Un Covi enorme si prende il Fedaia e salva la UAE

28.05.2022
6 min
Salva

«Forse è davvero il Karma – dice Covi sorridendo – nel 2019 quassù ebbi una bella delusione. Stavo lottando per il podio al Giro d’Italia U23 e non essendo uno scalatore, sarebbe stato un bel risultato. Invece dovetti arrendermi ai colombiani che quel giorno si presero tutto (Einer Rubio vinse la tappa, Mauricio Ardila il Giro, ndr). Oggi ancora qui sul Passo Fedaia ho provato la più grande gioia sportiva da quando corro».

Gran mal di gambe

Questo è un giorno che Alessandro non dimenticherà tanto facilmente. Nella tappa in cui Jai Hindley ha buttato giù Carapaz dalla testa della corsa, il piemontese (nato a Borgomanero, anche se vive a Taino, in provincia di Varese) del UAE Team Emirates è partito in fuga al terzo chilometro del Pordoi e ha realizzato un’impresa che in certi momenti è parsa disperata.

Lo ha fatto con la sfrontatezza che lo ha sempre accompagnato e negli ultimi mesi si sta trasformando in grande concretezza. Non ha perso una pedalata. A volte ha fatto fatica a trovare il rapporto e ce ne spiegherà il motivo. Ma soprattutto è riuscito a gestire la fatica e il mal di gambe senza dare troppo peso al ritorno di Novak, che per qualche chilometro è parso sul punto di riprenderlo.

Ai meno 3 dall’arrivo, il mal di gambe ha fatto temere a Covi che arrivassero i crampi
Ai meno 3 dall’arrivo, il mal di gambe ha fatto temere a Covi che arrivassero i crampi

«Era fondamentale essere in fuga – racconta – e già stamattina avevo pensato che se fossi riuscito a prenderla, non avrei potuto aspettare l’ultima salita. Era importante scollinare per primo dal Pordoi, fosse stato anche con 10 secondi. Poi mi sarei buttato in discesa e sarei arrivato ai piedi del Fedaia con un po’ di vantaggio. Mi sarebbe bastato un minuto, ci sono arrivato con 2’30” e un gran mal di gambe».

Sul limite dei crampi

Il Fedaia picchia sodo. Il giorno è fresco, la gente è assiepata e arroccata su un’allegria da Giro d’Italia che sa di ritorno alla normalità. Grigliata e birre, tante bici. Il popolo del ciclismo è una tribù variopinta e fantastica.

Covi ha fatto la discesa dipingendo curve con tratti d’autore. Ha mangiato. Ha mandato giù borracce. Ma quando la pendenza ha iniziato a incattivirsi, il vantaggio ha iniziato a scendere e da dietro è partito Novak come una contraddizione. Se hai Landa che lotta per la generale, perché non lo aspetti come ha fatto Kamna per Hindley?

Il gruppo giù dal Pordoi, tirato blandamente dal Team Bahrain: come hanno corso?
Il gruppo giù dal Pordoi, tirato blandamente dal Team Bahrain: come hanno corso?

«Come l’ho gestita mentalmente? Pensavo solo al mal di gambe – dice Covi – e a dare quel che mi rimaneva e che potevo fino alla riga. Ero sul limite dei crampi. Quelli erano l’unica cosa che non doveva venire. Per questo cercavo di cambiare il rapporto per tenere il ritmo e anche se sembravo andare a vuoto, credo di essere riuscito a tenere un bel ritmo. Se fosse arrivato Novak, avrei preso fiato e l’avrei battuto allo sprint. Oggi volevo vincere».

Almeno 10 Giri davanti

E così vendetta è fatta. Avevamo parlato con Covi, Formolo e Ulissi per sapere come avrebbero reagito all’uscita di scena di Almeida, fermato dal Covid. Avevano promesso che sarebbero andati in fuga e oggi nell’azione che ha deciso la tappa c’era anche il Formolo sornione, che finché ha avuto forza, gli ha guardato le spalle.

«L’uscita di scena di Almeida – ripete – è stato un colpo durissimo. Spesso guardiamo solo alla corsa, ma il rapporto fra compagni si costruisce prima e la corsa è la parte minore. Con Almeida ho fatto un training camp in cui progettavamo di vincere il Giro oppure andare sul podio. Nei giorni in cui c’è stato, ognuno di noi ha lavorato per lui in base alle sue caratteristiche. Io non avrei mai potuto scortarlo in salita, ma lui ogni sera ci ringraziava. Quando è andato via gli ho detto: “Siamo giovani, abbiamo davanti almeno altri 10 Giri d’Italia. Ti tocca ancora tanta fatica!”. Il ciclismo sta cambiando pelle. Sono stato contento di vedere Hindley in maglia rosa, perché è un bravo ragazzo e in gruppo si comporta sempre bene».

Cappellino e ciuffo, Alessandro Covi ha portato allegria sul Giro
Cappellino e ciuffo, Alessandro Covi ha portato allegria sul Giro

Sfrontato come Pierino

Il sorriso ce l’ha stampato sul volto e col ciuffo che fuoriesce dal cappellino, ha l’espressione di un Pierino al settimo cielo, che oggi ha centrato il sogno di sempre.

Sulla salita che rese grande Pantani consegnandolo alla storia del Giro d’Italia, Alessandro Covi si è ripreso con gli interessi quel che due anni fa gli tolsero i colombiani. Nella UAE di Pogacar e delle altre star, stravedono per lui e lui oggi ha salvato il bilancio del Giro dello squadrone che non aveva ancora stretto nulla fra le mani.

I suoi 23 anni sono un ottimo biglietto da visita. Non è scalatore, ma va forte in salita: l’anno scorso è stato terzo sullo Zoncolan e oggi ha domato il Fedaia. Vince quando ci sono gli strappi. Non cerchiamo eredi di chi non c’è più o il pelo nell’uovo. Teniamoci stretti la sua leggerezza e speriamo che torni a brillare presto. Intanto godiamoci la sua vittoria come le tre degli altri italiani che finora hanno firmato tappe in questo Giro d’Italia.

Joao non c’è più, come cambiano i piani in casa UAE Emirates

27.05.2022
4 min
Salva

Il ritiro di Joao Almeida è stato un brutto colpo per la UAE Emirates. Un fulmine a ciel sereno che in pochi, nessuno, si aspettava. Le facce di diesse e corridori ieri al via da Borgo Valsugana erano scure. 

Avevano lavorato molto per questo obiettivo e avevano anche corso in un certo modo, proprio per supportare Almeida. Meno fughe del solito e quelle centrate fatte quasi con il solo scopo di portare avanti un uomo in caso di necessità.

I tre italiani del team, “capitan” Diego Ulissi, Davide Formolo e Alessandro Covi, li abbiamo intercettati ieri al termine della frazione, in quel di Treviso.

Ulissi, immediatamente dopo l’arrivo di Treviso
Ulissi, immediatamente dopo l’arrivo di Treviso

Ulissi realista

Diego Ulissi è colui che ci è sembrato più scosso. Subito dopo l’arrivo era abbastanza contrariato. E ci sta, un po’ la stanchezza di una tappa corsa ancora a tutta e un po’ la consapevolezza che i giochi sono fatti e spazio per recuperare ce n’è davvero poco.

«Come cambia il nostro Giro? E come cambia… si cercava di far classifica con Almeida, vi lascio immaginare…

«Si cercherà di combinare qualcosa con le forze rimaste». E lui di forze ne ha spese, per Almeida ma anche per Gaviria.

Poche parole e Diego scappa via tra la folla per tornare ai bus. Ma prima di andare aggiunge che non avrà più spazio degli altri giorni per provarci.

Ormai Diego è esperto e sa che il tempo e la strada in queste ultime due frazioni, la crono neanche la consideriamo, sono pressoché nulle. Ma conoscendolo se avrà solo mezza possibilità oggi farà di tutto per essere lì davanti.

Formolo è andato spesso in fuga, ma per essere un punto d’appoggio per Almeida
Formolo è andato spesso in fuga, ma per essere un punto d’appoggio per Almeida

Parola a Formolo

Il veronese non perde il suo sorriso e il suo consueto buonumore, ma ieri anche lui a Treviso non sprizzava gioia come sempre. Una giornata non bella per la UAE Emirates, iniziata col ritiro del portoghese e conclusasi senza che Gaviria si sia giocato la volata.

«Senza Joao la speranza era di combinare qualcosa oggi (ieri, ndr) con Fernando – ha detto Davide Formolo – ma davanti sono andati davvero forte. Per il resto vivremo alla giornata e vedremo cosa fare. Abbiamo lavorato molto per lui (Almeida, ndr) e Joao aveva lavorato molto per sé. Ci credeva, si era impegnato al massimo, stava bene ed è veramente un peccato.

«Se avrò possibilità di provarci? Quella sì, ma prima servono le gambe». E oggi in tanti vorranno provare.

Covi ha aiutato Joao sul Menador. Alessandro faceva parte della fuga e si è poi messo a disposizione del capitano
Covi ha aiutato Joao sul Menador. Alessandro faceva parte della fuga e si è poi messo a disposizione del capitano

Covi, delusione e riscatto

Dai due veterani si passa poi al piccolo, ad Alessandro Covi. Se il “Puma di Taino” ancora gioisce per lo scudetto del suo Milan, non fa certo i salti di gioia per l’abbandono di Almeida.

«Il ritiro di Joao – racconta Covi – è stata una bella botta per tutta la UAE, non solo per noi corridori. Vedi svanire un obiettivo… svanire per un “nulla”. E la cosa brutta è che non ci puoi fare niente. Stava bene, poi nella notte da quel che ho capito, ha iniziato a non sentirsi bene e mentre stavamo salendo sul bus ci hanno detto che non sarebbe partito».

«Come cambia il nostro Giro? Eh – sospira – non è facile, perché è tutto il Giro d’Italia che abbiamo lavorato e siamo riusciti a risparmiare energie davvero poche volte. Vediamo quello che viene perché restano due tappe e sono dure. Poi ancora non ho parlato con i diesse e non so cosa faremo».

La frazione di Castelmonte si annuncia sempre più interessante. Ci sono tanti intrecci, tanti interessi. La classifica, la vittoria di tappa… per molti è l’ultima occasione di riscatto e il fatto che ieri non si sia arrivati in volata aumenta ancora la pressione. E l’aumenta ancora di più in UAE Emirates, che a conti fatti ancora non ha vinto. Se già ieri Gaviria, per esempio, avesse disputato un buono sprint…

Ma le parole stanno a zero. Tra poche ore sarà la strada a dirci come andranno le cose per Ulissi, Formolo, Covi e compagni…

Joao, ancora una difesa eroica. Ma potrebbe non bastare più

24.05.2022
5 min
Salva

Sul Mortirolo e soprattutto sul Santa Cristina, Joao Almeida firma ancora un capolavoro, come sul Blockhaus. Per uno che non è uno scalatore, aver scollinato ad appena quattro secondi dalla maglia rosa, da Landa e da Hindley vuol dire tirare fuori il classico coniglio dal cilindro.

A cinque tappe dalla fine del Giro d’Italia, il corridore della UAE Emirates si trova in terza posizione a 44″ da Carapaz, non male. Anzi… Ma neanche benissimo: la sua posizione non è idilliaca. Quest’anno non avendo lo spazio di cui aveva beneficiato due anni fa (da semisconosciuto), non ha potuto sfruttare le tappe intermedie.

All’Aprica il portoghese incassa 14″ dai big. Il massaggiatore gli passa una borraccia con gli integratori, ma lui gli chiede l’acqua
All’Aprica il portoghese incassa 14″ dai big. Il massaggiatore gli passa una borraccia con gli integratori, ma lui gli chiede l’acqua

Sorpreso di se stesso

Però Almeida lotta. Eccome se lotta. Centellina ogni mezzo briciolo di energia. Anche sul Mortirolo, nel tratto più duro, si era leggermente sfilato, roba di centimetri. Ma come è iniziato il falsopiano si è riaccodato con una certa facilità.

All’arrivo però era provato anche lui. La prima cosa che ha chiesto è stata l’acqua. Nonostante la pioggia. Nonostante non facesse caldo come nei giorni precedenti.

In salita, ha confidato Joao ad un suo tecnico, ha sentito un po’ caldo. Neanche il tempo di mandare giù qualche sorso e di lasciar uscire dalle labbra un po’ d’acqua, per sentirne il fresco sulla bocca, che lo hanno portano via. C’era la vestizione della maglia bianca.

«Oggi – ha detto Almeida dopo l’arrivo – se devo essere sincero sono sorpreso di me stesso. Fin dalla partenza siamo andati a tutto gas. Non c’è stato un istante per respirare. Negli ultimi due Giri che ho fatto non ricordo di aver affrontato salite così impegnative e tappe tanto dure. Anche per questo sono davvero felice della mia prestazione e del mio risultato.

«Se penso alla maglia rosa? Ovviamente ci penso. Ma so che sarà un obiettivo difficilissimo perché i miei rivali sono fortissimi. Sono ancora ben messo in classifica. Non vedo l’ora di fare le prossime tappe. Devo continuare ad andare avanti e vedere fin dove arrivo. Continueremo a lottare fino alla fine».

Nella breve ma insidiosa discesa finale, sotto la pioggia, Almeida non ha rischiato nulla
Nella breve ma insidiosa discesa finale, sotto la pioggia, Almeida non ha rischiato nulla

Nessun rischio

Almeida però in volto non sembra soddisfatto, forse è solo stanchezza, visto che le sue parole sono state ben diverse.

Il distacco di Joao è un po’ aumentato scendendo verso l’Aprica, roba di nove secondi rispetto allo scollinamento. Il portoghese non è un drago in discesa, però è anche vero che aveva appena iniziato a piovere. E quando è così, sull’asfalto, specie se appena rifatto o nel sottobosco, si crea quella piccola patina che rende tutto più scivoloso. Anche Hirt e Arensman hanno avuto i loro bei problemi.

Ma gli ordini, ci hanno detto in casa UAE Emirates, erano chiari: non bisognava rischiare troppo. Meglio perdere qualche secondo più, fosse anche un secondo a curva, che mandare tutto all’aria.

L’unico piccolo rammarico che regna nel clan di Joao è l’aver messo il piede a terra quando Landa e Bilbao si sono toccati. Per un passista, regolarista come Almeida è stato uno stop dispendioso. Più dispendioso che per uno scalatore.

L’espressione del portoghese la dice lunga sulla durezza della tappa di oggi. Per queste salite aveva montato il 36×32
L’espressione del portoghese la dice lunga sulla durezza della tappa di oggi. Per queste salite aveva montato il 36×32

A sensazione

Ma quel colpisce di questo ragazzo è come sa gestirsi. Un veterano, nonostante sia un classe 1998. E abbiamo provato a parlarne direttamente con lui.

«Il Santa Cristina – ha aggiunto più tardi Joao mentre stava per rientrare in hotel – è stata davvero una salita dura e posso dire solo che l’ho fatta a tutta. Ho cercato di gestirmi al meglio, a volte guardavo il computerino, a volte no…».

«Sono sempre il primo big a staccarmi? E’ vero, è così. E’ il mio modo di andare – allarga le braccia, come a chiedersi: cosa ci posso fare? – ma bisogna soffrire. Io sto bene, le sensazioni sono buone ma ora, dopo 5.000 e passa metri di dislivello, sono stanco». E se ne va ai massaggi.

Joao a colloquio con Matxin, che lo porta subito all’interno per fare un debriefing della tappa
Joao a colloquio con Matxin, che lo porta subito all’interno per fare un debriefing della tappa

Tante, troppe salite

All’inizio abbiamo parlato di conigli dal cilindro. Ma anche se questi conigli iniziano a diventare tanti, potrebbero non bastare più. Verona è lontana e la cronometro finale non è lunga.

«Va bene – ci dice Matxin, super tecnico della UAE, che aspetta tutti i suoi ragazzi sulla soglia dell’hotel – dobbiamo tenere duro. Il problema è che ci sono salite. Salite e ancora salite. Volevamo essere un po’ più avanti e non è facile trovare spazio per attaccare. E sì: la crono è un po’ corta».

Però l’Almeida del 2020 era un corridore esplosivo su arrivi con strappi veloci. Era colui che a Monselice si buttava nello sprint con Ulissi, che guadagnava secondi sullo strappo di San Daniele del Friuli. Ha ancora queste caratteristiche? Maxtin non dice di no, ma neanche di sì.

«E’ molto regolare e in salita va più forte. Vediamo cosa inventarci».

La sensazione è che gli UAE Emirates da qui a Verona proveranno a ridurre il gap. E’ la loro unica chance.

Formolo nella morsa olandese: «Ma giuro che ci riprovo!»

13.05.2022
5 min
Salva

«Non sono mai stato un vincente, ma mi piace vincere. Ieri Facebook m’ha mandato il ricordo di quando vinsi a La Spezia, sono passati sette anni. E se non fosse stato per un crampo ai meno sette dall’arrivo, magari riuscivo a rifarlo…». Formolo fa un sorriso amaro, mentre il pullman chiude le porte e si avvia verso il prossimo albergo di questo lunghissimo viaggio che è il Giro d’Italia. Terzo a due secondi sul traguardo di Potenza, nella volata che a suo modo era già stata preannunciata dai gran premi della montagna che Bouwman si è messo nel taschino con evidente superiorità. Quattro olandesi e due italiani in fuga attraverso le montagne aspre della Basilicata. Come un film, un romanzo o una barzelletta.

«Una bella opportunità – racconta a caldo il veronese del UAE Team Emirates – ma come facevamo a fregarli? C’era una sola possibilità per metterli in croce. Seguivo facilmente i loro attacchi e quando si è presentata l’occasione di tirare dritto, è arrivato invece il crampo. Ho aspettato 200-300 metri, perché passasse. Avevo addirittura paura di dovermi fermare, invece mi sono ripreso, ma ormai eravamo in cima all’ultima salita e ho capito che sarebbe stata dura. Si saliva a 35 all’ora col vento contro, difficile andare più forte».

Ultimo Giro di Nibali? Il pubblico lo saluta con un sorriso che sa di gratitudine
Ultimo Giro di Nibali? Il pubblico lo saluta con un sorriso che sa di gratitudine

Il risveglio di Dumoulin

Nel giorno che ha segnato il ritorno in alto di Tom Dumoulin, che ha così riguadagnato qualche posizione in classifica (ha recuperato 2’50”), ai due italiani della fuga (entrambi a caccia di sole e riscatto) la sfortuna ha regalato quanto è bastato per appiedarli. E se Villella è stato costretto a un inseguimento balordo dovuto a noie meccaniche, per Formolo sembrava finalmente arrivato il momento della riscossa dopo una prima parte di stagione che più iellata difficilmente sarebbe potuta essere. Invece niente…

Formolo ha provato a staccare tutti in salita, ma il vento contro ha reso tutto più difficile
Formolo ha provato a staccare tutti in salita, ma il vento contro ha reso tutto più difficile
Rammarico?

Un po’ forse sì, ma i due Jumbo Visma erano forti e simili nelle caratteristiche e soprattutto si aspettavano, era evidente. L’unico modo per staccarli era correre in accordo con Mollema, ma non ci siamo mai riusciti. Alla fine, quando siamo rimasti in tre, mi stava anche bene che rientrasse Dumoulin, perché si sarebbe messo a tirare e magari ci poteva scappare un allungo, ma non è stato possibile.

Cercavi la fuga stamattina?

Non è stato facile portarla via, ci sono voluti 70 chilometri. Per cui quando è partita, siamo andati avanti con le energie che erano rimaste. La cercavo. Ho provato anche sull’Etna, ma ero ancora troppo vicino in classifica perché mi lasciassero andare. Così ne ho approfittato per prendere un po’ di tempo e guadagnarmi la libertà di riprovare. Sulla carta mi piace quella di Napoli, domani. Ma vediamo come ci arrivo.

Se non altro adesso stai bene…

Vediamo. Dopo il Giro dei Paesi Baschi m’è venuta una tendinite al ginocchio e non mi sono allenato per una settimana. Quest’anno è cominciato tutto col cinghiale che a gennaio m’ha attraversato la strada, con tanto di frattura della mano. Sono rientrato alla Tirreno-Adriatico e sono riuscito a mettere insieme una discreta condizione per fare la Sanremo. Poi ho preso come tutti l’influenza e sono stato per una settimana a letto. Mi sono allenato tre giorni e sono andato ai Paesi Baschi, che per noi è la corsa più dura dell’anno, con salite strette e ripide. E lì m’è venuta la tendinite.

Il minimo, dopo una settimana a letto…

Eh, appunto! Quest’anno non so cosa significa allenarsi. A casa sto con la famiglia, perché sto male. E alle corse poi mi distruggo. Di sicuro, ricominciare dai Baschi non è stato molto salutare (ghigna amaramente, ndr). Però una cosa la dico…

Avanti!

Se la gamba è questa, una tappa la porto via. Sono arrivato a Budapest con una condizione migliore di quanto mi aspettassi. Il primo giorno dovevo aiutare Ulissi e ho fatto danni, tirando troppo forte. Nella crono ho spinto, per vedere la condizione e non sono andato male. Sull’Etna pensavo di più, ma non ho la gamba dei migliori in salita. Sono qui per aiutare Almeida, il nostro leader, ma all’occorrenza abbiamo le nostre carte. Io per ora posso giocarle così. E lo ripeto: se la gamba è questa, una tappa la porto via.

Ricordate Fabrizio Bontempi? Ora lavora con i più giovani

04.05.2022
5 min
Salva

Fabrizio Bontempi ha legato indissolubilmente la propria vita ai pedali. E’ partito da bambino ed è arrivato fino al professionismo, dove è rimasto per 10 anni, dal 1989 al 1998. Ha indossato tante maglie prestigiose: da quella della Gewiss a quella di Lampre e Mapei per dirne alcune. Per 5 volte ha preso parte al Giro d’Italia e per 3 alla Vuelta.

Appesa la bici, si è imbarcato nella carriera da direttore sportivo, chiusa nel 2020 con la UAE Emirates. Dopo aver ricevuto tanto da questo mondo, nel 2005, ha deciso di restituire qualcosa ed ha fondato la società giovanile ASD Progetto Ciclismo nel suo paese: Rodengo Saiano (Brescia).

Fabrizio Bontempi al Giro d’Italia 1993 in maglia Mapei
Fabrizio Bontempi al Giro d’Italia 1993 in maglia Mapei

Il progetto

«Dopo tanti anni trascorsi nel mondo del ciclismo – inizia a raccontare Fabrizio – mi è sembrato giusto ridare qualcosa. Il gesto più semplice ed allo stesso tempo doveroso, era quello di fare qualcosa per il movimento giovanile. La società è nata nell’inverno del 2005, ma la prima attività sportiva l’abbiamo iniziata nel 2006. Io all’epoca ero ancora diesse della Lampre, questa per me è sempre stata un’attività “secondaria”. Non è un lavoro, ma una passione. A fine 2020 ho avuto la possibilità di andare in pensione e così ho deciso di dedicarmi maggiormente a questo progetto».

Fabrizio Bontempi 2007
Fabrizio Bontempi, a destra, diesse della Lampre con Ballan dopo il Mondiale di Varese del 2008. In mezzo il patron Mario Galbusera
Fabrizio Bontempi 2007
Fabrizio Bontempi, a destra, diesse della Lampre con Ballan dopo il Mondiale di Varese del 2008. In mezzo il patron Mario Galbusera

Il motore della passione

«Passione: parola importante – riprende dopo un breve silenzio – perché è quella che tiene in piedi il movimento giovanile. Noi abbiamo 20 collaboratori sempre presenti tra gare e allenamenti: lo fanno tutti guidati dalla passione verso questo sport. Non è mai facile perché si porta via tempo al lavoro e alla famiglia. Grazie all’amministrazione comunale si è costruito un ciclodromo di 700 metri dove i ragazzi possono correre ed allenarsi. In più, questa struttura è utilizzabile da tutta la comunità: dai podisti alle handbike. Le categorie con le quali lavoriamo sono quelle dai giovanissimi agli allievi, purtroppo quest’anno non avevamo il numero per fare la squadra, ma torneremo a farla la prossima stagione».

Il ciclodromo costruito dall’amministrazione comunale di Rodengo Saiano e utilizzato anche dai ragazzi per allenarsi e correre
Il ciclodromo costruito dall’amministrazione comunale di Rodengo Saiano e utilizzato anche dai ragazzi per allenarsi e correre

Le difficoltà non mancano

Il Covid e la crisi economica hanno colpito tutto il movimento sportivo, anche se le colpe non mancano o per lo meno si potrebbe fare di più per sostenere lo sport giovanile.

«La mia impressione – dice Bontempi – che non vuole essere una critica ma un’osservazione, è che ci si curi delle esigenze del professionismo trascurando i ragazzi. Vi faccio un esempio: pre Covid avevamo, nella sola regione Lombardia, 8 gare per la categoria giovanissimi ogni domenica. Invece, domenica scorsa (primo maggio, ndr) nessuna gara e siamo dovuti andare a correre in Veneto. Non è possibile che il Comitato Regionale non pensi e non presti attenzione ad una cosa del genere, a mio avviso avrebbero dovuto agire e cercare di organizzare almeno una corsa. Anche perché noi siamo partiti alle 13 e tornati a casa alle 21, capite che se poi uno ha una famiglia, deve fare dei sacrifici per stare dietro a tutto e non è facile…».

La formazione inizia già da piccoli, i ragazzi imparano tutto, anche a pulire la bici
La formazione inizia già da piccoli, i ragazzi imparano tutto, anche a pulire la bici

L’esperienza al servizio dei giovani

L’approccio all’attività dell’ASD Progetto Ciclismo è diverso: improntato a fare conoscere ed apprendere ai ragazzi, e non solo, tutto quello che ruota intorno al mondo della bici. Alla base c’è il divertimento nel praticare questo sport.

«Tanti anni di esperienza nel professionismo – racconta con trasporto Fabrizio – mi hanno permesso di avere una visione diversa, direi più ampia. Ci sono tante sfumature e molte cose da valutare in questo sport. Come società, insieme al consiglio direttivo, si è deciso di puntare molto sulla formazione e sull’informazione, sia con i ragazzi ma anche con i genitori. Spesso proprio questi ultimi creano delle problematiche, noi cerchiamo di far passare il messaggio che innanzitutto questo è un divertimento e uno svago. E che i ragazzi devono essere lasciati liberi di fare e di sbagliare».

Scuola di ciclismo e di vita

«I corsi che organizziamo, soprattutto in inverno – riprende l’ex diesse della UAE – servono per far apprendere come si gestisce questo sport, alla base del quale c’è un meccanismo delicato. Abbiamo fatto incontri con la nutrizionista per insegnare a curare l’alimentazione, non per perdere peso ma per uno stile di vita sano. Ho chiamato con noi il medico della Bike Exchange, Carlo Guardascione, per parlare di allergie da polline e polvere, visto che sono aumentati i casi tra i ragazzi. Lasciamo loro tanto spazio, devono imparare a gestirsi. All’inizio i genitori vengono coinvolti per coordinare il tutto e perché è giusto che anche loro siano partecipi, poi crescendo, i ragazzi vogliono essere indipendenti ed è giusto anche questo».

Sono previsti anche dei giorni di allenamento su pista per diversificare il lavoro
Sono previsti anche dei giorni di allenamento su pista per diversificare il lavoro

Multidisciplina? Parliamone…

«Gli allenamenti sono importanti per i giovani, e sono anche difficili da organizzare, bisogna sempre variare per mantenerli attenti. Io ho una visione diversa della multidisciplinarietà intesa come attività invernale (ciclocross o MTB, ndr) non mi piace molto. Non parlo di valenza tecnica, semplicemente non trovo utile obbligare un ragazzo a stare in bici 365 giorni su 365. Lo stacco invernale serve per fare altri sport come il nuoto e per svagarsi, ricordiamoci che hanno 16 anni, è anche giusto che escano con gli amici. Devono aver voglia di pedalare, se li obblighi a stare in sella anche a novembre e dicembre poi a marzo non hanno più voglia di allenarsi».

Ulissi nostra guida nei segreti della Freccia

20.04.2022
5 min
Salva

Il Martin’s Rentmeesterij hotel si incontra 300 metri dopo il castello dei misteri di Bilzen, ricavato nella Grand Commandery in cui il… fantasma di Lord Bielsen – al secolo Squire Armand Roelants du Vivier, che lottò da solo tutta la vita per mantenere intatta l’enorme proprietà – accompagna i turisti nelle magie del castello. La nostra visita vuole essere ugualmente una guida nei misteri della Freccia Vallone che si corre domani (oggi, ndr) da Blegny al Muro d’Huy. I corridori del UAE Team Emirates sono rientrati più tardi del previsto. Il programma prevedeva un’oretta e mezza di bici alla vigilia della corsa, ma la sosta caffè è durata più del dovuto e il rientro avviene all’ora del pranzo già scoccata.

Alessandro Mazzi prepara la bici per la Freccia di Ulissi, con pignone da 32 al posteriore
Alessandro Mazzi prepara la bici per la Freccia di Ulissi, con pignone da 32 al posteriore

UAE con più frecce

Ulissi ha l’espressione paciosa di un uomo di 32 anni che si è appena svegliato, perché evidentemente l’impegno dell’uscita è stato davvero blando. Lui la Freccia la conosce bene, sempre intorno ai dieci, con l’exploit del terzo posto nel 2019. La corsa del Muro d’Huy sembra tagliata sulle sue caratteristiche e magari domani (oggi, ndr) sarebbe una delle punte della squadra, se la UAE Emirates non avesse tra le sue file un certo Tadej Pogacar.

«Terzo – ricorda – dietro Alaphilippe e Fuglsang. Sto bene anche adesso. Sono uscito dai Baschi con buone sensazioni. Abbiamo passato la Pasqua a casa, quindi siamo di buon umore. Siamo una squadra con più frecce. Siamo consapevoli di avere il corridore più forte al mondo, quindi vedremo come affrontare la corsa».

Ulissi è uscito bene dal Giro dei Paesi Baschi, con il terzo posto a Zamudio
Ulissi è uscito bene dal Giro dei Paesi Baschi, con il terzo posto a Zamudio

Non solo il Muro

Il via da Blegny, dalla miniera Patrimonio dell’Unesco. Distanza di 202,5 chilometri e 11 cotes: tre di queste sono lo stesso Muro d’Huy, che si scala la prima volta dopo 139,8 chilometri, quindi al 170,9 e poi per l’arrivo.

«Bisogna stare attenti. Una volta che si è fatto il primo passaggio sul Muro – dice Diego – si va verso altre salite. Le stesse due ogni volta (la Cote d’Ereffe e la Cote de Cherave, ndr). C’è da vedere se tira vento, comunque ci sono dei punti critici da affrontare. E poi, come abbiamo visto dalle ultime volte, le corse ormai esplodono lontano dall’arrivo. Di conseguenza ci sono tanti punti dove stare attenti. Perché quelle salite si prestano per attacchi…».

Curva al 19 per cento

Il Muro d’Huy è l’arena verticale su cui si gioca la corsa. Salita di 1,3 chilometri con pendenza media del 9,6 per cento e la famosa doppia curva al 19 per cento. Chi si scopre troppo presto, finisce col piantarsi, ma non tutti hanno l’esplosività di Alaphilippe o Valverde.

«I segreti del Muro sono pochi – sorride – se non che ci vogliono tante gambe. Soprattutto è determinante la doppia curva, sinistra-destra. Lì devi essere assolutamente in ottima posizione. Il punto dell’attacco dipende dai corridori. Negli ultimi anni hanno dominato Valverde e Alaphilippe, appunto, che hanno fatto la differenza subito dopo la doppia curva. Per cui, una volta che ti sei lasciato dietro quel punto critico, si deve stare con gli occhi aperti ai movimenti degli avversari.

«Io ho messo il 32 per i primi passaggi, che magari si fanno un po’ più tranquilli. Si spera, almeno! Invece il rapporto per il tratto finale non si guarda mai. A quel punto contano le sensazioni delle gambe. Sai che devi spingere a tutta e guardare gli avversari, sapere che rapporto spingi è l’ultima delle preoccupazioni».

Vicino a Tadej

Quel che resta da capire sono i ruoli in corsa, con Hirschi che la Freccia l’ha vinta nel 2020 e Pogacar che l’ha fatta per due volte, con il 9° posto del 2020 come miglior risultato e un bagaglio specifico ancora da costruire.

«In tutte le classiche del Nord – dice Ulissi – alla fine l’esperienza paga. Per cui è importante aver fatto il Muro d’Huy in corsa per sentirlo nelle gambe e capire dove farsi trovare nei momenti decisivi. Vediamo quali saranno le sensazioni in gara. Senza dubbio dovrò stare vicino a Tadej nel finale, però bisognerà anche vedere come saremo messi quando la corsa esploderà sul serio».

Il resto sono chiacchiere, come facendo il punto dopo tanto tempo. Lia cresce bene, dice, ma è impressionante vedere la velocità con cui Anna, la più piccola, impara ogni cosa. I corridori per le Ardenne sono arrivati nella serata del lunedì, dopo Pasqua e Pasquetta in famiglia. La Liegi di domenica sarà il giro di boa della stagione, poi alcuni faranno rotta sul Giro, mentre Pogacar e il suo gruppo si concentreranno sul Tour. Ora si parla del Muro d’Huy. La curiosità di vedere all’opera il Pogacar delle classiche, che già s’è messo in tasca il Lombardia e la Liegi, sarà uno dei motivi di interesse della giornata.

Sopralluogo Fiandre-Roubaix, Fabio Baldato, Tadej POgacar, 2025, Tim Wellens

Sulla via di Compiegne, fra adrenalina e ricordi con Baldato

13.04.2022
5 min
Salva

Una volta all’anno, quella piazza ha qualcosa di magico. I ciottoli, il castello di Compiegne ricostruito da Napoleone dopo la Rivoluzione, ma soprattutto le ammiraglie, le bici e le gambe canforate che progressivamente si dirigono alla riga di partenza per Roubaix. In 18 anni da professionista, Fabio Baldato ha corso all’Inferno per 12 volte. E la prima volta, nel 1994, si piazzò al secondo posto (foto di apertura). Lui sa bene che cosa significhi schierarsi al via della classica del pavé e da qualche anno lo ha scoperto anche come direttore sportivo.

Dopo l’Amstel, il vicentino del UAE Team Emirates è tornato a casa e oggi seguirà la Freccia del Brabante dal divano, tifando per Trentin. E domani tornerà su, destinazione appunto Compiegne, per guidare la squadra nella sfida del pavé.

La piazza di Compiegne e dietro il Castello: così era nel 2021 il via della Roubaix
La piazza di Compiegne e dietro il Castello: così era nel 2021 il via della Roubaix
Che cosa si prova la mattina della corsa, da corridore, in quella piazza così magica?

Sensazioni forti. I primi anni, soprattutto dopo quel secondo posto, ero emozionato, teso. Avevo paura di sbagliare, di non beccare l’attimo giusto. Negli ultimi anni in proporzione l’ho vissuta con meno stress. Ho fatto le ultime due in appoggio di Ballan e sono finito ugualmente al decimo posto. L’esperienza aiuta. Quando sei giovane ed esuberante, ti finisci già nei primi tratti di pavé. Poi capisci che è meglio restare nascosti nella prima parte del gruppo e dare tutto negli ultimi 60 chilometri.

Quando si va al via della Roubaix, tecnicamente è già tutto deciso?

Quando correvo, le previsioni meteo non erano così precise o comunque non vi avevamo accesso. Si guardava la tivù e si sfogliavano i giornali. La mattina si apriva la finestra e si guardava il cielo, poi ci si bagnava il dito per capire da che parte soffiasse il vento. E all’ultimo si decideva che gomme mettere, ma erano sempre tubolari gonfiati a 6 davanti e 7,5 dietro.

Mentre oggi?

Oggi si fa l’ultimo test al venerdì e la scelta finale sulla scelta delle gomme si lascia al corridore, ma due giorni prima della corsa. Si guarda il decimo di atmosfera, in base al peso. Ho letto di questa novità di poter regolare la pressione in corsa. Può esserci il vantaggio di partire più gonfi per i primi chilometri sull’asfalto, poi calare per il pavé. Oppure la possibilità di intervenire se iniziasse a piovere.

Altre bici…

Ricordo che per un paio di stagioni RockShox portò dentro la forcella ammortizzata, apri e chiudi. La usai quando feci secondo. Poi finalmente è arrivato il carbonio, per telaio, forcella e soprattutto le ruote. Perché fossero più resistenti, i meccanici una volta saldavano i raggi fra loro. Le ruote in effetti non si rompevano, ma noi rimbalzavamo sulle pietre. Aggiungiamo la scoperta che la sezione più larga dei pneumatici non incide sul rotolamento e si capisce come siano più confortevoli le bici di oggi. Sono uscito qualche volta coi ragazzi sulle loro bici e non c’è paragone. Ricordate quando si puntò sull’alluminio? Bella trovata commerciale, leggero e più economico, ma vibrava e sbatteva in modo impressionante. La prima Roubaix con il carbonio la feci nel 2004 con la De Rosa della Alessio dopo 12-13 anni di carriera e fu scoprire un altro mondo.

Nella prima Roubaix del 1994, sulla Bianchi di Baldato (Mg Technogym) fu montata una forcella Rock Shox
Nella prima Roubaix del 1994, sulla Bianchi di Baldato (Mg Technogym) fu montata una forcella Rock Shox
Lo stress da direttore?

Le prime volte fu come tornare alle Roubaix degli inizi, con anche più stress di quando ero corridore. Anno dopo anno invece, con la consapevolezza è arrivato un maggior controllo. Quando abbiamo vinto la Roubaix del 2017 con Van Avermaet, ero in ammiraglia con Valerio Piva e l’abbiamo vissuta ogni metro. L’anno scorso fu esaltante con pioggia e fango, anche se con Kristoff ci fu qualche inconveniente meccanico. Se hai un corridore da top 10, la tensione in ammiraglia è altissima. Stai attento a ogni parola che ti arriva dalla radio, perché spesso sei lontano dal corridore.

Perciò venerdì si farà il sopralluogo?

Faremo gli ultimi 60 chilometri, da Orchies. Servirà per decidere le ultime cose e capire cosa ci aspetta domenica. Per chi non l’ha mai corsa, come Molano, sarà il modo di rendersi conto un po’ meglio. Io spero in Matteo (Trentin, ndr).

Trentin sarà la punta del UAE Team Emirates alla Roubaix. Esce da un periodo nero e sta crescendo
Trentin sarà la punta del UAE Team Emirates alla Roubaix. Esce da un periodo nero e sta crescendo
Come sta?

E’ in crescendo. All’Amstel gli è mancata la gamba sullo strappo più duro. Fa la Roubaix convinto e lo sapete che non è la sua corsa preferita, perché gli è sempre sfuggita dalle mani. Dopo la caduta della Parigi-Nizza e la bronchite, continuo a dirgli che la condizione arriverà proprio domenica alla Roubaix. Lui sa cosa fare, a volte sembra quasi inutile dargli consigli e allora mi diverto a punzecchiarlo. Sa che è l’ultima corsa buona di primavera. Se ci arriva con la testa giusta e la gamba fa il suo dovere, magari viene fuori qualcosa di buono. Già oggi secondo me andrà forte nel Brabante

Gobik “veste” il Giro di Sicilia: accordo ok con RCS Sport

12.04.2022
3 min
Salva

Parte oggi da Milazzo, per poi concludersi in cima all’Etna venerdì 15 aprile, l’edizione 2022 del Giro di Sicilia Eolo, la breve corsa a tappe che conta su ben diciannove squadre al via, ma anche e soprattutto sulla presenza nel gruppo di due siciliani doc. Il vincitore dell’ultima edizione Vincenzo Nibali e il ragusano Damiano Caruso, secondo classificato lo scorso anno nel Giro d’Italia vinto da Egan Bernal.

L’evento, che ricordiamo essere organizzato da RCS Sport in collaborazione con la Regione Sicilia, presenta quest’anno un’importante novità legata alla “new entry” di un partner “di peso” per quanto riguarda la realizzazione delle maglie dei quattro diversi leader di classifica. Parliamo di Gobik, azienda spagnola attiva sul mercato dal 2010, già ben presente nel gruppo dei professionisti attraverso partnership di rilievo quali quelle con UAE Team Emirates e Eolo Kometa.

Una strategia di crescita

Le maglie dei leader di classifica che Gobik ha disegnato per il Giro di Sicilia Eolo sono tutte prodotte con tessuti dell’italiana SITIP. La maglia giallo-rossa – i colori distintivi della Regione – è quella che verrà vestita primo della classifica generale, mentre la ciclamino è quella che verrà destinata al leader della classifica a punti. Come avviene al Giro d’Italia, la maglia verde pistacchio, sponsorizzata da Enel Green Power, è quella che verrà riservata al miglior scalatore, mentre quella bianca con l’evidente logo ENIT sarà assegnata al miglior giovane nato dopo il 1° gennaio 1997.

Alcune divise di squadre professionistiche, tra cui il UAE Team Emirates, sono disegnate da Gobik
Alcune divise di squadre professionistiche, tra cui il UAE Team Emirates, sono disegnate da Gobik

Gobik prosegue dunque decisa nella propria strategia di ampliamento, di promozione e di diffusione sul mercato italiano. Questa rilevante partnership con RCS Sport segue la nomina di Andrea Scolastico quale brand manager Italia, ma segue anche la definizione dell’accordo che Gobik ha definito con la Gran Fondo Internazionale Nove Colli – probabilmente l’evento Gran Fondo più famoso al mondo – che già da quest’anno annovera lo stesso brand spagnolo produttore di abbigliamento per ciclismo tra i propri sponsor ufficiali.

Gobik

Troìa, una “rompighiaccio” per Pogacar e non solo

06.04.2022
4 min
Salva

Un bestione di 191 centimetri per 80 chili. In pratica quando passa in testa Oliviero Troìa si sente lo spostamento d’aria! Nel suo caso, soprattutto se stai scortando Tadej Pogacar, è come stare a ruota di una rompighiaccio. O di una locomotiva, fate voi. E un “piccoletto” come Pogacar non prende aria. Poi sia chiaro. Non lavora solo per lo sloveno. Ha già aiutato a vincere McNulty, Trentin, Gaviria

Il corridore ligure della UAE Emirates è sempre più un uomo squadra. Lo abbiamo visto in prima linea all’Oman e anche in corse di primissimo piano come la Milano-Sanremo e il Giro delle Fiandre. Alla settima stagione da pro’, tutte in questa squadra, il suo ruolo è ben definito. E sì che il colpo vincente che aveva da dilettante ci sarebbe ancora…

Gigante prezioso

Oliviero non esce da un super periodo. A fine agosto si era rotto la clavicola (dopo che ne aveva rotta una anche a marzo) e stava lavorando ad un bel finale di stagione.

«In effetti – ci ha detto – quello appena passato è stato un anno un po’ sfortunato. Per fortuna che le cose stanno tornando come devono. La condizione è molto buona e abbiamo un leader molto forte».

Nei giorni del Fiandre, Oliviero chiaramente era vicino a Tadej. Il suo ruolo? Garantire una certa sicurezza in gruppo al leader sloveno, aprirgli la strada nei tratti in pavé e portarlo avanti.

«Dovevo proteggerlo e fargli spendere meno energie possibili, soprattutto nella prima parte della gara». Obiettivo raggiunto alla grande visto che era in testa a fare largo al suo capitano sin quasi al momento cruciale dell’attacco sul Kwaremont.

Uno così, con certe caratteristiche è perfetto per questo ruolo. Garantisce un certo riparo dall’aria. Se c’è da fare a spallate non si sposta così facilmente, ma al contrario può creare i suoi spazi. E se c’è da menare per tanti chilometri o da fare una sparata a 60 all’ora lui è presente. Alla Sanremo, per esempio, ha tirato fortissimo l’imbocco della Cipressa: attacco e prima parte di salita.

In Oman Oliviero ha lavorato per Gaviria e Rui Costa, leader rispettivamente per le volate e per la generale
In Oman Oliviero ha lavorato per Gaviria e Rui Costa, leader rispettivamente per le volate e per la generale

Motivazione massima 

Ma se oggi il livello medio di cui tanto si parla si è alzato, lo stesso discorso vale per i gregari. Per aiutare bisogna essere all’altezza. Magari qualche tempo fa un corridore con certi valori e certe caratteristiche avrebbe potuto essere un leader.

Troìa ci appare davvero tirato, determinato, concentrato.

«E’ vero – riprende – sono più magro dello scorso anno. Ho lavorato molto durante l’inverno e quest’anno sono arrivato alle corse con un’altra forma. Avendo un leader molto forte, mi sono dovuto anche adeguare».

«Con Pogacar in squadra le cose cambiano parecchio. Con un capitano come lui, che forse è il più forte al mondo c’è anche tutt’altra motivazione nel fare il gregario. Vai oltre il tuo 100%, dai di più di quel che hai».

Troìa tra le ammiraglie. Nonostante le radio e i tanti rifornimenti lungo la strada, il gregario ancora “scende” tra le macchine
Troìa tra le ammiraglie. Nonostante le radio e i tanti rifornimenti lungo la strada, il gregario ancora “scende” tra le macchine

E ora la Roubaix

Nel frattempo è arrivato anche un figlio e questo ha cambiato un po’ gli equilibri. Si dice che un corridore assesti la sua vita. Che sia ancora più vincolato da certi orari e che in “soldoni” possa fare ancora meglio la vita dell’atleta.

«Con un figlio è tutto più bello. Hai più motivazioni quando arrivi a casa. C’è lui che ti sorride e di conseguenza poi sei più spronato anche a fare il tuo lavoro. Non pensi ad altro: lavoro e famiglia».

Non si sa ancora se vedremo Troìa al Giro d’Italia. Ma una cosa è certa la sua campagna del Nord non è finita. Ci sono ancora due appuntamenti importanti da affrontare: la Scheldeprijs e la Parigi-Roubaix. Non ci sarà Pogacar, ma i leader non mancano alla UAE Emirates. Trentin è in ripresa e magari potrebbe essere la sua buona occasione per tornare ad annusare l’aria là davanti.

«Per ora – conclude Troìa – finisco con la Campagna del Nord, poi con la squadra valuteremo cosa fare. Dovrei disputare un grande Giro. Per ora non sono previsto per il Giro d’Italia, forse più per la Vuelta. Ma c’è tempo…».