Il cittì femminile Marco Velo è anche direttore nelle gare RCS Sport

Velo, taccuino aperto per le junior e per ciò che dirà il Giro Women

04.05.2026
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Ha appena finito di seguire da vicino le juniores appuntandosi note sul suo taccuino, dopodiché ha riempito e chiuso la sua capiente valigia per la lunga campagna che lo attende tra Giro d’Italia e Giro Women fino a domenica 7 giugno. Il cittì femminile Marco Velo per entrambe le gare di RCS Sport è un direttore di corsa e nel prossimo periodo si dividerà tra i due ruoli.

Prendendo spunto dall’editoriale di quindici giorni fa sullo stato delle italiane in contumacia Longo Borghini, abbiamo chiesto al tecnico bresciano di tracciare un bilancio alla fine delle classiche con la Vuelta Feminina appena iniziata. Le prime considerazioni di Velo tuttavia riguardano l’attività delle più giovani viste sul campo.

Purtroppo per Velo e la stessa junior Campana, anche quest'anno i percorsi di mondiali e europei non sono adatti alle velociste (foto Ossola)
Purtroppo per Velo e la stessa junior Campana, anche quest’anno i percorsi di mondiali e europei non sono adatti alle velociste (foto Ossola)
Purtroppo per Velo e la stessa junior Campana, anche quest'anno i percorsi di mondiali e europei non sono adatti alle velociste (foto Ossola)
Purtroppo per Velo e la stessa junior Campana, anche quest’anno i percorsi di mondiali e europei non sono adatti alle velociste (foto Ossola)

Full immersion juniores

Dopo la Sanremo Women, Marco Velo ha dedicato tutto aprile alle juniores, una categoria che offre sempre un grande potenziale e per la quale sta arricchendo le proprie informazioni.

«Credo valga la pena – ci racconta il cittì femminile – parlare anche di loro, specie per ciò che ho visto. Sto conoscendo sempre di più queste ragazze, tutte, sia quelle nel giro azzurro che quelle le altre, comprese quelle del primo anno. In alcune gare ho chiesto di andare su una moto dell’organizzazione per stare nel vivo ed osservare le atlete da vicino. Nelle fasi più intense, magari quelle in salita, ho suggerito alle ragazze di alleggerire o indurire il rapporto. Consigli anche per far capire che stavo attento a come si muovevano.

«Il livello – prosegue Velo – delle nostre juniores è molto buono e in campo internazionale ci siamo comportati molto bene. Rossignoli ha vinto alla grande il Piccolo Trofeo Binda, mentre Campana ha vinto una tappa alla EPZ Omloop Van Borsele e altre tre gare in Italia. Ecco ad Agata ho già detto che purtroppo quest’anno non potrò chiamarla perché i percorsi di mondiali e europei sono troppo duri per lei che è velocista pura. E’ un vero peccato. La ritengo un patrimonio, al pari di tante altre, come Azzurra Ballan, che ha vinto tre gare in pochi giorni».

Amstel Gold Race donne, Letizia Paternoster, volata per il quarto posto
Il quarto posto di Paternoster all’Amstel è un bel segnale per il cittì Velo per il movimento italiano
Amstel Gold Race donne, Letizia Paternoster, volata per il quarto posto
Il quarto posto di Paternoster all’Amstel è un bel segnale per il cittì Velo per il movimento italiano
La primavera delle pro’ invece alla fine è stata un po’ più difficile del previsto. Sei d’accordo?

Abbiamo capito purtroppo che ancora oggi siamo Longo Borghini dipendenti. Avercene di atlete come lei, però è anche vero che la sua assenza ha dato la possibilità a molte altre ragazze di mettersi più in mostra. Ad esempio, il quarto posto di Paternoster all’Amstel è un gran bel segnale se guardiamo il podio. E’ mancata finora la ciliegina sulla torta, ma tutte stanno lavorando molto bene e sento che arriverà presto una bella vittoria pesante o di prestigio.

Stai già pensando alle prossime convocazioni?

Per come sono cresciuto, attraverso i miei diesse e soprattutto gli ex cittì come Martini e Ballerini, ho sempre pensato che per le atlete sia utile sapere già in anticipo se correranno mondiali o europei. E’ in quelle occasioni che devono andare forte e arrivarci in condizione, non spremersi prima psicofisicamente per guadagnarsi la convocazione. Poi è ovvio che valuto ogni situazione e contesto e mi adatto. Personalmente valuto tanto anche la sincerità delle ragazze. Sono loro che mi devono dire se stanno bene o meno, discorso che vale anche per le juniores o U23.

Percorsi alla mano di mondiali e europei, potrebbero essere scelte obbligate?

Temo di sì in un certo senso. Ad esempio per Balsamo vale il concetto espresso per Campana. Ho fatto il sopralluogo in Slovenia per l’europeo e c’è un tracciato selettivo, con una salita di due chilometri all’8/9 per cento medio. Peccato perché Elisa l’ho vista bene, ma purtroppo è troppo duro e non potrò schierarla. Concretizzerà presto la sua crescita verso i suoi standard, però non voglio che si snaturi per diventare un’altra corridore. Potrei chiamarla per un altro evento.

In agosto Balsamo potrebbe essere la punta azzurra ai Giochi del Mediterraneo di Taranto, ma c'è il Tour of Britain in concomitanza
In agosto Balsamo potrebbe essere la punta azzurra ai Giochi del Mediterraneo di Taranto, ma c’è il Tour of Britain in concomitanza
In agosto Balsamo potrebbe essere la punta azzurra ai Giochi del Mediterraneo di Taranto, ma c'è il Tour of Britain in concomitanza
In agosto Balsamo potrebbe essere la punta azzurra ai Giochi del Mediterraneo di Taranto, ma c’è il Tour of Britain in concomitanza
A quale ti riferisci?

A Taranto ci saranno i Giochi del Mediterraneo, ma in concomitanza delle prove femminili c’è anche il Tour of Britain (dal 19 al 23 agosto, ndr) che è una gara WorldTour. Sto facendo tante telefonate con tante ragazze e ho capito che molte di loro correranno con la propria squadra di club. So che le squadre ci tengono alla corsa britannica e non mi va di fare un braccio di ferro. Balsamo magari potrebbe partecipare, così come Consonni, però sto già pensando alle altre ruote veloci visto che il percorso sarà adatto alle sprinter.

La lista delle papabili a questo punto si amplierebbe?

La formula delle convocazioni è uguale a quella dell’Olimpiade. Possiamo portare quattro atlete, di cui due possono fare la crono. Di nomi ne ho tanti: Venturelli, Guazzini, le Fidanza, Barbieri e la stessa Guarischi che vinse l’oro in linea nel 2022. Dovrò comunicare al CONI una “long list” di 25 nomi e poi da lì scegliere in base a tante circostanze. Ho tempo per farlo, però non è semplice nemmeno questo evento da gestire.

Ciabocco sta correndo la Vuelta e per Velo può essere una protagonista al Giro Women dopo l'infortunio primaverile
Ciabocco sta correndo la Vuelta e per Velo può essere una protagonista al Giro Women dopo l’infortunio primaverile
Ciabocco sta correndo la Vuelta e per Velo può essere una protagonista al Giro Women dopo l'infortunio primaverile
Ciabocco sta correndo la Vuelta e per Velo può essere una protagonista al Giro Women dopo l’infortunio primaverile
Di certo Marco Velo al Giro Women avrà modo di farsi un’idea più completa in generale delle azzurre?

Assolutamente sì, e se mi permettete vorrei chiarire una polemica che mi è stata sollevata più volte anche da gente che è nel ciclismo da tempo. Al Giro Women avrò una doppia veste, però il mio ruolo di direttore di corsa non va a trascurare quello di cittì. Anzi, penso che lo possa valorizzare perché potrò vedere tutte, italiane e straniere, da vicinissimo, sia prima, durante che dopo la tappa. Più di così, dovrei solo correre con loro per essere ancora più dentro la corsa. E’ un compito lavorativo, ma anche un privilegio che oltretutto non costa nulla alla Federazione.

Ti aspetti qualche segnale dal Giro Women da parte di qualcuno?

E’ sempre difficile fare nomi. Da alcune vorrei conferme nelle loro specialità, però ne cito due che sono mancate per indisponibilità. Longo Borghini arriverà ben preparata e penso che non sia stato un male che abbia risparmiato tante energie psicofisiche. Mentre confido che Ciabocco (che disputando la Vuelta Feminina, ndr) farà una gran corsa perché so che sarebbe stata una sicura protagonista in primavera. Onestamente vedo il bicchiere mezzo pieno perché sono un ottimista di natura e soprattutto perché vedo le ragazze concentrate a lavorare bene.

L’acuto in Olanda della Campana, “affamata” di vittorie (foto Ossola, vittoria a Bianconese)

L’acuto in Olanda di Agata Campana, “affamata” di vittorie

04.05.2026
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In questi tempi non semplici per il ciclismo femminile azzurro, fra acciacchi vari e qualche controprestazione, qualche sorriso arriva dalla categoria inferiore e ha il nome di Agata Campana, protagonista assoluta dell’EPZ Omloop van Borsele tappa della Nations Cup, dove la portacolori della Bft Burzoni-VO2 Team Pink ha colto una vittoria e una piazza d’onore. In un contesto, è bene dirlo subito, di altissimo livello, praticamente il meglio del movimento europeo e non solo come squadre nazionali. Fra le quali non c’era però la nostra.

La ragazza di Trento (in apertura foto Ossola, vittoria a Bianconese) è alla sua seconda stagione fra le juniores e ha sempre guardato alle tappe del circuito internazionale come a quelle prove da non fallire assolutamente. Lo scorso anno aveva colto una Top 10 in Spagna, ma era stato solo un brodino in vista di questa stagione. Perché quei risultati olandesi non sono stati casuali.

La volata vincente della Campana a Heerenveen, enorme il distacco inflitto alle avversarie (foto organizzatori)
La volata vincente di Agata Campana a Heerenveen, enorme il distacco inflitto alle avversarie (foto organizzatori)
La volata vincente della Campana a Heerenveen, enorme il distacco inflitto alle avversarie (foto organizzatori)
La volata vincente di Agata Campana a Heerenveen, enorme il distacco inflitto alle avversarie (foto organizzatori)

«Ho provato emozioni fortissime, perché era un obiettivo che puntavo da tanto tempo. Da quando sono passata di categoria, dicevo che volevo vincere una tappa all’Omloop Van Borsele perché sapevo della sua fama, solo che l’anno scorso hanno annullato la corsa e allora me l’ero prefissata come obiettivo di quest’anno».

Quindi la squadra era costruita intorno a te?

Diciamo che sapevamo di andar là con aspettative molto alte, aumentate dopo la vittoria della Rossignoli a Cittiglio, sapendo delle mie potenzialità su quei percorsi. Sapevamo che se avessimo fatto un buon gioco di squadra avremmo potuto portare a casa un bel risultato e ci siamo riuscite.

Per la Campana già 2 vittorie e 3 podi in stagione. Nel 2025 ha ottenuto 3 successi
Per Agata Campana già 2 vittorie e 3 podi in stagione. Nel 2025 ha ottenuto 3 successi (foto Instagram)
Per la Campana già 2 vittorie e 3 podi in stagione. Nel 2025 ha ottenuto 3 successi
Per Agata Campana già 2 vittorie e 3 podi in stagione. Nel 2025 ha ottenuto 3 successi (foto Instagram)
Eri stata anche tu a spingere il club a partecipare a questa corsa?

La squadra già a inizio novembre decide a quali Nations Cup andare. E’ proprio nello spirito del team permettere alle proprie atlete di andare a fare gare all’estero ed è una delle cose più importanti che una squadra possa fare per un’atleta. E’ un’opportunità immensa per crescere. Dopo la gara olandese parteciperemo alla Watersley a fine luglio, poi avevamo in programma di tornare alla Bizkaikoloreak dove lo scorso anno ero stata ottava ma è stata cancellata, vedremo se sarà sostituita con un’altra trasferta.

Come sono state le due tappe dove sei emersa?

Erano la seconda e la terza e io volevo far bene a entrambe. La seconda tappa è stata un po’ travagliata, perché le strade lì sono strettissime e io sono stata coinvolta in una caduta alla fine del penultimo giro. Noi avevamo l’ammiraglia 21, aspettarla per cambiare la bici non mi avrebbe permesso di rientrare. Magari ripensandoci avrei dovuto cambiarla perché avevo il manubrio che era storto e la ruota davanti toccava e non era molto sicura. Infatti, in volata ho avuto qualche difficoltà a stare in gruppo, solo all’ultimo sono riuscita a trovare uno spazio nel bordo del marciapiede.

Il podio della seconda tappa con la Campana seconda dietro Stovern (NOR) e davanti a Taylor (GBR-foto organizzatori)
Ad inizio marzo, terzo posto per Campana dietro le polacche Polanska e Okrucinska del team olandese Watersley (foto Björn van der Schoot)
Il podio della seconda tappa con la Campana seconda dietro Stovern (NOR) e davanti a Taylor (GBR-foto organizzatori)
Ad inizio marzo, terzo posto per Campana dietro le polacche Polanska e Okrucinska del team olandese Watersley (foto Björn van der Schoot)
E la seconda, quella vincente?

Dopo quel che era successo volevo rifarmi, sono partita con la fame di voler vincere e io e le mie compagne avevamo studiato l’arrivo vedendo come farlo nel modo perfetto. Devo ringraziare la squadra perché hanno fatto un grandissimo treno e mi hanno aiutato a posizionarmi nella posizione perfetta. Molto del merito di questo successo è loro.

Tu hai iniziato piuttosto bene la stagione con un terzo posto sempre in Olanda e hai mantenuto un rendimento costante…

Eppure è stato un inizio di stagione non facile per me perché ho contratto un’infezione virale a gennaio e me la sono portata avanti per quasi due mesi. Questo mi ha compromesso anche a livello mentale, avevo un po’ perso la fiducia, temevo di non ritornare più me stessa. Ho iniziato bene con un terzo posto in Olanda, ma sentivo che mancava qualcosa della vecchia Agata, il fisico non rispondeva come volevo io.

I grandi risultati della veneta in Olanda sono stati favoriti dal perfetto gioco di squadra
I grandi risultati di Agata Campana in Olanda sono stati favoriti dal perfetto gioco di squadra (foto Instagram)
I grandi risultati della veneta in Olanda sono stati favoriti dal perfetto gioco di squadra (foto Instagram)
I grandi risultati di Agata Campana in Olanda sono stati favoriti dal perfetto gioco di squadra (foto Instagram)
Come ne sei uscita?

In questo mi ha aiutato tanto la mia squadra, non mi hanno mai messo pressioni, poi comunque arrivavo da un’annata dove avevo vinto tanto e quindi ci si aspettava tanto da me. Dopo un paio di gare ho ritrovato proprio la fame di voler correre, non per obbligo, ma innanzitutto per divertirsi. A Fossano mi sono sbloccata e da lì ho ritrovato la fiducia in me stessa.

Continui a far convivere strada e pista?

Sì, dalla settimana prossima ricomincio gli allenamenti anche in pista e spero di riuscire a conciliare questa con le trasferte all’estero con la squadra. A me piacerebbe continuare con la pista. Non l’ho ancora affrontata perché volevo prima ritrovare la passione su strada, perché la mia principale motivazione è sempre stata la strada e ritrovare quella fiducia di cui avevo bisogno. Ora sono pronta, con l’obiettivo conquistato vado con una testa diversa, so quello che devo fare con il cuore più leggero.

La Campana, a destra. insieme a Linda Sanarini, con la quale condivide il doppio impegno strada-pista (foto Ossola)
Agata Campana, a destra. insieme a Linda Sanarini, con la quale condivide il doppio impegno strada-pista (foto Ossola)
La Campana, a destra. insieme a Linda Sanarini, con la quale condivide il doppio impegno strada-pista
Agata Campana, a destra. insieme a Linda Sanarini, con la quale condivide il doppio impegno strada-pista (foto Ossola)
Hai già idea di quello che avverrà a fine stagione?

Dopo questa vittoria le grandi squadre si iniziano a interessare e qualche contatto c’è stato. Ma non voglio pormi pressioni, sono abbastanza tranquilla sul passaggio di squadra per l’anno prossimo. Mi fido delle mie potenzialità e di quello che verrà.

Ti farebbe problemi andare all’estero?

Al contrario, il mio obiettivo è proprio quello perché penso che possa darti quell’esperienza in più, uscire dalla “culla” che è l’Italia. Finché sei qui sei in un altro ambiente, ma proprio facendo la Nations Cup mi sono accorta che fuori dall’Italia c’è un modo di lavorare diverso, anche il semplice fatto di parlare un’altra lingua ti permette di crescere tantissimo e sarebbe un salto che mi piacerebbe molto fare, anche a livello personale.

Presentazione maglia rosa 2026, Roma, RCS Sport (immagine Lapresse/Falcone)

EDITORIALE / Il Giro che verrà, pensieri e campioni

04.05.2026
5 min
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Sarà più facile raccontarlo una volta iniziato, che immaginare sin d’ora scenari e prospettive. La presentazione delle squadre di mercoledì a Burgas, sulle spiagge del Mar Nero, lancerà il Giro d’Italia 2026: il primo senza un ammiraglio al timone e con la maglia rosa dei quattro sponsor.

Dopo Cougnet e Torriani, Castellano, Zomegnan, infine Mauro Vegni (che al disegno del prossimo Giro ha avuto parte), presa nota delle voci che vorrebbero Nibali al centro della scena, la corsa rosa partirà senza la più classica figura di riferimento, che al Tour è Christian Prudhomme e alla Vuelta Javier Guillen. Qualcuno con cui parlare di ciclismo e temi pratici al villaggio di partenza o con cui affrontare un approfondimento derivante da quel che la corsa proporrà nelle tre settimane. Il suo nome sarà annunciato in Bulgaria? Staremo a vedere.

Quest'anno Vingegaard ha corso soltanto Parigi-Nizza e Catalunya, vincendole entrambe
Vingegaard favorito del Giro. Quest’anno ha corso soltanto Parigi-Nizza e Catalunya, vincendole entrambe. E’ al debutto
Quest'anno Vingegaard ha corso soltanto Parigi-Nizza e Catalunya, vincendole entrambe. Sarà il suo primo Giro
Vingegaard favorito del Giro. Quest’anno ha corso soltanto Parigi-Nizza e Catalunya, vincendole entrambe. E’ al debutto

Capitan Vingegaard

Dovendo e volendo immaginare lo svolgimento della corsa, in cima alla catena alimentare va collocato Jonas Vingegaard. Difficile dire se il danese abbia ragionato come Roglic, il quale dichiarò in tempi non sospetti che il solo modo rimastogli per vincere grandi corse fosse andare in quelle senza Pogacar. Se si sia concentrato sulla possibilità di ottenere la tripla Corona prima del campione del mondo, avendo già vinto per due volte il Tour e nel 2025 anche la Vuelta. Se, come hanno spiegato i suoi tecnici, il Giro prima del Tour gli dia la giusta base di lavoro per arrivare meglio alla sfida francese. O se infine abbia ricevuto un profumato invito su cui ha poggiato tutte le motivazioni precedenti.

Sta di fatto che il leader della Visma Lease a Bike, come tutti coloro che siano riusciti in precedenza a essere protagonisti del Tour, sarà l’uomo da battere e avrà attorno una squadra di grande solidità, in cui pedalerà anche Davide Piganzoli: corridore da non perdere di vista.

Pellizzari ha appena vinto il Tour of the Alps: al Giro vanta il 6° posto 2025
Pellizzari ha appena vinto il Tour of the Alps: al Giro vanta il 6° posto 2025
Pellizzari ha appena vinto il Tour of the Alps: al Giro vanta il 6° posto 2025
Pellizzari ha appena vinto il Tour of the Alps: al Giro vanta il 6° posto 2025

La carta Pellizzari

Accanto a Vingegaard ci piace immaginare che Giulio Pellizzari, fresco vincitore al Tour of the Alps, possa fare la sua parte puntando al podio e sperando ovviamente in meglio. I ragionamenti che ci ha affidato Paolo Artuso e che abbiamo pubblicato sabato sera fanno pensare che la sfida sia possibile e che il marchigiano, affiancato da Jai Hindley, possa contendere la leadership del danese con cui si è confrontato all’ultima Vuelta, chiusa al sesto posto in cui tuttavia non aveva mire di classifica.

A ben vedere, Vingegaard dovrà vedersela con la coppia Red Bull-Bora, ma anche quella della Netcompany-Ineos (così si chiamerà la squadra britannica proprio a partire dal Giro) illustrata stamattina da Leonardo Basso. Per il resto avrà a che fare con una serie di clienti certamente scomodi, con nobili trascorsi e un presente ancora al di sotto delle righe. Derek Gee, come pure Ben O’Connor, Enric Mas e Adam Yates, Christen, Storer, Gall, Buitrago e Caruso potrebbero determinare una serie di situazioni tattiche imprevedibili.

Al novero dei corridori da seguire ci piace aggiungere anche Giulio Ciccone, che ha già detto di non voler puntare alla classifica, ma che lo scorso anno fino alla caduta di Gorizia ne carezzava l’eventualità. Ci sarà da capire se la Visma-Lease a Bike sarà al Giro per schiacciare la corsa o cercherà di vincere col minimo sforzo, avendo in testa soprattutto il Tour.

Il 29 maggio, presentata a Roma l'ultima tappa e la maglia rosa. Da sinistra, bellino, Casillo, Nibali, Cairo, Onorato e Barigelli (immagine Lapresse/Falcone)
Il 29 maggio, presentata a Roma la maglia rosa. Da sinistra, Paolo Bellino, Casillo (Altograno), Nibali, Cairo, Onorato e Barigelli (immagine Lapresse/Falcone)

L’immagine del Giro

Non è detto che per avere una bella corsa servano i migliori attori del cast, che comunque aiuta. Il Giro d’Italia del 1994 vedeva al via Miguel Indurain che negli ultimi quattro anni aveva vinto tre Tour e due Giri, poi una serie di nomi dal grande passato e dal presente da interpretare come Bugno, Chiappucci e Tonkov. Ne venne fuori una delle corse più belle che il pubblico italiano ricordi, con la vittoria di Berzin e Pantani, che si rivelò anche al mondo del professionismo, che mise in croce il grande spagnolo nell’indimenticabile tappa di Aprica.

Anche quest’anno abbiamo lo straniero fortissimo, sfidanti da interpretare e un giovane italiano che sta crescendo con passi solidi. Potrebbe esserci quello che serve per dare luce alla sfida, senza però dimenticare che il Giro d’Italia ha bisogno di un progetto a lungo termine su cui poggiare la sua grande storia. Altrimenti anche la sua immagine di corsa più bella del mondo nel Paese più bello del mondo rischia di uscirne sfocata, con le inevitabili (a quel punto) defezioni dei grandi corridori, attratti come falene dalla forte luce del Tour che sarà pure una macchina da soldi, tuttavia mantiene una potentissima identità tecnica.

Il fatto di avere quattro sponsor sulla maglia (Io sono Friuli Venezia Giulia, Altograno, ENIT e Masaf-La Cucina Italiana) è il frutto di una grande ricerca di mercato o spia della difficoltà nel trovare un nome più grande cui legarla?

Tour of the Alps 2026, Leonardo Basso, Ineos Grenadiers

Ineos con due leader e gli occhi su Visma e Red Bull

04.05.2026
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BOLZANO (BZ) – Secondo e terzo, alle spalle di un Giulio Pellizzari che è sembrato in ottima forma. Egan Bernal e Thymen Arensman hanno risposto bene al richiamo delle salite al Tour of the Alps. Intorno ai due fari della Ineos Grenadiers per il prossimo Giro d’Italia c’erano tanti dubbi, in particolare sul colombiano. Bernal mancava dalle corse da parecchi mesi, e non si avevano riscontri effettivi sul suo lavoro e sul livello raggiunto in questo periodo di allenamento a casa. 

«Siamo contenti dell’approccio avuto a questo Tour of the Alps – racconta Leonardo Basso, diesse della Ineos – perché le tappe sono state strane nel loro evolversi. Dopo l’arrivo in salita della seconda frazione, in Val Martello, i giorni successivi abbiamo visto tanto dislivello ma nei primi chilometri. Una scelta che ha bloccato la classifica fino all’ultimo giorno. Al netto di tutto abbiamo lottato e ci siamo mossi in maniera aggressiva, e di questo ne sono felice».

Direzione Bulgaria

Il Team Ineos Grenadiers prenderà il volo verso la Bulgaria e l’inizio del Giro d’Italia, con la consapevolezza di avere due carte da giocarsi. Mentre il team performance si occuperà di guardare e analizzare i dati registrati nell’Euregio, è compito dei diesse guardare negli occhi i corridori per capire se le risposte tanto attese sono finalmente arrivate. 

«Per noi diesse in gara – continua Leonardo Basso – era importante vedere come si sarebbero evolute le dinamiche di corsa. Non avevamo dubbi sul fatto che Arensman e Bernal avrebbero trovato il modo di integrarsi e lavorare al meglio insieme. I finali di gara non sono mai semplici quando si hanno due capitani, ma entrambi si sono mossi benissimo e questo ci dà fiducia in ottica Giro d’Italia». 

Tour of the Alps 2026, Lorenzo Finn, Red Bull-BORA-hansgrohe, Egan Bernal, Thymen Arensman, Ineos Grenadiers
Bernal e Arensman hanno trovato le risposte che cercavano durante i giorni di corsa al TotA
Tour of the Alps 2026, Lorenzo Finn, Red Bull-BORA-hansgrohe, Egan Bernal, Thymen Arensman, Ineos Grenadiers
Bernal e Arensman hanno trovato le risposte che cercavano durante i giorni di corsa al TotA

Alle spalle di Vingegaard

Gli occhi e i fari della corsa rosa saranno inevitabilmente puntati su Jonas Vingegaard, il vincitore di due Tour de France e della Vuelta 2025 sarà il grande favorito. Dietro di lui, però, sono pronti a muoversi tanti altri corridori che vogliono dimostrare di essere al suo livello. 

«Inutile nascondere che Vingegaard e la Visma saranno il punto di riferimento in questo Giro – analizza Basso – ma noi dovremo essere bravi a cogliere ogni opportunità. Tre settimane sono lunghe, bisogna essere pronti a eventuali contrattempi. Secondo me siamo pronti e motivati per cogliere ogni occasioni che la corsa ci offrirà. 

«Noi arriviamo con due leader – prosegue – e in teoria, fino alla tappa del Blockhaus e anche oltre, cercheremo di restare in corsa con entrambi. Al Giro nulla è da sottovalutare, quindi anche nei giorni precedenti dovremo correre con ben più di un occhio aperto».

Jonas Vingegaard quest'anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Vingegaard sarà l’uomo da battere, il danese ha corso e vinto Parigi-Nizza e Catalunya (in foto)
Jonas Vingegaard quest'anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Vingegaard sarà l’uomo da battere, il danese ha corso e vinto Parigi-Nizza e Catalunya (in foto)

Scelte complementari

Egan Bernal e Thymen Arensman, due profili di leader abbastanza diversi tra di loro, una scelta non casuale per la Ineos che avrà modo di coprire diverse situazioni di corsa. Uno scalatore puro e un passista-scalatore, con Leonardo Basso parliamo anche di questo aspetto tecnico.

«E’ da tempo che al Giro non di vede una cronometro lunga come quella della tappa dieci – spiega – che misurerà 42 chilometri e darà una scossa importante alla classifica. Per molti sarà uno spartiacque quasi decisivo, dove gli scalatori puri faranno più fatica, contrariamente ai passisti-scalatori. Bernal e Arensman sono complementari, a mio avviso, e questo è un punto a nostro favore. La mattina dopo la cronometro ci si sveglierà e faremo un bilancio di ciò che è successo il giorno prima». 

Tour of the Alps 2026, Giulio Pellizzari, Thymen Arensman, Egan Bernal
I due atleti della Ineos si sono dovuti inchinare alla superiorità di Pellizzari, il duello si rinnoverà al Giro
Tour of the Alps 2026, Giulio Pellizzari, Thymen Arensman, Egan Bernal
I due atleti della Ineos si sono dovuti inchinare alla superiorità di Pellizzari, il duello si rinnoverà al Giro

Sulla Red Bull di Pellizzari…

In attesa di sapere quali saranno gli altri sei granatieri al servizio di Bernal e Arensman è giusto anche sbirciare tra le formazioni rivali, alla ricerca di qualche chiave di lettura della corsa.

«Credo che la Red Bull-BORA – ci dice ancora Leonardo Basso – sia una delle squadre che ha dei numeri importanti. Soprattutto in salita potrà cambiare le dinamiche di gara, perché la Visma dovrà venire con una squadra ben bilanciata tra salite e pianura. Anche in previsione del fatto di avere la maglia rosa, o comunque consapevoli di dover fare un certo tipo di lavoro tutti i giorni.

«Mentre la Red Bull verrà, a mio avviso, con una squadra molto forte in salita e potranno cambiare tanti aspetti tattici: Vlasov, Hindley, Aleotti, sono tutti gregari di lusso. Senza tralasciare Pellizzari, che è in ottima forma. E’ bello vedere un giovane con questo spirito e questa mentalità. Si prospetta un bello spettacolo e noi ci saremo».

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Tadej Pogacar, Paul Seixas

Classiche del Nord, ultimi appunti prima di rientrare

03.05.2026
9 min
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LEUVEN (Belgio) – Succede sempre, quando si chiude la valigia delle classiche e si va via da quassù, di voltarsi indietro. E allora la lunga attesa del volo di ritorno diventa il pretesto per riavvolgere il nastro e rivivere gli spicchi di emozione che ci hanno fatto saltare sul divano, sulla sedia della sala stampa, sul ciglio della strada, perché ognuno a questo punto sarà capace di collegare le emozioni delle classiche del Nord al momento preciso in cui le ha provate.

Avevamo da passare la giornata tra il checkout dell’appartamento di Liegi e il volo di rientro e così ci siamo fermati al sole di un caffè di Leuven, davanti alla City Hall tutta imbacuccata per i lavori che la riporteranno al suo splendore.

Camminando per le vie della città e dopo essere passati in auto sul rettilineo che portò la maglia iridata a Elisa Balsamo e Filippo Baroncini, per un attimo è parso di sentire ancora il vociare di allora, poi la quotidianità di centinaia di studenti e biciclette ha preso il sopravvento. E mentre sorseggiavamo l’ultima Leffe di questo viaggio, abbiamo iniziato a lasciar correre gli appunti sul quaderno che ci ha accompagnato sulle strade delle Classiche del Nord.

L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)
L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)

Il Fiandre della discordia

Eravamo arrivati al Fiandre, la prima Monumento tra le classiche del Nord, con la vittoria di Van der Poel ad Harelbeke, il suo duello con Van Aert nella nuova Gand (poi vinta da Philipsen) e il trionfo di Ganna a Waregem. Peccato che Pippo se ne sia poi tornato a casa: aveva in testa la Roubaix e ha ritenuto che il Fiandre sarebbe stato troppo duro. Infatti, mentre lui andava via, in Belgio arrivava Pogacar che, dopo la sbornia della Sanremo, avrebbe cercato di trasformare la corsa dei Muri e la Roubaix, le due classiche che lo attendevano, in un’arena infernale.

A raccontarcelo c’era Filippo Lorenzon, in quella parte di Belgio che parla fiammingo e annega il tempo nella birra. Il Fiandre in televisione invece ce l’hanno raccontato su Eurosport, perché la RAI non l’ha trasmesso (fra le classiche sono rimaste scoperte anche l’Amstel e la Freccia Vallone) con le prevedibili rimostranze di chi invece l’avrebbe apprezzato.

Ma è stato il Fiandre di ben altre dispute. Di Van der Poel fortissimo, ma non abbastanza per resistere a Pogacar sul Qwaremont, eppure ostinatamente generoso nel dargli i cambi. Pochi secondi alle loro spalle c’era Evenepoel e non sapremo mai che cosa sarebbe cambiato se Remco fosse rientrato.

Dicono che Van der Poel abbia collaborato perché fra corridori alla pari non si usa l’astuzia e chi invece suggerisce di farlo viene definito un Solone. In questo ciclismo dove contano più i like delle vittorie, è vietato essere scaltri? Cosa te ne fai di un secondo posto al Fiandre se ti chiami Van der Poel e hai già perso la Sanremo? Pogacar invece ha fatto il suo e ha vinto, come ogni volta che attacca il numero, nei giri e nelle classiche: come già alla Strade Bianche e alla Sanremo. E Van der Poel, pur fortissimo, lo ha visto andare via.

Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?

La Roubaix delle lacrime

Alla Roubaix, c’era per la prima volta Stefano Masi e anche lui se l’è cavata bene. La fortuna del debuttante in queste classiche del Nord gli ha consegnato fra le mani una delle vittorie più belle degli ultimi anni: quella di Van Aert.

La cabala delle classiche è spietata e il fortissimo Van der Poel, quello che al Fiandre se l’è giocata alla pari col più forte di tutti i tempi (così viene definito Pogacar), si è ritrovato a piedi nella Foresta di Arenberg per una doppia foratura. In precedenza aveva bucato anche Pogacar (alzi la mano chi si è salvato in questa Roubaix!). Questa volta tuttavia, in barba al galateo fra pari, Mathieu si è messo a fare il forcing per rendergli il rientro faticoso.

Tadej invece è rientrato perché proprio l’olandese nella seconda parte della Foresta ha tirato il fiato e proprio in quel momento ha bucato e si è ritrovato con la bici di Philipsen che aveva i pedali sbagliati. A volte capita anche ai migliori, nelle classiche più importanti.

Scene da Far West, con pezzi di terra sollevati da ruote velocissime e contraccolpi molto violenti sui manubri. Il suo inseguimento rabbioso ha avuto del prodigioso, ma è stato rintuzzato da Pogacar e poi da Van Aert che si è preso la briga e di certo il gusto (cit.) di mettersi davanti per impedirgli di rientrare. In queste classiche così dure si combatte, gli avversari di colpo diventano nemici.

La lunga corsa di Tadej e Wout verso Roubaix è stata uno dei momenti di maggiore lirica sportiva della campagna di queste classiche e forse di tutto l’anno. Pogacar ha provato selvaggiamente a staccarlo, ma nelle classiche senza salite, anche Tadej torna un po’ normale. E Van Aert deve aver visto davanti l’occasione per rifarsi di anni di sfiga pazzesca.

Lo ha controllato, non si è sfinito dandogli cambi, forse perché ha avuto l’umiltà di non sentirsi pari al più forte di tutti i tempi. Gli ha preso la ruota per ripararsi dal vento con numeri da equilibrista. E quando si è trattato di fare la volata, ha preso la rabbia e le malinconie di tanti secondi posti, li ha shakerati in una mistura esplosiva, e ha scaricato nei pedali tutto quello che aveva. Difficile dire, come qualcuno ha ipotizzato, se anche Pogacar fosse contento. Di certo lo era Van Aert e Dio solo sa se non se lo è meritato.

La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata qaLa vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026uella più emotivamente forte
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026

La Freccia dello stupore

Il tempo di vedere l’Amstel di Evenepoel e annotare le meraviglie di Seixas al Giro dei Paesi Baschi ed è stato tempo di Freccia Vallone. Una volta, alla vigilia della settimana, si faceva il cambio degli uomini. Quelli del pavé se ne andavano e arrivavano gli scalatori per le classiche delle Ardenne: in certi anni si andava persino all’aeroporto di Bruxelles per accoglierli e fotografarli con la valigia e magari si approfittava dell’occasione per andare all’Area Cargo e spedire in Italia i rullini delle diapositive, perché li facessero sviluppare. Chi è nato dopo non apprezzerà mai abbastanza quale immenso cambio sia iniziato con le fotocamere digitali.

Cambiano i tempi, gli uomini e cambiano gli scenari e a volte anche i percorsi delle classiche. Le pietre e la polvere di pianura lasciano il posto a colline di conifere e salite e il Muro d’Huy con le sue sei cappelle votive diventano una inesorabile via crucis.

C’era il sole alla partenza da Herstal, ma la luce più vivida è stata quella di Paul Seixas sul Muro d’Huy. Lo avevamo immaginato presentando la corsa: senza Pogacar, avrebbe vinto lui. Così effettivamente è stato, ma la consapevolezza con cui il francese (19 anni e al debutto in queste classiche) ha respinto la banale equazione ha acceso i fari sulla sua maturità. Non un’esitazione nel parlare, nessuna paura di ammettere eventuali limiti e neppure di parlare della sua voglia di vincere. Gli unici argomenti su cui fa il finto tonto sono la partecipazione al Tour e l’eventuale firma per squadre diverse.

Ha preso la testa ai 250 metri del Muro, lasciato al posto giusto dai compagni di squadra, motivati come missionari. Poi ha accelerato gradualmente, togliendo una goccia per volta l’ossigeno dai muscoli dei rivali. Non li ha stroncati come fece Pogacar l’anno scorso, ma ugualmente li ha portati inesorabilmente al punto di rottura. Freccia Vallone vinta a 19 anni, mentre Evenepoel, rimasto a casa per riposarsi, andava verso la Liegi.

A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone

La Liegi del cannibale

Liegi, l’ultimo atto ne lungo viaggio delle classiche. La birra è agli sgoccioli e dovendo guidare resistiamo alla tentazione di chiederne un’altra. Dicono che per vincere la quarta Pogacar non abbia faticato per sbarazzarsi di Seixas, la verità è che il francesino è stato il rivale più coriaceo che Tadej abbia trovato di recente sulla sua strada, al pari di Pidcock alla Sanremo, ma su un percorso mille volte più duro.

C’era l’attesa delle grandi occasioni. Da una parte Tadej, al rientro dopo lo smacco della Roubaix. Dall’altra Seixas, che catalizzava le attenzioni. Poi Evenepoel, che veniva dalla vittoria dell’Amstel e due Liegi in passato le ha comunque vinte. Quindi Pidcock e un discendere di altri nomi in caccia del podio. Alla presentazione delle squadre in Place Saint Lambert schiere di bambini si sporgevano dalle transenne chiedendo l’autografo e chiamandoli tutti per nome. Per la decana di tutte le classiche (prima edizione nel 1892) non mancava neppure un ingrediente.

La Liegi è un continuo fra autostrade e stradine. Quelli bravi li vedono passare anche sei volte, ma quando arrivano alla Redoute di solito si fermano e si godono il passaggio. I tagli standard prevedono invece la sosta a Baraque Frituur, poi alla Cote de Saint Roch di Houffalize, quindi la salita e la discesa dello Stockeu, infine una bella corsa veloce fino al traguardo.

La fuga estemporanea di 52 corridori ha fatto pensare a un grave errore del gruppo inseguitore e lo sarebbe stato se quei corridori si fossero trovati lì per scelta: sarebbe stata una grande imboscata ed Evenepoel ne avrebbe potuto trarre l’occasione per vincere. Invece erano lì per caso e si è visto.

A chi dice che la Redoute sia meno incisiva di un tempo, consigliamo di rivivere l’avvicinamento e poi l’esplosione. Come sul Monte Sante Marie, sulla Cipressa e sul Poggio, come sul Qwaremont, il corridore più forte di tutti i tempi ha sferrato l’attacco più veloce di tutti i tempi, scalando la salita simbolo a 24,2 di media (foto di apertura). Eppure dice che quando si è voltato, sapeva esattamente che Seixas sarebbe stato lì: non si aspettava magari che sulla cima il francese si prendesse il KOM impiegando secondo Velon un secondo meno di lui.

Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco

La resa di Remco

Siamo onesti, con l’ultimo sorso di birra che se ne va, nessuno credeva che Seixas avrebbe potuto staccare Tadej: sulla Redoute era già parso al gancio e quante volte si può morire in sella? Seixas c’è riuscito la prima volta, ma ha dovuto inchinarsi la seconda. E quando anche lui è arrivato a cottura, Tadej ha accelerato da seduto e lo ha lasciato lì. Il gap è ancora notevole, si è visto nelle classiche e probabilmente lo scopriremo nei prossimi Giri: quegli otto anni di differenza pretendono i giusti tempi (lo stesso Pogacar i suoi 2 anni da U23 se li è fatti), ma le prospettive sono pazzesche.

Lo sloveno non ci è parso tiratissimo come alla Sanremo, osservandolo nelle interviste e poi in bici sembra avere ancora quel di più che forse gli è servito alla Roubaix. Oppure passando dalle pietre alle salite, ha lavorato sulla forza. Di certo la forza l’ha usata con disinvoltura: ha aumentato la cadenza e ha costretto Seixas alla resa.

Dietro di loro, Evenepoel ha mostrato ancora una volta il fianco e poi nella conferenza stampa del dopo gara, è parso quasi in imbarazzo nel dover giustificare la sua prova opaca. C’è stato molto più spirito nei tentativi di Skjelmose che nella sua volata per il terzo posto. Chissà se il suo professionismo sbalorditivo a 18 anni non gli abbia imposto un limite di sviluppo che ora si sta palesando. Magari non è vero e Remco ci sbalordirà ancora, però se fossimo nei panni di Seixas e di chi lo gestisce, un pensierino lo faremmo.

Tour of the Alps 2026, nazionale, Italia

La nazionale al TotA: un bagaglio di esperienze per il futuro

03.05.2026
5 min
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TRENTO (Tn) – Il Tour of the Alps ha rappresentato la corsa d’esordio per la nazionale di Roberto Amadio, il nuovo cittì ha avuto modo di riprendere dimestichezza con l’ammiraglia e vivere il gruppo da dentro. Osservare e prendere appunti, con l’obiettivo di costruire una nazionale forte per affrontare al meglio gli impegni futuri che ci porteranno prima in Canada e poi in Slovenia. 

Ma la presenza dell’Italia alla corsa dell’Euregio era anche un primo passo verso il progetto di cui Marino Amadori ci parla da qualche mese. Aprire le porte della nazionale agli atleti under 23, in modo da permettere loro di fare un’attività di rilievo per preparare i vari obiettivi stagionali. Il primo di questi sarà il Giro Next Gen, del quale non si conosce ancora nulla. 

Tour of the Alps 2026, nazionale, Italia
La nazionale azzurra insieme al presidente della Federciclismo Dagnoni all’ultima tappa del TOTA

Qualcosa di nuovo

Dei sette atleti portati in corsa tra i professionisti sei di loro erano per l’appunto under 23, tutti ragazzi delle formazioni continental che hanno avuto modo di confrontarsi con i professionisti in una delle corse a tappe più impegnative del calendario. 

«Sapevamo di trovare un livello molto alto – ci ha detto Marino Amadori nell’ultima tappa – ma l’intento con il quale siamo venuti qui era chiaro: permettere a questi atleti di fare esperienza su certi percorsi. Durante la stagione under 23, in particolare in Italia, è difficile trovare gare con salite di questo genere. C’è il Giro della Valle d’Aosta o il Giro Next Gen, ma altrimenti non si trovano da nessuna parte».

Fatica e test

Per arrivare pronti agli appuntamenti appena citati dal cittì della nazionale under 23 serve però mettere chilometri nelle gambe e fare un certo tipo di attività. E se è vero che i devo team hanno modo di far correre i loro atleti in queste corse grazie alla regola che permette loro di portarli tra i professionisti, è altrettanto importante dare agli atleti delle formazioni continental la stessa occasione. 

«Permettere a questi atleti – continua Amadori – di mettersi alla prova su salite da 15 o 20 chilometri penso sia utile per la loro crescita futura e la programmazione dei prossimi impegni. Sapevamo che avremmo trovato squadre WorldTour con atleti che stanno preparando il Giro d’Italia, diciamo che i nostri giovani hanno fatto un po’ di dietro motore (ride, ndr). Alcuni di loro hanno fatto registrare i migliori valori sui venti, trenta e quaranta minuti». 

Tour of the Alps 2026, Marino Amadori
Marino Amadori, che ha seguito il TotA dall’ammiraglia, si è detto soddisfatto della prestazione dei suoi ragazzi
Tour of the Alps 2026, Marino Amadori
Marino Amadori, che ha seguito il TotA dall’ammiraglia, si è detto soddisfatto della prestazione dei suoi ragazzi

Costruire

Nell’unica tappa che si è poi dimostrata aperta a diversi scenari, la prima a Innsbruck, i ragazzi della nazionale si sono fatti trovare pronti. L’obiettivo poi era quello di continuare e di portare a termine la settimana di gara, macinando quei chilometri utili per costruire e migliorare ancora in chiave futura. 

«Questi sforzi – spiega il cittì – torneranno utili per le prossime gare e in prospettiva Giro Next Gen. Qualcuno di loro correrà ancora, altri invece ora riposeranno per metabolizzare il lavoro fatto e poi andranno in altura. Per Giro Next Gen e Tour de l’Avenir vedremo come programmare il lavoro della nazionale». 

«Ma sento di poter dire – dice ancora – di aver avuto ottime risposte anche in chiave mondiale ed europeo. Per me era importante vedere come questi ragazzi si sarebbero comportati in un contesto di alto livello, e ne sono soddisfatto. Su certi percorsi misti, come nella prima tappa, eravamo presenti e ho avuto ottimi riscontri». 

Tour of the Alps 2026, Giulio Pellizzari, Roberto Amadio
Pellizzari, qui a colloquio con Amadio, è uno dei ragazzi che ha lavorato di più insieme alla nazionale quando era U23
Tour of the Alps 2026, Giulio Pellizzari, Roberto Amadio
Pellizzari, qui a colloquio con Amadio, è uno dei ragazzi che ha lavorato di più insieme alla nazionale quando era U23

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Il Tour of the Alps si è poi chiuso con la vittoria di Giulio Pellizzari, che nel corso degli anni da under 23 ha avuto modo di crescere e imparare grazie al lavoro fatto con la nazionale e il cittì Amadori. Un segno che con programmazione, lavoro e i giusti passi, si può arrivare ovunque.

«Ai ragazzi in questi giorni – conclude – ho detto che tanti dei corridori con i quali si sono confrontati in queste tappe sono passati dalla nazionale, facendo ottimi risultati anche in maglia azzurra. Ora sono nel WorldTour, e mi auguro che anche quelli che hanno corso con me qui al Tour of the Alps possano un giorno arrivare nel professionismo e giocarsi le loro chance».

Decathlon-CMA tira per il leader Seixas

Leader vincente, gregari leoni. Ce lo spiega Dario Cataldo

03.05.2026
6 min
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In questo scorcio di primavera, analizzando i vari ordini d’arrivo abbiamo notato che i corridori della Decathlon-CMA sono più presenti nelle posizioni di vertice rispetto all’anno scorso. O comunque nella prima metà delle varie graduatorie. Ma non è stato tanto questo aspetto a colpirci, quanto piuttosto il fatto che, quando c’è in corsa il giovane leader Paul Seixas, i portacolori del team francese siano più presenti nell’economia della corsa stessa. Più protagonisti, più attivi. In una parola: più forti.

Alla Liegi hanno contribuito moltissimo a chiudere sulla fuga con Remco. Alla Freccia hanno controllato tutto il giorno e ai Paesi Baschi hanno sempre avuto tutto sotto controllo.

Eppure quei corridori sono più o meno gli stessi di un anno fa. Quel che è cambiato è il leader. E che leader: Paul Seixas è cresciuto a dismisura. Così abbiamo chiamato in causa Dario Cataldo, oggi direttore sportivo della XDS-Astana, che in carriera di capitani ne ha visti parecchi. E per loro ha anche lavorato. Magari anche nella stessa squadra che, di punto in bianco o da una corsa all’altra, si ritrovava con un super leader.

Dario Cataldo, diesse XDS-Astana, leader
Dario Cataldo (classe 1985): da Nibali a Valverde, passando per Froome e Wiggins ha sempre avuto dei leader vincenti
Dario Cataldo, diesse XDS-Astana, leader
Dario Cataldo (classe 1985): da Nibali a Valverde, passando per Froome e Wiggins ha sempre avuto dei leader vincenti
Dario, cosa cambia nella mente di un gregario, o forse meglio dire di una squadra, quando c’è un leader così forte che dà queste garanzie?

Cambia tutto, perché l’approccio alla gara è completamente diverso. Sai che la posizione in gruppo che devi mantenere è diversa: non si corre in difesa, ma si sta sempre nelle prime posizioni. Sai che comunque il resto del gruppo conosce quella posizione che prenderà la tua squadra e quindi c’è anche una sorta di rispetto automatico. Quando quel team va davanti a schierarsi, gli altri sanno che lo fanno per un motivo ben preciso. E soprattutto sei consapevole che il tuo leader, il tuo capitano può finalizzare… non solo fare bene.

Questo approccio diverso, vale per tutti i gregari?

Ci sono corridori che hanno fatto tutta la loro carriera così, lo sanno fare bene a prescindere. Ma con un leader super trovano una motivazione, una responsabilità, extra. Poi ci sono anche altri corridori che spesso cercano il risultato per se stessi o provano comunque a fare qualcosa di diverso. Perché, se non hai un leader che dà garanzie, cerchi un pochettino il tuo spazio. Se sei consapevole che altri sono più forti di te devi gestirti molto di più, devi stare molto più attento e quindi corri in modo diverso. Nel momento in cui hai un leader forte, che sai che può vincere, parti per raggiungere il successo con lui. Senti una responsabilità: non puoi sbagliare, non puoi permetterti che il piano del team venga rovinato perché, nella catena di lavoro e dei compiti assegnati, manchi tu. Tutti sono molto più responsabilizzati, molto più motivati per il risultato.

La Sky ha dominato la scena negli anni 2010 grazie a super leader e squadroni compatti
La Sky ha dominato la scena schierando formazioni monster tra il 2012 e il 2019. Solo Nibali nel 2014 ha rotto il loro dominio
Ti è capitato in carriera uno switch così? Magari quando sei passato a tirare per Nibali che all’epoca dava garanzie di successo…

Sì, ovviamente mi è capitato tantissime volte e in diverse squadre. Quando correvo in Sky, ad esempio, per le gare a tappe eravamo sempre molto preparati. Però c’erano situazioni in cui non avevamo il leader assoluto per la classifica come potevano essere Wiggins o Froome, e quindi diventava tutto un po’ disorganizzato. In quel caso non era più lo squadrone che eravamo abituati a vedere. Quando c’è un leader che fa la differenza, la squadra è molto più unita. Penso anche ai tempi della Movistar, quando nelle corse c’era Valverde: Alejandro era un leader indiscusso. Direttamente o indirettamente dava più ordine.

Restando a Seixas e alla Decathlon, nel caso il francese dovesse restare, come ci diceva Roche qualche giorno fa, sarà più facile far arrivare altri buoni corridori, ma disposti ad aiutare?

Un leader così forte fa aumentare automaticamente il livello della squadra, perché si concatenano una serie di eventi. Avere un capitano così in vista aumenta l’appetibilità per gli sponsor, di conseguenza cresce il budget e il potere per ingaggiare corridori, offrendo anche contratti importanti. Quindi quel team può prendere atleti di spessore maggiore, che siano loro stessi leader o fortissimi gregari. E tutto questo fa sicuramente crescere la squadra. Il discorso è un filo più borderline quando devi trovare un gregario di lusso per un leader così forte.

Lo stesso discorso vale anche per i velocisti o i leader per le classiche. Pensiamo al treno della Saeco per Cipollini. O ai ragazzi della Alpecin quando c’è VdP
Lo stesso discorso vale anche per i velocisti o i leader per le classiche. Pensiamo al treno della Saeco per Cipollini. O ai ragazzi della Alpecin quando c’è VdP
Cioè? Spiegaci meglio…

Facciamo l’esempio massimo: Tadej Pogacar e i suoi gregari. Quando corridori che potrebbero conquistare Grandi Giri diventano gregari, subentra anche un discorso psicologico. Quel corridore deve essere capace di capire qual è il suo posto, qual è il suo spazio in quel momento. Deve uscire dall’ottica del leader ed essere consapevole che ci sono occasioni in cui deve correre in appoggio e altre in cui può avere spazio per sé. Ma è difficile per qualcuno accettare quel tipo di ruolo: diventa un discorso personale, soggettivo, legato a quello specifico individuo e al suo modo di affrontare la carriera.

E si smussa questo aspetto del carattere? Ci deve lavorare di ago e filo il direttore sportivo oppure tocca al corridore adattarsi?

Direi entrambe le cose. A prescindere, bisogna lavorarci, perché per quanto uno possa essere una persona disponibile, l’istinto, specialmente quando si è abituati a stare in prima fila, ti porta a voler cercare di esprimerti. Con alcuni serve lavorarci di più, con altri è sufficiente qualche parola giusta. Ma con altri ancora diventa quasi impossibile: diventa una lotta, qualcosa che sembra iniziare a funzionare dopo tanto lavoro e invece poi emerge quell’indole ribelle che non vuole piegarsi. Mi viene in mente l’Ayuso di turnoIn questi casi il carattere del gregario può fare la differenza tra far funzionare quel meccanismo oppure no.

Dario Cataldo, Miguel Angel Lopez.Vuelta Espana 2018
Dario Cataldo fu costretto a rinunciare al suo sogno per aiutare Miguel Angel Lopez. Un leader si tutela anche così
Dario Cataldo, Miguel Angel Lopez.Vuelta Espana 2018
Dario Cataldo fu costretto a rinunciare al suo sogno per aiutare Miguel Angel Lopez. Un leader si tutela anche così
Chiudiamola con un aneddoto, Dario. Raccontaci di una volta in cui magari sei riuscito a dare un extra per il tuo leader. Magari un gregario è venuto meno e ti sei sobbarcato anche il suo lavoro…

L’aneddoto che mi viene in mente non è legato tanto uno sforzo extra, quanto ad un ordine che ho dovuto eseguire in un momento particolare.

Vai, racconta…

Giro d’Italia del 2019. Ero in fuga, avevamo 13 minuti di vantaggio e c’erano le condizioni per arrivare fino in fondo. Finalmente avevo una chance concreta per vincere una tappa, dopo tanti anni che ci provavo. Dietro però aveva attaccato il nostro leader, Miguel Angel Lopez. Ebbene, mi sono dovuto fermare, rinunciare a quell’obiettivo per poter dare una mano a lui, per quanto potessi oltretutto. Perché poi è stato un aiuto anche abbastanza breve. Però ho rinunciato a un obiettivo personale perché ero consapevole che avevo un leader che potenzialmente poteva vincere o comunque fare podio al Giro d’Italia. Un po’ come fecero con Scarponi che fu stoppato per aspettare Nibali.

Tour of the Alps 2026, Giulio Pellizzari

Giulio Pellizzari e il Giro, i margini e i punti di forza

02.05.2026
7 min
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Anche se lo scorso anno la Red Bull-Bora ha deciso con un colpo di mano di rimpiazzare la maggior parte dello staff tecnico che negli ultimi anni aveva fatto grande la squadra – da Aldag a Gasparotto passando anche per alcuni preparatori – pochi conoscono Giulio Pellizzari come Paolo Artuso, che lo ha accolto al passaggio dalla Bardiani e lo ha allenato fino al 2025, fino a cogliere la prima vittoria alla Vuelta.

Noi gli abbiamo chiesto se a suo avviso il corridore che abbiamo visto vincere e commuoversi al Tour of the Alps abbia ancora dei margini, ora che è atteso dal Giro d’Italia e il livello della sfida sarà così alto.

«Era questione di tempo – dice il veneto parlando della vittoria al Tour of the Alpsil ragazzo è forte, gli avversari erano forti, però non sono stupito. Mi aspettavo magari che andasse leggermente meno in previsione del Giro d’Italia, ma sono sicuro che riuscirà a fare ancora un altro piccolo step. So che ora sta facendo il Top Up Camp come rifinitura in previsione del Giro d’Italia, non so dove, e questo gli darà qualcosina in più».

Artuso è certo che Giulio Pellizzari vivrà nei prossimi anni un importante sviluppo fisiologico
Artuso è certo che Giulio Pellizzari vivrà nei prossimi anni un importante sviluppo fisiologico
Artuso è certo che Giulio Pellizzari vivrà nei prossimi anni un importante sviluppo fisiologico
Artuso è certo che Giulio Pellizzari vivrà nei prossimi anni un importante sviluppo fisiologico
Ha raccontato che sarebbe andato in Val Senales.

Dovevamo andarci l’anno scorso, poi alla fine si decise di no per farlo crescere con calma: quest’anno è il momento giusto. A livello di stimolo fisiologico per aumentare il numero dei globuli rossi, fare più alture durante l’anno ti dà qualcosina in più rispetto a farne una solamente. Andare su per l’ultima volta prima del Giro serve per mantenere i valori del sangue o addirittura aumentarli.

Top up camp significa che si va più in alto del solito, ma per meno giorni?

Se sono andati in Val Senales, sono anche belli alti. Non più a 2.000-2.100, ma saranno a 2.800-3.000 metri. Sicuramente i carichi di lavoro non saranno altissimi, perché se sono a 3.000 metri dopo un Tour of the Alps così impegnativo, dove sono andati veramente forte, probabilmente dovrà solamente recuperare e fare qualche rifinitura.

A vederlo dal vivo e dalle immagini, Giulio dà l’idea di un atleta ancora in via di definizione. E’ davvero così?

Sicuramente crescerà ancora. Al cento per cento, nei prossimi anni migliorerà ancora tanto, sarà un’evoluzione naturale. Non so se stia facendo ancora palestra, con me la faceva, ma comunque il potenziamento si può fare anche in bicicletta. Crescerà un po’ oggi, un po’ domani, un po’ il mese prossimo, un po’ alla fine dell’anno… Arriva tutto da sé, anche lo sviluppo fisico, perché è vero che gli manca ancora qualcosina.

Abbiamo visto Giulio fare la differenza con la cadenza di pedalata, non tanto con il rapporto…

No, non credo che gli manchi il rapporto perché se va su a 400 watt, sono sempre a 400 watt. Il fatto è che lui il rapporto lo gira veloce. Che vada su a 80 come a 95 pedalate, i watt sono sempre 400. L’unica cosa che cambia un po’ è il dispendio energetico. Più vai agile, più spendi energia. Certo risparmi a livello muscolare e questo è il lavoro che si fa in allenamento. Ognuno si attesta alla propria cadenza ottimale.

Van der Poel, Tirreno 2026
I due ottimi sprint della Tirreno (qui con Del Toro e Van der Poel) non sono causali, ma si devono a precise caratteristiche di potenza di Giulio
Sprint fra Van der Poel, Pellizzari e Del Toro a San Gimignano, seconda tappa della Tirreno 2026
I due ottimi sprint della Tirreno (qui con Del Toro e Van der Poel) non sono causali, ma si devono a precise caratteristiche di potenza di Giulio
Da cosa dipende?

E’ più una questione di coordinazione neuromuscolare, di come sei stato abituato da bambino. E’ ovvio che quando vai a tutta, se sale la cadenza, cresce anche l’apporto di ossigeno ai distretti muscolari, perché a ogni pedalata c’è una vasocostrizione parziale momentanea, dovuta alla contrazione muscolare. Il principio iniziale delle SFR non era fare forza, ma far durare di più la contrazione. Per cui quando il muscolo è contratto, c’è anche una vasocostrizione dei vasi: più vai agile e meno dura la contrazione. Meno dura la contrazione e più ossigeno ti arriva.

Giulio continua ad accelerare da seduto, non si alza spesso sui pedali. Su quello si lavora oppure è la sua caratteristica?

Va bene così, è anche una questione di fibre muscolari. Se guardiamo anche la prima tappa che ha vinto al Tour of the Alps, lui nei primi attacchi non c’era. Ha preso la salita in progressione. E anche quando ha vinto alla Vuelta, si era staccato. Ma non era successo perché non ce la faceva, semplicemente si era gestito.

Perché succede?

Giulio ha la curva di potenza abbastanza piatta: parliamo dell’esprimere un determinato picco di potenza in un determinato intervallo di tempo, che siano 5 secondi o 10 minuti. Lui ce l’ha costante ed ecco da un lato magari non risponde subito alle accelerazioni, ma in compenso riesce a fare anche delle buone volate, come alla Tirreno e al Tour of the Alps. Nelle volate fra corridori ormai stanchi, lui emerge più facilmente perché in finale non ha cali clamorosi.

Dipende da questo la sua abitudine a prendere le salite da dietro e poi a rimontare?

Esatto, fa così e poi recupera con il suo passo che è incredibile, capito? Nel caso di Giulio si ragiona sul fatto di dover andare dal punto A al punto B più velocemente possibile e in questo il suo motore è uno dei più veloci del gruppo, ma appunto deve gestirsi.

Aver tenuto a lungo la maglia di leader è stato utile per abituare ulteriormente Giulio alla pressione
Aver tenuto a lungo la maglia di leader è stato utile per abituare ulteriormente Giulio alla pressione
Artuso è certo che Giulio Pellizzari vivrà nei prossimi anni un importante sviluppo fisiologico
Aver tenuto a lungo la maglia di leader è stato utile per abituare ulteriormente Giulio alla pressione
Si fa sempre il confronto con i coetanei, con Del Toro. E’ un’impressione il fatto che il messicano sembri anche più precoce fisicamente e che Giulio sia in linea per recuperare?

Lo penso anche io. Secondo me è anche questione di quanto hanno lavorato da giovani. Giulio da junior ha lavorato il giusto, non ha esagerato e questo te lo ritrovi negli anni successivi. E’ stato bravo Massimiliano Gentili a tutelarlo e poi anche la Bardiani ha lavorato alla grande. Gli ha fatto fare un calendario corretto e l’ha buttato nella mischia del Giro d’Italia un po’ la volta. Stessa cosa con le alture.

Vale a dire?

Era arrivato dalla Bardiani che faceva le alture di due settimane. Un’altura all’anno o due, quella estiva. Anche questi sono tutti margini che ti rimangono per il seguito, perché se io inizio a fare cinque alture all’anno, non c’è niente da fare: a un certo punto sono meno efficaci.

Senza contare che anche mentalmente ti svuotano?

Prima era così, però magari adesso le squadre equipaggiate tipo la Red Bull pensano anche alla parte mentale e così, se c’è da portare la fidanzata o altro, ti assecondano. Quindi se i ragazzi stanno bene in altura, è tutto a posto. Ma se a livello fisiologico inizi a fare quattro alture all’anno, dopo un po’ non ti fa più niente, quindi devi alzare ancora l’asticella. E come fai? Ci sono due modi: o prolungo il tempo, quindi invece di stare tre settimane, passo a quattro. Oppure aumento la quota

Con Giulio è stato fatto?

L’anno scorso in estate eravamo andati nella parte più alta di Tignes, a 2.500-2.600 metri. E finalmente a livello di percezione, anche Giulio ha cominciato a dire che sentiva gli effetti dell’altura. Faceva fatica a recuperare come le prime volte che era salito in alto. Ormai fanno tre blocchi di altura, che sono due mesi abbondanti all’anno: è chiaro che si abituano. Ed è lo stesso discorso che si fece l’anno scorso con Giulio prima della Vuelta.

Vuelta 2025, arrivo all’Alto de el Morredero: per Giulio Pellizzari arriva la prima vittoria da pro’ con un attacco a 3,5 chilometri dall’arrivo
Vuelta 2025, arrivo all’Alto de el Morredero: per Giulio Pellizzari arriva la prima vittoria da pro’ con un attacco a 3,5 chilometri dall’arrivo
Se andare o non andare, giusto?

Si ragionava se fare un’altura in più prima di andare in Spagna. Siamo stati lì a discutere per settimane: Giulio, il capo della performance ed io. Concludemmo che a livello fisiologico, gli avrebbe fatto bene, però il nostro obiettivo non era fare la classifica e se pure fosse arrivato un buon piazzamento, non sarebbe cambiato nulla. L’obiettivo era vincere una tappa, perché doveva ancora vincere e sbloccarsi. Per questo gli risparmiammo quello stimolo dell’altura che sarebbe stato il quarto dell’anno. Siamo andati alla Vuelta con un’altura in meno, consapevoli che non era ideale per la classifica, ma lo era per Giulio, per il suo futuro e per il suo obiettivo di vincere una tappa, che infatti arrivò.

Secondo te il Giulio Pelizzari del 2026 ha il recupero per puntare al podio del Giro d’Italia?

Secondo sì, me può fare podio al Giro. Poi è vero che in un Grande Giro bastano due minuti di distrazione e butti via tutto, ma lui ha le basi per fare bene. Ha corso per due volte il Giro e una la Vuelta, ha fatto tre Grandi Giri, quindi non è proprio di primo pelo. Sa cosa vuol dire e sa anche tenere la pressione, perché ha indossato la maglia bianca per un bel pezzettino. Stessa cosa al Tour of the Alps, che gli ha fatto tanto bene.

Ci sarà da vedere come si pone nei confronti di Vingegard, che sarà il faro?

Sì, sulla carta Jonas è più forte, c’è poco da fare. Ma credo che il podio sia alla portata di Giulio. Avrà accanto Hindley con cui va d’accordissimo e che ormai si è italianizzato. E poi i due minuti storti possono capitare a tutti, anche a quelli più forti, l’importante è farsi trovare pronti.

Alex Zanardi

Alex Zanardi, gigante nello sport e nella vita

02.05.2026
5 min
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Tokyo, 2 settembre 2021: la prima Paralimpiade di una giovanissima bici.Pro. Pur non scendendo in pista, Alex Zanardi era lì con noi, nei pensieri e nei cuori di tutti. Emozionante, dopo l’oro del terzetto composto da Paolo Cecchetto, Luca Mazzone e Diego Colombari, nell’autodromo del Fuji, sentire echeggiare il suo nome sul podio, non solo dalle bocche dei tre azzurri, ma anche dai compagni di podio francesi e statunitensi. Neanche a dirlo, nelle interviste dopo la gara dei vincitori, la dedica era tutta per lui che, due anni e una pandemia prima, aveva studiato nel minimo dettaglio ogni centimetro di quel circuito, proprio come faceva da pilota.

Ecco, questo momento è ciò meglio spiega quello che Alex Zanardi è stato e continuerà ad essere per il movimento paralimpico. Non soltanto le medaglie, tantissime di cui ben otto d’oro alle Olimpiadi, nell’handbike, ma la capacità di condivisione e diffusione di un intero emisfero che, in Italia, è esploso grazie alle sue imprese, ai suoi racconti e alla sua voglia di far sembrare facile anche l’impossibile.

Alex Zanardi
Alex Zanardi tra i compagni di staffetta a Rio 2016 (foto Mauro Ujetto)
Alex Zanardi
Alex Zanardi tra i compagni di staffetta a Rio 2016 (foto Mauro Ujetto)

Londra e Rio

Le tre gemme alla Paralimpiade di Londra 2012 (come la prima della foto di copertina di Mauro Ujetto), ottenute nel circuito di Brands Hatch dove aveva corso da pilota, nella vita precedente prima del terribile incidente del Lausitzring il 15 settembre 2001.

Poi ancora un altro tris ai Giochi, anche questa volta con due ori e un argento, a Rio 2016, anche qui, ironia della sorte, su strade che erano state teatro di una corsa automobilistica che l’aveva visto persino firmare una pole position. Il giorno del secondo posto nella prova in linea nella città carioca, assistemmo alla scena in cui un tifoso locale gli allungò proprio il biglietto di quando firmò il miglior tempo da pilota e Alex, stupefatto e in tutta la sua semplicità, chiese se potesse tenerlo. In cambio, oltre le transenne, allungò la mascotte dei Giochi coi capelli d’argento, appena ricevuta sul podio. Poi si girò e disse: «Meglio così, tanto quel peluche avrebbe preso soltanto polvere su uno scaffale, mentre questo pezzettino di carta posso portarmelo sempre con me nel portafoglio».

Una semplicità mostrata anche tre giorni prima, quando nemmeno lui si accorse di aver vinto la cronometro, gara inaugurale della categoria H5 in Brasile. Quando se ne rese conto si trovava già in zona mista e così, proprio davanti a noi, ripeté il gesto iconico di Londra e alzò festante il suo mezzo in cielo, tra gli applausi dei presenti. Sempre A Rio Alex si ripeté coi compagni Vittorio Podestà e Luca Mazzone nella prova corale che concluse la sua avventura ai Giochi, regalando ancora un altro sorriso a tutta la delegazione italiana e non solo.

Oltre lo sport

Il cuore d’oro di Alex l’abbiamo saputo apprezzare in molti. Non si è dedicato soltanto a vincere le gare sull’asfalto, ma si è fatto ambasciatore del suo nuovo sport e ha portato il paraciclismo e la Nazionale azzurra verso livelli mai raggiunti prima, trasformandola nel riferimento di tutto il movimento internazionale.

Non contento, Zanardi ha creato Obiettivo3, società con l’obiettivo di far apprendere e diffondere la pratica sportiva di ogni tipo tra i disabili e ad aiutarli soprattutto a capire come e da dove iniziare. Oggi grazie alle tante iniziative sul territorio, tra cui la staffetta Obiettivo Tricolore, che lo scorso autunno è giunta alla quinta edizione, sono tantissimi i ragazzi e le ragazze che si sono avvicinate allo sport senza lasciarsi frenare dalla loro disabilità e, alcuni di loro, in questo momento, stanno sognando i prossimi Giochi di Los Angeles 2028 con indosso la maglia biancoblù.

Oltre ad essere un modello, Alex è sempre stato un combattente. Non mollava mai da pilota e l’ha fatto ancor meno da campione paralimpico, declinando la sua handbike in tutte le sfide possibili e immaginabili.

Non fossero bastate le maglie arcobaleno di campione mondiale e i podi ai Giochi Paralimpici, eccolo lanciarsi alla 24h di Feltre in mezzo alle biciclette tradizionali oppure ancora alla Maratona delle Dolomiti. Vederlo spingere con forza in salita e pennellare curve nelle discese del Sellaronda è qualcosa che tanti appassionati porteranno sempre nel cuore. E ancora gli Ironman di Kona, una delle prove più sfiancanti dello sport, conquistate, così come la Maratona di New York, sempre col sorriso sulle labbra.

Alex Zanardi
Un momento indimenticabile per noi. A Rio 2016, Alex scopre di aver vinto la medaglia d’oro e solleva al cielo la sua hand bike
Alex Zanardi
Un momento indimenticabile per noi. A Rio 2016, Alex scopre di aver vinto la medaglia d’oro e solleva al cielo la sua hand bike

Ciao Alex

Il testamento ciclistico e sportivo in generale di Zanardi è nella testa e nel cuore di tanti giovani ciclisti che, sognando i prossimi traguardi, guardano a quello che lui ha saputo conquistare e condividere con tutti. Perché una delle cose più belle di Alex in questo mondo sempre più schiavo dei social network e della tecnologia, era di voler metterci quel tocco umano nel dare un consiglio, una carezza, un suggerimento anche a chi non avesse il talento che ha sempre pervaso il campione emiliano.

Uno dei suggerimenti, ma forse esempio, che ci viene in mente è quello che lui stesso battezzò la regola dei cinque secondi. «Quando credi di essere a tutta, che stai per mollare, tieni duro altri cinque secondi. Arrivato a quei cinque tieni duri altri cinque. E cinque ancora…».

All’abbraccio del Comitato Italiano Paralimpico e della Federciclismo e di tutti voi appassionati che avete applaudito e ammirato a bocca aperta le sue imprese ci uniamo anche noi di Bici.Pro. Alex Zanardi è stato un punto di riferimento e un elemento ricorrente nel raccontare le gesta dei suoi successori nel ciclismo paralimpico. Un grazie dunque anche da parte nostra, campione e amico fraterno.