Troìa, una “rompighiaccio” per Pogacar e non solo

06.04.2022
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Un bestione di 191 centimetri per 80 chili. In pratica quando passa in testa Oliviero Troìa si sente lo spostamento d’aria! Nel suo caso, soprattutto se stai scortando Tadej Pogacar, è come stare a ruota di una rompighiaccio. O di una locomotiva, fate voi. E un “piccoletto” come Pogacar non prende aria. Poi sia chiaro. Non lavora solo per lo sloveno. Ha già aiutato a vincere McNulty, Trentin, Gaviria

Il corridore ligure della UAE Emirates è sempre più un uomo squadra. Lo abbiamo visto in prima linea all’Oman e anche in corse di primissimo piano come la Milano-Sanremo e il Giro delle Fiandre. Alla settima stagione da pro’, tutte in questa squadra, il suo ruolo è ben definito. E sì che il colpo vincente che aveva da dilettante ci sarebbe ancora…

Gigante prezioso

Oliviero non esce da un super periodo. A fine agosto si era rotto la clavicola (dopo che ne aveva rotta una anche a marzo) e stava lavorando ad un bel finale di stagione.

«In effetti – ci ha detto – quello appena passato è stato un anno un po’ sfortunato. Per fortuna che le cose stanno tornando come devono. La condizione è molto buona e abbiamo un leader molto forte».

Nei giorni del Fiandre, Oliviero chiaramente era vicino a Tadej. Il suo ruolo? Garantire una certa sicurezza in gruppo al leader sloveno, aprirgli la strada nei tratti in pavé e portarlo avanti.

«Dovevo proteggerlo e fargli spendere meno energie possibili, soprattutto nella prima parte della gara». Obiettivo raggiunto alla grande visto che era in testa a fare largo al suo capitano sin quasi al momento cruciale dell’attacco sul Kwaremont.

Uno così, con certe caratteristiche è perfetto per questo ruolo. Garantisce un certo riparo dall’aria. Se c’è da fare a spallate non si sposta così facilmente, ma al contrario può creare i suoi spazi. E se c’è da menare per tanti chilometri o da fare una sparata a 60 all’ora lui è presente. Alla Sanremo, per esempio, ha tirato fortissimo l’imbocco della Cipressa: attacco e prima parte di salita.

In Oman Oliviero ha lavorato per Gaviria e Rui Costa, leader rispettivamente per le volate e per la generale
In Oman Oliviero ha lavorato per Gaviria e Rui Costa, leader rispettivamente per le volate e per la generale

Motivazione massima 

Ma se oggi il livello medio di cui tanto si parla si è alzato, lo stesso discorso vale per i gregari. Per aiutare bisogna essere all’altezza. Magari qualche tempo fa un corridore con certi valori e certe caratteristiche avrebbe potuto essere un leader.

Troìa ci appare davvero tirato, determinato, concentrato.

«E’ vero – riprende – sono più magro dello scorso anno. Ho lavorato molto durante l’inverno e quest’anno sono arrivato alle corse con un’altra forma. Avendo un leader molto forte, mi sono dovuto anche adeguare».

«Con Pogacar in squadra le cose cambiano parecchio. Con un capitano come lui, che forse è il più forte al mondo c’è anche tutt’altra motivazione nel fare il gregario. Vai oltre il tuo 100%, dai di più di quel che hai».

Troìa tra le ammiraglie. Nonostante le radio e i tanti rifornimenti lungo la strada, il gregario ancora “scende” tra le macchine
Troìa tra le ammiraglie. Nonostante le radio e i tanti rifornimenti lungo la strada, il gregario ancora “scende” tra le macchine

E ora la Roubaix

Nel frattempo è arrivato anche un figlio e questo ha cambiato un po’ gli equilibri. Si dice che un corridore assesti la sua vita. Che sia ancora più vincolato da certi orari e che in “soldoni” possa fare ancora meglio la vita dell’atleta.

«Con un figlio è tutto più bello. Hai più motivazioni quando arrivi a casa. C’è lui che ti sorride e di conseguenza poi sei più spronato anche a fare il tuo lavoro. Non pensi ad altro: lavoro e famiglia».

Non si sa ancora se vedremo Troìa al Giro d’Italia. Ma una cosa è certa la sua campagna del Nord non è finita. Ci sono ancora due appuntamenti importanti da affrontare: la Scheldeprijs e la Parigi-Roubaix. Non ci sarà Pogacar, ma i leader non mancano alla UAE Emirates. Trentin è in ripresa e magari potrebbe essere la sua buona occasione per tornare ad annusare l’aria là davanti.

«Per ora – conclude Troìa – finisco con la Campagna del Nord, poi con la squadra valuteremo cosa fare. Dovrei disputare un grande Giro. Per ora non sono previsto per il Giro d’Italia, forse più per la Vuelta. Ma c’è tempo…».

Van der Poel urla di gioia, Pogacar di rabbia. Ma che Fiandre!

03.04.2022
6 min
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Il Giro delle Fiandre numero 106 è racchiuso in un chilometro, l’ultimo. Un rettilineo. Una volata. L’epilogo della Ronde è incredibile. Mathieu Van der Poel e Tadej Pogacar davanti si marcano come due pistard e dietro Valentin Madouas e Dylan Van Baarle risalgono come due frecce. Sembra la famosa Liegi del 1987, con Argentin che da dietro piomba su Criquelion e Roche.

Però che duello. I più forti erano, i più forti sono stati. Le fiammate sui muri. La potenza superiore dei due su tutti gli altri. L’allungo di Pogacar sul Kwaremont. La folla sui muri. Ragazzi, questo è spettacolo puro.

Come pistard

Lo sloveno sembra averne di più dell’olandese. E’ lui che fa la selezione maggiore sul secondo passaggio dell’Oude Kwaremont. Tira per tempi decisamente più lunghi quando sono in fuga ed è sempre lui che costringe ad una “svirgolata” VdP sul Paterberg. Però il risultato non cambia: Mathieu è sempre alla sua ruota.

Quattrocento metri. VdP, in testa, si sposta sul lato destro vicino alle transenne. Pogacar non si muove. Non si muove, ma si volta. Madouas e Van Baarle li vedono. Vedono che sono quasi fermi e spingono a più non posso.

Questa rimonta fa partire un po’ più lunghi del previsto i due mattatori che forse non hanno un rapporto ideale, soprattutto Pogacar. Lo sloveno si risiede cerca di cambiare, ma si trova incastrato da Van Baarle.

Centocinquanta metri all’arrivo. Siamo nel pieno dello sprint, ma il campione della Alpecin-Fenix non lo sta disputando con il suo ormai vecchio compagno di fuga, bensì con Madouas. Il francese è partito lunghissimo e chiaramente non ho più le gambe per i 50 metri finali. VdP invece ha energia da vendere in confronto. Stavolta il Fiandre è suo.

Tra incubi e gioia

Van der Poel si gioca ancora una volta la Ronde. Ancora un testa a testa. E forse inizia a rivedere i fantasmi di un anno fa, quando si trovò nella stessa identica situazione, ma con Asgreen al posto di Pogacar. Forse anche per questo cerca di risparmiare ogni briciolo di energia. E forse anche per questo la sua fidanzata, Roxanne incrocia le mani come per pregare dietro l’arrivo. 

E le sensazioni di un secondo posto bis sono più che reali dopo l’arrivo.

«Ho lavorato tantissimo per questo Giro delle Fiandre – ha detto Mathieu – ci tenevo troppo. Non sapevo neanche se sarei potuto esserci fino a qualche settimana fa. Sul Paterberg stavo quasi per mollare, poi ho trovato altre energie. Pogacar mi ha fatto soffrire, mi ha spinto al limite. Per fortuna che nel finale sono riuscito a risparmiare un po’. Sapevo e ho detto stamattina che Pogacar poteva essere il mio alleato migliore, ma credo anche che forse era il più forte e se avesse vinto lo avrebbe meritato».

E questa ammissione non è cosa da poco per l’olandese. “I mostri” del 2021 non possono che essere vivi. E dal Paterbeg e con tutto quel rettilineo lungo e dritto ce n’era di tempo per rivederli. Questa non è una volata di potenza, ma di energie. Solo loro due possono sapere quante ne avevano.

«Mi sono fatto ancora delle domande negli ultimi chilometri – ha raccontato Van der Poel – sono stato nella stessa situazione per il terzo anno consecutivo. Mi prendevo cura di Tadej e non degli altri dietro. La volata di Pogacar? Deve farne qualcuna in più…».

Ahi, ahi Pogacar

Il Fiandre di Pogacar invece dura 50 metri di meno. Lo sloveno smette di pedalare. Si sbraccia. E continuerà a sbracciarsi fin dopo il traguardo. Per la prima volta lo vediamo furioso. Non ci sta. Tornando al discorso delle energie, che solo loro due possono sapere davvero, Tadej si sente defraudato di quello che magari per lui e per le sue gambe, era un successo assicurato.

Qualche secondo dopo dopo l’arrivo gli sfila a fianco il corridore della Ineos-Grenadiers, Van Baarle. L’olandese cerca il suo sguardo, ma Pogacar replica stizzito con gesti plateali. Ci teneva veramente tanto a questo Giro delle Fiandre. Lo ha perso, probabilmente sa che un po’ di colpa è anche la sua per non aver azzeccato la volata, ma anche stavolta se andiamo a vedere il bicchiere è mezzo pieno per lui. 

Infatti, se prima c’era qualche dubbio su una sua reale possibilità di vittoria al Fiandre, adesso si ha la certezza che questa corsa la può vincere. Forse più della Sanremo.

«E’ stata un’esperienza bellissima – ha detto il capitano della UAE Emirates – bella atmosfera, incredibile. Sul momento c’è stato un po’ di disappunto dopo la volata. Mi sono trovato con la strada chiusa, non ho potuto dare il mio meglio negli ultimi 100 metri. E tornerò, sicuro!».

Il podio finale. Doppietta olandese con Van der Poel e Van Baarle. Terzo Madouas
Il podio finale. Doppietta olandese con Van der Poel e Van Baarle. Terzo Madouas

Neanche la radio

Ma i dubbi sulla volata restano. Ha sbagliato lui? E’ stato chiuso? Certi momenti sono sempre concitati e mai facili da gestire. Su una cosa però Tadej ha ragione: non è riuscito ad esprimere il suo massimo. E forse per questo brucia ancora di più.

E in certi casi neanche la tecnologia, leggi le radioline, possono fare molto. 

«Se l’ho avvertito per radio? L’ultima volta che gli ho parlato – spiega il suo diesse Fabio Baldatoè stato ad un chilometro e mezzo dall’arrivo. Gli ho detto: Tadej, attenzione perché hanno 25”. Poi gli ho fatto i complimenti e ho chiuso la comunicazione per due motivi. Primo perché noi dalla tv in auto vediamo la corsa con circa 15” di ritardo e poi perché al chilometro finale c’era la deviazione delle ammiraglie.

«Sapete, finché la corsa riesci a scorgerla qualcosa gli dici, ma se non lo vedi c’è poco da fare. Giusto che facesse la sua corsa. Ma credo che non si possa criticare questo corridore perché sbaglia una volata. Insomma, quarto al primo Fiandre…».

Mori 2022

Mori, qual è il segreto della “nuova” Uae?

02.04.2022
5 min
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Tadej Pogacar ma non solo. Le imprese dello sloveno non sono solamente frutto del suo immenso talento, ma vanno inquadrate nel contesto di una squadra, il Uae Team Emirates, che non è più un semplice corollario. L’andamento della prima fase stagionale dice anzi che la formazione degli Emirati ha un singolare primato: quello di avere il più alto numero di vincitori nel circuito. Si vince con Pogacar, certo, ma anche con tanti altri e ogni volta che ci si presenta al via, chiunque siano i selezionati si corre per vincere.

Sembrano così lontani i tempi del Tour 2020, il primo vinto dallo sloveno. Si disse allora che la grande impresa era stata tale perché Pogacar aveva vinto praticamente da solo, mandando in crisi la Jumbo Visma per superare alla fine Roglic. C’era del vero, ma forse si era esagerato e la disamina della prima parte di stagione, di quel primato importante non può che partire da allora. A farla è un uomo che da 5 anni vive la realtà del team, Manuele Mori prima corridore e ora nel gruppo dei diesse.

MOri 2019
Mori, empolese di 41 anni, ha chiuso la carriera nel 2019, dopo 16 anni fra i pro’
MOri 2019
Mori, empolese di 41 anni, ha chiuso la carriera nel 2019, dopo 16 anni fra i pro’
Allora, Manuele, la squadra attuale è figlia anche di quella controversa interpretazione del Tour?

Diciamo che su quel che è successo allora si è ragionato a lungo in seno alla squadra. Non va dimenticato, ad esempio, che a inizio Tour perdemmo Formolo che era una pedina fondamentale proprio per sostenere Tadej, inoltre pochi ricordano che la prima maglia gialla fu nostra, grazie a Kristoff. Si guardava all’esito delle tappe, ma nell’approccio alle salite Pogacar aveva sempre almeno un uomo con sé, l’imperativo era non strafare, riguadagnare quanto bastava per giocarsi tutto a cronometro. E’ chiaro però che da lì non ci si è fermati, ma si è ripartiti per fare una squadra molto più forte.

E’ pur vero però che dopo un anno e mezzo la situazione è profondamente cambiata…

Quando hai il numero 1 in assoluto può sembrare tutto facile e scontato, ma non è così. Matxin ha lavorato con grande attenzione, ha dato vita a una struttura che ha in Tadej l’elemento più importante, ma uno dei tanti. Mi spiego meglio: il principio alla base del team è che l’importante è che vinca il team. Ci sono quindi occasioni – e lo avete visto anche voi – nelle quali Pogacar si mette al servizio degli altri. Al Uae Tour, nell’ultimo giorno, Tadej stava correndo in supporto di Majka e Almeida, perché vincessero loro, poi l’attacco di Yates lo costrinse a rispondere in prima persona.

Di acquisti ne sono stati fatti molti.

Sono stati scelti corridori di spessore ma anche giovani di prospettive, perché non guardiamo al singolo anno, il nostro è un lavoro in proiezione futura. Ci permette di portare a ogni gara una squadra competitiva, sempre nell’ottica di correre per vincere, chiunque sia a farlo. Questo ha portato ogni corridore a far propria una condotta di gara aggressiva, non subiamo mai le iniziative altrui, che siano gare d’un giorno o corse a tappe.

Pogacar ha spesso affermato che “vincere aiuta a vincere”…

E’ una grande verità, si è visto dalla prima gara che le cose andavano bene e questo influisce sul morale, dà entusiasmo, consente ai giovani di crescere con calma, ad esempio Covi sul quale puntiamo moltissimo. Tutti devono avere i loro spazi: alla Sanremo Ulissi ha corso per Tadej all’approccio del Poggio, ma poi a Larciano ha finalizzato lui la corsa. Matxin ha lavorato per inserire i tasselli adatti a ogni situazione di corsa.

C’è una gara che può identificare al meglio questa filosofia di base?

La Vuelta a Murcia, dove ero proprio io in ammiraglia Uae: erano in 5, ma sembravano 8 per come coprivano ogni fase della gara, portando alla fine Covi al successo. Trentin aveva ottime possibilità personali, eppure si è messo a tirare per Alessandro e le cose sono andate al meglio. Matteo era contentissimo e quel morale gli è servito successivamente in Belgio.

Soler Tirreno 2022
Per Marc Soler nuovo team e nuovo ruolo, ma verrà anche il suo momento
Soler Tirreno 2022
Per Marc Soler nuovo team e nuovo ruolo, ma verrà anche il suo momento
Anche dal punto di vista strategico però si lavora per essere competitivi in tutti i grandi giri considerando che Tadej più di due non può farne…

E’ il discorso che facevo prima nell’inserimento dei giusti tasselli. Joao Almeida è un leader nato per le grandi corse a tappe, ci consente di avere un’alternativa valida sia che Pogacar sia presente, sia che debba svolgere il ruolo di capitano unico come al prossimo Giro. Ricordando sempre che quel che conta è il Uae Team. Tadej lo sa bene, è sempre il primo a mettersi a disposizione e se la classifica, Dio non voglia, si dovesse mettere in un certo modo, darà volentieri una mano.

Finora hanno vinto in tanti. Da chi ti attendi uno squillo fra quelli che ancora non hanno potuto alzare le braccia?

Mi piacerebbe vedere Soler vittorioso, si è approcciato al suo nuovo team e nuovo ruolo con molta umiltà e disponibilità, ma ha già dimostrato di essere maturo per un successo e io penso che sia solo questione di tempo. Poi Ayuso naturalmente, ha un talento enorme, ma il tempo gioca decisamente a suo favore vista l’età ancora tanto giovane. In generale tutti i nuovi si sono integrati bene e stanno rendendo al meglio, però un ultimo pensiero vorrei dedicarlo a Majka, è stato davvero un piacere vederlo vincere all’ultima Vuelta, io c’ero e so che cosa significava per lui, lo ripagò del grande lavoro svolto al Tour. Vorrei che questi tre mi regalassero una gioia a breve, sarebbe davvero come se vincessi io.

Più tosti della neve. In UAE Emirates già mordono

01.04.2022
5 min
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«Come da programma, stamattina i ragazzi sono usciti in bici. E sì che io gli ho detto di partire un po’ più tardi, tanto più che il meteo era dato in miglioramento. Ma loro non ne hanno voluto sapere nonostante la neve. “Restiamo col programma originale”, mi hanno detto. E quando è così, capisci quanto sono motivati».

Spunta un pizzico d’orgoglio sul volto di Fabio Baldato quando gli abbiamo fatto notare che molti team hanno preferito restare al coperto sui rulli.

Il Giro delle Fiandre si apre ufficialmente 48 ore prima del via con le ricognizioni sul percorso. Un percorso insolitamente imbiancato. Qui in Belgio fa un freddo cane. Al mattino è anche nevicato. Ma i ragazzi della UAE Emirates non si sono tirati indietro.

Così si presentavano i muri fiamminghi questa mattina… La neve ha imbiancato le Fiandre
Così si presentavano i muri fiamminghi questa mattina… La neve ha imbiancato le Fiandre

Nuova sfida

In un moderno hotel di Waregem, Matteo Trentin, Fabio Baldato e Tadej Pogacar si concedono ai giornalisti, mentre fuori i meccanici ripuliscono le bici al freddo. E ogni tanto cade ancora qualche fiocco di neve, ma non attacca.

La prima cosa che ci viene in mente, ripensando alla ricognizione del mattino, tra l’altro fatta spingendo anche abbastanza, è che Pogacar oltre che un fuoriclasse è anche un gran lavoratore. E’ un corridore che si mette in gioco, che guarda avanti e ragiona a lungo termine.

Ci sono delle similitudini tra il sopralluogo di oggi e la crono iridata, sempre qui in Belgio. Era una crono piatta, sapeva che non avrebbe vinto contro specialisti quali Ganna, Kung o Van Aert, ma dopo Tour e Olimpiadi ha voluto partecipare lo stesso. Perché? Per essere preparato anche alle maxi crono pianeggianti, qualora un giorno gliene fosse toccata una in un grande Giro.

Oggi lo sloveno si è infilato i guanti (Trentin neanche quelli. Ha detto anche che non era poi così freddo), la maglia pesante e si è buttato sui muri e sotto la neve. Non ci ha pensato due volte. C’era una “lezione all’università” e lui non se l’è voluta perdere. E c’era anche il professore…

«Mi metto in gioco – ha detto Tadej in conferenza stampa -. Per me il Fiandre è una nuova sfida, vediamo cosa succederà. So di non avere esperienza, ma ci proviamo.

«Vincere? Ci sono tanti che possono vincere. Io proverò a dare il massimo, sapendo che potrebbe non bastare perché ci sono i muri, il pavé e non sai mai cosa ti potrebbe capitare in una corsa così. Le prime sensazioni sono state buone. E’ bello pedalare qui, ma la gara è un altra cosa. Per fortuna che con me c’è Matteo».

Capitano in gruppo

Trentin è seduto al suo fianco. Il trentino ha il taping sul collo. Si porta dietro ancora i segni della gran botta presa nella caduta alla Parigi-Nizza. 

«Ho ancora dolori a queste fasce muscolari – mentre le indica passandocisi un braccio – e la bici di certo non è la miglior medicina visto che col collo sei sempre teso in avanti. Però ogni giorno miglioro un po’.

«Come vedo Tadej? Bene, questo ragazzo dove lo metti sta! Non ha troppa esperienza ed è vero: alla Dwars door Vlaanderen più di qualche volta è stato costretto a risalire. Sicuramente sprecherà un po’ di più degli altri. Fosse rimasto dietro in una cote della Liegi non avrebbe avuto problemi a risalire. Qui invece, anche se hai la gamba, non è detto che tu possa riuscirci. E poi è bello che un corridore del suo calibro si metta in gioco in questo genere di corse. E’ un vero bene per il ciclismo».

«La Jumbo Visma è la più forte –  ha aggiunto poi Trentin – con o senza Van Aert (che ufficialmente ancora non ha alzato bandiera bianca, ndr). Hanno Benoot e altri che possono fare bene. E poi c’è la Alpecin con Van der Poel…».

In primo piano le bici appena lavate di Trentin e Pogacar, entrambi hanno provato con ruote da 45 mm
In primo piano le bici appena lavate di Trentin e Pogacar, entrambi hanno provato con ruote da 45 mm

Corsa più aperta?

Alla vittoria, ancora una volta, ci credono eccome in casa UAE Emirates. Ci crede Baldato che vede nei suoi ragazzi quella grande determinazione di cui dicevamo all’inizio. 

«Noi partiamo sempre per vincere. Tadej può farcela. E’ un campione. Ho la fortuna di avere in squadra Matteo Trentin, che è un vero direttore in corsa. Vediamo di guidarlo bene con lui. Matteo stesso sta migliorando e anche oggi ho visto che ha fatto un piccolo step».

Il ruolo di Trentin resta cruciale in UAE Emirates e Baldato lo sa bene. Non sembra pretattica. Semmai si sarebbe dovuto fare il contrario per sgravare Pogacar che ha già tante pressioni di suo.

«La corsa forse senza Van Aert sarebbe un po’ più aperta – ha aggiunto in un secondo momento Baldato – io spero che i miei ragazzi siano davanti quando il gruppo si assottiglierà, quando resteranno in 30 e magari possano cogliere il momento buono. La Jumbo-Visma resta la squadra più forte. Benoot forse ha qualcosa in più di Laporte, ma Laporte è più veloce in caso di arrivo ristretto».

Il diesse, che al Fiandre fu due volte secondo (1996, 1995) però sembra molto più concentrato sui suoi. Il Fiandre con Pogacar leader è una sfida nuova anche per lui.

«Sono orgoglioso di guidare questi ragazzi. Ragazzi che hanno voglia e mentalità vincente… come uscire sotto la neve».

Sprint a ranghi ridotti: a lezione da Diego Ulissi

31.03.2022
7 min
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Quando la scorsa domenica Diego Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio a Larciano ha sfoggiato uno dei suoi “cavalli di battaglia”: lo sprint in gruppetti ridotti (nella foto di apertura). Il corridore della UAE Emirates è un cecchino quando si arriva in pochi. Sa giudicare bene le tempistiche, i rapporti, la durata dello sprint. Oltre al fatto che ha doti fisiche adatte.

Con Diego, partendo proprio dalla volata di Larciano, cerchiamo di capire come si gestiscano questi arrivi. Un argomento che, come vedremo, il toscano ha subito fatto suo e l’intervista si è trasformata in una “lezione ad aneddoti”.

Liegi 2021: uno degli sprint ridotti più tesi degli ultimi anni. Pogacar fa la volata quasi al centro rettilineo e vince di gambe
Liegi 2021: uno degli sprint ridotti più tesi degli ultimi anni. Pogacar fa la volata quasi al centro rettilineo e vince di gambe
Diego, partiamo dalla volata di Larciano. Arrivo in fondo alla discesa con l’ultimo chilometro “pianeggiante”. Tu, Gallopin, Verre e Fedeli guadagnate una manciata di metri. Come hai capito che quello era l’attacco da seguire?

Sono frazioni di secondo. Devi pensare e scegliere in pochissimo tempo la soluzione migliore. Domenica, Hirschi era stato ripreso e non poteva scattare perché aveva appena speso molto, in più era davanti al drappello e non ha visto scattare Verre. Io che ero dietro avevo una visione più completa e mi è venuto d’istinto seguirlo. Era però un’azione pericolosa.

Perché?

Perché eravamo all’ultimo chilometro e noi della UAE eravamo in due, quindi uno ci doveva essere. Verre ha tirato molto, ma lo capisco perché è giovane e anche un piazzamento gli dà fiducia, e questo ha favorito la mia volata. Mi ha consentito di restare a ruota. Gallopin è partito lungo e lì devi essere freddo perché l’arrivo tirava un po’ e non puoi partire troppo presto, almeno che tu non ne abbia il doppio degli altri, cosa che non puoi sapere. Devi essere lucido. Devi quantificare bene la distanza dall’arrivo e quanto possono reggere le tue gambe.

Lucidità, distanza dalla linea d’arrivo, pensieri: serve sangue freddo…

Serve, serve… Mentre vi raccontavo della volata di Larciano mi è venuta in mente quella di Agrigento al Giro 2020, con l’arrivo in salita. Una salita corta e pedalabile però, in cui potevano reggere corridori come Sagan e Demare. Noi quindi volevamo portarli allo sprint con le gambe in croce. Valerio Conti ha tirato fortissimo. Io sono uscito con Honorè. Poco dopo dalla radio mi hanno detto che stava risalendo Sagan. Mi sono girato e l’ho visto. A quel punto potevo fare due cose. Aspettarlo e batterlo in volata, sperando che sprecasse tante energie per rientrare, o spingere ancora per non farlo rientrare. Dovevo ragionare in una frazione di secondo. Ho deciso di aspettare un po’ e rifiatare quel tanto per batterlo in volata e così è andata. Molto quindi dipende anche dall’arrivo.

Agrigento 2020: dopo il forcing di Conti scatta Honorè, Ulissi lo bracca e intanto “fa cuocere” Sagan che rimonta da dietro
Agrigento 2020: dopo il forcing di Conti scatta Honorè, Ulissi lo bracca e intanto “fa cuocere” Sagan
Cioè?

Da come è fatto: se tira, se ci sono curve, se è un po’ in discesa. Per esempio, lo scorso anno ragionavo con Covi dopo che in Sicilia perse allo sprint con Valverde. Posto che Alejandro è un campione, non lo ha però battuto perché avesse più gambe, ma perché aveva preso in testa le due curve finali e seguendo la traiettoria non aveva potuto far altro che stargli a ruota. Valverde aveva anticipato la volata. Una lezione che magari gli servirà per il futuro.

E tu gli arrivi li studi sempre, soprattutto quando sai che puoi fare bene?

Nei percorsi che non si conoscono, come gli arrivi delle corse a tappe, visualizziamo gli arrivi con VeloViewer o comunque abbiamo delle tecnologie con le quali i diesse ci fanno vedere i finali al dettaglio. In questo modo capiamo cosa ci aspetta e come possiamo interpretare la volata. E questo è importante anche per parlare con i compagni che ti devono portare allo sprint. In tal senso mi viene in mente la tappa di Monselice sempre al Giro d’Italia del 2020.

Quella dei Colli Euganei. Racconta pure…

Quel giorno eravamo una ventina e con me c’era McNulty. Ai 300 metri sapevamo che c’era una doppia curva verso sinistra, quasi come un’inversione ad U. Ci siamo parlati e gli ho detto esattamente in che posizione volevo essere dopo la curva. E così è andata. Sono uscito terzo, proprio davanti ad Almeida che fece secondo per mezza ruota.

Quando Ulissi parla di calibrare bene le distanze… Ecco il colpo di reni perfetto di Monselice al Giro 2020
Quando Ulissi parla di calibrare bene le distanze… Ecco il colpo di reni perfetto di Monselice al Giro 2020
Conoscere l’arrivo influisce anche sulla scelta dei rapporti?

Sì. Di solito io uso sempre il 53. Ho un buon picco di potenza per il mio peso, ma non è altissimo in scala assoluta, tuttavia riesco a mantenerlo a lungo. Ed è proprio così che vinsi a Fiuggi (Giro 2015, ndr). Anche lì, l’arrivo tirava e con un dente in meno sono riuscito a non diminuire assolutamente i watt nei 200 metri finali. Battendo di fatto i velocisti più puri.

E invece uno sprint che hai perso? Un errore che non rifaresti?

Mi viene in mente una tappa al Giro di Polonia 2020, su un arrivo in leggera salita. Con i compagni abbiamo preso la volata un po’ troppo lunga. C’è stato quindi un leggero calo della velocità e ai 300 metri Carapaz ha anticipato. Quando poi sono uscito, ho rimontato, ma era tardi. Quel giorno abbiamo sbagliato. E può succedere.

Nella gestione di questi sprint a ranghi ridotti, battezzi una ruota o fai per conto tuo a prescindere da chi c’è?

Solitamente battezzo una ruota, ma dipende anche dal tipo di sprint che si vuole impostare. Generalmente quando un corridore sa di essere il più veloce si mette in condizione di fare la “volata pulita”. Si mette in testa dietro ad un compagno e si fa lanciare per partire nel momento che reputa giusto in base a energie, distanza, vento, pendenza… Se invece c’è un corridore più veloce, cerca la sua ruota. Cerca di sfruttare la sua scia e spera di saltarlo. Ma non è facile. Per esempio nelle volate dell’ultima Coppi e Bartali con gente come Van der Poel e Hayter cerchi una delle loro ruote, ma poi uno dei due resta libero e magari fa uno sprint migliore.

Giro di Polonia 2020: il lavoro della UAE Emirates si esaurisce troppo presto. Ulissi resta scoperto e Carapaz lo anticipa
Giro di Polonia 2020: Ulissi resta scoperto troppo presto e Carapaz lo anticipa
Di solito questi arrivi sono tesi, specie se magari sapete che da dietro il gruppo non rientra e ci si controlla: come si gestisce la tensione?

Se un corridore in stagione arriva presto alla vittoria, gestisce meglio anche quei frangenti. Rischia di più, resta più calmo e tende a sbagliare meno. Se invece inanella dei piazzamenti, s’innervosisce. In generale bisogna cercare di essere freddi, fidarsi dei compagni e ragionare quel mezzo secondo prima dell’avversario. Ma non è facile. E un pizzico di fortuna serve sempre. E poi vincere aiuta a vincere.

La vecchia regola di spostarsi alle transenne per controllare un lato solo vale ancora?

Sì, vale sempre. Riprendiamo lo sprint di Larciano. Verre aveva appena tirato e sapevo che non poteva più fare molto. Fedeli era alla mia sinistra e non aveva spazio. Gallopin davanti. Ero in piena visuale. Avevo la situazione sotto controllo. Quindi di tre avversari di fatto ne controllavo uno solo: Gallopin. Lui è partito un po’ lungo, io l’ho fatto quando ho deciso che fosse il momento migliore. A quel punto ho dato tutto sperando, come sempre, che qualcuno non mi sorpassasse da dietro. E’ importante non deconcentrarsi.

Un capolavoro tecnico-tattico, quante cose da tenere sotto controllo…

Penso anche all’arrivo di Tirano al Giro 2011.

Tirano 2011: Ulissi (Lampre) precede Visconti. Il toscano lascia poco spazio al siciliano che non la prende benissimo
Tirano 2011: Ulissi (Lampre) precede Visconti. Il toscano lascia poco spazio al siciliano che non la prende benissimo
Ah, sapevamo che l’avresti tirata fuori. Altrimenti lo avremmo fatto noi! Quella volata fu bella complessa…

C’è tutto un ragionamento dietro quella volata, non fu uno sprint a caso. 

Spiegaci tutto…

Eravamo in quattro: Bakelands, Lastras, Visconti ed io. Lastras era “velocetto” e poteva anche partire all’ultimo chilometro. E Giovanni era il più forte e il più veloce, era maturo e vincente e per questo era quello che temevo e controllavo di più. Dalla mia avevo il fatto che ero un neopro’ e non sapevano quanto fossi veloce. Li presi un po’ alla sprovvista partendo lungo. In più quel giorno montai il 52, anziché il 53: il rettilineo tirava un po’, si era alla terza settimana e c’era stanchezza… fatto sta che appena sono partito, essendo più agile, ho preso subito quei 10 metri. Ma restava Visconti. Così e mi sono buttato nel punto in cui ero più protetto dal vento, ma non del tutto alle transenne. Gli lasciai quello spazio (coperto dal vento che faceva gola, ndr), dove però sapevo che non sarebbe potuto passare. Diciamo che cadde nel tranello. Me la studiai bene! L’importante è che nessuno si fece male.

Un ragionamento vero e proprio! All’inizio Diego, hai parlato d’istinto. Ed è vero: okay l’esperienza, con la quale si può migliorare, ma certe cose o ce le hai o non ce le hai. E’ così?

Per le tempistiche serve l’istinto è vero ma credo anche che si debba conoscere i corridori. Io quando sono a casa guardo le corse e studio gli avversari. Non si sa mai. Perché okay le dritte dei diesse, ma la tua visione, quella del corridore, è differente.

Quattro allenamenti ben fatti e Trentin riparte dal Nord

26.03.2022
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E’ superfluo dire che per la sua primavera Matteo Trentin avrebbe sperato in qualcosa di meglio. La forma alle prime uscite era parsa davvero ottima, invece la caduta nella seconda tappa della Parigi Nizza e la conseguente commozione cerebrale hanno fermato il magico processo della condizione, puntata sulla Milano-Sanremo e sulla stagione delle classiche.

Questa la foto pubblicata da Trentin su Twitter, per raccontare la violenza della sua caduta alla Parigi-Nizza
Questa la foto su Twitter, con cui Trentin ha raccontato la sua caduta alla Parigi-Nizza

Un lungo stop

Le conseguenze del forte colpo alla testa, che si sono manifestate tre giorni dopo la caduta e hanno costretto il Trentino al ritiro, sono state piuttosto pesanti. Matteo è rimasto fermo per 10 giorni, poi gradualmente ha ripreso la bicicletta.

«Le prime uscite sono durate un’ora – sorride il corridore dell’UAE Team Emirates – proprio da gente messa male. Mi faceva male il collo, più forte di così non riuscivo ad andare e poi comunque il protocollo per la commozione cerebrale suggerisce una ripresa graduale e inizialmente blanda. Da quei primi giorni sono migliorato sempre un po’, pur rendendomi conto che sono ripartito da un livello molto basso».

Prima della caduta, Matteo aveva raggiunto un’ottima condizione
Prima della caduta, Matteo aveva raggiunto un’ottima condizione

Valori ancora buoni

Da ieri sera Matteo è in Belgio, dove domani correrà la Gand-Wevelgem e dove rimarrà fino a domenica prossima correndo nel frattempo a Waregem e poi al Giro delle Fiandre.

«Ci arrivo con quattro giorni di allenamento vero – ammette – diciamo che ho la condizione per correre, che però non è quella di prima. Stavo molto bene e per la legge della preparazione, non essendomi rotto un osso, il muscolo ha perso tono, ma non ha dimenticato tutto. Lo dico a ragion veduta perché la progressione dei valori cui ho assistito negli ultimi giorni non è certo quella di inizio stagione».

Settimo posto per Trentin all’Het Nieuwsblad, prima della vittoria a Le Samyn
Settimo posto per Trentin all’Het Nieuwsblad, prima della vittoria a Le Samyn

Da 60 a zero sull’asfalto

La caduta di Orleans continua a scorrergli davanti agli occhi, anche se con la sua proverbiale ironia Trentin riesce a sdrammatizzare piuttosto bene la situazione.

«Sono passato da 60 a zero finendo sull’asfalto – dice – sono stato il primo a cadere e tutti gli altri mi hanno travolto. Sulla schiena ho il segno di uno pneumatico: se mi fosse andata male, sarebbe potuto essere un 53 oppure un 54 e a quel punto la cosa sarebbe stata più seria. Non avevo mai picchiato così duro con la testa e credo che non sarei mai potuto ripartire quando i sintomi si sono fatti veramente seri.

«Non mi sono preoccupato molto – aggiunge – perché non sono svenuto mentre andavo in bicicletta. Quel giorno ho finito la tappa ed ho corso anche il giorno dopo e questo in qualche misura mi ha tranquillizzato. Ma dal momento in cui ho cominciato ad avere i primi fastidi, non sarei andato in bicicletta neppure se mi avessero costretto».

Alla Gand-Wevelgem troverà il Matej Mohoric che ha conquistato la Sanremo
Alla Gand-Wevelgem troverà il Matej Mohoric che ha conquistato la Sanremo

Fortuna cercasi

Le prossime sfide sono coperte da un grosso punto interrogativo. Trentin è certamente un lottatore, ma anche lui sa che davanti ad avversari che già vincono e dimostrano da settimane di essere in grande condizione, per ottenere un grosso risultato servirebbe davvero un colpo di fortuna.

«Ci vorrebbe davvero – sorride – un colpo di… Ma come ben sapete, ultimamente non sono cose che capitano a me. Magari succederà quando starò di nuovo bene. L’obiettivo è mettere nelle gambe una corsa lunga, visto che avrei dovuto fare la Sanremo e sono stato costretto a saltarla, cercando che la condizione migliori. E se poi per un miracolo, dovesse andarmi bene, io non mi tiro certo indietro…».

Cosa serve per diventare un grande gregario? Marcato risponde

23.03.2022
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Il ciclismo è fatto di campioni che vincono le gare e dominano le grandi corse a tappe. Si parte in (quasi) duecento e uno solo vince: uno sport di squadra che vede la vittoria del singolo. Ci sono due ruoli nelle corse in bici, chi vince e chi lavora per far vincere (il gregario). Tutti vorrebbero appartenere alla prima categoria, ma non è possibile. Allora come si fa a ritagliarsi il proprio spazio rimanendo in questo mondo per tanti anni? Marcato ad esempio, che in apertura è in testa al gruppo sui Campi Elisi al Tour del 2020, c’è rimasto per 17 anni… 

Per Marcato nel 2022 è iniziata una nuova avventura, questa volta in ammiraglia, accanto a lui Oliviero Troia
Per Marcato nel 2022 è iniziata una nuova avventura, questa volta in ammiraglia, accanto a lui Oliviero Troia

Un ruolo quasi obbligato

«Gregari – inizia Marco – si diventa per spirito di adattamento, non per scelta. L’aspirazione di tutti è quella di vincere le corse, ma alzare le braccia sotto lo striscione d’arrivo è roba per pochi. Nei primi anni da professionista impari a capire quale può essere il tuo ruolo all’interno della squadra, giocandoti, com’è giusto, le tue opportunità».

«E’ un compito difficile quello del gregario, è molto apprezzato dalle squadre, ma meno dalla gente comune. I team, soprattutto quelli WorldTour, guardano al ranking. Di conseguenza sono molto legati alle vittorie, quindi o vinci o aiuti a far vincere».

Fin da under 23 è importanti imparare a correre in tutti i modi per sviluppare caratteristiche differenti
Fin da under 23 è importanti imparare a correre in tutti i modi per sviluppare caratteristiche differenti

Bisogna imparare da giovani

Ultimamente c’è una tendenza ad evitare questo ruolo, come a non volersi rassegnare ad una carriera differente da quella sognata. Così alcuni corridori inseguono per tanti, forse troppi anni il successo senza mai raggiungerlo e di conseguenza le opportunità finiscono, così come le loro carriere.

«Vero – risponde l’ex corridore della UAE Team Emirates– ma bisogna partire da prima, da quando si è dilettanti. Se uno corre in una squadra che lo coccola, lo porta sul palmo a giocarsi le gare, sempre coperto ed al sicuro, poi soffre enormemente il passaggio al professionismo. Sono pochi i corridori che passano giovani e sono già capitani. Si deve imparare a sacrificarsi e correre in tutte le situazioni già da under 23».

Quello del gregario è un ruolo importante, bisogna saper mettere gli interessi della squadra davanti ai propri
Il gregario saper mettere gli interessi della squadra davanti ai propri

Saper cambiare

«E’ chiaro che una volta capito che il tuo ruolo è quello del gregario, cambia anche la tua idea di ciclismo. Se prima eri abituato ad andare forte nel finale di corsa, ora devi specializzarti nel dare il massimo in altre situazioni. Finire la corsa diventa un di più (Formolo alla Sanremo, dopo il grande lavoro per Pogacar si è ritirato, ndr)».

E allora come cambia la mentalità e l’approccio all’allenamento? «Un esempio – riprende Marcato – è imparare a stare al vento, non ripararti ma riparare, pensare anche per gli altri. Se stai risalendo il gruppo e c’è uno spazio minuscolo, non ti ci fiondi dentro, ma aspetti un momento migliore. Devi pensare che hai un filo invisibile che ti unisce al tuo capitano e non devi farlo spezzare».

Il rapporto tra gregario e capitano si basa sulla fiducia, per questo Soler e Pogacar si sono trovati subito fianco a fianco
Il rapporto tra gregario e capitano si basa sulla fiducia, per questo Soler e Pogacar si sono trovati subito fianco a fianco

Tutti per uno e uno per tutti

Il rapporto tra leader e gregario è solido e molto delicato, si costruisce nel tempo e la fiducia è alla base di tutto.

«Fiducia è la parola fondamentale – dice – se non c’è quella, non si va da nessuna parte, ovviamente va costruita nel tempo. Il gregario, soprattutto quello di fiducia, deve imparare ad essere anche un po’ psicologo, saper spronare il capitano, motivarlo. Vi faccio l’esempio di Richeze e Gaviria. Fernando si fida ciecamente di Max. Se il primo si butta nel fuoco, il secondo lo segue a ruota. Questo vale anche per i corridori giovani, che sono forti ma inesperti. Per loro avere un compagno di cui fidarsi e che li guidi in tutte le fasi della corsa è fondamentale».

Grazie alla sua esperienza Marcato, già nelle ultime stagioni, ricopriva un ruolo da diesse in corsa
Grazie alla sua esperienza Marcato, già nelle ultime stagioni, ricopriva un ruolo da diesse in corsa

Da gregario a diesse

Si è notato, negli anni, come i grandi gregari siano poi diventati bravi diesse. Come se questo lavorare per gli altri li porti ad avere una naturale visione d’insieme.

«Sicuramente – conclude Marcato – uno che ha lavorato molto per gli altri è abituato a considerare la squadra come un insieme. Solo se hai provato certe cose in prima persona sai cosa vuol dire. Questo, una volta che ti siedi in ammiraglia, ti aiuta a sapere cosa stai chiedendo ai tuoi corridori».

Soler e Pogacar: un binomio vincente fin da subito

22.03.2022
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Una frase di Marc Soler al termine di una tappa della Tirreno-Adriatico, vinta dal suo compagno Pogacar, ha acceso il nostro interesse. Lo spagnolo ha detto che lavorare per Pogacar è facile e che è contento di essere alla UAE Team Emirates. Incuriositi da queste parole abbiamo chiesto a Matxin, team manager della UAE, come sono andati i primi mesi di Marc Soler accanto a Tadej. 

Matxin e Soler si conoscono da molti anni, da quando Marc vinse il Tour de l’Avenir nel 2015
Matxin e Soler si conoscono da molti anni, da quando Marc vinse il Tour de l’Avenir nel 2015

Un lungo corteggiamento

Uno scudiero accanto al principe sloveno, questa è la descrizione pensata dopo l’approdo di Soler alla corte di Matxin. Ma l’interesse per il corridore spagnolo parte da lontano…

«Non c’è stato un vero e proprio primo contatto per portarlo qui – dice Matxin – io Marc lo conosco da quando correva nei dilettanti e vinse il Tour de l’Avenir (nel 2015, ndr). L’ho sempre ritenuto un corridore forte, tant’è che ho provato a portarlo da me già anni fa, ma senza riuscirci».

Soler è stato fondamentale per la conquista della Tirreno da parte di Pogacar, soprattutto nelle tappe di Bellante e del Carpegna
Soler è stato fondamentale per la conquista della Tirreno da parte di Pogacar

Accanto da subito

Nella conferenza stampa di presentazione si era parlato di cercare un feeling con Pogacar, provando ad entrare subito in sintonia.

«Marc e Tadej – riprende il team manager – si sono ritrovati in stanza insieme fin dal primo ritiro. E’ stata una mia decisione, volta a farli conoscere e metterli subito in contatto. Dovranno stare parecchio vicini nel corso della stagione. I due si sono subito trovati bene insieme, me lo ha detto lo stesso Marc. Non è difficile stare accanto a Pogacar, anzi direi che è molto facile, lui ha un carattere gentile e molto umile che ti mette una gran voglia di lavorare con lui e per lui».

Non mancheranno le occasioni per cercare il successo personale, ora è al Catalunya dove ha chiuso la prima tappa al 30ª posto
Non mancheranno le occasioni per cercare il successo personale, ora è al Catalunya

Ad ognuno i suoi spazi

Per Marc però non mancheranno le occasioni per mettersi in mostra e provare a fare risultato. In questi giorni correrà la Volta Ciclista a Catalunya provando a prendersi un po’ di spazio.

«Lo si era già detto nella conferenza stampa di inizio stagione – prosegue Matxin con voce viva – per Marc ci saranno anche le occasioni per provare a vincere. La nostra filosofia di squadra è differente, siamo consapevoli delle qualità di Tadej, ma non per questo lui è il nostro unico capitano. Il trattamento in squadra deve essere uguale per tutti, dal primo al migliore, non dico ultimo perché qui non c’è una gerarchia.

«La nostra è una filosofia che paga – riattacca immediatamente – considerate che abbiamo ottenuto 20 vittorie con 9 corridori diversi fino a questo momento. Il programma per Marc prevedeva di fare la Parigi-Nizza da protagonista (corsa che ha già vinto nel 2018, ndr). Tuttavia lui stesso ci ha detto che avrebbe preferito fare la Tirreno accanto a Tadej per aiutarlo a conquistare uno dei primi obiettivi della stagione».

L’arrivo di Soler è un rinforzo importante in vista della prossima sfida del Tour
L’arrivo di Soler è un rinforzo importante in vista della prossima sfida del Tour

Spalle larghe

L’arrivo in squadra di un corridore come Soler è legato anche al fatto di avere un maggior supporto durante il Tour de France. La UAE negli anni ha subìto qualche critica per il poco supporto fornito a Pogacar.

«Sinceramente – dice Matxin – non ho mai dato peso alle critiche, che poi non le chiamerei così, sono opinioni ed ognuno ha la sua. Come si dice nel calcio: “Ogni volta che gioca la nazionale siamo tutti cittì”, questa cosa vale anche nel ciclismo. Soler è un corridore di grande esperienza e con una grande capacità di lettura della corsa. Nella squadra non abbiamo solo lui, ma il suo arrivo ci ha permesso di aggiungere un tassello importante al nostro puzzle».

«In Spagna un corridore come Marc lo definiamo come “talante” ovvero un mix di talento e carattere. Lui, di entrambe le cose ne ha da vendere e questo mi piace molto. E’ un corridore che non teme le sfide anzi, lo esaltano».

Hirschi 2022

Rinascita Hirschi. La Per Sempre Alfredo è sua

20.03.2022
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In un fresco pomeriggio di (quasi) primavera risorge Marc Hirschi. Uno dei baby fenomeni del 2020 mette a segno un buon colpo a Sesto Fiorentino, alla Per sempre Alfredo. Lo svizzero del UAE Team Emirates ha vinto con un’azione da manuale.

Scatto secco a poche centinaia di metri dallo scollinamento, qualche secondo nel taschino e via a tutta verso l’arrivo. Il distacco che oscilla tra i 13” e i 5”, ma lui a testa bassa ha tirato dritto e non si è lasciato intimorire.

La Per Sempre Alfredo è alla sua seconda edizione, il tracciato passava “sotto casa” dell’indimenticato cittì azzurro a Sesto Fiorentino
La Per Sempre Alfredo è alla sua seconda edizione, il tracciato passava “sotto casa” dell’indimenticato cittì azzurro a Sesto Fiorentino

Rinascita Hirschi

In effetti mancava un po’ da radar Hirschi. Per lui molti problemi di salute. Questa era la sua prima gara del 2022. Un debutto con vittoria.

«Sì – dice Hirschi con gli occhi lucidi mentre si cambia dopo l’arrivo – per me è un sogno. Una rinascita? Diciamo che questa vittoria mi dà fiducia per le corse che arrivano. E sì penso che sia una rinascita. Adesso tutto sommato sto bene, ho ripreso continuità, i mei problemi alla spalla sono abbastanza superati, mi manca ancora un po’ di flessibilità, ma miglioro».

«Ma soprattuto è stato un sogno vincere così. Ho fatto un bell’attacco. Ho spinto al massimo fino alla fine. Ero un po’ teso, concentrato prima del via perché era passato molto tempo dall’ultima gara».

Come lo scorso anno Moschetti in forza alla Trek-Segafredo, in un certo senso per Hirschi e la sua UAE Emirates affrontare una corsa più piccola come questa era quasi più rischioso, era un po’ come avere l’obbligo di vincere.

«Vero, ma non solo per me – Hirshi era senza dubbio il nome più importante al via – ma per tutto il team, eravamo sotto gli occhi di tutti. Eravamo  la squadra più forte e tutti ci guardavano. Non è stato affatto facile per questo. Ma con i ragazzi e in particolare con Camilo Ardila abbiamo lavorato bene. Fare la differenza non era facile in quanto c’era molto vento in faccia. Lui ha fatto il forcing prima del mio attacco».

Marc Hirschi (classe 1998) pochi secondi dopo la vittoria a Sesto Fiorentino
Marc Hirschi (classe 1998) pochi secondi dopo la vittoria a Sesto Fiorentino

Ardenne in vista

Adesso lo svizzero si preparerà per gli appuntamenti più grandi. Metterà le classiche delle Ardenne nel mirino.

«Farò la Coppi e Bartali, poi il Gp di Larciano, il Gp Indurain e le Ardenne. Tirerò dritto fino al Romandia, dove voglio andare forte. Poi farò una pausa. Farò l’altura e quindi Tour de Suisse e Tour de France. La mia stagione proseguirà così».

Hirschi dunque torna nel ciclismo di altissimo livello. Ricordiamo che ha vinto il mondiale U23 del 2018, nel 2020 si è portato a casa la Freccia Vallone, una tappa al Tour ed ha sfiorato la Liegi.

Un posto tra i grandi

In questi giorni Hirschi ha ammirato le imprese dei suoi compagni tra UAE Tour, Tirreno e tutto sommato anche la Sanremo di ieri, corsa da leader. Ci può stare lui in questo gruppo?

«Spero di essere all’altezza – ha detto – abbiamo una squadra super forte per le Ardenne. Oltre a Tadej ci sono tanti altri ragazzi che sanno il fatto loro e per questo spero di migliorare ancora la mia condizione».

«Allenarsi con tutti loro è un vero stimolo. Siamo un gruppo molto competitivo. Pogacar, Ayuso, Formolo, ma anche Majka e Polanc… in tanti hanno vinto e questo motiva il gruppo. Senza contare che adesso la maglia della UAE Emirates è molto rispettata in gruppo».