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Foss, vichingo dal carattere latino che ama l’Italia

02.12.2022
5 min
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Capello biondo, guance da vichingo e una chiacchiera infinita. Tobias Foss parla con tutti. Si aggira nel Service Course della sua Jumbo-Visma e trova sempre il modo di attaccare bottone. E’ simpatico, solare, disponibile e soprattutto è forte. Il sorriso non gli manca neanche mentre sta provando le nuove scarpe dopo gara.

Foss è il campione del mondo a cronometro, ma non va forte solo contro il tempo. Per molti è già considerato l’erede di Roglic e di Vingegaard. La sua vittoria contro il tempo a Wollongong ha stupito un po’ tutti, non ultimo se stesso.

Tobias iridato a Wollongong. Foss è di Vingrom (a meno di 10 chilometri da Lillehammer) è alto 1,84 e pesa 74 chili
Tobias iridato a Wollongong. Foss è di Vingrom (a meno di 10 chilometri da Lillehammer) è alto 1,84 e pesa 74 chili

E’ tutto vero

«Vero – racconta Foss – no, no… non me l’aspettavo per niente quella vittoria. In cuor mio miravo ad arrivare nei primi cinque. La vittoria non era mai stata nella mia immaginazione, quindi è stato davvero incredibile. E a volte ancora devo realizzare il tutto.

«Dopo questa importantissima vittoria, un po’ la mia vita è cambiata. Adesso ci sono così tante persone che vogliono un po’ di più di me ed è semplicemente… carino. Ma a parte questo il mio quotidiano non è cambiato molto». 

Tobias dovrà pure realizzare, ma intanto nel suo spazio tecnico, nell’immenso magazzino dei meccanici spunta il segno dell’iride sulle sue bici da crono. In particolare l’occhio ci va su una forcella profilata tutta bianca con l’arcobaleno.

Il norvegese è campione del mondo a crono. Sul suo “carrello tecnico” ecco una forcella aero con i colori dell’iride
Il norvegese è campione del mondo a crono. Sul suo “carrello tecnico” ecco una forcella aero con i colori dell’iride

Pianeta crono 

In Jumbo-Visma però non si siedono sugli allori. Si godono il momento positivo, i tanti e importanti successi ma vanno avanti. 

«Penso che in squadra – prosegue Foss – abbiamo trovato una bella chiave di lettura nello sviluppo dei materiali e delle preparazioni. Quindi continuiamo a lavorare in questo modo. Di certo da parte mia, avendo questa maglia sulle spalle, passerò più tempo sulla bici da crono.

«Non ne sono ancora sicuro, ma dovrebbero fare il manichino per la galleria del vento anche per me. Sarà interessante vedere come testeranno i materiali e vedere come potrà essere migliorata la mia posizione in bici».

Foss entra di diritto tra i giganti della crono. La specialità contro il tempo sta vivendo un’era quantomai ricca di grandi interpreti. Kung, Bissegger, Evenepoel, Ganna, Dennis, Van Aert

«Sono tutti molto forti. Se dovessi scegliere una qualità da ognuno di loro? Direi – ci pensa un po’ – la posizione di Bissegger. Da quel che vedo penso sia molto veloce. E poi credo la potenza di Ganna… ma anche di Affini. Loro ne “buttano fuori” tanta di potenza.

«Io credo di essere nel mezzo. Ho un buon mix tra posizione e potenza. Ho un buon motore».

Foss in azione in Australia, la posizione è buona ma si può migliorare. Pronto anche per lui il manichino per la galleria del vento?
Foss in azione in Australia, la posizione è buona ma si può migliorare. Pronto anche per lui il manichino per la galleria del vento?

Norvegia e sport

Se c’è una cosa che non manca a questo ragazzo è il suo entusiasmo. Il sorriso va da orecchio ad orecchio. E davvero ci sembra colpito del suo successo iridato. Colpito, ma anche determinato a dargli un seguito. Tobias Foss non vuole assolutamente essere una meteora.

La cosa che ci si chiede è che la Norvegia continua a sfornare talenti. Foss ha vinto l’Avenir nel 2019. La scorsa estate è stata la volta del suo connazionale Tobias Johannessen. E non vanno dimenticati i vari Kristoff, Eiking, Boasson Hagen e prima ancora Thor Hushovd campione mondiale su strada e anche a crono tra gli U23. Per la serie: “in Norvegia curiamo tutto”. E quei pochi che ci sono sono tutti validi.

«E’ vero è così, ma sinceramente non so spiegarmelo. Quello che posso dire è che in Norvegia in generale lo sport è una cosa importante. Molte persone praticano sport e poi penso anche che abbiamo la mentalità che: se vuoi farlo, devi farlo al 100%».

Giro, che passione

Dicevamo dell’eredita di Roglic e Vingegaard. Foss può fare bene nei grandi Giri. Questo atleta, ricordiamo, ha vinto il Tour de l’Avenir nel 2019 e ha già preso parte tre volte al Giro d’Italia, arrivando nono nel 2021.

E’ dunque pronto a tornare in Italia? E a farlo con determinate velleità di classifica visto che ci sono ben tre cronometro individuali?

«E’ possibile che io sia al Giro – ammette Foss – ma è tutto da vedere. Lo vedremo nei prossimo giorni al ritiro in Spagna. Non so quale grande Giro farò e per me ognuno dei tre andrà benissimo. In Italia ci sono stato già tre volte e il mio amore per il Giro è grande. C’è una bellissima atmosfera, un grande pubblico e quindi mi piacerebbe davvero tornarci, tanto più con il percorso di quest’anno».

Un podio per chiudere. Sobrero ha fatto tremare i grandi

22.10.2022
4 min
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Matteo Sobrero ha chiuso la sua stagione con un ultimo acuto. Importante soprattutto per il morale, ma anche per capire chi è e chi potrà essere. Il corridore di Alba ha chiuso al terzo posto la Chrono des Nations, diretta discendente di quel Trofeo delle Nazioni che, fino all’avvento del mondiale a cronometro, decretava ogni anno il miglior interprete delle prove contro il tempo.

A Les Herbiers Sobrero è stato autore di una prestazione magistrale, salendo sul podio dietro due massimi calibri della specialità, il vincitore svizzero Kung e l’iridato norvegese Foss e il distacco è stato minimo, appena 11” dal primo.

Sobrero impegnato nella crono francese. Ha coperto gli oltre 45 chilometri in 53’40” alla media di 50,791
Sobrero ha coperto gli oltre 45 chilometri in 53’40” alla media di 50,791

Sobrero, voglioso come tutti i suoi colleghi di mettere per un po’ da parte la bici e pensare alle meritate vacanze, è rimasto sorpreso dalla sua prestazione e soprattutto dal distacco minimo dai due avversari, i protagonisti del recente mondiale dove la distanza fra loro e il piemontese era stata ben più ampia.

«Effettivamente è stata una sorpresa – conferma – ma più che dal piazzamento sono rimasto colpito dal distacco così contenuto. Con Pinotti, che la gara l’aveva già corsa e la conosceva bene, avevamo parlato alla vigilia e mi aveva detto che se tutto andava bene, su quel percorso potevo dire la mia».

In fin dei conti fra il mondiale a cronometro e la gara in Francia è intercorso appena un mese: che cosa è cambiato nel frattempo?

Passando da 1’30” abbondante a pochissimi secondi qualcosa evidentemente è cambiato. Ragionandoci sono giunto alla conclusione che non è stato solo un aspetto legato alle sedi di gara o ai percorsi, forse in Australia non ero proprio al top della forma, soprattutto nella gara individuale, mentre in Francia mi sono sentito davvero bene.

Per Kung, in maglia di campione europeo, un bis che vale una piccola vendetta (foto Keystone/Ehrenzeller)
Per Kung, in maglia di campione europeo, un bis che vale una piccola vendetta (foto Keystone/Ehrenzeller)
Che differenze c’erano fra i due eventi dal punto di vista del percorso?

Per me quello australiano era più veloce. E’ vero che c’era una salita aspra da affrontare due volte, ma per il resto si filava parecchio. Quello francese era invece un tipico percorso di quelle parti, un continuo su e giù. Io mi esprimo meglio su questi tracciati dove può emergere l’agilità, quello iridato era un percorso tutto di potenza, io con i miei 60 chili potevo fare ben poco.

I tuoi avversari hanno dato il massimo in gara a tuo parere?

Credo proprio di sì. Ho parlato con loro prima del via: Foss sentiva molto il fatto che era la prima gara dove indossava la maglia iridata, Kung dal canto suo pregustava la possibilità di potersi prendere la rivincita confermando altresì la vittoria dello scorso anno. Lo svizzero ci teneva davvero tanto perché la sconfitta del mondiale gli bruciava ancora. E’ chiaro che sia dal punto di vista della forma sia soprattutto mentalmente, le forze sono quelle che sono, ma quando sei in lotta tiri fuori energie impensate.

Esordio da iridato per Foss, un secondo posto a soli 2″ da Kung (foto Jumbo Visma)
Esordio da iridato per Foss, un secondo posto a soli 2″ da Kung (foto Jumbo Visma)
Sai che la tradizione alla Chrono des Nations non è sempre stata favorevole agli italiani, un podio è cosa rara…

Me lo ha detto Pinotti, che aveva fatto quarto. So che Ganna un anno è giunto secondo, ora c’è il mio terzo posto e ne sono ancora più felice. Non potevo chiudere meglio la mia stagione.

Che cosa ti aspetta ora?

Una settimana al caldo, non so ancora dove e rigorosamente senza bici. Ho fatto la mia ultima gara il 16 ottobre e mi sono ripromesso di non riprenderla in mano almeno fino al 16 novembre. C’è bisogno di ricaricare le batterie a tutti i livelli e un mese di riposo è quantomai necessario.

Il podio della Chrono des Nations: nata nel 1982, solo Ganna finora era salito sul podio nel 2019
Il podio della Chrono des Nations: nata nel 1982, solo Ganna finora era salito sul podio nel 2019
Non pensi che la stagione sia stata troppo lunga?

A ben guardare non direi. L’anno prossimo si ricomincerà addirittura a gennaio, con le gare australiane che ritornano nel calendario. Quello della stagione lunga secondo me è un falso problema: ogni corridore ha tutto il tempo per scegliere i suoi obiettivi e regolarsi di conseguenza, prendersi le sue pause, in questo modo anzi tutti hanno il loro spazio. Io ad esempio con l’infortunio a inizio stagione ho avuto modo di recuperare e rifarmi. Certo questo sistema mentalmente è pesante, magari a 42 anni staremo tutti a guardare le gare in Tv e non potremo fare come Valverde

Knudsen, parlaci dei tuoi eredi norvegesi a cronometro…

02.10.2022
5 min
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L’uno-due del ciclismo norvegese a Wollongong ha fatto rumore, Tobias Foss e Soren Waerenskjold hanno portato a casa l’oro mondiale nelle due principali categorie maschili a cronometro, rinnovando quella scuola nordica che ha sempre avuto un grande peso nella specialità. Ori nati non a caso, che hanno radici lontane, riconducibili a un atleta, Knut Knudsen.

Knudsen è stato l’uomo che ha aperto un’epoca, un po’ come Borg per il tennis svedese o Nadal per quello spagnolo, ossia campioni dietro i cui successi si è costruita una scuola. Knudsen vinse l’oro olimpico a Monaco ’72 nell’inseguimento, conquistò ben 6 tappe a cronometro al Giro d’Italia sfiorando anche la conquista della maglia rosa alla fine degli anni Settanta, conquistando in tutto 31 successi.

Knut Knudsen è nato a Levanger il 12 ottobre 1950. Ha vinto 6 tappe al Giro d’Italia
Knut Knudsen è nato a Levanger il 12 ottobre 1950. Ha vinto 6 tappe al Giro d’Italia

Oggi Knudsen è in pensione e divide il suo anno fra la Norvegia e l’Italia, alla quale è sempre rimasto legato dopo averci vissuto tutta la sua carriera professionistica, portando tanti suoi connazionali a conoscere il Bel Paese in bicicletta e organizzando per anni anche un’apprezzata granfondo nel Lazio.

Come nasce questa propensione dei norvegesi per le prove contro il tempo?

Credo che sia dovuta molto alla conformazione fisica dei norvegesi e del nostro Paese. Il nostro territorio è molto più grande di quello italiano, ma la popolazione è di soli 5 milioni di persone. Questo significa che ci sono grandi distanze e ciò porta molti ragazzi ad allenarsi da soli, ad abituarsi a confrontarsi con se stessi. Questo vale nello sci di fondo che resta il nostro sport principale, ma anche nel ciclismo. Un’altra particolarità è che ci si allena sempre: quando arrivai in Italia rimasi sorpreso dal vedere che molti, con la pioggia rimanevano a casa. Noi ci alleniamo con qualsiasi condizione atmosferica: se dovessimo uscire solo con il sole, staremmo sempre in casa…

In Norvegia la passione per il ciclismo sta dilagando anche a livello amatoriale
In Norvegia la passione per il ciclismo sta dilagando anche a livello amatoriale
Parlavi però anche di una propensione fisica…

Fisica e culturale. I bambini sin dalla più tenera età sono abituati a fare sport, questo aiuta nello sviluppo fisico negli anni più delicati. Molti norvegesi hanno il fisico alto e slanciato e acquisiscono per le ragioni dette prima una certa abitudine a confrontarsi con il tempo, il che poi diventa anche la base per l’attività ciclistica a 360 gradi. Faccio un esempio: ai miei tempi arrivavamo a iniziare la stagione con i ritiri senza avere chilometri nelle gambe, ci eravamo allenati un po’ sui rulli e basta, ma quando iniziavano le gare in Belgio e Olanda eravamo già pronti per tenere testa ai locali.

Quanto è cambiato il ciclismo norvegese rispetto alla tua epoca?

Enormemente, ai miei tempi eravamo davvero pochissimi, nelle gare elite c’era al massimo una quarantina di corridori, non c’erano squadre, non c’era una grande struttura. Oggi il ciclismo in Norvegia è molto diffuso, non come lo sci di fondo ma è sicuramente uno degli sport più praticati e seguiti, la bici è diventata un mezzo comune di spostamento e non solo. Inoltre si stanno sviluppando grandi squadre: la Uno-X è un riferimento assoluto, ma intorno ad essa ne stanno sorgendo anche altre e questo è un grande aiuto. I numeri di oggi non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli dei miei tempi.

Nono al Giro 2021, Foss con l’oro iridato punta ora a un ruolo di primo piano nei grandi Giri
Nono al Giro 2021, Foss con l’oro iridato punta ora a un ruolo di primo piano nei grandi Giri
Che impressione hai avuto dell’impresa di Foss?

Lo conosco da tempo, lo seguo da qualche anno. E’ un corridore che già ha colto qualche buon successo e ha fatto vedere cose buone, ma secondo me deve ancora esprimersi appieno. Se guardate questo inizio di carriera, migliora ogni anno che passa. Non è solo un cronoman, in salita va bene, magari in quelle lunghe cede a 2-3 chilometri dalla cima ma non molla mai del tutto e questo significa che c’è del talento, anche come carattere.

Molti lo paragonano a te, anche per la sua propensione per le corse a tappe considerando che vanta la vittoria al Tour de l’Avenir…

Io ero più pesante, infatti nei tapponi di montagna tenevo per la prima salita, magari la seconda, ma poi avevo troppo peso da portar su. Tobias è meglio strutturato, io credo che ci regalerà grandi soddisfazioni anche nei grandi Giri.

Waerenskjold era stato già argento europeo nel 2021 a cronometro e nel 2017 in linea
Waerenskjold era stato già argento europeo nel 2021 a cronometro e nel 2017 in linea
E di Waerenskjold che cosa puoi dire?

Quello è un talento assoluto: va forte contro il tempo, ma anche in salita e in discesa, io dico che può fare davvero tutto. E’ un fuoriclasse e soprattutto un bel personaggio. Mentalmente è concentrato, ma sa stare al mondo, ha una simpatia innata, si pone sempre bene.

E’ chiaro che per il ciclismo norvegese resti un riferimento, ma sei appagato della carriera che hai avuto?

Assolutamente sì. Venivo da un piccolo Paese e sapevo che per diventare professionista dovevo mettermi in luce. Allora era forse più facile passare di categoria se avevi ottenuto risultati, ma quella era l’unica strada. Inoltre nessuno l’aveva mai fatto prima nel ciclismo in Norvegia. Un giorno venne Marino Fontana e mi convinse a trasferirmi in Italia, alla Jollyceramica, da lì è iniziato tutto e quei 3-4 mesi a Vicenza hanno influito su tutta la mia vita. L’Italia non l’ho lasciata più, ogni anno arrivo a marzo e vado via a settembre…

Kung, questa volta il cronometro è stato dalla sua parte

21.09.2022
5 min
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Ci sono giorni buoni e meno buoni. Stefan Kung lo sa, la sua carriera è sempre stata un andare su e giù. Fino all’inizio dell’estate tutto bene, molto, poi duri colpi al morale, medaglie che hanno l’amaro sapore della sconfitta. Ecco perché l’oro nella staffetta a Wollongong ha un sapore speciale. 3″ sull’Italia, difesi con i denti dalle ragazze che hanno fatto tesoro del gruzzoletto consegnato da lui, Bissegger e Schmid. 3 secondi, soli 3 secondi. Il tempo della caduta di una foglia, ma in quel lasso passa una carriera. Per lui è sempre stato così.

Salendo sul podio ha un mezzo sorriso. Si vede che nella mente si affollano tante sensazioni. Rivive passo dopo passo emozioni ancora fresche. Quest’oro aiuta, sì, ma ci vorrà tempo per digerire quanto avvenuto domenica, quella crono breve e interminabile, dolcissima e amara nel suo ultimo boccone. 3 secondi, anche lì, dietro i quali si cela una storia…

Kung in mezzo, con lui Bissegger e Schmid. Primo oro per la Svizzera, grazie anche alle ragazze Reusser, Koller e Chabbey
Kung in mezzo, con lui Bissegger e Schmid. Primo oro per la Svizzera, grazie anche alle ragazze Reusser, Koller e Chabbey

Viaggio nella beffa del tempo

Corre veloce, la bici di Stefan. Sempre più veloce, verso quel traguardo che sembra non voler arrivare mai. I rilevamenti lo danno in testa, forse è la volta buona, forse è il giorno della conquista del titolo mondiale a cronometro così a lungo inseguito. Nella sua ancor giovane carriera (in fin dei conti lo svizzero di Wilen, con il doppio passaporto elvetico e del Liechtenstein) di vittorie ne ha collezionate tante, quasi tutte in prove contro il tempo, ma questa rappresenta qualcosa di speciale.

Il tempo ha un valore particolare e quando sei solo sulla bici, concentrato sì sul movimento ma anche determinato a cogliere un obiettivo, la mente è come uno specchio, qualcuno con cui confrontarsi attraverso il pensiero. Di pensieri, nella mente di Kung lungo quei 34 chilometri così delicati da affrontare, tra salite all’8 per cento e curve da affrontare alla Valentino Rossi o Marc Marquez, ne passano tanti.

Kung ha vinto 2 titoli europei a cronometro e 2 medaglie mondiali, ma l’iride resta un tabù
Kung ha vinto 2 titoli europei a cronometro e 2 medaglie mondiali, ma l’iride resta un tabù

Una beffa come il mese prima (e a Tokyo)

Stefan, spingi a tutta perché il tempo corre sempre più veloce e sa anche essere beffardo. Ricordi quel che è successo poche settimane fa? Sentivi che la vittoria agli europei di Monaco era in tasca, te la stavi giocando, ma per un secondo, un solo secondo Bissegger ti ha beffato. Potevi fare tripletta consecutiva di successi ma quel grido di vittoria ti è rimasto in gola.

Ha fatto male? Sì, ma non come lo scorso anno a Tokyo, quando in palio c’era il podio olimpico. Quattro corridori in lotta per due medaglie, a giocarsi tutto su quel rettilineo finale che non finiva mai. Kung era il terz’ultimo a finire, con quel cronometro che sembrava andare veloce, troppo veloce. Alla fine il verdetto: secondo Dumoulin per 3”, terzo Dennis per 1” e poi lì, con quei secondi che gli erano scivolati tra le dita come sabbia.

Quest’anno lo svizzero ha ottenuto grandi risultati nelle classiche: qui 3° alla Roubaix
Quest’anno lo svizzero ha ottenuto grandi risultati nelle classiche: qui 3° alla Roubaix

Non più solo un cronoman

Sei lì e pedali, e spingi, e ci pensi. Questa volta no, questa volta finirà diversamente. Questo è l’anno tuo, Stefan, quello nel quale hai dimostrato di non essere solo un grande cronoman. Alla Groupama non credevano di avere per le mani un simile gioiello, capace di collezionare grandi piazzamenti nelle classiche: 5° al Giro delle Fiandre, 3° alla Parigi-Roubaix, 8° all’Amstel come a dire: «Ehi, ci so fare anche nell’1 contro 1, non solo con il cronometro in mano…».

A proposito di Fiandre, ti ricordi quell’enorme sagoma che ti raffigurava e che campeggiava lungo il percorso? Quelli del fans club l’avevano commissionata in Italia, enorme, un gigante che guardava tutto il tracciato e che sembrava pronto sul punto di dire «Ragazzi, è all’orizzonte…». Sarebbe stato bello averlo anche qui, ma come fai a portare una cosa simile fino in Australia?

L’ormai famoso pupazzo raffigurante l’elvetico, posto dai suoi tifosi a margine del Giro delle Fiandre
L’ormai famoso pupazzo raffigurante l’elvetico, posto dai suoi tifosi a margine del Giro delle Fiandre

Quei 3 maledetti secondi…

Il tempo scorre insieme ai pensieri e forse niente come il tempo sa far male. Fino all’ultimo rilevamento, eri in testa, gli altri a inseguire e tutti a dire che in bici eri il più bello, il più ergonomico, il più redditizio. Ma era un rilevamento, non il traguardo. Spingi a tutta, sullo schermo c’è impresso il tempo di Foss, il norvegese che è già arrivato, era nettamente dietro prima, ma nel finale ha volato. C’è da spingere, c’è da sbrigarsi. Ma non basta: 3”, i soliti 3” che si tramutano in un groppo in gola che non riesce ad andar giù.

Stavolta è difficile nascondere la delusione: «Oggi pensavo davvero che ce l’avrei fatta – sono le sue parole ai microfoni della Tv svizzera – 4 anni fa magari sarei stato anche contento, ma questa volta no, ci sono andato vicino troppe volte. Stavolta non mi basta. Mi sento frustrato. Quando ho visto l’elenco dei partenti mi sono detto che in fin dei conti, una volta o l’altra, li avevo battuti tutti, quindi potevo farcela. Qualcuno però non era d’accordo». Chissà, forse alludeva al tempo, ma quello non lo batti mai, ha sempre ragione…

La delusione in camper, ancora una volta per questione di secondi
La delusione in camper, ancora una volta per questione di secondi

Il responso dei parziali

Tornando verso il camper, sente dentro di sé una grande voglia di piangere, ma la gente non capirebbe. Come lo spieghi che sei comunque medaglia d’argento ma che se finisce così non è una vittoria, non è una conquista? Riguardi i parziali e così scopri che tutto è nato nei 10 chilometri finali. Lì Foss ha volato mentre tu hai ottenuto solo il quinto parziale (Ganna non è neanche nei primi 10, preceduto anche da Sobrero e questo dice molto della sua prestazione). A questo punto però una spiegazione c’è e quel dolore resta sì dentro, ma è più facile mitigarlo. Sul podio magari un timido sorriso si riuscirà anche a tirarlo fuori e a chi chiederà riuscirai a dare una delle risposte meno di pancia, più di prammatica: «Un epilogo simile è quel che rende il nostro sport così interessante, ma anche spietato».

Ganna, la sconfitta ci sta, la solitudine non aiuta

18.09.2022
7 min
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Tobias Foss, norvegese di 25 anni di maglia Jumbo Visma, ha vinto la crono iridata e, come ha ammesso lui per primo, davvero non se lo aspettava. A Ganna invece è andato tutto storto.

«Sembra davvero di essere in un sogno – dice il vincitore – in realtà non ci credo ancora. Avevo buoni segnali e le mie gambe rispondevano benissimo. Avevo fiducia, ma non osavo sognare così in grande. Sarei stato contento di arrivare tra i primi dieci, sarebbe stato un sogno essere nei cinque, ma ora che posso indossare questa maglia per un anno, sarà molto speciale. Mi divertirò e cercherò di onorarla».

In fuga da tutti

Filippo Ganna ha tagliato il traguardo sbuffando, poi ha lasciato che la bici lo portasse via. Non si è fermato davanti allo staff azzurro e ha tirato dritto, uscendo dalle transenne in fondo. Già da qualche tempo, Pippo ha preso l’abitudine (quando va male) di non fermarsi troppo o non fermarsi affatto nella zona mista dove i giornalisti fanno domande. Questa volta, con un settimo posto veramente difficile da pronosticare ha preferito rifugiarsi nel camper della nazionale, scegliendo la solitudine.

Voglia di parlare comprensibilmente zero, ma è proprio in questi casi che il campione fa la differenza, affrontando la sconfitta a viso aperto e la testa alta. Certo però, guardandola dal suo punto di vista, non deve essere facile mandare giù un simile boccone, con quel record dell’Ora che gli hanno appiccicato addosso e che esige solo la perfezione.

«Non ho ancora parlato con Pippo – dice Velo appena sceso dal camper – ma alla partenza secondo me andava bene, poi la sensazione è stata che fosse un po’ legnoso. Però magari sono solo delle mie impressioni. Adesso dobbiamo condividere l’analisi della gara. Quello che posso dire è che l’avvicinamento era stato tutto liscio, perfetto».

Ganna ha dato più volte la sensazione di non trovare la posizione, tipica delle giornate storte
Ganna ha dato più volte la sensazione di non trovare la posizione, tipica delle giornate storte

I fattori esterni

Nelle fasi del riscaldamento, Ganna girava le gambe assecondando il rituale di sempre. Si aveva quasi timore di disturbarne la concentrazione, percependo la tensione del momento. A capo di un anno sotto tono, il mondiale poteva essere l’occasione giusta per rimettere tutto a posto. Ma poi, sotto tono… Quale altro campione olimpico di Tokyo, dopo quell’oro ha gareggiato e preso medaglie in rassegne europee e mondiali? Non si darà tutto troppo per scontato? Non è normale avere una flessione nell’anno post olimpico?

«Guarda come è tirato – diceva Cristian Salvato, ex cronoman e ora presidente dell’ACCPI – guarda che cosce sottili, non sembrano nemmeno le sue».

Tutto intorno lo staff azzurro era indaffarato, ciascuno preso nelle sue incombenze. I due meccanici nella messa a punto dei freni e del cambio. I massaggiatori verificando la borraccia e che fosse tutto a posto. Gli addetti alla comunicazione fissi per cogliere ogni dettaglio. Amadio che a un certo punto ha chiesto ad Affini cosa gli sembrasse.

«Bissegger – diceva il mantovano, che ha chiuso la crono al 13° posto – ha già fatto un bel tempo, voglio vedere quanto faranno questi con i motori superatomici (ammiccando alla volta di Ganna e di Pogacar che si scaldava nel camper accanto, dnr). Pippo sta bene, l’ho visto sereno. L’unica cosa che ha un po’ rotto sono state le chiacchiere esterne, ma contro quelle si può fare poco».

Poi Ganna è sceso dal camper con il gilet termico addosso. Ha bevuto un sorso d’acqua. E si è diretto verso il percorso, seguendo la bici di Fred Morini, che lo ha scortato fino alla partenza.

Un essere umano

«Un campione come Pippo – prosegue Velo – non si fa influenzare assolutamente delle voci esterne. Ha preparato questa crono e sono certo che l’ha fatto al 100 per cento. In questi giorni di avvicinamento ha fatto tutto quello che doveva. Si è visto che non ha trovato la pedalata giusta, perché si muoveva sulla sella. Ti scomponi, è normale. Però ci sta che sia una giornata no, anche se da lui ci si aspetta sempre il centro pieno. Non è una macchina, è un essere umano e la giornata no può averla anche lui.

«Foss invece – prosegue – non ce l’aspettavamo. Ho guardato un po’ quello che ha fatto e credo che sia stato eccezionale, perché ha recuperato così 10-15 secondi nel finale a Kung che è andato fortissimo. Povero lui, ancora una volta secondo. Mi dispiace. Per tutto quello che sta facendo negli ultimi anni e visto che Pippo non è andato bene, stavolta se la sarebbe meritata lui».

Un altro argento per Kung e un altro bronzo per Evenepoel. E Foss prende l’oro
Un altro argento per Kung e un altro bronzo per Evenepoel. E Foss prende l’oro

Ancora due barriere

Foss in qualche modo è d’accordo con lui. Non se lo aspettava e ha fatto fatica a realizzarlo per tutto il tempo che si è trattenuto con la stampa.

«E’ stata una cronometro – dice – in cui c’era a malapena tempo per recuperare. Non potevi mai lasciare che la potenza calasse. Le curve erano molto tecniche. Nelle parti dure e ripide dovevi andare al massimo. Potevi riprendere fiato solo nelle parti più veloci. L’abbiamo preparato bene, ho ricevuto un buon coaching e alla fine è andato tutto alla perfezione. Il momento in cui ho indossato questa maglia è stato sicuramente un momento molto speciale. E incredibile».

Ganna è sceso dal camper con lo sguardo afflitto ed è andato a sedersi nel furgone in partenza per Bowral, sede del ritiro della nazionale. Prima di chiudere lo sportello ha firmato l’autografo a un signore anziano. Sarà un’ora di strada in cui potrà cercare nell’oscurità oltre il finestrino le risposte alle domande che per primo si pone. La sensazione è che in questo anno storto, continuare a pretendere da sé la luna e noi a chiedergliela sia quasi un’ingiustizia. Al suo posto avremmo voglia di chiudere la stagione e staccare veramente per un lungo periodo. Ma noi non siamo campioni né schiavi del dover vincere: non abbiamo idea di cosa significhi. Il record dell’Ora, se sarà confermato, e i mondiali su pista saranno altre due barriere molto alte da saltare.

P.S. Alle 21,34 le parole di Ganna

Le parole di Ganna sono arrivate tramite un video dall’ufficio stampa della Federazione intorno alle 21,30 locali, circa quattro ore dopo la conclusione della prova, confermando quello che tutti hanno pensato: la giornata storta nel giorno sbagliato.

I messaggio di Ganna è arrivato tramite un video affidato all’ufficio stampa FCI
I messaggio di Ganna è arrivato tramite un video affidato all’ufficio stampa FCI

«Logicamente – dice – si viene dalla parte opposta del mondo non per indossare una maglia o un numero, ma si era venuti con degli obiettivi. Oggi le gambe non erano quelle dei giorni migliori e già stamattina quando mi sono svegliato non trovavo un ottimo feeling, al contrario dei giorni scorsi in cui invece anche con i ragazzi si riuscivano a tenere valori che facevano sperare. E’ andata così, c’è sì un po’ di delusione, però la gara è gara. Se vincevo erano tutti felici e a quanto pare perché ho fatto un settimo posto, ho fatto il flop dell’anno. Dispiace. Magari l’unico rimpianto è di aver fatto svegliare tanti amici o parenti presto per vedere la prova e poi è andata un po’ così»

Con De Groot nell’Academy dei talenti Jumbo-Visma

31.07.2021
6 min
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Ogni tanto ne salta fuori uno che va forte. Vingegaard al Tour, ad esempio, come Tobias Foss al Giro. Di come lavori la Jumbo Visma avevamo cominciato a parlare con Edoardo Affini, ma quando si è sparsa la notizia che il primo contatto con Vingegaard sia avvenuto grazie a un paio di Kom su Strava, la nostra curiosità ha imposto un passo in più. Per questo ci siamo rivolti a Robbert De Groot, direttore della Academy dello squadrone di Roglic e Van Aert (nella foto di apertura con Tim van Dijke). Un’ora al telefono dalla quale siamo usciti con le idee chiarissime e gli appunti per quando un giorno, da grandi, metteremo su una squadra WorldTour. Il viaggio non sarà brevissimo, vi chiediamo 6 minuti del vostro tempo, ma ne vale la pena.

Vingegaard, racconta De Groot, si è fatto per due anni le ossa, era prevedibile che sarebbe arrivato in alto
Vingegaard, racconta De Groot, si è fatto per due anni le ossa, era prevedibile che sarebbe arrivato in alto

Robbert De Groot è nato nel 1971 ad Alkmaar, quest’anno compirà 50 anni. Ha la fronte alta e un sorriso simpatico che invita al confronto. 

Da dove cominciamo?

E’ una storia lunga. Quando adocchiamo un corridore, il nostro obiettivo è conoscerne il carattere, la visione della vita e non i risultati. La personalità e la maturazione sono due voci molto importanti, perché con il carattere ci nasci, ma il comportamento devi saperlo plasmare crescendo. Perciò conosciamo le famiglie e se hanno fatto altri sport. E’ complicato, ma permette di trovare corridori moderni.

Cosa significa moderni?

Vi siete accorti che tra gli uomini di classifica ormai ci sono anche corridori esplosivi? La crono è importante, anche la salita, ma lo scalatore che stacca tutti in montagna, poi fatica a salvarsi nei ventagli. Il corridore moderno deve avere carattere e caratteristiche per fare sempre la differenza. Cambia il metodo di reclutamento.

In che modo?

Arrivano decine di messaggi di procuratori che scrivono nome e cognome e poi il rapporto watt/chilo dei loro atleti. Se però gli chiedo altri valori sulla potenza, sul consumo di ossigeno o sul carattere e la personalità, non sanno cosa dire. Come gestiscono con lo stress? Tutti possono fare il Tour, non tutti possono andare forte o vincerlo. Noi cerchiamo corridori capaci di fare la differenza.

Tobias Foss, 24 anni come Vingegaard, terzo nella crono di Torino e alla fine nono al Giro d’Italia
Tobias Foss, 24 anni come Vingegaard, terzo nella crono di Torino e alla fine nono al Giro d’Italia
Come funziona lo scouting?

In diversi Paesi, dalla Germania al Nord Europa, abbiamo manager di squadre e tecnici che conosciamo che ci segnalano i vari nomi. Non sono persone che paghiamo, ma formano un circuito aperto cui possiamo attingere. Sulla base della segnalazione, cerchiamo di trovare il più ampio numero di informazioni. E se l’atleta è interessante, contattiamo la famiglia, i suoi precedenti allenatori, i compagni di squadra e in certi casi anche i professori a scuola. Il passo successivo è testarli, per cui li convochiamo a dei training camp in modo da vederli per più giorni. Vogliamo capire come si integrano. Foss e Vingegaard hanno seguito proprio questa trafila.

La firma del contratto quindi non è immediata…

Proprio no. La settimana prossima avremo un test con un gruppo di juniores per valutarli. La storia di Vingegaard e di Strava è vera solo a metà. Era già nel mirino, ma quei numeri arricchirono il suo fascicolo. Basarsi sui risultati oppure i numeri non basta. Puoi aver vinto dieci corse, ma di che livello e con quali avversari?

Tutti i giovani che adocchiate passano prima del vostro Development Team?

E’ possibile che qualcuno vada diretto nel WorldTour, anche se a mio avviso è un errore farlo adesso. Non tutti sono Pogacar o Evenepoel. Un ragazzo di 20 anni, l’80 per cento dei ragazzi di quell’età ha bisogno di maturare e crescere. Il Devo Team è l’ambiente giusto, perché ci permette di provarli in corse vere, come Vingegaard alla Coppi e Bartali.

Era un test?

Tutte le corse di quel livello lo sono. Jonas ha corso per cinque tappe totalmente supportato dal team e ha fatto un altro passo verso il WorldTour. E’ molto importante che abbiano chance a diversi livelli. Secondo noi due anni nel Devo Team sono la giusta misura. Olav Kooij, un olandese destinato a fare grandi cose, ha fatto due anni molto buoni nella continental e ora è nel WorldTour. E poi, a proposito di supergiovani…

Cosa?

A parte Pogacar e Bernal, tutti gli altri con meno di 25 anni sono ben lontani dalle prime posizioni del ranking Uci. Questo per dire che le eccezioni posso esserci, ma il ciclismo è uno sport duro e due anni di apprendistato a un livello più basso sono la base per imparare. Sono curioso di vedere come andrà Ayuso (lo spagnolo di 18 anni che dopo le meraviglia da U23 con la Colpack, è ora al Team Uae Emirates, ndr). Magari andrà fortissimo e glielo auguro, ma noi restiamo convinti della bontà del nostro progetto.

Pensi che la precocità accorci le carriere?

La lunghezza della carriera dipende dall’attenzione nella comunicazione. Essere corridore oggi non è solo sforzo fisico, ma saper gestire pressioni di altro tipo. Se un corridore al top non ha attenzione per questi aspetti, si brucia in fretta e poi sparisce. Se non hanno un ambiente in cui imparare, vanno incontro alla vita con la pelle ancora morbida. Quando li porti alle grandi corse la domanda è: sono riusciti a trarne un’esperienza o sono semplicemente arrivati al traguardo?

Era possibile pensare che Vingegaard avesse già questo livello?

Sapevamo che stava crescendo bene e sapevamo che stava imparando. Poteva arrivare al top a fine anno oppure il prossimo. Avevamo visto e speravamo, ma dire quando sarebbe stato impossibile. Ovvio che siamo molto contenti, gli abbiamo dedicato tre anni di lavoro, ma il segreto è non avere fretta

I ragazzi hanno già la strada tracciata?

Noi gli diamo le linee guida e le opportunità, sta a loro sfruttarle. Non li pilotiamo, sono i soli guidatori della loro macchina, quello che noi chiamiamo essere responsabili della propria crescita.

Ti è mai capitato di trovare grandi talenti impossibili da inquadrare nel vostro sistema?

Ci sono talenti che sussurrano e talenti che urlano. Ci sono tanti corridori che vorrebbero correre con noi, ho il computer pieno di mail. Ce ne sono alcuni con grandi numeri, ma se gli fai qualche domanda, capisci che nonostante quei valori, non verranno mai fuori. Nulla vieta che vadano in altre squadre e si trovino bene, sia chiaro. Ma noi abbiamo la nostra linea e il nostro approccio.

Qualcosa che in Olanda avevamo già visto…

Esatto, con la Rabobank. Quello è il nostro riferimento, perché alcuni corridori nati da quell’esperienza sono ancora in gruppo. Vogliamo costruire un modello che funzioni allo stesso modo, per questo stiamo facendo programmi fino al 2026, sapendo che alcuni diciottenni di oggi hanno già buone prospettive. Questo è quello in cui crediamo. E se avete altre domande, non esitate a chiamare.

Foss, distrutto e felice. Nuovo Dumoulin in rampa?

31.05.2021
4 min
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Visti i distacchi, sarebbe stato impossibile migliorare il nono posto, però intanto Tobias Foss, corridore norvegese di 24 anni, esce dal Giro d’Italia con tante buone indicazioni e sensazioni anche migliori. E trattandosi di un ragazzo che due anni fa ha vinto il Tour de l’Avenir, per la Jumbo Visma ecco un altro motivo per fregarsi le mani.

Il granatiere biondo è nato a Lillehammer, città celebre più per lo sci che per il ciclismo, e nel 2014 e 2015 è stato rispettivamente bronzo e argento agli europei juniores nella crono. Poi, quando già correva con la Uno-X, nel 2019 ha vinto il Tour de France degli under 23, lasciandosi alle spalle il nostro Giovanni Aleotti e il belga Van Wilder, ora al Team Dsm. Piazzandosi terzo quell’anno anche nella Liegi-Bastogne-Liegi di categoria e sesto ai mondiali di Harrogate conquistati da Battistella.

Terzo nella crono di Torino, quando non sapeva di dover fare il capitano
Terzo nella crono di Torino, quando non sapeva di dover fare il capitano

Exploit al Giro

Al Giro d’Italia, che non aveva concluso lo scorso anno per il ritiro nella tappa di Tortoreto, Foss si è presentato con il terzo posto nella cronometro di Torino. Ma ciò che più ha sorpreso, trattandosi di un atleta alto 1,84 m per 74 chili di peso, sono state le prestazioni nelle grandi tappe di montagna. Tobias infatti ha ottenuto il 10° posto nella tappa di Cortina, l’11° in quella di Sega di Ala e addirittura il 9° posto all’Alpe di Mera. Nonostante tanto ardire, lo abbiamo visto abbastanza prudente nelle fasi più concitate di corsa, ma come ha raccontato lui per primo, si è trattato di un atteggiamento provvisorio e conservativo, dopo aver visto cadere ritirarsi il compagno Jos Van Emden.

«Sono diventato più prudente dopo la caduta nella quindicesima tappa quando Jos è andato via – racconta – io ero alla sua ruota e ho cercato di proteggermi per impedire che succedesse qualcosa di peggio».

Nella Jumbo Visma, che alle spalle di Roglic ha già tirato fuori Vingegaard, il suo nome va annotato tra quelli buoni.

All’Aquila con Kevin Bouwman, festeggiando per il primo sole
All’Aquila con Kevin Bouwman, festeggiando per il primo sole
Il piazzamento fra i primi 10 era un obiettivo della squadra?

In parte sì, anche se avremmo voluto una vittoria di tappa. Per me si è trattato da andare sempre a tutta. Questo Giro è stato il mio primo Gran Tour in cui mi sia messo davvero alla prova. Perciò lasciatemi fare una valutazione nei prossimi giorni, per capire cosa sto diventando. Un piazzamento fra i primi 10 è un bel risultato.

Te la sei cavata anche bene sulle grandi salite…

Mi sono trovato a correre su percorsi che non si addicono a corridori grandi come me, ma ho avuto la possibilità di farlo in condizioni di cattivo tempo che invece mi vanno più a genio. Diciamo che certe montagne sarebbero state un incubo ben peggiore se ci fosse stato il vero caldo.

A Montalcino 16° all’arrivo, insieme a Caruso e Yates
A Montalcino 16° all’arrivo, insieme a Caruso e Yates
Pensi di aver imparato qualcosa in queste tre settimane?

Il Giro si è trasformato in una grande scuola, vedendo il livello del gruppo. Siamo tornati a casa con tanti dati e tante sensazioni da analizzare che ci permetteranno di fare lavori più specifici in allenamento.

Nel 2019 vincesti il Tour de l’Avenir, quanto ti manca per raggiungere la stessa sicurezza?

Penso che adesso mi trovo allo stesso livello che avevo al Tour de l’Avenir. Magari sono più stanco, ma so che il mio potenziale è ancora lì. Mi dà grandi motivazioni vedere che sto ancora così bene e che posso stare con il gruppo giusto.

Milano, il Giro è finito con un 9° posto su cui lavorare
Milano, il Giro è finito con un 9° posto su cui lavorare
Che cosa pensi delle grandi aspettative che c’erano sulla partecipazione di Evenepoel a questo giro?

Onestamente mi dispiace che il suo Giro sia finito così, ma c’erano davvero tante aspettative ed è brutto andare via a causa di una caduta. Al mio primo Giro venni con poche aspettative perché non sapevo come il mio corpo avrebbe reagito. Forse è stato sbagliato pretendere così tanto da lui. Spero che si riprenda presto e che possa tornare al suo livello.