Pogacar Belgio 2022

Pogacar fa “mea culpa” e pensa già alle altre classiche

20.03.2022
4 min
Salva

Seduto sugli scalini del suo bus, con gli occhi rossi, ma il suo solito sorriso sbarazzino, Tadej Pogacar racconta la sua Sanremo. L’epilogo a ruota del connazionale Mohoric, le sue sensazioni, la folle discesa, le altre classiche in arrivo e persino i suoi errori…

Sì, avete capito bene: errori. Anche Tadej Pogacar sbaglia. E forse lo si ama anche un po’ di più per questo. Lo sloveno racconta tutto con una lucidità pazzesca.

Pogacar è scattato tre volte sul Poggio, più una quarta per chiudere su Kragh Andersen
Pogacar è scattato tre volte sul Poggio, più una quarta per chiudere su Kragh Andersen

“Mea culpa”

La sua analisi non fa una piega. Sapeva di essere super marcato e che oggettivamente non era facile scappare via sul Poggio, come sul Carpegna o forse sarebbe meglio dire come a Bellante nella recente Tirreno. Altra salita e altri avversari.

«Sapete – dice Pogacar – quando ci si controlla a vicenda, ci si annulla anche a vicenda. E’ stata una marcatura stretta.

«Il nostro piano era quello, ma in realtà ho sbagliato. Ho attaccato troppo presto. C’era vento contrario. E’ stato un errore e adesso non posso rimediare. Ho provato altre due volte spingendo forte per davvero, ma sono stati tutti troppo bravi oggi».

Il corridore del UAE Team Emirates avrà pure sbagliato, però ha ben impresso ogni momento della corsa. Aveva tutto sotto controllo e lo si capisce anche da come racconta. E anche la doppia sosta in fondo al Turchino, da molti interpretata come un segno di giornata no, ne è un esempio. Lui invece si stava spogliando nel momento giusto. Quando ancora la corsa non era esplosa. Prima una sosta fisiologica e poi quella dell’abbigliamento.

«Alla fine con me in fondo al Poggio c’erano tutti i velocisti, non che io vada male in volata ma…», come a dire se c’erano loro, come potevo fare la differenza io? Sono contento della mia prestazione e del mio quinto posto».

Lo sloveno ha imboccato davanti la discesa del Poggio. Poco dopo è piombato Mohoric, arrivato sul drappello di testa allo scollinamento
Lo sloveno ha imboccato davanti la discesa del Poggio. Poco dopo è piombato Mohoric, arrivato sul drappello di testa allo scollinamento

Follia Mohoric 

Dallo scollinamento del Poggio a Via Roma è stato tutto un tumulto. Un soffio, un brivido… Un brivido anche per Pogacar che ha visto in prima persona i rischi presi dal connazionale Mohoric.

«Non ho mai pensato di andare dietro a lui – riprende Pogacar – Matej mi ha sorpassato in discesa e ho visto subito che ha preso davvero tanti rischi. Ad inizio gara mi aveva detto di non seguirlo giù dal Poggio perché aveva questo reggisella particolare! Alla prima curva mi ha superato e ho notato che era già con la sella più bassa. Un qualcosa che ha fatto la differenza. E capisci perché i downhiller lo usano. Ho visto che all’ingresso del secondo tornante è uscito fuori strada sulla sinistra. E’ stato pazzesco!».

«Mi sono detto: non posso seguirlo e ho pensato che potevano lavorare anche gli altri ragazzi. C’erano corridori più veloci dietro di me, quindi non avevo niente da perdere. In quel momento non spettava a me fare qualcosa: dovevo solo salvare le gambe il più possibile».

Alla vigilia, la UAE aveva dichiarato di fare corsa dura. Con Tadej anche le altre classiche probabilmente saranno interpretate così
Alla vigilia, la UAE aveva dichiarato di fare corsa dura. Con Tadej anche le altre classiche probabilmente saranno interpretate così

Sanremo mon amour

«Se tornerò alla Sanremo? È possibile, sì – conclude Pogacar – Due anni fa ho fatto questa gara per la prima volta e mi dissi che poi non era così brutta, credevo fosse noiosa. Da oggi (ieri per chi legge, ndr) penso che sia una delle più belle».

Insomma tutti pronti a divertirsi con Pogacar in corsa. I suoi scatti, le sue azioni. Adesso si entra nel vivo delle classiche. Lo sloveno sarà presente quasi in tutte. Ardenne, chiaramente, ma anche Giro delle Fiandre.

«Adesso ho bisogno di tre giorni senza bici! Voglio divertirmi un po’ e poi penserò alle altre classiche. Sta arrivando un mese divertente».

In casa UAE? Per Formolo tutto secondo programma

19.03.2022
5 min
Salva

E’ il momento. Uno sguardo e si va tirare. Il UAE Team Emirates decide che è ora di prendere in mano la Milano-Sanremo e di dare a tutti le “legnate” promesse. Siamo sulla Cipressa e Tadej Pogacar deve accendere i motori. Polanc sta tirando già da un po’. Il gruppo si assottiglia, ma Tadej, che intanto beve alla borraccia, con un gesto dice che non è abbastanza. E così entra in scena Davide Formolo, amico e scudiero di tante battaglie.

Davide Formolo (classe 1992) dopo la corsa. Grande stanchezza, ma anche tanta soddisfazione per il lavoro svolto
Davide Formolo (classe 1992) dopo la corsa. Grande stanchezza, ma anche tanta soddisfazione per il lavoro svolto

Ecco Formolo

“Roccia” si mette giù a testa a bassa. Rapporto monster e menate potenti. Quello sguardo con Tadej dice tutto. Dice che c’è voglia di provare, di mantenere le promesse fatte tra compagni di squadra e, se vogliamo, anche con i tifosi.

«Giornata lunga oggi – dice Formolo nel retro del bus con il mare alle spalle – Cosa c’era in quello sguardo? In quel momento stava tirando Polanc, ma volevamo fare l’andatura un po’ più forte perché non riusciamo a fare selezione che volevamo. Allora sono passato io in testa e ho accelerato ancora.

«Abbiamo fatto una bella selezione, dai. Abbiamo portato Tadej a giocarsi tutto sul Poggio. Penso che non sia mai successo che venti leader da soli, o quasi, imboccassero il Poggio tutti insieme».

Per “Roccia” un super forcing da metà Cipressa all’imbocca del Poggio
Per “Roccia” un super forcing da metà Cipressa all’imbocca del Poggio

Tutto secondo programma

La UAE voleva corsa dura. E si sapeva. Senza Trentin, Gaviria e con Pogacar capitano era più che scontato sferrare l’attacco in anticipo.

«Le cose sono andata abbastanza come volevamo – riprende Formolo – alla fine ci aspettavamo una corsa dura. Volevamo correre così e rendere tosta la Cipressa. Volevamo isolare qualche corridore veloce e mettere un po’ di fatica nelle gambe degli altri.

«Era anche in programma che tirassi tra Cipressa e Poggio, magari con qualche altro compagno, quello sì. Ma ci è andata bene lo stesso, non credo sarebbe cambiato poi tanto. Anche oggi abbiamo dimostrato di essere un bel gruppo, una squadra forte e siamo riusciti a mettere il capitano nel posto giusto».

«Sappiamo che la Milano-Sanremo è una corsa di 300 chilometri che si decide in quattro chilometri, il Poggio solitamente. Ebbene abbiamo cercato di aprire quei quattro chilometri a 15 chilometri dalla Cipressa. E’ lì che è cambiato il ritmo. 

«Abbiamo visto che anche altre squadre quest’anno non portavano tanti velocisti, perché sapevano che noi avremmo fatto la corsa dura. E così è andata. Perciò non è stato neanche così scontato fare la selezione che comunque siamo riusciti a fare».

La UAE Team Emirates ha fatto quadrato intorno al suo capitano per tutta la gara
La UAE Team Emirates ha fatto quadrato intorno al suo capitano per tutta la gara

Ce la può fare

E Tadej come stava? Può davvero vincerla un giorno la Sanremo o forse è un po’ troppo veloce per lui? 

«Certo che la può vincere – riprende Formolo – non è facile però. Soprattutto quando tutti sanno che un corridore attraversa un periodo di forma eccezionale come lui. A Tadej non gli lasciavano un metro di spazio».

Formolo parla di un Pogacar marcatissimo, specie dopo essere arrivati in Riviera. Ulissi, Covi, Troia e tutti gli altri lo hanno sempre circondato bene. Lo hanno mantenuto nelle posizioni avanzate pur senza prendere vento. E anche per questo nello staff del UAE Team Emirates c’è una generale soddisfazione: sono contenti di questa quinta piazza.

Stavolta era diverso dalle altre volte. Stavolta lo sloveno era su un terreno a lui poco congeniale e con tutti gli occhi puntati addosso. Pogacar e la UAE quello che dovevano fare l’hanno fatto. Anche Andrej Hauptman, il diesse che segue Tadej, era contento dell’esperienza fatta.

 «Magari – dice il tecnico sloveno – tre, quattro scatti sul Poggio sono troppi, ma va bene così. E’ tutta esperienza e poi lo stiamo dicendo adesso, a mente fredda tra i bus. Mi tengo la prestazione di Pogacar e del team. E poi così marcato, con tutti che ti aspettano è ancora più difficile staccare tutti».

Un bravissimo Diego Ulissi taglia il traguardo 1’09” dopo il vincitore. E’ stato lui a lanciare Pogacar sul Poggio
Un bravissimo Ulissi taglia il traguardo 1’09” dopo il vincitore. E’ stato lui a lanciare Pogacar sul Poggio

Nessun rimpianto

E a proposito di prestazione del team, quello di Formolo è un vero numero. Roccia ha tirato per 17 chilometri al massimo. Salita, discesa e pianura. E lo ha fatto dando fondo ad ogni briciolo di energia. Tanto che lo aspettavamo dopo il traguardo e invece all’imbocco del Poggio ha tirato dritto sull’Aurelia ed è arrivato direttamente ai bus.

«Ho fatto un bel lavoro dai – conclude il veronese – quando riesci a fare un lavoro del genere ti rendi conto di aver fatto un qualcosa d’importante. Ed è una bellissima soddisfazione per me. Abbiamo in squadra secondo me, anzi non secondo me ma perché è un dato oggettivo, il più forte corridore al mondo e si merita di essere messo nelle condizioni giuste.

«La mia vittoria oggi era riuscire a fare questo lavoro».

Nessun rimpianto quindi in casa UAE Team Emirates. Vincere non era facile. C’è la soddisfazione di aver fatto divertire il pubblico. E di aver fatto fare un’esperienza in più a Pogacar.

Cosa succede se la UAE Emirates attacca fortissimo sulla Cipressa?

18.03.2022
4 min
Salva

Lo scenario che si va delineando in vista della Sanremo ha un doppio svolgimento. Da una parte c’è la solita corsa, quella con i velocisti che tenteranno di opporsi allo scatto sul Poggio. E poi c’è la Sanremo di Pogacar, che sembra volersi inventare un copione tutto suo. La voce secondo cui la UAE Emirates sarebbe al via con una squadra di scalatori e le parole di Tadej nella conferenza stampa finale della Tirreno-Adriatico fanno pensare che lo sloveno non si accontenterà del Poggio. E questo, nel ciclismo iperveloce degli ultimi anni, è di certo un’anomalia. Bisogna andare indietro al 1996 di Gabriele Colombo per trovare una Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa.

L’ultima Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa fu quella di Colombo nel 1996, su Gontchenkov e Coppolillo
L’ultima Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa fu quella di Colombo nel 1996

Attacco sulla Cipressa

Uno che la Sanremo non l’ha mai vinta, ma si chiama Michele perché quando nacque, nel 1970, Michele Dancelli vinse la Classicissima, è il toscano Bartoli. Nelle sue 11 partecipazioni, spiccano due quinti posti: quasi dei capolavori, vista l’allergia alla polvere degli ulivi, che gli impediva di respirare bene nel finale sanremese. Fra i suoi tentativi, è impossibile dimenticare l’attacco con Pantani proprio sulla Cipressa nel 1999, ma anche quello naufragò. Che cosa potrebbe inventarsi Pogacar?

«Lui deve fare la corsa dalla Cipressa – parte deciso Michele – perché è fortissimo, ma sul Poggio ritengo non abbia la strada per fare la differenza. Lassù non levi di ruota Van Aert. Al massimo fai una lunga fila, ma non li stacchi. Ma se la squadra porta tanti scalatori, allora il progetto cambia faccia. Se punti la Cipressa come se ci fosse l’arrivo in cima, allora la corsa esplode».

Bartoli e Pantani attaccarono dalla Cipressa nel 1999: azione spettacolare, ma non organizzata
Bartoli e Pantani attaccarono dalla Cipressa nel 1999: azione spettacolare, ma non organizzata
Perché dici che non avrebbe strada sul Poggio?

Lassù c’è da tenere in conto che la pendenza non è come sul Carpegna e poi c’è vento. Sul Carpegna salivano a 25 all’ora e l’utilizzo dei watt è stato lo stesso per tutti, davanti oppure a ruota. Lo scatto per fare il vuoto sul Poggio devi farlo a 40-45 all’ora e in quel caso chi sta a ruota risparmia tanto. Su un percorso veloce può avere una riserva del 2 per cento, non si va via. Per andare via a quella velocità, serve un margine del 30 per cento, ma parliamo di numeri improponibili.

Nibali però riuscì a farlo…

Nibali si giocò la carta della sorpresa e quando attaccò non si misero subito d’accordo per seguirlo. Nessuno se lo aspettava. Lui invece è Pogacar, appena si muove si apre la caccia. Sarà guardato e se attacca, ha tutto il gruppo a ruota.

Pogacar ha già provato l’allungo sulla Cipressa. Era il 2020, con lui Ciccone
Pogacar ha già provato l’allungo sulla Cipressa. Era il 2020, con lui Ciccone
Meglio la Cipressa?

La Sanremo è una corsa rognosa, ma nessuno ha mai portato una squadra di scalatori per attaccare sulla Cipressa. Col “Panta” facemmo un grande attacco. Partì prima lui e poi io gli andai dietro e diedi il mio impulso, ma fu l’attacco di due corridori isolati. Se invece porti la squadra, allora vuoi fare un attacco organizzato, tenendo poi semmai due uomini di scorta per il Poggio.

Attacco di squadra o azione solitaria dalla Cipressa a Sanremo?

Da solo non può neanche lui. Non è la Strade Bianche, in cui c’è una difficoltà dietro l’altra. Dopo la Cipressa è lunga andare al Poggio. Ma se parte, quelli forti non lo lasciano andare. E se si forma un gruppetto importante, allora è diverso. Ne porta via quattro, magari anche Van Aert (avrei detto Alaphilippe se non si fosse ammalato) e allora la storia cambia. Perché dietro ci sarebbero meno squadre per tirare…

Van Aert non si stacca. Nel 2020 sul Poggio rispose ad Alaphilippe e lo bruciò in volata
Van Aert non si stacca. Nel 2020 sul Poggio rispose ad Alaphilippe e lo bruciò in volata
Pensi che Pogacar possa vincere la Sanremo?

Vincere non è facile. Lui vince con facilità quando ha il terreno adatto. E’ una vita complicata. E adesso si troverà davanti Van Aert, che alla Parigi-Nizza ha impressionato. Chiunque di loro due si muova, avrà il gruppo a ruota. Sempre che il gruppo ce la faccia a prenderli…

Pirelli avvia in Italia la produzione dei P Zero Race

17.03.2022
4 min
Salva

Nei giorni scorsi Pirelli ha ufficializzato un’importante novità. Lo stabilimento di Bollate, una sede produttiva storica per il brand, ha avviato la produzione di pneumatici cycling. La struttura si trova a a pochi chilometri a nord di Milano ed è stata inaugurata nel 1962. Da tempo è oggetto di un processo di modernizzazione e riorganizzazione per ospitare la produzione delle linee alto di gamma di Pirelli Cycling. Grazie a questa decisione, quella di Bollate diventa così l’unica fabbrica a realizzare su scala industriale pneumatici bici Made in Italy

La sede produttiva di Bollate risale al 1962 ed è da tempo oggetto di un processo di modernizzazione e riorganizzazione
La sede di Bollate risale al 1962 ed è da tempo oggetto di modernizzazione e riorganizzazione

Il massimo della tecnologia 

Nella sede produttiva di Bollate si lavorerà alla produzione di pneumatici ad alto contenuto tecnologico. Fra questi spiccano tutti i modelli della famiglia P Zero Race, nella versione aggiornata con marchio Made in Italy. I prodotti sono già in vendita da marzo. 

La vicinanza dello stabilimento agli Headquarters Pirelli e al dipartimento R&D sarà un acceleratore dello sviluppo dei prossimi prodotti Cycling. Un ruolo attivo sarà come sempre svolto dai team professionistici con i quali Pirelli collabora. Stiamo parlando di Trek-Segafredo, UAE Team Emirates, AG2R Citroën e di squadre MTB come Wilier Triestina-Pirelli e Canyon CLLCTV-Pirelli. Si tratta di collaborazioni molto proficue i cui risultati sono destinati a ricadere in positivo su tutti gli utenti.

La sede Pirelli di Bollate diventerà l’unica fabbrica a realizzare su scala industriale pneumatici bici “Made in Italy”
La sede Pirelli di Bollate diventerà l’unica fabbrica a realizzare su scala industriale pneumatici bici “Made in Italy”

Dalle auto alle bici 

Negli ultimi anni, Pirelli ha saputo trasferire nel mondo bici l’esperienza acquisita nello sviluppo di pneumatici car Ultra High Performance. La fabbrica di Bollate rappresenta oggi un caso unico in questo settore. L’innovazione è visibile a tutti i livelli a partire dalla robotizzazione dei processi, che garantisce estrema affidabilità qualitativa e precisione geometrica nel prodotto. Un aspetto quest’ultimo ancora più cruciale in un pneumatico di dimensioni e peso ridotti come quello da bici.

Altro fattore da non sottovalutare riguarda i semilavorati per i quali è stato sperimentato un sistema di estrusione unico nel suo genere e che concorre a ottenere precisione assoluta in termini geometrici e di peso. Le mescole invece sono state sviluppate con un sistema di continuous mixing. 

Ogni processo è stato ideato e realizzato coerentemente alle specificità del pneumatico Cycling, con i massimi standard di sicurezza e con elevata automazione. Grazie a macchinari certificati CE e unitamente alle consolidate competenze delle persone, sarà garantito un livello qualitativo tale da rendere i prodotti così ottenuti dei modelli di riferimento

Tra i modelli che saranno prodotti nella sede di Bollate ci saranno quelli della gamma P Zero Race
Tra i modelli che saranno prodotti nella sede di Bollate ci saranno quelli della gamma P Zero Race

Restyling completo 

Come dicevamo all’inizio la sede produttiva di Bollate risale al 1962 ed è da tempo oggetto di un processo di modernizzazione e riorganizzazione. Attualmente sono in fase di rifacimento gli spazi destinati ai dipendenti, per offrire un ambiente confortevole a chi opera nella fabbrica. E’ previsto un completo restyling degli edifici e degli esterni, con linee più contemporanee. Il risultato sarà un complesso industriale moderno, efficiente e ben integrato nel contesto urbano. Si prevede che il rinnovamento completo dell’impianto industriale sarà concluso entro l’inizio del 2023. 

Il progetto per la sede di Bollate sarà un complesso industriale moderno, efficiente e ben integrato nel contesto urbano
La sede di Bollate sarà un complesso industriale moderno, efficiente e ben integrato

Andrea Casaluci, General Manager Operations Pirelli, si è espresso con parole di grandi convinzione ed entusiasmo in merito alla rinnovata sede produttiva di Bollate.

«E’ una grande soddisfazione – ha detto – dare un nuovo volto e una nuova funzione alla fabbrica di Bollate riportando in Italia parte della produzione di pneumatici cycling. E lo è ancora di più nell’anno in cui festeggiamo i 150 anni dell’azienda. Per noi la bicicletta ha un grande valore storico e simbolico, dato che le gomme da bici inaugurarono la produzione di Pirelli. Oggi riportiamo a pochi chilometri dalla nostra sede questa parte dell’attività. Inoltre, il progetto di Bollate ci consente di aggiungere valore al territorio, attraverso interventi che mirano a rendere moderno e sostenibile tanto lo stabilimento, quanto il contesto circostante».

Viaggio nel casco che ha salvato la vita di Trentin

16.03.2022
4 min
Salva

L’immagine pubblicata su Twitter di Trentin con il casco in mano dopo la caduta alla Parigi-Nizza (foto di apertura). Le spiegazioni ricevute ieri da Adriano Rotunno, medico del UAE Team Emirates, a proposito della commozione cerebrale e un passaggio fra le sue risposte sulla necessità di osservare il casco. Già, il casco. Il Manta Mips di MET Helmets, che probabilmente ha salvato la vita a Matteo. Che cosa dicono nell’azienda valtellinese quando un loro prodotto assolve il suo compito, assorbe l’urto ed evita una tragedia?

«Siamo soddisfatti – dice Ulysse Daessle, responsabile della comunicazione di MET – perché si è trattato di un impatto importante. Quando il colpo arriva nella parte superiore del casco, vuol dire che c’è finito sopra il peso del corpo, quindi non è un incidente da poco. In questi casi per pronunciarci aspettiamo di ricevere il casco per poterlo analizzare e valutare come ha reagito».

Nel laboratorio MET Helmets si studia ogni tipo di impatto per realizzare il casco
Nel laboratorio MET Helmets si studia ogni tipo di impatto per realizzare il casco
E’ un tipo di impatto frequente?

Di solito il maggior numero di crash si riferisce a una parte più posteriore. In ogni caso, anche questo tipo di urto è già stato simulato e valutato nel laboratorio interno che si occupa proprio di replicare gli impatti, valutando anche quelli di tipo rotazionale, dove entrerà in funzione il MIPS (il sistema di sicurezza che prevede lo scorrimento di 10/15 millimetri all’interno del casco per fronteggiare proprio gli impatti rotanti, ndr).

Questo tipo di test aiuta a costruire caschi più sicuri?

Partiamo dal disegno in 3D per replicare gli impatti e insieme valutare l’aerazione e l’aerodinamicità del casco. Conciliando tutto, si va a creare la formula più performante.

Hai visto il casco di Trentin, come fate a essere certi che reggerà simili impatti?

Prima che il casco venga sottoposto alla validazione internazionale, prendiamo una serie di almeno 100 campioni ed effettuiamo test su tutte le taglie. Vogliamo avere uno standard di resistenza all’impatto superiore a quello che impongono le normative. Non siamo obbligati a fare tutto questo, ma abbiamo notato che ci sono delle variabili da considerare, per cui un casco può essere diverso anche se varia la temperatura di produzione. E’ bene testarli a fondo e in gran numero.

Questa immagine televisiva, già pubblicata ieri, mostra Trentin a terra dopo la caduta
Questa immagine televisiva, già pubblicata ieri, mostra Trentin a terra dopo la caduta
Avete già in mano il casco di Trentin?

Non ancora, credo lo abbia ancora la squadra. Quando lo riceveremo, allo stesso modo in cui riceviamo tutti i caschi che hanno subìto incidenti, il controllo qualità lo verificherà. In certi casi si arriva anche a tagliarlo per valutare in che modo abbia assorbito l’urto. Se un casco si fessura o si deforma, vuol dire che ha assorbito l’urto. Un po’ come i fascioni delle auto moderne, che si deformano. Una volta i paraurti erano indistruttibili, ma l’auto era così rigida che in caso di urto per gli occupanti c’erano conseguenze ben peggiori.

Quindi è bene che il casco sia deformato?

Si creano volutamente zone di deformazione, su cui influiscono anche la forma del casco e la quantità di materiale impiegato. Ad esempio, nei caschi per bambini piccoli, si fa una struttura interna. Grazie a questo, nella zona della fontanella cranica, il capo non entrerà mai in contatto con il casco. Avere i caschi incidentati ci permette di avere una statistica sui diversi punti. E devo dire che ne riceviamo davvero tanti.

Queste osservazioni si traducono poi in vantaggi nella produzione?

Ci permettono di definire i punti critici e valutare se il comportamento in caso di caduta corrisponda a quanto abbiamo elaborato. Questo tipo di riscontro ci viene anche dai ciclisti privati, non solo dagli atleti. Abbiamo un programma per cui se hanno una caduta in cui il casco subisce un danno, ci mandano la foto e gli viene riconosciuto il 50 per cento di sconto sull’acquisto del nuovo casco. Ma ovviamente a Trentin (ride, ndr) non abbiamo richiesto la foto, anche se l’ha fatta da sé. Gli abbiamo dato subito un nuovo casco…

Pogacar inforca la Tirreno e ora punta la Classicissima

13.03.2022
5 min
Salva

Neanche il tempo di metabolizzare il successo sul Carpegna, e se vogliamo di portare a termine la Tirreno-Adriatico, che stamattina prima della partenza della frazione finale di san Benedetto del Tronto si parlava di Tadej Pogacar alla Milano-Sanremo.

Ce la farà? Ma davvero lo sloveno può portarsi a casa la Classicissima? Se queste erano le domande che ci si poneva prima del via, dopo l’arrivo tutto si è amplificato. Infatti a gettare benzina sul fuoco è stato lo stesso Pogacar: «Alla Sanremo ci punto», ha detto a botta calda nelle interviste alla tv.

Phil Bauhaus al colpo di reni precede Nizzolo (a destra) e Groves (a sinistra). Kristoff era stato a lungo in testa
Phil Bauhaus al colpo di reni precede Nizzolo e Groves. Kristoff era stato a lungo in testa

Bravo Bauhaus

E allora ecco che il successo allo sprint di Phil Bauhaus, tedescone della Bahrain Victorious, passa in secondo piano. Una volata lunghissima la sua. Una lunga, lenta ma inesauribile rimonta su Alexander Kristoff, partito un po’ lungo.

«Purtroppo – dice Valerio Piva diesse della Intermarché Wanty Gobert di Kristoff – ci sono caduti un paio di uomini nel finale e siamo rimasti scoperti. Pasqualon ha dovuto fare il lavoro di due persone e lo ha lasciato un po’ troppo presto e gli sono mancati gli ultimi 20 metri. Ma queste sono le volate».

«Ringrazio la squadra – ha detto il tedesco – e anche Caruso: uno scalatore che mi ha aiutato in volata! Fa piacere. Serviva il timing giusto per partire perché c’era vento in faccia. Ma è andata bene e ho aggiunto un’importante vittoria al mio palmares».

I tre protagonisti dell’ultima tappa della Tirreno (nell’ordine): Tonelli, Boaro e Arcas
I tre protagonisti dell’ultima tappa della Tirreno (nell’ordine): Tonelli, Boaro e Arcas

Pogacar a Sanremo

Poco prima, mentre passavano i giri e i corridori sfrecciavano sul lungomare di San Benedetto, avevamo parlato di Pogacar a Sanremo anche con Davide Cassani, venuto a godersi lo spettacolo.

«Sapete, non è facile la Sanremo per lui. Serve tanta potenza. E non so se ce la può fare contro corridori potentissimi come Van Aert. Il Poggio è molto veloce», aveva detto l’ex cittì.

Anche Giovanni Ellena, diesse della Drone Hopper-Androni, e in questo caso tecnico super partes, non è rimasto indifferente all’argomento.

«Pogacar alla Sanremo? Bella domanda – fa una una lunga pausa Ellena – se ci riesce abbiamo il nuovo Cannibale, siete d’accordo?

«Per me ci può stare. Guardiamo quel che ha fatto ieri sul Carpegna. In un chilometro ha preso 40” ai primi inseguitori. Significa che se loro in quel tratto duro andavano su a 15 all’ora lui saliva a 21. Questo per dire che ha tanta potenza anche per lo sforzo violento.

«Certo, il Carpegna non è il Poggio e Landa e gli altri scalatori non sono Van Aert. E’ una  situazione diversa. Il Poggio è particolare. Arriva dopo 300 chilometri. Ecco, questo della distanza potrebbe essere un bel punto di domanda. Deve dimostrare se può andare forte anche dopo tantissimi chilometri. Ha dominato tante corse, ma gli resta l’incognita dei 300 chilometri».

«Ci sono squadre strutturate per le classiche – riprende Ellena – improntate appositamente per certe corse. Non dico che la UAE Team Emirates non lo sia, ma non credo che la Sanremo con lui fosse in preventivo. E’ un obiettivo in più e non è programmato da mesi. 

«Alla Sanremo se arrivi ad una curva in sesta posizione, anziché in quinta perdi tutto. Sono piccoli dettagli che richiedono una certa preparazione e una certa esperienza. Se ce la fa, ragazzi, torniamo ad avere un certo Eddy Merckx… ma nato in Slovenia».

Sul podio con Tadej anche Vingegaard (secondo) e Landa (terzo)
Sul podio con Tadej anche Vingegaard (secondo) e Landa (terzo)

Un chiletto d’oro

E Tadej cosa dice?

«Tutti mi chiedono della Sanremo – ribatte Pogacar – è una grande corsa ed è un sogno. E’ una gara molto lunga. Abbiamo una grande squadra e faremo il meglio possibile».

I numeri che vengono snocciolati sui social dicono che va più forte dell’anno scorso, più forte della prestazione fatta sul Col de Romme al Tour de France. Tadej glissa un po’ e dice: «La forma è simile a quella dell’anno scorso. I numeri dicono che non sono lontano dal top della condizione. Ma migliorare non è facile, per farlo posso perdere ancora un chilo».

E questa non è una risposta banale. Un chiletto in questo momento potrebbe essere “oro” in quanto a forza. Nel ciclismo dei millesimi e dei dettagli quel chiletto non è solo zavorra, è un anche un briciolo di forza ulteriore. Quella che gli dovrebbe consentire di staccare Wout Van Aert sul Poggio, tra l’altro strepitoso anche oggi alla Parigi-Nizza.

Su un affondo di 25”-40” al massimo, numeri alla mano, il belga è più forte. Ma siccome non siamo in laboratorio, ma su strada, ed entrano in ballo tante altre variabili (vento, alimentazione, stress dell’atleta, posizione con cui viene presa la salita…) la partita è più che aperta. Sin qui Tadej non ha sbagliato un colpo.

Pogacar (23 anni) ha vinto la sua seconda Tirreno. Dopo l’arrivo ha chiesto subito degli zuccheri. Per lui un’aranciata
Pogacar (23 anni) ha vinto la sua seconda Tirreno. Dopo l’arrivo ha chiesto subito degli zuccheri. Per lui un’aranciata

Assalto dalla Cipressa 

E questo discorso, si porta dietro la questione tattica. Come e dove potrà attaccare Pogacar? Lui ama partire da lontano. Anche in conferenza stampa ha ribadito che gli piace correre in questo modo, ma certo non potrà muoversi da solo sin dalla Cipressa. O almeno è improbabile… anche per lui. Ma come sempre lo sloveno non è scontato.

«Forse posso muovermi dalla Cipressa, prima onestamente è difficile», come a dire: “Certo che mi muovo lassù”. Magari è consapevole che sul Poggio potrebbe essere troppo marcato. Ma questo lo scopriremo solo sabato pomeriggio.

Lui intanto si porta a casa la seconda Tirreno-Adriatico. «Per ora tutto procede bene, spero continui così».

In squadra la fiducia di cui gode è pressoché sconfinata, chiaramente. La caduta di Trentin alla Parigi-Nizza e lo stop di Gaviria potrebbero aver dirottato ulteriormente tutte le attenzioni su di lui. Oggi per esempio Pascal Ackermann, altro velocista della UAE, non ha fatto lo sprint, ma ha tagliato il traguardo vicino allo sloveno. Mentre nella frazione di Terni aveva preso parte alla volata. E’ un piccolo segnale. Haputman, Matxin e gli altri diesse del team di Gianetti hanno sei giorni per allestire “l’operazione Sanremo”.

E tutto sommato se non dovesse riuscire nell’impresa di andarsene sulla Cipressa o di non staccare i super bestioni sul Poggio nessuno gli potrebbe dire niente. L’ultimo che ha vinto la Sanremo e un grande Giro nello stesso anno è stato Bugno, ma parliamo di 32 anni fa.

Tadej a mani basse. Ma zitto, zitto Ciccone…

10.03.2022
5 min
Salva

La vera notizia che arriva da Bellante, quarta tappa della Tirreno-Adriatico, non è la vittoria di Tadej Pogacar, a quella ci siamo ormai “abituati” è il crudele destino che spetta ai super numero uno. Per loro c’è solo la vittoria. E lo sloveno non ha tradito le attese, ciò che molti danno appunto per scontato, ma che scontato non è.

Prima parte di gara tra l’Appennino reatino. Si è pedalato tra il Terminillo e il Monte Gorzano
Prima parte di gara tra l’Appennino reatino. Si è pedalato tra il Terminillo e il Monte Gorzano

Destini incrociati

Ma quindi qual è la notizia di giornata? La news del giorno è Giulio Ciccone. Finalmente si è rivisto l’abruzzese. Saranno state le strade di casa, sarà che le cose stanno finalmente girando per il verso giusto, ma Cicco si è incollato alla ruota di Pogacar e l’ha tenuta finché ha potuto.

Si vedeva proprio. Lo marcava stretto. Aveva battezzato la sua ruota, come di solito si vede fare tra i velocisti. Per i suoi (tanti) tifosi questa è musica.

Destini incrociati tra i due: uno condannato a vincere, l’altro che ha una voglia di riscatto incredibile. Un quinto posto che vale tanto. per certi aspetti più della vittoria di Tadej. Bisogna pensare anche che Cicco ha fatto molta base e pochissimi lavori esplosivi. I fuorigiri li ha fatti quasi solo in gara (oggi era il 10° giorno di corsa della stagione).

La lucidità di Tadej

I tre chilometri di salita finale verso Bellante sono stati poco meno di 8′ intensi. Quasi come un Poggio a San Remo. Pogacar il re che controllava, tutti gli altri erano coloro che cercavano di spodestarlo. Lui aspettava solo il momento dell’attacco. Ed è incredibile la descrizione che fa e la lucidità con cuoi la fa.

«Ci sono stati chilometri veloci nell ‘approccio all’ultima salita – spiega il capitano del UAE Team Emirates – ma Soler ed io abbiamo sempre risposto bene. Ho sempre controllato tutto. C’erano molti corridori che nel finale mi preoccupavano. L’ultima, era un tipo di salita che non lasciava spazio a distrazioni e se io non avessi seguito chi tirava, quello sarebbe potuto andare via.

«Aspettavo questo attaccato e quando ai 600 metri c’è stata un’accelerazione importante ho attaccato. In quel momento ho visto la possibilità di vincere e ho colto l’occasione». 

Pogacar che vince ovunque. Qualcuno inizia a rimproverargli di essere cannibale.

«Se la squadra ha lavorato durante il giorno – ed è vero – non posso lasciare andare la vittoria e vanificare il loro lavoro».

«E poi non tutti giorni le gambe rispondo allo stesso modo. Bisogna sempre valutare se attaccare o meno, se poter tirare il fiato».

La voglia di Giulio

E poi c’è Ciccone. Il corridore della Trek-Segafredo ha potuto beneficiare dell’attacco di Quinn Simmons. Il suo barbuto compagno è stato fuori tutto il giorno. Ed è stato anche l’ultimo a mollare nella fuga del mattino. Cicco ha corso se vogliamo un po’ come Pogacar: controllando, attendendo, ma facendo il tutto sulle ruote dello stesso sloveno.

Lo ha copiato per filo e per segno. E in questo caso il copiare non è una brutta cosa come a scuola. E’ segno hai forza, hai coraggio, hai voglia… se poi copi da uno come Tadej. Ciccone era concentratissimo.

«Speravo avesse una giornata no – dice Ciccone quasi ridendo sotto i baffi – ma in realtà sapevo già che aveva due marce in più. Siamo saliti entrambi con la moltiplica grande (si andava davvero forte e le pendenze non erano impossibili, ndr). Io forse ero un po’ più agile di lui.

«Il piano era chiaro: volevo fare il finale e la squadra ha corso al meglio con la fuga di Simmons, mentre dietro la squadra mi ha tenuto sempre in posizione perfetta».

«Sapevo però che Tadej stava bene. L’avevo capito subito, poi ha anche una grande squadra. Forse nel finale è calato un po’ anche lui, la volata praticamente è stata di 600 metri: è umano anche lui!

«Stare dietro a Pogacar e come andare in apnea per provare a resistergli. Tiene un ritmo a tratti irresistibile e dalla fatica che fai, non ti rendi quasi conto di essere alla sua ruota. Ti porta al limite e ti tiene lì, fino a quando non sei costretto a cedere».

«Domani e dopodomani saranno ancora più dure di oggi – conclude Ciccone – Spero di star bene come oggi e sicuramente mi inventerò qualcosa. Se conosco il Carpegna? Era la salita del Panta. Volevo andare, ma c’era la neve, era troppo freddo e quindi ho girato prima».

Il rientro in corsa di Formolo? Via libera dopo 8 settimane

07.03.2022
4 min
Salva

Alla domanda sulle probabilità di vederlo alla partenza del Trofeo Laigueglia Formolo, in cima al Teide, ci aveva risposto così: «Il dottore ha parlato di un 20 per cento, la vedo complicata». Invece, un po’ a sorpresa, “Roccia” era al via della prima gara del calendario italiano. Corsa che ha dovuto concludere anticipatamente a causa di una caduta. 

Alla partenza, il corridore del UAE Team Emirates sfoggiava una vistosa fasciatura alla mano (foto di apertura), infortunata il 3 gennaio sulle strade del Principato di Monaco. Due mesi dopo è tornato in corsa ed anche molto bene, visto che era nel gruppo di testa pronto a giocarsi la vittoria. 

Con Maurizio Radi, Dottore Fisioterapista di Fisioradi Medical Center, abbiamo indagato come si cura e si recupera da un infortunio del genere. 

Quali sono e quante le ossa della mano (foto Chimica Online)
Quali sono e quante le ossa della mano (foto Chimica Online)

La diagnosi

Il referto medico dice che Formolo ha riportato la frattura del 5° metacarpo e del terzo medio dell’osso uncinato. Sono tutte fratture composte, infatti hanno dovuto attendere qualche settimana prima di riuscire a vederle. Se notate, sono state rilevate da una risonanza magnetica, non da una radiografia. La differenza è che la radiografia si fa in due proiezioni, mentre la risonanza è più accurata perché “seziona” l’osso e permette di esplorare tutti i dettagli.

Per le fratture a polso o mano di atleti professionisti non si ingessa più l’arto ma si usano tutori in termoplastica su misura (foto RC Therapy)
Per le fratture a polso o mano non si ingessa più, ma si usano tutori in termoplastica su misura (foto RC Therapy)

Essendo una frattura composta Formolo ha usato un tutore per immobilizzare la mano.

«Dal punto di vista medico – ci dice Maurizio – essendo una frattura composta è stato scelto un giusto trattamento conservativo. Si legge nel referto che hanno dato come convalescenza dalle 4 alle 6 settimane. Alla fine di questo periodo si ripete l’accertamento per controllare lo stato di consolidamento della frattura.

«Con questo genere di infortuni l’atleta viene tenuto fermo in via precauzionale. Anche perché allenarsi su strada non è consigliabile in questi casi. Il rischio è quello di stressare il polso e, nella peggiore delle ipotesi, scomporre la frattura, allungando i tempi di costruzione del callo osseo».

Altri casi simili

Ci sono stati dei casi nei quali alcuni corridori hanno forzato il rientro usando dei tutori appositi per poter guidare la bici. Un esempio è quello di Nibali prima del Giro d’Italia dello scorso anno, anche in quel caso si trattava di un infortunio al polso.

«In quel caso era doveroso tentare di recuperare – riprende Maurizio – perché si era nel pieno della stagione. Nel caso di Formolo non era necessario forzare le tappe visto il periodo della stagione in cui siamo. Dal punto di vista della preparazione ci sono valide alternative come i rulli».

Anche Nibali subì un infortunio simile prima del Giro d’Italia, nel suo caso si forzarono i tempi di recupero
Anche Nibali subì un infortunio simile prima del Giro d’Italia, nel suo caso si forzarono i tempi di recupero

La riabilitazione

Una volta verificato che il callo osseo si sta ricostruendo nel modo corretto può partire la riabilitazione. Come funziona questa fase? 

«Questi tipi di frattura si possono trattare da subito – spiega Radi – cominciando con della fisioterapia strumentale: tipo magnetoterapia, per creare degli stimoli che accelerano la formazioni di callo osseo. Una cosa che bisogna fare in questi casi è evitare che le articolazioni di mano e polso si irrigidiscano, quindi si può intervenire togliendo il tutore per eseguire delle mobilizzazioni passive delle dita e del polso.

«Passata la prima fase di riabilitazione, si inizia ad intervenire con degli esercizi attivi per la mano al fine di stimolare i muscoli per iniziare un rinforzo dell’avambraccio, degli estensori delle dita, del polso e dei flessori delle dita e del polso».

Una caduta ha frenato il suo rientro al Trofeo Laigueglia, per Maurizio Radi nessun pericolo di un ulteriore infortunio al polso
Una caduta ha frenato il suo rientro al Trofeo Laigueglia, per Maurizio Radi nessun pericolo di un ulteriore infortunio al polso

Il ritorno alle gare

Tornare in corsa dopo 8 settimane, è stato un rischio? Visto che Formolo è stato anche coinvolto in una caduta?

«No, un atleta di quel livello dopo un periodo di degenza così lungo – spiega – recupera pienamente. Non ha fatto una corsa stressante come una Roubaix o un Fiandre (ma per precauzione ha saltato la Strade Bianche, ndr). Una volta che viene dichiarata guarita la frattura vuol dire che c’è stato un completo consolidamento del callo osseo e quindi l’atleta si può considerare guarito».

La solitudine del numero uno. Altra impresa di Pogacar

05.03.2022
6 min
Salva

Cinquantuno chilometri all’arrivo. Tadej Pogacar è di nuovo solo, in fuga verso Siena stavolta. Alla Strade Bianche stupisce tutti, tranne se stesso. Persino Mauro Gianetti, il team manager della sua UAE Team Emirates si chiede: «Ma dove va? Manca tanto e in gruppo non sono 7-8. Sono tanti e certe squadre hanno anche tre, quattro atleti. Si possono organizzare».

Ma lui è Tadej Pogacar. Quando scatta neanche sembra faccia fatica. Cancellara, che qui ha vinto tre volte, quando attaccava si contorceva, faceva smorfie. Lui invece niente. Accelera quasi banalmente, eppure apre il vuoto

«E’ così scatta e sembra non fare fatica – dice Matxin tecnico della UAE che lo ha seguito in ammiraglia al fianco di Andrej Hauptman – Tadej è Tadej, non somiglia a nessuno».

Cavalcata solitaria

Ripercorriamo questi 50 chilometri in solitaria. Settore di Monte Sante Marie, uno dei più importanti. Pogacar forza e se ne va. Inizia la sua cavalcata. Ben presto prende vantaggio.

«L’attacco – riprende Matxin – non era stato programmato. Almeno non così… Sapevamo che quello era un punto decisivo e volevamo forzare. Ne avevamo parlato con Tadej, ma molto dipendeva dalla situazione della corsa. Poi si è ritrovato da solo. Tanto che ad un certo punto ci ha chiesto cosa doveva fare.

«Gli abbiamo detto: provaci, fidati di te. La corsa dipende da te, non da quello che fanno dietro. Se hai un minuto è perché dietro non sono brillanti. Ed è andato».

La fuga solitaria tutto sommato, da come racconta Matxin, è passata in fretta. «Andrej (Hauptman, ndr) lo ha gestito alla stragrande. Si parlavano in sloveno. Tutto è più facile così. Curva a destra, curva a sinistra, sterrato fra 300 metri, tratto al 3 per cento… gli fai compagnia, lo aiuti a far passare il tempo».

«Come si gestisce di testa una fuga del genere? Mi ricorda molto quella che fece nella sua prima Vuelta, quando partì a 46 chilometri dall’arrivo. Aveva già vinto due tappe, non aveva il podio, né la maglia bianca: gli dissi di “pensare solo avanti”, a sé stesso. Allora come adesso quindi non aveva nulla da perdere, doveva solo guardare avanti».

Al via 147 atleti. Giornata bella ma fredda. Solo in 90 sono arrivati a Siena, ma tre fuori tempo massimo
Al via 147 atleti. Giornata bella ma fredda. Solo in 90 sono arrivati a Siena, ma tre fuori tempo massimo

Pressione zero

Dalla Tv tutto sembra facile per Tadej. Ma tutti si chiedono se senta o meno la pressione. Se ha avuto almeno un dubbio quando Kasper Asgreen ha forzato e si è creato un drappello che aveva quasi dimezzato il suo vantaggio.

«Pressione? La pressione – dice Maxtin – ce l’ha chi sta in Ucraina. Chi deve arrivare a fine mese con 1.000 euro. Quella è pressione. Questo è un privilegio. Essere un ciclista professionista ed entrare in Piazza del Campo da solo e tutti che urlano il tuo nome: che pressione è? Questo deve essere orgoglio, prestigio».

A queste parole fa eco lo stesso Pogacar. «Avevo pressione zero stamattina – spiega lo sloveno – Se non me la mette il team, e in squadra nessuno me la mette, di quello che succede fuori, di quello che si aspettano gli altri non mi interesso».

Semmai un pizzico di nervosismo, Pogacar ce lo aveva prima di arrivare in Europa, visto che era rimasto tre giorni in più negli Emirati Arabi Uniti per determinati impegni. Non si era allenato come voleva (anche se ci dicono si sia “scornato” per bene con Joao Almeida nel deserto) e aveva ancora il fuso orario addosso. Ma come sempre lui guarda il bicchiere mezzo pieno.

«Alla fine – dice Tadej – mi sono riposato un po’ dopo il UAE Tour e non è stata una cattiva idea visto che la corsa è stata dispendiosa».

Anche Tadej soffre

La sua cavalcata continua. Passa uno sterrato, poi un’altro ancora. Pogacar alterna pedalate potenti in pianura ad altre più “agili” in salita (nel senso che gira velocemente rapporti duri per altri). Nel finale però mostra che è umano. Appena c’è una discesa, si stira la schiena, sgranchisce le gambe. Ha qualche dolore.

«Guardate – racconta lo sloveno – che ho sofferto molto anche io. E’ stata una volata di 50 chilometri. Già poco dopo che sono partito ero affaticato. Non ho potuto certo godermi i panorami. Però a quel punto ero fuori. Passavano i chilometri e io restavo concentrato su di me. Ero concentrato sul traguardo».

Matxin ci dice che Pogacar era sempre informato sui distacchi, che ha gestito questo sforzo da solo. La solitudine tipica del campione ciclista, dell’uomo solo al comando. «Ha la testa vincente», aggiunge Matxin.

L’ingresso in Piazza del Campo è un tripudio. Ci sono i suoi tifosi con le sue bandiere e c’è la folla comune. Ormai Pogacar inizia ad essere un nome anche oltre il mondo ciclistico. Tutti gli addetti ai lavori battono le mani. Lui si siede alle transenne. Ha faticato davvero.

E dire che era anche caduto. «Tadej – dice Covi – neanche lo devi aiutare. Fa tutto da solo!».

In realtà la squadra lo ha coperto e bene. Ed è stata anche rispettosa nel non infierire dopo la caduta di Alaphilippe. «Massimo rispetto – dice Matxin – oggi tocca a loro, domani a noi. Non è in questo caso che bisogna attaccare. Noi abbiamo solo coperto Tadej».

E gli altri?

Chissà cosa deve essere passato nella testa di Alejandro Valverde, secondo, che potrebbe quasi essere il papà di Tadej. Secondo come la sua compagna di squadra Van Vleuten. Al mattino il patron del Movistar Team, Eusebio Unzue, ce lo aveva detto: «Vedrete Annemieck e Alejandro come andranno. Sono sempre agguerriti. Alejandro non come Annemiek, perché lei è sempre “cattivissima”, ma andrà forte».

E non si sbagliava. Il murciano ha gestito lo sforzo alla perfezione. Probabilmente è stato colui che ha speso meno energie di tutti in gruppo. Come un gatto si è lanciato alla ruota di Asgreen nel contrattacco. E quello è stato l’unico momento in cui, per un istante, la corsa è sembrata riaprirsi. Contro Pogacar ci si deve accontentare di questo.