Bryan Olivo ha appena ripreso ad allenarsi. Fino a due anni fa, questo per lui era il momento più divertente della stagione. Il cross era casa sua, la maglia DP66 e la bici Giant. Nel 2021 ha conquistato la maglia tricolore juniores a Lecce battendo Masciarelli. Poi, passato su strada, ha preso la bici da cross e l’ha messa in garage. Il 2022 è stato la prima stagione da stradista a tempo pieno con il CT Friuli.
Olivo ha partecipato al Tour of Szeklerland e al Giro di Slovacchia, mentre si è ritirato dopo la seconda tappa del Giro del Friuli. I risultati migliori sono venuti nelle crono. Terzo ai tricolori, secondo a Ponsacco. Con la nazionale ha corso gli europei crono, strada e pista (in apertura la crono di Anadia, foto UEC). Bryan compirà vent’anni a gennaio.
Tricolore di cross juniores, Olivo ha mollato il fuoristrada lo scorso inverno (foto Alessio Pederiva)Tricolore di cross juniores, Olivo ha mollato il fuoristrada lo scorso inverno (foto Alessio Pederiva)
Finite le vacanze?
Ho appena ripreso a fare qualcosa. Sono stato fermo dal 12 ottobre fino ad ora, ci voleva. La stagione sinceramente non l’ho neanche sentita più di tanto, nel senso che ho iniziato ad andare forte alla fine, quindi non mi è pesata particolarmente. Ogni tanto però un po’ di riposo ci vuole lo stesso e adesso sono carico per ricominciare.
Che cosa ti pare dunque del mondo della strada?
Mi piace. Se si vuole emergere e passare professionisti, bisogna andare forte su strada e io mi sono trovato bene. In Slovacchia ho corso tra i professionisti, mi piace il loro modo di correre. Fra gli under 23, soprattutto in Italia, si parte ad attaccare dall’inizio alla fine. Non c’è una tattica di corsa ragionata. Invece ho notato che all’estero le corse sono più pensate e io mi trovo meglio. C’è anche molto più lavoro di squadra e alla fine sembra un po’ di fare le grandi corse, per come le vedi in tivù.
Hai mantenuto la pista, giusto?
Ho fatto l’europeo under 23 ad Anadia, in Portogallo, nell’inseguimento individuale (nella gara in cui Manlio Moro ha conquistato il bronzo, Bryan è stato 10°, ndr). La pista dovrei tenerla, a meno di cose eclatanti. L’idea mia e penso anche dei miei preparatori e dei direttori sportivi è di rincominciare dalla base di fine anno in cui sono andato forte, poi migliorare. Durante la stagione ci saranno vari obiettivi di cui parleremo. Però, l’idea per il 2023 è di andar forte e iniziare a vincere.
Ancora al Tour of Szeklerland, in fuga nei boschi della Romania (foto Instagram)Ancora al Tour of Szeklerland, in fuga nei boschi della Romania (foto Instagram)
I risultati migliori sono venuti nelle crono.
Vedendo da quest’anno, le cronometro sono veramente il mio punto forte. E’ una cosa su cui si può lavorare bene e magari togliersi anche qualche bella soddisfazione. Ho visto che contro il tempo posso dare il mio vero potenziale al 100 per cento. Ovviamente bisognerà vincere anche le gare su strada, però il mio punto forte adesso sono le cronometro. E’ qualcosa che sento mio. Quando salgo su quella bici mi sento un’altra persona e quindi mi piace veramente tanto.
Hai parlato di strada, vedendoti e ricordando le tue doti nel cross, un occhio alle strade del Nord si potrebbe dare, no?
Direi di sì. Alla fine ho visto che in salita dopo i 3 chilometri inizio a fare fatica, mentre sugli strappi e sui percorsi mossi posso farmi vedere. Le classiche del Nord potrebbero andar bene, però è tutto da sperimentare. L’anno scorso non ho potuto confrontarmi con quei percorsi, però l’idea è quella di puntare sulle classiche e sui percorsi vallonati.
Veniamo alla nota dolente: Trentin dice che rinunciare presto al cross per intestardirsi sulla strada è un errore.
La mia idea è che se vuoi passare professionista e nel cross non sei un fenomeno assoluto, è meglio che ti concentri sulla strada al 100 per cento, così magari hai una possibilità. Fare tutte e due le cose, magari non fatte bene, secondo me compromette la possibilità di andare avanti. Io almeno la penso così.
Al Tour of Szeklerland, riunione con i ds Boscolo e Baronti (foto CT Friuli)Al Tour of Szeklerland, riunione con i ds Boscolo e Baronti (foto CT Friuli)
Quando sei arrivato a questa consapevolezza?
Ho sempre detto di essere amante del ciclocross e che non lo avrei mai lasciato. Però, nel momento in cui vai a ragionare bene su quali possono essere i pro e i contro, soprattutto nel cross fatto in Italia… In Belgio e Olanda, sono due cose diverse. Ugualmente, dove sono i corridori belgi e olandesi che fanno cross e vanno forte su strada? A parte quei due o tre fenomeni, intendo. Io parlo di livello under 23 e juniores. Se si guardano i risultati, non trovi nessuno che va forte su strada e fa cross.
In teoria, si fa multidisciplina non per vincere da junior o U23, ma per avere una formazione più completa da pro’.
Diciamo però che adesso il ciclismo sta portando in una direzione in cui se non vai forte subito, non passerai mai più. Vediamo sempre più juniores che passano direttamente professionisti e under 23 che fanno sempre più fatica. Probabilmente è il movimento che ti porta ad andar forte da junior.
Secondo te, Buratti che non passa è un’occasione mancata o un anno in più gli farà bene?
Non lo so, è una domanda cui non vorrei rispondere.
Al Giro del Friuli doveva lavorare per Buratti, ma il 2° giorno si è fermato per problemi fisici (foto Instagram)Al Giro del Friuli doveva lavorare per Buratti, ma il 2° giorno si è fermato per problemi fisici (foto Instagram)
Seguendo il tuo ragionamento, sembra quasi che ci sia un solo treno…
Se hai il contratto in mano, un anno in più non fa niente, però se non hai il contratto in mano, ovviamente non passare è un’occasione sprecata. Dipende da che punto di vista lo vedi. Se gli fai fare il quarto anno e non hai il contratto, magari non hai motivazioni. Se invece ce l’hai già, un anno in più non cambia niente, perché sai che alla fine passerai.
Se adesso venisse qualcuno e ti offrisse di passare subito, dopo che hai detto di dover ancora crescere, cosa faresti?
Non posso mica non accettare, no? Sarebbe un’occasione. E’ come dire che il treno passa una volta e poi magari non passa più. Sono d’accordo che sia necessario crescere, però fai che durante quest’anno per crescere ti succede qualcosa, anche solo per pura sfortuna? Dopo come fai?
Allo stesso modo, metti che vai di là, non sei pronto e smetti di correre?
Certo, sono punti di vista alla fine. Però è giusto che un corridore deve crescere prima di passare, questo voglio dirlo.
Pontoni con Olivo: il cittì è stato il suo primo mentore nel cross e ha sperato di poterlo rivedere nella specialità (foto Billiani)Pontoni con Olivo: il cittì è stato il suo mentore nel cross (foto Billiani)
Come riprende la preparazione adesso?
Con un po’ di palestra, soprattutto quella. Un paio di ore in bici 2-3 volte alla settimana e poi si aumenterà sempre di più. Per due settimane ancora da soli, poi ci troveremo quasi ogni sabato e domenica insieme in casetta. Qua la mattina e la sera fa freddo, ma durante il giorno si sta ancora bene. E’ perfetto per andare in bici all’orda di pranzo. Che di questi tempi non guasta.
Anche il ciclocross merita un investimento da parte della Fci e dei club. Come la Arvedi viene sostenuta per i pistard, perché non farlo per l'offroad?
Non si possono prendere a paragone Pogacar, Evenepoel, Ayuso e Vingegaard. Ma alle loro spalle non ci sono italiani e soprattutto italiani giovani in arrivo dagli juniores e gli under 23. Nibali ha chiuso il Giro al quarto posto a 38 anni. Colbrelli ha vinto la Roubaix a 31. Dove sono i nostri ragazzi? Ieri un corridore ci ha detto che se ne parla tanto e alla fine non si capisce più niente, eppure nei giorni scorsi Ulissi e poi Trentin hanno tirato fuori argomenti decisamente concreti. E noi con questi abbiamo bussato alla porta di Diego Bragato, che ha da poco concluso con Salvoldi delle batterie di test sugli juniores ed è responsabile della performance alla Scuola Tecnici, che ha recentemente preso il posto del Centro Studi.
Questo pezzo sarà lungo da leggere, ma il ragionamento non fa una grinza. Può essere il punto di inizio per il cambiamento. Se a qualcuno, soprattutto nelle squadre juniores e U23, sta a cuore la salute del nostro ciclismo.
Bragato sostiene Viviani al via dell’eliminazione che vedrà Elia campione del mondo anche nel 2022Bragato sostiene Viviani al via dell’eliminazione che vedrà Elia campione del mondo anche nel 2022
Non hai la sensazione che si punti ad alzare troppo il livello della prestazione degli juniores, lasciandogli pochi margini per quando passano di categoria?
Come sempre non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma di certo c’è troppa enfasi sulla categoria juniores. Enfasi legata ai volumi, al simulare quello che fa il professionista, invece di costruire una formazione a lungo termine. Purtroppo il nostro movimento spinge per la ricerca del risultato da junior, piuttosto che per la costruzione di un atleta che avrà risultati dopo 5-6 anni.
All’estero fanno più corse a tappe e meno gare di un giorno…
Noi siamo l’ultima fra le Nazioni di alto livello che corre ancora per le gare della domenica. Quindi a vari livelli, non solo negli juniores ma anche molto negli under 23, lo schema è sempre quello. Corsa la domenica. Lunedì, recupero. Martedì, un po’ di lavoro di forza. Mercoledì, distanza. Giovedì, un po’ di lavoro easy. Venerdì, velocizzazione. Sabato, recupero. Domenica, gara. E cosi per tutto l’anno, aspettandoci una condizione che porti a vincere più gare possibili. Ma questo ciclismo non esiste più. Le altre Nazioni hanno ridotto di molto il numero di gare durante l’anno, a vari livelli: da junior in su. E insegnano agli atleti a costruire la prestazione in funzione di un obiettivo.
Per Herzog, 30 giorni di corsa nel 2022 e la vittoria del mondiale juniores, a capo di un avvicinamento miratoPer Herzog, 30 giorni di corsa nel 2022 e la vittoria del mondiale juniores, a capo di un avvicinamento mirato
Da noi invece?
I nostri ragazzi crescono come si faceva una volta. Trovano la condizione con le gare, quindi continuando a correre, hanno dei risultati a livello giovanile, ma non imparano ad allenarsi. Così arrivano in un mondo professionistico in cui giustamente, come descrive Trentin, ormai non puoi più sfruttare le gare per allenarti, perché devi arrivarci già in condizione. E noi non siamo capaci, né fisicamente né mentalmente. Fisicamente magari i preparatori possono anche aiutarci, ma mentalmente è un’altra cosa.
In che senso?
I nostri ragazzi non sono pronti ad allenarsi per arrivare pronti alle gare, perché nessuno glielo insegna. Gli insegniamo solo a correre. Ad andare in fuga e non tirare e aspettare la volata. Invece il ciclismo non è più questo.
Trentin ha parlato anche di volumi di lavoro a suo avviso eccessivi…
Spesso è così, il problema è che anche tra gli allievi si allenano quasi come dilettanti. Fanno volumi di lavoro più grandi degli juniores. Poi da juniores si allenano come gli under 23 o gli elite. E quando sono under 23 non hanno più margini. Purtroppo è così. Si predilige la quantità piuttosto che la qualità del lavoro. E la multidisciplinarità, come giustamente dice Trentin e come dimostra la pista, è un modo per preservare le qualità a discapito della quantità. La quantità si può mettere anche dopo. La qualità, invece se non viene preservata, poi non la ripeschi più.
Vittoria al Gp FWR Baron per la Work Service, una delle squadre plurivittoriose (photors.it)Vittoria al Gp FWR Baron per la Work Service, una delle squadre plurivittoriose (photors.it)
E che cosa succede?
Abbiamo degli atleti che diventano degli ottimi gregari, cioè persone in grado di subire un carico a lungo termine per tanto tempo, ma non di imporre il proprio ritmo. Purtroppo diventano, tra virgolette, dei soldati. Gente che ha gran volume sulle spalle, ma non fa la differenza.
A livello di comunicazione con le società si può far qualcosa?
In realtà sono parecchi anni che nei corsi di formazione, il Centro Studi prima e la Scuola Tecnici adesso continua a battere su questi messaggi. Cioè sul preservare il talento, ridurre i volumi in generale, intesi come chilometri e ore fini a se stessi, puntando invece sulla qualità. Ma sembra che questo messaggio non passi o meglio non passa in toto. Ci sono delle squadre che hanno cambiato ritmo, bisogna dirlo. E se le squadre estere ritengono i nostri juniores appetibili è perché comunque vedono che in determinati ambienti si inizia a lavorare nel modo giusto, quindi quello bisogna riconoscerlo.
Come leggi il fatto che alcuni vadano all’estero?
Fa specie il fatto che li vengono a prendere da juniores, probabilmente per… salvarli dalla nostra categoria under 23, dove invece alcune squadre ancora lavorano per vincere la gara della domenica, invece di costruire un atleta pronto a maturare per diventare un valido professionista.
Lorenzo Germani è diventato tricolore U23 passando alla Groupama-FDJ e con loro ora approda fra i pro’Lorenzo Germani è diventato tricolore U23 passando alla Groupama-FDJ e con loro ora approda fra i pro’
Secondo te la svolta continental cambia un po’ gli atteggiamenti, oppure si chiamano continental ma fanno le stesse cose di prima?
Io ho paura che continuino a fare le stesse cose. A meno che non riesca a tornare in Italia una squadra di riferimento che detti le regole, perché questi atleti possono essere appetibili per loro. Sennò rischiamo di aver semplicemente cambiato l’etichetta, ma di lavorare come prima. Non a caso, me lo insegna chi ha la memoria storica migliore della mia, atleti come Nibali, lo stesso Viviani, Caruso, Guarnieri, Bettiol, Cimolai e Bennati, che adesso è cittì della nazionale, sono tutti ragazzi venuti fuori dall’ultima scuola italiana, che era la Liquigas. Poi abbiamo avuto ben poco. C’è Ganna, ma lui è un fenomeno a parte con caratteristiche completamente diverse. Gli ultimi atleti di un certo livello, soprattutto per le gare a tappe, venivano fuori da una squadra che gli ha dato il tempo, come giustamente diceva Ulissi, di crescere da capitani, non di crescere da gregari. Moscon e company sono andati nelle squadre dove vengono pagati parecchio, dove devi rendere per quello che la squadra ti dice. Così crescono per aiutare gli altri. Quindi sviluppano le abilità e la mentalità da gregario e non da capitano che dovrà emergere.
Se sei forte non emergi lo stesso? Oppure il problema è di mentalità?
Secondo me il problema non è tanto fisico, perché gli atleti ce li abbiamo. E’ proprio mentale. Crescere con la mentalità di costruirsi, di essere responsabile della propria prestazione in funzione di un obiettivo e non in funzione di un valore medio che ti garantisca di essere un buon atleta tutto l’anno. Costruire un obiettivo e vincerlo. Come Van Aert. Va bene che lui è un fenomeno fisicamente, ma anche di testa è uno che sa puntare un obiettivo, arrivare pronto a qualsiasi gara decida. Non è mica così facile, già Van der Poel lo soffre un po’ di più. Invece Van Aert è una macchina, veramente una macchina. E noi dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi a essere responsabili della loro performance, ascoltarsi e costruirla in funzione di un obiettivo. Non semplicemente a vincere più gare possibili durante l’anno.
Il Piva Junior è una delle classiche per juniores, vinto quest’anno da Scalco, passato in Bardiani (photors.it)Il Piva Junior è una delle classiche per juniores, vinto quest’anno da Scalco, passato in Bardiani (photors.it)
Tanti sono passati, hanno vinto e hanno smesso presto. Vedi i corridori del 1990…
Ci sono situazioni diverse, perché io vedo dei ragazzi che da under 23 sono seguiti in tutto e per tutto, anche troppo e più dei professionisti. Vanno forte, poi passano e non hanno più chi li porta ad allenarsi ogni giorno e gli dice di svegliarsi, di stare attento a cosa mangiano. Da pro’ devono essere responsabili di se stessi. Solo che non sono in grado perché non nessuno l’ha mai insegnato. E quindi per un anno o due vivono di rendita e poi spariscono. Quello che hai fatto per un po’ ti resta , ma se poi non continui ad allenarlo, sparisce e loro cambiano completamente tipologia di atleta.
Hai parlato di situazioni diverse…
Sì, ci sono anche quelli che da under 23 lavorano troppo, fanno volumi enormi e vincono perché si allenano molto più degli altri. Poi quando passano professionisti e trovano quelli che si allenano come loro, si appiattiscono.
Nei test che fate è possibile valutare il tipo di attività che gli viene proposta?
Quando facciamo i test degli juniores, vediamo che atleti interessanti ce ne sono. Però guardandoli anno per anno, monitorandoli da junior di primo e secondo anno e poi da under 23, vediamo che spesso i valori di forza, quelli che fanno la differenza nel ciclismo moderno, vengono appiattiti. Dico spesso e non sempre, perché alcuni lavorano bene. Gli altri, ragazzi e ragazze, vanno a fare solo volumi, solo chilometri e ore.
L’attività della tedesca Auto Eder U19 è concentrata prevalentemente su gare a tappeL’attività della tedesca Auto Eder U19 è concentrata prevalentemente su gare a tappe
E cosa succede?
Non fanno più lavori di qualità e quindi si vede che diventano meno forti. Si abbassano proprio a livello di forza. Magari sono in grado di fare 3-5 ore. Vincono le gare juniores perché sono abituati a distanze superiori, ma poi quando passano ed è ora di fare la differenza su uno strappo o su una serie di muri, non ne hanno più. Passano dai 1.600 watt che facevano in volata da juniores ai 1.300 che fanno da under 23, che è quindi la differenza tra vincere una volata e tirarla.
Come se ne esce?
Bisogna tornare a rendere i ragazzi responsabili della loro performance, legandosi anche alle sensazioni. E’ fondamentale. Il misuratore di potenza serve a noi preparatori per avere un occhio in più, ma loro devono capire quando stanno bene, quando stanno male, quali sono le cose che li portano in condizione. Quali sono le strategie per mantenere la condizione e capire che durante l’anno ci sono dei periodi di picco, periodi di lavoro, periodo di scarico. Questo bisogna insegnargli, altrimenti fanno stagioni intere a cercare più vittorie possibili. E pensano che più vincono e più possono passare under. Oppure la nazionale li convoca per i mondiali, perché hanno vinto 20 corse.
I convocati per il mondiale juniores in quali condizioni arrivano al grande appuntamento?I convocati per il mondiale juniores in quali condizioni arrivano al grande appuntamento?
E al mondiale come vai?
Quando uno vince 20 gare in un anno, al mondiale non sarà mai al 110 per cento. Vai a scontrarti con Nazioni che prendono un gruppo di atleti e lo preparano in funzione del mondiale e quindi quel giorno andranno forte, perché hanno lavorato sull’obiettivo. Noi non abbiamo questa mentalità, ma lavoriamo in funzione della domenica. Di vincere più gare possibili…
Ai tempi di Fusi, questo gruppo di lavoro che limitava anche l’attività di club esisteva: può essere un aspetto da rivalutare?
Può essere un buon modo di tutelarli ed è quello che abbiamo fatto in questi anni con il gruppo pista under ed elite e qualcosina anche con gli juniores. Il fatto di iniziare a dare la mentalità del lavoro in funzione di qualcosa, quindi con dei richiami continuativi in settimana e con gare a tappe messe nei posti giusti che servono per determinati aspetti. Questo è un lavoro che con quel gruppo abbiamo fatto. Tuttavia, con la realtà ciclistica che abbiamo a livello nazionale, non è facile perché gli interessi delle squadre sono importanti. Ma penso anche che ormai stia diventando un’esigenza e che non possiamo più nasconderci. Dobbiamo assolutamente riprendere in mano questa situazione.
Pietro Mattio, come pure Belletta, passerà U23 nella Jumbo Visma DevelopmentPietro Mattio, come pure Belletta, passerà U23 nella Jumbo Visma Development
Come se ne esce secondo Bragato?
Sarebbe importante secondo me che ci fosse un collegamento tra squadre. Dagli junior agli under, fino ad arrivare alle squadre pro’. Servirebbe un collegamento serio, con un responsabile che segua il percorso degli atleti e sappia quando un ragazzo è pronto per passare. In questo modo, l’obiettivo degli juniores non sarà vincere tante gare, ma essere pronti per la squadra pro’. Il ragazzo viene tutelato e non ha più il bisogno di vincerne 20 a stagione per essere sicuro di passare, ma può prendersi il tempo di crescere, di sbagliare e provare a lavorare in funzione di quello che diventerà poi come atleta. Che questo sia un percorso creato da una nazionale o dai vivai in collegamento con le squadre, purché sia un collegamento solido e continuo e non per interesse stagionale, può essere la svolta.
Questa potrebbe essere la chiave anche per trattenere i nostri in Italia…
Il fatto che gli altri vengano a prendere i corridori italiani è perché non sono stupidi. I nostri sono forti, lo sanno tutti che sono forti. Ma se li prendono da junior è per tutelarli il prima possibile. Perché ovviamente qualcosa noi sbagliamo. E loro se ne sono accorti.
Lenny Martinez ha staccato dopo le gare di settembre. E' rimasto fermo per 5 settimane. Poi è ripartito col cross. Le sue parole prima del passaggio U23
Tirato in ballo da Ulissi e dalla nostra curiosità sull’argomento, anche Matteo Trentin, classe 1989, prova a ragionare sui diversi step che lo portarono al professionismo e che, al netto delle sue qualità intrinseche di atleta, gli hanno permesso di essere ancora vincente a 33 anni.
«Dispiace che Sonny (Colbrelli, ndr) abbia dovuto fermarsi così – dice – lui è del 1990, ma ha seguito il nostro stesso percorso e stava venendo fuori col tempo. Però tanti della nostra generazione hanno seguito un’altra… tabella. Alcuni sono stati super da dilettanti, magari sono andati bene appena passati, ma di base erano già finiti. Ci sono tanti aspetti da prendere in considerazione e fra questi c’è la squadra in cui passi. Se finisce in una piccola in cui non si lavora per te ma per la squadra stessa, i rischi di non venire fuori ci sono di più».
Al tricolore U23 del 2011 a Melilli, in Sicilia, piega Fabio Aru e si lancia tra i proAl tricolore U23 del 2011 a Melilli, in Sicilia, piega Fabio Aru e si lancia tra i pro
Sonny passò a 21 anni, tu a 23 e negli under non hai mai fatto un’attività eccessiva, pur avendo vinto corse come Liberazione, De Gasperi e campionato italiano…
Feci forte l’ultimo anno e mezzo (2010-2011, ndr), altrimenti non sarei passato. Oggi sarei stato vecchio, forse non sarei diventato professionista. Oggi quelli che arrivano un po’ lunghi li perdi per strada.
Perdi anche quelli che arrivano presto e magari non sfondano subito…
Vero anche questo. Dipende dalla squadra. Se sono passati in una WorldTour e sono ancora giovani, magari veleggiano ancora un po’ e tirano avanti. Trovi sempre il manager che valuta la qualità e pensa di poter tirare fuori il corridore dove altri non sono riusciti, ma spesso non riescono. Pogacar, Evenepoel e Ayuso non sono da prendere a riferimento.
La prima vittoria di Trentin dai pro’ fu la tappa del Tour 2013 a Lione: non aveva ancora 24 anniLa prima vittoria di Trentin dai pro’ fu la tappa del Tour 2013 a Lione: non aveva ancora 24 anni
Al secondo anno vincesti una tappa al Tour. Il Trentin di 23 anni avrebbe avuto le forze per partire subito a gas aperto?
Il fisico c’era, ma erano anni di un ciclismo completamente diverso. Ho sentito le critiche ai percorsi del Giro e del Tour, che sarebbero uno per i cronomen e uno per gli scalatori. Ma non si sono resi conto che il ciclismo di Cipollini e Pantani non c’è più? Oggi ci sono corridori che vanno molto più forte e sono anche tanti, perché rispetto ad allora si è tutto mondializzato. Un anno andai a fare il Turchia dopo le classiche, preparando il Giro. Non stavo un granché e lo usai per allenarmi. Se ci vai così oggi, ti lasciano per strada. Oggi si va alle corse per vincere.
Non più per allenarsi?
Van Aert è l’esempio perfetto, lui corre sempre per vincere. E infatti non fai più 80 giorni di corsa come una volta. Quelli che fanno più giorni sono alcuni gregari che devono coprire le esigenze della squadra. Una volta la media era di 80 giorni con punte di 100. Oggi la media è di 60.
Il Giro del Veneto del 12 ottobre è stato la terza vittoria 2022 di TrentinIl Giro del Veneto del 12 ottobre è stato la terza vittoria 2022 di Trentin
Ulissi dice: «Ci dicono che siamo vecchi e di lasciare posto ai giovani, ma dove sono quelli che dovrebbero prenderlo?».
Come italiani c’è qualcosa che non torna. Io non ho mai visto gli juniores stranieri che fanno altura. I nostri ormai vanno anche da esordienti. Quando ero junior io, andare in altura significava andare una settimana in baita a giocare con la mountain bike, perché sotto c’era troppo caldo. Quando vai in altura, trovi i ragazzini italiani e gli svizzeri, soprattutto. E infatti, magari sarà un caso, neppure la Svizzera riesce a esprimere grandi corridori. Ci sono Kung e Hirschi, come movimento avrebbero anche una base solida, ma poi si perdono.
Torni al discorso di prima su quelli che hanno dato troppo da giovani e si sono finiti?
Il discorso è complicato, io osservo e dico quello che vedo. Per me gli juniores italiani sono esagerati. Se le gare durano 3 ore e mezza, a che serve fare allenamenti di 5 ore e mezza? A che serve andare in altura? Se ogni anno fai 4 settimane di altura da junior, da pro’ devi starci due mesi? C’è qualcosa che non mi torna. Troppo allenamento? Troppa vita da pro’?
Quinto ai mondiali di Wollongong: senza quel finale così confuso, la medaglia era a portata di manoQuinto ai mondiali di Wollongong: senza quel finale così confuso, la medaglia era a portata di mano
Tu cosa pensi?
Nelle squadre all’estero puntano sulla tecnica, gli insegnano l’alimentazione e continuano a fare altre discipline, come ad esempio il cross. Da noi appena passi under 23, ti fanno smettere. Faccio un nome a caso, quello di De Pretto. E’ passato dilettante e ha smesso di fare cross, dove andava davvero forte. Ci sono professionisti del Nord Europa che continuano a fare strada e cross. Se con loro funziona, perché qui non va bene? E’ una palestra, come per i pistard che la pista non la mollano. Abbiamo il nostro gruppo di atleti di endurance, all’estero quelli che durante l’anno fanno pista, d’inverno vanno a fare le Sei Giorni, che gli permettono di tenere il colpo di pedale. Ne parlavo con Covi, che nel cross era forte.
E cosa ti diceva?
Che ha dovuto smettere perché si ammalava sempre, perché il suo sistema immunitario non reggeva questo doppio impegno. Così ha un senso, mentre altri smettono come se non si potesse più fare.
Trentin ha continuato nel cross fino al debutto tra i pro’: qui nel 2011 da U23 ai mondiali di St WendelTrentin ha continuato nel cross fino al debutto tra i pro’: qui nel 2011 da U23 ai mondiali di St Wendel
Tu perché hai smesso?
Io ho continuato finché sono diventato pro’, poi ho smesso perché diventava difficile per la logistica, ma fino agli U23 l’ho tenuto e mi è servito. In questo il Belgio è avvantaggiato. Tutto il territorio nazionale è grande quanto il Triveneto, ti bastano 2 ore di macchina per fare tutto. Ulissi ha ragione, ma non so dire perché. Di sicuro qualcosa da noi non funziona.
Iserbyt vince anche a Besancon e si segnala come il primo degli umani. Cosa succederà al rientro di Van Aert, Van der Poel e Pidcock? Sconfitta scontata?
Quando Matteo Trentin ha vinto il Giro del Veneto (foto di apertura) e ha ricevuto l’abbraccio di Ulissi, sesto all’arrivo, il pensiero spontaneo è stato: forti, questi… vecchietti del 1989. Nello stesso giorno, Elia Viviani ha vinto il mondiale dell’eliminazione, anche lui dello stesso anno. Come Puccio, Nizzolo e pochi altri. Al confronto con quelli del 1990 che hanno smesso da un pezzo (ad eccezione di Felline, Sbaragli e Colbrelli, che si è appena ritirato per i noti problemi di salute), l’annata parrebbe baciata da una sorte propizia. Esiste un motivo?
Dopo aver vinto i mondiali juniores 2006-2007, Ulissi ha corso per 2 anni fra gli U23. Qui alla Coppa San Daniele (photors.it)Dopo aver vinto i mondiali juniores 2006-2007, Ulissi ha corso per 2 anni fra gli U23. Qui alla Coppa San Daniele (photors.it)
Approcci diversi
La sensazione è che i ragazzi del 1989 abbiano vissuto un’attività giovanile proporzionata all’età, poi siano passati e abbiano avuto il tempo per adattarsi al professionismo e dire la loro. Quelli del 1990 al confronto hanno vissuto allo stesso modo fra juniores e under 23, poi però sono stati buttati dentro a gas aperto. Hanno raccolto subito risultati importanti. Poi, non avendo le basi per sostenerli, si sono fermati.
Con Diego Ulissi, che in questi giorni si trova in Toscana per godersi l’aria di casa, ragioniamo proprio su questo, per la voglia di capire come mai si faccia così fatica a trovare italiani giovani con la voglia e le gambe per spaccare. Ulissi è professionista dal 2010. Ha vinto per due volte il mondiale juniores e 46 corse nella massima categoria, fra cui 8 tappe al Giro. Oggi, a 33 anni, è uno degli uomini chiave al UAE Team Emirates, tanto da aver rinnovato il contratto fino al 2024.
Dopo i successi da junior, Ulissi ha corso un mondiale da U23 (nel 2009, nella foto è con Caruso) e sette da pro’Dopo i successi da junior, Ulissi ha corso un mondiale da U23 (nel 2009, nella foto è con Caruso) e sette da pro’
Hai mai pensato a certe cose?
Il tempo per pensare veramente è poco (ride, ndr). E’ diventato uno sport in cui devi soprattutto stare al passo coi tempi. I giovani sono subito competitivi, segno che la loro preparazione è diversa rispetto alla nostra alla stessa età. Non c’è più quel salto di categoria per cui a noi dicevano di partire da zero. Io ad esempio al primo anno da pro’ corsi davvero con il contagocce.
Poche corse?
Poche e del livello giusto. Si vedeva come andava la Coppi e Bartali e poi semmai ti mandavano al Giro di Svizzera. Prima di correre un grande Giro, volevano essere certi che ce la facessi, mai una volta che ti buttassero per vedere come andava. C’era una serie di passaggi, mentre quelli che passano ora sono pronti per fare le grandi corse, come se avessero fatto le stesse cose anche nelle categorie giovanili. Noi del 1989 abbiamo avuto una crescita graduale e, ciascuno col suo ruolo, siamo ancora qua. Alcuni che hanno fatto risultato subito si sono già ritirati.
Al primo anno da pro’, Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio di Prato, battendo Scarponi e ProniAl primo anno da pro’, Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio di Prato, battendo Scarponi
Hai vinto due mondiali juniores, oggi saresti passato dritto fra i pro’.
Tutti pensavano che vivessi come un pro’ e che così mi allenassi, ma non era vero niente. Da junior sei ancora nella fase di crescita e io evidentemente avevo raggiunto prima la maturazione, ma non è che facessi cose fuori dal comune. C’erano anche altri corridori che andavano forte. Quando ho vinto il secondo mondiale, facemmo i tre gradini del podio.
Non hai mai pensato di bruciare le tappe?
Il secondo anno da junior, partii tardi. Ebbi la polmonite e pare che i miei problemi di miocardite degli anni successivi siamo partiti da lì. L’anno successivo andavo male a scuola e i miei genitori, che spingevano perché mi diplomassi, mi costrinsero a chiudere la stagione un mese prima. Poi andai nei dilettanti e feci una fatica immensa, perché avevo già firmato e mi tenevano a freno. Quando sono passato, ho vinto subito, ma ugualmente avvertivo di essere indietro e ho iniziato una crescita costante.
Al Giro del 2020, Ulissi ha vinto 2 tappe: qui batte Almeida e Konrad a MonseliceAl Giro del 2020, Ulissi ha vinto 2 tappe: qui batte Almeida e Konrad a Monselice
Pensi che se ti avessero spinto subito perché vincessi, saresti stato all’altezza?
Non lo so. Oggi vedo che è naturale passare e primeggiare. Le preparazioni sono al top come l’alimentazione: vedi giovani che passano e sono già competitivi. Ayuso ha fatto il podio alla Vuelta a 20 anni. Sono precoci anche nella mentalità. Io sono passato negli anni di Petacchi, Cunego, Bettini e Scarponi e anche in allenamento avevo timore anche solo di passare davanti a campioni che prima guardavo alla televisione. Ora è diverso, oggi devi spostarti tu, ma io non cambierei nulla del mio percorso. Sarei potuto passare in modo più aggressivo e probabilmente sarei stato competitivo, ma certamente sarei durato di meno. Non si inventa niente. Se passo e sono vincente a 21-22 anni, quanto a lungo posso durare?
Anche Pogacar ha parlato di tenuta nel tempo…
La gente guarda Tadej e pensa che vada bene per tutti. Sono pochi quelli che sfondano subito, altri passano presto, ma avrebbero bisogno di più tempo per spalmare meglio la crescita. Se vai forte al primo anno, dicono che ti spremono troppo da giovane. Se non vai forte, allora si lavora male fra juniores e U23. E’ il problema del ciclismo italiano.
Nell’ultimo Giro di Lombardia, Ulissi ha lavorato per Pogacar, che poi ha vintoNell’ultimo Giro di Lombardia, Ulissi ha lavorato per Pogacar, che poi ha vinto
Si ragiona anche del poco spazio in certe squadre…
Per come va adesso da noi, per avere spazio devi andare davvero forte e allora emergi. Altrimenti ci sono così tanti corridori in gamba, che ti tocca tirare. Rivendico ogni giorno la mia scuola, rifarei tutto il percorso. La Lampre mi ha permesso di crescere senza pressioni. Se avevo un passaggio a vuoto, nessuno mi stava addosso.
Per emergere serve solo andare forte o anche essere cattivi?
Ecco, questo è un punto. Mi sono accorto negli ultimi anni in UAE, nei vari ritiri dove è capitato di avere dei giovani in prova, che quello che manca negli italiani è la cattiveria. Avete toccato un tasto interessante. Se la mattina si dice che faremo cinque ore e mezza a un certo ritmo, gli stranieri non dicono nulla, i nostri si lamentano perché quel giorno lì dovrebbero fare di meno. Essere cattivi non significa essere sbruffoni, ma quando è necessario, devi tirare fuori gli attributi. Altrimenti non vinci nemmeno le garette. Ci dicono che siamo vecchi e di lasciare posto ai giovani, ma dove sono quelli che dovrebbero prenderlo?
Il Tour of Guangxi è stato l'ultima corsa di Baroncini con la Lidl-Trek. Lo attende la UAE Emirates. L'obiettivo è ritrovare stimoli e fiducia in se stesso
IL PORTALE DEDICATO AL CICLISMO PROFESSIONISTICO SI ESTENDE A TUTTI GLI APPASSIONATI DELLE DUE RUOTE:
VENITE SU BICI.STYLE
bici.STYLE è la risorsa per essere sempre aggiornati su percorsi, notizie, tecnica, hotellerie, industria e salute
«Devo essere sincero – dice Bennati dopo una breve pausa – non per sminuire l’europeo, però quello che ho provato quando sono salito sull’ammiraglia al campionato del mondo, quando ho passato il chilometro zero, è stato veramente tutta un’altra cosa. A livello di emozioni, l’ho sentito molto di più. E’ stata una sensazione strana, che rivivo anche adesso nel raccontarla. In quel momento lì, ho detto: “Cavoli, sto veramente guidando la nazionale italiana!”. Mi sono sentito orgoglioso».
E’ passato un mese dai mondiali di Wollongong e quasi un anno dalla nomina di Bennati a guida dell’ammiraglia azzurra (in apertura, il toscano segue i passaggi fra uno schermo e la transenna, non potendo comunicare con i corridori via radio). Ieri sera Daniele ha parlato per quasi un’ora in videoconferenza con l’Università di Medellin, in Colombia, nell’ambito di un incontro chiamato “L’esperienza italiana nel ciclismo”. I colombiani si sono rivolti al CONI e da qui la palla è passata alla Federazione che ha chiesto al tecnico azzurro se fosse disponibile. E Bennati, forte degli anni alla Movistar, ha raccontato la sua esperienza in un ottimo spagnolo.
Ieri pomeriggio, Bennati è rimasto a lungo in una videoconferenza: inizio alle 9, ora di MedellinIeri pomeriggio, Bennati è rimasto a lungo in una videoconferenza: inizio alle 9, ora di Medellin
Tempo di bilanci
La stagione è finita. Ieri è stato presentato il Tour de France, per una volta in ritardo rispetto al Giro. E mentre i corridori recuperano dalle fatiche della stagione, fare il punto con Bennati è un buon modo per mettere i puntini sulle i e semmai togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Come quando hanno scritto che fosse sull’orlo delle dimissioni oppure hanno sottolineato la sua assenza al record dell’Ora di Ganna, per quel gusto di inventare scoop che poi come boomerang ti arrivano giustamente in faccia.
E’ il momento dei bilanci: che anno è stato per te?
E’ stato un anno intenso, perché comunque era la prima esperienza. Alla fine, se faccio rewind, non manca niente. Fondamentalmente sono contento. Insomma, si lavora un anno per andare a fare il campionato del mondo, che era l’appuntamento più importante. Diciamo che sono passato dall’antipasto dell’europeo, che però purtroppo aveva un disegno e un percorso che con noi non c’entrava molto.
Il giovedì prima del mondiale, Bennati in gruppo con gli azzurri sul percorsoNon sempre però ha potuto pedalare con la squadra e la bici è rimasta in hotelIl giovedì prima del mondiale, Bennati in gruppo con gli azzurri sul percorsoNon sempre però ha potuto pedalare con la squadra e la bici è rimasta in hotel
Hai parlato delle sensazioni al chilometro zero…
Il mondiale è il mondiale, è proprio l’emblema, l’essenza di questo mestiere. Chiaro, c’è anche l’Olimpiade, ci mancherebbe altro. C’è anche l’europeo, però il mondiale, io l’ho sentito in quel modo. Dal punto di vista personale, è una cosa che mi porterò sempre dentro.
Una stagione iniziata facendo correre in azzurro i ragazzi della Gazprom.
Indipendentemente dai motivi che hanno portato a fare quel tipo di calendario, dal punto di vista personale e tecnico mi è servito veramente tanto. Ho potuto guidare i ragazzi con la radio. Ti alleni e lavori tutto l’anno usandole, poi al mondiale non le hai più. Sono stati passaggi importanti, perché un conto è arrivare direttamente al mondiale o all’europeo senza mai aver fatto prima una riunione o una tattica, un altro è aver potuto fare esperienza in queste corse. Mettere a punto quello che poi ho attuato in Australia, cercando di sbagliare il meno possibile.
L’esperienza di corridore ai mondiali ha qualcosa in comune con quella del tecnico?
Ti metti completamente dall’altra parte e i ragazzi devono avvertire l’autorevolezza da parte di chi sta sopra di loro. Non è stato subito facile, per il fatto che la maggior parte dei corridori mi vedono ancora come uno di loro. Dalla mia parte, per certi versi mi sento anch’io vicino a loro come età, anche se con alcuni ci sono 20 anni di differenza, per questo non è stato facile creare questo tipo di distacco. Diciamo che ho trovato tutti ragazzi molto intelligenti.
Comunicare a Sobrero e Zana che non avrebbero corso è stato una prima volta impegnativaComunicare a Sobrero e Zana che non avrebbero corso è stato una prima volta impegnativa
I tuoi predecessori hanno sempre parlato della difficoltà di fare le scelte…
E’ chiaro che quando è arrivato quel momento, non è stato facile andare da Sobrero e Zana e dirgli che non avrebbero corso. Personalmente mi dispiace, perché so cosa significa. Ma loro almeno in Australia c’erano, difficile definirli esclusi. Mentre quando ho fatto la telefonata per dire a Pasqualon, Oldani o Albanese che non rientravano nei miei programmi, sapevo esattamente cosa provavano. Sentirsi dire quelle parole, ma anche dirle. Quello scalino è forse il lato più difficile del mio mestiere. Mi ricordo il mio rapporto con Franco (Ballerini, ndr) era di amicizia, era stato mio testimone di nozze. Ricordo quando mi chiamò alla Vuelta del 2007 e mi disse: «Guarda Daniele, preferirei togliermi il fegato, piuttosto che dirti che non ti posso portare». Diciamo che ho avuto esperienze nel bene e nel male che mi hanno fatto capire come ci si debba comportare o quale approccio si debba avere.
Hai scelto in base agli ordini di arrivo?
Se fai la squadra in questo modo, non avrai mai un gruppo che abbia un senso. Devi avere un’idea di squadra. Poi è chiaro che gli ordini di arrivo contano, perché comunque sono il termometro per capire in che condizione sono i corridori. Sicuramente ho valutato tanti altri aspetti, non solo quelli tecnici o fisici, ma soprattutto il lato umano di ognuno di loro.
Rota a un passo dalla medaglia nel mondiale del debutto: sarebbe stata la ciliegina sulla tortaRota a un passo dalla medaglia nel mondiale del debutto: sarebbe stata la ciliegina sulla torta
Poco fa hai parlato del non poter usare le radio in corsa.
L’avevo detto subito, poi qualcuno se n’è accorto e qualcun altro no. Già dall’anno scorso avvisai che l’unica nota negativa di questo mestiere è il fatto di prepararsi per un anno, poi andare a fare il campionato del mondo e sparire nel momento in cui abbassano la bandierina. Il mio lavoro finisce quando parte la corsa, perché comunque puoi dare le indicazioni in gara, fai le lavagnette e cerchi di di tappezzare il percorso con più uomini possibili, però non è mai facile comunicare, mentre i corridori passano a 50 all’ora. Avendo la radio, sarebbe cambiata la nostra corsa.
In cosa?
Sono convintissimo che Remco non avrebbe staccato Rota, per le gambe che aveva. Quando è nata l’azione di Evenepoel, ho cercato di far scrivere su tutte le lavagne e su tutti i muri che Rota non doveva mollare la sua ruota, invece quando Remco è andato via, lui era da un’altra parte. Con la radiolina gli avrei rotto talmente le scatole, che non avrebbe perso la posizione. E anche nel finale, assieme agli altri tecnici gli avrei detto alla radio di collaborare fino ai 300 metri e poi di fare la volata. C’erano due medaglie a disposizione e una poteva essere nostra.
Dopo la corsa, il primo chiarimento con Trentin, punto di riferimento azzurroDopo la corsa, il primo chiarimento con Trentin, punto di riferimento azzurro
Rimpianti?
Siamo stati una nazionale che si si è mossa bene. Ci siamo sempre inseriti nelle azioni che contavano e avevamo sempre due-tre uomini in ogni tentativo. Sono stati bravissimi, in tutte le situazioni che avevamo preventivato loro c’erano. Mi dispiace per la medaglia che è sfuggita. Secondo me non avremmo rubato niente a nessuno. Se avessimo fatto medaglia con Rota, sarebbe stato veramente bingo. Avremmo tirato fuori veramente il meglio da questa nazionale.
Anche perché eravate partiti fra le critiche…
Ci davano per dispersi, sarebbe stato veramente bello, ma questo non cambia il buono che abbiamo fatto. Personalmente per me, per tutto quello che è stato fatto per questo mondiale, essere riuscito a costruire un gruppo e avere dei ragazzi che hanno veramente corso uniti e soprattutto hanno dimostrato di avere un attaccamento molto forte alla maglia azzurra, è la cosa più importante. Certe critiche a oltranza sono state un fastidio, però allo stesso tempo diventano una grande motivazione. Perché alla fine quello che viene è veramente tutto di guadagnato.
Rota, Ballerini, Bagioli: quella di Bennati è stata una delle nazionali azzurre più giovaniRota, Ballerini, Bagioli: quella di Bennati è stata una delle nazionali azzurre più giovani
La sera dopo la corsa vi siete riuniti. Al di là delle cose dette, che sono affar vostro, che clima c’era?
E’ stata una riunione molto serena e tra l’altro per me la soddisfazione più grande, si può anche scrivere, è stata quando ha preso la parola Matteo (Trentin, ndr), che comunque è il punto di riferimento per i ragazzi e per la nazionale in generale. E lui davanti a tutti, Scirea e Velo fra gli altri, mi ha fatto i complimenti, perché ho gestito molto bene questo gruppo. Tra l’altro era un gruppo molto giovane, se non il più giovane di sempre, sicuramente era una delle nazionali più giovani in assoluto. E lui ha detto che non era facile assolutamente creare un gruppo così coeso. Mi ha fatto i complimenti davanti agli altri e per me, insomma, questa per me era già una medaglia.
Ci sono stati giorni di tensione per alcune critiche uscite sui media, soprattutto su Ganna…
Viviamo in un’epoca in cui le critiche sono un po’ più gratuite che in passato. Arrivano da destra e manca. Ci sono degli atleti che ne risentono di più, altri che ne risentono di meno. Nel caso specifico di Ganna, è chiaro che quando vieni da due campionati del mondo vinti, tutti si aspettano il terzo. Ho avuto anche io la percezione che sia rimasto male per qualcosa che ha letto, ma questo credo che sia normale. Però Pippo è un tipo di atleta, un uomo che non si fa scoraggiare per una critica in più. Anzi, ha saputo prendere le critiche e le ha messe da parte con i fatti.
Le critiche dai media hanno colpito Ganna, dato per morto alla vigilia della grande Ora e dell’iride di ParigiLe critiche dai media hanno colpito Ganna, dato per morto alla vigilia della grande Ora e dell’iride di Parigi
Ma tu a Grenchen non ci sei andato…
Fa una risata. Ne avevamo parlato poche ora dopo l’uscita della bufala. Quando scherzando disse che la prossima volta avrebbe mostrato il certificato medico per l’influenza che lo aveva costretto in casa. Come pure per le dimissioni presunte e mai neppure ipotizzate, venute fuori da qualche parte mentre era a casa di Bettiol ragionando sul mondiale. A fare la storia secondo certe fonti, in che mondo contorto vivremmo? Ma adesso è tempo di andare. L’appuntamento è a una generica prossima volta. Anche Benna si concederà qualche giorno di vacanza con Chiara e Francesco, forse durante le vacanze di Natale quando le scuole saranno chiuse. E poi si tratterà di ricominciare. La nazionale, come pure la prossima stagione, si costruisce d’inverno.
Mentre Bennati spiega che dalla faccia dei corridori si capisce la loro fatica, sul traguardo arriva De Marchi sfinito. Il racconto della sua lunga fuga
L’ultimo atto dei tre in programma, l’ultimo della stagione 2022. E’ la giornata della Veneto Classic, arrivata alla sua seconda edizione, che chiude ufficialmente il calendario italiano di quest’anno. Tanti i professionisti che hanno preso il via, da Matteo Trentin, fresco di vittoria al Giro del Veneto, a Miguel Angel Lopez, in corsa anche nella gravel di venerdì scorso, fino a Davide Rebellin, all’ultima corsa in carriera.
Sul percorso non poteva mancare il Muro di Ca’ del Poggio, salita ormai iconica della zonaLa Veneto Classic si è svolta fra le colline del Prosecco: 190 chiometri da Treviso a BassanoSul percorso non poteva mancare il Muro di Ca’ del Poggio, salita ormai iconica della zonaLa Veneto Classic si è svolta fra le colline del Prosecco: 190 chiometri da Treviso a Bassano
Quasi 3.000 metri di dislivello
190 i chilometri della classica veneta, da Treviso a Bassano del Grappa (sede della gran fondo VeneToGo di sabato) per un totale di 2.900 metri di dislivello. Una giornata tra le terre del Prosecco con tante salite storiche: dopo un primo tratto pianeggiante, arriva subito il muro di Ca’ del Poggio, con i suoi 1.150 metri al 12,3% di pendenza media. Si entra poi nel primo circuito con la salita della Rosina (2,1 chilometri al 6,5%), affrontata dal gruppo tre volte. Nel secondo circuito lo spettacolo è sulla Tisa, lo strappo di 330 metri al 15,2%, con il fondo in pietra simile al pavé. Ultime asperità di giornata la salita di Diesel Farm, su strada bianca, e lo strappo di Contrà Soarda.
Formolo ha chiuso il suo 2022 con una prestazione da luogotenente. Il secondo posto brucia o appaga?Formolo ha chiuso il suo 2022 con una prestazione da luogotenente. Il secondo posto brucia o appaga?
Argento Formolo
Una giornata guidata dagli uomini UAE Team Emirates che hanno corso in testa al gruppo, rincorrendo i fuggitivi di giornata, usciti sul muro di Ca’ del Poggio, poi ripresi. Trentin ci prova, ma con un eccellente lavoro di squadra, ad avere la meglio è lo svizzero Marc Hirschi, che scatta in discesa e fa il vuoto. Arriva contento, quasi non ci crede, ed è visibilmente emozionato. Ad abbracciarlo il suo compagno Davide Formolo, che conclude la stagione con un secondo posto.
«E’ stata una corsa molto dura – ci dice Roccia – ma abbiamo fatto un ottimo lavoro di squadra conquistando la prima, la seconda e la quinta posizione con Trentin. Finalmente è finita la stagione, ora un po’ di riposo. Le ultime salite erano proprio toste, lo sterrato è stato decisivo a mio avviso, ma c‘è poco da fare, siamo stati i più forti».
Sulla Tisa, forcing del UAE Team Emirates, con Hirschi, Formolo e TrentinPoi Trentin ha tentato l’assolo, ma ben rintuzzato. La squadra però era in controlloSulla Tisa, forcing del UAE Team Emirates, con Hirschi, Formolo e TrentinPoi Trentin ha tentato l’assolo, ma ben rintuzzato. La squadra però era in controllo
Firma svizzera
Una grande unione di squadra quella della UAE Team Emirates come ha sottolineato, raggiante, il vincitore stesso, che il 14 settembre aveva vinto il Giro della Toscana..
«Sono molto soddisfatto – dice – del lavoro che abbiamo fatto come team. Eravamo sempre davanti, nonostante la corsa fosse veramente molto dura, specialmente nel settore in strada bianca. Alla fine quando ho saputo che dietro di me c’era Formolo da solo, ho capito che uno di noi avrebbe vinto, ed ero già molto contento. Quando poi sono arrivato sotto l’arrivo, non ci potevo credere. Davvero una bella vittoria».
Dietro Hirschi e Formolo, sul podio sale Conci: lo svizzero gli è scappato in discesa…Dietro Hirschi e Formolo, sul podio sale Conci: lo svizzero gli è scappato in discesa…
«Nonostante le sensazioni delle ultime settimane, non proprio ottimali – dice – oggi stavo abbastanza bene. In realtà, desideravo che sin dalla Rosina la corsa si facesse dura, ma non c’erano molte squadre che potessero fare grandi azioni e la vera esplosione c’è stata sul primo passaggio sulla Tisa. Purtroppo sull’ultima discesa della Diesel Farm è partito Hirschi davanti a me e io non sono più riuscito a chiudere. E’ vero che mi ha staccato, ma l’ha fatto in una parte molto tecnica, quindi più che le gambe è mancata da parte mia proprio l’abilità».
E alla fine a 51 anni appende la bici al chiodo Davide Rebellin. E’ professionista dal 1993, una vita fa…Rebellin ha onorato la sua ultima corsa: 30° a 4’08” da Hirschi, con più del doppio dei suoi anniE alla fine a 51 anni appende la bici al chiodo Davide Rebellin. E’ professionista dal 1993, una vita fa…Rebellin ha onorato la sua ultima corsa: 30° a 4’08” da Hirschi, con più del doppio dei suoi anni
Grazie Davide
Un ultimo appuntamento significativo anche, forse soprattutto, per il nostro Davide Rebellin, che dopo trent’anni conclude qui la sua carriera.
«Ci tengo a salutare e ringraziare i miei tifosi – dice – che ci sono sempre stati durante tutti i miei anni da professionista. Sicuramente non smetterò di pedalare, ma è ora di lasciare il ciclismo, sento che questo è il momento giusto».
Un trittico veneto che si preannuncia a diventare uno dei grandi appuntamenti del calendario italiano, e non solo, sulla regia di un magistrale Filippo Pozzato. Una corsa diversa, forse perché in luoghi magnifici, forse per la nostalgia del suo essere “l’ultima”, sicuramente un “arrivederci” degno della stagione che ci lasciamo alle spalle.
«Non so cosa dire del finale – dice Lorenzo Rota con gli occhi rossi – l’ho veramente gettata via. Senza radio è difficile, non sapevamo niente. Ognuno faceva un po’ il suo gioco. Aspetta, aspetta e alla fine ci hanno preso da dietro. Mi dispiace veramente tanto perché la medaglia l’avevo davvero a portata. Era proprio lì».
Il bergamasco è il corridore italiano arrivato più spesso davanti, stringendo sempre poco fra le mani. Lui lo sa e lo sanno i compagni, ma sapevano anche che avrebbe fatto quel che gli era stato chiesto. E così quando è partita la fuga con dentro Evenepoel, Rota si è buttato dentro senza troppe domande. Con lui è andato Conci e, quando più avanti hanno ripreso Battistella, il gruppo ha preso il largo. Forse mancava un leader azzurro. Anzi, certamente mancava…
Rota ancora affranto anche un’ora dopo l’arrivo: la medaglia sfumata fa maleRota ancora affranto anche un’ora dopo l’arrivo: la medaglia sfumata fa male
Enorme magone
E’ stato Lorenzo a inseguire sul serio Evenepoel, quando Remco ha forzato il ritmo a 37 chilometri dall’arrivo. Lo ha prima inseguito in pianura. Poi, quando il belga ha lasciato Lutsenko sui pedali, è stato ancora Rota a riportarsi sul kazako con una bella aziona in salita.
«La gamba c’era – dice il corridore della Intermarché Wanty Gobert – ho attaccato sull’ultima salita. Noi non sapevamo niente di quello che succedeva dietro. Zero. Io non chiedevo, ma nessuno mi diceva niente. Veramente mi dispiace, mi dispiace tantissimo.
«Non ho idea di che volata avrei fatto, però sicuramente il terzo posto era alla portata. Mi dispiace veramente, però comunque abbiamo dimostrato di essere una squadra forte e coesa. Penso che abbiamo dimostrato a tutti che quando l’Italia corre insieme è comunque forte. Dopo 7 anni di professionismo ho indossato la maglia della nazionale. Penso di avere ripagato la fiducia del cittì…».
Prima del via, Trentin era fiducioso: obiettivo podioPrima del via, Trentin era fiducioso: obiettivo podio
Errore sul muro
Matteo Trentin arriva dopo, anche se sulla riga c’è passato prima e con le giuste maledizioni per una volata non troppo convinta. La sensazione è che quelli dietro non sapessero che ci fossero ancora in palio due medaglie, allo stesso modo in cui quelli davanti erano totalmente al buio sulla situazione della corsa alle loro spalle. Altrimenti non si sarebbero fermati così tanto.
«Purtroppo è un quinto posto che mi rode – dice l’atleta della UAE Emirates – perché ho scelto di non dare tutto sull’ultimo strappo. Ho perso la ruota di Laporte, ero con lui e col senno di poi è stata una fesseria. Ho pensato che poi c’era lo sciacquone per rientrare, invece proprio in cima i francesi hanno dato una tirata impressionante e ci hanno lasciato lì.
«Ero venuto qua almeno per vincere (ride, ndr), sicuramente per fare bene. Sapevo che le gambe erano buone e ho dimostrato che siamo ancora là. Ok, non abbiamo preso medaglia, ma abbiamo fatto capire che tutte le critiche che ci vengono mosse dalla mattina alla sera sono ingiuste. Non abbiamo il fenomeno che ha vinto, ma siamo lì».
Volata poco convinto di Trentin (in mezzo a Laporte e Matthews), che coglie il quinto postoVolata poco convinto di Trentin (in mezzo a Laporte e Matthews), che coglie il quinto posto
Bettiol con Remco
La sbavatura c’è stata e più passa il tempo e più appare evidente. Nel gruppo con Evenepoel non dovevano entrare soltanto Conci e Rota, ma uno dei leader.
«Sapevamo che Remco avrebbe attaccato da lontano – dice Trentin – ma non pensavamo che le altre nazionali avrebbero lasciato fare in questa maniera. Uno che fa un numero del genere probabilmente lo fa uguale. Quindi non so se entrando nella fuga con lui si poteva cambiare qualcosa. Per come ho visto io la gara, l’unico che forse poteva tenerlo oggi era Alberto (Bettiol, ndr). Ovviamente la nostra tattica era differente. L’avrebbe tenuto, non l’avrebbe tenuto? Guardando com’è andato, ha fatto veramente un numero incredibile».
Alla fine arriva il momento della chiamata a casa, in attesa di rientrare in hotelAlla fine arriva il momento della chiamata a casa, in attesa di rientrare in hotel
Volata al buio
Probabilmente l’analisi fatta successivamente con Bennati gli farà cambiare idea. Ma così, a caldo e senza essersi confrontato con gli altri, la sua posizione si può capire. Così come è credibile che in quella volata finale tanti dei valori in campo siano saltati. E’ credibile che Van Aert perda la volata da Laporte, peraltro suo gregario, sapendo di giocarsi l’argento e il bronzo?
«Non sapevo di sprintare per una medaglia – conferma Trentin – nessuno sapeva nulla. La comunicazione della corsa era veramente oscena, non sapevamo niente. C’era la lavagnetta, però vabbè, è stato così per tutti. Siamo tutti sulla stessa barca, quindi la volata è stata fatta comunque. Era difficile capire la situazione di corsa, anche perché abbiamo passato 25 corridori in 200 metri.
«Peccato per la medaglia, l’ho buttata nel… cesso. Anche Rota dice lo stesso? Allora siamo in due a pensarla così».
Dopo l'arrivo Cassani ha festeggiato la vittoria di Colbrelli con orgoglio e sobrietà. Il racconto di una bella vigilia e di un gruppo azzurro fortissimo
Con la tappa di Coppa del Mondo di mountain bike in Val di Sole, ha chiuso la sua carriera Gerhard Kerschbaumer, l’attuale campione italiano ed ex vicecampione mondiale di cross country. A soli 31 anni ha deciso di chiudere la sua carriera, segnata da un episodio: Mondiali 2019, l’azzurro è secondo alle spalle del dominatore Nino Schurter, quando sul rettilineo d’arrivo fora ed è costretto ad arrancare fino all’arrivo, scendendo al 5° posto e vive quell’episodio come una sconfitta personale.
L’altoatesino non raggiungerà più quei vertici di rendimento, come se quell’episodio lo avesse condizionato da lì in poi. Anche il ciclismo è ricco di simili eventi: Matteo Trentin viaggia ancora con il fantasma dell’esito del mondiale 2019, perso di fronte a Mads Pedersen, da allora non è più riuscito a svettare in una classica com’era solito fare prima. Lo stesso Roglic rischia di fare lo stesso.Anche se dopo l’esito infausto della crono del Tour 2020 costatagli la maglia gialla (foto di apertura) ha vinto due Vuelta, alla Grande Boucle sembra perseguitato dalla sfortuna. Come se quel terribile sabato stia ancora portando conseguenze.
Kerschbaumer ai Mondiali 2019 con la ruota posteriore sgonfia. Argento perso e non solo quello (foto Pianetamountainbike.it)Kerschbaumer ai Mondiali 2019 con la ruota posteriore sgonfia. Argento perso e non solo quello (foto Pianetamountainbike.it)
Quanto pesa l’ambiente circostante
Sembra strano a dirsi, eppure un episodio può davvero segnare una carriera. D’altro canto è così anche in positivo, con una vittoria che spesso “sblocca” l’atleta facendolo diventare campione. Per capire perché ciò avviene, Marino Rosti, mental coach dell’Astana, ha idee ben precise: «Lo sport vive di prestazioni, alcune più importanti e significative nell’evoluzione di una carriera. L’influsso del loro esito può avere un peso diverso a seconda della personalità dello sportivo, del suo carattere, magari di eventi precedenti, ma anche dell’ambiente culturale nel quale l’individuo agisce. Tutto ciò influisce su come l’episodio negativo viene assimilato: superarlo non è semplice ma è sicuramente possibile, c’è però anche chi non ci riesce. Basti pensare a Tom Dumoulin, che dopo due stagioni al top fra 2017 e 2018 ha subìto anche psicologicamente le conseguenze dell’infortunio al ginocchio dell’anno dopo».
Rosti mette l’accento in particolare su tutto ciò che circonda l’atleta, dal suo entourage alla società civile nella quale vive: «L’influsso di chi ti sta intorno può avere un effetto decisivo. Se chi ti è intorno focalizza quel ricordo, lo sottolinea, lo ripropone, le difficoltà per superarlo aumentano. La situazione diventa via via più pesante. Può essere l’inizio della discesa verso l’oblio sportivo. Diverso il discorso se invece chi ti sta intorno cerca di rendere l’evento più leggero».
Rosti ha lavorato prima con la Liquigas, poi con Cannondale, Astana, Bahrain e ora è di nuovo… kazakoRosti ha lavorato prima con la Liquigas, poi con Cannondale, Astana, Bahrain e ora è di nuovo… kazako
La sconfitta va accettata
Come si può riuscire in questo? «E’ importante esaminare il fatto a mente fredda. Io dico sempre che una sconfitta va prima accettata e poi si reagisce ad essa. Per accettarla bisogna farla propria, capire che fa parte del gioco. Lo stesso vale per ogni singolo evento che ha portato ad essa, sia la foratura oppure la caduta oppure qualsiasi altro episodio. Capire perché è successo, che cosa si poteva fare per evitarlo, se ci sono stati altri fattori che hanno portato a quell’episodio stesso. Poi da lì si riparte».
Ciò fa anche capire come il dotarsi di un esperto nel campo, da parte dei team e delle federazioni sia un’esigenza ormai insopprimibile. «Bisogna trarre da quella singola vicenda qualcosa di positivo. Una vicenda sfortunata può anche essere l’occasione per imparare. Bisogna però avere la forza di andare oltre l’esito per cercare di trarne un insegnamento in vista della prossima occasione. Si deve partire da un presupposto: o vinco o imparo, ma non perdo. Per far questo però serve avere una personalità forte, per questo spesso si dice che si è campioni anche con la testa».
Dopo il 2019 Dumoulin ha vinto ancora molto, ma i problemi al ginocchio hanno pesato sul suo ritiroDopo il 2019 Dumoulin ha vinto ancora molto, ma i problemi al ginocchio hanno pesato sul suo ritiro
La “centralina” è la cosa più importante
Sull’aspetto mentale si pone ancora troppo poco l’accento, quando invece è chiaro come ai massimi livelli sia un aspetto che può fare la differenza. Basti vedere esempi come la stessa nazionale di volley laureatasi campione del mondo dopo essere partita fra le outsider, ma gasatasi con l’andare avanti del torneo. «Io faccio questo lavoro da una ventina d’anni – sottolinea Rosti – e mi sono accorto col passare del tempo come una prestazione sportiva sia fisica, tecnica e mentale, ma quest’ultima solo da poco viene presa in considerazione come le altre due. La presenza del mental coach non è la soluzione di ogni problema, ma in tutti gli sport è fondamentale, perché solo attraverso la tranquillità e l’equilibrio arriveranno i risultati, anche per una singola, semplice seduta di allenamento: se la mente è occupata da altri pensieri, l’allenamento non darà i risultati che ci aspettiamo. Ricordo sempre una frase che diceva Franco Ballerini, mutuata dalla sua passione per le auto: è la centralina la cosa più importante…».
La volata a due vinta da Pedersen su Trentin: allora l’azzurro sembrava favorito, quella sconfitta ha lasciato strascichiLa volata a due vinta da Pedersen su Trentin: allora l’azzurro sembrava favorito, quella sconfitta ha lasciato strascichi
Ciclismo sport di squadra
Il discorso legato alla squadra non è peregrino. Nel caso del ciclismo l’aspetto individuale e quello del team vivono una simbiosi che in nessun altro sport è presente in egual misura: «E’ vero, ogni corridore ha un ruolo. Anche il Trentin battuto allo sprint da Pedersen stava svolgendo in quel caso il compito che gli era stato assegnato. Far parte di una squadra significa che il ragionamento su una sconfitta è più complesso. Si basa su tanti fattori non tutti dipendenti dalla persona stessa. Questo non significa trovare scuse alla sconfitta, ma ragionare sul perché il risultato non è arrivato per far sì che arrivi la volta successiva».
La sconfitta deve quindi essere un punto di partenza, non quello snodo che costa a tanti la carriera: «La soluzione non la può avere il mental coach né nessun altro al di fuori della persona stessa, ma si può aiutare a trovarla attraverso il dialogo, l’analisi, il confronto».
Il fatto che la UAE Emirates gli abbia negato la possibilità di candidare Ulissi, a Bennati non è andato giù. Soprattutto per il modo in cui è avvenuto. Il commissario tecnico aretino è alle prese con il meccanismo delle convocazioni che, dovendo andare in Australia, passa anche per la richiesta dei visti. Dovendo farlo tre settimane prima della partenza, Bennati aveva avvisato tutti i corridori della rosa che li avrebbe avvisati il primo settembre.
«Lo sapeva anche Diego ovviamente – precisa Bennati – invece la sera del 31 agosto mi ha chiamato Matxin (team manager della squadra, ndr), dicendomi di non portarlo. Ha detto che avevano fatto una riunione con Gianetti e quella era la loro decisione, perché hanno bisogno di corridori per fare punti. Gli ho detto che avrei potuto convocarlo ugualmente e che loro non avrebbero potuto rifiutare, poi ho pensato che avrei creato problemi al corridore e ho lasciato perdere. Però questa storia non mi è piaciuta per niente. Forse sono rimasto alla maglia della nazionale come qualcosa di romantico. Ma evidentemente di quel romanticismo oggi è rimasto ben poco».
Ulissi non andrà a Wollongong per decisione della UAE Emirates, perdendo il suo 8° mondialeUlissi non andrà a Wollongong per decisione della UAE Emirates, perdendo il suo 8° mondiale
L’ultima volta che ci siamo sentiti via messaggio, eri appena stato a casa di Bettiol, nel giorno in cui si è letto delle tue dimissioni…
Eravamo a casa sua guardando la tappa della Vuelta (era il pomeriggio del 31 agosto, ndr), quando mi è arrivato il primo messaggio. Sul momento ho pensato a uno scherzo. Poi il telefono ha cominciato a prendere fuoco. Non c’era niente di vero, ma nessuno mi ha chiamato per verificare. Così l’ho fatto io per chiedere spiegazioni e mi hanno risposto che se mi avessero chiesto, io avrei detto che non era vero (Bennati ha subito pubblicato un post di smentita su Instagram, ndr).
Torniamo a Bettiol, come l’hai trovato?
Alberto è uno dei cardini della nostra squadra. Quando sta bene, non ha paura di questi chilometraggi e degli appuntamenti importanti. E’ una garanzia. La squadra sarà pronta per supportarlo e fare altro se necessario. Lui è super motivato, da ieri è in Canada.
Ci sarà un velocista?
Premesso che la lista lunga dei nomi la darò il 10 settembre, il solo velocista poteva essere Nizzolo, ma non sta abbastanza bene. In ogni caso ci sarà Trentin e Matteo dopo tanti chilometri diventa veloce. E anche Bettiol ultimamente si è provato negli sprint e non è andato male.
Trentin è stato il regista di Bennati agli europei di Monaco e sarà uno dei leader per il mondialeTrentin è stato il regista di Bennati agli europei di Monaco e sarà uno dei leader per il mondiale
Non puoi dare i nomi, ma si può avere un’idea del gruppo dei gregari?
Ho dovuto lasciare fuori corridori come Puccio e De Marchi, dando spazio ad Affini e Sobrero che saranno già laggiù per la crono. La trasferta è impegnativa e sarebbe stato sciocco non approfittare di due atleti così forti e già sul posto. Per il resto ci sono solo due corridori da cui aspetto risposte, il resto è tutto definito.
L’europeo ti ha lasciato o insegnato qualcosa?
Poco sul piano tecnico. Sapevamo che sul quel percorso sarebbe finita così, come andare a fare i 100 metri contro Marcell Jacobs sapendo di poter fare al massimo 11 secondi. Contro Jakobsen e su un percorso privo di ostacoli, non potevamo fare molto di più. Errori sono stati fatti, ma sbagliare su un percorso facile è molto più probabile.
Con qualche corridore ancora in ballo, com’è stato dire i primi no?
Alcuni sanno già di venire, altri che aspetterò la fine della Vuelta e le due classiche in Canada. Ho trovato dei ragazzi molto sensibili e onesti. Se uno ti dice che non ha la condizione e si chiama fuori, tanto di cappello. L’ho detto a tutti: la prima cosa è l’onestà, perché al mondiale si va solo al 101 per cento e a volte anche il 99 non basta. Potrebbero fare i furbi, invece ho trovato tanta correttezza.
Edoardo Affini e Matteo Sobrero andranno in Australia per la crono, poi rimarranno per la stradaEdoardo Affini e Matteo Sobrero andranno in Australia per la crono, poi rimarranno per la strada
Come la stai vivendo personalmente?
E’ una bella soddisfazione e una responsabilità. Sono gasato. Non ci voleva tutto l’extra di questi giorni che un po’ inevitabilmente condizionerà, ma il mio compito sarà fare in modo che la squadra non ne risenta.
Cosa cambia fra la vigilia del corridore e quella del tecnico?
E’ tutto un altro mondo. Il corridore deve pensare a due cose: a stare tranquillo e alla corsa. Il mio ruolo prevede controllo su più fronti. Poi questa è una trasferta particolare, per cui gli ultimi 20 giorni sono stati impegnativi. Avendo dovuto anticipare tutto, ho dovuto fare una lista più larga, lasciandomi aperta la porta per eventuali inserimenti dell’ultima ora. I visti si pagano e per fortuna ho le idee chiare. Non è tanto per i costi, ma proprio per la possibilità di fare le cose. Non andrò alla Vuelta, perché non ho cose particolari da vedere. Faccio gli ultimi preparativi e il 16 settembre partiamo. Ormai ci siamo.
Bettiol fermo ai box per il ritorno della colite ulcerosa. Il toscano doveva fare la Vuelta ed essere una punta per il mondiale. Invece dopo Tokyo le cose non sono andate bene...