C’è un filo neppure troppo sottile che in apparenza unisce Pogacar, Del Toro e Seixas. E se l’origine (ciclistica) comune può essere considerata la vittoria al Tour de l’Avenir, il loro sviluppo successivo parla di velocità e storie completamente diverse. I numeri del francese al Giro dei Paesi Baschi hanno stupito. La partecipazione non era quella degli anni migliori, ma i distacchi cui Seixas ha relegato i rivali e la determinazione con cui li ha attaccati a ogni occasione hanno lasciato di sasso chi lo ha seguito in questi ultimi anni. Fra questi c’è, Marino Amadori, cittì azzurro degli U23, che se lo è trovato avversario all’ultimo Tour de l’Avenir.
«Seixas è cresciuto di brutto – comincia Amadori – dico la verità: è forte, ma quest’anno sta facendo delle cose super. In Spagna li ha messi tutti a bagnomaria. Poi bisogna vedere in che condizioni fossero effettivamente gli altri, però lui sta andando molto, molto forte. Allo scorso Tour de l’Avenir si vedeva che avesse qualcosa in più, quando partiva ci lasciava là. E poi si è confermato saltando i mondiali di Kigali, ma facendo terzo agli europei con i professionisti».


Al livello dei migliori
Quel che colpisce è la naturalezza del lionese, che compirà vent’anni il 24 settembre. La sua facilità nel portare certi attacchi è disarmante, al punto che la Francia da un lato pensa (a buon diritto) di aver trovato l’uomo giusto per riprendersi certi traguardi (l’ultimo Tour transalpino è del 1985) e dall’altro trema per la prospettiva che il ragazzino venga preso da squadroni d’altra bandiera e ingabbiato in schemi meno… spettinati.
«E’ incredibile – ha detto Seixas – vincere il Giro dei Paesi Baschi era l’obiettivo iniziale e farlo in questo modo, con tre tappe, è magnifico. Ho dimostrato per tutta la settimana di essere forte, che piovesse o facesse un caldo torrido. Non ho ceduto. Era proprio quello che volevo testare, per vedere se ero migliorato in quell’aspetto, e la conferma c’è stata, quindi è fantastico.
«Sto seguendo le orme di alcuni dei più grandi corridori di questo sport. Devo però ammettere che qui alcuni non c’erano, alcuni sono caduti (Del Toro) oppure non sono arrivati in forma (Ayuso). Non penso di essere il migliore, ma so di poter competere con loro, di poter correre nelle posizioni di testa con ambizione. Sì, posso competere con i migliori».


Una crescita bruciante
Amadori ha la sensazione di trovarsi di fronte a un altro corridore rispetto al ragazzino che lo scorso anno al Tour de l’Avenir è sembrato lottare ad armi pari con i coetanei. Aver chiuso la classifica con i primi quattro racchiusi in un minuto poteva essere il segno di una superiorità normale, non certo schiacciante come quella che Seixas ha messo in mostra in Spagna.
«Al Tour de l’Avenir era abbastanza impulsivo – spiega il cittì degli U23 azzurri – faceva delle azioni improvvise e forse era normale in un contesto di corridori della stessa età. Ai Paesi Baschi ha fatto delle azioni mica da ridere, è partito a 60-70 chilometri all’arrivo. Penso che dall’anno scorso sia cresciuto tantissimo. Deve capire qual è il suo limite, quanto può migliorare ancora, perché ha 19 anni e non è tutto scontato come si crede ora. Di certo, per quel che si vede, è un’eccezione.
«Prendiamo ad esempio Tadej (Pogacar, ndr) – ancora Amadori – che è cresciuto anno per anno e sta continuando a farlo. Da under 23 era bravo, ci mancherebbe altro. Al secondo anno ha vinto il Tour de l’Avenir, però l’anno prima era un buon corridore, con i nostri ragazzi lo abbiamo anche battuto. Poi, anno dopo anno, Pogacar ha salito un gradino. Ma Seixas dall’anno scorso di gradini ne ha saliti due».


Mai sedersi sugli allori
La miglior difesa è l’attacco. Battere il ferro finché è caldo, perché verranno giorni difficili ed è bene vincere quando si può. Il campionario delle interviste di Seixas è un rincorrersi di concetti elementari ma non per questo banali.
«Ho affrontato ogni tappa con una mentalità offensiva – ha detto dopo il successo basco – ho attaccato ogni volta che ne ho avuto l’occasione. E’ così che si vince una corsa, con la mentalità offensiva. Se si rimane sulla difensiva, si finisce per crearsi più problemi che altro. Gli avversari lo percepiranno e cercheranno di attaccarti. Non si deve aver paura di provarci quando ci si sente in forma, dimostrare agli avversari che vincere una tappa non significa adagiarsi sugli allori e che ogni giorno è una battaglia.
«Non mi aspetto nulla meno di questo da loro, questa è la mentalità che bisogna avere. Nel ciclismo, una settimana sei il più forte, la settimana successiva lo è qualcun altro. Mi capiterà sicuramente di trovarmi in situazioni in cui un altro sarà più forte di me o anche più di uno. In quei casi, correrò in modo diverso».


La gestione del talento
In teoria il difficile viene adesso, fa notare Amadori, che ricorda bene le infornate di talenti sbocciati in Francia nelle categorie giovanili e poi sacrificati nell’incauta e frettolosa ricerca di una possibile maglia gialla.
«Io ormai ho i capelli bianchi – dice sorridendo il romagnolo – e dico di stare attenti a questi ragazzi che hanno vent’anni. Seixas farà le classiche delle Ardenne e a questo punto sono curioso di rivederlo contro Pogacar che punta alla vittoria. Non si sa se poi farà il Tour oppure il Giro, ma di certo dopo tanto clamore non è pensabile che vada in Francia a prendere dei 15-20 minuti. Tre settimane sono tante e di giovani corridori francesi bruciati perché portati troppo presto al Tour ce ne sono stati parecchi.
«La situazione di Del Toro è diversa, ma se dovessi fare un confronto fra loro due, viene fuori un bel match, devo dire la verità. Perché anche Isaac fece grandi cose al Tour de l’Avenir. Però nel suo caso, l’ultimo giorno Pellizzari riuscì a tenerlo e vincemmo anche la tappa. Invece quando attaccava Seixas, non l’abbiamo mai tenuto, per capirci, ci ha lasciato là. E’ molto molto bravo e poi va forte a cronometro, che è una cosa grossa. Vincerà il Tour? Può darsi, a patto che evitino di portarlo in contesti più grandi di lui che possono danneggiarlo per sempre».