Il CTF riparte con il botto, ma la strada è ancora lunga

02.03.2023
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Il Cycling Team Friuli (CTF) in questo inizio di stagione ha già raccolto dei buoni risultati: una vittoria e tre podi. Sia con i giovani, come Bruttomesso e Matteo Milan, sia con i più esperti: Buratti. La formazione friulana guidata da Renzo Boscolo è partita forte e punta in alto, per crescere e migliorare gara dopo gara. 

Renzo Boscolo insieme ai suoi ragazzi al Tour of Szeklerland 2022 (foto CTF)
Renzo Boscolo insieme ai suoi ragazzi al Tour of Szeklerland 2022 (foto CTF)

Sempre operativo

Il diesse si trova sulla strada del ritorno dall’Umag Trophy, i suoi ragazzi oggi non correvano, ma lui era lì per guardare la concorrenza. 

«Ho finito di lavorare – racconta Boscolo dalla macchina – e sono andato a Umago per vedere la corsa. Mi piace, confronto un po’ le squadre e faccio una panoramica della situazione. Da casa mia, a Trieste, ci vuole davvero poco ad arrivare oltre confine».

«E’ stata una bella corsa quella di oggi – racconta – ha vinto Adam Toupalik. Persico, quarto sul traguardo, ha fatto proprio una bella volata. Non sono riusciti a chiudere sulla fuga dei tre ma quando vai all’estero è sempre difficile. In Italia conosci le squadre e sai come comportarti, nel momento in cui cambi scenario ci sono dei riferimenti differenti e non è facile regolarsi. Poi oggi faceva freddo, c’era vento ed a tutto ciò si è aggiunta la pioggia, non una bella situazione».

La stagione si è aperta sabato scorso con il secondo posto di Bruttomesso alla San Geo dietro Persico (foto Rodella)
La stagione si è aperta sabato scorso con il secondo posto di Bruttomesso alla San Geo dietro Persico (foto Rodella)

Una rosea primavera

Nonostante il calendario dica che siamo a marzo, il meteo rimane poco clemente, fa freddo e la primavera sembra lontana. I risultati per il CTF, tuttavia, sbocciano, anche se questo è solo l’inizio. 

«Siamo partiti bene – riprende Boscolo – non possiamo negarlo. Abbiamo portato a casa quattro podi in altrettante corse. Vuol dire che in inverno abbiamo lavorato nel modo giusto, sia con i ragazzi giovani che con quelli esperti. D’altronde l’unica vittoria ed uno dei due secondi posti sono arrivati da Bruttomesso (in apertura al GP Misano 100, foto CTF). L’altra seconda posizione l’ha conquistata Matteo Milan, mentre il quarto ed ultimo podio è frutto di un ragazzo più esperto: Buratti. Da Nicolò ci aspettiamo qualcosa di importante quest’anno, visto anche il fatto che è rimasto con noi per crescere ancora e confermarsi». 

Nuovi stimoli

Nel corso della telefonata il diesse dal cognome veneto, ma friulano a tutti gli effetti, ha attraversato ben tre Paesi. E’ partito dalla Croazia e, per tornare in Italia, è passato dalla Slovenia. 

«Al contrario degli altri anni – spiega – oggi all’Umag Trophy non abbiamo corso. Ed anche le prossime corse croate, non ci vedranno protagonisti. Ne parlavo proprio oggi (ieri, ndr) con l’organizzatore della corsa. Il CTF è stata la prima squadra italiana ad andare a quelle gare, c’era ancora De Marchi con noi. Quest’anno abbiamo puntato di più sul nord Europa. Ci appoggeremo alle strutture della Bahrain Victorious e del Cannibal Team. Abbiamo ottenuto gli inviti per la Gent-Wevelgem U23 e per altre corse, faremo girare un po’ i ragazzi. Si tratta dell’ennesimo step di crescita che fa parte del nostro progetto. E’ giusto fare esperienze nuove, ogni Paese ha le sue specialità e non si smette mai di imparare».

I corridori del CTF prima della partenza della San Geo, esordio in Italia poi si punta verso il nord Europa
I corridori del CTF prima della partenza della San Geo, esordio in Italia poi si punta verso il nord Europa

Crescita continua

“Imparare” non è un verbo usato a caso da Boscolo, il CTF crede nei propri ragazzi, consapevoli che nessuno ha il posto assicurato tra i professionisti, bisogna guadagnarselo.

«Noi anticipiamo i tempi – dice il diesse – facendogli fare le esperienze che si troveranno poi a fare una volta professionisti. Non tutti hanno la qualità di passare nel WorldTour subito, ma anche loro devono e possono imparare. Le continental devono permettere ai ragazzi di sbagliare, questa è la logica del progetto. Nelle prime corse di stagione gli errori sono stati fatti, risultati buoni non sono sinonimo di perfezione, si può sempre migliorare. Vi faccio un esempio: sono molto più contento della prestazione di Bruttomesso alla San Geo che della sua vittoria a Misano. Nella prima corsa non ha vinto, ma si è messo in mostra, ha fatto vedere di stare bene, ed anche se ha sbagliato i tempi della volata sono soddisfatto. Alberto ha dimostrato di non essere solo un velocista, cosa che tra gli under 23 non ha senso, perché quando passi professionista i velocisti puri non esistono più».

Il CTF si è messo subito in mostra, correndo le prime gare da protagonista
Il CTF si è messo subito in mostra, correndo le prime gare da protagonista

L’università del ciclismo

Il diesse chiude la telefonata con un ragionamento che merita un capitolo a parte. «Il team development – conclude – deve essere visto come la Primavera delle squadre di calcio. Siamo partiti a lavorare sulla crescita dei nostri atleti già dal primo dei due ritiri invernali. Non solo bici ma anche lezioni e apprendimento.

«Come squadra abbiamo l’obbligo di far crescere tutti i ragazzi, poi sarà il mondo del professionismo a decidere chi passa, in base alle esigenze del momento ed altri fattori. Si passa anche dalle corse di livello inferiore, che hanno lo stesso senso delle “partitelle” infrasettimanali nel calcio. In quel caso si ha la possibilità di provare determinate situazioni che altrimenti non avresti modo di vedere e approfondire. Io penso che siamo l’equivalente di un piano di studi universitario: un mix di corsi differenti che alla fine ti danno la formazione necessaria».

De Lie, il Toro di Lescheret punta dritto su Sanremo

02.03.2023
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Il weekend di apertura sulle stradine del Nord ha confermato che Arnaud De Lie è ben più di un velocista, confermando le impressioni di Guarnieri dei giorni scorsi. Il corridore ardennese ha tutto quello che serve per fare la sua parte nelle classiche fiamminghe, dando un senso al soprannome “le taureau de Lescheret”, il toro di Lescheret, il villaggio da cui proviene.

Lo ha dimostrato con il secondo posto alla Omloop het Nieuwsblad e il settimo nella Kuurne-Bruxelles-Kuurne, battuto nella volata alle spalle del gruppo di testa.

A Kuurne ha pagato la fatica del giorno prima a Ninove, ma ha fatto comunque corsa di testa
A Kuurne ha pagato la fatica del giorno prima a Ninove, ma ha fatto comunqu3 corsa di testa

Né quota né Giri

Il ragazzo ha vent’anni e non ha ancora fatto 70 giorni di corsa da professionista, eppure le sue vittorie ammontano già a 12. Non ha ancora la resistenza di rivali come Van Aert e Van der Poel e del resto non ha mai preso parte a un grande Giro né partecipato a ritiri in altura, che per i rivali e tanti colleghi è ormai un punto di passaggio obblligato.

Per ora lo staff tecnico della Lotto-Dstny ha lavorato bene con lui sull’alimentazione e si sta adoperando perché migliori il giusto in salita. Con un metro e 82 per 72 chili, De Lie ha tutto quel che serve per diventare un uomo da classiche, veloce quando serve.

E’ stato Gilbert, al debutto sulla moto di Eurosport, a suggerire la calma a De LIe
E’ stato Gilbert, al debutto sulla moto di Eurosport, a suggerire la calma a De LIe

Il sangue freddo

Il secondo posto a Ninove, sul traguardo della Omloop Het Nieuwsblad, è stato il suo miglior risultato in questo tipo di corse: di fatto gli è sfuggito il solo Van Baarle. E dire che la corsa si era messa male, dato che a circa 50 chilometri dall’arrivo, De Lie è caduto. Ma anziché farsi prendere dal panico, è risalito velocemente in sella e si è lanciato all’inseguimento.

«Ho speso tanto – dice – e credo che la chiave sia stato aver mantenuto la calma durante l’inseguimento. Ho seguito il consiglio di Philippe Gilbert dalla moto e di Frison in gruppo. Però ho faticato e forse per questo domenica avevo le gambe piuttosto stanche. Eppure sono andato migliorando con il passare dei chilometri e ho iniziato a sentirmi sempre meglio. Chissà cosa sarebbe successo se a Kuurne avessimo raggiunto il gruppo di testa. Sabato, invece ho fatto la migliore prestazione a Ninove, quindi era perfettamente normale che domenica fossi un po’ meno brillante. Se non fosse stato così, avrebbe significato che sabato non ho dato il meglio di me».

Frison è il suo angelo custode: qui alla firma di Almeria, dove De LIe sarà secondo
Frison è il suo angelo custode: qui alla firma di Almeria, dove De LIe sarà secondo

Il nuovo Boonen

Sebbene su di lui ci fosse grandissime attese, nella prima gara WorldTour affrontata con grosse attese sulle spalle, i compagni sono rimasti stupiti della sua calma.

«Sta diventando più calmo – ha detto il compagno Frison a Het Nieuwsblad – sembra che ogni prestazione gli dia un po’ più di fiducia. E’ davvero molto solido. Fisicamente è estremamente forte, ma mentalmente è quasi meglio. Non ho mai visto un ventenne così solido».

E qui si chiude quasi definitivamente il capitolo su De Lie che sarebbe solo un velocista, spostando l’ago della bilancia sul De Lie come possibile erade di Tom Boonen. Non è per caso che quando era ancora un U23 Lefevere sia andato a cercarlo, salvo arrendersi al fatto che il vallone avesse già dato parola alla allora Lotto Soudal.

«E’ davvero un leader nato – ha spiegato il tecnico Nikolas Maes – e sta crescendo nel ruolo. All’inizio gli stava tutto bene, ora indica con grande precisione quello che vuole, come vede il finale e cosa vuole che facciamo. Inoltre è capace di dare tutto ed è di ispirazione per il resto della squadra».

Lo scorso anno De LIe si è rivelato, vincendo e tanto alla prima stagione da pro’
Lo scorso anno De LIe si è rivelato, vincendo e tanto alla prima stagione da pro’

Sul Muur col padellone

Quello che più ha stupito i tifosi e gli osservatori sui muri dell’Omloop Het Nieuwsblad è stata la sua grande potenza, soprattutto sul Muur va Geraardsbergen, il vecchio Muro di Grammont, scalato con il 53 e il secondo tempo di giornata, alle spalle di Mohoric.

«Normalmente su quel muro – spiega De Lie – vado con i rapporti più corti. Ma ho cominciato a salire con la corona più grande e non me la sono sentita di cambiare, per paura che si rompesse la catena. Non c’è da vergognarsi di essere dietro Mohoric. Del resto è lui il vincitore della Milano-Sanremo e questo mi motiva solo di più. Sono curioso di vedere che cosa potrò fare io in quei 300 chilometri.».

Schwarzbacher, nuovo Sagan… con lo sguardo da duro

01.03.2023
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Nel furgone, al rientro dalla prima gara della due giorni francese, Matthias Schwarzbacher era quello più deluso. All’improvviso si era fatto cupo. Pensava e ripensava alla corsa. Evidentemente sapeva di aver sprecato una buona occasione. Aveva fatto qualche scatto nel momento sbagliato e aveva gettato all’aria forse la vittoria, anche se si trattava del debutto stagionale.

Durante il viaggio ascoltava le ramanzine-consigli del direttore sportivo, ma soprattutto rivedeva il film della gara. Ne siamo certi. Era seduto al nostro fianco. E lui che in riunione faceva domande, cercava di capire, era taciturno.

Il mattino seguente, dopo una piccolissima uscita defaticante, e dopo aver smaltito un po’ di delusione mista forse a rabbia, Matthias era di nuovo lui. Un ragazzone slovacco di 17 anni – compiuti a dicembre – con lo sguardo da duro, ma dai modi gentili ed educati.

Sguardo che è cambiato definitivamente nel pomeriggio. Una manciata di minuti dopo la vittoria nella seconda tappa della Challenge Anthony Perez era un altro. «Adesso sei contento», lo incalziamo mentre va verso il podio. E lui: «Adesso sì, sono felice».

Matthias, quando e come hai iniziato a correre?

Ho iniziato a fare ciclismo quando avevo 9-10 anni. E ho iniziato alla gara per bambini di Sagan, la Detská Tour Petra Sagana. E da allora il mio impegno è stato ogni anno sempre maggiore. Ormai negli ultimi 2-3 anni, sto dedicando tutto il mio tempo al ciclismo.

Quanto ha inciso la presenza di un corridore come Sagan nella tua Nazione? Immaginiamo che lui sia l’idolo di tutti i piccoli ciclisti slovacchi.

Ha inciso molto in effetti. Anzi, si può dire che lui è stato il motivo per cui ho iniziato, quando ha creato quella gara per bambini. Penso che abbia motivato molti ragazzini.

Conosci Peter?

Non lo conosco personalmente.

Come Peter anche tu sei passato dal ciclocross. Ebbene, cosa dà il cross in più a livello fisico?

Penso che il ciclocross sia la cosa migliore con cui puoi trascorrere l’inverno ed è il miglior allenamento che puoi svolgere, perché per 40 minuti sei a soglia o sopra di essa. Cerchi di andare oltre i tuoi limiti. Senza contare che impari a guidare. E, cosa principale, è molto divertente. Non è importante se sei in prima o ultima posizione.

Pensi di continuare con il cross anche nelle prossime stagioni?

Io vorrei, ma vedremo come andranno le cose…

Che tipo di corridore pensi di essere?

Non lo so ancora, ma mi piacciono le classiche e le salite fino a ad un massimo di 5 chilometri.

Beh, vedendo il tuo fisico possente è condivisibile questa tua analisi. Che poi sono più o meno le caratteristiche di Sagan. C’è un professionista, un campione a cui ti ispiri?

Il mio più grande idolo è mio padre, Roman. Lui mi ha sempre guidato nella giusta direzione e mi ha sostenuto. Ma se dovessi scegliere un corridore allora direi Tom Pidcock. Mi piace perché gareggia in tutte le discipline.

I complimenti con il compagno Tommaso Bambagioni dopo la vittoria della Ronde Bessieraine
I complimenti con il compagno Tommaso Bambagioni dopo la vittoria della Ronde Bessieraine
Come sei arrivato in Italia? Raccontaci come è andata…

È iniziato tutto nel 2020. In Slovacchia non abbiamo fatto gare a causa del Covid. In quel periodo Martin Svrcek era già in Italia (era al Team Franco Ballerini, ndr) quindi gli scrivo e gli chiedo se anche io posso venire a correre dov’è lui. Sono arrivato, ho ottenuto subito due buoni risultati e lì ho conosciuto Andrea Bardelli. Da allora siamo sempre stati in contatto con “Bard”. Nel 2022 ho corso molto poco per problemi di salute, ma quando sono tornato alle gare Bardelli mi ha scritto. A quel punto sono arrivato in Italia definitivamente per i test e per le gare… Ho fatto la stagione del cross e appena terminata ho iniziato a correre con il CPS Professional Team.

Adesso sei in Toscana, come ti stai trovando?

E’ un po ‘difficile adattarsi a tutte queste cose: cibo, squadra, lingua… ma la compagnia è davvero amichevole e buona. Il cibo è leggermente diverso in Slovacchia, ma ci sono abituato. Mi resta solo il problema della lingua, però l’italiano non mi sembra difficilissimo (in effetti Matthias imparava a vista d’occhio, ndr) ho bisogno di un po’ più di tempo. Magari la prossima intervista la farò in italiano!

Ti alleni tutti i giorni?

Un giorno di riposo a settimana c’è. In quel giorno senza la bicicletta cerco di fare alcuni esercizi di base e fisioterapici per prevenire i miei problemi di salute. In pratica dopo la rottura del bacino ho due placche e quindi faccio degli esercizi per anca e colonna vertebrale.

Schwarzbacher al centro col trofeo in mano insieme a tutti i ragazzi e lo staff del CPS Professional Team
Schwarzbacher al centro col trofeo in mano insieme a tutti i ragazzi e lo staff del CPS Professional Team
C’è un allenamento che ti piace di più e uno che proprio non sopporti?

Onestamente odio le sedute di scarico, quando pedalo da solo. Quello che invece mi piace è l’allenamento lungo, la distanza senza i lavori specifici.

Ogni quanto tempo tornerai a casa?

Non lo so, sembra che non ci saranno scadenze regolari. Per ora andrò a casa prima della Parigi-Roubaix juniores e poi a maggio. Della Roubaix non so molto, ma da quello che ho visto in Tv, per il mio fisico e per come guido dovrebbe essere adatta a me.

Cosa ti ha colpito di questa trasferta francese? Cosa ti è piaciuto di più?

Penso che in Francia il caffè non è buono come in Italia! Mi è piaciuta la compagnia, la natura – abbiamo visto paesaggi bellissimi – le riunioni di squadra… Ma soprattutto mi è piaciuto il lavoro che i ragazzi hanno fatto nella gara di domenica, quella che ho vinto. Non avevo mai vissuto una cosa del genere prima. Devo loro un enorme grazie proprio per come abbiamo corso. E anche a tutto lo staff… In generale è stato un viaggio molto bello.

Benedetti si ritira, Tagliani richiamato in corsa

01.03.2023
5 min
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Il ritiro quanto mai prematuro di Gabriele Benedetti ha destato molto scalpore, ma paradossalmente c’è chi grazie a questa dolorosa scelta ha visto riaprirsi le porte del professionismo. Filippo Tagliani è l’ultimo corridore ad essersi aggregato alla carovana, con un contratto siglato il 17 febbraio scorso con la GW Shimano-Sidermec. Si sarebbe portati a pensare che Tagliani ha ritrovato lo stesso posto dello scorso anno, quand’era alla Drone Hopper Androni, ma non è così.

Il 27enne di Gavardo aveva chiuso la stagione con la tranquillità nel cuore di poter continuare la sua avventura nello stesso team, ma poi le cose sono precipitate: «Sapevo che c’erano problemi, ma mi sono ritrovato dall’oggi al domani senza un contratto. Savio mi aveva promesso che comunque nel 2024, se la squadra ripartiva, mi avrebbe chiamato, ma intanto non sapevo bene che cosa fare. Poi si è aperta una porta nel team e improvvisamente si è aperto un mondo».

Per Tagliani tutto sembrava perso, almeno per il 2023, poi in poche ore è arrivato il contratto
Per Tagliani tutto sembrava perso, almeno per il 2023, poi in poche ore è arrivato il contratto
Rispetto allo scorso anno che cosa è cambiato?

Tutto, è un team completamente nuovo, tanto è vero che di italiani ci siamo solo io e Bisolti, poi c’è il norvegese Holther e per il resto sono tutti corridori colombiani. L’unico anello di congiunzione è proprio Gianni Savio, che si è ricordato di me e mi ha chiamato.

Se questa chiamata non fosse arrivata che cosa avresti fatto, in previsione di poter rientrare nel 2024?

Avrei continuato ad allenarmi, ma so bene che farlo senza un obiettivo concreto non solo è difficile, ma anche molto dispendioso moralmente. Infatti mi ero ripromesso di tenermi in forma fino a luglio guardandomi anche intorno per cercare un nuovo lavoro, poi in mancanza di certezze avrei preso la mia decisione.

Savio ha tirato fuori dal nulla il team sudamericano, ma conta di ricostruire qualcosa in Italia
Savio ha tirato fuori dal nulla il team sudamericano, ma conta di ricostruire qualcosa in Italia
Avevi provato a trovare qualche altro team, dopo lo scioglimento della Drone Hopper?

Erano già tutti belli e sistemati, io poi non ho un procuratore, provavo a sondare il terreno ma nel ciclismo d’oggi è difficile trovare spazi se non sei seguito. I risultati non li guardano più, contano i contatti diretti. Quando corri dipende tutto da te, ma quando ti ritrovi in questa situazione ti senti impotente, vivi del giudizio altrui e sei in ansia. La mia chiamata è stata un gesto importante per me da parte di Savio, poteva scegliere chiunque e ha pensato a me.

La tua stagione era stata positiva?

Secondo me sì, con due podi portati a casa e un Giro d’Italia spesso in fuga. Se mi avessero detto a inizio anno che avrei fatto quel che ho fatto, ci avrei messo la firma. Pensavo fosse sufficiente e doveva essere così, ma nel ciclismo cercano tutti i campioni, chi lavora bene non ha mercato se non è seguito. Io so che cosa posso dare, credo che il mio approdo nel nuovo team sia dovuto principalmente alla mia serietà, ma quel che mi dispiace è che in generale anche se lavori bene, gli altri non ti vedono.

Tagliani e Bisolti, unici due italiani rimasti nel team di Savio “trasbordato” in Colombia
Tagliani e Bisolti, unici due italiani rimasti nel team di Savio “trasbordato” in Colombia
Sapevi della situazione di Benedetti?

Sinceramente no, non ci siamo mai ritrovati insieme lo scorso anno, abbiamo fatto calendari diversi e nel team non se n’era mai parlato.

Al di là del tuo sviluppo professionale, che impressione ti ha lasciato la sua vicenda?

Mi fa capire ancor di più che la differenza quando fai il salto di categoria è enorme. Per essere un professionista devi volerlo veramente, impegnarti, metterci tanto di tuo. Fino agli under 23 sei coccolato, pensa a tutto il team, ma poi devi essere tu professionista in prima persona, nell’allenamento, nell’alimentazione, nelle motivazioni. Devi aver voglia di fare sacrifici, comprendere che è un lavoro vero che richiede molto perché ci devi stare sopra 24 ore al giorno, non stacchi praticamente mai. E se non sei un campione dotato da madre natura è ancora di più necessario crederci al 110 per cento.

Per ora il leader della GW Shimano si è dimostrato Jonathan Guatibonza, con una vittoria alla Vuelta al Tachira (foto EsCiclismo)
Per ora il leader della GW Shimano si è dimostrato Jonathan Guatibonza, con una vittoria alla Vuelta al Tachira (foto EsCiclismo)
La tua preparazione a che punto è?

Mi sono tenuto in allenamento, ma praticamente parto quasi da zero. Spero di acquisire la condizione gareggiando. So che sarà durissima, se fossi stato chiamato un mese prima sarebbe stato molto meglio, ma sono sereno perché so quel che mi aspetta e sono pronto ad affrontarlo. Non ho grosse ambizioni, sinceramente voglio vivere questa stagione con serenità e ricambiare la fiducia di chi mi ha chiamato in causa.

Quindi inizi presto a gareggiare?

Sento che l’orologio corre, so che mi hanno detto che seguiremo tutto il calendario italiano ed essendo una squadra continental colombiana non saranno tante le gare a disposizione, ma l’importante è non fermarsi. Il proposito di Savio di ripartire con un team italiano nel 2024 c’è sempre e spero che questa volta sarò anch’io della partita sin dall’inizio.

La nuova Cannondale SuperSix Evo generation IV

01.03.2023
8 min
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Una bici Cannondale non è mai banale. Non lo è per i concetti e le soluzioni tecniche porta con sé, non lo è ovviamente per le performance.

La quarta generazione della Cannondale SuperSix Evo è ora ufficiale. E’ molto diversa dalla precedente, anche se il primo impatto estetico la ricorda, ma il suo sviluppo trova ispirazione anche dalla piattaforma SystemSix. Entriamo nel dettaglio con Davide Devine, Product Manager Road della casa americana.

«La quarta generazione della SuperSix Evo – spiega – vuole segnare un cambio di rotta del segmento road. Questa bicicletta, tra i vari obiettivi che si pone, vuole tornare ad essere un punto di riferimento, per leggerezza e aerodinamica, performances in generale e soluzioni tecniche. La cura dei dettagli, fra cui rientra anche la verniciatura, che abbiamo voluto sostenere per creare questa nuova piattaforma è davvero importante e per alcune sezioni della bici abbiamo speso una quantità enorme di ore di lavoro e sviluppo. Ad esempio la scatola del movimento centrale, che ora è una BB68 con le sedi filettate per le calotte dei cuscinetti. Un grande cambio per Cannondale».

Quasi tre anni di lavoro

«Non esiste – spiega Nathan Barry, ingengnere e responsabile dell’aerodinamica – una zona più difficile da sviluppare piuttosto di un’altra. L’aspetto maggiormente complicato è creare un prodotto che diventi anche il giusto compromesso. La nuova Cannondale SuperSix Evo ha poco da condividere con la generazione precedente e la fase iniziale del progetto si ispira in modo marcato alla SystemSix. Perchè la SystemSix? Perché è un mostro di efficienza in fatto di aerodinamica.

Ma per la quarta generazione della nostra bici leggera era necessario combinare l’aerodinamica con il peso ridotto, creando una connessione perfetta tra i diversi componenti in gioco. A questo abbiamo aggiunto anche una cura maniacale dei dettagli. Quando la osservi, a tratti sembra una bici semplice, in realtà ha richiesto quasi tre anni di lavoro duro ed incessante».

Telaio Lab71 da 770 grammi

Alle versioni Hi-Mod e Carbon, si aggiunge la Lab71 con il carbonio Ultralight 0, che diventa il top di gamma ed è quella usata dai pro EF Education-EasyPost. Si tratta di una fibra composita che discende in modo diretto dalla Hi-Mod, ma che utilizza delle nuove resine con nanotecnologia integrata, nuovi orientamenti in fase di costruzione dei tubi e metodi di taglio della fibra stessa.

Per gli amanti dei pesi un telaio Lab71 ha un valore alla bilancia dichiarato di 770 grammi (verniciatura inclusa), l’Hi-Mod di 810 e il Carbon di 930, a parità di taglia 56. La forma e i volumi dei profilati sono i medesimi, a prescindere dalla matrice del carbonio, così come le taglie e le geometrie.

Gomme fino a 34 millimetri

Lo stelo della forcella ha una sorta di forma triangolare, che in parte riprende il concetto Delta già evidenziato in passato per la tubazione piantone. Il passaggio di cavi e guaine è interno e lo sterzo non presenta blocchi che limitano il raggio di sterzata del manubrio. La misura dello stelo è classica, non è oversize, soluzione che permette di montare facilmente gli stem tradizionali. La forcella ed il carro posteriore hanno un’abbondante luce per il passaggio delle ruote/gomme, fino a 34 millimetri considerando anche la tipologia di ruote. I perni passanti hanno dimensioni tradizionali, ma le sedi di alloggio adottano una svasatura rivista (e’ stato abbandonato lo SpeedRelease).

Georg Steinhauser con la bici da allenamento (foto Brazodehierro-Cannondale)
Georg Steinhauser con la bici da allenamento (foto Brazodehierro-Cannondale)

Reggisella aerodinamico

C’è un reggisella aerodinamico con un impatto frontale ridottissimo che è disponibile con off-set zero, oppure scaricato verso il retro di 20 millimetri. Il suo design è specifico per la nuova Cannondale SuperSix Evo, si chiama C1 Aero ed è full carbon. Il blocchetto di chiusura è completamente integrato.

Il nuovo progetto SuperSix Evo include anche le borracce con i lati squadrati, più efficienti (rispetto a quelle rotonde) in termini di impatto contro lo spazio. Ma si possono usare anche le borracce tradizionali.

Tutte le SuperSix Evo sono compatibili con le trasmissione elettromeccaniche e meccaniche, questo spiega anche la presenza dello sportellino in cima al tubo obliquo.

Ritorno al movimento filettato

Scatola larga 68 millimetri, sedi filettate per l’ingaggio delle calotte esterne e abbandono della guarnitura Hollowgram. L’asimmetria riguarda solo i volumi dei foderi bassi ed il seat-tube. La “faccia sotto” della scatola diventa anche la porta d’ingresso della batteria Di2. Non interferisce con il movimento centrale e con la guarnitura, perché s’innesta in una porta alla base del tubo obliquo. Inoltre la Evo supporta un eventuale pacchetto SmartSense, ecco perché c’è una piccola asola sotto il portaborraccia dell’obliquo.

Geometrie e taglie

Le geometrie sono identiche alla generazione precedente, per sette taglie in totale (44 e 48, 51 e 54, 56, 58 e 61). Una delle poche variazioni in merito riguarda le due misure più grandi, che ora sono state raggruppate nella 61.

Sempre interessante il fatto di adottare due rake differenti delle forcelle, in base alle taglie. 55 millimetri per le misure 44/54 e 45 millimetri di off-set per le taglie di telaio 56/61.

Allestimenti e prezzi

La top del listino, la SuperSix Evo Lab71 è disponibile con un allestimento, che si basa sulla trasmissione Dura-Ace, il nuovo cockpit integrato full carbon SystemBar Momodesign e le nuove ruote Hollowgram SL50. La livrea cromatica è una. La Lab71 è disponibile anche come framset, in tre combinazioni cromatiche. Il frameset Lab71 ha un prezzo di listino di 5499 euro, mentre la bici completa costa 14999 (un solo allestimento).

La Hi-Mod è disponibile in due allestimenti. Hi-Mod 1 si basa sulla trasmissione Sram Red AXS, Hi-Mod 2 è con la trasmissione Ultegra Di2. Ci sono sempre le ruote Hollowgram SL50 e in base al prezzo cambiano alcune specifiche legate al cockpit, che comunque non è integrato. La Cannondale SuperSix Evo Hi-Mod si può avere anche come kit telaio, in due combinazioni cromatiche. Il kit telaio HM ha un prezzo di listino di 4199 euro. L’allestimento HM1 ha un costo di 13499, mentre la HM2 di 8999.

Sono due gli allestimenti alla base delle versioni Carbon, tra Shimano Ultegra Di2 e con lo Sram Force AXS. Oltre agli altri componenti, cambiano le ruote, sempre Hollowgram full carbon, ma nella versione 50R-S, con il meccanismo interno del mozzo DT Swiss 350, invece del 240 adottato per le SL. La Carbon1 costa 6999 euro, la Carbon2 6799 euro.

Pellizotti si gode il giovane Zambanini, che cresce tanto e bene

01.03.2023
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Dal 2022 è uscito con delle prestazioni promettenti un giovane molto interessante: Edoardo Zambanini. Corridore della Bahrain Victorious, in cui è stato guidato, tra gli altri, da Franco Pellizotti. Passato professionista proprio l’anno scorso e già chiamato in causa nel suo primo Grande Giro: la Vuelta

Zambanini Zalf 2021
Pellizotti e Zambanini si sono incontrati per la prima volta nel 2021, quando il giovane trentino correva in Zalf
Zambanini Zalf 2021
Pellizotti e Zambanini si sono incontrati per la prima volta nel 2021, quando il giovane trentino correva in Zalf
Franco, che impressione hai avuto di lui?

L’ho conosciuto di persona nei primi mesi del 2021, quando era ancora alla Zalf e si preparava alla sua seconda stagione da under 23. Il nostro manager disse a me e Artuso di andare a conoscerlo, mi sorprese subito. 

In che senso?

Si presentò all’incontro da solo, insomma da un ragazzo giovane come lui non me lo aspettavo, è stata una bella sorpresa. Mi ha dato l’impressione di essere molto maturo, anche nel modo di porsi. 

La scorsa stagione non era iniziata nel migliore dei modi per Zambanini.

All’inizio ha avuto qualche problema fisico con un dolore al ginocchio che non lo ha fatto lavorare al meglio. Se si parte con qualche difficoltà, soprattutto ad inizio stagione, poi ci si trova sempre a rincorrere. 

Franco Pellizotti ha iniziato la sua terza stagione da diesse della Bahrain Victorious
Franco Pellizotti ha iniziato la sua terza stagione da diesse della Bahrain Victorious
Ha avuto il periodo più difficile ad aprile al Tour of the Alps e al Giro dei Paesi Baschi. 

Sì, i problemi si sono accentuati ad aprile, poi ha fatto un periodo di pausa ed ha ripreso al Giro di Ungheria. Dove ha portato a casa un bel quinto posto in una tappa e la quarta posizione in classifica generale. 

Nella seconda parte di stagione si è visto poi con l’esordio alla Vuelta, era in programma da inizio stagione?

In programma c’era l’idea di fargli fare un Grande Giro, e la Vuelta ci è sembrata la corsa migliore. Il Giro d’Italia, da corridore italiano, ha troppe pressioni a livello emotivo. La corsa spagnola era perfetta, anche per la sua collocazione a fine stagione, gli è servita molto a livello fisico ed emotivo. Disputare una corsa di tre settimane cambia il motore. 

Zambanini si è fatto notare, cosa non scontata.

Si è rivelato molto costante, caratteristica che da un corridore così giovane non ti aspetti. Non dico che ci siamo sorpresi, ma quasi. A livello mentale e fisico ha risposto molto bene.

Il miglior risultato per Zambanini è arrivato alla nona tappa della Vuelta, terzo sull’arrivo di Les Praeres
Il miglior risultato per Zambanini è arrivato alla nona tappa della Vuelta, terzo sull’arrivo di Les Praeres
Nella tappa di Les Praeres si è anche andato piazzato al terzo posto…

Oltre a quel risultato, che ovviamente ha fatto piacere, ci sono stati degli atteggiamenti molto propositivi

Quali?

Si è messo sempre a disposizione della squadra, ascoltando ed eseguendo quello che gli veniva chiesto. Ha fatto parte di due fughe, una delle quali ha portato al terzo posto che dicevamo poco fa. Vi faccio un altro esempio. 

Prego…

Alla 19ª tappa avevamo in programma di fare la volata con Fred Wright, era un arrivo che si sarebbe risolto a ranghi ristretti. Zambanini aveva il compito di guidare il suo compagno nella volata, era una giornata molto calda. Negli ultimi 15 chilometri gli sono venuti i crampi e nel momento in cui con l’ammiraglia gli siamo andati sotto era in lacrime perché non poteva aiutare il suo compagno. E’ un bel segno, dimostra quanto ci tiene alla squadra.

In uscita dalla Vuelta Zambanini ha dimostrato di avere una buona gamba, con un quarto posto al Gran Piemonte
In uscita dalla Vuelta Zambanini ha dimostrato di avere una buona gamba, con un quarto posto al Gran Piemonte
Avete sempre avuto l’idea di portarlo, nonostante l’inizio di stagione un po’ difficoltoso?

Sinceramente sì, era stato inserito nella lista più lunga, ma dalla seconda parte di stagione in poi abbiamo avuto solamente risposte positive. A partire dal Tour de Pologne, dove cresceva di condizione giorno dopo giorno. 

Quel terzo posto di tappa che sensazioni vi ha lasciato?

Di due tipi: la prima è una grande soddisfazione, perché alla prima Vuelta si tratta di un bellissimo risultato. 

E la seconda?

Che ha davvero ampi margini di crescita, com’è giusto che sia. Quel giorno ha lavorato tanto, forse troppo, così nel finale era un po’ spento. Tatticamente deve migliorare, ma solo correndo può crescere. E’ un ragazzo sul quale si può e si deve investire. 

Pellizotti ha trovato uno Zambanini diverso questo inverno, con maggior massa muscolare (foto Federico Bartoli)
Pellizotti ha trovato uno Zambanini diverso questo inverno, con maggior massa muscolare (foto Federico Bartoli)
L’hai visto diverso in questo inverno rispetto al 2022?

Si è inserito bene nel team e quest’anno conosce già i compagni ed è un bene. In più lo vedo più definito fisicamente, ha più muscolo, segno che crescerà ancora. 

La crescita passerà da altre esperienze importanti?

E’ inserito nella lista del Giro, se lo è meritato dopo la Vuelta dell’anno scorso. Ovviamente il percorso di avvicinamento è lungo e tortuoso, ma per il momento è parte della lista.

Boonen ne ha per tutti. E su Van Aert va giù duro

01.03.2023
5 min
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E’ la voce di quattro Roubaix, tre Fiandre, tre Gand-Wevelgem e un mondiale con cui il bilancio delle sue vittorie è arrivato a quota 122, prima del ritiro nel 2017 a 37 anni. Tom Boonen parla raramente, ma essendo sempre stato un uomo e un campione molto intelligente, le sue parole raccolte da Het Nieuwsblad sono secche come pedalate sul pavé. Il fatto di essersi sfilato dalla quotidianità del ciclismo, pur seguendolo con grande attenzione, fa sì che non sia… assuefatto alle dinamiche del gruppo e possa esprimere giudizi privi di grossi condizionamenti.

E’ il 2005, Boonen ha 25 anni e vince la prima delle sue 4 Roubaix
E’ il 2005, Boonen ha 25 anni e vince la prima delle sue 4 Roubaix

Su corridori e interviste

«Ho anche notato che nelle interviste – dice Boonen – la nostra generazione è stata l’ultima in cui i corridori abbiano davvero espresso la loro opinione. Ora si attaccano spesso a cliché già pronti. Non perché loro siano così, ma perché gli viene ordinato di farlo. Anche Remco Evenepoel in questo è cambiato molto».

Sulla Soudal-Quick Step

«La squadra è ancora la squadra – analizza Boonen – ma non vedo più i super leader. Alaphilippe è l’unico che può battere Van Aert e Van der Poel in una buona giornata. Di recente, Lefevere lo ha criticato duramente, forse troppo. Una volta al Tour disse che ero scattato come un principiante. Quando la stampa venne a riferirmelo, risposi: “Allora domani facciamo che al mio posto corra Lefevere”. E il giorno dopo rimasi in gruppo. Alaphilippe porta via gran parte del budget, ciò comporta molte responsabilità. Le pressioni hanno direzioni doppie. E comunque l’ingaggio di Merlier è stato azzeccato, un solo velocista non basta. Assiene a Jakobsen, servirà per tenere alto il numero delle vittorie».

Alaphilippe ha iniziato il 2023 vincendo la Faun Ardeche Classic su Gaudu
Alaphilippe ha iniziato il 2023 vincendo la Faun Ardeche Classic su Gaudu

Su De Lie

«Sono un tifoso di De Lie, dicono che mi somigli per la sua mentalità. E’ un ragazzo semplice, gli scivola tutto addosso. E’ arrivato e ha subito vinto le sue gare, eppure fa le cose gradualmente. Non sopporto i neopro’ che entrano con un contratto da 400.000 euro perché hanno dei buoni test. Non è così che funziona. E De Lie infatti cresce tranquillo, come ha imparato nella sua fattoria e a 22 anni può tranquillamente vincere il Giro delle Fiandre. Non è riuscito neanche a me. Ho dovuto aspettare un po’ prima che Museeuw si ritirasse, ma alla mia prima possibilità, l’ho subito battuto. Ho sempre avuto molto rispetto per Johan e da giovane pensavo che fosse un onore vivere gli ultimi anni di un simile monumento. Ho vinto l’ultima gara di Johan, la Scheldeprijs, solo perché andarono a riprenderlo».

Su Sagan

«Forse è davvero il momento giusto per fermarsi. Può ancora vincere grandi corse – ragiona Boonen – ma mi chiedo se ci riuscirà. Penso che gli piaccia ancora andare in bicicletta, ma in modo anonimo, senza tutta la zavorra che si porta addosso e che lo ha soffocato. E’ ora di fare un passo indietro e scegliere il divertimento. Capisco che voglia ancora andare in mountain bike. Ha fatto una grande carriera. Sei anni buoni, in cui ha vinto tanto. Tre volte campione del mondo, io avrei potuto esserlo due volte. Dopo Madrid anche in Qatar, perché stavo davvero bene.

Omloop Het Nieuwsblad del 2017, Sagan con la maglia iridata vinta a Doha. Fra i due, c’è una vittoria di differenza: 122 a 121 per Boonen
Omloop Het Nieuwsblad del 2017, Sagan in maglia iridata: fra i due, c’è una vittoria di differenza: 122 a 121 per Boonen

Su Van Aert

«Quest’anno Wout compirà 29 anni. E’ giunto il momento che vinca il Fiandre, soprattutto dopo l’inverno che ha avuto. Il livello che raggiunge è pazzesco. Può vincere venti cross, ma non importa a nessuno. Deve vincere le classiche. Anche io odiavo che la mia stagione si riducesse a questo, ma lui è così forte che solo le grandi classiche aggiungono davvero qualcosa al suo palmares. Puoi vincere quindici corse, ma non basta se non c’è una classica. A volte però è troppo ragioniere, quasi un nerd: mi alleno così per durare così. E’ fortissimo, ha fatto grandi cose, ma gli manca la grande classica».

Van Aert è il più solido, ma Van de Poel è capace di destabilizzarlo con la sua imprevedibilità
Van Aert è il più solido, ma Van de Poel è capace di destabilizzarlo con la sua imprevedibilità

Su Van der Poel

«Se Van Aert è un numero uno – sorride Boonen – quando corre con Van der Poel, sembra che gli succeda qualcosa. In un certo senso Van der Poel lo riporta a essere quel ragazzino di dieci anni fa. Ai mondiali di cross, Mathieu ha fatto per due volte uno sforzo incredibile, così forte che – a quanto ha raccontato – sentiva quasi di vomitare. E alla fine Wout è crollato. Lui imposta, Mathieu fa la sua rotta ed è la bestia nera. E’ una trappola per ogni corridore, perché alla fine tutti corrono costantemente contro gli stessi uomini e Mathieu è un cliente speciale. Per vincere non ha bisogno di essere il migliore».

In gara sempre al top? Il dietro motore fa la differenza

01.03.2023
6 min
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Non puoi presentarti in gara senza essere al massimo. Come abbiamo scritto qualche giorno fa parlando con Paolo Artuso, questa esigenza di massima condizione ha fatto sì che si corra meno e si calibrino al meglio le competizioni. Una volta si andava in gara per rifinire la condizione, ora non è più possibile. E allora come si fa ad essere brillanti? Quanto incide il vecchio dietro motore?

Andrea Fusaz, preparatore del CFT, che tra i tanti corridori segue anche Jonathan Milan il quale è anche un pistard, di dietro motore se ne intende. Questa pratica è del tutto parte integrante della preparazione. Oggi lo è, forse, più che mai.

Andrea Fusaz, preparatore del Cycling Team Friuli
Andrea Fusaz, preparatore del Cycling Team Friuli
Andrea, il dietro motore incide di più che in passato, visto che non si può più andare alle corse per fare ritmo a quanto pare?

Sicuramente è fondamentale per fare il ritmo gara. Il colpo di pedale è molto più simile appunto a quello della gara. Invece di metterti ad una potenza costante, che è quella che solitamente si eroga andando via regolarmente, dovendo seguire una moto che ha una sua scia ci sono un sacco più di variazioni di potenza e un sacco di variazioni di velocità. Oscillazioni che altrimenti non ci sarebbero. E sono queste che ti fanno prendere il classico colpo di pedale da gara.

Quindi, tra virgolette, il dietro motore è un po’ il sostituto della corsa? Almeno quello della corsa che serviva per rifinire?

Direi di sì, prima limavi la preparazione semplicemente andando alle corse, magari stando in scia nei finali di gara dove si spingeva forte. Nel ciclismo attuale non c’è spazio per questo tipo di lavoro, visto quanto si va forte nel complesso, perciò si tende a fare il dietro motore appunto.

Quante volte si fa a settimana?

In prossimità delle gare, soprattutto per i velocisti, almeno un paio di volte. Due sessioni alla settimana sono un buon punto di partenza, ma si può arrivare anche a tre. Ma già due è la quantità giusta di stimolo per avere dei risultati, in quel paio di settimane che precedono la gara.

In una sorta di telemetria, anche il coach sullo scooter può osservare i dati espressi dal corridore a ruota
In una sorta di telemetria, anche il coach sullo scooter può osservare i dati espressi dal corridore a ruota
Si fa un allenamento specifico o si va regolari? O meglio, una volta il dietro motore si faceva il venerdì (correndo la domenica) oppure nell’ultima ora della distanza…

Dipende dall’obiettivo che vuoi raggiungere. Se vuoi semplicemente velocizzare e fare un lavoro neuromuscolare per cui abituare il corridore ad avere un colpo di pedale diverso, più pronto, si può fare anche a inizio allenamento o nella fase centrale. Magari si possono inserire delle progressioni ad intensità più alte. In questo modo si va a stimolare anche il metabolismo. Ed è diverso dal dietro motore che si fa a fine distanza, per velocizzare o sciogliere un po’. Lì sei semplicemente dietro moto, ti metti a ruota e la moto ti porta a casa dopo le cinque o sei ore. Oppure spingendo un po’ di più vai a simulare il finale di corsa con la gamba che gira più veloce. Dipende dalle finalità che hai.

Andrea, hai parlato del velocista, se invece c’è in ballo uno scalatore? Ha senso fare del dietro motore in salita?

Sì, ha senso. Ci sono degli allenamenti impegnativi che vanno a simulare le intensità di gara. E’ utile per i ragazzi avere un riferimento davanti, che poi è quello che ti fa fare il famoso ritmo. Chiaramente in quel caso bisogna che sul manubrio della moto, l’allenatore abbia un riferimento della potenza che sta sviluppando l’atleta. In questo modo gestisce la potenza come se fosse in gara.

Davide Martinelli dietro suo padre Giuseppe in una foto di qualche anno fa. Il rullo evita il contatto fra bici e scooter (foto Instagram)
Davide Martinelli dietro suo padre Giuseppe in una foto di qualche anno fa. Il rullo evita il contatto fra bici e scooter (foto Instagram)
Abbiamo parlato di scalatori, di velocisti e tu segui anche Jonathan Milan che è anche un pistard, con lui è diverso ancora?

Con lui bisogna stare attenti alla scelta della moto, perché se è un motorino si rischia che non sia sufficiente! Scherzi a parte, Jonathan, essendo comunque un passista veloce, tende ad essere molto veloce di suo. Ma anche in questo caso dipende dagli obiettivi che deve perseguire. Può fare dietro motore per velocizzare un po’ la gamba o per affinare la preparazione magari inserendo degli sprint.

Tu che li hai seguiti entrambi, c’è tanta differenza di velocità fra uno scalatore piccolo come Matteo Fabbro e un passista veloce e grosso come Milan?

Non tantissima, anche perché poi fanno lavori diversi dietro la moto. Jonathan, per esempio, faceva delle volate partendo da dietro la moto e uscendo di scia, mentre Matteo non le faceva. In realtà poi quando si fa dietro motore cerchi di fare un ritmo che può essere quello che fanno in gara ed è la velocità che comanda (55, 60, 65 chilometri orari, ndr), quindi è chiaro che guardando i file a fine seduta, anche a seconda di che moto stai usando (più o meno grande, ndr) cambiano i wattaggi tra gli atleti.

Chiaro, è un po’ il discorso di Evevepoel a crono…

Matteo, per esempio, era talmente piccolo e talmente sottile a livello aerodinamico, che dietro la moto era molto, molto efficiente. Ed anche se non aveva una grande potenza, dietro la moto a certe velocità ci stava “comodo”. Jonathan invece magari doveva fare molti più watt per stare alla stessa velocità. Però aveva una potenza tale per cui comunque non veniva infastidito troppo dall’alta velocità stessa.

Una curva ad U, il gruppetto che scappa davanti, un rilancio… Sono questi i momenti in cui serve il ritmo gara
Una curva ad U, il gruppetto che scappa davanti, un rilancio… Sono questi i momenti in cui serve il ritmo gara
Quanto conta la sensibilità nell’accelerare e fare certi ritmi da parte del pilota, in questo caso del preparatore?

Abbastanza ed è importante avere i dati dell’atleta sott’occhio. Non è facile gestire la potenza della moto, perché comunque devi prestare attenzione alla velocità più che alla manetta del gas. E’ un adattamento continuo. Per esempio, se c’è una leggera salita bisogna mantenere la velocità all’inizio per farla scendere appena un po’ poco alla volta. Devi fare un po’ come se fossi in bici, come se il motore del mezzo fossero le tue gambe. Non è facile riuscire a interpretare questo allenamento, specie se si fanno percorsi ondulati. Saper interpretare bene il percorso è veramente molto importante per realizzare l’allenamento che sulla carta volevi fare.

Appunto, accelerate troppo brusche e umanamente oltre i limiti fisici, rovinano l’allenamento. Senza contare che poi c’è anche una questione di sicurezza, come anche suonare il clacson per evitare buche o auto…

E infatti quando devi fare questi lavori cerchi strade poco trafficate, che ti permettano di non disturbare troppo gli altri e di stare in sicurezza.

Una volta il dietro motore si faceva anche con la macchina, oggi quasi non si usa più. E’ così?

Attualmente con la macchina non si fa più. Ormai con il livello aerodinamico che si è raggiunto ci sarebbero velocità in ballo eccessive, dai 60-70 all’ora in su. Non avrebbe senso e sarebbe troppo pericoloso.

Le Samyn, la firma di Marta: bentornata Bastianelli

28.02.2023
5 min
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«Ieri sera con Marcello Albasini, che è l’altro direttore sportivo che è qua con me in Belgio – racconta Davide Arzeni – abbiamo fatto due chiacchiere sulla corsa e ne abbiamo parlato con Marta. Avevamo questa idea, visto che uno dei suoi obiettivi è la Parigi-Roubaix. Le abbiamo detto: “Proviamo un attacco sul settore di pavé”. Dietro avevamo Chiara Consonni che poteva coprirci per la volata. Insomma dai, è andata. E’ andata bene così.

«Non sono assolutamente sorpreso che Marta abbia vinto, però veramente mi sono trovato di fronte a una vera professionista. Una ragazza che ha vinto tanto nella sua carriera e che probabilmente la finira dopo il Giro, eppure è ancora qua a fare la vita. I suoi risultati sono frutto della sua testa di corridore».

La UAE Adq Team vuole gara dura e vigila in testa al gruppo. Bastianelli è pronta per attaccare
La UAE Adq Team vuole gara dura e vigila in testa al gruppo. Bastianelli è pronta per attaccare

Tre volte sul podio

Le cinque di un pomeriggio freddo sulle strade del Belgio intorno a Dour nel cuore della Vallonia. Marta Bastianelli ha da poco vinto Le Samyn, corsa classica con settori di pavé che di lì a poco sarebbe stata conquistata fra gli uomini da Milan Menten. Lo ha fatto con lo stesso piglio con cui nel 2019 vinse il Fiandre. Attacco e volata. E sebbene sia agli ultimi mesi della carriera, ha ruggito come ha sempre saputo fare.

«E’ bello smettere da vincenti, no?». Il tono di voce è allegro, l’ammiraglia sta facendo ritorno verso l’hotel sull’autostrada. Arzeni dice scherzando che il loro unico contatto col mondo è il benzinaio della vicina stazione di servizio.

«In tre corse – racconta l’azzurra – ho fatto terza, seconda e prima, altro che deconcentrata perché sono a fine carriera. Ho fatto tutto quello che dovevo fare, tranne un piccolo problema di salute a gennaio per il quale mi sono dovuta fermare per una settimana e mezza. Non ho partecipato al raduno con la squadra, però adesso va tutto bene».

Tomasi, accoglie una costernata Chiara Consonni che ha bucato al momento del forcing di Bastianelli
Tomasi, accoglie una costernata Chiara Consonni che ha bucato al momento del forcing di Bastianelli

Forcing sul pavé

E’ passata nel giro di due anni dal rifiuto del pavé all’aver messo la Roubaix al centro del mirino. Ha avuto bisogno di masticarla bene e quando domani la squadra degi Emirati andrà sul percorso a provare i tratti di pavé, Marta avrà la conferma di essere sulla strada giusta. L’attacco è venuto sul pavé e ha fatto male.

«Oggi era una gara abbastanza veloce – dice – ci siamo mosse abbastanza bene. Io ho seguito i piani della squadra, che erano di attaccare nell’ultimo tratto di pavé avendo Chiara alle spalle. Così mi sono trovata davanti, ho fatto la mia azione. Mary mi ha seguito (Maria Giulia Confalonieri, ndr), poi sinceramente nel finale non ho potuto proprio aiutarla tantissimo. Non riuscivo a capire dalla macchina come fosse la situazione. Perché comunque dietro Chiara aveva bucato e la Gasparrini era caduta. Un po’ di situazioni particolari, si rischiava di buttare tutto».

Confalonieri ha creduto nell’azione con Bastianelli, pur sapendo che in volata sarebbe stata dura
Confalonieri ha creduto nell’azione con Bastianelli, pur sapendo che in volata sarebbe stata dura

“Capo” e Albasini

E così, dopo aver parlato di sé a inizio stagione come di una guida per le più giovani, la cara Marta Bastianelli – terza all’Omloop Het Nieuwsblad e seconda alla Omlop Het Van Hageland – ha alzato le braccia a Le Samyn des Dames.

«Le ragazze sono quasi tutte nuove – racconta – è tutto nuovo, quindi abbiamo avuto bisogno di tempo per affiatarci, sin dal UAE Tour. Credo che sia una buona squadra in fase di crescita. Qui in Belgio, credo che siamo veramente un bel gruppo guidato bene anche dall’ammiraglia. Da Arzeni e Marcello Albasini. Credo che avere persone con esperienza di queste gare sia molto importante. Non sono gare semplici, tutt’altro. E quindi sono molto orgogliosa».

Podio tutto italiano a Le Samyn, con Bastianelli e accanto Confalonieri e Vittoria Guazzini
Podio tutto italiano a Le Samyn, con Bastianelli e accanto Confalonieri e Vittoria Guazzini

L’esempio di Marta

Arzeni guida e gongola, anche per lui l’esperienza nella UAE Adq è una sfida. Non è stato semplice lasciare la Valcar e sposare il nuovo progetto, ma la squadra che sta nascendo somiglia tanto alla sua vecchia casa.

«Una ragazza come Marta – dice – è importante per le atlete, ma anche per noi direttori sportivi. Da un’atleta come lei, che ha tutta questa esperienza, non si smette mai di imparare. Quindi anche io come direttore sportivo le devo qualcosa. Siamo qua in Belgio già da una settimana, non è mai facile. C’è vento e c’è freddo e c’era qualche ragazza probabilmente un po’ stanca. E nella sfortuna c’è andata bene, perché proprio nel momento in cui lei attaccava, ha bucato la Consonni. Quindi delle due frecce che avevamo ne è rimasta una. Domani facciamo la recon della Roubaix, il Belgio è appena cominciato e a me piace stare quassù».

Marta Bastianelli con Davide Arzeni: si è capito sin da subito che la collaborazione sarebbe stata proficua
Marta con Arzeni: si è capito sin da subito che la collaborazione sarebbe stata proficua

Lo sguardo tignoso

E’ così anche per Marta Bastianelli, 35 anni, campionessa del mondo quando ne aveva 22 e ancora sulla cresta con lo sguardo tignoso di ogni anno.

«Farò tutte le altre classiche – dice – a partire da De Panne fino alla Roubaix. Noi corriamo sempre per vincere con le migliori carte che abbiamo, quindi ci giochiamo sempre diverse possibilità. Quando corro con Chiara, sono contenta di poterla aiutare perché comunque è il futuro, e lei è contenta di aiutare me. Quindi, insomma, ci diamo abbastanza forza e coraggio. Ma abbiamo anche altre atlete forti, come Silvia Persico e Gasparrini. Io ci sono, mi sono allenata bene e confermo che dopo il Giro smetterò di correre. Sono felice di finire al Giro d’Italia. Ci sono tante giovani in Italia, oggi abbiamo visto il podio tutto italiano. Ma questo non significa che non sarò lì davanti anche nelle prossime corse a giocarmi qualche vittoria. Io so ancora vincere, forse qualcuno lo aveva dimenticato».