Un anno fa Dino Salvoldi si approcciava al mondo degli juniores. Un neofita, come si definiva lui stesso, reduce dai trionfi con le ragazze e chiamato a replicare in un contesto completamente diverso. Per sua stessa ammissione aveva bisogno di prendere le misure, di capire. Un anno dopo è arrivato il momento di tracciare una linea.
Del mondo juniores (in apertura il GP San Daniele a Susegana, foto Scanferla) si è parlato e si parla tanto, anzi si può tranquillamente affermare che è alla base della difficile situazione che il ciclismo italiano sta affrontando. Se una ventata nuova arriverà fra i ragazzi, la luce in fondo al tunnel sarà ben visibile.Salvoldi ne è conscio e ben convinto e infatti, proprio sulla base di quanto avvenuto in questo 2022 si è fatto un’idea e ha iniziato ad agire, anche in maniera concreta.
In questi giorni il cittì attende di rimettersi in cammino, dopo una forzata “sosta ai box” per un piccolo intervento agli occhi. Intanto, prima di fermarsi, aveva allestito un importante incontro con tutte le forze nuove.
«Abbiamo chiamato 56 ragazzi che passeranno junior nel 2023 per una serie di test su pista – dice – ma con un occhio rivolto anche alla strada. La pista ha tempi di preparazione lunghi e quindi dovevamo anticipare».
Salvoldi ha iniziato la nuova stagione lavorando su pista con gli atleti che nel 2023 saranno juniores di 1° annoSalvoldi ha iniziato la nuova stagione lavorando su pista con gli atleti che nel 2023 saranno juniores di 1° anno
Dopo un anno di lavoro, che idea ti sei fatto?
Per me è stata una full immersion conoscitiva. Su strada abbiamo fatto molta attività all’estero ed è stata fondamentale per confrontarsi con il mondo e capire quel che serve. Il primo dato che è emerso è che le distanze non esistono più, ai ragazzi servono confronti sempre verso l’alto che permettano di imparare e soprattutto crearsi prospettive, che a quell’età sono molto più importanti dei risultati fini a se stessi.
I confronti con gli stranieri sono stati impietosi…
I nati nel 2004 negli altri Paesi sono una generazione più preparata, me ne sono accorto, ma non è detto che sia sempre così. Magari le successive potranno dare responsi diversi. Magari potremmo trovare noi i campioncini invidiati dagli altri, ma dobbiamo sicuramente cambiare qualcosa, partendo da un assunto.
La vittoria di tappa di Savino alla Corsa della Pace è stata una delle poche gioie degli junior all’esteroLa vittoria di tappa di Savino alla Corsa della Pace è stata una delle poche gioie degli junior all’estero
Quale?
Dobbiamo sempre tenere ben presente la nostra esperienza, la nostra storia che nessuno potrà portarci via. Detto questo, rendiamoci conto che ormai il ciclismo è globale come la società nella quale viviamo. Se i nostri ragazzi, per trovare una loro strada, vanno a studiare all’estero perché non dovrebbe essere lo stesso nel ciclismo? Una volta venivano da noi, quando qui c’erano tutte le grandi squadre, ora le cose sono cambiate. I problemi da affrontare sono tanti: la scuola, la mancanza di risorse, anche le distanze. E’ molto più semplice per un corridore spostarsi da Milano al Belgio che dalla Sicilia a Firenze… Sono difficoltà alle quali dobbiamo abituarci per trovare le contromisure adatte.
Hai pensato già a qualcosa?
Non ho solo pensato, ma proposto e fatto approvare. Fino al 2022 uno junior poteva gareggiare massimo in 2 gare a tappe con un intervallo di 20 giorni fra una e l’altra. Ora questa limitazione è stata tolta. Si potranno affrontare più prove a tappe nello stesso anno con il solo limite di un intervallo di 10 giorni. Inoltre, parlando con i vari diesse, siamo giunti alla conclusione che il calendario italiano va valorizzato, sfruttando i livelli per le necessità di ogni società. I più bravi dovranno confrontarsi nelle prove nazionali e internazionali, quelle regionali dovranno essere una palestra per crescere. Lì sta al diesse capire come utilizzare al meglio i propri ragazzi, pensando però sempre al loro bene.
Salvoldi è intenzionato a costruire un gruppo azzurro stabile per il 2023Salvoldi è intenzionato a costruire un gruppo azzurro stabile per il 2023
Nel corso dell’anno avevi parlato della necessità di costruire un gruppo non troppo allargato con il quale affrontare l’attività internazionale costituita dalle gare a tappe e della Nations Cup. Sei sempre convinto?
Ancora di più! In funzione del risultato, avere un gruppo di riferimento aiuta. I ragazzi, fatta salva l’attività con le società, hanno bisogno di un rapporto condiviso e continuato nel tempo. Voglio che la nazionale diventi una squadra vera, un gruppo e questo si costruisce con presenze assidue. Ciò non toglie che sarà un gruppo aperto e che chi meriterà, entrerà in qualsiasi momento.
Ti sei fatto un’idea della nuova generazione, quella degli allievi che passeranno junior, al di là del lavoro su pista?
I miei collaboratori e io stesso abbiamo girato per molte gare, in particolare campionati italiani e Coppa d’Oro e i taccuini sono pieni di nomi e indicazioni. Proprio lavorando su pista abbiamo visto atleti potenzialmente validi anche su strada. Credo che ci sarà molto buon materiale sul quale lavorare.
Attraverso Coppa d’Oro, tricolori e altre gare lo staff azzurro ha già notato gli allievi più promettenti (foto Mosna)Attraverso Coppa d’Oro, tricolori e altre gare lo staff azzurro ha già notato gli allievi più promettenti (foto Mosna)
Parli molto della pista…
Ho letto giudizi negativi sui ragazzi dimenticando quel che si è fatto nelle grandi manifestazioni su pista. Quei risultati dimostrano che il materiale umano c’è ed è valido. Ora bisogna fare uno step in più, dovranno essere bravi i ragazzi a farlo cambiando categoria, sapendo che poi i risultati dipendono da tante cose.
Proviamo a cambiare prospettiva: che anno è stato per Dino Salvoldi?
E’ stato un anno divertente. Io mi sono messo a disposizione di tutto il movimento, poi fare il cittì comporta anche scelte dolorose. La mia sensazione però è che questa categoria andrebbe ridisegnata: secondo me bisognerebbe prevedere un anno in più di permanenza per poter incidere davvero. Nell’ambiente poi ho trovato tante persone valide che fanno bene il loro lavoro e altre che pensano di farlo bene. Questo significa che non si può prescindere da formazione e aggiornamento. Questo è un messaggio che rivolgo a tutti i dirigenti, me compreso, perché solo così potremo aiutare il ciclismo italiano a uscire dalle sue difficoltà. In fin dei conti il potenziale umano per farlo c’è…
La Pater sta tornando. Letizia Paternoster gira in pista, lavora in palestra, poi vola dalla Trek per il debutto. La forma cresce. I guai sono alle spalle
A un certo punto della scorsa settimana, un comunicato stampa annunciava che fra i direttori sportivi del Team Corratec sarebbe arrivata Fabiana Luperini, cinque Giri vinti e tre Tour. Una novità inattesa sotto il cielo italiano, che si sposa per coincidenza con l’arrivo di Ro De Jonckheere all’americana Power Health.
La squadra toscana si sta rigenerando dopo l’annata continental, con l’arrivo di corridori da ricostruire come Valerio Conti, alcuni giovani e l’ispirazione dietro le quinte di Angelo Citracca. Serge Parsani è il team manager, Francesco Frassi e Marco Zamparella i due diesse. E proprio a Frassi si deve l’arrivo della pisana di Buti.
«E’ nata un po’ per caso – racconta Luperini – perché conosco Frassi sin da piccola. Ci siamo ritrovati in un’occasione e mi diceva che il prossimo anno sarebbero passati professional e avevano bisogno anche di un’altra persona con il tesserino internazionale. E quindi mi ha chiesto se mi interessasse farlo. Io ho pensato che non vado fra persone sconosciute e quindi ho detto di sì».
Fabiana conosce Frassi sin da quando erano bambini, per l’amicizia fra i rispettivi genitoriFabiana conosce Frassi sin da quando erano bambini, per l’amicizia fra i rispettivi genitori
Con che mentalità ti approcci alla novità?
Col fatto che conosco già le persone che ci sono, il salto non mi spaventa. Se non so una cosa, la chiederò. E poi comunque sia, il ciclismo è il ciclismo, sia a livello maschile che femminile. Sicuramente quello maschile è un po’ più impegnativo per quanto riguarda i chilometraggi e anche le gare. Ma non credo che avrò grossi problemi.
La fase di conoscenza dei corridori è già cominciata, oppure ci sarà il primo ritiro per farlo?
Ancora è presto. La squadra sta ultimando in questi giorni gli ultimi ingaggi, quindi ci troveremo di qui a breve e poi conosceremo anche i ragazzi.
Secondo te quale può essere il valore aggiunto di Fabiana Luperini in una squadra così?
Adesso non lo so, perché si tratta della prima volta. Però penso che una donna è sempre diversa da un uomo, quindi magari credo che avrò un’altra sensibilità, un’altra prospettiva rispetto ai direttori sportivi uomini. E magari in certi casi può fare anche bene.
Fabiana Luperini ha vinto 5 Giri d’Italia e 3 Tour de France. Per lei in arrivo una bella sfidaFabiana Luperini ha vinto 5 Giri d’Italia e 3 Tour de France. Per lei in arrivo una bella sfida
Sappiamo che segui sempre il ciclismo femminile, che rapporto hai con quello maschile?
Lo seguo ancora. L’unica cosa, a differenza delle donne, non abbiamo in Italia un atleta forte che ti fa venire voglia di vedere una gara piuttosto di un’altra. Mentre nelle donne ci sono delle ragazze per cui vale la pena accendere la televisione. Intendiamoci, è bello anche veder vincere Van der Poel, Van Aert e Pogacar, per carità. A volte però, mi piacerebbe anche vedere un italiano come c’era in passato. Un Pantani, Bugno, Bartoli…
Che effetto fa essere il primo diesse donna d’Italia fra i pro’?
I due mondi iniziano a comunicare. Ci sono anche tante massaggiatrici donne che seguono gli uomini. Magari le prime a entrare sono state loro, vedo poi che ci sono anche dei dirigenti donna. Insomma, ora arriveranno anche direttori sportivi. Piano piano, si fa tutto. Logicamente il professionismo rimane sempre un ambiente soprattutto maschile, ma il fatto che qualcuna entri è già un mezzo segnale.
A questo punto della tua carriera ti aspettavi una chiamata del genere?
Diciamo che non stavo cercando una squadra fra le donne e nemmeno fra gli uomini. E’ capitata questa esperienza e mi sono detta di provarci. Come aspettative, è ovvio che potessi aspettarmelo più da un team femminile, vediamo cosa succede in questa nuova avventura. Magari imparo altre cose nuove che mi possono essere utili nei prossimi anni.
Nel 2012, scesa di bici, Luperini diventa diesse del team Cipollini: qui alla presentazione (photors.it)Da diesse di Ciclismo Insieme, porta le junior a correre con il Veneto il Giro della Toscana EliteNel 2012, scesa di bici, Luperini diventa diesse del team Cipollini: qui alla presentazione (photors.it)Da diesse di Ciclismo Insieme, porta le junior a correre con il Veneto il Giro della Toscana Elite
Hai già fatto il direttore sportivo, del resto…
L’ho già fatto alla Cipollini donne. Nelle juniores femmine con Ciclismo Insieme. Lo stavo già facendo quest’anno a livello giovanile, perché si trattava di esordienti donne e allieve. Qui a livello locale, da quando ho smesso l’ho sempre fatto.
Non sarà un salto nel buio, insomma…
Non credo, il fatto di conoscere bene Frassi sarà un bel supporto. Siamo delle stesse zone, poi mio babbo e suo babbo, sono amici. Correvano insieme a livello amatoriale, quindi mi capitava spesso di vederlo alle gare o comunque durante le cene che facevano i nostri genitori insieme. Perciò adesso non mi resta che cominciare…
Come è stato che Filippo Ganna abbia deciso di sfidare e abbia poi conquistato il record dell’Ora è il motivo per cui ci troviamo con Dario Cioni in uno dei bar più frequentati di Montelupo Fiorentino. Il tecnico toscano della Ineos Grenadiers è preso dal cogliere le olive in una stagione che sta andando piuttosto bene, ma questo è un giorno di riposo anche per lui. Un pranzo a Lari in mezzo a un’infinità di ex corridori e il pomeriggio con noi. La magica notte di Grenchen è indietro di quasi 40 giorni, ma ci sono altre cose da dire. Ci tiene Cioni, ci teniamo noi (in apertura, Ganna nella foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo).
Cioni ha seguito tutta la preparazione. Qui a Montichiari con un collaboratore (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)Cioni ha seguito tutta la preparazione. Qui a Montichiari con un collaboratore (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)
Quando è nato il progetto?
Dopo il Giro del 2020, quando Moser gli fece la battuta che dopo le tre crono vinte, avrebbe potuto provarci. In quella corsa aveva fatto il salto di qualità, così sulla scia dell’entusiasmo si iniziò a parlarne. Soprattutto dopo il predominio nella crono del Prosecco, lunga 34 chilometri, con quegli strappi per quasi 43 minuti di gara.
Quando provare?
Nel 2021 era impossibile, con le Olimpiadi. E poi comunque c’era da lavorare. Il progetto è nato alla fine del 2020, pensando a materiali e linee guida. Serviva anche tornare alla condizione di quell’anno. Il programma era di vedere come si sarebbe mosso agli europei di Plovdiv 2020, che però non fece a causa del Covid. Già lì probabilmente avrebbe abbattuto il muro dei 4 minuti nell’inseguimento. In ogni caso la macchina era già in moto, con lo studio delle linee di sviluppo. Per questo forse è stato impreciso far coincidere tutto con il record di Bigham. Il progetto Ganna era partito ben prima.
Tutti i test in galleria del vento e poi a Montichiari, piccola base Ineos in primavera (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)Tutti i test in galleria del vento e poi a Montichiari, piccola base Ineos in primavera (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)
Fra 2021 e 2022 è cambiato il fornitore dell’abbigliamento…
Infatti avevamo iniziato a parlarne con Castelli. Lo sviluppo del body da crono si faceva già in modo coerente fra crono e Ora, su velocità vicine a quelle del record. Lo sviluppo si è fatto sui 55 chilometri all’ora, mentre se si fosse ragionato sull’inseguimento si sarebbe dovuto lavorare probabilmente su una velocità di 65 all’ora. Poi siamo passati a Bioracer, con il punto di congiunzione che si chiama Luca Oggiano, un ingegnere aerospaziale che collabora con Ineos. In un primo momento collaborava con Castelli e poi si è spostato a Bioracer.
Ha continuato sulla stessa strada in un’altra azienda?
In pratica sì. Ci ha permesso di continuare a lavorare sugli stessi concetti. Alla fine immagino che in Castelli saranno stati dispiaciuti di non esserci stati sino in fondo. Con loro si continua a lavorare in nazionale, solo che col passare del tempo come Ineos saremo sempre meno informati sui loro studi.
Il passaggio da Castelli a Bioracer non ha creato grandi problemi (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)A Montichiari nella fase dei test, Ganna ha ricevuto la maglia Bioracer nei colori del body per il record (foto Bioracer)Il Protone di Kask usato da Ganna è nato proprio per l’Ora (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)Il passaggio da Castelli a Bioracer non ha creato grandi problemi (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)A Montichiari nella fase dei test, Ganna ha ricevuto la maglia Bioracer nei colori del body per il record (foto Bioracer)Il Protone di Kask usato da Ganna è nato proprio per l’Ora (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)
Il calendario tanto pieno di Filippo ha rallentato lo sviluppo?
Abbiamo lavorato molto con la fluidodinamica, Luca sa farlo e anzi per certi versi ha sviluppato lui la tecnologia (Luca Oggiano infatti è Amminstratore delegato di NablaFlow, azienda specializzata in simulazioni fluidodinamiche, che ha curato il progetto di bici, tuta e occhiali, ndr). Era tutto avviato e in linea con le aspettative. Sapevamo che quanto già sviluppato con Castelli funzionava, per cui sul body si è cambiato poco.
Per tutto il resto?
Per il casco è nato il Protone più grande con le alette sulle lenti. Mentre non era previsto che Pinarello tirasse fuori la bici nuova: quella è stata un’evoluzione dell’ultimo momento. Nel 2021 erano tutti al lavoro sulla nuova Bolide Disc, non si sapeva se la bici per l’Ora sarebbe derivata da quella o sarebbe stata un progetto nuovo. Va detto grazie a Pinarello per aver sviluppato tecnologia e bici in così poco tempo, mentre prima eravamo tutti concentrati per completare la bici da crono da portare al Tour.
Luca Oggiano ha seguito lo sviluppo dei materiali: una figura chiave nell’Ora di Ganna (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)Luca Oggiano ha seguito lo sviluppo dei materiali: una figura chiave nell’Ora di Ganna (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)
Perché l’idea di ricorrere alla stampa in 3D?
Non dimentichiamo che in questi ultimi tempi, a causa del Covid non è facile trovare il materiale. C’era il rischio di non poter fare la bici che volevamo, per questo si è ricorso alla stampa. E questo ha permesso a Luca di eseguire il progetto in modo perfetto.
Pippo ha fatto sorridere dicendo che la bici gli è parsa pesante.
Nel record il peso non conta. La bici deve essere super rigida. Magari gli sarebbe servita più leggera nell’inseguimento, ma quando poi l’ha lanciata, è venuto ugualmente il record del mondo.
Giovanni Carini si è preso cura da subito della bici di Ganna (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)Giovanni carini si è preso cura da subito della bici di Ganna (foto Ineos Grenadiers/Cauld Photo)
In che modo entra in scena Bigham?
E’ stato utile per i test. Quando Pippo è salito per la prima volta sulla bici nuova, Bigham aveva già fatto il suo record. Era previsto che provasse, niente di strano. A fine 2021 aveva fatto il record nazionale, più dell’Ora di Wiggins, meno di Campenaerts. Non era stato omologato solo perché non era registrato sulla piattaforma Adams.
A un certo punto è parso però che Pippo abbia messo a frutto il lavoro di Bigham.
Ed è quello che vorrei chiarire con la massima serenità. Bigham era nel gruppo di sviluppo di Ganna, ma non è stato la svolta. Non ha indicato lui come modificare la posizione di Pippo, perché di fatto è la stessa da due anni. Di certo Daniel ha fatto delle personalizzazioni per sé. Ha partecipato allo studio della bici, ma le soluzioni che sono parse interessanti le abbiamo provate su Pippo l’ultimo venerdì del Giro. I lavori sui componenti, bici esclusa, erano finiti a maggio, anche se sono stati svelati al Tour.
Bigham ha battuto il record di Campenaerts e ha lavorato per Ganna, in un progetto nato molto prima (foto Ineos Grenadiers)Bigham ha battuto il record di Campenaerts e ha lavorato per Ganna, in un progetto nato molto prima (foto Ineos Grenadiers)
Quanto tempo c’è voluto per convincere Ganna?
In realtà ha detto subito di sì. Quello che invece avevamo sottovalutato è stato il tempo necessario per provare i materiali. Il Tour andava comunque fatto, perché il prologo di Copenhagen e la possibilità di maglia gialla, da conquistare partendo con quella iridata, era superiore al progetto dell’Ora.
Quindi cosa cambieresti?
Tornassimo indietro, non lo metteremmo a fine stagione. Seguiremmo strade diverse per avere un approccio più fresco. Magari all’inizio, usando poi il lavoro del Record per entrare lanciato nella nuova stagione.
Secondo Cioni, il mondiale crono e le critiche che lo hanno seguito hanno dato a Ganna la giusta determinazione per l’OraSecondo Cioni, le critiche dopo il mondiale crono hanno dato a Ganna la determinazione per l’Ora
Troppi impegni a fine 2022?
Poco tempo per preparare tutto al meglio, ma devo dire che nel suo cammino per il record, aver fatto il mondiale è stato fondamentale. Certi commenti gli sono bruciati dentro: sul chiudere subito la stagione, sull’aver fallito… E questo ha fatto scattare la determinazione giusta.
La seconda parte
La seconda parte di questa intervista con Cioni sarà pubblicata domani sera alle 19,30. Si parlerà di quello che non si è visto sulla preparazione della bici. Il calo di Ganna negli ultimi 10 minuti. Il team che ha lavorato per il record. E anche di un rumorino sulla bici (di cui Ganna non sa ancora nulla) che ha fatto impazzire i meccanici alla vigilia del Record…
Presentata alla metà di luglio, la Bolide F TT debutterà oggi nella crono di Parigi. L'ha costruita Pinarello per Ganna e gli altri atleti Ineos Grenadiers
Quando hai la guida del team numero uno del ranking Uci, quello che ha vinto il Tour de France e un’infinità di altre gare, e vedi che le avversarie si sono rafforzate intorno ai loro leader, che cosa fai? E’ la domanda che Merijn Zeeman (nella foto di apertura Anp con Vingegaard) si è posto a fine stagione, ragionando sui programmi della Jumbo Visma ed è partito da un presupposto, una massima che è stampata a chiare lettere nella sua mente ed è alla base del lavoro del team olandese: “Se fai quello che hai fatto, ottieni quello che hai”.
Era sulla base di questo detto che un anno fa, dovendo rimettere mano al team, chiese aiuto a Erik Ten Hag, uno dei più acclamati allenatori di calcio, prima all’Ajax tornato con i giovani agli antichi fasti e poi al Manchester United, che sta cercando di riportare in auge. Un giorno Zeeman chiese appuntamento al suo collega per confrontare le loro esperienze: la Jumbo veniva dalla seconda sconfitta al Tour, con Roglic caduto e Vingegaard ancora acerbo per contrapporsi a Pogacar, il “minatore sloveno” come lo chiamava con un pizzico di malizia Tom Dumoulin vedendo la sua posizione nelle cronometro.
Zeeman con Richard Plugge e Frans Maassen, due dei diesse della squadraZeeman con Richard Plugge e Frans Maassen, due dei diesse della squadra
Il grande lavoro sul percorso
Fu allora che Ten Hag gli disse quella frase, per fargli capire che serviva un cambiamento, ripensare tutta la struttura del team. Zeeman chiamò a raccolta tutti i diesse e i responsabili di settore. Una riunione animata ma fruttuosa, nella quale chiese a ognuno di contribuire con idee sulla base di domande semplici ma basilari: che cosa cambiare per fare meglio, che cosa non ha funzionato, come si muovono gli altri in confronto a noi. E dopo quella ci furono altre riunioni, mentre Zeeman teneva con Ten Hag un filo diretto costante.
Il principio di base fu che se hai a disposizione più campioni, devi anche pensare a più tattiche, sfruttare il loro talento per non essere prevedibile. Per farlo, si lavorò sul percorso del Tour, studiandolo fin nei minimi particolari, cercando sempre di prevedere le mosse di Pogacar, considerandolo diverso da quello del 2020. Allora lo sloveno aveva vinto da solo, ma due anni dopo aveva una squadra salda al fianco, luogotenenti fortissimi e votati alla causa come Majka. Bisognava capire i punti deboli.
Pogacar nella morsa di Vingegaard e Roglic in vista del Granon: sarà il suo calvario…Pogacar nella morsa di Vingegaard e Roglic in vista del Granon: sarà il suo calvario…
La tattica giusta
Sono state analizzate anche le interviste dello sloveno, finché nella mente di Zeeman prese forma la strategia: se Pogacar spreca tante energie prima di una salita lunga, diventa vulnerabile. Ma serve che qualcuno si sacrifichi. Il Tour proponeva tappe adatte? Sì, la 11 con il Col di Granon e la 12 con l’Alpe d’Huez. La scelta cadde su Roglic, un po’ più lontano in classifica di Vingegaard ma ancora pericoloso per la classifica, chiamato a spremere il connazionale. Attacchi alternati, lontano dal traguardo. Pogacar alla lunga si è sfibrato e Vingegaard, a 5 chilometri dal traguardo, è andato via.
A tutto ciò, Zeeman ha pensato spesso nelle ultime settimane. La gioia per i successi ha presto lasciato spazio alle riflessioni sul 2023, perché ripetersi è sempre più difficile che scalare il colle per la prima volta. Il manager della Jumbo Visma ha pensato allora di tornare dal suo amico, ma questa volta in una situazione diversa. Per entrambi.
Ten Hag con Ronaldo, stella del Manchester United messo di lato senza alcuna remora (foto Sky Sport)Ten Hag con Ronaldo, stella del Manchester United messo di lato senza alcuna remora (foto Sky Sport)
L’esperienza di Ten Hag
Zeeman ha preso spunto proprio da quel che Ten Hag sta passando. Nelle file del suo team è tornato Cristiano Ronaldo, che a 37 anni reclama ancora (e in base alle sue giocate anche giustamente) spazio e attenzione. Ten Hag non ci ha pensato due volte, quando il portoghese non girava, a metterlo in panchina, ma il multimilionario portoghese non ha gradito e i rapporti fra i due sono irrimediabilmente compromessi.
Il tecnico della Jumbo Visma teme che possa avvenire la stessa cosa, non tanto fra Roglic e Vingegaard che vanno d’accordo al punto che sembra possibile programmare per i due anche impegni diversi (Roglic al Giro?), quanto per integrare i nuovi innesti. Il pensiero di Zeeman è riassumibile nella seguente maniera: «La Uae ha preso Yates e Vine in supporto a Pogacar, la Ineos si è rafforzata con Arensman, noi abbiamo preso due pezzi pregiati come Kelderman e Van Baarle, ma come integrarli? Saranno disposti a ruoli di supporto, a “stare in panchina” alla bisogna?».
Il timore è soprattutto per il primo, alla sua chiamata estrema per dimostrare di che pasta è fatto, dopo che sia alla Sunweb che alla Bora Hansgrohe non solo ha perso diversi treni, ma non è sembrato l’elemento ideale per far gruppo, per votarsi alla causa.
Wilco Kelderman, ultimo arrivo alla Jumbo-Visma: che ruolo avrà e come sarà gestito?Wilco Kelderman, ultimo arrivo alla Jumbo-Visma: che ruolo avrà e come sarà gestito?
Beninteso, spazio ai giovani…
Per questo, prima ancora dei ritiri prestagionali, Zeeman ha preso l’aereo ed è volato a Manchester, dal suo amico e davanti a una birra hanno iniziato a discutere: «Come si gestisce gente che ha già vinto tanto – ha raccontato a Helden Magazine – e che vuole spazio, come gli chiedi di sacrificarsi per un altro, per la causa o addirittura di lasciar spazio e restare ai margini? In passato era più facile accettarlo, c’erano gerarchie più definite, un capitano e tanti gregari. Ora non è più così, bisogna pensare all’approccio umano che è fondamentale».
Che cosa gli abbia suggerito Ten Hag non è dato sapere, ma Zeeman, sempre nell’intervista concessa al magazine olandese, ha lasciato intendere qual è l’orientamento generale: «Noi vogliamo assolutamente vincere ancora il Tour e portare a casa quel che ancora non abbiamo vinto, come una classica monumento tra Fiandre e Roubaix e il Giro d’Italia.Quando avverrà? Spero presto, ma so che per farlo dovremo affidarci a corridori che sono cresciuti con noi, guidandoli nel loro intero processo di affermazione». Chi viene da fuori, se lo ricordi…
Groenewegen vince la tappa, ma tutti parlano della crono di domani. Evenepoel può prendere la maglia a Pogacar? Secondo Ganna è dura. E anche secondo Velo
Splendida azione di Affini a Verona. Un attacco da finisseur per il corridore della Jumbi Visma. Una potenza inaudita che in futuro potrà togliergli grandi soddisfazioni
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“Gazzo” la osserva da lontano e qualche volta annuisce. Marta Cavalli lavora allo squat con movimenti rapidi. La gamba sottile risponde con dei guizzi. Siamo al centro Kinesis, di cui abbiamo accennato anche ieri, raccontando l’incontro con Marta. Questa volta però entriamo più nello specifico dell’allenamento, parlando con il suo coach. La forza in palestra per uno scalatore. Il discorso è ampio, la mattinata grigia aiuta. “Gazzo”, al secolo Mattia Gazzoni, è la guida ideale.
«Con Marta – dice Gazzo – lavoro da circa tre anni. Siamo partiti con una programmazione non mirata, perché power lifting, quindi il bilanciere, e il ciclismo sono completamente diversi. Quindi bisogna capire qual è l’obiettivo e capire l’atleta. Marta comunque è sempre sul pezzo, quindi non è stato difficile farle capire che il bilanciere poteva aiutarla nel migliorare le prestazioni in bicicletta. Abbiamo messo insieme una programmazione in cui nella off season cerchiamo di spingere il più possibile per incrementare la forza massima. Per andare poi a trasformarla nel periodo in cui ripartirà in bicicletta».
La palestra le piace e Gazzo conferma: Marta Cavalli è fra i pochi atleti del gruppo che è contenta di lavorare al chiusoLa palestra le piace e Gazzo conferma: Marta è fra i pochi atleti del gruppo che è contenta di lavorare al chiuso
Cosa cambia quando arriva la bici?
Si abbassa il volume di lavoro e si cerca di renderla il più performante possibile anche in sella. Non la vedo negli allenamenti, non ho un feedback da parte del preparatore. Il tramite è lei. Si cerca di fare il meglio possibile.
Su cosa lavora quando è qui?
Sicuramente la conoscete, quindi probabilmente saprete anche di tutte le problematiche che può avere un’atleta professionista nella sua carriera. Lei ha avuto problematiche di peso, problematiche fisiche, incidenti, quindi diciamo che è partita con esercizi che fanno incrementare la forza nelle gambe e migliorare la postura sulla parte superiore. Adesso invece piano piano stiamo anche cominciando a lavorare sulla parte alta. Ovviamente quello non è il suo focus.
Riscaldamento con gli elastici. Fra i lavori anche quelli per ridurre asimmetrie e rotazioni delle ginocchiaIl riscaldamento serve per arrivare al bilanciere avendo la mobilità giustaSi lavora su gambe e schiena, in un angolo della palestra vicino alla finestraAncora al lavoro per le gambe: si interviene sulle lateralità, le asimmetrie funzionaliAncora elastici, questa volta per la parte superiore del corpo: Gazzo ha personalizzato la sua routineRiscaldamento con gli elastici. Fra i lavori anche quelli per ridurre asimmetrie e rotazioni delle ginocchiaIl riscaldamento serve per arrivare al bilanciere avendo la mobilità giustaSi lavora su gambe e schiena, in un angolo della palestra vicino alla finestraAncora al lavoro per le gambe: si interviene sulle lateralità, le asimmetrie funzionaliAncora elastici, questa volta per la parte superiore del corpo
Quali esercizi fa per la parte superiore?
Per la maggior parte esercizi posturali. Ha un po’ di cifosi, quindi niente lavoro invasivo all’addome. Si va a fare una preparazione funzionale allo svolgimento delle gare.
Questo significa che hai dovuto studiare il gesto della pedalata?
Esatto. Abbiamo cercato di correggere un problema di lateralità che hanno tutti gli atleti e si vede molto soprattutto nella pedalata. Quindi lavoro su adduttori e abduttori. Vado a vedere quali sono i muscoli agonisti e antagonisti che lavorano di più. Ovviamente il ciclismo è uno sport che crea un sacco di divario tra agonisti e antagonisti, soprattutto nella parte bassa. Quindi diciamo che è solo una questione di obiettivo. Ci sarebbero un sacco di cose da fare. Per ora abbiamo estratto dal cilindro quelle giuste, in futuro vedremo…
Dopo il riscaldamento si comincia con lo squat senza carico: solo la barra che pesa 10 chiliSulla panca davanti, il programma da seguire. Le alzate di Marta Cavalli sono brevi e rapideOra lo squat si fa con i primi pesi. I gesti sono ancora rapidi e senza abbassarsi troppoIl colpo d’occhio fa capire che restando alti si fanno lavorare alcuni muscoli coinvolti nella pedalataDopo il riscaldamento si comincia con lo squat senza carico: solo la barra che pesa 10 chiliSulla panca davanti, il programma da seguire. Le alzate di Marta Cavalli sono brevi e rapideOra lo squat si fa con i primi pesi. I gesti sono ancora rapidi e senza abbassarsi troppoIl colpo d’occhio fa capire che restando alti si fanno lavorare alcuni muscoli coinvolti nella pedalata
Cosa potrebbe cambiare?
Secondo me capiremo alla fine della prossima stagione. In quella appena passata, nonostante gli infortuni, Marta ha comunque avuto un incremento. Nel 2023 l’obiettivo, secondo il mio punto di vista, è ripetersi. E’ difficilissimo, ma lei c’è. Anche con il bilanciere, negli ultimi tre anni l’incremento si è visto. La tengo monitorata, abbiamo delle tabelle e dei grafici che mantengono ben visibili i carichi: i momenti dove ha caricato di più, quelli dove abbiamo scaricato e quali carichi utilizzava… . E abbiamo visto che comunque siamo andati verso la super compensazione, che era quello che ci interessava.
Partiamo dall’inizio: Marta arriva e fa il suo riscaldamento.
Sempre, esatto. Ha la prima parte in cui fa attivazione di mobilità. Gli esercizi sono una routine che ti fa entrare nella tua comfort zone, prima di andare al bilanciere e spingere. Poi passa alla sessione di pesistica e poi sempre lo stretching di routine, con tutti gli esercizi di respirazione, eccetera. Quindi è proprio un allenamento fatto e finito e non replicabile su un’altra persona. Adesso è diventata autosufficiente anche in quello. Le prime volte era da seguire, invece adesso è molto autonoma durante gli allenamenti.
Il sollevamneto del bilanciere da terra fa lavorare ugualmente i muscoli coinvolti nella pedalataLo sforzo è vero, i dati di Marta Cavalli dell’ultimo anno dicono che la sua forza è cresciutaIl sollevamneto del bilanciere da terra fa lavorare ugualmente i muscoli coinvolti nella pedalataLo sforzo è vero, i dati di Marta Cavalli dell’ultimo anno dicono che la sua forza è cresciuta
Marta racconta che fa meno lavori di forza in bici, perché li fa in palestra.
Non ci sono degli studi che dimostrino l’efficacia della trasformazione in bici del lavoro svolto in palestra. Però se fai il mio lavoro, sai benissimo che puoi caricare nel modo corretto e gestire la parte di alzata che ti interessa, magari nello squat sfruttando solo la fase più alta. In bicicletta i movimenti dell’anca e del ginocchio non sono così estremi. Quindi se non ti interessa che l’atleta faccia lo squat da gara, ma vuole semplicemente migliorare nel suo range di movimento, riesci anche a capire se la trasformazione funziona in bicicletta. Stesso discorso per la parte superiore. Marta non fa la panca piana, perché l’obiettivo non è fare sollevamento. Però fa tutto per quanto riguarda lo stacco, cioè il lavoro di agonisti e antagonisti, flessori, quadricipiti…
Questo significa che anche Gazzo ha dovuto documentarsi sul ciclismo?
So benissimo che il numero di giorni che sta sulla bici durante l’anno sono talmente tanti che non puoi permetterti di sbagliare e caricare troppo col bilanciere. Devi lavorare con un carico che ti permetta di stimolare l’incremento della forza, senza stressare il corpo.
Prima i dorsali e ora gli addominali. Una parte superiore tonica dà stabilità e simmetriaIl lavoro per la parte superiore non serve per mettere massa, ma per bilanciare il corpoGli esercizi davanti allo specchio permettono anche il lavoro simmetricoPrima i dorsali e ora gli addominali. Una parte superiore tonica dà stabilità e simmetriaIl lavoro per la parte superiore non serve per mettere massa, ma per bilanciare il corpoGli esercizi davanti allo specchio permettono anche il lavoro simmetrico
La palestra rimane anche durante la stagione, in che modo?
Visto che non si allena sempre con la squadra, riesce anche a gestirsi con la palestra. Quindi viene qua, oppure ne ha una piccola in casa e io la seguo anche in quello. Lavorando con carichi non massimali, riesce a gestirsi bene da sola. Gli allenamenti durante l’anno non sono sempre fissi. Si fanno in base alle gare, agli allenamenti, ai ritiri con la squadra, se poi ci sarà la nazionale di nuovo… Insomma, bisogna definire bene gli obiettivi, perché non ne ha solo uno e vedere quali sono le gare cui punta davvero.
Quindi la palestra segue il calendario gare?
Per forza, non puoi dare un programma fine a se stesso. Devi valutare il lavoro. Quanto stress le ha portato? In base a questo, devi essere in grado di dosare i volumi, perché l’obiettivo è sempre quello di salire in bicicletta e spingere. E poi si valutano i punti di forza, anche in base al peso corporeo, e cercare di migliorare. Magari serve mettere un po’ di massa magra o magari un po’ di forza in più per la volata o altro in cui magari è carente.
Questa volta lo stretching tocca alle gambe, che hanno lavorato parecchioAlla fine dell’allenamento, la seduta di stretching fa il paio con il riscaldamento di partenzaLe operazioni di allungamento riguardano tutti i distretti che siano stati caricati durante il lavoroQuesta volta lo stretching tocca alle gambe, che hanno lavorato parecchioLe operazioni di allungamento riguardano tutti i distretti che siano stati caricati durante il lavoroAlla fine dell’allenamento, la seduta di stretching fa il paio con il riscaldamento di partenza
Ti capita mai di seguirla in allenamento?
No, però ogni tanto quando esce da sola le chiedo il wattaggio, che tipologia di sforzi sta facendo, che ripetute fa, quanti chilometri fa, con che dislivello, a che livello di fatica. Mi serve solo per capire quanto rendere stressante, stimolante o rigenerante il prossimo allenamento di pesistica.
Parliamo di te, adesso. Chi sei?
Sono Mattia Gazzoni, detto Gazzo, e ho 32 anni. Ho aperto questa palestra quattro anni fa con il mio socio Andrea Loda e abbiamo cercato di darle l’impronta che volevamo. Abbiamo studiato entrambi Scienze Motorie e abbiamo cercato di improntarla sulle preparazioni atletiche di qualsiasi genere. Sono di Castellone e ho giocato a basket fino ai vent’anni, poi dopo quattro interventi alle ginocchia, ho capito di dover smettere. Ho continuato come preparatore e invece ora seguiamo la pallavolo nel nostro paese. Io una squadra femminile, il mio socio la maschile con ottimi risultati. Marta però è il nostro fiore all’occhiello, un’atleta con la maiuscola.
La storia delle cicliste afghane scappate da Kabul e diventate un’icona dello sport contemporaneo è ormai parte di questo mondo a due ruote. La vicenda di Fariba Hashimi e compagne ha portato alla luce l’attività di Road to Equality, l’associazione creata dall’ex iridata Alessandra Cappellotto che tanto si è adoperata per far uscire le ragazze dal Paese dopo la calata dei talebani. Alla lunga però l’impegno assunto con le afghane rischia di risultare riduttivo, perché Road to Equality è molto altro.
L’associazione rappresenta un impegno molto oneroso, se aggiunto a quello del Cpa Women, anche perché a occuparsene sono meno di 10 persone. Le giornate di Alessandra sono estremamente impegnative, dalla mattina alla sera è un susseguirsi di telefonate, riunioni, decisioni da prendere e trovare qualche minuto per raccontare e raccontarsi non è semplice.
«Abbiamo iniziato nel 2021 – spiega – ma sembra davvero un secolo fa… Nel 2017 avevo fondato il Cpa femminile, il sindacato delle cicliste, ma mi ero accorta che quell’impegno, dedicato solo al ciclismo di vertice, non copriva le esigenze reali di questo movimento. Il ciclismo femminile è un argomento complesso…».
Alessandra Cappellotto, iridata su strada nel 1997 e presidente di Road to Equality, artefice di un vero miracoloAlessandra Cappellotto, iridata su strada nel 1997 e presidente di Road to Equality, artefice di un vero miracolo
In che misura?
Innanzitutto dobbiamo considerare che si parla spesso di ciclismo di professioniste ma non è così. Sono pochi i Paesi che riconoscono il professionismo per il settore femminile, in molti casi (anche da noi) è più un ibrido e questo crea problemi. Occupandosi però di ciclismo di vertice eravamo completamente tagliati fuori da quello che è il vero tema che mi stava a cuore: aiutare l’evoluzione del ciclismo femminile intervenendo nei Paesi in via di sviluppo e lo possiamo fare attraverso piccole cose, ma che risultano fondamentali.
Entrando nello specifico, che cosa fate?
Cerchiamo di dare un aiuto come possiamo. A noi si rivolgono ragazze in cerca di una squadra, organizzatori che vogliono un sostegno attraverso sponsor e premi, squadre che cercano un aiuto economico. Noi mettiamo a disposizione le nostre conoscenze, diciamo che facciamo da tramite perché le loro richieste possano essere esaudite. Queste richieste ci arrivano un po’ da ogni parte del mondo, chiaramente da quei Paesi dove il ciclismo femminile deve ancora evolversi: Africa, Asia, Sud America e così via.
La Cappellotto insieme alle ragazze afghane, che ha portato in Italia fra mille traversie (foto FB)La Cappellotto insieme alle ragazze afghane, che ha portato in Italia fra mille traversie (foto FB)
La storia delle cicliste afghane come nacque?
Il contatto fu con il presidente della federazione afghana che si rivolse a noi per un aiuto nell’organizzazione di una gara femminile nella capitale Kabul. Grazie al contributo materiale ma soprattutto alla sensibilità della Rudy Project, inviammo caschi, occhiali e tanto materiale da dare in premio alle ragazze. Da lì nacque un contatto che, nei giorni più difficili, fu essenziale.
Quanto conta, nel vostro lavoro, il tuo nome costruito negli anni di militanza nel ciclismo mondiale?
Tanto, non posso negarlo, perché si sono creati legami fondamentali. Il nostro lavoro si basa molto sui rapporti umani. Quando prendiamo in carico un caso, mettiamo mano al telefono o al computer e iniziamo a verificare chi potrebbe darci una mano, risolvere quel dato problema. Spiego la situazione e cerco insieme al referente la soluzione migliore. Non posso negare che a tante richieste non possiamo dare risposta: molte ragazze vogliono che troviamo loro un team, noi possiamo fornire qualche contatto, ma dovranno poi essere loro a guadagnarselo. Noi possiamo intervenire nell’ottenimento dei visti necessari per trasferirsi nel Paese e posso assicurare che non è cosa da poco.
La gioia della Cappellotto sul traguardo dei mondiali gravel, con una delle ragazze afghaneLa gioia della Cappellotto sul traguardo dei mondiali gravel, con una delle ragazze afghane
Parlavi della federazione afghana: siete spesso contattati dalle federazioni di altri Paesi?
Sì e questo rientra specificamente nei nostri compiti statutari. A noi interessa aiutare e incrementare l’attività nei Paesi dove non c’è parità di genere, dove c’è voglia di allestire eventi per le donne, che siano gare, training camp, insomma per fare in modo che tramite il ciclismo si possa fare un passo importante nel lungo cammino dell’emancipazione femminile. Nella maggior parte del mondo, l’emancipazione sportiva è ancora una chimera. Mi ricollego ad esempio al racconto di Taaramae dal Rwanda: in quel Paese l’assistenza sanitaria è come quella americana, se hai soldi vieni curato, se vieni investito e non hai un’assicurazione (costosissima tra l’altro) ti lasciano lì. Noi proviamo a dare una mano cercando contatti e sponsor per società.
Curate anche la spedizione di materiale ciclistico?
Certamente e vi racconto un aneddoto al riguardo: lo scorso anno, ai mondiali di Leuven, caricai la macchina come di più non si poteva, con caschi, copertoni (fondamentali, forse l’accessorio più richiesto), abbigliamento e tanto altro. Erano da consegnare ai commissari tecnici di più Paesi, dalla Costa d’Avorio al Rwanda, al Congo… Fu un viaggio difficile, non lo nego. All’arrivo i vari referenti presero quando dovuto e lo caricarono nelle valigie delle atlete e del personale. Avevamo così dato un aiuto in maniera più celere. Se le cose fossero burocraticamente più semplici, si potrebbe fare molto di più per dare una mano.
La nazionale nigeriana alla Coppa del Mondo su pista a Cali (COL), con l’aiuto di Road to EqualityLa nazionale nigeriana alla Coppa del Mondo su pista a Cali (COL), con l’aiuto di Road to Equality
Nei tuoi contatti hai sempre trovato dall’altra parte mani tese?
Sì, anche perché io sono una persona molto legata alle istituzioni. Credo molto nel valore dell’atleta donna, ma credo anche che la sua valorizzazione debba passare per i canali istituzionali. E la cosa che spesso mi sorprende è trovare, in Paesi dove la parità di genere è di là da venire, uomini a capo di federazioni e di enti che sono molto sensibili verso lo sport femminile, verso quello che facciamo. Credono nelle loro atlete e in quel caso è facile aiutare.
Alessandra Cappellotto è presidente del CPA donne. C'è lei dietro la battaglia per riconoscere loro il professionismo. Manca poco, ma c'è tanta disparità
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La UCI Track Champions League, giunta al suo secondo anno, si è aperta il 12 novembre con la tappa inaugurale di Mallorca. Si concluderà, dopo 5 tappe, il 3 dicembre a Londra. Un format nuovo dedicato alla pista, per far crescere un movimento che negli ultimi anni ha regalato tanto spettacolo ed emozioni. Matteo Donegà, del Cycling Team Friuli, è stato selezionato tra i 18 corridori che partecipano alla sezione Endurance di questa manifestazione. Ed è il pistard classe 1998 che ci porta all’interno di questo nuovo mondo.
Come nasce la selezione per la Champions League?
L’UCI seleziona 18 corridori al mondo in base ai risultati dell’ultimo anno, ci sono quattro parametri: ranking, posizionamenti nelle varie tappe di Coppa del Mondo, mondiali, europei (nella foto di apertura la corsa a punti conclusa in quinta posizione). Io ho guadagnato la selezione grazie ad una buona posizione nel ranking, essendo quinto nella corsa a punti, e con la vittoria nella tappa di Coppa del Mondo di Cali.
La prima tappa della UCI Champions League è stata Maiorca, una festa per tutti (foto UCI)La prima tappa della UCI Champions League è stata Maiorca, una festa per tutti (foto UCI)
Vi contatta direttamente l’UCI o passate tramite la nazionale?
In questo evento non c’entra, noi rappresentiamo l’Italia, ma non siamo iscritti né come nazionale né come team. Corriamo con una maglia che ci fornisce l’UCI, sulla quale decidiamo noi 3 sponsor da inserire, in questo caso specifico li ho scelti con la squadra, il Cycling Team Friuli.
Nei criteri di selezione c’è anche il mondiale, al quale eri stato convocato poi escluso…
Sì, rientravo tra i convocati di Villa, poi alla fine il cittì a due giorni dalla fine ha deciso di non portarmi. E’ stato un fulmine a ciel sereno, anche perché io avevo già tutto pronto, compreso trolley e bici. Questi due sono arrivati in Francia, io no.
La motivazione?
Scelta tecnica, Villa mi ha detto che nella mia specialità – la corsa a punti – avrebbe fatto correre un altro. Mi aveva detto che avrebbe fatto correre Viviani, poi invece ha partecipato Scartezzini, anche perché Elia non aveva il minimo dei 250 punti per correre. Nonostante la mia posizione nel ranking fosse migliore, per un certo periodo sono stato anche primo. E’ stata una delusione, anche perché dopo l’ufficialità della convocazione mi avevano contattato alcuni giornalisti con i quali mi ero speso a parole dicendo che sarei andato ai mondiali. E non è tutto…
I corridori in corsa in questa Champions League sono 72 divisi in 4 categorie (foto UCI)I corridori in corsa in questa Champions League sono 72 divisi in 4 categorie (foto UCI)
Ovvero?
Nei giorni che precedenti al mondiale avevo contattato l’UCI Champions League per confermare che sarei andato al mondiale. Ho rischiato di non essere convocato anche a quest’ultimo evento, perché correre i mondiali, come detto, è uno dei requisiti per partecipare alla Champions League.
Invece ci sei andato comunque alla fine…
Questo grazie alla mia alta posizione nel ranking e alla vittoria di Cali. Però dall’organizzazione mi hanno chiamato chiedendomi come mai non fossi a Parigi a correre. Ho tenuto un colloquio telefonico spiegando che ero stato convocato e poi escluso, alla fine gli organizzatori mi hanno tranquillizzato dicendomi che un posto si sarebbe trovato, ed eccomi qui.
Ora che sei entrato in questa Champions League come ti sembra?
Assomiglia molto ad una Sei Giorni ed io sono innamorato di quelle corse, sono anni che cerco di andare per il mondo a farle. Mi piace molto l’idea di dare spettacolo, di far divertire la gente.
Quanti atleti partecipano?
Ci sono 4 categorie: uomini e donne velocità e uomini e donne endurance. Ogni categoria ha 18 corridori. Io corro nelle discipline endurance: disputiamo uno scratch di 5 chilometri ed una corsa a punti. Sono format più brevi e che punta sullo spettacolo. Personalmente questa prima tappa serviva per prendere le misure, a me piacciono le gare più lunghe.
Come sono organizzato gli spostamenti e le corse?
Non avendo l’appoggio della nazionale, siamo in contatto diretto con l’UCI Champions League. Io ho prenotato tutto tramite l’agenzia che ci ha messo a disposizione l’organizzazione. Anche questa è un’esperienza in più, ti insegna qualcosa di nuovo, devi pensare a tutto tu.
L’esordio non è stato dei migliori per Donegà (sullo sfondo) che ha chiuso al 13° posto la prima tappa (foto UCI)L’esordio non è stato dei migliori per Donegà (sullo sfondo) che ha chiuso al 13° posto la prima tappa (foto UCI)
Si corre in un periodo particolare, a fine stagione…
E’ un punto di vista, sicuramente i corridori che hanno fatto una stagione intensa su strada e pista hanno declinato l’invito. Elia (Viviani, ndr) era uno dei selezionati, ma ha detto di no perché doveva riposarsi per l’inizio della nuova stagione. Di atleti di spessore ce ne sono molti, il livello è alto, diciamo che forse ci sono più “specialisti” della pista. Ce ne sono molti, c’è gente forte da tutto il mondo, c’è un bel livello. O vogliono preparare la stagione.
C’è un maggior ricambio, no?
Secondo me è meglio così, c’è spazio anche per altri ragazzi, c’è la possibilità di fare esperienza. Essere selezionato qui è stato un modo anche per superare la delusione del mondiale. Nella mia carriera non mi ha regalato mai nulla nessuno e penso che questa selezione alla Champions League me la sono meritata da solo.
Rimane una bella vetrina anche per eventuali opportunità future?
Sì, io sono sempre in contatto con l’Esercito per entrare in un corpo militare, è da un po’ che cerco di entrare. Spero che la partecipazione alla Champions League mi aiuti anche da questo punto di vista. Un evento del genere è una bella occasione anche per un corpo militare. Una corsa del genere dà una certa immagine del corridore, diventa più facile anche essere invitati alle sei giorni. La pista è il mio ambiente, mi sento a casa e spero di poter continuare ancora a praticarla.
Conci alla continental Alpecin, Fedeli vicino alla firma, mentre gli altri stringono i denti. Eppure nella gestione del caso Gazprom si vedono tanti buchi
Prendi le ultime giornate belle e “calde” di questo autunno. Mettici un bosco, le colline toscane. Aggiungici un campione che la sa lunga e ha appena smesso di correre e il risultato è: una passeggiata nel bosco con Giovanni Visconti. Una passeggiata in cui si parla dei giovani. Del ciclismo che sarà. Anche se si parte da quello che è stato.
Giovanni ci viene a prendere al bar L’indicatore di San Baronto. Un caffè e sa già dove condurci. Magari si becca anche qualche fungo. Il panorama si apre sotto di noi, ma presto viene inghiottito dal bosco. Castagni, qualche grosso masso d’argilla, un viandante di tanto in tanto e una panchina, che doveva essere la nostra meta, ma che non si trova più!
L’autore dell’articolo con Visconti, a spasso nei boschi che sovrastano San Baronto, nel pistoieseL’autore dell’articolo con Visconti, a spasso nei boschi che sovrastano San Baronto, nel pistoiese
Se chiudi gli occhi cosa ti resta di questa stagione? Qual è la tua immagine?
Non è facile. Io ho finito in malo modo. Avrei voluto farlo diversamente. Quindi ho passato i primi mesi con la testa fra le nuvole. Ho seguito “poco” il ciclismo. Non che fossi arrabbiato, ma insomma… Se proprio dovessi scegliere un momento, me ne viene in mente uno. Uno che racchiude tutti i momenti: l’abbraccio tra Valverde e Nibali. E’ la chiusura di un ciclismo che era anche il mio. E questo porta con sé altri argomenti. Si è chiuso un ciclismo okay, ma di là cosa c’è?
Cosa c’è?
C’è tanta confusione. Penso che noi italiani abbiamo tutte le carte in regola per avere un ciclismo forte. Ma le carte sono disordinate. Bisognerebbe fare un po’ di ordine e far rendere questo patrimonio. Non abbiamo dei brocchi: abbiamo giovani forti nei professionisti ed altri più giovani ancora che hanno numeri pazzeschi e sono stati testati anche dalla nazionale. E non li perdi dall’oggi al domani. Per questo mi viene in mente la passerella di Nibali e Valverde, perché bisogna passare ad un altro ciclismo. Quelle immagini sono una carezza e uno schiaffo. «Caro ciclismo noi siamo Nibali e Valverde e ce ne stiamo andando. Ora fai qualcosa».
Per Visconti l’abbraccio tra Valverde e Nibali è il simbolo del definitivo passaggio di testimone al ciclismo dei giovaniPer Visconti l’abbraccio tra Valverde e Nibali è il simbolo del definitivo passaggio di testimone al ciclismo dei giovani
Questo ciclismo che verrà ha un’eta media più bassa. E’ sempre più il ciclismo dei giovani?
Sì, sì… lo è da qualche anno già. E quando parlo di quel momento, penso al ciclismo italiano perché in altre nazioni già si puntava sui giovani. Il fatto che la carriera si sia accorciata è anche un vecchio modo di dire. Okay si è accorciata, ma cosa cambia? Buon per loro, si godranno la vita prima, ma è anche vero che iniziano prima a fare certi sacrifici. Io da junior scappavo dal ritiro a mezzanotte per andare a mangiare la pizza o dalla ragazza. Cose che oggi si sognano, almeno gli juniores forti che sanno già che passeranno pro’.
Quindi alla fine i tempi si anticipano, non si accorciano le carriere?
Esatto. Se vuoi fare il ciclista c’è da anticipare i tempi. Avranno guadagnato soldi prima, saranno maturi prima e si fermeranno prima. Le carriere finiscono prima? E dove sta il problema? Oggi sono seguiti in ogni cosa, al millesimo. L’atleta finirà un po’ più stressato di testa, ma perfettamente integro per il resto. Non so se è per il bianco e nero, ma nelle foto del passato i venticinquenni di una volta sembrano i quarantenni di oggi.
Che poi non è solo nel ciclismo. Anche nel calcio. Tu che sei del Milan lo sai bene: avete una squadra giovanissima…
Tutto va avanti. Anche le tecnologie e gli strumenti. I ragazzi di oggi crescono con queste conoscenze, non con quelle di una volta. Se a un sedicenne oggi dici che le carriere finiscono prima, quello ti guarda e ti chiede: «Ma di cosa stai parlando?». Sono discorsi nostri, che dovremmo smettere di fare. I ragazzi devono crescere con le leggi di ora.
De Pretto ha fatto uno stage con la BikeExchange. E’ uno dei talenti del ciclismo italiano. In gruppo si è mostrato subito prontoDe Pretto ha fatto uno stage con la BikeExchange. E’ uno dei talenti del ciclismo italiano. In gruppo si è mostrato subito pronto
La tua ultima squadra, Giovanni, la Bardiani Csf Faizané, ha avviato un progetto sui giovani. Li hai anche visti in gruppo: hai notato queste differenze che hai detto?
Assolutamente sì, tanto che mi risultava difficile il mio ruolo da chioccia. Perché per fare la chioccia non basti tu, ma serve anche gente che è propensa ad ascoltarti e crede in te. Che parli la tua lingua. Io un po’ riuscivo a parlarci, ma avevo addosso l’indole del vecchio ciclismo. Dovevo insegnarli qualcosa, ma per esempio non potevo dirgli che non dovevano allungare troppo in allenamento. Primo, perché ormai i 18-20enni devono andare forte. Secondo, perché sanno già come allenarsi.
Non era facile neanche per te…
Alla fine mi ero buttato sul fare gruppo, che invece deve restare. Oggi ci si messaggia. Le squadre fanno le tattiche via mail. E già da anni. Quasi non c’è più bisogno di fare la riunione prima di partire. E l’armonia, quel filo che li lega, sono necessari. I team building avventurosi servono. Invece a dicembre ci si ritrova al primo ritiro e tutti vanno come moto, perché tanto è così. Se una volta facevi il medio, ora fai soglia. Se facevi soglia, fai fuori soglia. Poi è il nuovo ciclismo e va bene, anche perché a gennaio corrono, ma medierei un po’.
Facciamo invece un po’ di nomi. Chi è tra questi che ti ha colpito. Prima “a taccuino chiuso”, tra gli altri è emerso Alessandro Covi…
Covi quando ha avuto le sue giornate di gloria ha fatto dei numeri pazzeschi. Magari ci si attendeva un po’ più di costanza. Ha iniziato forte la stagione. Idem da Andrea Bagioli. Alterna momenti in cui può lottare con chiunque, e quando dico chiunque intendo tutti per davvero, a momenti in cui dovrebbe esserci e non c’è. Penso ai due mondiali: Imola e quest’anno.
L’impresa di Covi sulla Marmolada all’ultimo Giro d’ItaliaL’impresa di Covi sulla Marmolada all’ultimo Giro d’Italia
Forse non sono costanti proprio perché sono giovani…
Sì, ma anche gli altri sono giovani! I giovani di oggi sono diversi. Che poi, giovani… Questa parola, come pure neopro’, andrebbe eliminata. Il neopro’ lo fa lo junior forte. Andate a vedere Evenepoel cosa faceva da junior. Tutti vogliono fare come lui, solo che non hanno lo stesso motore. Oggi le squadre testano molti ragazzi, poi magari quelli più bravi lì tengono lì, ma gli fanno fare la vita da professionisti. I primi 10 di ogni Nazione sono pro’ e sono quelli che passano. Anche in Italia. Vanno nelle development o addirittura in prima squadra.
In gruppo come sono? Timidi, spavaldi…
Qualcuno scherza, per esempio Pinarello. Passano dopo due anni vissuti “da pro’” e sono più sicuri, più pronti. Sanno quel che devono fare. Anche nell’atteggiamento. Quando toccò a me, solo a dire che ero un pro’ mi emozionavo. E quando vedevo qualcuno che si avvicinava per la foto, mi preparavo. Ora per loro è scontato. Si aspettano che tu gli chieda la foto. Hanno immediatamente un atteggiamento da pro’ affermato. E neanche gli puoi chiedere di essere umili. Per noi era un sogno, qui il loro sogno è scontato, è un percorso.
Torniamo ai nomi, uno dei giovani che hai vissuto di più è Filippo Zana…
Pippo ha dei margini enormi. Ha già fatto vedere qualche numerino, senza strafare. Per me è cresciuto nel modo giusto e ha avuto la fortuna di trovare una squadra come la Bardiani che ti fa crescere così. Guardiamo Colbrelli. Se fosse stato nel ciclismo di oggi avrebbe vinto la Roubaix? Non avrebbe avuto tempo di dimostrare di essere un ottimo corridore. Idem Zana. Filippo ha fatto tre anni in Bardiani.
Per Viscontin Zana potrà migliorare moltoUn pensiero anche Milan e Aleotti. I giovani friulani fanno parte del lotto delle speranze nostranePer Viscontin Zana potrà migliorare moltoUn pensiero anche Milan e Aleotti. I giovani friulani fanno parte del lotto delle speranze nostrane
Già tre anni. Il primo ricordo di lui risale al Giro d’Italia del 2020: era stanchissimo, ma lo ha finito…
Il primo anno non si è quasi mai visto, poi sempre meglio. Ma per me è ancora lontano il suo salto. E queste fondamenta che ha creato alla Bardiani se le ritroverà alla BikeExchange. Anche perché per certi aspetti in gruppo avrà vita più facile. E’ la legge non scritta che le professional non possono stare davanti. In Bardiani ci stavo solo perché si accorgevano che ero io. E queste situazioni ti rendono la vita più difficile. Penso anche a Fiorelli in tal senso. Sapete quante energie in meno spenderebbe per arrivare a fare la volata? Fagli prendere una salita davanti a Zana…
Andrea Piccolo, magari lo conosci poco, ma lo hai visto all’italiano…
La miseria che corridore! Ci messaggiamo spesso. C’è una stima reciproca. Gli mandai un complimento e mi disse che era stato un onore ricevere un mio messaggio. Lui è un fuoriclasse e te ne accorgi anche dall’atteggiamento. In gruppo è un po’ mattarello, non presuntuoso, ma ha un suo mondo. E’ diverso da altri giovani. Per esempio Bagioli è più chiuso, lui invece è più spavaldo, ma al tempo stesso tranquillo.
«Verre? Forte in salita, ma deve completarsi»Su Battistella: «Forza e classe»Su Baroncini: «Solido e forte»«Verre? Forte in salita, ma deve completarsi»Su Battistella: «Forza e classe»Su Baroncini: «Solido e forte»
E tu hai qualche nome che vorresti dire?
Non è più giovanissimo, ma dico Lorenzo Rota: ci ho anche corso insieme. Questo ha classe, ragazzi. Quest’anno ha fatto un bel salto di qualità. Deve vincere una corsa più seria che gli darà sicurezza e farà ancora meglio. Poi mi piace come persona. Si tratta di un atleta serio, dedito al lavoro… Senza contare che ha passato momenti davvero difficili. Lorenzo stava per smettere. E non una volta. E ciò dimostra come ci sia bisogno di ricambio. Non può essere che uno come lui abbia dovuto bussare a più porte per continuare. Cambia la generazione del ciclista? Allora deve cambiare la generazione di chi gli sta intorno.
E’ cambiata oggi la figura del corridore da corse a tappe?
Già da un po’, direi. Lo scalatore puro per me non esiste più. Sto seguendo i giovani e mi rendo conto che tipo di atleta serve. Quando vedi un corridore da 55 chili, ti chiedi cosa può fare. Se vai al Tour, stacchi tutti in salita, arrivi da solo e vinci la tappa okay, ma se non arrivi da solo? Ti è servito? No… In volata perdi. In pianura non puoi neanche aiutare. A crono le prendi. Il corridore modello attuale è il corridore completo. Guardiamo Vingegaard, tra i top rider è l’unico che ha il fisico da scalatore puro, ma poi a crono va forte. Pogacar non è così. Evenepoel non è così.
Sono più muscolati…
Esatto, soprattutto Pogacarne ha di margini sul piano muscolare… E per me può ancora perdere qualche chilo. Lui ha ancora spazio per migliorare, ne sono sicuro.
La famosa panchina non si trova… e ci si siede su una rocciaLa famosa panchina non si trova… e ci si siede su una roccia
Altri nomi importanti sono Baroncini e Verre: perle dell’ultima infornata under 23.
Entrambi non li conosco molto. Però a Verre ho visto fare dei bei numeri in salita. Per lui può esserci quel problema di doversi completare come corridore. Non puoi essere solo uno scalatore in questo ciclismo. Perché o trovi una squadra che ti porta in un grande Giro e cerchi di vincere una tappa (tanto la classifica non la fai), oppure sono problemi. Anche Baroncini è un grande atleta. Anche perché altrimenti non vinci un mondiale U23, tanto più come ha fatto lui.
Ecco, con lui parliamo di un corridore importante. Che ha una certa pedalata e una certa classe. E’ uno di quei corridori che a vederli è bello. E’ completo. Però lo deve dimostrare: l’estetica non basta, ma la base c’è tutta.
«E’ un momento molto importante – inizia Colbrelli – come avrete sentito e letto, sono qui per confermare il mio ritiro. Dopo tanti mesi a pensare e riflettere. Dopo aver parlato con la mia famiglia e vedere se valesse la pena continuare…».
La voce si strozza di colpo. Sonny guarda in alto. Il momento è arrivato, ma non è facile ammetterlo davanti alle tante persone accorse, almeno quanto lo è stato ammetterlo con se stesso. Giornalisti. Parenti. Addetti ai lavori. Una conferenza stampa a invito. E’ il pomeriggio del 15 novembre. L’anno scorso in questi stessi giorni, il bresciano era nella sede di Merida per celebrare la vittoria di Roubaix, oggi è in casa FSA per dire che è tutto finito.
Sonny raggiunge la scrivania alle 14,40. E’ rimasto a lungo in un ufficio a parlare con Cassani e altri amici, fra cui Luca MazzantiSonny raggiunge la scrivania alle 14,40, dopo aver parlato a lungo con Cassani e altri amici, fra cui Luca Mazzanti
Salvataggio Cassani
Interviene Cassani, accanto a Sonny come amico più che come tecnico. E Davide prende il microfono, sollevando Sonny dal momento difficile. Racconta delle avventure in azzurro. Ripete le parole che in questi mesi tanti gli hanno sentito ripetere, quasi a scacciare anche lui la malinconia e lanciare un salvagente di speranza all’uomo seduto accanto a lui.
«Abbiamo fatto una chiacchierata – dice – prima di venire davanti a voi. Mi ha detto di non aver ancora metabolizzato quest’idea. Ha raggiunto tanto nella sua carriera e ora ha voluto questo incontro. Da tanto tempo non parlava. E’ una persona che ha seminato tanto e bene. E adesso – voltandosi verso Colbrelli – se hai finito di piangere, tocca di nuovo a te…».
La sala scoppia in una risata e un applauso. La commozione ha invaso i pensieri di tutti, ma questo non è il momento di deprimersi. Questo è il momento per guardare avanti. Le malinconie hanno già popolato e forse popoleranno ancora le sue notti. Avere un pensiero felice da coltivare sarà il balsamo migliore.
In prima fila i genitori di Sonny, la moglie Adelina e i figli, oltre al fratello Tomas. Subito dietro giornalisti e addetti ai lavoriIn prima fila i genitori di Sonny, la moglie Adelina e i figli, oltre al fratello Tomas. Subito dietro giornalisti e addetti ai lavori
La chiamata con Eriksen
«Dopo quel 21 marzo – riprende Sonny rinfrancato – la mia vita è cambiata. Capisci quello che è successo e devi essere realista. Non tornerai mai più a fare la vita di prima. E’ stato difficile guardare le corse, ma il giorno dopo ero già col mio telefono a vedere Bauhaus che faceva secondo al Catalunya. La bici mi ha dato tanto e mi ha tolto tanto, ma ultimamente mi ha fatto capire che la vita è una sola.
«Non sono Van der Poel o Evenepoel, ci ho messo 32 anni per arrivare al mio livello migliore e sul più bello mi tocca smettere. Ho fatto tanti esami. Ho usato come riferimento Eriksen (il calciatore danese dell’Inter rianimato in campo durante la partita fra Danimarca e Finlandia agli europei 2020, ndr). Tramite alcuni amici, ho trovato il suo numero. Gli ho mandato un messaggio e mi ha chiesto se poteva richiamarmi dopo la doccia, perché aveva appena finito l’allenamento. Abbiamo parlato, ma ho capito che il ciclismo non è il calcio. E se mi succedesse di nuovo in una discesa, potrei farmi molto più male. Perciò smetto. Spero di dare ancora tanto al ciclismo. Ringrazio la squadra, che mi ha tranquillizzato per il futuro…».
Miholjevic, al tavolo con Marra, Colbrelli e Cassani, ha raccontato l’importanza di Sonny per il teamMiholjevic, al tavolo con Marra, Colbrelli e Cassani, ha raccontato l’importanza di Sonny per il team
L’abbraccio di Miholjevic
Accanto a lui c’è Miholjevic, il team manager del Team Bahrain Victorious. E’ un tipo tosto Vladimir, di poche parole. Più tosto adesso da manager che quando era corridore, eppure anche lui è commosso. Non è solo un momento di Colbrelli, in qualche modo è il momento della sua squadra.
«Abbiamo conosciuto Sonny – dice – quando arrivò dalla Bardiani. Era un ragazzo fortissimo, con un grande potenziale e lo stesso entusiasmo dei suoi bimbi qua davanti. Siamo riusciti a incanalare le sue forze e abbiamo fatto la gioia della nostra squadra e del ciclismo italiano, con la vittoria della Roubaix, la classica più bella. Il Catalunya è stato uno choc anche per noi. Anche noi che abbiamo smesso per età non abbiamo metabolizzato facilmente il fatto di non essere più corridori, per Sonny sarà ancora più dura».
Due anni con il team
«Abbiamo pensato di aver perso qualcosa – prosegue Miholjevic – invece ora pensiamo di aver in qualche modo guadagnato. Avreste dovuto vederlo nel bus, motivare la squadra con le sue parole spontanee. Per questo abbiamo prima sentito l’obbligo di stare accanto a lui e alla sua famiglia. Ora però sappiamo quale potenziale abbiamo in mano, con uno che ha vinto la corsa più importante per la squadra. Sonny scenderà con noi nella… miniera (sorride, ndr) che lavora dietro le quinte. Abbiamo 28 corridori e 68 persone. Diventerà una persona più completa. Nel frattempo i bambini crescerano e Tommaso (dice ridendo mentre indica il figlio di Sonny, ndr) comincerà a vincere le corse. Sarà con noi per altri due anni».
Dopo le lacrime delle prime parole, Colbrelli è parso commosso a tratti, ma sempre più consapevoleDopo le lacrime delle prime parole, Colbrelli è parso commosso a tratti, ma sempre più consapevole
Il ciclismo dei giovani
Scorrono le immagini delle vittorie. Poi viene presentato il logo con il cobra e il nome Sonny Colbrelli, disegnato da Johnny Mole per una linea di 71 bici Merida volute da Sonny, perché 71 era il numero sulla maglia nella Roubaix vinta. Intervengono Claudio Marra, il padrone di casa, che gli consegna un premio. Interviene Dario Acquaroli, per Merida Italy. E intervengono anche due pezzi grossi di Merida Europe: il direttore del marketing Andreas Rottler e il general manager Wolfgang Renner. E Sonny, già più disteso parla del progetto e della sua idea di lavorare per il ciclismo dei bambini.
«Quando ero piccolo – dice – avevo una pista in cui pedalare al sicuro. Ora nella zona di Brescia vedo i bimbi nel parcheggio di un supermercato e mi mette tanta tristezza vederli in mezzo ai vetri. Vorrei fare qualcosa, non so quando. Dipende da quanto mi farà lavorare Miholjevic (ride a sua volta, ndr). Un impianto in cui possano provare tutte le specialità e poi semmai scegliere. I più giovani bisogna farli innamorare del ciclismo, non proporglielo come un’ossessione».
Claudio Marra ha premiato Colbrelli con una targa che vale anche come promessa di collaborazione futuraClaudio Marra ha premiato Colbrelli con una targa che vale anche come promessa di collaborazione futura
I pensieri pericolosi
Poi prende una pausa di silenzio. Di colpo Colbrelli torna Sonny, il ragazzo che sognava di diventare campione sulla sua bicicletta e di colpo vengono avanti i fantasmi delle prime notti.
«Ho pensato di togliermi il defibrillatore – dice davanti a tutti e poi approfondirà a quattr’occhi – fare due anni al top e poi di rimetterlo. L’ho pensato subito, quando ho scoperto che è removibile. In bici senti magari di poter fare quello che facevi prima, ma poi hai paura di spingerti al massimo. E allora penso che comunque non sarei più il Sonny di una volta. Hai paura, non vai allo sfinimento. Non doveva succedere quel giorno, non era il mio turno. Sono stato fortunato. Di 10 persone che hanno avuto un arresto cardiaco come quello, 8 non sono qui a parlarne. Bisogna essere forti e intraprendere una cuova carriera.
«Ho capito di non essere più un corridore quando è arrivata la mail con l’organico della squadra e il mio nome non era più nella lista. Ma se ho fatto un cambio di marcia lo devo a Paola, la mia mental coach. Mi ha fatto capire quanto valgo e che sono più forte di quanto pensassi. Ho capito che posso fare cose importanti anche non essendo più un corridore. Ora la vedo così, magari domani mi chiudo nei miei silenzi. Non è facile. Potrebbe esserci il rimpianto del Fiandre e di non aver fatto sempre la vita che ho imparato negli ultimi tempi, ma non è questo il tempo dei rimpianti».
Notevole l’afflusso dei media. La decisione di Colbrelli era già nota, ma quasi tutti hanno voluto essere presenti per raccontarloNotevole l’afflusso dei media. La decisione di Colbrelli era già nota, ma quasi tutti hanno voluto essere presenti per raccontarlo
Il futuro è già una vittoria
Il futuro è con la squadra e con i suoi sponsor. Con i giovani da osservare e i materiali da provare. Poi forse il futuro passerà attraverso una tessera da direttore sportivo. Zero elucubrazioni su soluzioni ardite per aggirare il divieto di correre. Ancora una volta Sonny è l’uomo maturo che nel 2021 ha fatto sognare l’Italia del ciclismo.
«Non ero solo un corridore – sorride – come ha detto Miholjevic. Mi mancheranno i miei compagni e il mio posto sul bus. Con Caruso ci sentiamo sempre. Mi ha detto: “Sonny, sono con te”. Ci facciamo delle grandi risate. Mi mancherà anche il diesse che la sera porta il numero da attaccare sulla maglia. Non mi mancheranno quelle giornate di fatica a 40 gradi a chiedersi chi me l’ha fatto fare. Però adesso che lo dico, invece mi mancano. Bisogna pensare al bello…».
Immancabile la foto con la bici, Merida Reacto, che lo ha condotto alla conquista della RoubaixImmancabile la foto con la bici, Merida Reacto, che lo ha condotto alla conquista della Roubaix
I figli che crescono
«Ora vado in bici per divertirmi, mentre prima avevo l’assillo dei lavori e del peso. Ora la sosta al bar è prolungata. Mi godo la bici come mi diceva tanta gente, che per loro è il modo di scaricarsi la mente dopo giornate impegnative. E’ così davvero. Prima cominciavo la giornata dicendo: “Sonny, alzati, vestiti e vai ad allenarti”. Ora mi alzo e mi dico: “Sonny, alzati, vestiti e prepara la colazione ai bambini”. Parto subito con quattro caffè, ma è una cosa bella, perché noi corridori vediamo i figli crescere nel telefono.
«E per il resto – conclude – ho davanti tutta la vita e tanti progetti. L’importante è che sono qui e che non tutti possono dire che la loro ultima vittoria è stata una Roubaix. Ma vi dico subito che c’è già il mio erede. Si chiama Jonathan Milan, abbiamo visto tutti di che pasta è fatto. E magari avermi accanto lassù lo aiuterà a crescere un po’ più in fretta».
Dopo la conferenza stampa, Colbrelli ha concesso qualche minuto ai giornalisti presenti. Qui con bici.PRODopo la conferenza stampa, Colbrelli ha concesso qualche minuto ai giornalisti presenti. Qui con bici.PRO
Sorride. Si alza. Si presta ad altre interviste. Sky va in diretta. Ci sono Rai e Mediaset. Ci sono Eurosport e la Gazzetta. C’è la sala stampa degna di un grande campione. C’è soprattutto il senso consapevole di una seconda occasione. E davanti alla vita, tutto il resto si ferma. Buona vita, Sonny. Ci vediamo alle corse.
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