Uno di noi in Olanda, nella casa della Jumbo-Visma

24.11.2022
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Wout Van Aert ci dà il benvenuto quando entriamo nel Service course della Jumbo-Visma. Il Van Aert è ad altezza naturale ed è di cartone! Di fronte a lui subito una serie di trofei e maglie.

Olanda meridionale, circa 80 chilometri a sud di Amsterdam, siamo ad s-Hertongenbosch. «Ma qui la chiamiamo Den Bosch», ci dice subito Ard Bierens, addetto stampa che fa gli onori di casa. «La pronuncia è un po’ complicata e credo che neanche gli olandesi la conoscano col vero nome!».

Sul Col du TJV

Capannoni super moderni in vetro e cemento e costruzioni hi-tech contornano la parte orientale  di “Den Bosch”, quella che divide il centro dalla campagna. Vicino c’è un canale, sul suo margine scorre neanche a dirlo una pista ciclabile. Appena scendiamo dalla macchina, su quella pista passa una serie di ragazzi in bicicletta. Questa immagine con la pianura e una pala eolica in lontananza ci fa pensare: «Okay, l’Olanda in una foto!».

Appena entrati, prima del caffè, lo stesso Ard ci fa fare un tampone. Qui i protocolli ci sono ancora. Sbrighiamo questa pratica in uno degli uffici al piano superiore. Vi si accede con una scala… anzi attraverso un colle!

Se l’Olanda è il cuore dei Paesi Bassi, un motivo ci sarà. Pensate che siamo praticamente a quota zero. Forse un metro sul mare. Quasi come sul Muro di Sormano, nella parte verticale degli scalini ci sono le quote con la variazione di quota… espressa in millimetri! Fino ad arrivare ai ben 4.200 millimetri del Col du TJV (Team Jumbo Visma)! Insomma al piano superiore.

Due piani

La stessa scala, come un po’ dappertutto, è contornata di trofei. Ci sono anche il “nostro” Tridente della Tirreno-Adriatico e qualche maglia rosa qua e là. Ci sentiamo stranamente orgogliosi di quei premi.

«L’edificio ha un anno – ci dice Ard, mentre ci fa da Cicerone – nel tempo siamo cresciuti molto. All’inizio eravamo un piccolo team. Compresi i corridori eravamo una settantina di persone. Ora se ne contano oltre 200.

«Ufficialmente questa è anche la sede della squadra di skating (pattinaggio sul ghiaccio, ndr), ma loro hanno un altro edificio nel Nord dell’Olanda dove questo sport è più praticato».

Nei piani superiori ci sono gli uffici, che però non ricoprono tutta l’aerea dell’edificio. Oltre agli uffici ci sono tre sale presso cui fare meeting e riunioni. Un paio di queste hanno un’ampia vetrata che dà sul resto dell’edifico, quello del “service course” vero e proprio.

Nel piano inferiore una grande area d’accoglienza ci porta nel mondo Jumbo-Visma. Tutto è in ordine, tutto è funzionale. Oltre al desk, ci sono una cucina e una sala mensa. Mentre dall’altra parte del salone ci sono docce e altri ripostigli.

Nel cuore della Jumbo 

Ogni porta ha l’insegna dell’iride e il cartellino che indica a cosa è adibita. Particolari che la dicono lunga. Presto ci rendiamo conto che Van Aert non è da solo. Incontriamo Roglic, Kruijswijk, Gesink… sempre di cartone, sempre a grandezza naturale.

Il magazzino-officina è la porzione più grande, chiaramente. Per i due terzi, forse anche più, c’è questo grande spazio. Al centro un’infinità di Cervélo, i banchi dei meccanici e ai lati, su due piani, ci sono altri magazzini. Ci sono pezzi di ricambio per le bici, altri per la logistica, altri ancora per gli alimenti, i lettini dei massaggiatori… E’ come una piccola città autonoma.

«Questa aerea – dice Bierens – è la più grande, come potete vedere. Qui ci sono le bici, i banchi di lavoro e quello spazio giù in fondo è il garage. Quest’anno abbiamo acquistato un altro bus. Ora siamo a quattro. Non dimentichiamo che abbiamo anche il team development e che la squadra femminile cresce».

Carrelli di bici

Ogni corridore ha il suo spazio per le bici. Ci sono carrelli che sembrano degli appendiabiti: in mezzo il nome del corridore e poi due bici appese su altrettante staffe. Sotto, affinché il meccanico possa spostarli verso il suo banco di lavoro o magari portarli verso l’ammiraglia, ci sono le ruote.

Nella parte bassa questi carrelli hanno una grossa base, sulla quale vengono appoggiate ruote, forcelle, pezzi di ricambio… Un oggetto in comune per tutti è il casco da crono, ben conservato nella custodia.

In molti hanno già la bici nuova, con i nuovi gruppi e alcuni particolari che per questioni di marketing e contratti in essere non si possono ancora far vedere. E ora vi facciamo una domanda? Secondo voi quale corridore aveva più carrelli? Van Aert: per lui ne abbiamo contati almeno quattro. Fra bici da cross, strada, crono e colorazioni speciali, Wout fa lavorare molto i suoi meccanici.

Ogni banco di lavoro è un piccolo paradiso della tecnica. Pulito, con attrezzi di ogni genere. Ai lati di ognuno, ci sono un compressore e un macchinario particolare che serve per il rodaggio dei cuscinetti delle ruote. Sopra, chiaramente, attrezzi e alcuni strumenti specifici. Un particolare che ci ha colpito è stata la quantità di cavi elettronici per i gruppi. Impressionante. Basti pensare che hanno un cesto apposito per il loro smaltimento.

Vingegaard, ha confermato le impressioni di un ragazzo semplice. Neanche lui sa più quante maglie ha firmato dopo il Tour
Vingegaard, ha confermato le impressioni di un ragazzo semplice. Neanche lui sa più quante maglie ha firmato dopo il Tour

Sponsor day

Ed è un vero brulicare di persone, meccanici e, man mano che va avanti la giornata, anche di corridori. E sono proprio questi che scandiscono i tempi di questa efficiente macchina organizzativa. Ognuno ha una tabella da rispettare, ben scritta su un foglio. 

Siamo capitati nel giorno in cui i nuovi sponsor forniscono i materiali. Si va dal dopo corsa ai giubbini refrigeranti, dagli integratori alle scarpe… per finire alle foto… cartolina. Ci sono almeno tre set fotografici in altrettanti parti del Jumbo-Visma service course.

Un corridore va a ritirare il giubbino, l’altro a fare la foto con gli integratori. C’è chi riconsegna il vecchio materiale in eccesso. Kruijswijk, per esempio, aveva un valigia grande piena di maglie ancora avvolte nella plastica. Chi riportava questo vestiario lo metteva in due enormi cesti grigi. Queste divise poi dovrebbero andare in regalo, in premio, in qualche serata di beneficienza… Forse è l’unica cosa in cui in Jumbo-Visma hanno le idee meno chiare!

Finalmente Wout Van Aert… in carne ed ossa!
Finalmente Wout Van Aert… in carne ed ossa!

Già in ricognizione

I ragazzi parlano fra loro, tra un caffè e un appuntamento nella loro scaletta. Jonas Vingegaard, re del Tour, ha un grosso cappotto verde militare. Lo avvolge che sembra un bambino. Umilissimo, semplice e già molto magro. Roglic invece indossa una giacca di pelle. Anche lui magrissimo, è super interessato ad ogni aspetto tecnico: scarpe, bici… Foss potrebbe fare l’intrattenitore. Sempre con un bicchiere di the, caffè o cola in mano e sempre ad attaccare bottone con qualcuno.

Mentre non si vedono Van Aert, Laporte, Affini «Sono a fare la ricognizione – ci spiega Bierens – In questi due giorni erano in Belgio. Ieri hanno provato gli ultimi 120 chilometri di E3 Harelbeke e oggi (ieri, ndr) il finale del Fiandre. Ma tra poco saranno qui anche loro». E infatti eccoli spuntare. «Volevamo fare dei test con i nuovi materiali prima dell’inverno», ci dice Edoardo.

Il futuro è ora

Intanto dalla zona dove è parcheggiato il bus arriva un certo rumore. «Stanno preparando – dice Bierens – la festa di domani sera (oggi, ndr). Un party tra di noi, per festeggiare l’ottima annata del team. Ci sarà tutto lo staff. Abbiamo vinto il ranking UCI.

«Ma prima facciamo la riunione. Una riunione importante. Quando siamo nati avevamo l’obiettivo di vincere il Tour entro sette anni. Ci siamo riusciti. E adesso? Cosa vogliamo? Dove vogliamo andare? E’ importante ragionare così e farlo tutti insieme. Perché è in questo modo che crei una solida base, che hai le idee chiare e dai sicurezza agli sponsor che ti sostengono nel lungo periodo».

Questa ultima frase dice tutto della Jumbo-Visma. Nel frattempo è sceso il buio. La pista ciclabile non si vede in più e su Den Bosch scende la pioggia. 

Primo novembre, la grande sfida del Koppenberg

01.11.2022
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E’ il primo novembre e alle 15,30 si corre in Belgio, nella zona di Oudenaarde, il Koppenbergcross: una delle classiche più importanti, relativamente giovane dato che il debutto è datato 1988, che si svolge intorno al muro più ostico del Fiandre. Il mitico Koppenberg, appunto. E’ l’apertura belga del cross, più o meno come l’Omloop Het Nieuwsblad inaugura la stagione delle classiche del pavé su strada. A seguirla nei panni di manager della Baloise-Trek ci sarà anche quest’anno Sven Nys, che quella gara l’ha vinta per 9 volte. E che ha raccontato alla stampa le sue sensazioni di tecnico e di padre alla vigilia della corsa. In gara ci sarà infatti anche suo figlio Thibau, fresco acquisto della Trek-Segafredo.

«Per me – racconta – è sempre stata una delle gare più importanti dell’anno. Dovevi scalare l’intero Koppenberg. Poi c’era la lunga discesa in cui dovevi resistere e si arrivava in pianura. Per vincere, l’attacco doveva essere tempestivo e dovevi anche essere tecnicamente il migliore in discesa. Quella era la cosa più spettacolare del Koppenberg. Ora è completamente diverso perché l’arrivo è in cima alla salita. Tatticamente è completamente diverso e mi dispiace. Penso che a tanti corridori e al pubblico piacesse il vecchio percorso, ma capisco che quel prato non si può più usare. Ora lo spettacolo è vedere i corridori in salita. E anche questo ha il suo fascino».

Oggi Nys gestisce la sua Academy di ciclocross ed è team manager della Baloise-Trek (foto Facebook)
Oggi Nys gestisce la sua Academy di ciclocross ed è team manager della Baloise-Trek (foto Facebook)

Arrivo in salita

Cambia il profilo del vincitore, secondo un orientamento che fa molto discutere nel cross europeo, che si sta spostando verso gare più veloci e meno tecniche, con meno ostacoli, avvicinando il profilo del crossista a quello del corridore su strada.

«Oggi per vincere – conferma – serve avere un grande motore. Questo è il primo requisito, ma devi anche essere tecnicamente bravo e saper pedalare sul pavé con la giusta pressione delle gomme. Non è così ovvio. Soprattutto se è piovuto, cosa che oggi non accadrà. La sfida quindi è tenere la maggior velocità possibile con la minor pressione delle gomme. Su quelle pietre spesso si ha la sensazione che il tubolare arrivi a battere sul cerchio e il limite è proprio quello di non forare, anche se una volta sono arrivato al traguardo con una gomma a terra e ho vinto lo stesso. Quando c’è fango, corri sempre con le gomme a bassa pressione per avere trazione e insieme abbastanza aderenza in curva e comfort. E’ un percorso super complicato. Devi mettere insieme esplosività, forza e resistenza».

Un certo Van Aert

Le ultime tre edizioni le ha vinte Iserbyt e prima di lui si segnala la tripletta di Van Aert (2014-2016). Lo score di Nys è impressionante, dato che sette delle sue nove vittorie le ha ottenute consecutivamente (2004-2010).

«Il Koppenberg per me – dice – era la prima classica dell’anno. Sapevano tutti dove avrei attaccato, cioè nell’ultima parte della salita. Quando poi questo ha smesso di essere un mistero e tutti se lo aspettavano, per me è cominciata la pressione, ma sono stato in grado di gestirla bene, soprattutto nell’ultima parte della mia carriera. E’ una sensazione fantastica essere fra i migliori in gara e poter decidere dove attaccare. Su quel percorso ho sfidato tutte le generazioni: da Groenendaal a Wellens, Stybar, Lars Boom e nel 2014 ho dovuto lottare anche con Van Aert, che mi ha battuto allo sprint.

«La prima volta che mi sono confrontato davvero con lui, ho subito avuto la sensazione che non fosse uno qualunque. In cima alla salita avevo attaccato come al solito, ma lui non si è staccato! Fu il primo a seguirmi lì e poi è arrivato lo sprint. Abbiamo svoltato sulla strada verso il traguardo e all’improvviso si è trovato in mezzo Jan Denuwelaere, che era doppiato. Non sono riuscito a sprintare, ma non avrei vinto lo stesso».

Test per Namur

Sull’importanza di Koppenberg per il resto della stagione, il discorso è molto semplice. Il pubblico del cross aspetta i suoi corridori da tutta l’estate. In base a quanto pubblico ci sarà sul muro, si capirà l’andamento della stagione. Anche se ormai i grossi calibri stanno alla larga e scenderanno in gara da dicembre. La sfida di Oudenaarde sarà anche un bel test in vista degli europei di Namur.

«Il Koppenberg sono pietre e un prato – conferma – Namur invece è piena di pietre. Quando il Koppenberg è bagnato, si affonda fino alle caviglie. Il resto dell’anno ci sono mucche su quel prato. A Namur anche se è bagnato, hai una superficie dura su cui sviluppare velocità. Ma la possibilità di forare è molto superiore. Quest’anno si aggiunge il problema del caldo, che non rende facile Koppenberg. Non è un percorso scorrevole, ma davvero un prato non curato. Quindi la bici oscilla da sinistra a destra. I corridori preferirebbero un prato più paludoso per avere una guida più stabile».

Nys ha vinto il Koppenbergcross per 9 volte: 7 consecutive (2004-2010) e poi nel 2012, nella foto
Nys ha vinto il Koppenbergcross per 9 volte: 7 consecutive (2004-2010) e poi nel 2012, nella foto

Il Koppenbergcross sarà trasmesso in diretta da Eurosport 1 con il commento di Ilenia Lazzaro e Fabio Panchetti, a partire dalle 13,40. Dopo le prove del mattino dedicate agli juniores e gli under 23, il programma prevede la gara delle donne elite alle 13,45 e quella degli uomini elite alle 15.

La Jumbo fa i piani. E se al Giro arrivasse Van Aert?

28.10.2022
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Il vero problema per un corridore come Van Aert è che l’essere ovunque vincente porta gli addetti ai lavori e i tifosi a misurarlo su ogni percorso. Per questo da ieri in Belgio, avendo capito che Evenepoel non dovrebbe esserci, si ragiona sulle tappe del Tour che Wout potrebbe vincere e sulla riconquista della maglia verde.

Vingegaard al Giro dell’Emilia: il danese è il vincitore uscente del Tour de France
Vingegaard al Giro dell’Emilia: il danese è il vincitore uscente del Tour de France

Le scelte di Van Aert

In realtà però il tema sta a cuore anche in seno alla Jumbo Visma, in cui mai come nel 2023 sarà necessaria una rigida programmazione, per evitare che a voler stringere troppo con Van Aert, si finisca con lo stringere niente. L’esempio dell’eterno rivale Van der Poel ha dato da pensare. E’ vero che ha vinto il Fiandre, poi però si è disperso in mille fughe a vuoto.

«Il focus del Tour è nell’ultima settimana con i Vosgi – ha spiegato il preparatore Merijn Zeeman a Het Nieuwsblad – mentre i Pirenei sono meno duri dell’anno scorso e il blocco nelle Alpi è più lungo. Ci sono tappe di montagna più facili rispetto agli anni passati, ma d’altra parte ce ne sono alcune estremamente difficili. Il percorso va accettato, è qualcosa su cui non abbiamo controllo. Ora finalmente possiamo fare il nostro piano e determinare la nostra strategia. Con Roglic, Vingegaard e Van Aert avremo molte opportunità per fare la differenza. Avrebbero dovuto mettere più cronometro? Il nostro più grande concorrente è Pogacar, ma anche lui è uno specialista».

Per una caduta, Roglic ha rinunciato a giocarsi la Vuelta. E’ dato al via del Giro: sarà vero?
Per una caduta, Roglic ha rinunciato a giocarsi la Vuelta. E’ dato al via del Giro: sarà vero?

Tutto sul tavolo

Il nodo cruciale che ci è saltato all’orecchio sentendolo parlare è stato il fatto che abbia citato le tre punte per il Tour. E se da un lato anche nel 2022 è parso chiaro che la sconfitta di Pogacar sia dipesa dal massiccio blocco Jumbo Visma contro cui si è scontrato, dall’altro sembrava di aver capito che Roglic per quest’anno avesse altre priorità.

«Tutto è ancora sul tavolo – fa notare Zeeman – è anche possibile infatti che Primoz faccia un altro grande Giro. Ma voglio anche sentire la loro opinione. Voglio sapere cosa pensano e qual è la loro motivazione. Facciamo un piano, poi analizziamo i pro e i contro. Vogliamo vincere le più grandi corse del mondo. Ma questo è possibile solo con un piano in cui tutti credano. Così è stato anche l’anno scorso. Questo è un processo e qualcosa in cui investiamo molto tempo e in cui crediamo pienamente».

Chi non rinuncerà al Tour è Pogacar, ansioso di rifarsi. Qui con Prudhomme alla presentazione di ieri
Chi di certo non rinuncerà al Tour è Pogacar, ansioso di rifarsi.
Come lavorate di solito in questi casi?

Qualcuno pensa che sia uno spettacolo di marionette. In realtà lavoriamo da sei anni fissando obiettivi e determinando insieme la strategia. Ci prendiamo molto tempo per questo. Poi facciamo un brainstorming passo dopo passo. Ne parlo con tutti i corridori per sentire cosa preferiscono. E si continua poi a modellare il piano e vengono coinvolti gli allenatori. Ora siamo solo all’inizio di tutto questo processo. Quindi onestamente non so ancora chi andrà al Tour e chi al Giro.

E Van Aert cosa farà?

Nel 2022 è stato in altura per sei settimane. Si deve lavorare sodo per arrivare al suo livello. E poi dovremo selezionare i suoi obiettivi. C’è anche il mondiale di Glasgow che si svolgerà il 13 agosto, c’è il Giro che per lui è anche attraente, in più non ha mai fatto la Vuelta. E’ tutto è sul tavolo. Possiamo inventare qualcosa di completamente nuovo oppure replicare quello che si è già fatto.

Prima del mondiale, Evenepoel ha vinto la Vuelta. Il Giro lo tenta con le sue tre crono
Prima del mondiale, Evenepoel ha vinto la Vuelta. Il Giro lo tenta con le sue tre crono
Lui accetterà tutto?

Non sono Van Aert. Wout è una persona molto sensibile e sa che per avere successo è necessario avere un buon piano. Di sicuro gli piace provare cose nuove e questo fa sì che la definizione del suo programma richieda molto tempo. Non è stato ancora deciso nulla, ma una cosa è certa: il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix vengono prima di tutto. Ne abbiamo parlato al telefono ieri dopo la presentazione del Tour e questo lo abbiamo definito molto rapidamente. Adesso però bisogna capire cosa verrà dopo. Di solito inizia a correre ai primi di dicembre, ma bisognerà vedere come sarà la sua condizione.

Se fosse un vostro corridore, portereste Evenepoel al Tour?

Remco è estremamente forte nelle crono, quindi si direbbe che il Giro gli si addica di più. Ma d’altra parte, un grande Giro è un mix di tutti i tipi di specialità che dovresti provare. La sua squadra deve avere un piano. Se fossi in lui, non mi focalizzerei troppo su una gara che prevede solo prove a cronometro. Penso che possa vincere anche in un altro modo. Ma certo, se decidesse di venire, non gli faremo sconti. Penso che ci siano quattro corridori che si distinguono sopra tutti gli altri in questo momento: Vingegaard, Pogacar, Roglic ed Evenepoel. Questi sono i più completi.

AGU in prima fila nel Catalogo Mandelli 2023

01.10.2022
4 min
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Nelle scorse settimane Mandelli ha presentato l’edizione 2023 del proprio Catalogo dedicato ai componenti e ricambi ciclo. Stiamo parlando di un vero e proprio “volume”, composto da quasi mille pagine. Un vero e proprio punto di riferimento per i tanti negozianti che ogni giorno si rivolgono alla commerciale lombarda per rifornirsi dei prodotti necessari a soddisfare al meglio la propria clientela.

Quest’anno il primo capitolo dell’edizione 2023 del Catalogo è dedicato ad AGU, marchio olandese conosciuto nel nostro Paese per fornire l’abbigliamento da gara alla Jumbo-Visma. La scelta di aprire il proprio Catalogo con AGU conferma quanto Mandelli creda fortemente nelle potenzialità del marchio olandese.

AGU ha affiancato la Jumbo-Visma e Jonas Vingegaard nella vittoria del Tour de France (foto Facebook AGU)
AGU ha affiancato la Jumbo-Visma e Jonas Vingegaard nella vittoria del Tour de France (foto Facebook AGU)

Scopriamo AGU

Per conoscere bene AGU è fondamentale partire dalla sua storia. Parliamo di un brand fortemente legato all’Olanda, la Nazione dove è nato e che ha da sempre uno stretto rapporto con la bicicletta. Dopo la seconda guerra mondiale la bicicletta era un bene molto ricercato in Olanda. La sua disponibilità era però davvero scarsa. Per ovviare alla crescente domanda di biciclette, tre aziende ciclo di Alkmaar decisero di unire le forze dando vita nel 1966 all’Alkmaarse Groothandels Unie, meglio conosciuta come AGU. L’azienda ha conosciuto fin da subito una rapida crescita, tanto da diventare uno dei maggiori fornitori di parti di biciclette nei Paesi Bassi. 

il marchio olandese offre abbigliamento di alto livello anche per le discipline offroad (foto Facebook AGU)
il marchio olandese offre abbigliamento di alto livello anche per le discipline offroad (foto Facebook AGU)

Arriva l’abbigliamento

Nel corso degli anni AGU ha ampliato la propria offerta introducendo nel proprio catalogo capi di abbigliamento e accessori ideali per chi va in bicicletta. Sono state così realizzate borse per bici leggere e in nylon robusto, un materiale nuovo per l’epoca. Una delle principali novità a catalogo è stata rappresentata dall’introduzione della tuta antipioggia “Original”, che si è rivelata un grande successo tanto da vincere diversi premi.

Negli anni ’70 e ’80, questa tuta iconica è diventata il punto di riferimento per l’abbigliamento antipioggia nei Paesi Bassi, accessorio ideale per quanti non volevano rinunciare a spostarsi in bicicletta nonostante il meteo cattivo. Questa tuta, sebbene modernizzata e molto migliorata, è ancora oggi uno dei bestseller del catalogo AGU.

Ecco il professionismo

La fine degli anni Settanta ha segnato una svolta nella storia di AGU con l’ingresso nel mondo del ciclismo professionistico. In questa fase un ruolo fondamentale è stato svolto dal quattro volte campione del mondo nello stayer Cees Stam che ha collaborato allo sviluppo del primo abbigliamento da ciclismo agonistico proposto da AGU. Lo stesso Stam ha conquistato il suo ultimo titolo mondiale indossando un completo firmato dal brand olandese. A carriera conclusa, ha ricoperto fino al 2007 il ruolo di manager all’interno della stessa azienda.

Il team AGU festeggia la vittoria della maglia gialla e della maglia verde al Tour (foto Facebook AGU)
Il team AGU festeggia la vittoria della maglia gialla e della maglia verde al Tour (foto Facebook AGU)

Sono stati tanti i campioni del ciclismo che nel corso degli anni hanno indossato AGU. Stiamo parlando di atleti del calibro di Leontien Van Moorsel e Steven Rooks. Il marchio ha soprattutto legato il suo nome ad alcuni team che hanno fatto la storia del ciclismo olandese come la Panasonic di Peter Post e la Rabobank. Quest’ultimo team ha vestito AGU per ben 16 anni. Il suo testimone oggi è stato raccolto dalla Jumbo-Visma di Roglic, Van Aert e soprattutto Vingegaard, ultimo vincitore del Tour de France.

Una gamma ricchissima

La gamma AGU è composta dalle seguenti linee prodotto, che vanno a coprire a 360° le esigenze di tutti i generi di ciclisti, qualunque utilizzo vogliano fare della bicicletta: abbigliamento estivo e invernale ideale per ciclismo su strada, mountain bike e gravel; una ricca offerta di borse per il bikepacking; intimo estivo e invernale; guanti, cappelli, copriscarpe e manicotti. Completano l’offerta scarpe strada e mountain bike, oltre agli occhiali.

Mandelli

Belgio, la santa alleanza è una bella gatta da pelare

23.09.2022
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In Belgio hanno promesso di non farsi la guerra. E se sarà davvero così, per tutti gli altri sarà un bel guaio. Stiamo parlando di Wout Van Aert e Remco Evenepoel, che nella conferenza stampa hanno ricostruito il post gara di Leuven 2021, ammettendo di aver rilasciato entrambi qualche dichiarazione di troppo. Hanno giurato di averne parlato fra loro e che quest’anno le cose andranno diversamente. Il botta e risposta che hanno inscenato ha avuto effettivamente il sapore di un’alleanza stretta col sangue.

Van Aert Evenepoel 2021
I sorrisi dello scorso anno a Leuven fra i leader del Belgio nascondevano una tensione reciproca che poi fu pagata in gara
Van Aert Evenepoel 2021
I sorrisi di Leuven fra i leader del Belgio nascondevano una tensione che poi fu pagata in gara

La santa alleanza

«Vogliamo vincere come Belgio – ha spiegato Evenepoel – conosco le capacità di Wout, lui conosce le mie. Possiamo lavorare insieme perfettamente nel finale».

«Se corriamo insieme – ha fatto eco Van Aert – abbiamo solo maggiori possibilità di vincere. Normalmente ho uno sprint migliore di Remco, così lui potrà anticipare. Ma non troppo presto. Entrambi dovremo sfruttare la possibilità di arrivare in due nel finale. Dobbiamo tenerci entrambe le opzioni».

«Sono d’accordo con Wout – ha sottolineato Evenepoel – meglio restare insieme il più a lungo possibile e non sprecare le forze in modo stupido. Il percorso non è facile, sarà un continuo girare in cui la fatica sarà decisiva. Molti occhi saranno puntati su di noi, ma dobbiamo mantenere la calma e lavorare insieme come una squadra. Anche perché Italia, Olanda e Francia non faranno sconti. Dobbiamo evitare situazioni come l’anno scorso. Lo scenario ideale? Arrivare in finale con un gruppo di 7-8 corridori, con dentro due di noi».

Nella conferenza stampa di ieri nell’hotel del Belgio, Van Aert ed Evenepoel hanno siglato la santa alleanza (@Belga)
Nella conferenza stampa nell’hotel del Belgio, Van Aert ed Evenepoel hanno siglato la santa alleanza (@Belga)

«L’importante è non attaccare troppo presto – ha chiosato Van Aert – questo è un percorso su cui non bisogna sprecare energie. Ti svuota e ti ritrovi senza gambe quando la corsa si decide».

Due settimane insieme

Quel che più li ha segnati nella gara dello scorso anno furono l’affiatamento e la tattica dei francesi, che impressero alla corsa un ritmo subito elevatissimo. I belgi rimasero colpiti dall’unita degli uomini di Alaphilippe, che si contrappose alle tensioni fra loro che pure correvano in casa. Finì così che Van Aert, reduce dalla crono, si ritrovò con le gambe in croce a sostenere il ritmo che lo tagliò fuori nel finale. Per questo ha raccontato di aver lavorato sulle fasi di partenza già dall’inverno.

L’unità del blocco francese (qui tirato da Alaphilippe) è diventato il modello per il Belgio
L’unità del blocco francese (qui tirato da Alaphilippe) è diventato il modello per il Belgio

«Siamo arrivati in Australia – dice Van Aert – con largo anticipo e questo non è irrilevante per l’atmosfera in squadra. E’ diverso dallo stare insieme pochi giorni prima di una corsa. Quando fai gruppo per due settimane, riesci a recuperare bene dal jet-lag e a trovare il modo per andare d’accordo con tutti. Il viaggio dal Canada è stato duro, ma ora mi sento bene. Non rimpiango il fatto di non aver corso la crono. Lo avevo scelto in primavera, ne resto convinto e non si può dire che l’avrei vinta io. Mercoledì è stato il primo giorno di maltempo, prima mi sono sempre allenato bene. Mi sento pronto, la preparazione è andata come previsto».

Tre chili in meno

Evenepoel regge il gioco e si dice sicuro che, nonostante la Vuelta e il fuso da recuperare, nelle gambe ci sia ancora la benzina giusta per l’ultimo colpo.

«Mi sento meglio di una settimana fa – dice – ho più energia in corpo. Oggi è stato il primo giorno in cui mi sono svegliato dopo le 6,30 e questa è una buona notizia. Il corpo finalmente si è adattato. Difficile dire se ho le stesse gambe della Liegi. Siamo in una fase diversa della stagione, peso tre chili in meno. Quindi non ha senso fare paragoni. Quello che so è che Mount Pleasant potrà anche non essere la salita più dura del mondo, ma dopo una corsa così lunga e probabilmente tirata, per stare davanti bisognerà essere molto forti».

A tu per tu con Ballan ed il suo sguardo sul mondiale

11.09.2022
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A poche ore dalla prima lista, ancora lunga, di Bennati, dei convocati per il mondiale di Wollongong, l’attesa cresce. Il debutto iridato per il cittì sarà tosto, l’Italia manca dal gradino più alto del podio dal 2008 di Varese. Giorno nel quale, ad indossare la maglia più famosa del ciclismo fu Alessandro Ballan. Lo incontriamo allo stand di BMC, all’Italian Bike Festival, dove ieri (ed anche oggi) c’era Evans. I due scherzano, pedalano e parlano con la gente. 

«Il bello delle fiere e del ciclismo – inizia a dirci Ballan – è che le persone ci vedono, facciamo foto, interviste. Il nostro è uno sport bello e la passione dei tifosi è coinvolgente, arrivo a fine giornata stravolto, ma è così che deve essere».

Siamo a pochi giorni dal via della settimana iridata, che mondiale vedi?

Credo che questo mondiale si stia vivendo in maniera diversa dagli anni passati. Soprattutto perché si disputerà in Australia, quindi un Paese molto lontano da noi, non se ne è parlato così tanto. Sarà sicuramente insidioso, alla fine si tratta della corsa più importante dell’anno, ogni percorso porta i suoi problemi. 

Anche questo non ne è esente…

Saranno 4.000 metri di dislivello, ne deduco che sarà duro e ne uscirà un campione del mondo di fondo, ma soprattutto veloce. Gli ultimi 9 chilometri saranno totalmente piatti, questo darà la possibilità a vari corridori di rientrare nel finale. Potrebbe finire tranquillamente in una volata ristretta. 

Tanti favoriti quindi?

Il favorito numero uno è Van Aert, come lo poteva essere lo scorso anno. C’è da aggiungere la presenza di Girmay, che è stato capace di vincere proprio contro il belga quest’anno alla Gand-Wevelgem. Mancherà Alaphilippe, con grande probabilità, vincitore delle ultime due edizioni. E non escluderei assolutamente Evenepoel, però il Belgio a questo punto deve capire che strategia può mettere in atto…

Secondo te?

Penso che l’unica chance di Remco sia quella di arrivare da solo al traguardo, un po’ come ha fatto a San Sebastian e meno recentemente alla Liegi-Bastogne-Liegi. Dovrebbe cercare di fare una selezione simile a quella che fece all’europeo di Trento. Evenepoel in volata parte battuto rispetto agli altri corridori, la sua carta il Belgio potrebbe essere una scelta da giocarsi per far muovere anche le altre squadre. 

Non dovrebbe però portare via un gruppo ma andare da solo?

Certo, se si dovesse creare un gruppetto con lui davanti insieme ad altri corridori non avrebbe senso collaborare. Rischierebbe di arrivare al traguardo e di perdere, al mondiale non conta il piazzamento, ma solo chi vince. Il secondo posto conta molto poco alla fine. 

La nostra nazionale arriva con qualche difficoltà, tu su chi punteresti?

Non ci sono molti nomi tra cui scegliere, negli ultimi anni tirare fuori i 9 convocati non è assolutamente facile. La squadra con Ballerini, negli anni dove correvo anche io, era molto difficile da fare. Franco era costretto a lasciare fuori molti nomi di spessore. 

Bettiol capitano unico quindi?

La scelta di Bennati di portarlo come capitano (non ancora confermata ma manca solo l’ufficialità, ndr) è giusta. Alberto è un corridore di fondo, molto particolare, ma se riesce a cogliere la giornata giusta è in grado di cogliere il risultato pieno, come ha fatto al Fiandre. 

Al suo fianco chi metteresti?

Trentin, come uomo di esperienza e guida in gara non può mancare, il suo apporto potrebbe diventare fondamentale. Per il resto punterei su una squadra di giovani interessanti: da Bagioli a Battistella e molti altri. Quest’anno non potranno dire la loro ma il mondiale australiano sarà una bella scuola. 

Battistella ha fatto due bei podi alla Vuelta, poi è tornato a casa con la febbre…

E’ un corridore che mi piace molto, è tornato a casa dalla Spagna con un po’ di febbre, spero non abbia compromesso totalmente la condizione. Vive dalle mie parti. Mi piace perché è completo e tiene la distanza. Lo abbiamo visto spesso davanti, anche al campionato italiano vinto da Nizzolo ed è arrivato terzo quest’anno. Lo vediamo spesso davanti in chilometraggi al di sopra dei 250 chilometri, e questo è fondamentale per un corridore. 

Quel chilometraggio è una barriera naturale… 

Sì, per farvi un esempio: io in carriera ho vinto poco, però quel poco l’ho sempre ottenuto sopra i 250 chilometri. Questo vuol dire che le mie prestazioni rimanevano costanti, mentre quelle degli altri calavano. E’ una caratteristica che crea già delle differenze in gruppo. 

Il fatto che l’Italia non sarà protagonista come la vedi, come potrebbe agire?

Arrivare lì e non avere pressione ti dà quel qualcosa in più di tranquillità nel gestire la corsa. Sei più sereno e, banalmente, riesci a dormire senza ansie la notte prima. E’ logico che la nostra nazionale sia una delle più importanti. Storicamente, negli ultimi anni, non avere un corridore di spicco ha sempre un po’ condizionato la gara. Mi aspetto che Bennati faccia vedere la maglia nelle prime file lo stesso, non sarà facile ma ci deve provare.

Con Fiorelli (5°) analizziamo la volata di Van Aert a Plouay

01.09.2022
6 min
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Cosa passa per la testa ad un velocista durante quei pochi e preziosi secondi finali? Lo abbiamo chiesto a Filippo Fiorelli che a sua detta velocista puro non è, ma lo stesso è in grado di vincere volatone di gruppo e sprint ristretti dove si trova più a suo agio. Ne abbiamo approfittato per immergerci con lui in quegli attimi e chiedere com’è fare una volata insieme al cinico Wout Van Aert

Il finale che abbiamo deciso di analizzare è quello del Bretagne Classic andato in scena il 28 agosto a Plouay in Francia (foto in apertura ciclismoweb). Il siciliano della Bardiani CSF Faizanè ha conquistato un ottimo quinto posto a conferma delle sue caratteristiche da uomo veloce. A vincere agevolmente ma senza dominare è stato Van Aert. 

Fiorelli dopo un periodo in altura sull’Etna ha ripreso a correre in Francia ritrovando la condizione
Fiorelli dopo un periodo in altura sull’Etna ha ripreso a correre in Francia ritrovando la condizione

La volata e i suoi dettagli

Pochi secondi, attimi, sono i frangenti in cui un uomo che si definisce veloce deve prendere decisioni determinanti per la finalizzazione di una tappa o di una corsa in linea. Una ruota sbagliata, uno sprint lanciato troppo presto, mancanza di lucidità nello scegliere il varco. Sono tutti dettagli che fanno la differenza per la conquista della vittoria. Quella del Bretagne Classic non è stata una vera e propria volata di gruppo, bensì di una trentina di unità veloci, senza la battaglia dei treni. Si potrebbe ipotizzare essere un piccolo spunto per il mondiale come ci ha indicato Fiorelli. Andiamo a scoprire metro per metro le decisioni e i frame che ha vissuto Filippo in scia al belga della Jumbo Visma

In che condizione sei arrivato quel giorno?

Sono arrivato non al top. Venivo dal Tour du Limousin che non stavo benissimo. Avevo preso una bella botta con tre punti sul braccio. Cadere non è mai una cosa bella. Rientravo da un mese e mezzo che non correvo perché ero stato in altura. Mi mancava un po’ di ritmo da riprendere.

Condizione in crescita quindi…

Si non ero al massimo della condizione. Ho tirato una volata al Tour Poitou, a Manuel Colnaghi dove ha fatto quarto e io nono. Il secondo giorno dovevo fare io lo sprint poi a centocinquanta metri c’è stata la caduta e siamo rimasti coinvolti io ed altri.

Filippo si è trovato a dover smettere di pedalare e cambiare direzione spostandosi sulla sinistra per trovare il varco (immagini GCN)
Filippo ha smesso di pedalare e cambiare direzione spostandosi sulla sinistra per trovare il varco (immagini GCN)
Che corsa è stata il Bretagne Classic?

La lista partenti era di ottimo livello. La maggior parte delle persone erano quelle che proveranno a giocarsi il mondiale. Come percorso era una piccola anticipazione dell’Australia. Non sapevo come ci sarei arrivato, è stata una corsa frenetica ma che ho interpretato bene.

Sapevi già di dover fare la volata?

Fortunatamente quando sono partito a dir la verità le sensazioni buone le ho avute subito. Io e Sacha Modolo eravamo gli uomini di punta. Io avevo detto subito che stavo bene. Non sapevo se preoccuparmi perché quando uno sta bene all’inizio fa il botto nel finale. A sessanta chilometri dall’arrivo quando è iniziata la bagarre mi sono reso conto che ero in forma e che mi sarei giocato il finale attaccando oppure in volata. 

Ti sei arrangiato per le fasi finali?

Ero rimasto solo con Zoccarato davanti in fuga. Lo abbiamo ripreso a cinque chilometri dall’arrivo. Van Aert nel finale ha fatto tutto da solo. Chiunque partiva, lui chiudeva. Non ci ho nemmeno pensato ad anticiparlo, si vedeva che aveva in mente solo la volata. Così ho deciso di prendere la sua ruota.

Van Aert ha vinto di misura mentre Fiorelli trovato lo spazio ha risalito le posizioni (immagini GCN)
Van Aert ha vinto di misura mentre Fiorelli trovato lo spazio ha risalito le posizioni (immagini GCN)
Ci sarà stata una bella lotta per prenderla?

Neanche tanto perché la gente un po’ mi conosce, non veniva nessuno a prendermi la ruota. Diciamo che non mi tolgo facilmente. Il finale è particolare perché scende e risale negli ultimi trecento metri. Si faceva molta velocità e anche lui è rimasto un po’ imbottigliato. 

Di conseguenza anche tu hai avuto difficoltà a risalire?

Seguire una ruota che non è di un tuo compagno è molto più difficile, se l’avversario entra in un piccolo spazio chi è dietro non ci passa. Chi traina, il compagno di squadra deve sempre fare attenzione se ci passa anche chi ha dietro. In quel caso lui ovviamente faceva i conti per sé. 

Raccontaci la tua volata…

Dopo aver “perso”  Wout in quell’istante Oliver Naesen dell’AG2R Citroën Team è passato davanti a me e si vede dalle immagini che io rimango tagliato fuori dalla sua ruota e quindi con tutto da rifare. Ho dovuto smettere di pedalare, fare una piccola deviazione e ho perso l’attimo. La volata vera e propria l’ho fatta gli ultimi centocinquanta metri. Infatti venivo su molto forte rispetto agli altri. 

Prova a commentarci la volata di Van Aert…

L’ultimo chilometro ho pensato di aver azzeccato la ruota. Poi gli ultimi quattrocento metri quando ho visto che è scivolato indietro ho pensato che avesse perso il treno giusto un’altra volta perché la settimana prima lo aveva battuto Marco Haller della Bora Hansgrohe in Germania al Bemer Cyclassics. Ho pensato realmente in quei frangenti “si è fatto fregare”.

Dopo l’arrivo i complimenti del siciliano al belga (immagini GCN)
Dopo l’arrivo i complimenti del siciliano al belga (immagini GCN)
Come ha fatto quindi a vincere?

E’ riuscito a svincolarsi bene. C’era l’uomo della Lotto Soudal che stava tirando bene per Arnaud De Lie. E non era neanche facile risalire le posizioni. Però ha fatto una volata poderosa e si è conquistato la vittoria. 

E’ stata una volata senza storia?

Quella lì in particolare per lui è stata una passeggiata anche se è rimasto imbottigliato. Anche perché è stato un errore tattico. De Lie veniva da due vittorie. Ero indeciso tra che ruota prendere poi ho battezzato quella di Van Aert. Credo che in questo momento sia il corridore più forte, più completo che abbia mai visto da vicino. 

Pensi che se dovesse capitare potresti batterlo in una volata analoga?

Quel giorno per come stavo non era così imbattibile. Anche perché negli ultimi quaranta chilometri ha fatto il diavolo a quattro. Se si guardano le immagini non ha fatto così tanto la differenza. 

Che rapporto hai usato per la volata?

Io ho usato il 52 perché il percorso voleva quello. Lui secondo me ha tirato il 54, avendo Shimano avrà avuto come opzione 53 o 54. In quella volata non ho subìto il rapporto, però diciamo che se avessi avuto un treno mio il 52 forse mi sarebbe stato stretto, soprattutto con un finale così a salire. 

Dalla Valle Sibiu 2022
La volata della prima tappa del Sibiu Cycling Tour con Fiorelli vincitore sul gruppo compatto (foto Max Schuz)
Dalla Valle Sibiu 2022
La volata della prima tappa del Sibiu Cycling Tour con Fiorelli vincitore sul gruppo compatto (foto Max Schuz)
Continui a portare a casa risultati importanti tra le ruote veloci, hai deciso cosa fare da grande?

Io sono quel corridore lì. Ho vinto al Sibiu con centotrenta corridori. Stavo bene, avevo la squadra al mio servizio. In quelle condizioni posso dire la mia. Tendenzialmente se mi trovo da solo non riesco ad esprimermi al 100%. Però io mi sento un corridore che può primeggiare in finali da trenta o quaranta corridori. 

Alberati ti vede come caratteristiche simile a Bettini…

Non si sbaglia, lo dice sempre anche Marcello Massini. Il mio maestro di vita e di ciclismo. Non mi sento un velocista puro. Io, Colnaghi e Modolo siamo veloci. Non voglio diventare un velocista puro perché sarebbe una strada che non porterebbe a niente. Con gli sprinter che ci sono in giro farei fatica a primeggiare.

Quando scienza e simulazione spingono la performance

29.08.2022
6 min
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Avevamo chiesto a Marco Pinotti come ci si prepari per affrontare una cronosquadre. Il bergamasco, che della specialità è stato argento mondiale nel 2012, aveva annotato come non serva fare chissà cosa se si tratta di una gara all’anno, come ad esempio all’apertura della Vuelta. Ma che al contrario, se si volesse investirci sul serio, ci sarebbe da spendere davvero molto per ottimizzare le performance.

Chi questo investimento ha ritenuto di farlo ugualmente è la Jumbo-Visma, vincitrice della cronosquadre di Utrecht, che ha coinvolto nel discorso le Università di Tecnologia di Eindhoven e quella di Leuven. E che, con il supporto di Ansys (società specializzata nella simulazione fluidodinamica) e del professor Bert Blocken, ha sviluppato in linea teorica e poi tradotto in pratica l’aerodinamica dei suoi atleti (in apertura, Van Aert posa accanto al suo modello, foto Anton Vos/Cor Vos – Ansys).

Fluidi e modelli

Dopo il Tour e prima della Vuelta, proprio un articolo pubblicato nel blog di Ansys ha spiegato il lavoro alle spalle delle performance del team olandese, che ha fatto ricorso al suo Fluent: un software attraverso cui creare modelli fisici avanzati per analizzare una varietà di fenomeni legati ai fluidi.

«Vincere il Tour – si legge – è il sogno di ogni ciclista e il momento clou della carriera dei pochi che lo hanno raggiunto. Non sorprende quindi che tutte le squadre in gara dedichino così tanto tempo ed energie per prepararsi alla sfida estrema della gara, che copre più di 3.350 km (2.220 miglia), molti dei quali in montagna, in 23 giorni. La preparazione prevede ovviamente un intenso allenamento fisico e mentale per gli atleti, che unisce resistenza, prestazioni estreme e forte resilienza mentale per continuare a lottare nonostante tutte le difficoltà.

«Le squadre studiano anche attentamente il percorso e le condizioni meteorologiche per sapere quando prendere il comando o rimanere indietro nel gruppo. Ma tutto questo non basta più. Da anni la scienza, e in particolare la simulazione, svolgono un ruolo importante nel guidare i migliori ciclisti alla vittoria».

Un momento dell’incontro fra Van Aert, Marchal di Ansys e il professor Blocken nel 2020 (foto Anton Vos/Cor Vos – Ansys)
L’incontro fra Van Aert, Marchal di Ansys e il professor Blocken nel 2020 (foto Anton Vos/Cor Vos – Ansys)

Il professor Blocken

Si capisce insomma che la preparazione atletica da sola non basti per fare la differenza. Nei giorni della corsa francese e anche in quelli della Vuelta ancora in svolgimento si è dibattuto parecchio sull’incidenza della tecnologia sulle performance degli atleti. E il blog di Ansys fornisce una risposta interessante.

«Oggi vorremmo sottolineare l’estrema professionalità del Team Jumbo-Visma. Hanno lavorato con i migliori esperti del mondo. Come il professor Bert Blocken, un riferimento di livello mondiale in aerodinamica atletica della Eindhoven University of Technology e KU Leuven. Blocken e il suo team utilizzano ampiamente Ansys Fluent in combinazione con esperimenti in galleria del vento. Valutano e migliorano la penetrazione dell’aria e riducono la resistenza indotta per i ciclisti raggruppati in un gruppo o gruppo.

«L’attenzione per ogni dettaglio ha portato il team a indagare e regolare la posizione dei ciclisti sulle loro biciclette, in base alle diverse direzioni e velocità del vento. Modificare le posizioni relative degli atleti in un gruppo durante la gara per ridurre la resistenza subita dai ciclisti. Valutare il contributo di ogni componente della bici, dell’attrezzatura e dell’atleta».

A ciascuno il suo

Tirando chiaramente acqua al suo mulino, Ansys racconta il proprio lavoro, puntando sull’accuratezza del modello messo a punto dal professor Blocken, che da quasi vent’anni ha convalidato un protocollo di modellazione aerodinamica applicato al ciclismo di gruppo. Il suo team esegue in sostanza la scansioni dei corpi degli atleti per assicurarsi la perfetta riproduzione delle loro forme fisiche: i modelli che riproducono gli atleti somigliano loro anche nei tratti e nell’espressione facciale. Quindi vengono eseguite numerose simulazioni per valutare la resistenza aerodinamica su ciascun membro della squadra. Quando le simulazioni sono ottimizzate, i risultati vengono presentati e discussi con la squadra per sviluppare un piano che può essere aggiornato tappa dopo tappa.

Il racconto prosegue, ricordando quando nel dicembre del 2020 il gruppo di lavoro del professor Blocken entrò in contatto con Van Aert.

«Gli fu suggerito – si spiega – che potessimo ottimizzare matematicamente la sua posizione sulla bici tenendo in considerazione anche il suo comfort. Wout impressionò dicendo, in modo umile e professionale, che dovevamo semplicemente mostrargli la migliore posizione matematica e lui si sarebbe adattato. Il comfort era secondario».

I marginal gains

Si capisce un po’ meglio quel senso di notevole efficienza abbinato alle performance degli atleti Jumbo Visma a partire dallo scorso anno. E si capisce anche come il modello numerico messo a punto da Blocken si sia rivelato utile nella cronosquadre della Vuelta, vinta dal team olandese. E’ la conferma del fatto che alle vittorie si arriva certamente con la qualità degli atleti e la loro dedizione. Ad esse vanno tuttavia sommati gli altri contributi. La nutrizione, la tecnologia, l’aerodinamica, il riposo e tutti quei dettagli che oggi costituiscono il vero sviluppo dello sport. Un’attenzione maniacale introdotta dal Team Sky, cui si stanno allineando tutti i team di vertice.

Van Aert, niente crono ai mondiali: tutto sulla strada

07.08.2022
5 min
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A cosa pensi se il gigante del Tour, quello capace di vincere in volata, in salita e poi a crono, annuncia che ai mondiali farà solo la prova su strada? Wout Van Aert lo ha detto con largo anticipo. A Wollongong correrà la prova su strada e non la crono. Lo smacco dello scorso anno brucia ancora e si può capire. Nel giro di quattro giorni, correndo per giunta in Belgio, il gigante di Herentals fu battuto da Ganna nella crono di Bruges e si spense nella prova su strada vinta da Alaphilippe, arrivando all’undicesimo posto.

La sua Cervélo S5 verde di fine Tour, con il meritato gioco di parole…
La sua Cervélo S5 verde di fine Tour, con il meritato gioco di parole…

Velocisti a rischio

Tutti si aspettavano che la federazione australiana progettasse un percorso su misura per Caleb Ewan, invece il menu prevede un tracciato di 266 chilometri con 3.945 metri di dislivello. Partenza da Helensburgh, poi lungo la costa si arriva a Wollongong. Qui il gruppo farà il primo anello con l’ascesa del Monte Keira (salita di 9 chilometri con una media oltre il 5 per cento). Poi inizierà il circuito cittadino che affronteranno per 12 volte. Esso prevede la salita di Mount Pleasant: un chilometro al 7 per cento e una punta del 14. Dalla cima, ci sono 8 chilometri fino al traguardo.

A questo punto, Wout ha capito che per arrivare fresco alla sfida su strada, dovrà rinunciare alla crono. Troppo alto il rischio di non essere allo stesso livello di Remco Evenepoel, altro leader belga che vinta San Sebastian, passerà attraverso la Vuelta.

Ecco lo scollinamento di Mount Pleasant, lo strappo più duro a 8 chilometri dall’arrivo del mondiale (foto Ryan Miu)
Ecco lo scollinamento di Mount Pleasant, lo strappo più duro a 8 chilometri dall’arrivo del mondiale (foto Ryan Miu)

Bennati ragiona

E cosa dice Daniele Bennati, sapendo che nella gara in linea si troverà davanti un simile campione mentalizzato sulla gara singola, senza il rischio di spendere energie preziose nei giorni precedenti, nonostante al Tour abbia di mostrato di poter battere Ganna?

«Sapevo che non avrebbe fatto la crono – dice il cittì azzurro, non senza ironia – e mi fa pensare che forse se la avesse fatta, sarebbe stato meglio. Magari arrivava alla prova su strada un pochino più stanco e appagato. Probabilmente preferisce non fare la crono perché nelle prove lunghe Ganna gli ha dato delle belle sberle negli ultimi due anni. Da una parte è meglio per il nostro Pippo che ha un avversario in meno nella crono, però dall’altra si può dire senza dubbio che Van Aert sarà il favorito numero uno per la prova in linea».

Bennati è volato in Australia con il cittì delle donne Sangalli per capire meglio il percorso iridato (foto FCI)
Bennati è volato in Australia con il cittì delle donne Sangalli per capire meglio il percorso iridato (foto FCI)
Il percorso è adatto a lui?

Parliamoci chiaro, quale percorso non lo è? Forse quello delle Olimpiadi dello scorso anno era un pochino troppo duro, però per come si era gestito, era lì per giocarsi anche l’oro di Tokyo (il belga conquistò l’argento alle spalle di Carapaz, ndr). Quasi qualsiasi tipo di percorso gli è favorevole, per cui sicuramente questa sua scelta ne farà il favorito numero uno per il mondiale.

Come si contrasta un gigante del genere?

Innanzitutto bisogna capire con chi fare la corsa. Sicuramente se gli diamo la possibilità di aprire il gas ai piedi dell’ultima salita, che comunque è a 8 chilometri dall’arrivo, per lui è sicuramente un bel vantaggio. Dipende dalla situazione di corsa, con il Belgio che sarà a sua disposizione. Noi dovremo essere bravi a trovare l’occasione giusta per mettergli i bastoni tra le ruote. Quegli 8 chilometri non sono pochi, un corridore da solo deve avere sicuramente una grandissima condizione per andare all’arrivo, anche perché gli ultimi 3 chilometri molto probabilmente saranno con il vento in faccia.

A Wollongong si potrà pure arrivare in volata, ma dopo una corsa più impegnativa rispetto alle prime analisi
A Wollongong si potrà pure arrivare in volata, ma dopo una corsa più impegnativa rispetto alle prime analisi
Si può ragionare, insomma?

Sono fiducioso, perché spesso e volentieri un corridore nettamente favorito non riesce a vincere… Mi ricordo il precedente mondiale in Australia, a Geelong nel 2010. C’era un certo Philippe Gilbert che era veramente superiore a tutto il gruppo. E lui fece il diavolo a quattro su quel percorso che comunque non era semplice. Tutti davanti alla televisione pensavano che sarebbe arrivato con una gamba sola, però alla fine che cosa è successo? Spese troppo attaccando in continuazione, andò via da solo dopo l’ultima salita e quei chilometri fino al traguardo gli rimasero indigesti. E quindi questo è un mondiale in cui si potrebbe ripresentare una situazione simile. E sicuramente può essere a vantaggio nostro.

Cosa pensi di Van Aert?

E’ un corridore veramente stratosferico. Penso di non aver mai visto nel ciclismo moderno affrontare un Tour de France come ha fatto lui. Forse neppure il miglior Sagan riusciva a fare le stesse cose, pur parlando di uno che ha vinto 7 maglie verdi consecutive. La solidità che ha avuto quest’anno Van Aert al Tour de France è stata disarmante.

Il mondiale di Leuven è stato un passaggio a vuoto che Van Aert non vuole ripetere
Il mondiale di Leuven è stato un passaggio a vuoto che Van Aert non vuole ripetere
Pensi sia imbattibile?

Devo dire che in alcune occasioni tatticamente ha lasciato un po’ a desiderare, però un corridore così si può permettere anche di sbagliare tattica, perché è talmente forte che può recuperare il giorno dopo. Però credo che l’Italia in passato sia riuscita, magari tanti anni fa, a vincere dei mondiali al cospetto di campioni come Hinault, Merckx, Indurain. Chissà, prima o poi lo rivinceremo noi come Italia un mondiale, no? E se magari Van Aert uno di quegli errori li fa nella gara di un giorno, allora anche per lui recuperare diventa difficile…