La classifica UCI non mente: la Francia piazza ben cinque corridori nei primi 30 del ranking. E il più anziano di questi è Kevin Vauquelin, classe 2001. Gli altri sono del 2003, 2004 e persino 2006. Parliamo, in ordine di classifica, di Kevin Vauquelin appunto, Romain Gregoire, Paul Seixas, Lenny Martinez e Paul Magnier. Davvero un bell’exploit.
Cosa succede dunque in Francia? Tra l’altro anche ieri al prologo del Romandia si è imposto un altro galletto, Dorian Godon. Perché questa situazione così positiva? Ne abbiamo parlato con Nicolas Roche, uno che il ciclismo francese lo conosce bene. In realtà è un conoscitore generale del ciclismo: ha lavorato con i giovani, anche come ex direttore sportivo alla Trinity Racing, e ha vissuto a lungo in Francia correndovi da juniores e nei primi anni da pro’.


Dunque Nicolas, cinque francesi nella top 30 del ranking mondiale: cosa succede in Francia secondo te?
Secondo me non è magia: ci vogliono anni e anni di lavoro. Anni complicati per creare una generazione buona e molto spesso questa generazione non va avanti, o non con i risultati sperati. Ce ne sono un paio, forse nessuno, forse uno. Insomma non è detto che possa andare bene. Ma se lavori in un certo modo…
Poi qualcosa cambia…
Esatto. La Francia ha avuto per anni corridori un po’ di classifica, un po’ “a vuoto”. Una volta tolti Bardet, Pinot e mettiamoci anche Gaudu e qualche velocista come Bouhanni o Demare, c’era davvero poco altro. Si è dovuto attendere a lungo un Alaphilippe. E ora invece si ritrovano quei cinque, ma anche Cosnefroy, per dire. Significa che lavorano bene.
Seguiamo l’ordine di classifica: cosa ci dici di Vauquelin?
Nel mondo del ciclismo erano già quattro anni che si parlava di Vauquelin (nella foto di apertura insieme a Seixas, ndr). Io ho avuto la fortuna di commentare per Eurosport la sua vittoria al Tour de l’Haut-Var nel 2022. Era il giovane che arrivava, non si sapeva quanto fosse forte, e da lì è solo cresciuto.


C’è poi Romain Gregoire: altro grande talento, forse un filo sotto le attese sin qui. Attese che però, va detto, erano enormi su di lui in Francia e non solo…
Gregoire è un corridore che avevo scoperto ai tempi della Trinity, nelle gare under 23. In quella categoria vinceva tantissimo, ma soprattutto si vedeva che era capace di fare un po’ tutto. L’anno scorso al Tour era sempre lì, nelle giornate in cui puntava, ma erano le stesse di Van der Poel e Pogacar: non aveva vita facile. Però è un grande atleta e può continuare a crescere. Gregoire è l’esempio della buona scuola francese.
Veniamo a Seixas…
Paul è arrivato e ha spaccato tutto subito, diversamente dagli altri. L’anno scorso parlavamo già di lui, ma lo vedevamo come un prospetto da due o tre anni. Invece no: ha confermato già quest’anno il suo valore, sia nelle corse a tappe, dominando i Paesi Baschi, sia in quelle di un giorno. Abbiamo visto cosa ha fatto anche alla Liegi.
Passiamo a Lenny Martinez: cosa ci dici di lui?
Quando la strada sale Lenny è uno degli scalatori più dotati. Penso che per un po’ soffrirà nelle gare a tappe, specie quelle come il Tour. L’abbiamo visto l’anno scorso: il Tour è una corsa che ti affatica anche nelle tappe di pianura e lì Martinez paga ancora qualcosa. Gli manca un po’ di maturità e forse anche un po’ di struttura muscolare. In quelle tappe spende molto più degli altri e questo non lo agevola per la classifica. Infatti, e credo lo abbia detto anche lui, si concentrerà sulle tappe di montagna. Prima o poi ne vincerà una, perché è davvero un grande scalatore.


E chiudiamo con Paul Magnier…
Magnier è un fenomeno che ha bisogno ancora di un po’ di esperienza. Tra primo e secondo anno ha vinto tantissimo. Solo l’anno scorso mi sembra 15-16 successi. Vero, non ha ancora battuto i grandissimi dello sprint, però è uno che sa vincere, sa correre, è un ragazzo molto valido e ha per me ha la possibilità di poter fare ancora una lunga progressione. Ho lavorato con lui nel 2022 alla Trinity, quando era un mio corridore e so di che talento parliamo.
Prima, Nicolas, hai parlato di scuola francese: è solo una buona generazione o è frutto di un lavoro preciso alle spalle di quella scuola?
Il lavoro ci vuole, le strutture ci vogliono. Le squadre devono avere anche le gare per far crescere i corridori e questo in Francia è molto ben strutturato, tra juniores, under 23 e anche a livello Continental. Questo secondo me è il passaggio chiave. Questo tipo di struttura esiste da sempre in Francia. Mi ricordo già ai miei tempi da juniores: tutto era molto organizzato. Tuttavia questo non significa che ogni anno emerga un campione, però aumentano molto le probabilità. Come dicevo magari ci lavori per anni e non esce nessuno e poi magari arrivano tutti insieme.
Perché?
Quando sei organizzato e lavori bene, prima o poi qualcosa deve arrivare. L’avere tante squadre, fare attività, essere seguiti da giovani… (in Francia c’è anche un buon sistema d’integrazione con la scuola, ndr) conterà pur qualcosa. Chiaro che serve anche un pizzico di fortuna, cioè che proprio quel giovane di talento inizi a pedalare, che poi vada forte in corsa, che abbia voglia di continuare e che cresca senza perdersi. Si devono incastrare tante cose perché tanti corridori possano emergere. Gli inglesi hanno fatto così.


Gli inglesi: continua…
Fino agli anni 2005-2007 c’erano pochissimi britannici. Hanno lavorato tantissimo ed è uscita quella generazione con Bradley Wiggins, Geraint Thomas, Luke Rowe, Steve Cummings… Tutti frutto di quell’investimento. In quel periodo puntavano molto sulla pista, ma il concetto di lavoro era quello. Poi ci sono stati alti e bassi, sono arrivati i gemelli Yates e oggi ci sono ancora tanti inglesi forti. Lo stesso vale per i norvegesi: investimenti, metodo,e il progetto Uno-X. Un progetto partito piccolo, piccolo e ora competitivo con gente capace di vincere persino tappe nei Grandi Giri.
Torniamo a Seixas. Si parla molto del suo futuro. E’ nella squadra giusta secondo te?
Se mi aveste fatto questa domanda dieci anni fa, o anche solo cinque anni fa, avrei detto che doveva cambiare squadra. Oggi invece dico che deve restare. La struttura Decathlon-CMA si sta riorganizzando molto bene. E’ una squadra sempre più internazionale, con risorse importanti per costruirgli attorno un gruppo forte. Secondo me può crescere lì.
Però oggi chi ha grandi gambe finisce spesso alla Visma-Lease a Bike o alla UAE Emirates…
Vero, ma credo ci sia anche un certo romanticismo nel restare in Francia per Seixas. Tra l’altro è talmente giovane che può permetterselo, anche se dovesse rischiare. Però quello è un team che esiste da quasi 40 anni, si è rinnovato profondamente, anche sul piano tecnico e della preparazione. Sono andate via alcune figure storiche, vedi Vincent Lavenu, e sono arrivate persone nuove, come Rowe per le classiche. La Decathlon-CMA sta vivendo un cambiamento importante, che richiede tempo però: non è qualcosa che si fa dalla sera alla mattina. Dovranno prendere corridori per supportarlo già dal prossimo anno, ma ne hanno la capacità anche economica. E poi quando hai un talento così diventa anche più facile attrarre atleti di livello e convincerli a venire.