Garofoli sull’Etna per l’ennesima ripartenza

28.03.2023
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«Stavolta è stato un duro colpo», Gianmarco Garofoli inizia così il racconto della sua ennesima ripartenza. Il giovane talento dell’Astana-Qazaqstan è in ritiro sull’Etna. Sul vulcano sta ricostruendo il quasi esordio della sua “quasi” seconda stagione da pro’.

Già lo scorso anno infatti il marchigiano era stato fermato dal Covid, dalla miocardite e da altri intoppi. Morale, disputò appena 20 giorni di corsa (comprese le gare U23 con la nazionale) e soprattutto fu a un passo dal dover appendere la bici al chiodo per un certo periodo, quando le condizioni di salute erano incerte e gli era stata sospesa l’abilitazione medica.

In questo 2023 è partito bene. Un buon inverno, ma alla prima corsa, la Valenciana, Garofoli si accorge subito che c’è qualcosa che non va.

Gianmarco Garofoli (classe 2002) quest’inverno sul Col de Rates: fin lì era filato tutto liscio (foto Instagram)
Gianmarco Garofoli (classe 2002) quest’inverno sul Col de Rates: fin lì era filato tutto liscio (foto Instagram)
Gianmarco, come è andata?

E’ andata che alla Valenciana le gambe non giravano bene come in allenamento. Sentivo che qualcosa non era okay. Poi sono subentrati i sintomi: febbre, mal di gola… Ho fatto il tampone ed ero positivo. E da lì sono stato 15 giorni a casa. E sono stati 15 giorni in cui sono stato male davvero, sempre positivo. Sempre a letto. E’ stata peggio dell’anno scorso.

Che sfortuna. E quando hai ripreso?

Una volta tornato negativo, sono rimasto comunque fermo per un’altra settimana. Dopo la miocardite abbiamo deciso di riprendere davvero molto tranquillamente. Molto piano. E’ stato come ripartire da zero, come se fosse di nuovo inverno.

Hai fatto anche palestra?

Sì, sì, ripeto, come se fosse la preparazione invernale. Nelle prime uscite facevo un’ora, un’ora e mezza molto blanda. Poi sempre di più. Poi ancora, ho inserito gli esercizi in palestra… E ora eccomi sull’Etna. Ma non ho mai fatto nessun sovraccarico.

E come va lassù?

Adesso bene. Le cose cominciano a girare per il verso giusto. Sento che mi sto riprendendo. E anche il morale è migliore. Okay che ci sono abituato, ma questa volta è stata brutta… E’ stata una situazione molto simile al rientro in corsa con la nazionale under 23 in Puglia dell’anno scorso. Mi è sembrato di rivivere quei giorni.

Lo scorso anno Garofoli ha esordito in Oman (in foto). In tutto ha disputato una ventina di corse
Lo scorso anno Garofoli ha esordito in Oman (in foto). In tutto ha disputato una ventina di corse
Magari vedevi i tuoi colleghi coetanei farsi e largo e tu fermo… Ti hanno cercato?

All’inizio sì, ma poi io non ero molto propenso a parlare e mi hanno lasciato stare. Mettiamola così. Anche perché la testa era ancora a dove avevo lasciato, ma il fisico no. Durante l’inverno avevo lavorato veramente bene, sapevo come stavo e dove sarei potuto arrivare.

Ecco dunque perché non ti abbiamo visto neanche alla Coppi e Bartali…

In effetti l’idea c’era. Però abbiamo visto che ero indietro, che appunto non era meglio forzare, e in accordo con il dottor Magni e con il resto della squadra abbiamo deciso di rimandare il rientro. 

Che avverrà dove?

Al Giro di Sicilia. Io sono qui sull’Etna da quasi una settimana e ci rimarrò fino all’inizio della gara (11-14 aprile, ndr), ma credo che resterò anche dopo. La squadra mi ha chiesto di restare perché dovrebbero aggiungersi altri ragazzi.

Gianmarco e il suo amico Antonio in una delle camminate a digiuno del mattino. I due si sono divertiti col drone
Gianmarco e il suo amico Antonio in una delle camminate a digiuno del mattino. I due si sono divertiti col drone
Adesso sei lì solo? Ci sono altri pro’?

Per ora sono solo. Ho sentito che forse dovrebbe salire Pozzovivo. Sono qui con il mio amico fraterno ed ex corridore, Antonio Bevilacqua. Lui mi segue in macchina, negli allenamenti. Mi dà morale. Mi aiuta ad ammazzare il tempo. Un grande… Essendo ex corridore capisce bene le mie esigenze. Ed è bravissimo nel farmi fare dietro motore. Senza contare che la mattina si sciroppa 4-5 chilometri di camminata a digiuno con me! 

Camminata a digiuno?

Eh – sospira Garofoli – devo limare ancora qualcosa sul peso.

E per il resto come ti stai allenando? Abbiamo visto che inizia a spingere forte…

Adesso inizio ad andare meglio., faccio anche qualche lavoro. Ogni giorno faccio 4-5 ore e con parecchio dislivello. Sempre sui 3.000, anche 3.500 metri. 

Mattio in libera uscita, una domenica tornando alla mtb

28.03.2023
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Alla partenza della Granfondo del Muretto di Alassio, una delle classiche del calendario d’inizio stagione per la mtb, c’era una maglia gialla e nera, inconfondibile. La scritta Jumbo-Visma, quella che Van Aert, Roglic e Vingegaard stanno portando trionfante sotto una marea di traguardi del WorldTour. A indossarla con orgoglio, Pietro Mattio, uno dei due giovani talenti (l’altro è Dario Igor Belletta) che lo squadrone olandese ha precettato lo scorso anno inserendoli nel proprio Development Team.

La presenza di Mattio non è una sorpresa di per sé, il piemontese proviene proprio dalla mtb e fino allo scorso anno abbinava con profitto le due discipline, vestendo in entrambe la maglia della nazionale. Poi però aveva fatto una scelta, privilegiando la strada e sulle ruote grasse non si era visto più. Fino a domenica scorsa.

«Ho pensato – racconta Mattio – che per allenamento alla domenica potevo fare qualcosa di diverso. Venivo da una corsa a tappe ed ero in fase di recupero, ma con gambe molto buone. La squadra per marzo non prevede altri impegni per me, così ho pensato di inserire questa gara per avere uno stimolo agonistico».

Mattio al traguardo di Alassio. Ha chiuso 20°, a 10’56” dal vincitore Gioele De Cosmo (Gammafoto)
Mattio al traguardo di Alassio. Ha chiuso 20°, a 10’56” dal vincitore Gioele De Cosmo (Gammafoto)
Il team quindi non è contrario a uscite in altre discipline?

No, chiaramente ho comunicato la mia intenzione e non c’è stata alcuna contrarietà. Hanno dato libertà per qualche sortita a me come a Belletta per la sua attività su pista, ma non ci siamo solo noi. Nel team maggiore ad esempio c’è Milan Vader è che uno dei migliori biker olandesi e punta a partecipare a Parigi 2024, poi dell’attività di Van Aert nel ciclocross tutti sanno tutto…

Come ti stai trovando nel team?

Molto bene, più che una squadra è una famiglia. E’ un po’ ormai che giro con loro e mi accorgo che siamo coccolati, forse perché siamo i più giovani e vogliono introdurci poco a poco. Gestiscono davvero tutto come per il team maggiore, d’altro canto molti coach sono gli stessi che fanno la spola fra le due squadre.

Mattio, 19 anni a giugno, ha un contratto per 2 anni. Finora su strada ha corso 6 giorni in Croazia
Mattio, 19 anni a giugno, ha un contratto per 2 anni. Finora su strada ha corso 6 giorni in Croazia
Una cosa che si notava del vostro team WorldTour è la tendenza a controllare sempre la corsa. Fate così anche voi?

Direi proprio di sì, come avviene per la squadra maggiore. Ci insegnano a stare davanti il più possibile, a tenere sempre la gara sotto controllo. La nostra è una squadra costruita principalmente per le corse a tappe, quindi l’imperativo è impedire che ci siano azioni che sconvolgano i piani, che si perdano minuti stupidamente. Io infatti ho imparato a stare sempre fra i primi del gruppo, il che significa essere sempre concentrato.

Come ti sei trovato domenica ad Alassio?

Erano tre mesi che non affrontavo una gara di Mtb, l’avevo usata solo per uscire dalla routine della strada, facendo uscite di massimo un’ora. Ho visto che all’inizio soprattutto avevo perso un po’ la mano dal punto di vista tecnico. Inoltre c’è da dire che il giorno prima avevo sostenuto una seduta di allenamento abbastanza importante, quindi all’inizio ho faticato, poi gli altri non è che andassero piano, anzi…

Mattio Verona 2022
La vittoria di Mattio nella Verona Mtb International dello scorso anno
Mattio Verona 2022
La vittoria di Mattio nella Verona Mtb International dello scorso 27 anno
Avversari e pubblico ti hanno detto qualcosa a proposito della maglia che indossavi?

Effettivamente mi sono accorto che molti mi guardavano, qualcuno mi ha riconosciuto, ho sentito lungo il tracciato anche gente che faceva il tifo per me. Io comunque posso dire che la corsa l’ho interpretata in maniera seria.

Pensi di farne altre?

Vedremo in base al calendario ma credo proprio di sì, nei periodi di stacco vorrei fare qualche altra prova, sono sicuro che andrei ancora meglio. In squadra sono favorevoli, se non interferisce con la preparazione e le gare su strada né con lo studio.

A proposito, tu quest’anno hai gli esami…

Infatti e la cosa influisce non poco sulla mia attività. Con la squadra si è deciso un programma abbastanza soft fino a giugno-luglio, vogliono lasciarmi tranquillo e ci tengono che mi concentri sullo studio. Nel programma ho una corsa a tappe intorno a Pasqua, poi un paio di classiche a maggio e un’altra corsa a tappe a giugno. Sicuramente nella seconda parte l’attività sarà intensificata, ma a quel punto avrò la mente più libera.

Pietro Mattio è passato quest’anno allo Jumbo-Visma Development Team: 15 atleti da 8 diverse nazionalità
Pietro Mattio è passato quest’anno allo Jumbo-Visma Development Team: 15 atleti da 8 diverse nazionalità
Finora hai notato cambiamenti in te stesso dopo questi primi mesi alla Jumbo-Visma?

Sì, soprattutto sul motore. Non è solo questione di età, si vede che la preparazione e soprattutto il modo di interpretare il mestiere stanno influendo su di me. I carichi di lavoro sono aumentati, sicuramente è diverso rispetto a quel che vedo per altri under 23. I miglioramenti ci sono, spero che presto portino anche risultati.

Che cosa ti aspetti ora?

Se mi chiedete qualche gara non ne posso citare nessuna, perché quest’anno penso solo a migliorare e continuare ad apprendere. Di obiettivi se ne parlerà il prossimo anno, ora è troppo presto, sono concentrato su quel che mi aspetta, so che devo imparare da ogni punto di vista, in bici e sui banchi…

Da Cancellara a Sagan, la gestione psicologica del ritiro

28.03.2023
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Cancellara annunciò che si sarebbe ritirato dopo le Olimpiadi Di Rio. Era il 2016 e lo svizzero vinse una corsa a Mallorca e la Strade Bianche. Poi arrivò secondo al Fiandre dietro Sagan, vinse una crono allo Svizzera e di seguito il titolo nazionale contro il tempo. Infine corse il Tour, andò alle Olimpiadi, vinse l’oro della crono e disse basta. Pensammo subito che servisse una gran testa per tenere la concentrazione tutto l’anno a quel modo, sapendo che fosse l’ultimo.

Quando nei giorni argentini Sagan ha annunciato la fine della carriera su strada, ci siamo messi a osservarlo per capire come gestirà il cammino di uscita dal grande ciclismo. Così, dopo aver annotato alcuni passaggi a vuoto in corse alla sua portata – dalla Sanremo alla Gand – e in attesa di altri test come il Fiandre o la Roubaix, il mondiale oppure il Tour, abbiamo chiesto il parere di Elisabetta Borgia, psicologa della Trek-Segafredo e della nazionale, per capire cosa possa succedere nella mente di un atleta di vertice quando annuncia il ritiro e si dà un anno di tempo prima di staccare la spina.

All’inizio del 2016, Cancellara annunciò che la crono di Rio sarebbe stata l’ultima corsa e vinse l’oro
All’inizio del 2016, Cancellara annunciò che la crono di Rio sarebbe stata l’ultima corsa e vinse l’oro
Elisabetta, come si vive l’ultimo anno di carriera?

Dandosi delle scadenze, che diventano obiettivi. L’obiettivo in quanto tale ha una dead line, quindi ti costringe a capire sul piano strategico in che modo puoi arrivarci. Ti permette di investire a livello emotivo, cosa che senza avere un tempo di riferimento diventa difficile. Cancellara da questo punto di vista dimostrò una perfetta gestione del tempo e della tensione emotiva.

Sagan ha parlato di grandi obiettivi, ma non li ha definiti.

Magari non ha voluto dirli oppure non li ha individuati. In ogni caso, l’obiettivo deve essere misurabile. Dire in genere che si voglia essere competitivi è troppo vago. Se definisci l’obiettivo, riesci a controllare la prestazione, ma certo non gli avversari. Una visione meno organizzata contro gente affamata può essere un limite.

Giro d’Italia 2022, Messina: Nibali annuncia al Processo alla Tappa che a fine stagione chiuderà la carriera
Giro d’Italia 2022, Messina: Nibali annuncia al Processo alla Tappa che a fine stagione chiuderà la carriera
L’annuncio del ritiro sblocca qualcosa? Si disse ad esempio che dopo l’annuncio al Giro del 2022, Nibali sia parso come liberato.

Ci sono due diverse reazioni. La prima è che sono all’ultimo anno e faccio il meglio che posso. La seconda ti libera. Dichiarando che smetto, tolgo via il conflitto e il dubbio. E’ la risposta alle domande che i giornalisti fanno da mesi. E’ una decisione presa e questo mi permette di essere libero e senza le pressioni che altrimenti mi limiterebbero. Non sappiamo perché Sagan abbia preso questa decisione. Magari nel suo caso ci sono state pressioni che lo hanno portato fuori dall’ambiente emotivo che in passato gli permetteva di esprimersi al meglio. Al netto di tutto questo, dobbiamo dare per scontata la professionalità, che si parli cioè di campioni che continuano a fare al meglio il loro lavoro.

Potrebbe esserci un calo di tensione da quel punto di vista?

La concentrazione richiesta a questi atleti è stare nel presente, ma non solo in gara. Ogni giorno della loro vita richiede una grossa presenza psicologica. Penso che Cancellara abbia pensato a Rio come se la sua vita sportiva finisse quel giorno. E’ necessaria l’attivazione a livello emotivo, altrimenti la risposta cala.

Sagan ha annunciato che il 2023 sarà la sua ultima stagione su strada. Qui al via della Gand
Sagan ha annunciato che il 2023 sarà la sua ultima stagione su strada. Qui al via della Gand
La perplessità su Peter, che speriamo venga smentita, riguarda proprio questo essere attivato.

Bisogna capire da che punto partisse. Se l’inizio di questa ultima stagione parte da un punto molto basso, se è già disattivato, allora la consapevolezza non porta da nessuna parte. Peter lo conosco, ma non benissimo. Come tutti gli atleti, ha avuto la fase rampante e ora ne sta vivendo una calante, in corrispondenza della quale il nuovo che avanza ti toglie riferimenti. In questi casi c’è chi si reinventa e chi non lo accetta. Lui ha un approccio non certo svizzero con lo sport, però ha fatto le sue tante magie grazie all’emotività. Per questo non metterei la mano sul fuoco sul fatto che non ne realizzerà altre. Anzi, forse mi aspetto che ne faccia ancora qualcuna…

Gent U23: Buratti emerge dai muri e dalla pioggia

27.03.2023
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Una domenica di grande ciclismo in Belgio, un antipasto di quello che saranno i prossimi giorni, anzi, settimane. Sulle strade della Gent-Wevelgem, che hanno visto trionfare la Jumbo-Visma con la doppietta firmata da Laporte e Van Aert, è andata in scena anche la corsa dedicata agli under 23. Una gara fredda, piovosa e perennemente accesa, Nicolò Buratti, del CTF, ha colto un bellissimo secondo posto. Lui che, proprio qualche giorno fa, è stato su quei muri e su quel pavé insieme ai suoi compagni per imparare a domarli. 

Un pizzico di rammarico

La Gent-Wevelgem under 23 si è chiusa da poche ore, così raggiungiamo il giovane corridore del CTF. Una doccia dopo la premiazione ed un breve trasferimento in hotel, la voce è ferma ed il racconto inizia. 

«E’ andata bene – esordisce – il risultato è ottimo, anche se devo ammettere che c’è un pizzico di rammarico per la vittoria sfumata. Però si tratta di una gara di assoluto livello e di grande prestigio, questo secondo posto alla fine è comunque molto bello e soddisfacente».

Con un’azione di contropiede nell’ultimo chilometro è stato Gil Gelders a vincere la Gent U23 (foto Cliché Flore Cauwelier)
Con un’azione di contropiede nell’ultimo chilometro è stato Gil Gelders a vincere la Gent U23 (foto Cliché Flore Cauwelier)
Che corsa è stata?

Dura, una vera classica del Nord. Abbiamo preso acqua tutto il giorno, c’era un gran vento ed il freddo non è mancato. Una gara al limite, infatti l’abbiamo finita in 56 su più di 140 partenti. Insomma, una gara dura da ogni punto di vista: del clima e del chilometraggio, 190 chilometri non sono pochi. 

Come si è sviluppata?

Dopo un centinaio di chilometri dal via, sono iniziati i primi ventagli e un gruppetto di una ventina di atleti si è avvantaggiato. Noi siamo rimasti esclusi e ci è toccato rincorrere, siamo riusciti a tappare il buco poco prima che iniziasse la parte tosta del percorso: quella dei muri.

Una volta scaldata la gara che è successo?

Sono iniziati i muri ed il gruppo ha iniziato a perdere pezzi, noi del CTF eravamo rimasti in tre, riuscendo a coprire bene su tutti gli attacchi. Sul Kemmelberg ci siamo sganciati in otto corridori, poi siamo rimasti in sette. Mancavano ancora tanti chilometri all’arrivo, almeno una quarantina, ma dietro eravamo ben coperti. Infatti eravamo in sette ma tutti di squadre diverse, così dietro non c’era motivo di chiudere il buco. 

Buratti ha regolato il gruppetto inseguitore, conquistando il secondo posto alla Gent U23 (foto Instagram CTF)
Buratti ha regolato il gruppetto inseguitore, conquistando il secondo posto alla Gent U23 (foto Instagram CTF)
Quando si è decisa la corsa?

Negli ultimi cinque chilometri, a turno tra noi sette al comando qualcuno cercava di uscire. Io ero abbastanza fiducioso di poter vincere un eventuale sprint, ma ho provato un allungo ad un chilometro dall’arrivo. Nel momento in cui mi hanno ripreso è scattato il corridore della Soudal-Quick Step (Gil Gelders, ndr) ci ha preso in contropiede e non siamo riusciti a chiudere.

Un azzardo anticipare ad un chilometro dall’arrivo?

Ho provato, me la sentivo, da questo punto di vista non penso sia stata una mossa sbagliata. Eravamo tutti un po’ sulle gambe, non è neanche detto che in volata sarei riuscito a performare al meglio.

Come è andata la gestione della corsa in condizioni così estreme?

Mi sono trovato bene per tutto il giorno, anche se non avevo troppa esperienza in condizioni simili. Avevamo provato a correre qui in Belgio settimana scorsa, ma in condizioni climatiche completamente differenti. Non ho sofferto il freddo, anche con la pioggia l’ho gestita bene, coprendomi il giusto. Anche la parte dell’integrazione, l’ho curata al meglio, sono riuscito a mangiare tutto il giorno, con quantità leggermente superiori al  normale. Era difficile trovare lo spazio per mangiare, tra pavé, pioggia, freddo, vento, muri.

Aver fatto una settimana di “adattamento” su queste strade è stato utile?

Sì, venire qui con qualche giorno di anticipo ci ha permesso di studiare tutto nei minimi dettagli. Eravamo consapevoli a cosa saremmo andati incontro. 

Buratti ed il CTF hanno preso le misure con i muri alla Youngster Coast Challenge (kimberleecfotos)
Buratti ed il CTF hanno preso le misure con i muri alla Youngster Coast Challenge (kimberleecfotos)
Olivo ci ha detto che la Youngster Coast Challenge, la gara di venerdì scorso, vi ha dato dei parametri sui quali muovervi.

Il Kemmelberg lo avevamo fatto sia in quella corsa che in allenamento. Direi che pedalare più volte su quei muri ci ha dato maggiore confidenza, anche in condizioni davvero proibitive come quelle di oggi (ieri, ndr). 

Che sensazione hai provato nel correre una corsa così importante?

E’ stato bellissimo. I muri sono veramente duri, quasi infiniti, servivano davvero tante gambe per fare la differenza. Il ricordo mi rimarrà per un bel po’, anche perché nonostante il tempo lungo il percorso c’era comunque tanta gente. Oggi su queste strade hanno corso tutti dagli junior ai pro’. 

La scelta di rimanere un anno in più tra gli under 23 è stata in parte ripagata con questa esperienza?

E’ un gradino importante della mia crescita, sicuramente per ora sono contento della scelta. Consapevole del fatto che mi farò trovare più pronto quando l’anno prossimo passerò professionista. 

Aleotti, un imprevisto cambia i piani ma non troppo

27.03.2023
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«Una caduta in allenamento mi ha scombinato i piani. Adesso dobbiamo dare la precedenza alle corse». Giovanni Aleotti aveva in mente tutt’altro per questi giorni ed invece si ritrova a rivedere il programma di avvicinamento al Giro d’Italia.

La presenza lampo del 23enne della Bora-Hansgrohe alla Coppi e Bartali aveva destato molta curiosità. Dato partente dagli organizzatori, dopo pochi minuti dal via della prima tappa radio-corsa annunciava il ritiro di Aleotti. Per fortuna, se così possiamo dire, si tratta di un intoppo fisico che il ragazzo emiliano ha assorbito bene, anche dal punto di vista morale come abbiamo avuto modo di vedere.

La mano sinistra porta i segni della caduta. Aleotti ha dovuto abbandonare la Coppi e Bartali e cambiare i programmi
La mano sinistra porta i segni della caduta. Aleotti ha dovuto abbandonare la Coppi e Bartali e cambiare i programmi
Giovanni a cosa è stato dovuto quell’abbandono in corsa?

Il giorno successivo alla Milano-Torino sono caduto in discesa sulle strade di casa. Ho preso una buca dopo una curva e ho battuto forte la mano sinistra. Avevo il palmo particolarmente abraso e qualche dito non messe bene. Ho cercato di recuperare per la Coppi e Bartali, gara che era nel mio calendario e in cui avrei voluto giocarmi le mie chances. Fino all’ultimo, d’accordo con la squadra, abbiamo tentato di partire perché essendo in Italia, e molto vicino a casa, ne valeva la pena.

Poi cosa è successo?

Dopo pochi chilometri ci siamo accorti che ancora non avevo una presa salda. Facevo fatica ad impugnare il manubrio, a frenare e cambiare il rapporto. E così abbiamo deciso saggiamente di non rischiare inutilmente perché una eventuale altra caduta mi avrebbe compromesso ulteriormente.

Adesso come va?

Molto meglio. La botta si è abbastanza riassorbita. Ho pedalato sui rulli fino a giovedì poi venerdì sono riuscito a fare cinque ore di allenamento su strada, circa 170 chilometri, senza dolore e fastidi nelle sollecitazioni. E sempre meglio anche nel weekend. Posso dire che le sensazioni in generale erano buone e quindi sono contento per questo.

Aleotti ha corso la Milano-Torino e il giorno dopo è caduto in allenamento senza gravi conseguenze
Aleotti ha corso la Milano-Torino e il giorno dopo è caduto in allenamento senza gravi conseguenze
Finora com’era andata questa prima parte di stagione?

Ho iniziato presto in Australia col Tour Down Under dove sono andato bene, facendo anche un buon piazzamento. Sono rimasto giù una settimana in più per la Cadel Evans. Dopodiché sono volato in Oman per la Muscat Classic e la gara a tappe. Purtroppo lì mi sono ammalato e ho corso solo le prime due frazioni. Probabilmente la causa potrebbe essere stato il lungo viaggio dall’Australia. Ho preso la bronchite e sono rientrato alla Milano-Torino. E mi sono fermato nuovamente.

Hai dovuto cambiare i programmi in corsa quindi…

Sì, giusto. Sappiamo che sulla carta è sempre una cosa, in pratica un’altra. Dopo la Coppi e Bartali avrei dovuto fare altura a Sierra Nevada, poi Romandia e Giro d’Italia. Invece così riparto subito a correre. Quella è la cosa più importante. Farò il GP Indurain il primo aprile e due giorni dopo farò i Paesi Baschi in funzione del Giro.

Possibile che tu cossa qualche classica?

Rispetto all’anno scorso non avrei dovuto farle ma a questo punto vedremo se varrà la pena modificare ancora il mio calendario inserendo le Ardenne. Vedremo dopo metà aprile. Avevo fatto un inverno intenso però tra Oman e Milano-Torino ho corso troppo poco. Alla fine, visto che la condizione è sempre stata piuttosto buona, questo infortunio alla mano non mi sposta di tanto le cose. E poi so che bisogna sempre essere pronti a questi inconvenienti. Ci vogliono sempre i piani di riserva.

Al Giro con che ruolo e aspettative ci andrai?

L’obiettivo è quello di fare molto bene. Siamo la squadra che lo ha vinto l’anno scorso, vogliamo ripeterci onorando al massimo la corsa. Come capitani avremo Vlasov e Kamna ed io sarò in supporto a loro. Non nascondo che vorrei puntare a quelle tappe interlocutorie e vallonate adatte a me. Questo però lo potrò fare quando ci sarà una situazione più stabilizzata. Quando la classifica dei miei leader potrà concederci un po’ più di libertà. Oltre ad andare in fuga per essere d’appoggio ai miei compagni, cercherò di andarci per giocarmi le mie carte.

Conosci anche i programmi della seconda parte di stagione?

No, ancora non so nulla. A grandi linee so che dovrei correre il Benelux Tour, le classiche canadesi e chiaramente altre corse. Adesso però aspettiamo un po’ a fare i programmi anche perché poi ci ritroviamo a doverli cambiare (sorride, ndr). Di sicuro so che in estate vado sempre meglio, quindi vedremo anche in base a quello.

Sibiu Tour 2022, Giovanni Aleotti con Cian Uijtdebroeks, (foto Bora-Hansgrohe)
Sibiu Tour 2022, Giovanni Aleotti con Cian Uijtdebroeks, (foto Bora-Hansgrohe)
C’è una corsa in cui Giovanni Aleotti si vede capitano a breve?

Difficile rispondere (sorride, ndr). Negli ultimi due anni ho vinto il Sibiu Tour, una gara cui sono affezionato perché ci ho raccolto i miei primi successi da pro’. Ho fatto classifica in altre corse di quella portata ma è ovvio che vorrei provare a fare il leader in gare di un livello più alto. Diciamo che tra le gare WorldTour il Tour de Pologne lo vedo molto adatto alle mie caratteristiche. Per la verità sento di avere un piccolo conto in sospeso con quella corsa. Nel 2021 ho chiuso undicesimo nella generale ma avevo sbagliato la crono della penultima tappa (era settimo, ndr) e così sono uscito dalla top ten finale. Peccato ma è stato comunque valido per fare esperienza al primo anno da pro’. Mi piacerebbe tornarci per lottare per qualcosa di importante.

EDITORIALE / De Rosa e l’italiano che non ci basta più

27.03.2023
5 min
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Anche se ormai sembra impossibile fare un discorso privo di termini inglesi, quasi che il ricchissimo dizionario di italiano improvvisamente non basti più, c’è stato un tempo in cui tutto ciò che fosse tricolore era vanto e ispirazione. Nel ciclismo soprattutto. La scomparsa di Ugo De Rosa, che se ne è andato ieri a 88 anni (in apertura, foto De Rosa), è diventata l’occasione per ripercorrere gli ultimi 30 anni di storia della bicicletta, intensi come una lunga volata.

L’azienda è ora sulle spalle di Cristiano e Danilo De Rosa e dei loro figli (foto De Rosa)
L’azienda è ora sulle spalle di Cristiano e Danilo De Rosa e dei loro figli (foto De Rosa)

Sette giorni in officina

Era il 1992 quando ebbi l’occasione di vivere per una settimana a Cusano Milanino, nell’officina del signor Ugo, accanto a sua moglie Maria e ai suoi figli, per un’intuizione del mio direttore di allora. I colossi taiwanesi e di riflesso quelli americani non erano ancora diventati così predominanti. Si ragionava sullo sviluppo dell’acciaio, si cominciava a saldare il titanio, l’alluminio era la scelta dei corridori e si respirava l’arrivo potente del carbonio. Sapevamo bene che sotto la vernice di alcune bici d’altra marca in mano a grandi campioni, ci fosse una De Rosa. Ancora si poteva e veniva fatto regolarmente.

Il signor Ugo indossava un camice azzurro, ne percepivi la severità e insieme la passione per il suo lavoro: non puoi avere cura di un’azienda, se non riesci ad essere severo nel pretendere la stessa cura dai tuoi collaboratori.

Attorno a lui operavano i tre figli. Cristiano, che già allora possedeva le chiavi del marketing. Danilo, figura trasversale e primo tester delle biciclette. Doriano, bravissimo a saldare il titanio. Le De Rosa erano e sono bici di lusso. Eppure nelle sue parole traspariva una concretezza un po’ perplessa.

«Una decina di anni fa – raccontò in uno di quei giorni del 1992 – la bicicletta più bella costava poco più di un milione, che era lo stipendio medio di un operaio qui in Lombardia. Oggi una bella bici costa tre milioni e mezzo, quindi tre volte quello stipendio che nel frattempo è rimasto uguale. Ho sempre osservato chi veniva a comprarsi una De Rosa. Se veniva un operaio, capivi che aveva risparmiato e si stava facendo un regalo bellissimo. Oggi tanti hanno il cappotto con le toppe sui gomiti, perché soprattutto se hanno famiglia, quel risparmio non è più così semplice».

Alta gamma regina

Raccontiamo di biciclette bellissime, che costano come e più di automobili di medio livello. Eppure gli stipendi degli operai sono rimasti identici, seppure convertiti in euro. Ci mancherà non poterne ragionare con Ugo De Rosa, per dare una nuova dimensione allo sport della bicicletta, diventato negli ultimi anni un movimento di elite. Basta parlare con chi le vende, per sentirsi dire che dopo la fiammata del Covid, le gamme medie ormai sono ferme, mentre si vendono tantissimo le bici di altissima gamma.

Prevedendo ciò che forse sarebbe successo, perché Ugo De Rosa aveva le mani d’oro e il naso sopraffino, una volta ci confidò di aver chiesto a suo figlio Cristiano di verificare sulle riviste gli annunci di bici usate.

Ugo e Maria sono stai compagni di tutta la vita. Dal loro matrimonio sono nati tre figli: Danilo, Doriano e Cristiano
Ugo e Maria sono stai compagni di tutta la vita. Dal loro matrimonio sono nati tre figli: Danilo, Doriano e Cristiano

«Sono sempre curioso – disse – di capire quali sono le bici che la gente dà indietro e dopo quanto tempo. Divento anche più curioso quando vedo che un nostro cliente ha messo in vendita una bici De Rosa. Vorrei sapere perché lo ha fatto. Tutto serve per migliorare. Sono convinto che la bicicletta abbia enormi margini di miglioramento e mi piace ancora far parte del suo futuro».

Un allievo di nome Eddy

Una sera, alla fine di quella settimana, il signor Ugo mi invitò a cena a casa sua. E prima di sederci a tavola, mi portò al piano terra dove tutto lasciava pensare a un’officina. Era stata quella infatti la prima sede dell’azienda e aveva preferito lasciare tutti gli attacchi pronti, perché chi può sapere come andranno le cose? Là sotto aveva passato giorni interi Eddy Merckx, che per le bici con il suo nome aveva chiesto supporto al vecchio amico.

La sua presenza in azienda non è mai venuta meno (foto De Rosa)
La sua presenza in azienda non è mai venuta meno (foto De Rosa)

Di quell’artigianato così curioso e prezioso forse De Rosa è rimasto l’ultimo esponente che ancora non sia stato acquistato da fondi o magnati da altre parti del mondo. Prima Bianchi. Poi Pinarello. Più di recente è toccato a Colnago. Non si tratta di fare i romantici: sappiamo bene che le iniezioni di capitali permettono di investire in tecnologia e sviluppo. Resta da capire se questo sia necessario anche per restare nella nicchia dell’artigianato di alta gamma, resistendo alla tentazione di inseguire i colossi sulla via di un livellamento pazzesco verso l’alto. I campioni hanno bisogno di mostri da competizione, gli amatori potrebbero volersi accontentare di un gioiello. Anche di questo ci sarebbe piaciuto parlare con il signor Ugo, nostro maestro di ciclismo.

Il duello del Catalunya si allunga sul Giro: 40 giorni al via

27.03.2023
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L’ultima partita del Catalunya se la sono giocata a testate nel circuito del Montjuich. Remco Evenepoel e Primoz Roglic: l’aspirante vincitore e il leader della classifica. Sono arrivati all’ultima tappa con dieci secondi di vantaggio a favore di Roglic, ma il campione del mondo non ha mai pensato di accontentarsi del secondo posto. Così sulla salita più celebre nell’area di Barcellona ha sferrato il primo attacco e i soli a seguirlo sono stati Roglic e Soler. E quando poi ha mollato il secondo colpo, gli è rimasto attaccato soltanto lo sloveno. I due sono andati avanti così fino al traguardo. Evenepoel ha vinto la tappa, Roglic si è accontentato della classifica. Due tappe vinte per ciascuno e alla fine anche un abbraccio simbolo del nuovo corso: non ti regalo niente, ma ti rispetto.

Il Montjuich con Barcellona sullo sfondo è stato il teatro dell’ultima sfida alla Volta a Catalunya
Il Montjuich con Barcellona sullo sfondo è stato il teatro dell’ultima sfida alla Volta a Catalunya

Roglic in ripresa

Nel racconto della sfida e nella sua proiezione sul Giro d’Italia è mancata in questi giorni la consapevolezza che Roglic ha iniziato la preparazione in forte ritardo. A causa della brutta frattura della spalla alla Vuelta, nel giorno di Tomares, Primoz ha dovuto rimanere fermo a lungo. Quando lo abbiamo incontrato nel quartier generale del Team Jumbo-Visma in Olanda, ci aveva raccontato che il suo obiettivo minimo era riuscire a essere pronto per il primo ritiro. Per cui le sue vittorie alla Tirreno-Adriatico e ora al Catalunya sono ancora più notevoli. Al confronto con il vincitore uscente della Vuelta, che ha potuto condurre un inverno sul filo della perfezione.

«Sono molto contento – ha detto Roglic – il Giro di Catalogna mancava ancora dalla mia lista dei successi. E’ una corsa molto dura e il fatto di averlo vinto proprio quest’anno significa molto per me. La squadra mi ha aiutato. I miei compagni mi hanno protetto tutto il giorno e mi hanno tenuto sempre nella giusta posizione. Per fortuna avevo anche le gambe per andare con Remco. Sapevo che nell’ultima tappa ci avrebbe riprovato».

Nella quinta tappa del Catalunya con arrivo in salita, Roglic ha piegato la resistenza di Evenepoel
Nella quinta tappa del Catalunya con arrivo in salita, Roglic ha piegato la resistenza di Evenepoel

Rivali e alleati

Proprio prima del via, i due sono stati per qualche minuto accanto. E proprio Evenepoel ha raccontato di uno scambio di battute. Roglic gli ha detto che si aspettava un suo attacco. E il campione del mondo ha risposto che non gli avrebbe reso la vita facile, ma sapeva che non se lo sarebbe tolto di ruota.

«Il rapporto tra me e Roglic – ha spiegato Evenepoel dopo la corsa – da fuori sembra più competitivo di quanto sia in realtà. Primoz è uno che vuole combattere, forse è più difensivo di me, ma sono convinto che al Giro d’Italia questo nostro duello ci renderà anche alleati. Penso a quanto abbiamo visto ad Harelbeke tra Van Aert, Van der Poel e Pogacar. Certi corridori sanno che per vincere devono collaborare e non farsi dispetti. Quindi, anche se qualche momento di tensione lo abbiamo avuto, penso che abbiamo costruito un certo legame e che al Giro avremo bisogno l’uno dell’altro. Allo sprint ce la giochiamo. In salita penso che ci sia ben poca differenza. Sarà tutto da giocare…».

Evenepoel ha vinto l’ultima tappa a Barcellona, Roglic si accontenta della vittoria nella generale
Evenepoel ha vinto l’ultima tappa a Barcellona, Roglic si accontenta della vittoria nella generale

Re di una settimana

Roglic, che ha vinto per tre volte la Vuelta ed è uno dei corridori più vincenti nelle corse a tappe di una settimana. Dal 2014, ne ha vinte ben 18, fra cui 13 nel WorldTour: dai Paesi Baschi al Romandia, passando per UAE Tour, Tirreno-Adriatico e Parigi-Nizza. La sola sfida con Evenepoel in un grande Giro si stava attuando lo scorso anno alla Vuelta, con il belga in vantaggio di 1’26” all’inizio della terza settimana.

«Questo inizio di stagione – ha detto Merjin Zeeman, allenatore della squadra olandese – è incredibile. Dopo essersi infortunato alla spalla, Primoz non ha potuto pedalare per molto tempo. Non ci saremmo mai aspettati che al suo ritorno vincesse subito due gare World Tour. Ma sappiamo anche che quello che va bene oggi non va più bene domani. Dobbiamo migliorare ogni giorno per essere al top della forma al via del Giro».

Sul podio di Barcellona, oltre a Roglic ed Evenepoel, è salito Almeida, altro pretendente per il Giro
Sul podio di Barcellona, oltre a Roglic ed Evenepoel, è salito Almeida, altro pretendente per il Giro

Le crono del Giro

E così, in attesa di vedere bene le carte degli altri sfidanti, il duello del Catalunya si allunga sulla sfida rosa. E si capisce bene dalle parole del campione del mondo, che l’analisi dei dettagli sia piuttosto avanzata.

«Al Giro ci sono tre cronometro – spiega Remco – in quelle voglio prendere vantaggio su Roglic. Sarà anche campione olimpico, ma io penso di andare meglio. Passo parecchio tempo sulla bici da crono e continuerò a farlo. Voglio approfittarne al Giro, in modo da arrivare alle tappe di montagna già in vantaggio, in modo da dovermi difendere e poterlo controllare. Ma prima voglio vincere anche altre corse. Per cui ora rimarrò un paio di giorni a Barcellona, quindi festeggerò a casa il compleanno di mia madre e da giovedì sarò nuovamente sul Teide. E prima di venire in Italia, farò un altro giretto alla Liegi…».

Felix Engelhardt, signori. Uno che andrà lontano…

27.03.2023
5 min
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Quando Felix Engelhardt ha vinto la Per Sempre Alfredo, alcuni sono rimasti sorpresi. Dimenticando che parliamo del campione europeo U23 in carica. Di un corridore finito nella top 10 del Giro d’Italia di categoria. Uno di quelli appartenenti a buon diritto alla nidiata di campioni in erba che popolano il ciclismo europeo e tedesco in particolare, se pensiamo all’ancor giovane Kamna da una parte e all’iridato junior Herzog dall’altra.

Su Engelhardt il Team Jayco Alula aveva messo gli occhi da tempo, lo ha inserito in squadra facendogli fare subito esperienze importanti se si pensa che ha già fatto 20 giorni di corsa e ha in programma un evento importante come l’Amstel Gold Race. Un corridore che ha anche forti legami con l’Italia: ad esempio è qui da noi che è sbocciata la sua passione.

La volata vincente alla Per Sempre Alfredo, battendo Stewart (Bolton Equities) e Foldager (Biesse Carrera)
La volata vincente alla Per Sempre Alfredo, battendo Stewart (Bolton Equities) e Foldager (Biesse Carrera)

«Molto ha influito la mia famiglia – racconta il 22enne di Ulm, la città natale di Einstein – vengo da una famiglia di granfondisti, mio nonno e mio padre hanno partecipato spesso alla Maratona dles Dolomites e alla Nove Colli. Ci si trasferiva con tutta la famiglia e vederli così entusiasti, vedere quel tipo di gare mi contagiava. Prendevo il roadblog di mia madre e cominciavo a girare con la mia bici: mi piaceva, ma volevo anche provare l’agonismo. Così ho contattato il club della mia città. Andavo sempre meglio, cominciavo a vincere, sono arrivato anche in nazionale junior. Poi ho fatto 4 anni nel Ktm Tirol Team».

Tu sei stato lì 4 anni, quanto è stato importante per la tua crescita?

Molto, abbiamo disputato una gran quantità di gare in Italia, dal Giro Baby al Tour of the Alps, ma anche prove più piccole e posso garantire che tutte sono state importanti per imparare. Ma quel che è contato di più è che era una squadra nella quale dovevi metterci del tuo, impegnarti in prima persona, non era tutto scontato come avviene nelle WorldTour. E’ servito molto per crescere non solo come atleta, ma anche come persona, mi ha permesso di maturare.

Engelhardt è già riconosciuto dai tifosi, anche in Italia. Un po’ la sua seconda patria
Engelhardt è già riconosciuto dai tifosi, anche in Italia. Un po’ la sua seconda patria
Sei arrivato quest’anno in un team WorldTour: quali differenze hai trovato?

Tantissime, sono un professionista a tutti gli effetti, qui capisci che è un lavoro vero e proprio, dove tutto viene fatto per metterti nelle condizioni migliori ma dove anche tu devi impegnarti al massimo per ottenere risultati. Quando ho corso la Strade Bianche, confrontandomi con tutti quei campioni ho capito che il livello limite è altissimo, raggiungerlo non è semplice. A quei livelli anche una piccola cosa fa la differenza. Non ci sono solo i campionissimi, vanno tutti incredibilmente forte e il ritmo è sempre molto alto. Credo che il principio sia questo: nelle gare normali ci sono almeno 30-40 corridori che vanno davvero forte, in quelle WorldTour ce ne sono 200…

Tu sei un corridore molto veloce, ti consideri uno sprinter o pensi di avere altre caratteristiche?

No, non credo di essere un velocista. Ho un buono sprint, questo è certo, ma che può servire per volate di 30, massimo 40 corridori, al termine di corse difficili, con un po’ di salite brevi. Un po’ come sono i percorsi in Germania.

A proposito della Germania, il ciclismo quanto è popolare nel tuo Paese?

Diciamo che sta crescendo e tornando ai tempi dei grandi campioni che hanno arricchito la storia del ciclismo tedesco. Questo grazie anche alle classiche di Amburgo e Francoforte che sono molto seguite e anche al Giro di Germania. Il fatto che sia tornata una corsa a tappe è davvero un bene per lo sport tedesco. Ora è trasmesso dalla rete Tv principale, questo serve molto alla sua popolarità.

Per 4 anni alla Ktm Tirol, il teutonico è sempre andato in crescendo, gareggiando molto da noi
Per 4 anni alla Ktm Tirol, il teutonico è sempre andato in crescendo, gareggiando molto da noi
Molti ti considerano un corridore per gare d’un giorno, ma tu sei stato 6° al Giro d’Italia. Pensi di poter emergere anche nelle corse a tappe?

Credo che sia una domanda alla quale potrà rispondere solo il tempo. Sono ancora giovane e in crescita. Nel ciclismo di oggi devi essere in grado di fare tutto. A me le corse a tappe piacciono, ma non posso certo considerarmi uno scalatore, sono un po’ troppo pesante fisicamente. Posso magari emergere nelle corse a tappe brevi e in qualche tappa specifica, entrando in un gruppo ristretto. Poi vedremo come evolverò.

C’è un corridore di oggi o del passato al quale ti ispiri, che ti è più simile?

Ho sempre ammirato Michael Matthews, ha caratteristiche molto simili alle mie. Diciamo che credo sia un po’ più veloce, ma per il resto mi ci rivedo. E’ un corridore completo, può fare qualsiasi cosa: emergere in brevi corse a cronometro come in tappe davvero difficili come ha fatto lo scorso anno al Tour. E’ straordinario e l’ho sempre ammirato. Un altro che mi piace molto e a cui credo di somigliare è Daryl Impey. Chiaramente anche lui è un po’ più forte di me, spero di raggiungere i suoi livelli.

Il tedesco alla Coppi & Bartali. Nato il 19 agosto 2000, lo scorso anno ha vinto l’oro agli europei U23
Il tedesco alla Coppi & Bartali. Nato il 19 agosto 2000, lo scorso anno ha vinto l’oro agli europei U23
In Italia hai corso spesso, anche negli anni scorsi. Come ti trovi qui?

Mi piace molto l’Italia e mi piacciono le corse italiane. Mi sento un po’ a casa, anche perché mio nonno era italiano, abbiamo ancora dei parenti nelle Dolomiti e trascorro molto tempo in Italia. Mi piace molto la cultura che si respira da queste parti.

Quali sono i tuoi obiettivi e quale pensi sia una gara più adatta a te?

Penso che l’importante sia continuare a crescere, acquisire sempre maggiore esperienza e feeling con la squadra. Abbiamo iniziato bene, anche meglio del previsto per quel che mi riguarda, la squadra ha molta fiducia in me e mi offre grandi opportunità e io voglio continuare a sfruttarle.

Uno-due Jumbo: Laporte e Van Aert si prendono la Gand

26.03.2023
5 min
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Uno-due. Wout Van Aert, Christophe Laporte. E’ bastata una sgasata, apparentemente neanche mostruosa sul Kemmelberg e i due Jumbo-Visma hanno salutato tutti. La Gand-Wevelegem di fatto si è decisa a poco più di 50 chilometri dall’arrivo.

Sembra quasi che il maltempo al Nord aspetti le corse per palesarsi, per renderle più mitiche e tradizionali. La pioggia, il freddo e a tratti anche un po’ di vento non sono mancati nei 261 chilometri in questa “quasi monumento”.

Un solo corridore

Senza Van der Poel, che cova il bis al Fiandre e si nasconde, ecco che tutti i fari sono puntati sul “Wout nazionale”, tanto più che Remco Evenepoel non c’è e se la “spassa” al sole della Spagna. La corsa si accende sin da subito. Tra gli attaccanti della prima ora anche Greg Van Avermaet.

La Gand è una sorta di Amstel Gold Race delle Fiandre e nel suo dedalo di stradine e cambi di direzione è facile restare coinvolti in una caduta, come è successo a Filippo Ganna. Per ora non sembra nulla di grave, se non una forte contusione ad un ginocchio. Ma quel che avevamo scritto giusto questa mattina, riguardo al saltare la Ronde, per non mettere a rischio la Roubaix si è puntualmente verificato.

Il Belgio si stringe dunque intorno a Van Aert e lui non delude i suoi connazionali. Lo aspettano sotto la pioggia. Lo applaudono, lo filmano con gli smartphone mentre le nuvolette escono dalla bocca. E lui spesso la bocca ce l’ha chiusa. 

Su un muro al 17% Van Aert piega ma non spezza Laporte. I due hanno fatto uno crono a coppie
Su un muro al 17% Van Aert piega ma non spezza Laporte. I due hanno fatto uno crono a coppie

Wout il buono

Pedala composto, potente come nei giorni migliori. Lui un filo più agile di Laporte. Su uno dei muri ad un tratto toglie di ruota anche il compagno francese. E se ne accorge. Non molla subito – vuol far vedere chi è il più forte – tuttavia non affonda il colpo e in cima lo aspetta.

E lo aspetta anche perché okay che è Van Aert, ma mancano ancora parecchi chilometri all’arrivo. I due vanno via di comune accordo. Belli. Spianati sulle loro Cervélo. Il distacco continua ad aumentare in modo costante ma regolare. E arriva a toccare 2’15”.

Dietro si muovono un po’ come degli juniores. Tirano a momenti. Scattano. Ineos Grenadiers e Bahrain-Victorius ci provano un po’ di più, ma alla fine è questione di gambe. E i due Jumbo ne hanno di più. Amen.

Il chilometro finale è una lunga – forse anche troppo – parata. I due si parlano. Si abbracciano, si riparlano. Si riabbracciano, si voltano a guardare l’ammiraglia che lampeggia nel grigio pomeriggio belga. Alla fine la ruota che taglia per prima la linea è quella di Laporte. Ma la gioia del Belgio non è strozzata. Wout ha vinto lo stesso.

«Siamo andati “full gas” fino ai -10 dall’arrivo – ha detto Van Aert – quando era chiaro che avremmo vinto. Io ho alzato le braccia al cielo venerdì e ho gli occhi puntati sui prossimi obiettivi (si legga Giro delle Fiandre, ndr). Posso dire che fare la Gand è stata una buona scelta», quest’ultima frase era la risposta a chi lo incalzava sul fatto che VdP era rimasto a riposarsi.

«La vittoria di Christophe è stata una decisione facile. Ne parlavamo giusto qualche giorno fa: pensavamo che un nuovo arrivo in parata non sarebbe mai più accaduto, visti i livelli elevati che ci sono, e invece… Tutto questo è frutto del duro lavoro di squadra».

Laporte ringrazia

Laporte intanto gioisce e anche lui torna ai dieci chilometri dal traguardo: «Lì Wout mi ha chiesto se volevo vincere. Penso che conoscesse già la risposta! È davvero incredibile. Wout è stato più forte di me oggi, quindi devo a lui questa vittoria a lui. Vincere una classica e una tappa al Tour era il mio sogno sin da bambino. Ora l’ho realizzato. Questa vittoria è per mia moglie e i miei due figli. Sono stanco, ho sofferto ma sono anche molto felice».

«La nostra tattica? Volevamo accelerare al secondo passaggio sul Kemmelberg e l’abbiamo fatto – ha detto il francese – anche se mancavano 52 chilometri. Da lì abbiamo dato tutto fino alla fine. Ho fatto di tutto per restare con Wout. Era davvero forte oggi. Sono felice di condividere questo successo con lui».