Zoccarato, il senso di quei 1.022 chilometri in fuga

30.03.2023
6 min
Salva

Se il ciclismo fosse una partita di poker, Samuele Zoccarato sarebbe sempre all-in. Da inizio anno il classe ’98 della Green Project Bardiani-CSF Faizanè ha già collezionato ben 1.022 chilometri in fuga (primo nel ranking). Un dato curioso che dice tanto sull’interpretazione che il campione italiano gravel dà alle corse. Un’indole da attaccante che non abbraccia la sfrontatezza, bensì una pragmatica visione del ciclismo in cui si trova.

Secondo Samuele infatti il divario tra WorldTour e professional è così ampio che l’ultima spiaggia è quella del fuggitivo. Un aspetto che non si allontana così tanto da quella che è la trama narrata dalla sua squadra. Non a caso i “verdi” sono i primi anche come team in questa statistica con ben 3.218 chilometri in avanscoperta.

Zoccarato in fuga ha sempre trovato i suoi risultati migliori
Zoccarato in fuga ha sempre trovato i suoi risultati migliori
Samuele, partiamo con il chiederti se sei soddisfatto di questo inizio di stagione…

Bella domanda. Non posso ritenermi così soddisfatto, ma neanche da buttare via. In alcuni casi è mancata un po’ di fortuna e in altri non ero al top io. In ogni corsa ho cercato di dare il massimo. 

Quali sono i tuoi obiettivi prossimi?

Il primo blocco si sta per chiudere con il Giro di Sicilia in programma dall’11 al 14 aprile. Poi, in teoria, dovrei andare al Giro quindi due settimane piene di preparazione. Dobbiamo decidere se allenarci per bene a casa oppure andare in altura. 

Come mai questo dubbio?

La questione dell’altura non è così semplice perché è vero si hanno dei benefici a livello fisico, ma è anche vero che serve qualche giorno per ambientarsi prima di allenarsi al top. Poi c’è l’incognita meteo, ad aprile non si dà per scontato che a quelle altitudini ci sia sempre il bel tempo. Sono ancora in fase di valutazione, se dovessi decidermi per il sì, andrei al Passo Pordoi o a Livigno. 

Samuele Zoccarato è nato a Camposampiero (Padova) il 9 gennaio 1998. E’ pro’ dal 2021. E’ alto 1,83 per 74 chili
Samuele Zoccarato è nato a Camposampiero (Padova) il 9 gennaio 1998. E’ pro’ dal 2021. E’ alto 1,83 per 74 chili
Veniamo alla statistica che ti riguarda. Spiegaci questi 1.022 chilometri in fuga da inizio anno (23 giorni di corsa)…

Ci son vari tipi di fughe. A partire dalla classica fuga televisiva che serve per fare vedere la maglia o anche per allenarsi, come può essere per la Sanremo o al UAE Tour. Sono quelle fughe che al 95 per cento non vanno all’arrivo. Poi ci sono le fughe che hanno il risultato ancora da scrivere. Ad esempio alla Tirreno non stavo benissimo, ma comunque a San Benedetto del Tronto ci hanno ripreso ai meno 3 dall’arrivo, quindi con un finale molto incerto che poteva in qualsiasi momento andare a favore di noi fuggitivi. In qualsiasi caso è chiaro quando si è in fuga si pensa sempre di andare all’arrivo

Pensi che la tua sia un’indole o un’esigenza per dire la tua?

Con le caratteristiche che ho, è una delle carte migliori che mi posso giocare. Con un arrivo in salita, magari su uno strappo, posso anche vincere se mi avvantaggio con un attacco anticipato. Il mio modo di correre comunque si sposa con l’indole della mia squadra. La Green Project-Bardiani ha sempre corso così, all’attacco. 

Un anno fa ci confidasti che Reverberi ti aveva chiesto di provare a fare qualche classifica generale. E’ ancora un tuo obiettivo?

Per la classifica generale bisogna andare forte sempre su tutte le salite. Su un ipotetico gruppo di 180, non so se riesco a rimanere con gli ultimi dieci corridori più forti del gruppo. Magari può essere un ottimo modo per racimolare qualche punto UCI, con la lotta sempre più presente all’ordine del giorno. Però pensare solo alle classifiche generali la vedo dura. A meno che in una corsa a tappe con una fuga, non riesca ad avvantaggiarmi e a guadagnare minuti preziosi in classifica. 

Zoccarato sarà presente al prossimo Giro di Sicilia: qui con la maglia della montagna della Valenciana
Zoccarato sarà presente al prossimo Giro di Sicilia
Parlando con Tarozzi, lui ci ha raccontato che va in fuga perché in gruppo ci si annoia. E’ così anche per te?

Di sicuro rende più entusiasmante tutta la corsa. Alla Sanremo mi sono annoiato i primi chilometri anche in fuga, ma dopo il Turchino e la discesa verso Genova è stato tutto molto veloce e divertente. In gruppo si corre molto di più sulle ruote e, ad essere sinceri, è anche più difficile gestirsi. C’è più nervosismo che poi porta anche a dimenticarsi di mangiare. 

Che obiettivi hai per il Giro?

Vivo alla giornata. L’unica nostra possibilità è quella di andare in fuga e si torna al discorso di prima. Se ci si deve giocare una tappa in gruppo, ci sono sempre i 180 pretendenti, mentre se trovi quelle tappe che la fuga ha il via libera, ci si ritrova faccia a faccia in 15. Il gioco delle probabilità è indubbiamente più vantaggioso. 

La ricerca del risultato è quindi vincolata all’attaccare?

Nelle corse di alto livello è oggettivamente impossibile per noi fare risultato. Mentre nelle corse dove magari c’è un livello meno esasperato dalle WorldTour, abbiamo più possibilità di fare il risultato. Possiamo quindi provare a non subire la corsa, ma farla.

Samuele Zoccarato vincitore della classifica degli scalatori alla Volta Valenciana (foto Green Project-Bardiani-CSF Faizanè & Sprint Cycling)
Samuele Zoccarato (a destra) vincitore della classifica degli scalatori alla Volta Valenciana (foto Green Project-Bardiani-CSF Faizanè & Sprint Cycling)
Hai una visione razionale rispetto alle corse insieme alle WorldTour?

C’è un gap assurdo tra WorldTour e professional. Quando vedi gli squadroni con la miglior formazione schierata, sai che non lasceranno scampo a nessuno e a vincere saranno sempre gli stessi. Ne parlavo proprio ieri in allenamento con Oss, anche lui ha notato questa cosa. Nelle gare di alto livello le squadre a vincere e a fare la corsa sono sempre le stesse. Non c’è tattica che regga. Si può partire per fare quinti, ma non per vincere. 

Raccontaci questa maglia degli scalatori conquistata alla Volta a la Comunitat Valenciana…

Era la prima volta che provavo a fare la classifica dei GPM. E’ venuta un po’ per caso. Ero andato in fuga alla seconda tappa che strizzava l’occhio a noi attaccanti perché era molto nervosa e presentava diversi strappi duri. Il problema è che siamo riusciti ad andare in fuga solo in cinque e quindi sapevamo fin da subito che sarebbe stata dura arrivare. A quel punto ho deciso di provare a fare la classifica degli scalatori. In pratica ho battagliato solo quel giorno per la maglia, perché poi alla quarta tappa avevo talmente tanti punti che nessuno provava a fare la volata sui gran premi della montagna. 

Samuele Zoccarato è campione italiano gravel: ha conquistato il tricolore nel 2022 ad Argenta
Samuele Zoccarato è campione italiano gravel: ha conquistato il tricolore nel 2022 ad Argenta
Non parti mai con questi obiettivi di maglia quindi…

Sono dinamiche che si capiscono durante la corsa. Al UAE Tour ho provato a fare la classifica dei traguardi volanti. Quando ho visto che il mio avversario era dieci volte più veloce di me, mi sono accontentato del secondo posto. 

E alla maglia blu del Giro, ci hai mai pensato?

Direi che al Giro d’Italia è impossibile. Ci sono talmente tanti arrivi in salita o GPM nel finale di tappa, quando davanti ci sono i contendenti della classifica generale, per uno come me risulta impensabile. Nelle prime tappe sarebbe sicuramente un piccolo obiettivo che mi piacerebbe raggiungere. 

Domanda obbligatoria per il campione italiano gravel. Ti stai preparando per la stagione offroad?

Adesso la testa è al Giro e quello ha la priorità. Dopo avrò modo di valutare un avvicinamento mirato. Intanto esco ancora con la gravel, magari nei giorni di scarico per divertirmi e staccare un po’ la testa. 

Waregem, Consonni a denti stretti sui muri

30.03.2023
4 min
Salva

Quando si è resa conto che Demi Vollering fosse ormai imprendibile, Chiara Consonni si è concentrata sul suo sprint e ha portato a casa il secondo posto nella Dwars door Vlaanderen. Lo scorso anno l’aveva vinta, ma il livello questa volta era decisamente diverso. La bergamasca del UAE Team ADQ ha lottato con le unghie su tutti i muri per rimanere agganciata e alla fine assieme alla compagna Gasparrini è entrata nell’azione che ha deciso la corsa e dalla quale a circa 10 chilometri dall’arrivo è partita Vollering.

Elisa Longo Borghini al rientro dopo il Covid, chiude all’11° posto
Elisa Longo Borghini al rientro dopo il Covid, chiude all’11° posto

Voglia di vincere

Una doccia per rimettersi in sesto, poi bastano pochi minuti perché Chiara ritrovi il suo smalto. Per un carattere positivo come il suo, il secondo posto è motivo per essere allegri, anche se la voglia di vincere inizia a essere una febbre da scacciare quanto prima.

«Sono contenta – dice Consonni – anche se è venuta una corsa un po’ diversa dallo scorso anno. Siamo andate forte e c’erano atlete di qualità superiore. Una corsa meno controllata e quando si è trattato di inseguire Vollering, ero ormai sola. E’ rientrata Gasparrini, ma aveva già fatto così tanto che non poteva dare di più. Pensavo semmai a una mano da parte della Movistar, ma non si sono mosse».

Sfortuna alla Gand: Consonni ne porta ancora i segni sul ginocchio destro
Sfortuna alla Gand: Consonni ne porta ancora i segni sul ginocchio destro

A denti stretti sui muri

Alla Gand-Wevelgem la sfortuna l’ha fatta da padrona per colpa del maltempo e di condizioni che il gruppo delle ragazze mal digerisce. Ieri a Waregem, in una giornata asciutta, c’è voluto un grande assolo di Demi Vollering per impedirle di sprintare per la vittoria.

«Sto bene da circa un mese – prosegue Chiara – ma ho avuto anche sfortuna. Alla Gand stavo benissimo, ma pioveva e molte ragazze sono cadute, perché fra noi se piove su queste strade, sono dolori. Oggi al confronto (ieri, ndr) è stata una corsa tranquilla, con la solita bagarre prima dei muri, ma poche cadute. Correre in una WorldTour significa che magari quelle delle altre squadre vengono a chiederti una mano quando c’è da inseguire una fuga, mentre prima alla Valcar ci lasciavano tranquille. Devo ringraziare le mie compagne per avermi portata ai muri sempre in ottima posizione. Abbiamo corso con compiti diversi, fra Marta (Bastianelli, ndr) e me. Io mi concentro sugli sprint di gruppo, lei su quelli un po’ più ristretti. Per come sto andando, mi chiedo che cosa potrò fare al Fiandre. Adesso il gioco è tenere duro sui muri e poi rientrare. Vediamo se sarà possibile anche domenica, altrimenti non avrò problemi a mettermi a disposizione della squadra».

Le braccia al cielo

L’anno scorso, le ragazze di Arzeni avevano trascorso le vigilie e i dopo gara del Nord in una villetta affittata per l’occasione. Il passaggio nella sfera UAE ha fatto riscrivere le abitudini, per cui si alloggia in un hotel accanto a una stazione di servizio e si cerca di far passare il tempo in questo modo più asettico e, dicono, più professionale.

«In squadra si stanno creando ottimi rapporti – spiega Consonni – siamo unite e piano piano impariamo a conoscerci, anche se ovviamente non siamo ai livelli della Valcar, perché lì eravamo insieme da cinque anni. E poi corro con Marta, che per me è un idolo. In più con il supporto di Arzeni, le cose vanno benissimo. Incredibilmente sento che vado più forte dell’anno scorso, senza saper dire come mai. Magari in queste corse è un fatto di esperienza, dato che anche io comincio a diventare grande. Al UAE Tour invece ho fatto qualche bella volata e mi sono resa conto che il livello delle velociste è molto alto. Ora invece mi aspettano Fiandre, Scheldeprijs e Roubaix. Non so se saranno l’occasione per alzare le braccia al cielo, ma ammetto che non vedo l’ora».

Corse disegnate male? La (giusta) osservazione di Manolo Saiz

29.03.2023
6 min
Salva

Un tweet della scorsa settimana (dopo la quarta tappa e l’ennesima sfida fra Evenepoel e Roglic al Catalunya) su cui abbiamo rimuginato a lungo. Non tanto per il concetto, che si presta ad approfondimento, quanto per il suo autore: Manolo Saiz (foto Capovelo in apertura).

«Voy a hacer una crítica que espero deba ser constructiva porque no lo es malintencionada. Una carrera que en tres dias, por recorrido, solo tiene dos protagonistas, es que está muy mal diseñada, divertimento aparte!!».

Farò una critica, scrive, che spero risulti costruttiva perché non ha cattive intenzioni. Una corsa che in tre giorni, a causa del suo percorso, ha solo due protagonisti, è disegnata molto male, divertimento a parte!

Alla Volta a Catalunya, cinque tappe su sette hanno avuto per contendenti Roglic ed Evenepoel
Alla Volta a Catalunya, cinque tappe su sette hanno avuto per contendenti Roglic ed Evenepoel

Fuori dal gruppo

Manolo Saiz è stato per anni il grande capo della Once, squadrone schiacciasassi con la maglia gialla e nera e con un po’ di rosso, patrocinata dalla Lotteria dei Ciechi di Spagna. Già allora, ben prima di Sky e della Jumbo-Visma, Saiz poneva un’attenzione incredibile su posizioni e materiali. Ha scoperto e lanciato corridori come Contador, Purito Rodriguez, Zulle, Jalabert, Beloki, Rincon, Breukink, Olano, Sastre, Luis Leon Sanchez. Uno che di ciclismo ne ha sempre saputo tanto, forse anche troppo.

Nel 2006, Saiz e la sua squadra rimasero coinvolti nell’Operacion Puerto, in una delle pagine più brutte e malgestite dell’antidoping di tutti i tempi. E mentre negli anni sono fioccate le squalifiche per i corridori, Manolo non ha avuto condanne né sospensioni, salvo essere messo all’indice ed escluso negli anni a seguire dal ciclismo dei grandi. Per un po’ ha avuto una squadra di U23 e poi è uscito definitivamente, ma non ha mai smesso di seguire le corse.

La premessa è necessaria per dire che non era un ciclismo di santi e che comunque ciascuno di quelli che vi rimasero coinvolti ha pagato a suo modo un prezzo molto alto, ma ciò non toglie che il tema di quel tweet ci abbia fatto ragionare. E’ stato bello vedere ogni santo giorno Evenepoel e Roglic là davanti? E tutti gli altri? Così abbiamo chiamato Manolo Saiz e gli abbiamo chiesto di spiegarci il suo punto di vista

Vingegaard ha aperto la stagione al Gran Camino, vincendo le tre tappe e la classifica finale
Vingegaard ha aperto la stagione al Gran Camino, vincendo le tre tappe e la classifica finale
Qual è il concetto?

Il concetto è che stiamo vivendo un ciclismo bellissimo. Ci sono cinque o sei corridori che lo interpretano in modo coraggioso. Questo però non significa che i percorsi di gara debbano essere fatti soltanto per esaltare loro.

Spiegati meglio, per favore.

La gara di un giorno può essere disegnata come vuole l’organizzatore. Può avere salite, può avere pavé, può avere muri, può avere quello che vuoi. Perché se il ciclista ha un guasto, domani o il giorno dopo avrà un’altra possibilità in un’altra gara di un giorno. Ma quando hai 6-7 giorni di gara come pure 21, i percorsi non possono essere ripetitivi. Non può essere che al Catalunya per cinque giorni i protagonisti siano stati sempre gli stessi due. Erano i più forti, ma perché le tappe erano uguali fra loro. Perché si vuole svalutare il ciclismo degli altri? Va bene, stiamo dicendo che ci sono dei corridori fortissimi, ma perché organizzare le corse solo per loro?

Come deve essere disegnata una corsa a tappe?

Non sempre i percorsi fatti per avere tanti consensi sui social sono attraenti per la qualità del ciclismo. Nel nome di questa, mi piacerebbe anche vedere Ganna all’attacco, oppure ammirare i velocisti o i migliori cronoman. In una settimana mi piacerebbe vedere situazioni di gara diverse da quelle create da questi pochi corridori. Secondo me è sbagliato che un organizzatore, che ha il privilegio di avere sette giorni a disposizione, pensi solo a pochi attori. Quel privilegio dovrebbe essere al servizio di tutti.

All’inizio hai parlato dell’influenza dei guasti meccanici.

Non mi piace che mettano ripetutamente muri estremi o tratti pericolosi e che nessuno pensi alle possibili conseguenze. La cosa importante in una gara a tappe è che le insidie siano fatte in modo che nessun corridore possa perdere la corsa a causa di un guasto o una caduta. Visto quante cadute ci sono? Ci riempiamo la bocca dicendo che vogliamo un ciclismo più sano, vogliamo un ciclismo più sicuro… Lo vogliamo e alla fine non lo stiamo facendo.

Cinque vittorie nei primi sei giorni di gara: Pogacar ha iniziato alla grande il 2023, poi ha proseguito alla Parigi-Nizza
Cinque vittorie nei primi sei giorni di gara: Pogacar ha iniziato alla grande il 2023, poi ha proseguito alla Parigi-Nizza
Stai facendo un discorso per lo spettacolo oppure pensi che su percorsi più vari quei pochi campioni siano più attaccabili?

Secondo me è un discorso a vantaggio dello spettacolo, perché questi fenomeni sanno muoversi anche su altre tipologie di percorsi. E’ un discorso per il ciclismo stesso, che ha bisogno di una maggiore varietà agonistica. Se questa non c’è, stiamo sbagliando.

Quali sono le conseguenze?

Anche se gli italiani non hanno più scalatori forti come prima, ci sono molte gare in cui il ciclismo italiano non lo vediamo. E non vediamo neppure il ciclismo spagnolo, che non è messo tanto meglio. Guardi la corsa e ti dici: «Diavolo, non può essere questo. Inizia la Ruta del Sol e ci sono tre tappe vinte dallo stesso corridore». Al Gran Camino le vince tutte un altro. Parlo di uno, però mi riferisco a questi 5-6 che possono vincere tutte le tappe. Onestamente penso che non sia giusto.

Cosa manca?

I percorsi di gara devono essere diversi. Deve esserci la media montagna e deve esserci una montagna dove puoi salire a 20 all’ora e una dove puoi salire a 30 all’ora. Il bello della salita sono l’attacco e il contrattacco. Se però metti un muro di 3 chilometri al 20 per cento, ognuno sale alla sua velocità ed è impossibile che ci siano attacchi e contrattacchi, perché vanno a 11 all’ora.

Come fare una Vuelta di soli Angliru?

Vale la pena avere una tappa come l’Angliru. E’ perfetto anche se c’è una tappa con il Mortirolo, ma non possono esserci sei tappe con il Mortirolo. Almeno questo è il mio modo di vedere il ciclismo: quello che penso sia utile per difendere lo spettacolo del mondo del ciclismo 

Manolo Saiz va ancora a guardare le corse?

Quest’anno vorrei andare al Tour, ma non so avrò il tempo. Mi piace il Giro, ma mi piace soprattutto andare a vedere le corse dei dilettanti. Mi è sempre piaciuto il ciclismo di base.

La tua squadra di under 23?

Lo sponsor si è comprato il Real Racing Santander, per cui è passato al calcio. Non faccio più nulla nel ciclismo, serviva un colpevole e io ero l’utile sciocco. Qualche azienda importante che mi ha detto che con me sarebbe entrata, ma non se ne è potuto fare niente. Mi aveva cercato la Katusha, ma qualcuno gli ha fatto capire che era meglio lasciar perdere. Curiosamente gli stessi che hanno coperto altri corridori, come si sa bene…

Cosa fai per vivere?

Ho chiuso il ristorante. Sono tranquillo con la mia famiglia e per il momento Manolo Saiz nel ciclismo non fa più niente. Ho un’azienda che si dedica a Blockchain, Nftc e sicurezza internet con un socio, che è quello che se ne intende davvero. Passo parecchio tempo in questo e poi guardo tutte le corse alla televisione. Stiamo vivendo davvero un buon ciclismo. Quei cinque o sei sono straordinari, speriamo che gli costruiscano attorno uno spettacolo all’altezza. Il ciclismo ha bisogno di tutti.

Il ritorno di Geoghegan Hart, corridore e pensatore

29.03.2023
5 min
Salva

Per Tao Geoghegan Hart il momento più bello di ogni corsa in giro per il mondo coincide con il ritorno a casa. Tao è di Hackney, quartiere popoloso a sud di Londra. Quando arriva neanche perde tempo a disfare le valigie: salta su sulla sua bici e si dirige verso il Tower Bridge: «Quando comincia a fare sera, il ponte si spopola e assume colori unici. Quella tranquillità mi consente di pensare, di riavvolgere il nastro. Quando le cose vanno bene, è lì che mi godo davvero il momento».

Il britannico della Ineos, vincitore del Giro d’Italia del 2020, è un personaggio atipico. Un pensatore, anche se meno conosciuto da questo punto di vista del “filosofo” Guillaume Martin. Non ha scritto libri, ma entrandoci in contatto si comprende come viva il ciclismo da una dimensione diversa da quella di quasi tutti i suoi colleghi.

Geoghegan Hart nella sua casa di Hackney. Un rifugio irrinunciabile (foto Timo Spurr)
Geoghegan Hart nella sua casa di Hackney. Un rifugio irrinunciabile (foto Timo Spurr)

Che sere al Crystal Palace…

Tao ad esempio è sempre rimasto molto legato alle sue radici. Ai ricordi delle sue corse serali attraverso Londra, all’apprendistato vissuto al Velodromo Herne Hill nella zona del Crystal Palace. Perché Tao è un londinese doc, non lascerebbe mai la sua città. Anche se ama sfruttare il ciclismo per la possibilità di conoscere il mondo.

«Il momento più bello di questa stagione? A Maiorca – ha raccontato a Edward Pickering di Rouleur – Ebbi la possibilità di fare una camminata a piedi nel centro, di visitare le gallerie del posto. Vedendo qualcosa di profondamente diverso da quello che vedo continuamente in sella. Un quarto d’ora, non di più. Ma valeva un tesoro».

Di Geoghegan Hart si erano un po’ perse le tracce. Dimenticando che dopo la vittoria in quel Giro atipico, vissuto d’autunno, la sorte gli ha fatto pagare un prezzo alto, tra covid e ricadute, infezioni varie determinate proprio dal coronavirus.

«Un anno di opportunità perse, tanto che ero entrato in un loop anche psicologico, appena mi riprendevo sapevo che qualcosa andava storto. Ma è servito, ho imparato che la cosa più importante in questo mestiere è stare in salute e in piedi, il resto viene di conseguenza».

La gioia in casa Ineos per la vittoria alla Vuelta Valenciana. Tao l’aspettava da 3 anni
La gioia in casa Ineos per la vittoria alla Vuelta Valenciana. Tao l’aspettava da 3 anni

Ritorno al successo

Per questo, quando ha vinto alla Vuelta Valenciana riassaporando quel gusto del successo che era andato svanito nel corso di anni, non ha neanche festeggiato in maniera particolare: «Non è stato un sollievo, ho provato solo onore e piacere. Il nostro è un mestiere particolare, nel quale entri a contatto con la gente in modi insoliti. Guardate Pinot: è molto più amato adesso che si avvicina al suo crepuscolo di quando vinceva e questo lo trovo affascinante».

E’ chiaro che quel Giro gli è rimasto impresso nella memoria come un marchio a fuoco. Per certi versi lo ha rivissuto, assaporato, capito solo dopo quei giorni caldi: «E passerò il resto della vita per cercare di riviverlo in modo diverso. Per me la cosa principale è come l’ho vissuto intimamente, prendendolo come una concatenazione di eventi fortunati. Non è stato tutto perfetto, ma alla fine ha funzionato, è come se fossi passato attraverso delle “sliding doors” prendendo sempre la direzione giusta fino alla conclusione. Come ad esempio nella tappa di Agrigento».

Tao Geoghegan Hart, Milano, podio, Giro d'Italia 2020
Il momento più bello, il podio di Milano. Il Giro d’Italia è nelle sue mani
Tao Geoghegan Hart, Milano, podio, Giro d'Italia 2020
Il momento più bello, il podio di Milano. Il Giro d’Italia è nelle sue mani

La tappa di Agrigento

Allora il capitano era ancora Geraint Thomas. Tappa difficile quella siciliana, che stava facendo vittime: «A un certo punto mi accorsi che con Geraint era rimasto solo Narvaez. Pensai a che cosa sarebbe successo in caso di caduta: l’argentino è su una bici 48 o 50, il gallese ha una 56, come avrebbe fatto? Era mio dovere rimanere con lui, nel caso avrei potuto dargli io la bici per non fargli perdere minuti e quindi il Giro.

«Sulla salita Geraint mi disse di andare e cominciai a recuperare posizioni. Alla fine la tappa che stava per farmi perdere minuti preziosi non era costata così tanto. All’arrivo mi si avvicinò Jon Dibben, della Lotto Soudal: “Tao, quando mi hai passato eri impressionante, volavi”. Neanche me ne ero reso conto, ma forse il mio Giro era iniziato lì».

Quella vittoria ha certamente influito, ma anche quei giorni hanno influito sul suo modo di essere tanto che quando ne parla, il britannico ha un’aria per certi disincantata: «Non credo che quella vittoria mi abbia cambiato, in fin dei conti io la vedo come una corsa come le altre: parti, finisci, riparti, sei a casa, due giorni dopo torni in sella e ti alleni. Solo che è un po’ più lungo…».

Molti hanno visto quella vittoria come un episodio quasi trascurabile, casuale, dimenticando ad esempio che in carovana di vincitori del Giro ormai ce ne sono solamente 6 e se sommiamo tutti quelli che hanno vinto uno dei tre grandi giri, ce ne sono appena 12…

Il britannico insieme a Roglic: saranno avversari al Giro d’Italia, dove Tao vuole rivivere i fasti del 2020
Il britannico insieme a Roglic: saranno avversari al Giro d’Italia, dove Tao vuole rivivere i fasti del 2020

Spigoloso ma creativo

Dopo di allora, tante delusioni e poche gioie ma forse proprio quella vittoria gli ha consentito di viverle nella maniera giusta: «La delusione fa parte del nostro mondo. Credo che chi si avvicina al ciclismo debba comprendere che non è uno sport che ti dà continue occasioni di vittoria, devi provarci e cogliere le opportunità. Forse è per questo che l’epica dello sconfitto ha così tanto fascino fra gli appassionati».

Di Tao dicono che sia spigoloso e creativo un po’ come tutti coloro che vengono da Hackney, ma anche estremamente pignolo, in gara come in allenamento, attento a ogni minimo particolare. E’ chiaro che questa è una stagione delicata, il contratto è in scadenza e senza risultati bisogna anche considerare l’ipotesi di cambiare. Lui però non se ne preoccupa.

«Per me i risultati non sono il fine, ma il mezzo, per vivere questo mestiere e far sì che continui a farmi crescere culturalmente. Tanto è vero che quando giro voglio sapere dove sono, in che contesto e se posso voglio immergermi in quella realtà, assaporarla. Non si vive di soli rapporti e manubri…».

Pirazzoli analizza l’esperienza di Nibali alla Cape Epic

29.03.2023
6 min
Salva

Ricordate? Dopo l’esperienza di Vincenzo Nibali alla Capoliveri Legend dello scorso autunno, avevamo chiesto a Mirko Pirazzoli, vera colonna portante della mtb italiana, come aveva visto lo Squalo in versione biker. Il “Piraz” aveva seguito la gara da dentro con una e-bike e aveva avuto modo di giudicare dal vivo il siciliano.

Non solo, ma sempre Pirazzoli disse che se Nibali si fosse cimentato nella Cape Epic sarebbe potuto entrare nei primi venti.

Adesso la Cape Epic lo Squalo l’ha fatta. E l’ha chiusa al 13° posto. L’ha fatta in compagnia di un altro asso della mtb italiana, Samuele Porro, pluritricolore marathon.

Mirko Pirazzoli (classe 1974) è stato un grande della Mtb italiana. Oggi dirige la sua Piraz Coaching Academy (foto Instagram)
Mirko Pirazzoli (classe 1974) è stato un grande della Mtb italiana. Oggi dirige la sua Piraz Coaching Academy (foto Instagram)
Mirko, avevi ragione. Nibali poteva fare bene alla Cape Epic…

Mi fa piacere che siamo ancora qui, perché vuol dire che le mie indicazioni erano corrette! Scherzi a parte, è stata una bella avventura da seguire anche se da lontano. Quando avevo pronosticato un piazzamento tra i 10 e i 20, avevo fatto i conti senza l’oste volutamente. Infatti non potevo basarmi sul compagno che avrebbe avuto Vincenzo in Sud Africa. Si pensava a Ivan Santaromita, che conosco come ex professionista su strada, ma non lo avevo mai visto in mtb e così mi sono un po’ buttato. Con Samuele Porro invece è stata tutt’altra cosa.

L’esperienza di Porro ha inciso molto?

Nibali si è ritrovato un compagno di percorso che probabilmente è stato determinante. E lui stesso l’ha detto. Samuele ha inciso eccome. Certe corse vanno oltre l’aspetto della condizione atletica, conta molto anche chi il percorso lo conosce ed ha esperienza. Il peso di un Samuele, uno staff (anch’esso esperto) che si sono messi a disposizione sono stati fondamentali

Eppure Nibali di corse a tappe se ne intende…

Io non non avevo grossi dubbi sulla sua condizione atletica e certe dinamiche che s’innescano in una stage race, ma in mtb è tutto diverso. Ci sono molte più variabili, più imprevisti rispetto alla strada. Senza contare che uno come lui essendo in un ambiente diverso ha consumato molta più energia. E infatti Vincenzo stesso ha detto: «Il mio problema è la fluidità di guida».

Spesso, nei tratti più tecnici era Porro a disegnare le traiettorie, com’era normale che fosse del resto (foto Q36.5)
Spesso, nei tratti più tecnici era Porro a disegnare le traiettorie, com’era normale che fosse del resto (foto Q36.5)
E’ chiaro, a certi ritmi, specialmente quando si è stanchi, lui spreca molte più energie nervose…

Un’analisi semplice, chiara, obiettiva. Ed è la chiave di lettura di un campione. «Sono più bravi a guidare, fanno meno fatica e quindi si… riposano di più». E non è poco. Una prova come la Cape Epic vuol dire qualcosa come 30 ore di gara in una settimana. E 30 ore di gara equivalgono a 15 gare di due ore ciascuna.

L’imprevisto è dietro l’angolo e anche piccoli dettagli alla lunga si pagano…

Esatto. Provate a pensare 15 gare senza avere un problema, una scivolata, una foratura, una crisi di fame, un errore, un imprevisto… E infatti gli atleti che vincono laggiù sono abituati a fare ore e ore di gara senza errori. Portando l’imprevisto quasi a zero. E questo Nibali l’ha capito. Nella tappa più dura Lakata (ex iridato, ma ben oltre i 40 anni, ndr) è arrivato terzo. In più c’è da considerare una cosa.

Quale?

Con il meteo sono stati sfortunatissimi. Si è trattato della Cape Epic più bagnata della storia credo. Senza pioggia, a mio parere, Nibali e Porro sarebbero arrivati nei primi cinque.

Reggisella telescopico, gomme Pirelli Scorpion Xc, doppia borraccia sulla Scott di Nibali (foto Q36.5)
Reggisella telescopico, gomme Pirelli Scorpion Xc, doppia borraccia sulla Scott di Nibali (foto Q36.5)
Non è un po’ troppo, Mirko?

Vincenzo è scivolato una volta, ma perché? Perché era stanco, a ruota, nel fango, con poca visibilità, perché c’erano condizioni estreme. In una gara asciutta avrebbe seguito Porro molto più tranquillamente. Anche perché la distanza non lo spaventava mica. Anzi, nei tratti aperti da pedalare Vincenzo tirava forte. Io poi immagino una cosa.

Che cosa?

Che molle gli scattino in testa. Aspettiamo un mesetto che gli venga il “mal d’Africa” e poi deciderà se tornare o meno. Per me, al netto dei suoi impegni con la Q36.5 e gli altri che può avere un personaggio come lui, Vincenzo può davvero puntare in alto, anche al podio.

E cosa dovrebbe fare?

Chiudere il gap tecnico: Vincenzo ha capito che la grossa differenza è nella guida. Lo ha detto anche al termine di una tappa, era quasi sconsolato, o forse solo molto stanco. Ma per questo già mi ha confidado che ha individuato una pump track vicino casa e mi ha detto: «Ci passerò qualche oretta». Capite che approccio! 

Lo Squalo sa che deve affinare la guida, ma la strada è quella giusta (foto Q36.5)
Lo Squalo sa che deve affinare la guida, ma la strada è quella giusta (foto Q36.5)
Invece, Mirko, a livello tecnico, di setup come ti è sembrato?

Buono. Partendo da quanto visto a Capoliveri, ha ottimizzato il tutto. Chiaramente ha cambiato sponsor tecnico e si è ritrovato in ambienti dove c’è grande competenza. Una struttura dove ti sanno mettere in bici. La sua bici sicuramente era sopra gli 11 chili. Per me il peso giusto per una competizione come la Cape Epic. Un po’ di peso in più lo devi portare: qualche attrezzo, coperture più robuste, il telescopico… E in tal senso, come dissi per la Capoliveri Legend, la sua forza è l’apertura mentale: «Fatemi capire cosa serve e quello che serve, io lo porto con me». E vi assicuro che molti biker pro’ non sono così ricettivi.

Alla fine se non sbagliamo gli Specialized e gli Scott sono stati gli unici team ufficiali che non hanno avuto nemmeno una foratura…

E infatti non usano gomme standard,.ma anche loro non hanno avuto neanche una noia tecnica. Nino Schurter addirittura le gomme se le è fatte fare apposta. E gli Specialized usano dei Renegade Grid la cui carcassa è dedicata alle e-bike. Nonostante ciò c’è chi, anche al vertice, ha fatto delle scelte tecniche, a mio avviso, sbagliate.

Quali?

Per esempio i due della Speed Company-Orbea sono incappati in due scivolate con l’anteriore che perde grip, una in sovrasterzo e una in sottosterzo. Due scivolate dovute alla scelta di utilizzare un telaio piccolo che porta ad avere un attacco più lungo, un reggisella più arretrato e di conseguenza ad avere un alleggerimento dello sterzo e quindi a perdere l’anteriore.

Nibali promosso?

Assolutamente, ha preso consapevolezza. Ha capito la necessità di migliorare nella guida e l’importanza dello staff tecnico al seguito. Ho trovato molto intelligente andare a fare l’Andalucia Bike Race prima della Cape Epic. E’ stato bravo, anche perché quest’inverno l’ho seguito e vedevo che faceva tante cose, aveva tanti impegni al di là della mountain bike. In generale me lo vedo sbucare in una qualche gara. Ci arriverà lui quasi “in penombra”…. E poi dovranno inseguirlo!

Albasini, spalla di lusso per Arzeni al UAE Team ADQ

29.03.2023
4 min
Salva

L’ultima volta che avevamo parlato con Marcello Albasini, ci aveva raccontato della EF Education-Nippo Development, di cui era il direttore sportivo e da cui Enrico Gasparotto aveva preso il volo direzione Bora-Hansgrohe. Più di un anno dopo, ce lo siamo ritrovati a Le Samyn sull’ammiraglia di Davide Arzeni, mentre parlavamo con il tecnico del UAE Team ADQ della vittoria di Marta Bastianelli. Abbiamo scoperto a questo modo che lo svizzero fosse approdato nella squadra gestita da Rubens Bertogliati. E a quel punto sono bastati dieci secondi per immaginare il collegamento fra i due.

«La prima volta che ho fatto un mondiale con Rubens – racconta Albasini – era in Spagna, a San Sebastian 1997. Lui aveva 17 anni, io ero tecnico della nazionale svizzera, si arrivò tutti in gruppo e vinse il vostro D’Amore. Per quei due anni abbiamo fatto qualche corsa in nazionale negli juniores. Poi quando era già grande e aveva chiuso la carriera, l’ho cercato perché venisse a fare il direttore sportivo alla IAM Cycling. Adesso invece mi ha chiamato lui perché venissi qui. Il ciclismo è un mondo piccolo, ma intanto mi trovo bene e andiamo avanti».

Albasini è stato tirato a bordo da Rubens Bertogliati, team manager del tema femminile
Albasini è stato tirato a bordo da Rubens Bertogliati, team manager del tema femminile
Abbiamo perso un passaggio: come è finita con la continental?

Per me era abbastanza difficile, avevamo idee un po’ diverse. E così alla fine, dato che sono anche andato in pensione, ho scelto di andare via.

Quanti anni hai?

Ne ho 66, pensavo di aver finito. Invece mi ha chiamato Rubens. Mi ha chiesto come fossi messo e io gli ho detto di toglierselo dalla testa, che volevo andare in pensione. Lui ha insistito. Gli ho proposto di fare il 50 per cento delle giornate, invece sono diventate il 100 per cento. Come sempre quando dico di no, finisce che accetto.

Cosa ti pare di questo ciclismo femminile?

Con le donne è tutto nuovo, però è anche interessante. Sono rimasto sorpreso vedendo a quale livello si sia portato il movimento, specialmente come organizzazione. Sapevo che le atlete hanno fatto un bel passo avanti, perché ho allenato per due anni Marlene Reusser e so quando sia salito il livello atletico. Invece l’organizzazione mi ha sorpreso. Non so se tutte le squadre siano allo stesso livello nostro, ma siamo quasi al livello di una WorldTour maschile.

Sull’ammiraglia alla Gand-Wevelgem, Albasini è accanto ad Arzeni, che parla con Gasparrini
Sull’ammiraglia alla Gand-Wevelgem, Albasini è accanto ad Arzeni, che parla con Gasparrini
Quanto è diverso invece il livello tecnico delle corse al tuo punto di vista?

Sto ancora guardando, non conosco ancora tutte le ragazze, lo sto facendo pian piano. E’ un po’ diverso dal quello maschile, perché se partono le più forti, è difficile trovare un gruppo dietro per chiudere i buchi. Ci sono 10-15 ragazze fortissime e alle loro spalle c’è una sorta di altro livello. Ma credo che si andrà nella stessa direzione dei maschi, per cui le differenze andranno progressivamente a ridursi.

Voi siete già organizzati bene, da quest’anno anche con il team di sviluppo…

Penso che qui si facciano le cose proprio come si deve, anche pensando al futuro, per vedere chi si può prendere per i prossimi anni.

Bastianelli ha detto che al Nord è molto più importante che altrove avere in ammiraglia tecnici esperti.

In Belgio l’esperienza ti aiuta tanto. Conosci i percorsi, conosci i tratti importanti, i punti importanti. Anche Marta però è un’atleta di spessore, veramente una campionessa e i campioni hanno tutti lo stesso carattere, che siano uomini oppure donne

Con quale entusiasmo si riparte a 66 anni?

Come posso dire… E’ sempre interessante vedere cose nuove. Impari, chiedi, capisci come funziona questo nuovo mondo. In parte è diverso da quello in cui ho lavorato finora, però se ci sono cose nuove e la motivazione di vedere come funzionano, allora non ci sono differenze.

Avere tecnici esperti è utile soprattutto al Nord. Qui Marta Bastianelli tira il gruppo
Avere tecnici esperti è utile soprattutto al Nord. Qui Marta Bastianelli tira il gruppo

Un progetto molto ampio

A margine delle parole di Albasini, è interessante notare che rispetto allo scorso anno, Rubens Bertogliati ha smesso di preparare i corridori di sua competenza nel team maschile e si è dedicato al 100 per cento alle donne. Il UAE Team ADQ è infatti parte integrante di un progetto sociale ben più ampio negli Emirati Arabi Uniti.

«Il progetto globale che abbiamo iniziato nel 2014 – spiega il team principal Mauro Gianetti, in apertura con Albasini – è sfociato nella WorldTour maschile a partire dal 2017. Ora si sta sviluppando, si sta ingrandendo e l’ambizione è quella di far crescere tutto il movimento, anche quello femminile. Si è fatta una programmazione a lungo termine, soprattutto per il progetto negli Emirati Arabi. Ormai siamo quasi a 2.000 chilometri di piste ciclabili, quando solo 10 anni fa non c’era nulla. Centinaia di migliaia di persone, che prima non lo conoscevano, hanno iniziato a fare ciclismo. Hanno aperto centinaia di negozi. La bici non serve solo per trovare futuri campioni, ma soprattutto per la salute e il benessere di una nuova generazione. Il team femminile rientra in questo stesso filone. Avere delle squadre ad ogni livello che rappresentano questo ideale per noi è molto importante».

«Ai meno dieci, Wout mi ha chiesto se volessi vincere»

29.03.2023
5 min
Salva

«A dieci chilometri dall’arrivo – ha raccontato Laporte nella conferenza stampa di Wevelgem – Wout mi ha chiesto se volessi vincere. Credo che conoscesse la risposta. Quello che avevamo fatto nel 2022 al GP E3 (identico arrivo, ma primo Van Aert, ndr) era stato magnifico. Ne parlavamo qualche giorno prima, dicendo che difficilmente sarebbe successo ancora. Invece alla Gand lo abbiamo fatto nuovamente».

L’arrivo mano nella mano fa pensare ad Harelbeke 2022, ma anche alla Liegi 2002 con Bettini e Garzelli
L’arrivo mano nella mano fa pensare ad Harelbeke 2022, ma anche alla Liegi 2002 con Bettini e Garzelli

Da cacciatori a prede

Il dominio del Team Jumbo-Visma, culminato con l’assolo di Christophe Laporte e Wout Van Aert alla Gand-Wevelgem, ha irretito il gruppo e il pubblico. Le reazioni sono state di vario colore. Dal trionfalismo dei tifosi, alla constatazione degli osservatori che in mancanza di rivali come Van der Poel o Pogacar, Van Aert e soci non hanno avversari. Il divario effettivamente è innegabile e nelle parole dei manager dello squadrone olandese traspare la voglia di fare anche di più.

«Abbiamo ancora bisogno di un grande budget – ha spiegato il team manager Merijn Zeeman a L’Equipe – perché i buoni corridori diventano sempre più costosi. Da questo punto di vista, dovremmo essere strutturalmente tra i primi cinque team del World Tour. Ma non ci siamo ancora…»

«Siamo partiti per diventare come la Ineos durante il periodo estivo – gli ha fatto eco il grande capo Richard Plugge – e la Quick-Step in primavera. Ci stiamo ancora lavorando, siamo passati dal periodo dell’apprendistato al copiare, ma ora dobbiamo arrivare alla fase successiva. Questa è la nostra sfida e dobbiamo fare ancora meglio e trovare il modo di riuscirci. Ma al momento ci troviamo in una posizione che non conosciamo davvero. Non siamo più i cacciatori, ora siamo le prede».

A Wollongong, Laporte ha centrato l’argento dietro Evenepoel: eccoli sul podio con Matthews
A Wollongong, Laporte ha centrato l’argento dietro Evenepoel: eccoli sul podio con Matthews

Spirito di gruppo

Quello che traspare sono la continua ricerca e la cura dei dettagli: tratti comuni a tutti gli squadroni che nel corso degli anni, anche grazie a budget più importanti di altri, sono riusciti a dominare la scena. I soldi però non bastano: se così fosse, altri team riuscirebbero a vincere con più corridori anziché sempre con il solito.

«Ho appena compiuto 30 anni – dice Laporte, spiegando i suo momento – è ora che devo fare il mio palmares. Questo gruppo è fantastico perché fra noi c’è il piacere di veder vincere i compagni. Io sono super felice di vedere Van Aert vincere grandi gare, come lo sono stato per Van Baarle all’Het Nieuwsblad e Benoot a Kuurne. E sono sempre stato felice per loro perché sapevo che prima o poi sarebbe toccato anche a me».

Nato in Cofidis

Siccome non è scritto da nessuna parte che i vincitori abbiano sempre ragione, la scelta di Van Aert di lasciar vincere il compagno, gli è valsa qualche illustre… forchettata, come ad esempio quella di Merckx. Il Cannibale ha infatti precisato che lui non lo avrebbe mai fatto. Per contro, si è levato alto anche il coro di chi invece ha applaudito. Di certo questa voglia di condividere gioia e vittorie deve essere ben radicata nell’animo dei corridori, se è vero che Laporte non è stato in grado di seguire Van Aert sul Kemmelberg, ma è stato atteso.

E così il francese, che nelle dichiarazioni di inizio anno è stato descritto come un leader, negli ultimi mesi ha visto arrivare nella sua bacheca una tappa al Tour, il secondo posto al mondiale e ora la vittoria in una grande classica fiamminga.

«Risultati che mi sono costati sacrifici soprattutto sul piano familiare – ha spiegato con riferimento alla compagna Marion e i due figli – ma che hanno premiato il lavoro che faccio tutti i giorni. Il mio ciclismo è cambiato molto da quando gareggiavo in mountain bike e andavo in bici senza pensare al resto. Sono felicissimo di essere arrivato in questa squadra, ma ho potuto farlo grazie ai miei anni nella Cofidis, che sono stati molto buoni. Non ho rimpianti. E’ stato lì che ho imparato a diventare un professionista e grazie a questa esperienza, ho potuto rivendicare il mio status in Jumbo-Visma».

Le parole di Laporte confermano il grande affiatamento fra compagni di squadra: qui l’abbraccio con Wout Van Aert
Le parole di Laporte confermano il grande affiatamento fra compagni di squadra

Impatto psicologico

E qui il salto di qualità è stato palese. Si potrebbe obiettare che la vittoria ottenuta a questo modo non sia delle più esaltanti: l’arrivo solitario o uno sprint le avrebbero tolto il senso del regalo, anche se nelle parole del vincitore e nella pubblica opinione è stato proprio il regalo a renderla più importante.

«Sono molto contento – ha spiegato Laporte – di essere arrivato in questa squadra. Qui ho scoperto i ritiri di tre settimane in altura, le nuove bici che vanno veloci. I piani nutrizionali precisi alla caloria. La mia mente ha retto bene il passaggio in una delle squadre più forti del mondo. Ho sofferto la lontananza dalla famiglia. Mio figlio è nato il giorno di Natale e non è stato facile stargli lontano durante il ritiro di febbraio sul Teide. Ho superato tutto perché in cuor mio so che sto vivendo uno dei miei sogni di bambino».

La BMC Teammachine del Tudor Pro Cycling Team

28.03.2023
5 min
Salva

E’ la classica BMC Teammachine SLR-01, una bicicletta molto ambita in ambito professionistico (e non solo). In occasione della partenza della Milano Sanremo 2023, abbiamo fotografato quella di Rick Pluimers, ex Jumbo-Visma e ora nel team di Fabian Cancellara.

Nella taglia 54 e con l’allestimento standard è una bicicletta che fa registrare un valore alla bilancia che va poco oltre i 7,1 chilogrammi, pedali compresi e che adotta una componentistica convenzionale. Vediamola nel dettaglio.

Rick Pluimers, ex Jumbo-Visma, ora al Tudor Pro Cycling Team
Rick Pluimers, ex Jumbo-Visma, ora al Tudor Pro Cycling Team

Una collaborazione svizzera

Se quello con il Team Ag2r-Citroen è un rapporto che dura già da qualche stagione e comunque si tratta di una vetrina WorldTour, quello con il Tudor Pro Cycling Team ha preso forma concreta a partire da quest’anno. La vittoria alla Milano-Torino con De Kleijn è stata una bella ciliegina sulla torta, forse inaspettata, ma comunque cercata.

Le realtà è che la collaborazione tra il team di Cancellara e BMC ha tutta l’aria di essere molto più che una semplice sponsorizzazione tecnica e non ci sorprenderebbe il fatto di vedere, in un futuro neppure troppo lontano, un Team Tudor ai vertici del ciclismo mondiale con BMC al suo fianco, in un ruolo che non sia quello del solo fornitore di biciclette.

Il modello utilizzato dai corridori è il Teammachine SLR-01, mentre il vincitore della Milano-Torino è il solo ad utilizzare la aero Timemachine. Per tutti i corridori il pacchetto include anche il manubrio integrato full carbon BMC, che grazie al suo design, più stretto sopra e con un flare che apre la curvatura, permette di coprire diverse esigenze e richieste degli atleti.

Ruote DT Swiss e non è poco

A completare il pacchetto rosso crociato ci sono le DT Swiss, ruote che vengono costruite a Biel, operosa cittadina svizzera che è poco distante da Grenchen, dove ha sede BMC.

«In occasione della Sanremo qualche corridore, come ad esempio Pluimers, ha scelto di montare le ARC da 62 millimetri – ci ha spiegato Reigo Rosenberg, meccanico della squadra – anche se alla maggior parte dei corridori di norma montiamo le tuttofare ARC 50. A prescindere dalla tipologia di altezza del cerchio, noi utilizziamo solo la configurazione tubeless con le larghezze differenziate, 25 anteriore e 28 posteriore, anche grazie alle indicazioni fornite da DT Swiss. Le pressioni degli pneumatici variano in base alle preferenze dei corridori e al loro peso, comunque in un range compreso tra 5 e 5,5 bar».

Gli pneumatici sono gli Schwalbe Pro One e quelli con la banda blu sono un versione dotata di una nuova mescola, più scorrevole, come abbiamo documentato nella giornata di sabato che ha preceduto La Classicissima. Le ruote sono il modello ARC1100 con mozzi Dicut della serie 180.

La trasmissione è Sram

«La nostra configurazione base prevede la doppia corona anteriore 54-41 e i pignoni posteriori 10/33 oppure 10-30, sia Red che Force – ha proseguito Rosenberg – che permette di coprire diverse esigenze. Qualche atleta più votato alla salita utilizza l’anteriore 52-39».

Selle Italia e pedali Wahoo

Buona parte dei corridori utilizzano la Flite Boost, che nella versione SuperFlow con canale di scarico, chi nella versione senza foro. Qualcuno usa la SLR, sempre in versione corta (Boost). Ci sono i pedali Wahoo, senza power meter che invece è il Quarq integrato nella pedivella.

Bettini e gli altri, compagni di ieri e diesse di oggi

28.03.2023
6 min
Salva

Per tanti anni compagni di avventura lungo le strade di tutto il mondo e non importava se vestissero la sua stessa maglia a o quella di qualche strada rivale. Poi referenti durante la sua avventura alla guida della nazionale, per capire condizioni e stati d’animo dei corridori da convocare. La lunga parabola di Paolo Bettini nel mondo delle due ruote ha sempre avuto a che fare con gente come Gasparotto, Pellizotti, Bramati, Tosatto. Rivali? Qualche volta. Amici? Sempre.

Oggi l’olimpionico toscano li guarda dall’esterno, protagonisti sulle loro ammiraglie del WorldTour, impegnati senza sosta in un calendario frenetico e rivede in tanti loro comportamenti i compagni di mille corse, quelle che hanno insegnato loro il mestiere. Perché in fin dei conti non sono mai cambiati.

Gasparotto e Bettini, mai compagni di team ma grandi amici e anche vicini di casa…
Gasparotto e Bettini, mai compagni di team ma grandi amici e anche vicini di casa…

Gasparotto, schivo ma serissimo

Gasparotto oggi è una colonna portante della Bora Hansgrohe, una delle squadre che più sono progredite nel corso delle ultimissime stagioni e il due volte vincitore dell’Amstel ci ha messo del suo: «Con Enrico mi lega una lunga amicizia. Non abbiamo mai corso nella stessa squadra, ma quando finivamo la stagione andavamo in vacanza insieme. Di lui posso dire che è sempre stato un professionista a 360 gradi. Apparentemente, quando correva, poteva sembrare poco uomo squadra, uno che se ne stava sulle sue ma era carattere, perché quando serviva lui c’era, sempre».

Quell’amicizia non è venuta mai meno: «Ci siamo visti prima dell’ultima Sanremo e l’ho trovato divertito. E’ un lavoro stressante il suo, lo so bene, ma anche appagante soprattutto per come è fatto lui, per come lo interpreta cercando con tutto il cuore di trasmettere il suo sapere ai ragazzi, di invogliarli a vivere questo mestiere. Non posso dimenticare le sue lacrime al Giro dello scorso anno, il senso di appagamento che gli aveva dato vedere il risultato maturare nelle sue mani. Certamente gli serve ancora esperienza, ma sta davvero crescendo nel ruolo».

Conoscendo il suo carattere così schivo, si sarebbe aspettato un suo presente da diesse? «Sì, perché ha sempre avuto una visione di gara superiore e quando hai quella, puoi gestire tutto. In corsa aveva un occhio eccezionale, capiva nel gruppo chi poteva essere protagonista quel giorno, riusciva anche a prevedere come sarebbe andata la gara. Basta parlarci per sentire la passione che traspare in ogni suo gesto».

Con Pellizotti, corridore che per Bettini era già diesse quando era ancora in gruppo
Con Pellizotti, corridore che per Bettini era già diesse quando era ancora in gruppo

Pellizotti, il regista in corsa

«Con Pellizotti ci siamo incontrati spesso, una volta affittò anche un appartamento vicino casa per allenarci insieme. Avversari in corsa, ma sempre molto legati, una chiacchierata in gruppo ci scappava sempre. Rispetto a Gaspa era molto diverso: in gruppo si faceva sempre sentire. In certi tipi di corse era eccezionale, un vero riferimento, il classico “regista in corsa” che distribuiva i compiti in seno alla squadra. Si vedeva quale sarebbe stato il suo futuro».

Un conto però è gestire la squadra dall’interno, un altro è salire sull’ammiraglia… «Certo, il lavoro cambia tanto. E’ importante che poi quando sei in auto ti ricordi com’era. Faccio un esempio legato alla Liegi, che conosco bene: devi ricordarti i punti dove mangiare e bere perché la corsa non si muove, dove invece è il punto adatto a scattare, dove tenere gli occhi aperti e soprattutto tutto ciò devi trasmetterlo ai ragazzi, farglielo capire, E’ quello che sta facendo alla Bahrain Victorious».

Una volta hai detto che il campione difficilmente riesce a essere un buon diesse, il gregario sì. Perché? «Perché il lavoro del gregario non è solo fare il “lavoro sporco”, come ritirare le borracce o prendere le fughe. E’ un lavoro psicologico, vivere davvero la vita del gruppo, capire sempre la situazione, magari anche andare a parlare con tizio o caio dell’altra squadra e mettersi d’accordo per gestire la corsa finché non entreranno in scena i capitani. Acquisisci una sensibilità che sarà fondamentale».

Per anni compagni di squadra ma non solo. Bramati è stato la spalla di Bettini in tutte le principali vittorie
Per anni compagni di squadra ma non solo. Bramati è stato la spalla di Bettini in tutte le principali vittorie

Bramati, compagno di mille avventure

In questo Davide Bramati (in apertura è quello a sinistra, era il 2010) è sempre stato un campione: «Per questo è considerato uno dei diesse più carismatici. Ricordo ad esempio quando c’eravamo io e Valverde. Davide andava da quelli della Movistar e si metteva d’accordo per tirare il gruppo, prendere le fughe e poi toccava a me e Alejandro, ma eravamo stati tranquilli fino alle battute decisive. Si è intessuto una rete di rapporto importante, ora spesso fa lo stesso, solo che usa il telefono e chiama dall’ammiraglia all’altra ammiraglia, ma in soldoni il lavoro è simile».

Con Bramati il rapporto è sempre stato stretto: «Abbiamo corso anni insieme, eravamo compagni di camera, posso dire tranquillamente che certe vittorie come il mondiale di Salisburgo hanno molto di lui dentro, in corsa ma anche e anzi soprattutto fuori, nelle nostre chiacchierate, nella nostra ricerca di tranquillità e concentrazione. E’ sempre stato uno molto carismatico».

Oltretutto lavora nella Soudal QuickStep, fianco a fianco con un “padrone” difficile come Lefevere: «Non è semplice, ma è anche un stimolo. Io non potrò mai parlar male di Patrick per tutto quello che mi ha dato. Certo, è esigente, ma nessuno tiene vivo lo spirito del gruppo come lui. Senza stimoli un corridore si adagia e da lì a buttare via una stagione è un attimo. Porta a essere sempre sul pezzo, sempre un professionista. Io dico che per Davide è la dimensione ideale e i risultati sono lì a dimostrarlo».

Tosatto e Bettini sono passati professionisti entrambi nel 1997
Tosatto e Bettini sono passati professionisti entrambi nel 1997

Tosatto, vecchia scuola nell’ipertecnologia

«Quante cose ha risolto il Toso negli anni… – esclama Bettini a proposito di Matteo Tosatto, oggi diesse all’Ineos – Siamo passati insieme fra i pro’ nel ’97, ma mi ricordo un episodio al Giro da me vissuto da spettatore: caduta di gruppo, Contador è a terra. Tosatto prende la bici e comincia a correre sopra le bici degli altri, per dargli la sua e farlo ripartire subito. Chi avrebbe avuto quella prontezza di spirito così immediata? Quello è mestiere, significa avere sempre la lucidità e una visione completa della corsa».

Tosatto ha trasposto queste sue qualità in un team difficile come la Ineos Grenadiers: «Credo che per lui sia la soluzione migliore, perché ama lavorare con i più giovani e la Ineos è un team in transizione. E’ uno che sta imparando, nel mezzo di una strada che chissà dove lo porterà. Io penso che dia quel pizzico di esperienza in più in un team ipertecnologico: mi sembra di vederlo, nelle riunioni dove snocciolano dati come se piovesse, lui a un certo punto uscirsene con l’accento veneto “Ragazzi, qui c’è solo da menare…”. Tiene tutti con i piedi per terra, uno così è fondamentale».

Parlando di tanti colleghi, a Bettini non viene un po’ di nostalgia per tornare in ammiraglia? «Ributtarmi nella mischia? Dovrei pensarci bene, sulla base di un progetto ben definito e invogliante, perché dopo l’esperienza azzurra che, non posso negarlo, mi ha un po’ bruciato ho raggiunto il mio equilibrio tra famiglia e le mie attività. Vivo di ciclismo 80 giorni l’anno, salire in ammiraglia significa quanto meno triplicarli e la cosa mi fa un po’ paura».