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Slongo, il dietro motore e qualcosa da sapere

11.09.2021
5 min
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Il dietro motore sta diventando sempre più importante nelle preparazioni attuali. Spesso si vedono corridori gareggiare molto poco, ma essere competitivi e brillanti già alla prima corsa del loro rientro. A volte sono addirittura vincenti. Roglic ne è forse l’esempio migliore. Ma non è il solo…

Paolo Slongo, preparatore attualmente in forza alla Trek-Segafredo, che di questo particolare allenamento è un grande esperto può dirci molto. Lui ci ha costruito molti dei successi di Vincenzo Nibali. Il suo scooter rosso è quasi una leggenda. Lui davanti e lo Squalo a ruota. 

I dati di un computerino fissati sullo scooter del preparatore (screenshot da video, Slongo)
I dati di un computerino fissati sullo scooter del preparatore (screenshot da video, Slongo)

L’efficacia del dietro motore

«Il dietro motore con la motocicletta o comunque con lo scooter è molto efficace – dice Slongo – Simula, se non sostituisce, la gara e il ritmo gara. Perché tu puoi anche fare i tuoi bei lavori a soglia e magari anche oltre, ma li fai a velocità più basse. Al medio-soglia magari vai a 40 all’ora, con il dietro motore vai a 55. Su una salita vai a 18, dietro moto vai a 22. Questo instaura una sorta di “gara” dell’atleta con lo scooter. Il corridore è più stimolato e fa il vero ritmo gara».

E, aggiungiamo noi, pedala anche in modo differente. Cambia la cadenza o comunque spinge un rapporto più duro e cambia anche un po’ la posizione. Queste piccole differenze vanno ad incidere anche sul piano neuromuscolare, le stesse differenze che poi si riscontrano in gara.

Malucelli impegnato in una sessione di dietro motore a fine allenamento
Malucelli impegnato in una sessione di dietro motore a fine allenamento

La simulazione di gara…

Ma quanti tipi di dietro motore ci sono? Sostanzialmente, Slongo ne conta tre: la simulazione della gara, “l’accompagnamento” a fine distanza e lo scioglimento. Ma è certo il primo quello più importante.

«Atleti ben strutturati ed esperti possono fare delle simulazioni gara anche due volte a settimana. Poi ognuno si prepara per il suo settore: chi per la crono, chi per le volate, chi per la salita. Per esempio, chi deve preparare una volata, viene portato alle velocità che di solito si raggiungono per lo sprint e poi il corridore esce di scia per fare la volata. Il cronoman farà le sue sedute con la bici da crono a ritmi elevati. E poi c’è il lavoro per la salita. Generalmente si fanno salite lunghe di 10-12 chilometri. Possono essere fatte: in modo regolare, con qualche lavoro specifico, a ritmo gara o con degli scatti che simulano degli attacchi… ».

Chris Froome, Domenico Pozzovivo, Zoncolan, Giro d'italia 2018
Le frullate di Froome hanno messo in difficoltà anche molti scalatori puri, avere quel ritmo era un’impresa
Chris Froome, Domenico Pozzovivo, Zoncolan, Giro d'italia 2018
Le frullate di Froome hanno messo in difficoltà anche molti scalatori puri, avere quel ritmo era un’impresa

Seguendo Froome e Contador

«Per esempio, noi riproducevamo gli attacchi di Froome. Con la telemetria era relativamente facile. In quegli anni Contador, Froome… avevano un loro modo di attaccare che era più o meno sempre lo stesso. Quindi io tra video, cronometro e dati dei corridori riuscivo a capire come attaccavano (intensità e durata). Avendo sullo scooter un altro computerino vedevo perfettamente i dati dell’atleta e così potevo “tirargli il collo”».

«Anche se si simulavano delle gare, la mia accelerazione non era del tutto a sorpresa perché Sky a quei tempi aveva una specie di copione per i suoi attacchi. Oggi un Pogacar è meno prevedibile e si guardano più i watt/chilo. Io avevo il mio cronometro e rispettavo i “tempi Sky” per lo scatto. Per esempio Froome faceva 20”-30” molto forti, con alte cadenze, poi “mollava” per un minuto e ripartiva… fin quando non restava solo e si metteva a velocità di crociera. Contador faceva 30” in piedi con un rapporto molto lungo e poi si sedeva per un minuto e mezzo circa. E i suoi affondi duravano per 10′-12′. Quindi cercavo di rispettare queste tempistiche. In questo caso è la moto che comanda e il corridore deve seguire. Se vedevo che i battiti di Vincenzo non erano scesi a dovere in quel lasso di tempo tra un’accelerazione e un’altra io davo gas lo stesso. Poi bisognava anche capire quando si poteva forzare la mano e quando no. Serviva una certa sensibilità».

Il Giro sul Pordoi. Slongo tendeva a simulare la gara su questo valico ad oltre 2.200 metri di quota
Il Giro sul Pordoi. Slongo tendeva a simulare la gara su questo valico ad oltre 2.200 metri di quota

Quella volta sul Pordoi

Per farci capire ancora meglio, Slongo racconta un aneddoto vissuto negli anni d’oro dell’Astana, quando c’era ancora Michele Scarponi.

«Scedevamo dal San Pellegrino e andavamo verso il Pordoi. Lì iniziavo con lo scooter la salita in progressione fino ad arrivare all’ultimo chilometro che si era al massimo. Fino ai 2.000 metri guardavo soprattutto i watt, oltre mi concentravo sulle frequenze cardiache. Si arrivava in vista del finale che magari Scarponi scattava, Nibali rispondeva, rilanciava e poi si “fermava”. Io, che con lo Scooter continuavo regolare, li riprendevo e loro si mettevano di nuovo a ruota e di nuovo a scattare. La stessa cosa la fecero Vincenzo e Caruso sul Teide.

«Quando vedi certi campioni fare certe performance, sei davvero soddisfatto anche te. Sai che hanno lavorato bene».

Gli azzurri a ruota della macchina. Questa tipologia di dietro motore però non è molto allenante secondo Slongo
Gli azzurri a ruota della macchina. Questa tipologia di dietro motore però non è molto allenante secondo Slongo

E dietro la macchina?

Ma c’è poi il dietro motore anche per sciogliersi. Questo viene fatto a volte anche stando dietro macchina. Tuttavia si fa un po’ perché per non intralciare il traffico e un po’ perché è davvero poco allenante, per non dire nullo.

«Non si riesce neanche a rispettare una cadenza regolare – spiega Slongo – Devi smettere di pedalare altrimenti vai addosso alla macchina. Bisogna considerare che dietro macchina praticamente non si lavora, mentre dietro scooter è come essere a ruota di 10-15 corridori. Fare dietro macchina è quasi più un qualcosa di psicologico, un “massaggio naturale”. I battiti sono bassissimi. E’ uno scarico totale.

«Ed è un dietro motore non troppo impegnativo anche quello che si fa a fine distanza: un po’ per fare del ritmo, un po’ per far “passare prima i chilometri”. Nell’ultima ora ci si mette a ruota dello scooter ad un ritmo regolare, ma buono».