Giorgi e i grassi: tra alimentazione e allenamenti

28.02.2023
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Con il dottor Andrea Giorgi, medico della Green Project Bardiani CSF Faizanè, avevamo affrontato il tema delle proteine. Spinti da altra curiosità lo contattiamo nuovamente per parlare dei grassi. Anche questo è un campo ampio, che va affrontato in maniera precisa. 

«I grassi – ci introduce il dottor Giorgi – forniscono l’energia che viene utilizzata dal nostro organismo. Questi hanno una densità energetica maggiore dei carboidrati, dando al corpo più energia per più tempo».

Le fibre rosse prendono energia dall’assunzione di grassi (foto Project InVictus)
Le fibre rosse prendono energia dall’assunzione di grassi (foto Project InVictus)
Quindi i grassi sono fondamentali?

Assolutamente. Negli sport di endurance, come il ciclismo, sono importantissimi per avere una prestazione prolungata nel tempo. Il corpo dei ciclisti deve essere in grado di utilizzare al meglio i depositi di grasso intramuscolare per produrre energia. 

A quale livello di intensità si utilizzano maggiormente?

Tra il 65% ed il 70% del VO2Max. L’organismo utilizza i grassi a basse intensità, nella famosa Zona 2.

Per questo i ciclisti fanno tanti allenamenti a bassa intensità?

Sì, insegnano al loro corpo ad usare con maggiore efficienza i grassi durante lo sforzo. Questi sono utilizzati dalle fibre rosse, quelle aerobiche, il loro stimolo aumenta i mitocondri e l’utilizzo dei grassi intramuscolari. 

Un atleta di endurance massimizza l’utilizzo di grasso intramuscolare tra il 65% ed il 70% del VO2Max (foto Enervit)
Un atleta di endurance massimizza l’utilizzo di grasso intramuscolare tra il 65% ed il 70% del VO2Max (foto Enervit)
Che benefici se ne traggono?

Si risparmiano tanti zuccheri, che sono utili per avere una migliore prestazione ad alta intensità. Come le volate o gli sforzi intensi oltre i 20 o 30 secondi Anche per questo i velocisti puri stanno sparendo. Devono avere ormai delle buone fibre rosse per essere resistenti e le fibre bianche per gli spunti. 

Di conseguenza i grassi diventano una parte importante dell’alimentazione…

Bisogna reintrodurli bene e nella maniera giusta. All’interno di una dieta, il corridore deve assumere tra il 20% ed il 30% di grassi. Ci sono anche delle diete specifiche, quelle chetogeniche, dove il consumo dei grassi raddoppia. 

Questi come si suddividono?

In grassi monoinsaturi e polinsatur, infine i grassi saturi saturi. I primi due sono i cosiddetti grassi buoni: olio d’oliva, pesce e frutta secca (foto apertura di Educazione Nutrizionale). Tutti alimenti ricchi di omega 3 e omega 6, ovvero acidi grassi a catena lunga. I secondi, i grassi insaturi, sono da assumere con più attenzione e sono quelli che derivano da insaccati o carni troppo grasse. 

Omega 3 e omega 6 che funzioni hanno?

Sono i costituenti delle membrane cellulari, ad esempio, nei globuli rossi può aiutarli a muoversi nella circolazione. Aiutano anche l’organismo a recuperare dal danno muscolare da esercizio. 

Come vanno poi inseriti nell’alimentazione?

Non c’è bisogno di estrema precisione come per i carboidrati e le proteine. I grassi, tuttavia, vanno limitati nel pre gara, perché sono a lunga digestione e potrebbero causare problemi gastrointestinali. Il reintegro va fatto principalmente dopo la corsa, a cena. 

Anche i velocisti devono allenare le fibre rosse per avere una maggiore resistenza ed ottimizzare le fibre bianche per le volate
Anche i velocisti devono allenare le fibre rosse per avere una maggiore resistenza ed ottimizzare le fibre bianche per le volate
In una colazione tipo? 

Si dovrebbero mangiare uova, latte e carne bianca. Negli ultimi anni è aumentato anche il consumo di avocado e del burro di arachidi. 

A cena?

Pesce, ricchissimo di omega 3 e olio d’oliva come condimento principale, che contiene omega 6. 

E durante la corsa?

Qui il tema è differente. Bisogna fare attenzione, alcune barrette contengono polioli grassi (carboidrati idrogenati usati come dolcificanti in sostituzione allo zucchero) che possono causare problemi nell’utilizzo degli zuccheri. In corsa comunque i grassi si assumono, anche se a basse quantità. Magari con della frutta secca o all’interno delle rice cake che contengono frutta secca o nelle barrette energetiche.

Le diete chetogeniche di cui parlava a cosa servono?

Sono quelle che si usano per perdere peso ed aumentare la capacità del corpo di utilizzare i grassi. Normalmente in queste diete l’apporto alimentare dei grassi passa al 60%. Con una diminuzione dei carboidrati al 5%, anche se è difficile arrivare a percentuali così basse. Pensate che l’apporto in grammi di carboidrati sarebbe di 80/100 grammi, praticamente tre fette di pane bianco. La dieta chetogenica si può fare per un breve periodo e sotto un controllo medico. 

Gli allenamenti polarizzati diventano importanti (foto Green Project)
Gli allenamenti polarizzati diventano importanti (foto Green Project)
Si perde peso ma ci sono delle controindicazioni?

Dal punto di vista atletico è una dieta che limita l’assunzione di zucchero, il che significa una perdita nella capacità di sostenere un lavoro ad alta intensità. La dieta chetogenica è da fare nella fase pre stagione, diciamo a novembre, non oltre. A questo scopo si fanno anche le uscite a digiuno. Il corpo ha terminato le scorte di glicogeno ed a quel punto si massimizza l’utilizzo dei grassi.

Papà Collinelli, come vedi il 2023 di Sofia e Luca?

28.02.2023
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Ogni stagione che inizia ha sempre un motivo d’interesse che va oltre il risultato. Lo stesso vale anche per il genitore, specie se la sua prima vita l’ha passata in sella ad una bici, conquistando fra l’altro anche un oro olimpico. Andrea Collinelli non è un padre qualunque per i suoi figli Sofia e Luca e quest’anno ha più di una ragione per seguire con più attenzione le loro corse.

Sofia è passata alla Israel-Premier Tech-Roland, entrando così nel WorldTour femminile, ed è già partita in modo intenso disputando sette gare, compreso il UAE Tour. Luca ha esordito lo scorso weekend con il suo Team Technipes #InEmiliaRomagna correndo sabato la San Geo e poi il giorno dopo a Misano, dove ha raccolto subito un terzo posto dietro Bruttomesso e Portello. E papà Collinelli come vede il loro 2023? Glielo abbiamo chiesto, naturalmente…

Andrea Collinelli con i figli Sofia e Luca. I due chiedono sempre consigli al padre
Andrea Collinelli con i figli Sofia e Luca. I due chiedono sempre consigli al padre
Andrea andiamo in ordine cronologico partendo dal podio di Luca. Te lo aspettavi?

Sì e no. Chiaramente mi fa molto piacere. Sapevo che durante il ritiro si era fatto trovare pronto. Lui è un 2003 ed è al secondo anno nella categoria U23, ma mi hanno detto che ha fatto grandi cambiamenti. Adesso è più concentrato, più resistente ed è in un squadra che sta facendo le cose molto bene.

A cosa può essere dovuto questo cambiamento?

Forse Luca ha avuto una maturazione più lenta rispetto ai suoi coetanei. E forse subiva un po’ l’immagine di Sofia, che da junior aveva fatto tante vittorie e risultati importanti. Luca ogni anno faceva buone cose, ma diciamo che prima non ci metteva lo stesso impegno di sua sorella. Sappiamo però che la maturazione, appunto, non è uguale per tutti. Ora Luca può essere uno stimolo per Sofia nel rilanciarsi. Infatti quando escono in allenamento assieme, non si risparmiano e se le danno nei denti (sorride, ndr).

Luca che caratteristiche ha?

E’ un passista veloce ed ha potenza. Predilige una volata corta, esplosiva. Si difende bene a crono, dove l’anno scorso avevo conquistato due buone top 10 per essere al debutto nella categoria. Se migliora sulle salite brevi e sugli strappi, può diventare più completo, anche perché gli piacciono le gare dure. Ad esempio domenica a Misano il vento e il freddo hanno condizionato molto la corsa rendendola selettiva. Infatti nel finale era là davanti ed ha fatto un buon risultato.

Quali sono gli obiettivi per Luca quest’anno?

Ne ha uno prioritario: la scuola. Purtroppo ha perso un anno e quindi dovrà concentrarsi sulla maturità. Poi da luglio in avanti potrà dedicarsi al ciclismo. Però se i cambiamenti mostrati in bici valgono su tutto, allora credo che si preparerà bene anche per l’esame. In ogni caso per lui questa stagione sarà ancora di apprendistato. Corre in un team continental che prevede un calendario importante anche in mezzo ai pro’, quindi potrà fare tanta esperienza. Certo, l’obiettivo di ogni corridore è quello di passare professionista, ma non deve avere fretta. Personalmente penso che anche nel 2024 gli converrebbe restare tra gli U23.

Prima facevi riferimento al rilancio di Sofia, che ora corre nel WorldTour. Come sta procedendo?

Bene ma è solo agli inizi. L’ingaggio della Israel è un buon traguardo per avere una buonissima ripartenza. Purtroppo lei ha avuto molta sfortuna nelle ultime stagioni. Prima problemi fisici che nel 2021 l’hanno parecchio frenata. Praticamente per un anno non ha corso. Durante la fase dell’infortunio ha preso qualche chilo. Poi l’anno scorso ha corso tanto, con qualche bel piazzamento che fa bene per il morale. Ha disputato il Giro Donne ma all’ottava tappa è caduta rompendosi due costole. Complessivamente a livello psicologico non è stato facile.

Avete dovuto intervenire su qualche aspetto particolare?

Innanzitutto a livello medico. Sofia ha avuto una doppia pubalgia dovuta al disallineamento del bacino. Le avevano prescritto di stare ferma per sei mesi, che per uno che va in bici è una mazzata. Abbiamo interpellato altri specialisti e alla fine il centro Isokinetic di Bologna, che segue anche il Bologna Calcio, ha trovato la giusta terapia. Ha iniziato ad usare un bite dentale ed ha potuto allenarsi regolarmente. Ancora adesso tiene il problema fisico sotto controllo grazie ad esercizi di routine. Contemporaneamente però c’è l’aspetto psicologico da non sottovalutare.

Cosa avete fatto in questo caso?

Sta facendo un percorso con la dottoressa Valentina Marchesi di Modena, una psicologa che le fa anche da mental coach che la segue fin dai tempi della VO2 Team Pink quando era junior. Sofia si è destabilizzata quando, durante il suo infortunio, ha visto le sue compagne che andavano forte e facevano risultati. Si è buttata giù e le è un po’ scesa la catena, come si dice in gergo. Credo sia normale, sono cose che capitano. Adesso però sta lavorando sodo per ritrovare lo smalto di una volta. Non sarà immediato, ma ha solo 22 anni e quindi tutto il tempo per farlo.

Il contratto biennale in tal senso aiuta. Ha altri obiettivi Sofia?

Avere la possibilità di non dover rincorrere per forza le cose è un bene. La Israel ha un bel progetto per le giovani e non le mette pressione. Adesso che è nel WorldTour deve solo imparare, fare gavetta e migliorare, dando sempre qualcosa in più. Già il fatto che abbia fatto anche il ritiro con la nazionale è un buon segno. Il cittì Sangalli le ha detto di farsi trovare pronta perché una maglia azzurra per lei potrebbe esserci. Se crescerà come spero, Sofia dal 2024 dovrà far rivedere quelle doti del suo passato.

Estate 2022. Sofia e Luca Collinelli, qui sul Gavia, si allenano spesso assieme senza risparmiarsi (foto instagram)
Estate 2022. Sofia e Luca Collinelli, qui sul Gavia, si allenano spesso assieme senza risparmiarsi (foto instagram)
Tre consigli che papà Andrea Collinelli dà ai suoi figli.

Non faccio differenze fra loro. Primo: il corridore si fa d’inverno, a tavola e non. Ripresentarsi ai raduni fuori forma non è un bel segnale. Secondo: dare sempre il 100 per cento per i compagni. Solo facendo così potrai un giorno chiedere indietro il favore. Terzo: divertirsi andando in bici. Adesso c’è sempre più stress. Bisogna cercare di allenarsi, stare bene con i compagni e correre con la mente libera. Tutto sarà più semplice.

Bardet a cuore aperto prima della Parigi-Nizza

28.02.2023
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Romain Bardet ha iniziato la stagione non muovendosi dalle corse casalinghe. Una sorta di tributo alla sua patria: «Non è che lo scorso anno volessi boicottare la Francia – ha raccontato a Nice Matin prima del suo esordio – ma la squadra ha voluto un programma diverso, facendomi gareggiare a Giro e Vuelta. Certamente però le corse di casa mi sono mancate, come mi sta mancando altro».

E’ un Bardet diverso quello che si presenta in questo 2023. Un po’ malinconico forse. Un Bardet assolutamente competitivo, lo si è ben visto lo scorso anno con la conquista del Tour of the Alps e quel Giro che gli è rimasto sul gozzo con un ritiro quando sembrava pronto per spiccare il volo. Ma che sente su di sé il peso dei suoi 32 anni compiuti.

Il rapporto coi tifosi è sempre stato fortissimo. Ritrovarli a inizio stagione è stato molto importante
Il rapporto coi tifosi è sempre stato fortissimo. Ritrovarli a inizio stagione è stato molto importante

Il più vecchio del team. Quasi…

«Intendiamoci, provo ancora lo stesso piacere di andare in bici e mettermi alla prova – sono le parole riportate da L’Equipe – ma molto è cambiato. E’ un ciclismo diverso, che consuma più in fretta. Nella mia squadra Degenkolb è l’unico più grande di me e questo mi fa pensare, mi ricorda gli ultimi anni all’Ag2R dove ho visto ragazzi lasciare la casa da giovanissimi con una voglia sfrenata di emergere, di entrare nel gruppo».

Bardet si è messo in discussione, quando nel 2021 ha cambiato squadra. Ha lasciato un team dove aveva vissuto tutta la sua carriera, ha lasciato la Francia, ma anche un modo molto più tranquillo di affrontare la sua attività per immergersi in un sistema estremamente selezionato e scientifico, quello del Team DSM.

«Durante i ritiri ogni sera – dice – vengono effettuati lunghi incontri di brainstorming, dove ognuno tira fuori i suoi pensieri e le sue sensazioni. Questo per creare uno spirito di gruppo che è alla base del team. Bisogna adattarsi, chi non lo fa ha vita breve. Prima forse era tutto molto più empirico e mi chiedo: ma se avessi affrontato prima il ciclismo da questo punto di vista, avrei vinto di più?».

Il momento più alto per il francese, il 2° posto al Tour 2016, a 4’05” da Froome
Il momento più alto per il francese, il 2° posto al Tour 2016, a 4’05” da Froome

Il podio al Tour non basta più

Cambiare squadra e nazione ha avuto il suo prezzo. Pian piano il corridore di Brioude si è sentito scollato dalla sua realtà e non fatica ad ammetterlo.

«Forse i miei podi – spiega – avevano un po’ falsato la mia dimensione. In Francia tutti vogliono la vittoria del Tour, il podio non basta più. Così ogni anno mi sentivo dire: è per quest’anno. E questo mi aveva logorato, non nego di aver versato lacrime per le mie sconfitte. Ora non ci penso più, anche se al Giro ci contavo davvero sulla vittoria. Ma Hindley e Carapaz sono battibili, uno come Pogacar al massimo no».

Bardet dice che un podio al Tour è ancora possibile e che gli piacerebbe vincere una tappa al Giro per completare la sua collezione nei tre grandi Giri, ma un problema c’è e torniamo al discorso di prima: l’età che pesa in questo ciclismo che consuma tutto rapidamente. L’annuncio dell’imminente ritiro del suo avversario di mille battaglie, Thibaut Pinot lo ha molto colpito.

«E’ vero che ha avuto una carriera piena e ricca di successi – osserva – ma sapere che molla alla mia età sorprende anche perché non credo sia un caso isolato. In questo ciclismo, continuare a correre dopo i 35 anni sarà sempre più raro e non dipende da un declino fisico, quanto di testa. Essere ai vertici consuma, molto più di prima».

Al Giro 2022 dietro Carapaz. Il ritiro è arrivato quando Bardet stava per puntare alla maglia rosa
Al Giro 2022 dietro Carapaz. Il ritiro è arrivato quando Bardet stava per puntare alla maglia rosa

Il peso dei sacrifici

Questo influisce sulla voglia di sacrificarsi, senza la quale continuare questo mestiere, a qualsiasi livello, è pressoché impossibile: «Stare lontano dalla famiglia è sempre più difficile, ma sai che devi farlo, per questo si dice che il ciclismo è un mestiere che non fa sconti, che ti chiede di essere sul pezzo 7 giorni su 7, per 24 ore al giorno ed è sempre più difficile e logorante. Io non mi faccio programmi in testa, vado avanti anno dopo anno per rendere sempre al meglio, ma il futuro resta una pagina tutta da scrivere, sapendo che gli anni indietro sono comunque molti di più di quelli avanti in sella a una bici».

Al dopo, ci sta già pensando: «I progetti sono tanti che mi frullano nella testa, ma partono tutti da alcuni comuni denominatori, come il viaggiare sempre con la mia famiglia e il pedalare sono ed esclusivamente per divertimento, perché alla bici non rinuncerò mai».

All’AG2R Bardet è rimasto dal 2012 al 2020. Una dimensione familiare, ma con delle controindicazioni
All’AG2R Bardet è rimasto dal 2012 al 2020. Una dimensione familiare, ma con delle controindicazioni

Alla Parigi-Nizza per colpire duro

L’inizio non è stato neanche male: in 5 giorni di gara un podio sfiorato al Tour des Alpes Maritimes e tutte prestazioni nei quartieri alti della classifica. Ora lo attende la Parigi-Nizza.

«Mi è mancata, c’è un’atmosfera speciale – sorride – è quasi una famiglia che va riformandosi anche con organizzatori e volontari. Sono felice di aver iniziato la mia stagione a casa, era una tradizione che mi era mancata molto. La condizione mi dice che posso puntare a qualcosa d’importante, ma alla Parigi-Nizza possono capitare tante cose, ogni tappa può essere quella decisiva, nel bene e nel male…».

U23, stagione di sorprese? Faresin non le esclude

28.02.2023
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La stagione degli under 23 è iniziata lo scorso weekend. Ed è iniziata un po’ alla solita maniera, vale a dire con i nomi noti a dettare legge. In quattro gare: due vittorie per la Colpack-Ballan, una per il CTF e una per la Trevigiani. Ma sarà così per tutto l’anno? Ne abbiamo parlato con Gianni Faresin, direttore sportivo della Zalf Eurombil Desiree Fior.

Cosa ci possiamo attendere da questo 2023? Gli equilibri saranno quelli di sempre? O magari ci potranno essere delle sorprese? Certo, come detto, l’inizio dell’anno sembra proseguire nel segno della continuità in modo deciso.

Gianni Faresin con i suoi ragazzi, prima della Coppa San Geo di sabato scorso
Gianni Faresin con i suoi ragazzi, prima della Coppa San Geo di sabato scorso

La Zalf c’è

Con Faresin si inizia a parlare della sua Zalf. I suoi ragazzi non hanno raccolto dei super risultati in questo primissimo assaggio di stagione, ma le gambe sembrano esserci e questo è ciò che conta di più.

«In linea di massima – spiega il direttore veneto – la preparazione invernale è andata secondo i programmi. Sì, qualche intoppo c’è stato, ma roba di stagione. E’ normale che ce ne siano in questo periodo.

«Abbiamo un ragazzo, Andrea Guerra, che sta recuperando dalla rottura della clavicola dopo una caduta in allenamento. Ma si tratta di tutte cose risolvibili. Credo ci vogliano un po’ di gare per rodare un po’ il tutto. Ma noi ci siamo».

E come può non esserci la squadra veneta? Alla fine resta un punto di riferimento del movimento e tanti, tanti giovani (anche juniores) di tutta Italia ambiscono a vestire quella storica maglia.

«Che stagione mi aspetto in generale? Si sono disputate solo le prime gare e non si è visto tanto. La sensazione però è che il Cycling Team Friuli sicuramente quest’anno ha la squadra più forte... come si sapeva. Ha uomini veloci, gente scaltra e ragazzi bravi in salita. E’ la squadra più attrezzata.

«Poi c’è la Colpack direi. Che è partita meglio dell’anno scorso e ha anche lavorato meglio… dell’anno scorso. Ha dei buoni velocisti, ma quelli li ha sempre avuti, e qualche giovane interessante. Vedi Romele.

«E anche la #inEmiliaRomagna ha fatto un bel salto. Ha dei corridori di esperienza e anche degli ex pro’ alla guida. E’ sicuramente una squadra che farà bene. Ma dico che in generale è bene aspettare».

La Zalf si è allenata bene, ma per vederla al top, secondo Faresin servirà qualche gara di rodaggio
La Zalf si è allenata bene, ma per vederla al top, secondo Faresin servirà qualche gara di rodaggio

Le nuove regole

E tutto sommato non è sbagliato, sia perché si parla di giovani, in cui tutto è ben più mutevole visto che di mezzo c’è lo sviluppo fisico, sia perché ormai con le crescite accelerate ci sta che arrivi uno juniores a fare da mattatore. Senza contare le variabili come la scuola, gli interessi adolescenziali… che ci sono sempre.

Ma forse in ballo entrano anche le nuove regole: dal 2023, infatti, nelle gare regionali under 23 le squadre continental come la Zalf potranno schierare solamente ragazzi del primo e secondo anno. E fu lo stesso Faresin a fine novembre a sottolineare la questione. Lui parlò di “rivoluzione forzata”.

«Sorprese? Magari con le nuove regole ci saranno – va avanti Faresin – le corse saranno più aperte, specie quelle regionali. E in queste corse credo che le squadre più “piccole” saranno avvantaggiate notevolmente rispetto ai team continental come il nostro. I ragazzi comunque li devi far correre e si andrà a fare anche quelle. 

«Ma poi penso a squadre come la Trevigiani, per esempio, già molto competitiva di suo, che potrà fare bene. Hanno corridori di ultra esperienza, tipo Zurlo, che l’altro ieri è andato già forte. E presentarsi alle gare regionali con gente così non è poco. Si confronteranno con ragazzi di primo e secondo anno.

«Gare che, come ripeto, bisognerà fare se si vuol far correre tutti i ragazzi, tanto più che in Italia quasi non ci sono corse a tappe. Anche se oggi a parlare di queste gare più piccole, sembra che si parli di chissà quale tabù o “demone”. Sembra che neanche vadano più toccate, poi invece sono la base, ci vanno tutti e a tutti piace dire: “Ho vinto questo, ho vinto quest’altro”.

«Per me sono gare. Punto. Se le vinci, comunque ti danno fiducia. Prende morale la squadra… E in ogni caso, in ogni gara, anche la più piccola, c’è sempre qualcosa da imparare».

Per il diesse veneto, il CTF dovrebbe essere la squadra più forte della stagione 2023 (foto Instagram)
Per il diesse veneto, il CTF dovrebbe essere la squadra più forte della stagione 2023 (foto Instagram)

Sui calendari

A questo punto Faresin apre il discorso dei calendari. E la questione verte proprio sulle corse a tappe, merce sempre più rara in Italia e che invece il cittì Marino Amadori brama da tempo per i nostri atleti… tutti, non solo quelli di punta.

«Benvenga se Amadori le vuol fare anche come nazionale – spiega Faresin – è un’opportunità in più, ma se devo fare i conti con il movimento italiano il calendario è quello. Non si inventa nulla. Per fortuna noi abbiamo l’invito al Giro di Sicilia che arriva ai primi di aprile ed è già importante. 

«E’ importante che una corsa a tappe arrivi abbastanza presto nel corso della stagione perché serve anche per la preparazione. Piu in là c’è il Giro U23, poi con le gare a tappe andiamo a finire praticamente a fine stagione… E per certi aspetti è un po’ tardi. Semmai ci vai per cercare il risultato, ma non per altro. Non per la preparazione. E se il livello è il Giro di Sicilia per noi non è facile». 

Lusso e solidarietà, ma che grande il cuore della Tresca…

27.02.2023
7 min
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Leonilde Tresca è ricca di colori e sapori forti, come l’interno della trattoria di Bologna in cui ci incontriamo per pranzo. Il suo grande cuore ha progettato un altro mezzo da favola, che affiancherà i lussuosi bus delle squadre, ma sarà realizzato per atleti paralimpici e coloro che a causa di una disabilità non possono accedere allo spettacolo del ciclismo.

La svolta nella sua vita, da questo punto di vista, ci fu quando Luca Paolini si impuntò per farle conoscere Marina Romoli. Il Gerva la conosceva bene, Marina era la compagna di Matteo Pelucchi e quando era in Lombardia si allenavano spesso insieme. E proprio ad Airuno, in provincia di Lecco, avvenne l’incidente che costrinse l’atleta marchigiana sulla sedia a rotelle.

Dall’incontro con Marina, la vita di Leonilde è cambiata (le due sono insieme nella foto di apertura, il giorno della laurea di Marina in neuropsicologia). Il suo nome resta legato ai pullman che costruisce, custodisce e spesso affitta alle squadre che non vogliono o non possono comprarne uno (di recente la Cofidis), ma è sempre più associato a impegno civile e iniziative di solidarietà.

Nel nome del padre

La sede di Tresca Transformer si trova a Zola Predosa, alle porte di Bologna. La creò suo padre Tonino, una carriera da direttore sportivo di alto livello, più di vent’anni fa. La riconoscete facilmente dall’autostrada, viaggiando da Bologna verso Milano. Basta guardare sulla destra e individuare il grosso pullman nero con le scritte di bici.PRO: la nostra casa all’Italian Bike Festival.

«Qualche anno fa – racconta Leonilde – ho avuto l’onore, la gioia e la fortuna di conoscere Marina Romoli, in un evento benefico che organizzava con la sua Fondazione a Ottobiano per raccogliere i fondi per la ricerca e la cura della lesione spinale. Da lì inizia per me l’arricchimento del ciclismo. Ci siamo conosciute, ci siamo riconosciute e abbiamo iniziato a fare delle cose insieme per supportare la ricerca, che per fortuna sta andando molto bene».

Perché il ciclismo? Potresti rispondere che è lavoro, ma è impossibile non notare quanto ti appassioni anche stare nel mondo delle corse…

Del ciclismo mi piace innanzitutto il tifo, perché è bellissimo. Quasi nessuno sport può avere una platea a cielo aperto con migliaia di persone colorate che incitano dal primo all’ultimo corridore. Questa è una cosa bellissima di cui vado fiera. Vedo che da parte del pubblico c’è rispetto per l’atleta. Se una persona ha la fortuna di andare su una salita del Giro e del Tour, vede persone che stanno ad aspettare fino all’ultimo corridore e questa per me è una delle cose più belle.

I tifosi si lamentano spesso che i corridori sono sempre sul bus. Forse potresti farglieli meno lussuosi, così magari scenderebbero prima…

Se glieli facessi scomodi (ride, ndr), non mi pagherebbero. Il pullman è un riferimento molto importante per il tifoso e anche per i giornalisti, perché alla partenza è il luogo in cui puoi vedere il corridore da vicino e parlarci. Come avere un accesso continuo al backstage dello spettacolo. Purtroppo questi tre anni di Covid hanno creato un distacco troppo grande tra il pubblico e l’atleta, i bus sono stati relegati ad un’area non accessibile. Io spero vivamente che adesso, tornati a una discreta normalità, il bus torni l’anello di congiunzione tra il ciclista e il tifoso. Insomma, riavviciniamo la gente ai corridori.

Ti vediamo spesso alle corse, quanto tempo passi in azienda tutti i giorni?

Tanto! A volte, scherzando, i manager delle squadre dicono che sono sempre in vacanza, in realtà sono una che fa tante cose. In azienda ci passo quasi tutta la mia vita e anche quando sono fuori, sono in costante contatto con il mio lavoro. Il telefono è sempre acceso, devo essere sempre sintonizzata su quello che succede. Diciamo che il lavoro è quasi tutta la mia vita, ma cerco di infilarci le cose che mi piacciono.

Ricevi in continuazione messaggi da team manager, autisti, meccanici. Quanti amici hai nel ciclismo?

Tanti, ciascuno a modo suo. I messaggi di Vinokourov sono bellissimi, perché mischia il francese e l’italiano in modo pazzesco. Sono in ottimi rapporti con tutti, ma con l’Astana c’è sempre stato un rapporto speciale, anche se un certo periodo, il più romantico, se ne è andato. Prima con Scarponi, ora la morte di Inselvini si è portata via forse l’ultimo aggancio a quegli anni…

Con Scarponi e Nibali, in uno dei momenti di allegria alle corse al seguito dell’Astana (foto Instagram)
Con Scarponi e Nibali, in uno dei momenti di allegria alle corse al seguito dell’Astana (foto Instagram)
In che modo aver conosciuto Marina Romoli ti ha fatto cambiare le priorità? 

Gli atleti paralimpici sono un vanto per lo sport italiano, ma nei loro confronti non c’è tanta attenzione da parte dello sport professionistico. Com’era stato prima con il ciclismo femminile. A me piacerebbe spiegare che anche le persone comuni che abbiano una disabilità possono praticare uno sport. Le associazioni sportive si stanno attrezzando, stanno nascendo occasioni di turismo sportivo. Viaggiando con Marina, ho trovato spesso difficoltà nel fare delle attività. Sembra delle volte che una persona con disabilità possa avere accesso a un bagno piuttosto che a un locale e lì ci si ferma. Invece la persona con disabilità può fare sport, può gareggiare, può vincere e può divertirsi. Mi piacerebbe far passare il messaggio che lo sport e educativo anche per le persone diversamente abili.

E allora parliamo di questo nuovo progetto: il Motivan. Che cos’è?

Un mezzo che vada incontro a queste persone. Un veicolo, un’hospitality, che farà le veci del classico bus delle squadre di ciclismo. Ho sempre pensato in questi anni che effettivamente c’era bisogno di adattare un veicolo per le esigenze degli atleti diversamente abili, in cui abbiano lo spazio per cambiarsi e tutte le facilitazioni necessarie. Poi, girando con Marina, mi sono resa conto che alle gare professionistiche e nei vari eventi non è mai prevista un’area priva di barriere architettoniche, un luogo dove stare comodi e socializzare. Allora ho avuto l’idea di trasformare uno dei veicoli che ho già progettato per aziende anche importanti e di farne un punto di appoggio per persone disabili.

Ci sarà un orgoglio particolare nel mettere in strada il Motivan?

Sarà il succo del mio lavoro che in questi anni per fortuna mi ha portato abbastanza in alto. In vent’anni sono riuscita a consegnare veicoli a quasi tutti i top team del mondo e a lavorare con grosse aziende.

Perché Motivan?

Significa “Mobility Motivation Van”. E’ qualcosa che sento molto, la realizzazione di un percorso molto lungo. Sarà l’orgoglio della mia carriera, il culmine di un iter che ho compiuto a livello professionale e tecnico. La ciliegina sulla torta per chiudere questo mio percorso.

Cataldo racconta Skjelmose, il nuovo bambino terribile

27.02.2023
5 min
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Ha solo 22 anni, lo scorso anno si era messo in mostra sorprendendo tutti al Giro del Lussemburgo, portando a casa tappa e classifica finale. Quest’anno è partito alla grande, con vittorie all’Etoile de Besseges e al Tour des Alpes Maritimes e il podio alla Faun-Ardeche Classic di sabato dietro Alaphilippe e Gaudu, ma soprattutto con una condotta di gara sempre all’attacco, giorno dopo giorno, com’è solito fare un certo Tadej Pogacar. Il suo nome è Mattias Skjelmose e sul suo conto c’è molto da dire.

E’ alla Trek Segafredo dal 2020, nel team è entrato in piena era Covid, è stata una scommessa che lo squadrone americano ha voluto fare a tutti i costi seguendo da tempo questo ragazzo, sin da quando era ragazzino.

«Era stato Kim Andersen a portarlo in squadra – ricorda Dario Cataldo – lo teneva d’occhio sin dalle categorie giovanili. I suoi risultati e soprattutto il suo comportamento in gara dimostrano che aveva colto nel segno».

Podio alla Faun-Ardeche Classic, primo inseguitore di Alaphilippe e Gaudu
Podio alla Faun-Ardeche Classic, primo inseguitore di Alaphilippe e Gaudu
Tu sei uno dei più esperti in carovana, che cosa ti ha colpito di lui?

Ha una straordinaria determinazione e voglia di emergere, è difficile vedere uno così giovane tanto attento a ogni aspetto della nostra professione: l’allenamento, l’alimentazione, la cura della bici. Non molla mai la concentrazione e s’impegna sempre al massimo, ha una maturazione soprattutto mentale inconsueta per la sua età.

C’è qualcosa da cui si desume che è così giovane?

Beh, in gara in certi frangenti è ancora un po’ acerbo, soprattutto nella lettura della corsa, ma sarebbe strano il contrario considerando i suoi 22 anni. Un esempio si è visto lo scorso anno al Giro: era partito motivatissimo, voleva spaccare il mondo e puntava apertamente alla maglia bianca, ma poi ha capito che una corsa di tre settimane è qualcosa di molto diverso da come se la aspettava. Ma è stata un’esperienza utile, ha imparato.

Due vittorie in Francia per il giovane Skjelmose, 22enne di Copenhagen già primo in Lussemburgo nel 2022
Due vittorie in Francia per il giovane Skjelmose, 22enne di Copenhagen già primo in Lussemburgo nel 2022
Che corridore è Mattias?

Uno scalatore, ma di quelli di nuovo stampo, con un buon spunto veloce. Anzi è proprio su questo punto che deve lavorare, perché spesso da giovani si hanno punte di velocità che poi si perdono nel corso della carriera, lui deve lavorare per mantenerlo pur progredendo in salita. Io dico che ha un gran motore, è quasi un ibrido, di quelli che possono far bene sia nelle classiche che nei grandi Giri, deve solo maturare tatticamente.

E’ un giovane che ascolta?

Tantissimo, è molto attento, rispettoso, accetta i consigli. E’ chiaro che un po’ dell’esuberanza tipica della sua età c’è, qualche piccolo peccato di presunzione può anche capitare, ma è uno che accetta le critiche, analizza che cosa ha sbagliato insieme ai tecnici e ai più anziani, recepisce e applica. E’ consapevole che per crescere bisogna anche saper ascoltare.

Cataldo è chiamato spesso a guidarlo, nelle fasi di approccio alle salite
Cataldo è chiamato spesso a guidarlo, nelle fasi di approccio alle salite
In questo momento qual è la sua dimensione ideale?

Quella delle brevi corse a tappe, come si è visto anche in questo avvio di stagione. La cosa importante è che faccia di queste corse non un fine, ma un mezzo. Spesso gli faccio l’esempio di Richie Porte, grandissimo corridore, forse il miglior interprete nelle corse a tappe brevi per un buon periodo di tempo, ma nei grandi Giri ha sempre faticato, trovando il podio solo a fine carriera. Lui deve usarle per maturare, per affinare la sua resistenza.

In queste due stagioni ti sei trovato con lui in gara, a gestirlo, accompagnarlo in salita?

Beh, in salita ormai, per tenere il passo dei più forti devi essere anche tu uno scalatore. Nelle salite importanti, nei frangenti importanti ci sono anche altri deputati a sostenerlo, ma capita nel corso della gara di affiancarci, guidarlo, indirizzarlo. Io cerco di portarlo nelle migliori condizioni all’attacco delle salite. Lui segue molto, ma non per imposizione. E’ capace anche di prendere le sue iniziative, di muoversi nel gruppo anche se è stressante e qualche volta si vede che morde un po’ il freno.

Per il danese della Trek Segafredo un Giro ’22 buono (40°), ma non come sperava
Per il danese della Trek Segafredo un Giro ’22 buono (40°), ma non come sperava
Per emergere nelle corse a tappe serve affinare le sue doti a cronometro. Come se la cava?

Non è uno specialista, quindi ci deve lavorare, non ha neanche avuto molte occasioni per cimentarvisi. E’ però molto attento, guarda alla posizione in bici e a tutti quei piccoli ma fondamentali aspetti che servono a limare secondi. Ci si sta dedicando, per questo attende con molta curiosità le occasioni contro il tempo che verranno.

E fuori gara com’è?

Molto socievole, con tanti interessi, ci si sta bene insieme, si è integrato con tutti. Soprattutto è di carattere, non posso dimenticare un episodio dello scorso anno. In discesa era caduto da un dirupo, davvero brutta roba: quando è tornato su era pieno di lividi ed escoriazioni, dall’ammiraglia volevano controllare le ferite, lui invece smaniava per avere la bici e ripartire. E’ fatto così…

EDITORIALE / Il ciclismo non è per tutti

27.02.2023
6 min
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Il ciclismo non è uno sport per tutti e non lo è mai stato. Solo in un certo periodo, breve nel quadro complessivo ma che parve eterno, alcuni imbonitori persuasero anche atleti senza mezzi ad acquisirli in modo alternativo.

Nacque un ciclismo con differenti velocità e periodi blindati. Si andava forte per un arco limitato di settimane e ogni periodo aveva i suoi vincitori. Sembra passato un secolo. E se oggi Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel possono vincere in corse fuori stagione rispetto ai loro obiettivi è perché le qualità dei grandi corridori vengono fuori come quando si sfidavano da ragazzini e il più forte vinceva sempre.

Vingegaard ha aperto la stagione al Gran Camino, vincendo le tre tappe e la classifica finale
Vingegaard ha aperto la stagione al Gran Camino, vincendo le tre tappe e la classifica finale

L’esempio di Visconti

Probabilmente il fatto di essere in piena scrittura di un libro sulla storia di Giovanni Visconti sta suscitando continui paragoni. Il ciclismo non è per tutti e forse il percorso del campione palermitano ne è la dimostrazione perfetta. Il ciclismo richiede rinunce, quelle che Alfredo Martini non voleva mai chiamare sacrifici: se lo scegli, non è sacrificio.

Visconti (come pure Nibali un anno dopo) un giorno partì da casa e si trasferì in Toscana, ospite di un’altra famiglia. Non è facile a 16 anni: se ce la fai, hai evidentemente la determinazione che serve per fare il professionista. Occhio però, non è una lettura limitata al ciclismo: chiunque lasci casa per inseguire un sogno e farne un progetto ha bisogno di carattere e determinazione. Il mondo del lavoro non è meno spietato e cinico.

Pogacar invece ha vinto la Vuelta a Andalucia, conquistando due tappe
Pogacar invece ha vinto la Vuelta a Andalucia, conquistando due tappe

Il ritiro di Benedetti

Nei giorni scorsi ha fatto parlare il ritiro di Gabriele Benedetti, neoprofessionista nella Drone Hopper che, ancor prima di aprire le ali, stava chiudendo i battenti. Si è parlato di poco carattere, magari senza conoscerne la storia. Si è puntato il dito verso un ciclismo che illude i ragazzi e li spreme. Si è attinto nei commenti a una letteratura di sentito dire che non spiega, ma ingarbuglia.

Così oggi vi raccontiamo di un altro ritiro, certo meno illustre, ma che conferma la difficoltà di emergere ai massimi livelli e come il dilagare delle promesse facili anche nelle categorie giovanili – a volte anche da parte dei loro direttori sportivi – rischi di guastare il ragionamento di alcuni.

Si è ritirato Salvatore Florio, 18 anni palermitano, della Delio Gallina. Nella squadra di Cesare Turchetti lo ha mandato (assieme a Carlo Sciortino ) Giuseppe Di Fresco, tecnico del Team Casano Matec, e pare che il tecnico bresciano ne fosse soddisfatto. Eppure Florio, in cui Di Fresco credeva ciecamente, si è fermato.

Gabriele Benedetti si è ritirato ai primi di gennaio. L’ultima corsa è stato il Tour du Limousin
Benedetti si è ritirato ai primi di gennaio. L’ultima corsa è stato il Tour du Limousin

I due diesse

Il suo diesse in Sicilia, Alessandro Mansueto, parla della difficoltà di fare il corridore in cambio di 2-300 euro, al punto che per vivere devi chiedere soldi ai tuoi genitori. E avendo a sua volta lasciato la Sicilia per correre in Toscana, ricorda che alla fine degli anni Novanta, un dilettante guadagnava molto più di adesso. Erano gli anni in cui le fatture venivano usate anche per altri motivi ed è quindi corretto ricordare che girassero più soldi. Oggi non si può più.

Di Fresco non ci sta. Si dice deluso perché in Florio credeva e per la figuraccia fatta con Turchetti, che lo ha chiamato apostrofandolo bruscamente. Conferma che il rimborso offerto al ragazzo fosse dell’entità indicata da Mansueto, ma ricorda che quando a sua volta salì nel 1994 in Toscana, partì da zero e lentamente convinse i suoi dirigenti. Precisa che la Delio Gallina si fosse impegnata a pagare i biglietti aerei per Florio, facendolo alloggiare in una casa, in cui doveva pensare solo ad allenarsi.

Ricorda i ringraziamenti del ragazzo per l’occasione e il fatto che, concluso il liceo, avrebbe potuto puntare solo sullo sport. Solo che, andato a casa per un mese dopo il primo ritiro del 2023, qualcosa si è inceppato ed è arrivata la decisione di smettere. Con le prevedibili rimostranze della nuova squadra, che ha investito sul ragazzo per poi ritrovarsi con nulla fra le mani. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe la recente scoperta di Florio di essere celiaco.

Alessandro Mansueto con Salvatore Florio dopo la vittoria del campionato regionale a cronometro
Alessandro Mansueto con Salvatore Florio dopo la vittoria del campionato regionale a cronometro

Intollerante al glutine

E Florio cosa dice? Ci risponde da Palermo, in attesa di partecipare a settembre alla selezione per l’Università e studiare materie sanitarie. Ringrazia la sua famiglia per avergli insegnato che nella vita serve comunque una cultura (ha concluso il liceo classico), che ti permette di attraversare meglio i momenti più complicati.

«Sin dall’inizio – spiega – ho sempre avuto valori del sangue molto bassi. Pensavo fosse anemia, invece circa tre mesi fa ho scoperto di essere intollerante al glutine. Ero appena passato nella categoria dei dilettanti, quindi cominciavo ad allenarmi seriamente. Tanti chilometri in rapporto a quel problema. Correvo già con 35 di ematocrito, continuare così non sarebbe stato opportuno. Perciò ho preferito fare sacrifici nel mondo del lavoro, studiando all’Università e creando il mio futuro in maniera diversa».

Giro della Lunigiana 2022: Florio è il secondo da sinistra. Il primo a destra è il diesse Giuseppe DI Fresco
Giro della Lunigiana 2022: Florio è il secondo da sinistra. Il primo a destra è il diesse Giuseppe DI Fresco

Pochi soldi

La celiachia nel ciclismo esiste, le abbiamo dedicato un articolo poco tempo fa in cui il dottor Giorgi spiega come sia possibile ugualmente avere prestazioni ai massimi livelli. Perciò spostiamo il discorso.

«Senza dubbio correre adesso è diventato veramente pesante – spiega Florio – si fanno troppi sacrifici pagati troppo poco. Io avrei voluto dedicare tutta la mia vita al ciclismo, ma come fa qualcosa a diventare il tuo lavoro se ti pagano 200 euro al mese? Anche questo sicuramente è uno dei motivi per cui non vale più la pena continuare. O si è campioni e allora finisci nel mirino delle squadre importanti e cominci a prendere qualche soldino, ma essere pagato così poco non ti fa venire la voglia di continuare. Perché magari vedi un calciatore che già alla nostra età prende 2.000 euro al mese. Invece nel ciclismo, che per me è uno degli sport più duri, si viene pagati troppo poco».

Visconti e Nibali, entrambi partiti dalla Sicilia inseguendo un sogno: quel modello è superato e irripetibile?
Visconti e Nibali, entrambi partiti dalla Sicilia inseguendo un sogno: quel modello è superato e irripetibile?

Testa, gambe e fortuna

Il ciclismo non è uno sport per tutti, ma non è che il mondo del lavoro sia poi tanto diverso. Le continental non sono squadre professionistiche. Corrono fra i pro’, ma non ne hanno le prerogative. E se a 18 anni entri in un’azienda per fare uno stage, nessuno ti pagherà mai per quelli che sono i tuoi sogni o i tuoi sacrifici. Si stringono i denti e si aspetta di arrivare a un contratto. Ecco perché tanti puntano a passare pro’ a 18 anni, persuasi da procuratori e tecnici che in un modo o nell’altro avranno pure la loro convenienza. E chi non passa, magari pensa di essere un fallito e molla.

«Chi mi conosce – dice Florio – sa quanti sacrifici ho fatto. Ho studiato e ho corso, ma ho avuto sfortuna. Sono sicuro che se fossi stato stimolato dal pensiero di lavorare e di guadagnare qualcosa di serio, sicuramente avrei provato a continuare, gestendo meglio la celiachia e continuando a sognare di passare professionista. Anche se sappiamo tutti che adesso è molto, molto difficile. Bisogna avere testa, gambe e fortuna. Se manca la fortuna, non si va da nessuna parte...».

Leggi, mastichi e ci ripensi. Da quale parte sarà la verità? Oppure, dando per scontato che tutti abbiano detto la propria, che idea vale la pena farsi?

Il minimo salariale nel WT femminile? Parla Guercilena

27.02.2023
5 min
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«Nel WorldTour femminile c’è un problema legato al salario minimo. Non si può pagare 60.000 euro un’atleta che non è in grado di gareggiare. Una cifra difficile da giustificare». Si è un po’ smorzata l’eco delle parole di Patrick Lefevere, uno che ogni volta che parla smuove le acque o solleva un polverone.

Per la verità il 68enne general manager della Soudal-Quick Step e del team continental femminile AG Insurance ha usato bastone e carota nel trattare un argomento che lo riguarda da vicino. Nel corso delle sue dichiarazioni rilasciate in Belgio, Lefevere ha infatti affermato di credere appieno nel potenziale del movimento femminile tanto da aver cambiato idea sul tema rispetto ad un paio di stagioni fa, decidendo di investire budget importanti. Sulla scia di queste affermazioni abbiamo voluto sentire il parere di Luca Guercilena, general manager della Trek-Segafredo, che ha fortemente voluto la parità di trattamento sia per uomini che donne nella sua squadra e che ha lavorato con Lefevere fin dai tempi della Mapei.

Luca Guercilena è il general manager della Trek-Segafredo che dal 2019 ha un team femminile
Guercilena è il general manager della Trek-Segafredo che dal 2019 ha un team femminile
Luca cosa ne pensi di quello che ha detto il tuo ex collega?

Secondo me bisogna fare una valutazione come premessa. Dal 2019 ad oggi il ciclismo femminile è cresciuto in maniera esponenziale. Ha avuto tanta attenzione mediatica, spinta anche da messaggi etici, come l’uguale considerazione con gli uomini in questo sport. Negli ultimi anni possiamo dire che la situazione sia esplosa e il movimento, o parte di esso, è stato costretto a fare delle scelte.

Intendi proprio quelle di tipo economico?

Sì, ma non solo. Siamo tutti consapevoli che il volume di cicliste di alto livello non fosse molto grande prima. Normale quindi che ci fossero ragazze che venissero pagate oltre la media. Adesso c’è quasi un centinaio di atlete competitive, perché tutte possono allenarsi come si deve proprio perché percepiscono un salario minimo, che permette loro di vivere. L’anno scorso, ad esempio, tra Giro Donne, Tour Femmes e Vuelta abbiamo visto una buona qualità media per questo motivo. Alla fine è stata una scelta che ha dato dei frutti. Le gare sono belle da vedere, anche se ancora qualche tattica può essere rivedibile.

Per Guercilena una come Balsamo nei prossimi anni potrebbe guadagnare come un top rider maschile
Per Guercilena una come Balsamo nei prossimi anni potrebbe guadagnare come un top rider maschile
Quindi lo stipendio minimo di cui parlava Lefevere è giustificato?

E’ giusto che tutte vengano pagate in modo adeguato o proporzionale perché le carriere ormai sono sempre più veloci. Vi do alcuni parametri. La base salariale lorda prevede circa 27.000 euro per le neopro’ dipendenti e 44.000 euro per le neopro’ autonome. Mentre sono circa 32.000 euro per le elite dipendenti e circa 52.000 euro per le elite autonome. Detto questo, il movimento economico attorno al ciclismo femminile è ancora in crescita. Per me da qua a tre anni si posizionerà al livello di quello maschile. Non mi stupirei se una atleta venisse pagata un milione di euro. In gruppo ce ne sono già che lo valgono. E penso a Van Vleuten, Wiebes o Balsamo. Da noi alla Trek-Segafredo, come sapete, le atlete partono dal mimino salariale previsto per gli uomini, ovvero 65.000 euro.

Secondo te le cicliste come possono aver reagito alle affermazioni di Lefevere?

Posso dirvi che con le mie ragazze ne ho chiacchierato spesso. Loro sostengono giustamente che ci voglia un minimo salariale anche sotto il WorldTour. D’altronde si sa che ci sono squadre che pagano poco o nulla. Tuttavia le mie stesse ragazze sono consapevoli che mancando una categoria cuscinetto come le U23, le giovani vengono catapultate in realtà troppo grandi per loro.

Sperando di trovare nuovi talenti come Realini da far crescere, Guercilena pensa ad un futuro Devo Team femminile
Sperando di trovare nuovi talenti come Realini da far crescere, Guercilena pensa ad un futuro Devo Team femminile
L’UCI potrebbe fare una ulteriore riforma nel femminile su questo aspetto?

Andando avanti ci sarà sempre più la corsa ad avere le licenze WT per poi andare ad allestire un development team magari legato al territorio. E lì a quel punto potrai far crescere le giovani di cui parlavamo prima. Credo che sarà inevitabile questo passaggio.

Anche per la Trek-Segafredo?

Sì, ci stiamo pensando sul medio termine. Stiamo buttando un occhio in giro e vedere che opportunità ci sono per trovare ragazzine talentuose. Dal 2024 potremmo fare un devo team in cui fare crescere con tranquillità.

Voi vi siete sempre contraddistinti per la parità di trattamento, ma c’è mai stato tra maschi e femmine un atleta che Luca Guercilena si è pentito di aver pagato troppo?

No, mai. La Trek-Segafredo è sempre stata una fautrice dell’ingaggio minino uguale perché noi ragioniamo come una squadra unica tra uomini e donne. Certo ci sono ragazzi in generale che hanno reso di più o di meno come capita spesso, ma siamo soddisfatti al 100 per cento di tutti quelli che sono stati con noi. Siamo sempre stati fortunati ad aver avuto atleti di alto livello. Magari mi sento di dire che alcuni aspetti regolamentari si possono indicizzare. Chi resta a casa per la maternità non la si può sostituire se non prendendo una ciclista dalle continental. Oppure la figura del procuratore che non ha una associazione propria andrebbe regolamentata.

A luglio ci sono Giro Donne e Tour Femmes. Secondo Guercilena vanno cambiate le date
A luglio ci sono Giro Donne e Tour Femmes. Secondo Guercilena vanno cambiate le date
Molte caratteristiche del WorldTour femminile si legano fra loro. Ce ne sono alcune che possono cambiare ancora?

Bisogna trovare il giusto mix tra il buono del maschile e quello del femminile. Bisogna prendere le misure alla crescita ed evitare che il calendario diventi iper fitto. Che poi porta le logistiche ad impazzire. Ad esempio, credo che il format da dieci giorni delle grandi gare a tappe sia più che soddisfacente, anche perché bisogna tenere conto dell’aspetto fisiologico della donna. Poi non si possono avere Giro e Tour a luglio. Oppure la Vuelta a maggio dopo tutta la campagna delle classiche considerando i roster attuali. Se a medio-termine li porteranno a venti atlete, allora si potrà pensare a gare di due settimane o più lunghe come chilometraggio. Ma io vorrei che si evitassero gli errori del maschile.

«Higuita continua il suo cammino»: parola di Gasparotto

27.02.2023
4 min
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La stagione 2023, anche se un po’ in sordina dal punto di vista mediatico, è iniziata anche per Sergio Higuita. Il colombiano della Bora-Hansgrohe ha iniziato a correre dalla Vuelta a San Juan. Poi si è presentato ai campionati nazionali, dove però non è riuscito a difendere il titolo vinto lo scorso anno. A febbraio il colombiano è arrivato in Europa, più precisamente in Portogallo, dove ha corso la Volta ao Algarve. 

Prima corsa in stagione e primo podio in Argentina per Higuita: terzo dietro Lopez e Ganna
Prima corsa in stagione e primo podio in Argentina per Higuita: terzo dietro Lopez e Ganna

Continuità

Entro la fine del mese il venticinquenne colombiano avrà già messo in saccoccia quindici giorni di corsa, visto che nel fine settimana ha gareggiato in Francia. Non pochi, se si pensa che nel suo calendario ci saranno altre brevi corse a tappe e poi uno dei tre Grandi Giri.

«Higuita – ci spiega Gasparotto, suo diesse di riferimento nel team tedesco – manterrà un calendario simile a quello dello scorso anno. A marzo arriverà in Italia per correre la Strade Bianche e poi si muoverà in Spagna per affrontare la Volta a Catalunya».

Sembra abbiate trovato subito la strada giusta fin dal 2022, suo primo anno in Bora.

La scorsa stagione è stato costante tutto l’anno, lo si è sempre visto davanti nelle varie corse che ha affrontato. Ha accumulato 4 vittorie, tre podi ed undici top 10. Alle quali si devono aggiungere la classifica generale della Volta a Catalunya e due classifiche per il miglior giovane: una sempre al Catalunya e l’altra al Giro di Svizzera. 

L’unica pecca della scorsa stagione è stata la Vuelta, non corsa ai suoi livelli…

Ci eravamo abituati bene per tutto l’anno – dice con un mezzo sorriso Gasparotto – alla Vuelta è arrivato malato e non è riuscito ad esprimersi al meglio

Prima della Vuelta l’anno scorso il colombiano ha corso al Tour de Pologne dove ha vinto la terza tappa
Prima della Vuelta l’anno scorso il colombiano ha corso al Tour de Pologne dove ha vinto la terza tappa
Forse un rischio mandarlo solo alla Vuelta, sarebbe stato meglio fargli correre Giro o Tour con la possibilità, eventualmente, di rimediare?

No. Noi scegliamo le corse in base alle caratteristiche delle tappe ed alle esigenze di ognuno. Sergio l’anno scorso ha detto di voler partecipare alle corse delle Ardenne e quindi era impossibile arrivare pronto al Giro. Il Tour, invece, aveva troppi chilometri a cronometro per lui, ne avrebbe risentito. 

Non cambiare registro vuol dire aver trovato la chiave, con tante corse a tappe brevi per alzare l’asticella poco a poco, giusto?

Le brevi corse a tappe, gestite con un buon periodo di recupero e allenamenti, sono perfette per crescere di condizione. In più, come detto prima, Sergio ha dimostrato di saperle anche vincere, che male non fa.

Rispetto al 2022 è già partito a correre da gennaio…

Il debutto alle corse in Argentina era previsto anche per la scorsa stagione, ma la Vuelta a San Juan è stata cancellata per Covid. Così è rimasto a casa ed ha esordito al campionato nazionale vincendo subito. 

Tra le Ardenne e il Giro di Svizzera tornerà in Colombia per allenarsi e stare con la famiglia
Tra le Ardenne e il Giro di Svizzera tornerà in Colombia per allenarsi e stare con la famiglia
Quest’anno, invece, quale corsa a tappe farà?

E’ stato inserito nella lista dei corridori per il Tour. La Grande Boucle ha pochi chilometri a cronometro ed ha un percorso adatto a lui. Ma vedremo come arriverà a luglio, ora è troppo presto per decidere, al massimo verrà dirottato sulla Vuelta. 

State lavorando anche sulla cronometro?

Certamente, Higuita deve imparare a difendersi a cronometro e deve migliorare molto in questo campo. I margini di crescita sono elevati, dobbiamo anche pensare che si tratta di un corridore di venticinque anni. Non è ancora nel pieno della sua maturazione fisica. 

Dopo la prima parte di stagione cosa farà?

Finite le Ardenne tornerà in Colombia, nel mese di maggio, ad allenarsi e per stare con la famiglia. Per i corridori sudamericani questi sono momenti molto importanti perché si tratta di una breve finestra dove riesce a stare con i propri cari

Niente Giro per Higuita, il gap a cronometro con i grandi è ancora troppo ampio
Niente Giro per Higuita, il gap a cronometro con i grandi è ancora troppo ampio
Come viene gestito quando si trova in Colombia?

Ha un contatto giornaliero con il suo preparatore che lo segue tramite le varie piattaforme di allenamento. Sergio è un ragazzo molto professionale e molte volte siamo noi a frenarlo perché rischia di allenarsi troppo. Io personalmente, essendo il suo diesse di riferimento, lo sento ogni tanto per sapere come sta e per aggiornarci. 

Una volta tornato in Europa dove correrà?

Riprenderà dal Giro di Svizzera, per rimettere la testa sulle corse e capire a che punto è con la preparazione. Poi stileremo il programma per la seconda metà dell’anno