno in gara?

Sì, gli abbiamo tranquillamente detto che quando si sente pronto noi lo possiamo mandare a gareggiare. Non è un problema il correre meno, abbiamo qualche corridore giovane che ha disputato poche gare, ma fa parte della crescita.

È possibile che si sia nascosto dietro a queste sensazioni e si sia disabituato alla fatica?

Questo è un rischio che corriamo, però fa capire quanto si creda in lui. Dice che ha mal di gambe, un corridore ha mal di gambe da gennaio a ottobre, per questo dico che deve riabituarsi a correre ed andare in bici, senza strafare. 

E dal punto di vista medico?

Abbiamo ancora un ultimo esame a cui sottoporlo. E non è neanche facile da fare, perché non tutti gli ospedali lo eseguono, a testimonianza della fiducia della pazienza nei suoi confronti. Alla fine di tutto verrà stilato un rapporto, se non risulteranno anomalie mediche la squadra lo aspetterà nel ritiro invernale, dopo una bella vacanza e da lì inizierà la nuova stagione.

Viaggio tra i giovani. Il punto con Tacchino, “tecnico dei tecnici”

07.09.2021
7 min
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Ancora non si ferma l’onda lunga del Lunigiana, ma più in generale dell’effetto giovani. Abbiamo visto ritmi pazzeschi, numeri da pro’, comportamenti da campioni navigati, ma al tempo stesso grosse lacune (vedi i famosi fondamentali). Come da nostra abitudine cerchiamo di saperne di più e lo facciamo con Fabrizio Tacchino.

Fabrizio ha una lunghissima esperienza nel campo della preparazione e della formazione rivolta anche ai tecnici. Dopo le sue esperienze in bici, le qualifiche come diesse e la laurea in scienze motorie l’aspetto pedagogico è in primo piano per lui.

Fabrizio Tacchino durante uno dei suoi corsi di formazione
Fabrizio Tacchino durante uno dei suoi corsi di formazione

Partiamo dai rapporti

In questo Lunigiana abbiamo assistito a performance importanti con ben dieci ragazzi che hanno siglato tempi migliori di Pogacar sulla salita di Fosdinovo. Si è sentito parlare di rapporti spinti in allenamento che vanno ben oltre il 52×14 del regolamento imposto in gara per la categoria. Cosa succede quindi?

«Io – spiega Tacchino – non sono così orientato nel dire che i ragazzi facciano dei carichi eccessivi. Piuttosto mi chiederei che tipo di gare fanno? Cosa richiedono le loro competizioni? Quella dei rapporti è una regola degli anni ’60 fatta per tutelare i ragazzi perché se c’era qualcuno che era meno sviluppato di un altro non sarebbe riuscito a tirare i rapporti più duri. Ed era giusta. Ma i tempi cambiano. E andiamo ad analizzare cosa dice l’Uci. In pista e in Mtb per esempio non ci sono limiti di rapporti e oggi uno juniores che in certe gare, vedi il quartetto, non spinge il 56 non risponde al modello di prestazione di quella specialità. Sono stati recentemente abbattuti diversi record del mondo, ma questo è successo non perché si allenino di più o vadano più forte, ma perché girano rapporti che consentono di fare velocità più alte.

«Detto questo, ha senso allenarsi con rapporti più duri, purché sia fatto in modo progressivo e in base a ciò che richiedono le gare. Quindi ben venga ancora il limite del 52×14 in gara altrimenti ci sarebbe una netta svolta verso la forza nella preparazione».

Alcuni juniores sono meno sviluppati di altri e per loro il rischio di restare dietro è altissimo (foto Valerio Bianco)
Alcuni juniores sono meno sviluppati di altri e per loro il rischio di restare dietro è altissimo (foto Valerio Bianco)

Cambio generazionale netto

Che si sta assistendo ad un cambio generazionale lo abbiamo detto più volte, ma che tale cambio sia così repentino e così marcato fa riflettere. Perché? Da cosa dipende?

«E’ migliorata la tipologia degli allenamenti – dice Tacchino – si spinge un dente più duro sulle salite e si fanno tempi impensabili fino a pochi anni fa. E questo per me dipende anche dalla multidisciplinarietà che li stimola molto. In pista vince chi ha la capacità di spingere un dente in più. Ma questo non vuol dire che i ragazzi siano sfruttati oltre le loro possibilità e che si facciano dei danni. Se le cose sono fatte bene, in modo progressivo, non ci sono controindicazioni».

Il dubbio però resta. Siamo sicuri che non si vada oltre? Cosa chiedono i diesse nei corsi di aggiornamento? Alla fine si rischia che, volenti o nolenti, ci sia questa sorta di “fame di successo”.

«Nei corsi spieghiamo il modello prestazionale richiesto dalla gara di quella categoria: quanto dura, la tipologia di sforzo che sono chiamati a fare i ragazzi, la capacità lattacida richiesta… e su questo modello si costruisce la preparazione. Poi c’è chi recepisce e chi no… Ma ci sono delle tappe da rispettare. Ci sono dei ragazzi più propensi e altri meno, nel senso che hanno sviluppato meno. 

«Però non bisogna neanche esagerare nel senso opposto, in quello pedagogico. Non è vero che non bisogna fare dei lavori di forza o senza pesi. Come ripeto, l’importante è farlo con i tempi giusti. Partire dai carichi naturali e poi impostare dei lavori con i bilancieri. Per questo diciamo sempre ai diesse di affidarsi a persone esperte e affidabili. Di fatto noi mettiamo a disposizione delle squadre le metodologie sviluppate con le nazionali e i diesse le devono adeguare ai propri atleti».

Ritmi elevatissimi al Lunigiana. Tenere le ruote in salita non era facile. E lì c’erano i migliori…
Ritmi elevatissimi al Lunigiana. Tenere le ruote in salita non era facile. E lì c’erano i migliori…

Evoluzione delle metodologie

«Da noi il ciclismo – continua Tacchino – è un po’ esasperato. Abbiamo una tradizione ciclistica di lungo corso. Oggi si fanno troppe discipline. Da juniores non puoi più fare troppo: il tempo richiesto per allenarti è grande. C’è una ricerca importante del mio collega Paolo Menaspà, ex Centro Mapei Sport, che mette in evidenza come il livello tra gli juniores sia così elevato che le qualità che esprime un atleta in quella categoria se le porta poi dietro per il resto della carriera. In pratica chi è uno scalatore da juniores molto probabilmente lo sarà anche da under 23 e da professionista. E sta a noi tecnici individuare queste caratteristiche. 

«Ci sono dieci ragazzini che vanno più forte di Pogacar? E’ l’evoluzione della preparazione e una maggiore consapevolezza nei metodi di lavoro. Il che può essere letto in due modi: l’esasperazione o una maturazione tranquilla. Nel primo caso succede che molti abbandonano in modo precoce perché gli tirano fuori tutto. Oggi a 20-21 anni sei vecchio se non passi e le squadre dei pro’ preferiscono prendere un atleta meno maturo e investire su di lui. Senza contare che dietro c’è anche la spinta dei procuratori. Nel secondo caso, invece, c’è chi vive il ciclismo in modo più divertente, più ludico, ma di contro rischia di non arrivare e di non essere preso in considerazione».

Spesso per i ragazzi non è facile sopportare certi livelli di stress
Spesso per i ragazzi non è facile sopportare certi livelli di stress

Il mercato dei giovani

E qui si apre un capitolo molto importante: il mercato dei giovani, il ruolo dei procuratori, la carenza di squadre… il che inevitabilmente porta ad alzare l’asticella. E’ la legge della domanda e dell’offerta. 

«Oggi – riprende Tacchino – se non vai forte da allievo rischi di non trovare squadra da juniores. Da juniores di non trovarla tra gli U23 e così via.. perché ci sono pochi posti in base alle squadre rimaste. Non è più come una volta. In Mtb vediamo dei campionati nazionali con 200 partenti tra gli juniores e 50 tra gli under 23: perché non ci sono squadre in grado di supportare un’attività nazionale.

«Di conseguenza con meno posti si cerca di fare di più. E uno juniores che va forte è già sul taccuino dei procuratori. Al tempo stesso ci sono metodologie migliori di allenamento che bene o male fanno rendere di più. Ma poi si ripercuotono non tanto sul fisico quanto sull’aspetto mentale. Oggi un ragazzo di 19 anni deve essere pronto a fare la vita da pro’. Se deve andare ad una corsa deve prendere un treno, spostarsi da solo… A 25 anni è più maturo, prende la macchina e va: è tutto più facile per lui. In questo contesto è importante anche l’ambiente familiare».

L’effetto Evenepoel è stata una vera rivoluzione, una scossa nel mondo giovanile e juniores in particolare
L’effetto Evenepoel è stata una vera rivoluzione, una scossa nel mondo giovanile e juniores in particolare

Quei fondamentali perduti

Diceva Gianluca Geremia del fatto che oggi i ragazzi vanno forte, ma mancano di fondamentali. Non sanno fare un treno o prendere il rifornimento quando si va più veloce. Nei corsi di formazione o comunque in seno a queste categorie giovanili si curano ancora questi aspetti?

«Faccio un esempio – conclude Tacchino – io sono di Ovada. Ai miei tempi come in ogni altra cittadina c’era una squadra che aveva come minimo 10-15 tesserati, di tutte le età. Una volta non cerano gli Under 23 e magari un dilettante aveva quasi 40 anni. Ebbene questi corridori più vecchi nelle uscite di squadra facevano scuola ai più giovani. Certe dinamiche di gruppo erano apprese in modo naturale. Oggi col fatto che ci sono poche squadre e che magari un tesserato abita a 100 chilometri dall’altro è difficile fare questi allenamenti collegiali. Di contro, non si possono valutare solo i watt. Sento tanti amatori che vincono le granfondo dire: coi miei watt potrei fare il professionista. Non è così. Lì sei in un contesto in cui sei il più forte e vai. Qui invece hai anche un confronto tecnico che ti toglie energie. Mi riferisco allo stare in gruppo, al nervosismo, a prendere una salita dopo aver speso molto di più.

«Piuttosto c’è il rischio che la nuova generazione di diesse non abbia esperienza ciclistica sul campo, ma solo dall’ammiraglia. Finché può il diesse dovrebbe andare in bici coi propri ragazzi. Tra gli U23 certe cose si danno per assodato, tra gli junior qualcosa devi ancora imparare, da esordiente e allievo ci devi lavorare. Noi lo diciamo nei corsi, ma non è facile. Sarebbe bello fare dei corsi pratici perché un conto è spiegare a parole un ventaglio e un conto è farlo su strada. Ma ci sono anche delle esigenze sulla sicurezza che vanno prese in considerazione quando si fa un corso».

Oltre 800 giovani ciclisti. Il racconto del 25° Gp Fabbi Imola

10.08.2021
6 min
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Colori, aria di gioventù e passione per il ciclismo in una cornice che della velocità ha fatto il suo biglietto da visita, l’autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola. E’ questa l’atmosfera che ha accompagnato il 25° Gran Premio Fabbi Imola organizzato dalla Ciclistica Santerno nei due giorni di gara, sabato 31 e domenica 1 agosto. “Gran premio” non a caso vista la location della corsa: 800 giovani tra i 6 e i 16 anni, rappresentanti 89 squadre provenienti da 12 regioni d’Italia e suddivisi in 3 categorie: Giovanissimi, Esordienti e Allievi. 

La manifestazione si è svolta in un vero e proprio palcoscenico, l’Autodromo Enzo e Dino Ferrari famoso per Formula 1 e per le moto, storicamente prestato alle due ruote muscolari in più occasioni. In questa pista hanno trionfato Vittorio Adorni ai Campionati del Mondo nel 1968, Filippo Pozzato nel 2009 nella Settimana Tricolore. E poi l’arrivo di tappe del Giro d’Italia, di cui alcune in anni recenti con vittorie del russo Zakarin (2015) e dell’irlandese Bennett (2018). Per ultimi in ordine temporale: Anna Van der Breggen e Julian Alaphilippe, che qui poco meno di un anno fa hanno vinto la maglia iridata. Un’ambiente che ha accolto l’élite mondiale del ciclismo e in questi due giorni ha fatto da campo scuola per i giovani italiani.

Le voci dei giovani

La pit lane è costellata di ammiraglie, pulmini e gazebo delle società che danno vita a un contesto fatto di entusiasmo e aspirazioni ma soprattutto volto al divertimento. E’ proprio sentendo le voci dei ragazzi che si percepisce la spensieratezza e la voglia di praticare questo sport. Sorge spontaneo fermare qualche ragazzo per chiedere come vivono questa giornata di sport. Il primo a risponderci con voce emozionata è il piccolo esordiente Francesco:

Da quanto pratichi ciclismo?

Da 6 anni, la passione me l’ha trasmessa mio padre che va in bici da sempre.

Segui il ciclismo dei professionisti?

Si, il mio idolo è Wout Van Aert per come corre, sempre all’attacco.

Quello di Wout è un nome che risalta in quasi tutte le risposte che i ragazzi danno alla domanda: chi è il tuo idolo? E questo fa ben sperare perché è sintomo di un ciclismo in continua evoluzione proprio perché ai giovanissimi di oggi piacciono i “corridori moderni”, cresciuti all’insegna della multidisciplinarietà. Continuiamo a camminare, tra paddock e rettilineo d’arrivo, respirando quella tensione che per Giovanissimi ed Esordienti sembra davvero odore di scuola: si sale in sella per migliorarsi, per crescere, con costanza e impegno per giungere al risultato. Se non sarà una vittoria in bicicletta, il metodo sarà quello giusto per altri successi nella vita.

Ciao tu ti chiami? 

Elisa.

Perché hai iniziato ciclismo? 

Per la passione che abbiamo per questo sport in famiglia.

Hai aspirazioni, sogni?

Non in modo particolare.

Partecipare al Giro d’Italia non ti piacerebbe?

Mah, se capita. (ride)

Non tutti hanno un idolo, un “corridore moderno” di riferimento. Per alcuni la bicicletta è solo libertà, voglia di pedalare, stare con i compagni e con gli avversari. La bicicletta è bellezza. Anche questo fa ben sperare.

Diesse per passione

L’ambiente del ciclismo vive e respira di passione, quello giovanile più che mai. La parola d’ordine per queste categorie è spesso volontariato. I primi che mettono a disposizione il proprio tempo sono proprio i direttori sportivi, come Luca che abbiamo disturbato mentre gonfiava le bici e riempiva le borracce.

Da quanto fai il direttore sportivo?

Sono 5 anni, ho corso 10 anni e quando ho smesso ho iniziato subito ad allenare. 

Cosa ti spinge a farlo? 

L’amore per questo sport e vedere la passione negli occhi dei ragazzi. 

Oltre ai volontari della corsia box ci sono anche quelli dietro le quinte, della società Ciclistica Santerno Fabbi Imola, più di 100 nei due giorni, presenti su tutto il percorso per dare ogni tipo di assistenza e fare funzionare la macchina organizzativa. Tra loro ci sono tanti ex ciclisti della società imolese, ma non solo: ci sono i genitori dei tesserati, amici e colleghi coinvolti nel corso della settimana, ci sono cicloturisti di altre società sportive imolesi. «Ogni anno raddoppiamo lo stipendio», ha sempre detto sorridendo il presidente onorario e fondatore, Ilario Rossi. Un modo tutto romagnolo di scherzare: «Qui sono tutti volontari e il doppio di zero… è sempre zero!».

Un piccolo ciclista, di fronte alla grandezza degli spalti con un po’ di pubblico per il Gp Fabbi (foto Fulgenzi)
Un piccolo ciclista, di fronte alla grandezza degli spalti con un po’ di pubblico per il Gp Fabbi (foto Fulgenzi)

Parola all’organizzatore

Alla guida della società giallo-verde c’è Luca Martelli, che ha raccolto il testimone del fondatore Ilario Rossi, che a metà degli anni Novanta aveva avuto l’intuizione di portare il ciclismo giovanile all’interno dell’autodromo e che oggi è ancora in prima fila tra i volontari al lavoro. Segno di un ricambio generazionale che non è mai così facile attuare, ma che da queste parti è riuscito. 

Luca che cosa vuol dire per te il Gp Fabbi?

Innanzitutto il bello di fare una manifestazione in un impianto importante, famoso e tecnicamente impegnativo per i ragazzi. Ma cosa più rilevante, è sicuro, senza macchine e con strade larghe 12 metri. Credo ci sia un misto di emozioni per chi viene qua, sia per gli atleti che per gli allenatori. Provare questo circuito che hai visto in televisione per le macchine e le moto o più recentemente con i mondiali di ciclismo su strada 2020. 

Cosa vi motiva a organizzare tutto?

Noi eravamo tutti corridori e cerchiamo di trasmettere quello che hanno trasmesso a noi quando abbiamo corso qui, grazie all’idea di Ilario Rossi e al lavoro di tutti i suoi collaboratori. Siamo al 25° anniversario della competizione ed è bello vedere che come noi altri autodromi abbiano iniziato ad ospitare il ciclismo giovanile.

Come si vede se un ragazzo è un campione? Ce lo dice Toni

23.06.2021
5 min
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“Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”, cantava De Gregori. E forse questo vale anche per un ciclista, ma per il nostro mondo contano, e tanto, anche i numeri. E Pino Toni, che di numeri se ne intende, ne ha visti passare di corridori: qualcuno era meno forte, qualcun altro è diventato un campione. Ma cosa distingue i primi dai secondi?

Per capirci: quando Damiano Caruso (in azzurro nella foto di apertura) andò dalla Sicilia alla Toscana, Giuseppe Di Fresco, il suo diesse poi della Mastromarco, lo portò da Toni. Fecero il test e il coach disse che c’era margine per farne un corridore. Quando Riche Porte andò dalla Tasmania alla Toscana, sempre Di Fresco lo portò da Toni. Fecero il solito test e l’esito fu lo stesso. E così via con tanti altri.

Valerio Conti, nel 2014 al primo anno da pro’ vesti la maglia bianca alla Vuelta
Valerio Conti, nel 2014 al primo anno da pro’ vesti la maglia bianca alla Vuelta

Da Caruso a Verre

«La lista è lunga e l’ultimo è Alessandro Verre – dice Toni – lo seguo io, poi però mi confronto con Valoti e Fusi. Non seguo la sua parte “amministrativa” ma qualche consiglio sulle squadre dove andare glielo dò. Immagino che presto possa passare pro’ dopo un Giro U23 come quello che ha fatto. L’ho preso l’anno scorso, alla ripresa post lockdown. Non si trovava molto bene con il suo precedente preparatore e abbiamo iniziato a lavorare insieme.

«Come vedo i campioni mi chiedevate… Bè, i numeri dei test contano molto, ma posso dire che ormai li sento. Sì, sento il rumore del cicloergometro. Ho la fortuna di utilizzare da oltre 20 anni i macchinari migliori, Srm, di svolgere lo stesso test e dal rumore che fanno mentre sono sul cicloergometro già capisco molto. Poi valuto anche la passione del ragazzo, il suo impegno…

«Il povero Antonio Fradusco (il tecnico romano scomparso il 31 maggio 2020, ndr) mi portò Valerio Conti quando era un allievo di primo anno e si capì subito che poteva fare bene, anche se era un ragazzino. Fece lo stesso con Antonio Tiberi, ancor prima che passasse alla Franco Ballerini. Anche se caratterialmente sono diversi, si vedeva che avevano qualcosa di buono. Si vedeva dal colpo di pedale».

Giulio Ciccone, ritiro Trek (foto Oliver Grenaa, Jojo Harper)
Il test incrementale è uno dei più duri in laboratorio (foto Grenaa, Harper)
Giulio Ciccone, ritiro Trek (foto Oliver Grenaa, Jojo Harper)
Il test incrementale è uno dei più duri in laboratorio (foto Grenaa, Harper)

Incrementale spietato

Il test di cui parla Toni è il classico incrementale: tutti partono da uno stesso wattaggio (molto basso) e per tutti ogni minuto l’incremento della resistenza (wattaggio) è lo stesso. Chi più dura è più forte.

«Poi chiaramente ci sono anche altri test, più evoluti che si basano sul consumo energetico e la produzione di lattato, ma quello incrementale resta alla base. Vedo i loro sguardi e i loro comportamenti, il modo in cui soffrono… Anche se questi sono aspetti che possono cambiare tra corridore e corridore e anche nel tempo. Parlando degli ultimi, per esempio, Ponomar è decisamente diverso da Tiberi. Andrii è molto più emancipato, più indipendente, Antonio è più timido, ma entrambi vanno forte.

«Una cosa però non cambia ed è la tecnica. Se ti arriva uno junior e devi lavorarci sulla tecnica, non è un buon segno. A quell’età è difficile».

Anche Martin Svrcek, in forza alla Franco Ballerini, è fra i talenti assoluti di Toni
Anche Martin Svrcek, in forza alla Franco Ballerini, è fra i talenti assoluti di Toni

Tecnica già acquisita

Ma cosa si intende per tecnica? Il coach toscano parla proprio di pedalata, di scioltezza sulla bici, di come si muove l’atleta quando è in sella, di fluidità.

«E poi riconosco subito chi è più “sgamato”. Lo vedo già da come si sistemano sul cicloergometro. Quelli meno esperti riproducono le misure della bici, quelli più scaltri riportano misure più corte, come in salita quando prendi il manubrio nella parte alta. Questo è un atteggiamento tipico di chi già sa. Sa che in quel modo la prestazione sul cicloergometro migliora. Ha angoli più aperti: respira meglio e soprattutto chiude meno l’arteria femorale che consente il passaggio di sangue alle gambe».

Pino Toni con i biker della Dmt Racing Team (Ferreira al centro con le mani sul viso)
Pino Toni con i biker della Dmt Racing Team (Ferreira al centro con le mani sul viso)

Il buongiorno si vede dal mattino

«Chi non andava nei test e poi è diventato forte… – ci pensa un po’ Toni – no, non ce sono. Semmai il contrario. C’è chi andava forte e poi si è perso. Uno che mi colpì fu Edward Beltran, arrivò secondo nel Giro Bio vinto da Betancur. Fece un test eccezionale. Doveva passare con la Ceramica Flaminia ma poi la squadra saltò, prese peso, si perse… Su di lui ci avrei scommesso».

Eppure tra i campioni che segue Toni, a suo dire, il numero uno non è uno stradista ma è un biker portoghese che corre in una squadra italiana (Dmt Racing Team): Tiago Ferreira, già campione del mondo ed europeo marathon.

«Tiago – dice il preparatore toscano – l’ho conosciuto che aveva già 29 anni, ma si presentò da me con valori di tutto rispetto, facendo meglio del miglior Tony Martin. Lui pone attenzione su tutto, quando arrivò mi tempestò di domande. Fa paura».

Anche Verre può ottenere grandi cose secondo Toni
Anche Verre può ottenere grandi cose secondo Toni

Giovani e limiti

Già, le domande: cosa chiedono i giovani atleti al coach? Una delle richieste più frequenti, che forse provengono dai team, è la paura di essere “già troppo in forma”.

«I ragazzi hanno già degli obiettivi, che sia la corsa di paese o un appuntamento più importante e vogliono arrivarci al top, mentre non capiscono che devono crescere in continuazione. I giovani da gennaio a marzo sono diversi, così come da marzo ad ottobre. E da novembre a febbraio devono continuare a crescere. Devo fargli capire che se lavorano bene, se osservano i giusti periodi di recupero non hanno un picco, ma una crescita costante. In quegli anni (tra juniores e U23, ndr) acquisiscono forza, progrediscono.

«Proprio Verre, per esempio, aveva paura di essere già troppo in forma per il Giro. Ma troppo in forma rispetto a cosa, mi chiedo? Se lo avessi rallentato, non avrei tirato fuori il suo potenziale. Perché avrei dovuto porgli dei limiti? Intanto, dico io, troviamoli questi limiti, poi semmai li manteniamo. Ma se in fase di crescita tu non spingi, non puoi sapere dove puoi arrivare. Tanto più in un Giro under 23 che è molto importante e può cambiarti la carriera. Per trovare i famosi picchi di forma, ne hanno di tempo…».