Uno-due Jumbo: Laporte e Van Aert si prendono la Gand

26.03.2023
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Uno-due. Wout Van Aert, Christophe Laporte. E’ bastata una sgasata, apparentemente neanche mostruosa sul Kemmelberg e i due Jumbo-Visma hanno salutato tutti. La Gand-Wevelegem di fatto si è decisa a poco più di 50 chilometri dall’arrivo.

Sembra quasi che il maltempo al Nord aspetti le corse per palesarsi, per renderle più mitiche e tradizionali. La pioggia, il freddo e a tratti anche un po’ di vento non sono mancati nei 261 chilometri in questa “quasi monumento”.

Un solo corridore

Senza Van der Poel, che cova il bis al Fiandre e si nasconde, ecco che tutti i fari sono puntati sul “Wout nazionale”, tanto più che Remco Evenepoel non c’è e se la “spassa” al sole della Spagna. La corsa si accende sin da subito. Tra gli attaccanti della prima ora anche Greg Van Avermaet.

La Gand è una sorta di Amstel Gold Race delle Fiandre e nel suo dedalo di stradine e cambi di direzione è facile restare coinvolti in una caduta, come è successo a Filippo Ganna. Per ora non sembra nulla di grave, se non una forte contusione ad un ginocchio. Ma quel che avevamo scritto giusto questa mattina, riguardo al saltare la Ronde, per non mettere a rischio la Roubaix si è puntualmente verificato.

Il Belgio si stringe dunque intorno a Van Aert e lui non delude i suoi connazionali. Lo aspettano sotto la pioggia. Lo applaudono, lo filmano con gli smartphone mentre le nuvolette escono dalla bocca. E lui spesso la bocca ce l’ha chiusa. 

Su un muro al 17% Van Aert piega ma non spezza Laporte. I due hanno fatto uno crono a coppie
Su un muro al 17% Van Aert piega ma non spezza Laporte. I due hanno fatto uno crono a coppie

Wout il buono

Pedala composto, potente come nei giorni migliori. Lui un filo più agile di Laporte. Su uno dei muri ad un tratto toglie di ruota anche il compagno francese. E se ne accorge. Non molla subito – vuol far vedere chi è il più forte – tuttavia non affonda il colpo e in cima lo aspetta.

E lo aspetta anche perché okay che è Van Aert, ma mancano ancora parecchi chilometri all’arrivo. I due vanno via di comune accordo. Belli. Spianati sulle loro Cervélo. Il distacco continua ad aumentare in modo costante ma regolare. E arriva a toccare 2’15”.

Dietro si muovono un po’ come degli juniores. Tirano a momenti. Scattano. Ineos Grenadiers e Bahrain-Victorius ci provano un po’ di più, ma alla fine è questione di gambe. E i due Jumbo ne hanno di più. Amen.

Il chilometro finale è una lunga – forse anche troppo – parata. I due si parlano. Si abbracciano, si riparlano. Si riabbracciano, si voltano a guardare l’ammiraglia che lampeggia nel grigio pomeriggio belga. Alla fine la ruota che taglia per prima la linea è quella di Laporte. Ma la gioia del Belgio non è strozzata. Wout ha vinto lo stesso.

«Siamo andati “full gas” fino ai -10 dall’arrivo – ha detto Van Aert – quando era chiaro che avremmo vinto. Io ho alzato le braccia al cielo venerdì e ho gli occhi puntati sui prossimi obiettivi (si legga Giro delle Fiandre, ndr). Posso dire che fare la Gand è stata una buona scelta», quest’ultima frase era la risposta a chi lo incalzava sul fatto che VdP era rimasto a riposarsi.

«La vittoria di Christophe è stata una decisione facile. Ne parlavamo giusto qualche giorno fa: pensavamo che un nuovo arrivo in parata non sarebbe mai più accaduto, visti i livelli elevati che ci sono, e invece… Tutto questo è frutto del duro lavoro di squadra».

Laporte ringrazia

Laporte intanto gioisce e anche lui torna ai dieci chilometri dal traguardo: «Lì Wout mi ha chiesto se volevo vincere. Penso che conoscesse già la risposta! È davvero incredibile. Wout è stato più forte di me oggi, quindi devo a lui questa vittoria a lui. Vincere una classica e una tappa al Tour era il mio sogno sin da bambino. Ora l’ho realizzato. Questa vittoria è per mia moglie e i miei due figli. Sono stanco, ho sofferto ma sono anche molto felice».

«La nostra tattica? Volevamo accelerare al secondo passaggio sul Kemmelberg e l’abbiamo fatto – ha detto il francese – anche se mancavano 52 chilometri. Da lì abbiamo dato tutto fino alla fine. Ho fatto di tutto per restare con Wout. Era davvero forte oggi. Sono felice di condividere questo successo con lui».

Una veterana a 19 anni. L’evoluzione di Ciabocco

26.03.2023
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«Guardate quella ragazza come si muove dentro al gruppo, con quale autorità. Lo direste che è al suo primo anno nel WorldTour e che ha appena 19 anni?». Parole di un certo peso, pronunciate dal cittì Sangalli e riferite a Eleonora Ciabocco, che ha appena lasciato la categoria junior approdando nel Team DSM. Effettivamente nel corso del Trofeo Binda, la maceratese si è fatta vedere con azioni tattiche importanti, inconsuete a quell’età.

E’ il segno che la marchigiana si sta già ambientando in un ambiente tutto nuovo e soprattutto la Ciabocco lo sta facendo con umiltà, rispettando quello che le viene detto.

«A Cittiglio avevo il compito di lavorare per la squadra e rendere la gara dura. A due giri dalla fine abbiamo provato a smuovere le acque e guadagnare secondi ma la Trek-Segafredo faceva buona guardia. Nel finale poi avevo dato tutto e potevo chiudere tranquilla, ormai erano intervenute le capitane».

La Ciabocco ha tentato la fuga insieme all’olandese Swinkels. Riprese ai -20 km
La Ciabocco ha tentato la fuga insieme all’olandese Swinkels. Riprese ai -20 km
Sei stata molto notata e apprezzata per la dimestichezza con la quale ti sei subito adattata alla nuova categoria.

Diciamo che in gruppo ho sempre saputo muovermi con disinvoltura, ma sicuramente lavorare in un gruppo così qualificato e affiatato sta influendo. Ci sono atlete esperte che non sono solo compagne di squadra ma anche maestre. Juliette Labous ad esempio non è solo una delle cicliste più forti al mondo, ma mi sta affiancando molto, insegnando quel che devo sapere. Ha una disponibilità enorme e lo apprezzo tanto.

Come ti stai trovando?

Ammetto che all’inizio non è stato semplice, soprattutto senza avere dimestichezza con l’inglese, ma piano piano sto imparando e devo dire che Francesca (Barale, ndr) è stata preziosa, mi ha aiutato tantissimo a inserirmi. Ma devo dire che anche le altre sono state tutte disponibili.

Che differenze hai notato rispetto al team dov’eri fino allo scorso anno?

E’ un altro livello. Prima ci si aiutava molto fra noi, ma non c’erano le possibilità che abbiamo ora, qui davvero devi pensare solo a correre, vieni messo nelle migliori condizioni possibili. Ti puoi concentrare solo sulla gara e così tutto è più semplice. Praticamente prevedono qualsiasi cosa, inoltre siamo sempre aggiornate su tutto. Ma le differenze non sono solo legate alla squadra.

Eleonora Ciabocco ha raggiunto il team olandese da quest’anno (foto El Toro Media/DSM)
Eleonora Ciabocco ha raggiunto il team olandese da quest’anno (foto El Toro Media/DSM)
Che cosa intendi dire?

Ora partecipo a corse interpretate in maniera diversa. Prima si correva molto alla garibaldina, senza tanti artifici tattici, si partiva forte e contavano solo le gambe. Ora gli inizi di gara sono più tranquilli, ma contano molto le strategie, bisogna non solo correre ma anche pensare…

Tutto ciò quanto sta influendo su di te, considerando la tua giovane età?

Molto, è naturale. La cosa che mi colpisce di più è che sono molto più tranquilla nel mio approccio alle corse, fino allo scorso anno ero molto emotiva, certe vote faticavo a dormire la notte prima, ora invece ho un approccio diverso e questa calma non è apparente, riesco a concentrarmi maggiormente su quel che devo fare.

La grinta in gara mostrata dalla Ciabocco non è passata inosservata. Eppure ha solo 19 anni
La grinta in gara mostrata dalla Ciabocco non è passata inosservata. Eppure ha solo 19 anni
Sei appena entrata nel team ed è normale che tu sia impiegata soprattutto in supporto alle altre. Ti dà fastidio avere un ruolo di apprendistato?

No, ci mancherebbe. C’è tantissimo da imparare e d’altronde anche le più esperte, quelle che sono le cosiddette “punte” mi dicono che imparano da ogni corsa, da ogni giornata.

Ti mettono pressione?

Al contrario, non si aspettano nulla di più di quel che posso fare. Questo rappresenta qualcosa di diverso da quel che facevo prima, dovevo portare a casa il risultato, ora devo contribuire perché sia la squadra nel complesso, qualcuna di essa a ottenerlo. Quando partivo non avevo mai idea di come le corse si evolvevano, ora sono più tranquilla.

Dopo una bellissima carriera da junior, la maceratese si sta ben disimpegnando anche fra le Elite
Dopo una bellissima carriera da junior, la maceratese si sta ben disimpegnando anche fra le Elite
Adesso che cosa ti aspetta?

Alcune gare in Belgio e poi spazio alla scuola. Quest’anno ho la maturità e anche in squadra tengono che mi concentri sullo studio fino all’estate, quindi il programma di gare deve ancora essere strutturato in base alle esigenze scolastiche.

Ti sei mai pentita della scelta fatta?

Mai. Anche se l’inglese non so ancora parlarlo bene, quei dubbi che avevo prima di cominciare quest’avventura sono completamente svaniti. E’ stata la mossa giusta.

Pogacar va veloce, ma Gianetti controlla il gas

26.03.2023
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In questo scorcio di stagione, con 9 vittorie in 15 giorni di gara, nel bilancio di Tadej Pogacar ci sono anche il quarto posto della Sanremo e il terzo ad Harelbeke. La prossima fermata di questa sua rincorsa sarà il Giro delle Fiandre, seguito dalle classiche delle Ardenne e poi si potrebbe dire che la sua stagione non sarà ancora iniziata. La sfida del Tour sarà infatti ancora di là da venire e Pogacar ci arriverà passando per il Giro di Slovenia.

Alla Tirreno-Adriatico, parlando della sua squadra, Davide Formolo ha tirato fuori una delle sue perle di saggezza. Per cui, volendo esemplificare al massimo come funzioni la vita nel UAE Team Emirates, il veronese ha detto: «O vinci, o tiri!».

Osservando questo ruolino di marcia e constatando che la squadra ha 30 corridori, alcuni di gran nome, ci siamo chiesti se sia normale che in tutte le corse più grandi si faccia corsa per lo sloveno. Intendiamoci, Tadej è il primo a volere il suo posto sulla plancia di comando, ma dal punto di vista della gestione è davvero la cosa giusta?

Domenica scorsa, Gianetti e Pogacar si sono ritrovato al via del Trofeo Binda. Qui con loro Erica Magnaldi
Domenica scorsa, Gianetti e Pogacar si sono ritrovati insieme al via del Trofeo Binda

Ne abbiamo parlato con Mauro Gianetti, team principal della squadra degli Emirati, per farci raccontare il suo punto di vista in merito e capire se ci sia qualcuno che a volte dice basta o tiri il freno.

Guardi Pogacar in mezzo alla gente e ti stupisci che il numero uno al mondo sia così tranquillo e… semplice. E’ davvero così?

Come lo vedete. E’ un ragazzo sereno che corre, si impegna come un grande professionista, ma vive una vita normalissima con la sua fidanzata. E’ appassionato di bici e di ciclismo, per cui non perde l’occasione quando può seguire Urska, come al Trofeo Binda, e questa mi sembra una cosa bellissima.

E’ il segreto della sua forza mentale?

La sua forza è proprio la serenità, cioè il fatto di impegnarsi al 100 per cento lo lascia tranquillo, nel senso che più del massimo non si può fare ed è inutile rammaricarsi se a quel punto sfugge un risultato. Lo vedi che prende la vita con leggerezza e cerca di godere delle piccole cose, che è un aspetto importante.

Nove vittorie nei primi 15 giorni di gara. Pogacar ha iniziato alla grande il 2023
Nove vittorie nei primi 15 giorni di gara. Pogacar ha iniziato alla grande il 2023
Avete 30 corridori, però le corse importanti sono tutte sue spalle. Pensate mai a costruire un’aternativa?

Per fortuna di Pogacar ce n’è solo uno e l’abbiamo noi. E’ chiaro che avendo Tadej, è normale che sia così. Lui vuole correre con questa dimensione, però è chiaro che se non ci fosse lui, interpreteremmo le gare in maniera totalmente diversa. Però è Tadej Pogacar, questa è la vera verità.

Non pensate di doverlo gestire con più oculatezza?

Lui si diverte, però dite una cosa giusta. Dobbiamo comunque gestire la cosa con calma e tenere anche una visione sul lungo termine. Perché è chiaro che abbia delle grandi potenzialità, delle ambizioni grandissime, però sappiamo che è importante guardare oltre il presente. E quindi corre, va forte perché va forte e fa la stessa fatica di quello che arriva decimo o cinquantesimo. Perché tutti si impegnano al 100 per cento, ma lui è davanti. Ma secondo noi, corre il giusto: l’anno scorso ha fatto 54 giorni di gara

Pellizzari, raccontaci: come è andata a Taiwan?

26.03.2023
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Più che una corsa, è stata un’avventura, già solo per la distanza e il jet lag, fastidioso anche a distanza di giorni. Giulio Pellizzari è tornato dal Tour de Taiwan con un bagaglio ricco di esperienze che passano sì per le tappe, ma che hanno riempito i suoi occhi e la sua testa di tantissime immagini legate a un posto lontanissimo anche dalle nostre abitudini.

I suoi pensieri non possono partire che dalla corsa: cinque tappe che hanno lasciato il segno: «Tappe abbastanza corte e senza grandi salite, diciamo che è stato un crescendo. Il tempo era caldo, sempre fra i 25 e i 30 gradi. La frazione più difficile è stata sicuramente la terza, dove abbiamo pedalato per lunghi tratti sotto l’acqua».

Per Pellizzari una trasferta positiva, sfiorando la Top 10 su un percorso non per le sue caratteristiche
Per Pellizzari una trasferta positiva, sfiorando la Top 10 su un percorso non per le sue caratteristiche
Come ti sei trovato?

Bene, ma tecnicamente non era una corsa adatta alle mie caratteristiche, per questo il 12° posto finale è stato un buon risultato. La prima tappa era la più breve e tutta piatta, sono andati in due in fuga, abbiamo chiuso noi della Green Project-Bardiani per preparare la volata di Zanoncello, ma quel giorno non stava bene e ha chiuso 4°. La seconda tappa abbiamo provato ad attaccare nella parte finale, ma quando il JCL Team Ukyo ha fatto il forcing ci siamo un po’ persi.

Vai avanti…

Nella terza c’era una salita, ma quelle di Taiwan non sono ascese difficili, le pendenze sono sempre dolci. Davanti si è formato un gruppo folto con uno nostro dentro, ma da dietro il gruppo è rientrato, abbiamo preparato la volata di Enrico finito 2° dietro il belga De Decker della Lotto-Dstny. Nella quarta tappa, che era la più dura, siamo andati regolari. Davanti la fuga aveva accumulato tanto vantaggio, li abbiamo ripresi solo nel finale e io sono finito 11°. Poi nella frazione conclusiva siamo partiti con una classifica corta, eravamo 21 in 14”. C’è stata battaglia costante, soprattutto perché la corsa si giocava sui traguardi volanti ad abbuoni e io ho trovato la fuga per guadagnare secondi. L’arrivo poi è stato con una volata generale e questa volta Zanoncello ce l’ha fatta.

La volata vincente di Enrico Zanoncello nella tappa finale a Kaohsiung City
La volata vincente di Enrico Zanoncello nella tappa finale a Kaohsiung City
Che livello era?

Sicuramente molto buono, c’erano 4 formazioni professional, 3 nazionali e molti team che incontriamo in giro per l’Europa. Per questo anche il 7° posto a squadre ha avuto un certo peso.

Fin qui la corsa, ma Taiwan siete riusciti a girarla anche a parte i chilometri in bici?

Sì, un po’ di tempo l’abbiamo avuto. La cosa che mi ha lasciato interdetto è la grande quantità di macchine e motorini che girano per le strade. Mi sarei aspettato, dal Paese maggior produttore di bici, una situazione diversa, invece c’è un traffico impossibile soprattutto a Taipei. Ci sono molte piste ciclabili, quello sì, per andare in bici devi passare obbligatoriamente da lì. Inoltre ho notato che sono tutti molto ligi alle disposizioni sanitarie: lì si gira ancora con le mascherine.

Come siete stati accolti?

C’era una passione e un’attenzione incredibile, sembrava che eravamo delle star. Ci hanno portato in alberghi di lusso, c’era generalmente molta attenzione da parte degli organizzatori. Anche dal punto di vista delle strade abbiamo trovato una situazione ideale, molto larghe, senza buche, perfettamente asfaltate. Per loro erano 5 giorni magici, come una festa e noi eravamo gli invitati speciali.

La corsa che sensazioni ti ha dato, parlando dal punto di vista personale?

Non era un percorso adatto a me ma questo lo sapevo, era utile per fare esperienza e lavorare per gli altri. Sono però tornato a casa con grandi emozioni: avevamo lavorato tutta la settimana per portare a casa qualcosa ma per un verso o per l’altro non si riusciva mai a concretizzare, l’ultimo giorno con la vittoria di Zanoncello abbiamo davvero fatto festa, l’abbiamo tutti sentita come nostra. Non nascondo che ci siamo anche un po’ commossi…

Zanoncello 1° nella classifica a punti, con Aitken (montagna), Meijers (generale) e Chayasonbat (1° asiatico)
Zanoncello 1° nella classifica a punti, con Aitken (montagna), Meijers (generale) e Chayasonbat (1° asiatico)
Riprenderti dal jet lag non è stato facile…

No, infatti ci ho messo un po’ a riprendermi e a ritrovare le sensazioni che avevo a fine corsa. Devo dire che, come sempre avviene per una corsa a tappe, ho chiuso con una gran condizione che spero di portarmi dietro per le prossime gare, sia all’estero che nelle classiche italiane. La forma adesso è quella giusta e bisogna farla fruttare.

I blocchi di lavoro, Cioni, Ganna e la Roubaix

26.03.2023
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Dopo la mega prestazione della Sanremo, gli scenari per la Campagna del Nord di Filippo Ganna assumono tutt’altro contorno. Il fenomeno della Ineos Grenadiers è in Belgio e viaggia verso la Roubaix con altre aspettative. Lui l’ha vinta tra gli U23 nel 2016. Ma l’era del “fare esperienza” è ufficialmente terminata.

E’ vero che di fatto tra impegni di pista, Covid e salvaguardia della salute, Ganna non ha corso moltissimo lassù, ma sognare è lecito. Noi vorremmo sognare anche pensando al Giro delle Fiandre, ma partiamo dalla Roubaix, che è l’obiettivo più concreto messo nel mirino. Pippo e il suo direttore sportivo e preparatore, Dario David Cioni, la stanno preparando con dovizia certosina. E lo dimostra anche la buona prestazione nella splendida sfida di Harelbeke dell’altro ieri: Ganna se l’è cavata con un decimo posto che dà fiducia.

Dario Cioni, coach e diesse della Ineos Grenadiers, segue Ganna da diversi anni ormai
Dario Cioni, coach e diesse della Ineos Grenadiers, segue Ganna da diversi anni ormai

Sanremo “inaspettata”

«Siamo in pieno periodo di corse – spiega Cioni – e l’obiettivo principale è quello di recuperare. Dopo la Sanremo si è pensato soprattutto ad una fase di recupero, anche in vista dei primi impegni in Belgio».

Prima della Tirreno e della Sanremo, parlando con lo staff della Ineos Grenadiers, erano emersi due misteriosi blocchi di lavoro che l’asso piemontese aveva fatto sotto la guida attenta di Cioni.

«Li avevamo fatti in avvicinamento alla Tirreno, ma erano già in ottica Parigi-Roubaix. Poi eravamo andati altri due giorni in pista, sempre in ottica Roubaix, ma anche pensando alla crono di Follonica. Poi è chiaro che cercando di rendere l’atleta più forte in generale, si ottengono miglioramenti non solo per la Roubaix, ma anche per la Sanremo».

Come a dire che la prestazione emersa alla Classicissima quasi non era prevista.

Ganna impegnato l’altroieri alla E3 di Harelbeke. Una grande fatica, ma anche un buon lavoro sul pavé
Ganna impegnato l’altroieri alla E3 di Harelbeke. Una grande fatica, ma anche un buon lavoro sul pavé

Due blocchi più uno

Quei due blocchi fanno sognare gli appassionati, destano curiosità. Cosa avrà fatto mai Filippo Ganna? E in effetti un pizzico di mistero resta, Cioni scopre solo parzialmente le carte.

«Quando con Pippo si parla di blocchi, si tratta di sessioni di tre giorni, con in mezzo un giorno di scarico: questa è la nostra struttura standard. Cosa facciamo? Posso dire che non sono mai blocchi uguali, cerchiamo sempre di variare lavori, intensità e durate delle ripetute. Cambiano in base agli obiettivi che si avvicinano».

Si potrebbe pensare che Ganna, passista, che lavora per la Roubaix, divori chilometri di pianura e invece non è così.

«Preferiamo lavorare in salita, tanto più che quando li abbiamo fatti eravamo in Svizzera e lì le strade più tranquille non sono certo in pianura. Abbiamo lavorato tenendo conto che nel carico di lavoro c’erano l’Algarve (prima) e la Tirreno (poi).

«Però abbiamo lavorato anche sulla velocità. Ma questa non l’abbiamo fatta su strada, bensì in pista. Sul parquet Filippo ci è andato poco prima della Tirreno. Ed è stato un terzo blocco se vogliamo, ma di due giorni anziché tre. Anche perché veniva dall’Algarve, come detto, e quindi c’era bisogno di fare un minor volume alle alte intensità».

Verso la Roubaix, dopo queste prime corse in Belgio, Pippo andrà in avanscoperta del pavè (foto Instagram)
Verso la Roubaix, dopo queste prime corse in Belgio, Pippo andrà in avanscoperta del pavè (foto Instagram)

Muri no, pavé sì

E adesso si guarda avanti. Dopo Algarve, blocchi di lavoro, Tirreno, Sanremo si tratta “solo” di recuperare. Anzi, di correre e recuperare, un po’ come ci aveva detto Davide Ballerini qualche giorno fa.

«Il grosso del lavoro ormai è stato fatto – dice Cioni – si tratta di correre e smaltire bene le fatiche. Si faranno solo dei brevi lavori che simulino in parte gli sforzi della Roubaix. Ma una corsa intera non puoi simularla: primo, perché comunque non c’è il pavè. Secondo, perché un allenamento non sarà mai una gara».

Ganna ha preso parte alla E3 Saxo Classic dell’altro ieri, sta correndo oggi la Gand-Wevelgem, poi prenderà parte alla Dwars door Vlaanderen mentre non farà il Fiandre, troppo rischioso e troppo dispendioso. Tra la “Attraverso le Fiandre” e la Roubaix ballano dieci giorni. Ci sarà tempo per un quarto blocco?

«Meglio concentrarsi su qualche sopralluogo tecnico sulle strade della Roubaix – ha chiarito Cioni – ci arriviamo come volevamo, sapendo di aver fatto un buon lavoro. E una cosa è certa: quella prestazione alla Sanremo gli dà morale. Conferma a Filippo che abbiamo lavorato bene. Anche i super campioni hanno bisogno di conferme. Se le conferme sono importanti anche per i coach? L’importante è che le abbiano gli atleti».

Cavagna e Schmid. Dominio Wolfpack alla Coppi e Bartali

25.03.2023
5 min
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CARPI – Apre Cavagna e chiude Cavagna, ma Schmid conquista la generale facendo fruttare al massimo tre secondi posti. La Soudal Quick-Step domina e vince per la prima volta la Settimana Internazionale Coppi e Bartali, che sta diventando sempre di più un banco di prova significativo per chi ambisce a prendersi i gradi di capitano in corse di uno status maggiore.

La crono di Carpi ha espresso il verdetto che in tanti si aspettavano fin dall’inizio della gara. Fra i tanti c’era anche Davide Bramati, diesse del “Wolfpack”, che conosce bene le qualità di Cavagna e Schmid su percorsi del genere, ma che tuttavia restava cauto prima della partenza della crono dello svizzero. Alla fine il pericolo sarà scampato.

Cavagna ha vinto la crono di Carpi in 22’12” alla media oraria di 50,270 km/h
Cavagna ha vinto la crono di Carpi in 22’12” alla media oraria di 50,270 km/h

«Dopo la vittoria di Remi ed il secondo posto di Mauro a Riccione – spiega mentre scende dall’auto dopo aver accompagnato i suoi atleti nella ricognizione – ero certo che fosse più il secondo a fare la corsa che il primo. Remi è in condizione, ma è pesante per tracciati come questo. Quando davanti aprono il gas lui fatica. Poteva salvarsi se avessero fatto strappi e salite ad un passo regolare o più basso. Mauro invece è molto più adatto e sa andare forte in tappe come quelle che abbiamo fatto finora. A crono va bene, ma non ha un margine troppo alto e dovrà difendersi andando a tutta perché dietro c’è qualcuno che va più di lui».

Italia portafortuna

Nel nostro Paese, Mauro Schmid si trova a proprio agio, grazie anche alle sue abilità maturate su Mtb e nel ciclocross. La vittoria più bella è quella della tappa degli sterrati a Montalcino al Giro del 2021. L’anno scorso alla Coppi e Bartali aveva vinto la prima frazione a Riccione e oggi ha conquistato la generale. In teoria potremmo rivederlo al Giro in supporto a Evenepoel, ma intanto ci parla della prova contro il tempo di Carpi in cui ha chiuso all’ottavo posto.

«La cronometro è stata molto difficile a causa del vento – racconta il 23enne di Bulach mentre scende dal podio con due mortadelle da cinque chili l’una come premio – e la mia prestazione ha risentito del fatto che non riuscivo a fare il passo che volevo. Ho cercato di non strafare nella prima parte del tracciato per tenermi delle energie nella seconda che prevedeva tante curve e rilanci. Mi basavo anche sui tempi degli avversari più diretti per avere dei riferimenti. Ho cercato di controllare al meglio la situazione ma alla fine ho sofferto.

«La mia stagione – prosegue Schmid – è stata molto buona finora. In Australia sono andato bene (quinto al Tour Down Under, ndr) poi abbiamo vinto la cronosquadre al UAE Tour. Adesso qua ho vinto la generale e già dall’anno scorso pensavo che un giorno avrei potuto farlo. Naturalmente devo ringraziare la squadra che in questi giorni mi ha permesso di stare davanti proteggendomi nei momenti più delicati. Sono molto contento anche delle due vittorie di Remi (il compagno Cavagna, ndr) e penso che questa sia stata una settimana perfetta».

Sorride Davide Bramati. Con Schmid e Cavagna la sua Soudal-Quick Step ha dominato la Coppi e Bartali
Sorride Davide Bramati. Con Schmid e Cavagna la sua Soudal-Quick Step ha dominato la Coppi e Bartali

Il podio e Pozzo

Nella generale a ruota del team belga è arrivato un blocco della EF Education-EasyPost. La formazione statunitense, che si porta a casa la tappa del mix “gravel-pista” di Forlì con Healy, alla vigilia della crono sperava di ribaltare tutto negli ultimi 18,6 chilometri. Invece ci è riuscita a metà completando podio finale con Shaw ed Healy (che ha spodestato il combattivo Calzoni della Q36,5 che doveva testarsi su un esercizio del genere) piazzando Padun quarto.

Il giovane Leo Hayter della Ineos Grenadiers riesce ad entrare nella top five proprio grazie alla crono finale scalzando l’eterno Pozzovivo. Lo scalatore della Israel Premier Tech non era convinto di poter salire sul podio o mantenere la quinta piazza, ma era comunque certo che non avrebbe perso troppo terreno da altri rivali. Rivedere “Pozzo” così pimpante è stato un segnale incoraggiante per lui e per i suoi tifosi. Ci aveva detto pochi giorni fa che puntava a centrare un piazzamento nei dieci e lui ha fatto meglio. La sua condizione psico-fisica è in crescita e al Tour of the Alps siamo sicuri che lo vedremo ancora protagonista.

Boaro, cosa fa un gregario senza un vero capitano?

25.03.2023
5 min
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RICCIONE – Sembra paradossale, ma anche un gregario può sentirsi perso senza un capitano. E’ una situazione che si verifica raramente, ma è sempre curioso sapere come ci si adatti alla circostanza. L’Astana sta vivendo una fase transitoria rispetto al passato e Manuele Boaro, uomo di fiducia e di fatica di grandi leader, si trova a metà del guado.

Incontriamo il 36enne veneto del team kazako alla partenza della Settimana Internazionale Coppi e Bartali mentre parla e scherza con Giacomo Notari, preparatore parmense e diesse in seconda dell’Astana. I due si conoscono sin dai tempi dei dilettanti e assieme ripercorrono quegli anni con qualche ricordo, prima che Manuele provi a descriverci il suo ruolo un po’ più rivisitato all’occorrenza.

Tirare, lavorare e fuga. Per Boaro il ruolo del gregario si basa sul sapere leggere la corsa
Tirare, lavorare e fuga. Per Boaro il ruolo del gregario si basa sul sapere leggere la corsa

Lavori diversi

Il ritiro di Vincenzo Nibali ha prodotto inevitabilmente un buco nella casella “leader” benché sia stato rimpiazzato dall’arrivo di Mark Cavendish. Ovviamente sono due capitani differenti, così come il lavoro per loro del gregario. In questo caso cambia qualcosa?

«Non tanto – inizia a raccontare Boaro – alla fine fare il lavoro sporco per un velocista o per un capitano di un grande Giro per me forse è la stessa cosa. Anche perché sono abbastanza versatile per andare in fuga e posso essere d’aiuto anche quando sono davanti. Io ho il mio ruolo e vado dove mi manda la squadra. Per esempio con Nibali o con uomo da classifica generale, devi essere consapevole che in 21 giorni ti può capitare di prendere la maglia rosa all’inizio e tirare praticamente tutti i giorni. Devi essere bravo a superare i momenti difficili. Non esistono le cosiddette tappe semplici».

Boaro scherza con Notari, preparatore atletico e diesse in seconda dell’Astana
Boaro scherza con Notari, preparatore atletico e diesse in seconda dell’Astana

«Da quest’anno – va avanti – forse una cosa potrebbe cambiare. Volendo, adesso in fuga potrei avere più possibilità di giocarmi le mie carte. Prima ci andavo con l’obiettivo di essere di supporto al capitano. Ora in Astana non avendo un uomo per i grandi Giri, può essere più facile che mi capiti questa occasione».

Momento transitorio

«Siamo venuti alla Coppi e Bartali con una squadra giovane – continua Boaro, che conosce bene le strade della gara abitando a San Marino – non possiamo negare che stiamo vivendo un momento di passaggio. Dobbiamo essere consapevoli che ogni risultato può essere importante e dobbiamo cercare di portarlo a casa. Nel ciclismo di adesso tutto è importante. Vittoria, piazzamento, farsi vedere in fuga. Ad esempio, anche un ventesimo posto dà punti importanti per la squadra.

«Naturalmente partiamo sempre per vincere – dice – altrimenti non sarebbe nemmeno bello correre. Tuttavia bisogna cercare in tutte le corse di ottenere qualcosa. Siamo l’Astana, abbiamo un nome importante da portare in giro. Dobbiamo ricordarci che siamo un team di livello e impegnarci al 110 per cento. Stiamo attraversando un momento di difficoltà e dobbiamo fare ancora più gruppo di quello che siamo già».

Senza un vero capitano in squadra, Boaro potrebbe giocarsi le sue carte in fuga
Senza un vero capitano in squadra, Boaro potrebbe giocarsi le sue carte in fuga

Giovani gregari

Il ruolo del gregario è uno di quelli da trasmettere alle nuove leve. In un ciclismo che cambia in fretta bisogna saper conoscere tutti i lavori da fare. L’esperto che insegna al giovane, il giovane che chiede all’esperto.

«Quando sei giovane – prosegue Boaro – cerchi di imparare il più possibile. Ho avuto la fortuna di correre in grandi squadre e avere grandi capitani lavorando per loro. Ed era una bella cosa. In ogni caso non mi sento un insegnante. Se i giovani sono furbi, vedono da soli come si corre. Stare davanti in certe corse al momento giusto. Ad esempio le fughe. Ad essere onesti adesso andarci non è più facile come lo era prima. Le fughe vanno via di forza. Bisogna essere davanti e capire qual è il momento. Non si possono fare mille scatti per andare in fuga e poi essere morti e poco collaborativi».

Boaro è al tredicesimo anno da pro’. Ha corso con Saxo-Tinkoff, Bahrain-Merida e Astana
Boaro è al tredicesimo anno da pro’. Ha corso con Saxo-Tinkoff, Bahrain-Merida e Astana

Obiettivo Tour

Manuele Boaro e la nuova Astana devono fissare gli obiettivi poco per volta in base ai capitani che eleggerà la strada. All’orizzonte però c’è un traguardo importante da tagliare per essere parte della storia. Insomma, qualcosa più di uno stimolo.

«Quest’anno – spiega mentre si sta scaldando sui rulli accanto a Scaroni prima della partenza della tappa – sapevo che avrei avuto un ruolo importante. Ho sempre fatto il gregario in un certo modo. Da noi è arrivato Cavendish che vorrebbe centrare la 35ª vittoria al Tour de France battendo il record di Merckx. Sarebbe bello essere presenti quel giorno e sapere di aver aggiunto un mattoncino a quell’impresa».

Boaro ritiene Scaroni uno che può diventare capitano strada facendo in corsa
Boaro ritiene Scaroni uno che può diventare capitano strada facendo in corsa

«Per raggiungere quell’obiettivo – conclude Boaro – sappiamo che avremo a disposizione solo alcune tappe. Diventano quelle su cui dobbiamo concentrarci. Anche in quei casi dovremo essere pronti e bravi a gestire al meglio le situazioni più difficili, come il vento o altri momenti in cui non c’è un attimo di tregua. Basandomi sulla mia esperienza, posso dire che quando sai di avere un capitano che si gioca qualcosa di grosso, come un grande Giro o un record, ti vengono fuori delle forze che non pensavi di avere. E probabilmente la differenza nel tuo essere gregario la fai lì».

Giro d’Italia under 23, prime news direttamente da Vegni

25.03.2023
4 min
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Quest’anno Rcs Sport organizzerà il Giro d’Italia U23 (in apertura foto Isolapress). Un compito non facile, visto gli elevati standard di qualità a cui ci aveva abituato ExtraGiro, la società organizzatrice uscente. Ma il colosso guidato per quel che riguarda il ciclismo dal direttore Mauro Vegni ha chiaramente tutte le carte in regola per farlo alla grande.

Del prossimo baby Giro però si sa ancora molto poco e per iniziare ad inquadrarlo abbiamo coinvolto proprio patron Vegni. 

Mauro Vegni è il direttore del ciclismo di Rcs Sport
Mauro Vegni è il direttore del ciclismo di Rcs Sport
Signor Vegni, avete preso il Giro U23…

Per il momento abbiamo preso questa corsa, ora vediamo anche di metterla in piedi. Abbiamo vinto il bando della Federazione, un bando a cui ha preso parte solo Rcs Sport, e ci è dunque stata assegnata la gara. Il bando prevedeva anche il Giro Donne, a partire però dal prossimo anno.

Di questo Giro d’Italia under 23 però non sappiamo molto, cosa ci può dire?

Le date previste dal calendario internazionale vanno dal 10 al 17 giugno, quindi da sabato a sabato, il che ci sembra un po’ assurdo. Stiamo cercando di posticipare tutto di un giorno, quindi 11-18, così da abbracciare due domeniche e coinvolgere più appassionati.

E riguardo al percorso?

E’ impensabile fare un tracciato che copra tutta la Penisola con otto tappe. E’ già complicato col Giro d’Italia dei grandi, figuriamoci con quello under 23 che ha molte meno tappe. La nostra idea pertanto è di fare come in passato e cioè di dividerlo per zone. Quindi fare un anno al Nord, uno al Centro e uno al Sud in modo da accontentare un po’ tutti. 

Dalle pianure alle alte montagne: il prossimo “baby Giro” firmato da Rcs offrirà un percorso completo (foto ExtraGiro)
Dalle pianure alle alte montagne: il prossimo “baby Giro” firmato da Rcs offrirà un percorso completo (foto ExtraGiro)
Non si sa molto, ma il tempo stringe…

Adesso che abbiamo finito le fatiche di Tirreno e Sanremo, stiamo andando al massimo per definire il percorso e il resto del Giro under 23. Posso dire che inizieremo dal Nord, quindi la prossima edizione si svolgerà nelle Regioni settentrionali. E per Nord intendo quell’arco di territorio che va dalla Liguria al Friuli. La Romagna, per dire, la metto al Centro. L’idea in ogni caso è di fare un mini Giro. Ci saranno una crono sicuramente, almeno tre tappe, forse quattro, per velocisti, due o tre tappe di montagna e una o due frazioni di media montagna, adatte ai finisseur, così da offrire un percorso equilibrato.

Anche in questo caso è lei che lo disegna? Che lo tesse?

Sì. E il difficile è proprio quello: abbinare le esigenze sportive e tecniche a quelle dei territori, degli Enti. Chi ci ospita ci dà degli input dei punti da toccare, sta a noi trovare un percorso tecnicamente valido. E anche per questo dico che il più bel Giro è quello che non farò mai! E’ quello ideale che non ha vincoli e solo motivazioni sportive. Ma sappiamo bene che il Giro, qualunque esso sia, ha bisogno di sostentamenti da parte dei territori, degli Enti e noi dobbiamo essere bravi ad adeguarci. E a valorizzarli.

A proposito di grandi salite, lo scorso anno la corsa rosa U23 arrivò sul Fauniera. Quest’anno dove si salirà?
A proposito di grandi salite, lo scorso anno la corsa rosa U23 arrivò sul Fauniera. Quest’anno dove si salirà?
Qualche settimana fa in occasione delle firma per il Grand Depart, a Palazzo Farnese Christian Prudhomme, direttore del Tour, ci ha parlato dell’Avenir con orgoglio. Tenne a sottolineare che il Tour de France era proprietario del Tour de l’Avenir… 

Io credo – e non se ne spiacciano gli amici francesi – che il Giro d’Italia Under 23 sia la manifestazione  al mondo più importante per questa categoria ed è un orgoglio programmare questo evento in quella che è la grande casa di Rcs. Così come lo sarà ideare il Giro femminile il prossimo anno. Ci aspettano momenti molto tirati, di lavoro intenso, ma anche di grandi prospettive per il movimento sportivo italiano.

Si potranno imbastire dei discorsi “tipo pacchetto” (Giro + Giro U23) con le città, zone turistiche che ospitano il Giro dei grandi?

In futuro forse, ma per questa edizione no. Il Giro d’Italia del 2023 era già stato definito quando abbiamo partecipato al bando per quello under 23. Di certo faremo dei Giri under 23 con le prerogative di qualità di Rcs.

Okay direttore, non può dirci nulla del percorso, neanche una città ospitante, ma ci dica almeno se ci sono arrivi in quota? O qualche salita storica, come ad esempio lo Stelvio?

Posso dire che non mancheranno delle salite simbolo, di quelle importanti. E che ci sarà un arrivo in quota sopra i 2.000 metri.

Olivo e il CTF: cinque giorni all’università del ciclismo

25.03.2023
4 min
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I ragazzi del CTF ce lo avevano anticipato alla partenza della Coppa San Geo, era stato Andreaus a darci la notizia che a marzo sarebbero andati a correre in Belgio. Renzo Boscolo, qualche settimana dopo, ci aveva confermato la trasferta al Nord. Uno dei corridori che è stato nelle Fiandre nei giorni scorsi è Bryan Olivo, al secondo anno con la formazione friulana. 

I ragazzi del CTF venerdì 17 marzo hanno corso la Youngster Coast Challenge, questo il passaggio sul Kemmelberg (foto helene_cyclingpix)
I ragazzi del CTF hanno corso la Youngster Coast Challenge, questo il passaggio sul Kemmelberg (foto helene_cyclingpix)
Quanto siete stati in Belgio?

Cinque giorni, siamo partiti martedì per tornare sabato, il giorno dopo la Youngster Coast Challenge. Ieri abbiamo preso un altro volo per il Belgio e domani correremo la gara più importante: la Gent-Wevelgem under 23. 

Dove avete alloggiato?

Siamo stati nella casetta che usa la Bahrain Victorious come appoggio quando corre la campagna del Nord. 

Come si è divisa la vostra settimana?

Martedì, il giorno in cui siamo arrivati in Belgio, abbiamo fatto una prima uscita, con un bell’allenamento sui muri del Fiandre: siamo stati sull’Oude Kwaremont e sul Paterberg.

Che cosa hai provato a pedalare su quelle pietre?

Una grandissima emozione, solcare le stesse pietre dove i più grandi si sfidano durante il Giro delle Fiandre è incredibile. Sono estremamente duri! Dalla televisione non sembra, ma una volta che ci sei sopra la fatica si sente. 

Abbiamo visto che siete andati anche al velodromo di Roubaix.

Non ci siamo negati una pedalata nel velodromo più famoso del mondo, anche se devo ammettere che i muri delle Fiandre mi hanno colpito di più. Non saprei bene per quale motivo, però a parità di silenzio sui muri si respira proprio l’aria del Nord

I giorni successivi?

Mercoledì abbiamo fatto un sopralluogo degli ultimi 80 chilometri della Gent che correremo domani. Sarà una corsa dura, ci saranno da affrontare quattro o cinque muri in soli 30 chilometri. 

Essersi allenati su quelle strade è stato utile?

Direi di sì. Dalla televisione i muri non sembrano duri, poi una volta che ci pedali sopra diventa tutto più complicato. Personalmente ho utilizzato un rapporto più duro rispetto al solito. In più bisogna stare attenti e compatti sulla bici, le pietre ti fanno scomporre in sella, ma se ti alzi in piedi la ruota dietro slitta e non vai avanti. Allo stesso modo, però, non devi irrigidirti, altrimenti senti tutti i sobbalzi e soffri il doppio.

Da questo punto di vista aver disputato la Youngster Coast Challenge è stato un bell’allenamento? 

Si è trattata di una bella preparazione, dalla quale abbiamo imparato tanto. Ne parlavo con i miei compagni i giorni dopo, il risultato non è stato soddisfacente, ma siamo motivati nel tornare e fare bene, questo già dalla Gent-Wevelgem.

Giovedì un rapido giro anche nel Velodromo di Roubaix
Giovedì un rapido giro anche nel Velodromo di Roubaix
Che corsa è stata? 

Tosta, perché anche se era presente un solo muro, il Kemmelberg, non ci si poteva rilassare. Era un susseguirsi di strade strette, curve, ventagli, insomma una prova continua. La grande differenza con l’Italia è che da noi ogni tanto in corsa puoi rilassarti, lì mai. Se lo fai finisci in coda al gruppo, e nel momento in cui succede è un attimo che perdi la corsa. Le squadre straniere, come Uno-X e Lotto Dstiny, erano sempre le prime a “giocare” con il vento aprendo il gruppo. 

Intanto avete preso le misure.

Ci siamo ambientati, anche se la gara in sé non è andata esattamente nel migliore dei modi. Abbiamo corso sempre nelle prime posizioni, per tutto il giorno, ma nel finale ci siamo persi e la volata non è andata bene (il migliore del CTF è stato Buratti: 21°, ndr). Le corse in Belgio sono così, puoi lavorare tanto per poi non raccogliere nulla