EDITORIALE / La legge di Newton, Ganna e le cose della stampa

19.09.2022
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E’ tutto un fatto di equilibrio, in fondo. Pertanto, applicando il principio di azione e reazione, tanto vieni portato in alto quando vinci, per quanto verrai tenuto sotto quando qualcosa si incepperà. Nello sport e soprattutto in Italia, la terza legge di Newton ha un’applicazione quasi perversa. Puoi diventare dio e il giorno dopo ritrovarti servo della gleba. E a quel punto nel mirino finisce anche la decorazione del casco. Chi ha avuto la fortuna di lavorare negli anni di Pantani sa di cosa stiamo parlando. Ieri la scure si è abbattuta su Filippo Ganna, che ha accusato il colpo, forse perché finora non ne aveva ancora sperimentato il taglio.

Nella vicenda in sé, quel che ha uno strano sviluppo è il metro di certe valutazioni. Per cui la frase di Ganna dopo la resa nasconde una profonda verità. «Se vincevo – ha detto – erano tutti felici. Ma a quanto pare perché è venuto un settimo posto, ho fatto il flop dell’anno».

Ganna è arrivato bene al mondiale, come conferma la vittoria del prologo al Giro di Germania
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La tutela di Ganna

Questo concetto lo abbiamo parzialmente affrontato dopo la crono, oggi andiamo oltre. Al pari dell’indignazione per il monumento Lombardia picconato dal record dell’Ora, vogliamo chiederci in che modo sia gestito il monumento Ganna. E se la sua generosità non stia diventando la sua condanna.

Lo scorso anno 66 giorni di gara: neanche tanti, direte. Ma se si entra nello specifico, si nota che oltre al Giro d’Italia con le due crono vinte e i tanti chilometri tirati per Bernal, al cumulo dei giorni vanno aggiunti le Olimpiadi (5° nella crono e oro nel quartetto) e subito dopo i campionati europei (2° nella crono e ritirato su strada), i mondiali strada (oro nella crono) e per finire i mondiali su pista (oro nel quartetto e bronzo nell’inseguimento individuale). Ciascuna di queste prove ha richiesto ritiri e lavori specifici. Quanto è logorante un calendario del genere? Quanto costa in termini nervosi? E quanto questo stillicidio toglie freschezza alla preparazione successiva?

Quest’anno, finora, 66 giorni di corsa: gli stessi di fine 2021. Il Giro è stato sostituito dal Tour e nel mezzo ci sono stati ugualmente gli europei della crono (bronzo), i mondiali crono (settimo posto) e mancano ancora il Team Relay di mercoledì, quindi il record dell’Ora e i mondiali in pista. Fermo restando che nell’anno post olimpico tutti gli atleti che abbiano vinto accusano una flessione di rendimento, non è forse sbagliato pretendere che Ganna continui a vincere e criticarlo se non ci riesce? E non è poco lungimirante da parte di chi lo gestisce continuare ad assecondarne la generosità?

La sala stampa di Wollongong, dimensionata per i soliti numeri, appare ancora deserta
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Dal nostro inviato

Chi ieri fosse stato accanto a Ganna mentre si scaldava avrebbe colto dei segni di nervosismo. Probabilmente perché Filippo, come poi ha detto, si era accorto dal mattino di non avere grandi sensazioni e sapeva di avviarsi verso una gara nella quale è impossibile nascondersi. Se non stava davvero bene, tutti lo avrebbero visto. Gli amici. I parenti. E anche i tifosi che non lo conoscono, ma gli vogliono bene. E che, al pari di coloro che lui ha citato nelle sue scuse, si sono alzati per vederlo correre.

Il guaio è che ieri accanto a Ganna eravamo davvero in pochi. E qui si apre un’altra pagina. Venire in Australia è stato un piccolo investimento, ma non esserci avrebbe significato interrompere il filo invisibile che permette al giornalista di raccontare dopo aver visto. Provando a dare una lettura obiettiva e non filtrata dai commenti di altri.

A Wollongong siamo in pochi, circa 150 tra giornalisti, fotografi e televisivi. Dall’Italia appena in 6. La Rai con Stefano Rizzato, Bicisport con Luca Neri, i fotografi Luca Bettini, Stefano Sirotti ed Eloise Malavan e ovviamente chi vi scrive. D’accordo, si sopravvive bene anche con il telefono, gli audio whatsapp e le videoconferenze ereditate dal Covid, ma se questa fosse la regola, perderebbe senso l’esistenza stessa degli inviati. Non è la stessa cosa, grazie al Cielo. Scrivere a migliaia di chilometri di distanza fa perdere il senso di umanità che si prova davanti alla vittoria e ancor di più alla sconfitta

Il clima di critiche non sta regalando alla nazionale la vigilia più serena
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La voce dei campioni

Il ciclismo, ha scritto giorni fa Pier Bergonzi in un corsivo sulla Gazzetta dello Sport commentando la sovrapposizione delle date di Lombardia e record dell’Ora, si diverte a farsi del male. Non potrebbe essere più vero, ma il problema va ben oltre la Classica delle Foglie Morte. Forse bisognerebbe avviare un’azione robusta contro la deriva imposta dall’UCI, che ha portato di recente alcuni grandi club a non mandare i propri atleti in nazionale. Anche questa una picconata niente male, di cui però si parla poco. E come sarebbe ingiusto per essa additare i corridori assenti, altrettanto lo è appellarsi a Ganna perché faccia cambiare la data del tentativo di Grenchen. La responsabilità nel caso specifico non è ascrivibile all’atleta, quanto ai suoi datori di lavoro. Che hanno imposto a lui il record e a noi la data, peraltro per dare modo a Filippo di partecipare ai mondiali in pista. Il mercoledì ci saranno le qualificazioni del quartetto e dovrà aver recuperato. E se dicessimo che uno dei due è di troppo?

Il timore, in questo momento di fulmini e saette, è che se quel record non arrivasse, anziché premiare l’eroismo di averci provato, si scriverebbe di arroganza per averlo fatto. E questo, parlando di sport, è un evidente squilibrio. Che vizia i rapporti fra giornalisti e campioni e di riflesso fra campioni e tifosi, laddove in certi momenti siamo noi più degli stessi social la loro voce verso l’esterno. Lo abbiamo visto nei mesi del Covid, cerchiamo di non dimenticarlo: cosa c’è di bello a raccontare il ciclismo perdendo la voce dei protagonisti?