La pubblicità ai tempi delle riviste e delle fiere

15.11.2022
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Il mondo del ciclismo dal duemila a oggi ha conosciuto un cambiamento davvero notevole che ha interessato non solo atleti e team, ma anche le aziende, che erano parte attiva di questo mondo e lo sono tuttora con i loro prodotti: biciclette, componentistica e accessori. Per loro ogni giorno rappresenta una sfida continua per restare al passo con la concorrenza. In tutto ciò assume un ruolo strategico la capacità di saper comunicare nel migliore dei modi le proprie novità di prodotto, attraverso messaggi in grado di raggiungere in maniera efficace e rapida la clientela. La pubblicità, ma non soltanto quella.

Se un tempo la comunicazione si riduceva ad una pagina pubblicitaria ripetuta per qualche mese sui magazine di settore, oggi tutto è cambiato grazie o per colpa – dipende da come la si voglia vedere – dell’avvento di internet e dei social.

Alberto Giacopello, 80 anni appena superati, una vita fra le aziende nel campo della pubblicità (foto Guido Rubino)
Alberto Giacopello, 80 anni appena superati, una vita fra le aziende nel campo della pubblicità (foto Guido Rubino)

C’era una volta la carta stampata

Prima del loro irrompere e della contemporanea crisi della carta stampata, come si muovevano le aziende per comunicare con il pubblico? Per saperne di più, abbiamo deciso di fare due chiacchiere con Alberto Giacopello, uno degli agenti pubblicitari “storici” nel mondo ciclo.

Giacopello ha da poco superato gli ottant’anni. La mente è sempre brillante e lucidissima. Per ventisei anni, dal 1980 al 2006, ha lavorato per Compagnia Editoriale, la casa editrice del mensile Bicisport, occupandosi della vendita degli spazi pubblicitari. Ha vissuto in prima persona un modo di comunicare da parte delle aziende che oggi non esiste più. Ascoltarlo può essere d’aiuto anche per comprendere la realtà di oggi.

Una premessa prima di passare alle domande. Chi scrive ha lavorato per alcuni anni accanto ad Alberto Giacopello e da oltre vent’anni ha la fortuna di esserne amico. Perdonerete allora l’uso del più confidenziale “tu”.

Antonio Colombo, fondatore di Columbus, ha sempre abbinato il ciclismo con l’arte
Antonio Colombo, fondatore di Columbus, ha sempre abbinato il ciclismo con l’arte
Ai tuoi tempi come era il rapporto con le aziende?

Potrei rispondere con una sola parola che racchiude in sé tutto: diretto. Si parlava direttamente con il titolare dell’azienda e quindi era tutto decisamente più semplice e immediato. Quando sono andato in pensione nel 2006, nelle aziende era raro trovare una persona addetta al marketing o più in generale ai rapporti con le riviste. Una delle prime a introdurre una figura simile fu Columbus con Claudia Vianino. Ora so che ha aperto un’agenzia di comunicazione a Torino, che mi dicono vada molto bene. La cosa non mi sorprende, perché già ai tempi era davvero una persona tosta e preparata.

Avere un rapporto diretto con il titolare dell’azienda cosa voleva dire dal punto di vista pratico?

I contratti non si definivano certo al telefono. Si fissava un appuntamento in azienda e in quell’occasione si concordava il programma per l’intero anno. Poteva poi capitare che a seguito di una vittoria importante, come una Sanremo o un mondiale, ci fosse una integrazione a quanto definito a inizio anno. In quel caso, per accordarsi bastava una telefonata perché di fondo c’era una fiducia reciproca con i titolari, che avevo saputo costruire nel corso degli anni. Oggi non credo avvenga la stessa cosa. Credo sia tutto più “professionale”, ma anche più freddo.

Giuseppe Bigolin è il fondatore di Selle Italia. Al suo fianco si è inserito ed è cresciuto come leader dell’azienda il figlio Riccardo
Giuseppe Bigolin è il fondatore di Selle Italia. Al suo fianco si è inserito da anni il figlio Riccardo
Da cosa si capiva che ci fosse questo buon rapporto?

Dal fatto che mi sentivo sempre il benvenuto. Poteva capitare che durante uno dei miei viaggi di lavoro, di passaggio vicino ad un’azienda, chiamassi per chiedere se potevo passare per un saluto o un caffè. In tanti anni non ho mai ricevuto un rifiuto.

Come avveniva la definizione di un contratto?

Dovete tenere presente che quando ci si sedeva di fronte al titolare di un’azienda per parlare di pubblicità, si discuteva non solo del budget da investire, ma anche del soggetto pubblicitario che avremmo poi visto sulla rivista. In un certo senso, era come se fossi una specie di consulente marketing di oggi. Le aziende si fidavano così tanto da arrivare a chiedermi dei consigli sui mesi che, secondo me, potevano essere più interessanti per fare pubblicità. Spesso poi capitava che mi venisse mostrato in anteprima un prodotto prima che fosse lanciato sul mercato per avere un mio parere in merito. Oggi le aziende hanno così tanti esperti a cui affidarsi che raramente hanno bisogno di un parere esterno. Sono davvero cambiati i tempi. Allora si lavorava molto con il fax… Oggi il fax per una qualsiasi azienda è un soprammobile.

Ai tuoi tempi le fiere di settore che importanza avevano?

So che oggi sono quasi sparite. Ai miei tempi si andava un anno a Milano e un anno a Colonia. Poi è arrivata Friedrichshafen che ha soppiantato entrambe. Allora la fiera era un momento fondamentale della stagione. Lì si incontravano tutti i clienti e in alcuni casi era l’unica occasione per poterli vedere. Di conseguenza si chiudevano anche molti contratti. Oggi credo che siano più un momento per coltivare le famose “pubbliche relazioni”.

Il Cavalier Pietro Santini ha costruito un’azienda modello, ora gestita dalle figlie Monica e Paola
Il Cavalier Pietro Santini ha costruito un’azienda modello, ora gestita dalle figlie Monica e Paola
In quegli anni come era vista la pubblicità? Era considerata uno strumento importante per comunicare?

Tutti erano convinti dell’importanza di fare pubblicità. Allora però c’erano solo le riviste e quindi le aziende avevano solo la carta stampata come strumento di promozione. Oggi con l’avvento dei social, con la nascita dei siti internet specializzati tutto è cambiato. Anche io che ho ottant’anni, se voglio sapere qualcosa di ciclismo mi collego a internet.

Questo lavoro che cosa ti ha lasciato da un punto di vista personale?

Grazie a questo lavoro ho avuto la fortuna di andare alle corse e incontrare gli idoli della mia gioventù come Binda a Bartali, un uomo forse “ruvido”, ma di una grandissima umanità. Ho avuto modo di arricchirmi umanamente, ma anche culturalmente. Pensa, con Antonio Colombo di Columbus, parlavamo di lavoro, ma anche di cultura spaziando dal pittore Schifano al regista Nanni Moretti. Oggi credo sia una cosa impossibile. Tutti hanno fretta e poco tempo a disposizione per parlare di qualcosa che sia altro dal lavoro.

Figure che hanno fatto e ancora fanno la storia del ciclismo…

Ricordo con affetto il Cavaliere Pietro Santini, un vero signore, che mi parlava sempre del suo grande amore per la pista di Dalmine. Come non citare poi Ernesto Colnago. Con lui ho fatto in assoluto il mio primo appuntamento di lavoro. Quante battaglie facevamo sui costi delle pagine pubblicitarie (ride, ndr), ma quanto era bello poi ascoltarlo mentre mi parlava dei suoi progetti. Con tanti di loro ho costruito rapporti umani davvero profondi. Pensa che ancora oggi a Natale mi sento con Giuseppe Bigolin di Selle Italia per scambiarci gli auguri. Uso un’espressione che può forse sembrare desueta: grazie al mio lavoro ho conosciuto tante brave persone.

Colnago con Van Aert al via della Sanremo. Ernesto ha ceduto la sua azienda, ma ne rappresenta l’italianità
Colnago con Van Aert al via della Sanremo. Ernesto ha ceduto la sua azienda, ma ne rappresenta l’italianità
Se dovessi ricominciare oggi, quali difficoltà ti troveresti a dover affrontare?

Sicuramente avrei difficoltà a destreggiarmi con le nuove tecnologie e a dovermi rapportare con addetti stampa o al marketing. Come ti dicevo, io ero abituato a parlare direttamente con il titolare. Ai miei tempi lavoravo poi solamente con aziende italiane. Il cuore dell’industria ciclo era tutto in Italia. Ora mi sembra che ci sia più internazionalizzazione. Il solo pensiero di dover parlare in inglese con un responsabile marketing mi toglierebbe sicuramente il sonno.

General Store, la rivoluzione (benedetta) firmata Rosola

15.11.2022
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Quello della General Store Essegibi è un cambiamento che va al di là del classico rinnovamento del roster che ogni anno qualsiasi team ciclistico mette in atto. La squadra continental veneta ha infatti scelto una strada nuova, polarizzando completamente l’attività sugli under 23. Questo è il primo reale effetto dell’arrivo di Paolo Rosola come direttore sportivo della squadra: proveniente dalla problematica esperienza della Gazprom conclusa senza una presa di posizione dell’Uci, Rosola si è accasato solo in estate nel team, ha preso visione dell’attività e ha poi dato direttive chiare.

«E’ stata una mia scelta – spiega il dirigente bresciano – ho valutato l’attività e alla fine ho parlato con il presidente su quello che deve essere l’orientamento del team. Noi dobbiamo lavorare su corridori che potranno diventare campioni più avanti, dobbiamo dare loro gli strumenti, ma non dobbiamo fare delle vittorie un fine, solo un mezzo. Guardate Lucca: alla fine è passato a 25 anni, ma altri come lui, Rocchetti ad esempio, non ci sono riusciti e meritavano. Perché? Perché è un ciclismo diverso, da categoria a categoria e per molti giovani correre con gli elite non sempre va bene perché gli strumenti a disposizione sono diversi in base all’età».

Paolo Rosola, 65 anni, è approdato quest’anno alla General Store Essegibi
Paolo Rosola, 65 anni, è approdato quest’anno alla General Store Essegibi
Come è stata accolta la tua idea?

Con entusiasmo, mi è stata data mano libera. Ho intenzione di far fare attività diversa ai 13 ragazzi del team: quelli dei primi due anni, che sono appena passati dagli junior o sono ancora bisognosi di imparare faranno un certo tipo di calendario, gli altri un altro tipo, un po’ più qualificato. Troppo facilmente si dimentica che chi è appena passato ha ancora a che fare con la scuola, conciliare le due cose è sempre difficile. Se vieni a casa alle 13 e sali subito in bici, poi torni e hai i compiti, hai davanti uno sforzo fisico ma anche e soprattutto mentale non indifferente. Bisogna considerarlo, perché non puoi pretendere più di tanto.

Come ti sei orientato nella scelta dei nuovi?

Io ho voluto ragazzi che da junior non hanno espresso tutto il loro potenziale. Ho passato in rassegna tanti corridori, durante i mesi mi arrivavano continuamente segnalazioni, io andavo a vedere i ragazzi gareggiare, controllavo soprattutto come si muovevano in gruppo, che capacità tattiche avevano. I risultati? Sì, anche quelli, ma non sono l’unica voce da controllare, anzi… I ragazzi che sono arrivati nel team hanno ampi margini di miglioramento e su quelli voglio lavorare.

A fine ottobre mini ritiro per il team, una presa di contatto utile per i nuovi arrivati
A fine ottobre mini ritiro per il team, una presa di contatto utile per i nuovi arrivati
Che calendario faranno? In queste settimane si discute molto della necessità dei nostri di correre in gare a tappe…

Il calendario è un argomento difficile. Io vorrei portare spesso i ragazzi a gareggiare all’estero, ho preso contatti con molti organizzatori e attendo risposte, ma trovare spazi è difficile. Chiaramente chi allestisce una gara privilegia le squadre del suo Paese, è normale che sia così. Quindi privilegeremo giocoforza il calendario italiano, non senza però guardare con attenzione alle occasioni che ci si presenteranno e soprattutto valutando ogni gara dal nostro punto di vista.

Ossia?

Il calendario italiano è fatto in modo che, quando ci sono gare internazionali, noi abbiamo la bella abitudine di andare controcorrente rispetto all’estero. Quindi invitiamo più squadre estere che italiane. Inoltre, alle professional viene pagato tutto, noi dobbiamo mettere mano al portafoglio. E allora a me interessa che ci siamo nelle gare a tappe, che sono troppo poche e nelle prove in linea che sono veramente per under 23.

Per Stefano Leali una prestigiosa vittoria nel 2022 alla Coppa Linari (foto Rodella)
Per Stefano Leali una prestigiosa vittoria nel 2022 alla Coppa Linari (foto Rodella)
Sai che il calendario italiano è straricco di eventi, con le gare regionali che hanno starting list di qualità spesso pari a quelle nazionali se non addirittura superiore…

Per questo dovremo valutare col bilancino. Vincere le gare di paese? Mi interessa come team, ma dipende da chi: se sono utili per far fare esperienza ai più giovani allora sì, vincere per il gusto di vincere non ci serve. A me interessa che i ragazzi crescano pian piano, con gli allenamenti, con la lunghezza delle gare, che arrivino preparati ai prossimi step. Per questo non ho guardato solo ai corridori, ma ho inteso rinforzare anche la parte dello staff, prendendo gente come Vigni che ne sa anche più di me a livello di categoria.

Arrivano comunque corridori di spessore come Stefano Leali o Andrea Cocca.

Guardate quest’ultimo: ha vinto una sola corsa, tutti penserebbero che non sia un vincente, invece nelle gare era sempre lì con i primi. Inoltre è uno che non ha mai fatto più di 140 chilometri di allenamento. E’ uno sul quale si può lavorare, come anche Leali che ha vinto un po’ di più ma può progredire molto.

Andrea Cocca, a sinistra, con i compagni vincitori del Campionato Interregionale nell’inseguimento
Andrea Cocca, a sinistra, con i compagni vincitori del Campionato Interregionale nell’inseguimento
Uno degli ultimi acquisti è tuo figlio Kevin…

All’inizio io ero contrario a farlo venire, non volevo si creasse il solito rapporto padre diesse-figlio corridore. Poi parlando con il team, sapendo della sua volontà di lasciare la Tirol, abbiamo deciso di fare un investimento perché Kevin (nella foto di apertura con il presidente del team Diego Beghini, ndr) ha acquisito negli anni l’esperienza di un team estero e potrà essere il riferimento per i suoi compagni in corsa, soprattutto per quelli più giovani.

Che cosa ti aspetti?

Potrei dire almeno 10 vittorie, ma è più un discorso legato agli sponsor, a far girare il nome. Io dico che ci si può arrivare, ma quel che conta è che i ragazzi possano crescere, anche per dimostrare a quelli usciti da squadre blasonate o trascurati in sede di campagna acquisti che avevano ragione loro…

Tra Remco e Julian scoppia la pace. Per ora…

15.11.2022
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E’ la vecchia storia dei troppi “galli nel pollaio”. Una storia che uno squadrone come la Quick Step-Alpha Vinyl  conosce bene. Quante volte volte hanno avuto tanti leader, capitani forti per questa e quella corsa. Solo che stavolta i leader in questione sono due veri super campioni e anche con un caratterino mica da ridere. Entrambi con un’ambizione gigante. Parliamo di Julian Alaphilippe e di Remco Evenepoel.

Sia chiaro: al momento non ci sono i presupposti che portano ad uno scontro, ma qualche segnale sì. E c’è perché non sarebbe la prima volta che un campione consolidato scivoli in secondo piano. Perché uno ha 22 anni e l’altro 30. E abbiamo già visto, anche in tempi recenti, che quando è servito, il team manager Patrick Lefevere, ci ha messo poco ad allontanare Cavendish e puntare su Jakobsen

Vout Van Aert, Mathieu Van der Poel, Julian Alaphilippe, caduta moto, Giro delle Fiandre 2020
Julian Alaphilippe ha preso parte a due Giri delle Fiandre: in uno (in foto) è caduto, nell’altro è arrivato 42°
Vout Van Aert, Mathieu Van der Poel, Julian Alaphilippe, caduta moto, Giro delle Fiandre 2020
Julian Alaphilippe ha preso parte a due Giri delle Fiandre: in uno (in foto) è caduto, nell’altro è arrivato 42°

Mani avanti

Ecco allora che per placare le acque emerge l’intelligenza di tutti gli attori sul palco. Da Lefevere stesso, ai corridori. E il primo a fare prove di distensione, ma forse sarebbe meglio dire a mettere le mani avanti, è proprio il francese. Una volta la testa calda era lui, adesso invece è il saggio!

In un video del suo team, Alaphilippe ha dichiarato che punta forte sul Giro delle Fiandre. La corsa dei muri fiamminghi sarà il grande obiettivo della prima parte del 2023.

«Non vedo l’ora di iniziare la nuova stagione – ha detto l’ex iridato – Vengo da un anno difficile. Spero di avere meno sfortuna. Lavorerò sodo per tornare ai massimi livelli. Voglio essere al 100% per il Giro delle Fiandre». 

Evenepoel e Alaphilippe corrono insieme dal 2019. Il belga ha un contratto fino al 2026, il francese fino al 2024
Evenepoel e Alaphilippe corrono insieme dal 2019. Il belga ha un contratto fino al 2026, il francese fino al 2024

Dichiarazioni al miele

Apparentemente è una dichiarazione che ci sta. Anzi, senza apparentemente: Alaphilippe è un campione ed è adatto alle classiche, anche se è più da cotes, anziché da muri in pavè. Ma perché tutta questa fretta nel fare una dichiarazione sugli obiettivi? 

Proviamo a dare una risposta, facendo il quadro della situazione.

Alaphilippe, francese, corre in un team belga, anzi “nel” team belga per antonomasia. Evenepoel è belga, ha vinto la Vuelta e la maglia iridata, tra l’altro sfilandola proprio dalle sue spalle. E’ normale che tutti lo vogliano protagonista in patria. Ed è normale che anche la sua squadra penda più per il suo pupillo. Questo riduce non poco il raggio d’azione di Julian.

Senza contare che oltre a Remco in casa Quick Step ci sono altri assi su cui poter puntare. Uno “a caso” è Asgreen che il Fiandre lo ha anche vinto. 

Ma Alaphilippe non è uno che smette di lottare. Sa come difendere il suo territorio, anche con astuzia.

«Sono super felice per lui – ha detto ancora Alaphilippe riferendosi a Remco – Al mondiale ha fatto qualcosa di speciale. Si è davvero meritato questa maglia. Se guardiamo la stagione, è il miglior corridore che poteva conquistare la maglia iridata».

E ancora sulla Vuelta: «Lottare con Remco per la maglia rossa aiutandolo ogni giorno è qualcosa che non dimenticherò mai. Sono rimasto davvero deluso quando ho dovuto abbandonare per la caduta. Vedere Remco e i miei compagni da casa non è stato facile. Abbiamo davvero visto lo spirito del Wolfpack e un Remco incredibilmente forte».

La foto (@gettysport) del post su Instagram della Quick Step. Julian vince una tappa ai Paesi Baschi e Remco esulta
La foto (@gettysport) del post su Instagram della Quick Step. Julian vince una tappa ai Paesi Baschi e Remco esulta

Palla a Lefevere

E a proposito di Wolfpack, quasi contestualmente a queste dichiarazioni la Quick Step, ha pubblicato un post e una stories in cui si vede Alaphilippe vincere ed Evenepoel esultare, esaltando così il mitico spirito del Wolfpack. Sarà di certo una coincidenza, ma qualche pensierino in più ce lo ha fatto fare.

Evenepoel ha vinto la Liegi, è il suo regno. Dopo il super 2022 se dovesse saltare il Fiandre e le altre classiche fiamminghe, non potrà dire no anche alle Ardenne. In Belgio ci sarebbe la rivoluzione. Alaphilippe pertanto sa che non potrà pensare troppo alla “sua” Liegi, tanto più se Remco punta, come sembra, al Giro d’Italia, e per quel periodo si presuppone avrà una buona condizione. Ecco allora che per Alaphilippe restano le Fiandre e le prime classiche… che non sono poco comunque, ma neanche le migliori per lui. 

Congetture dunque? Forse, ma ponderate. Alaphilippe non è tipo da dichiarazioni al “miele” e le tempistiche nel voler annunciare questo suo obiettivo così importante ci hanno colpito e hanno scatenato tutti questi pensieri.

Magari poi i due campioni si aiuteranno, Lefevere farà un altro capolavoro tattico-politico e tutte queste parole finiranno al vento. Tra l’altro non sarebbe la prima volta che il manager punzecchia Alaphilippe. L’ultima volta fu sulla sua partecipazione alla Vuelta. «Mi auguro – disse – che Julian sia andato in Spagna non tanto per preparare il mondiale quanto per aiutare la squadra».

Sarà solo la strada a dirci come andranno le cose, ma per ora ci teniamo i nostri pensieri.

Nel ciclismo al top, scegliamo l’olio giusto

15.11.2022
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Alimentazione e marginal gains: torniamo in qualche modo a parlare del ciclismo dei dettagli. Quello perfezionistico e “millimetrico” dei nostri tempi. Estremo per certi punti di vista, ma anche affascinante perché apre porte della conoscenza che si riverberano su aspetti della vita quotidiana. Questa volta l’argomento è l’olio.

Siamo in piena stagione di raccolta: dalla Sabina al Salento, dall’Umbria alla Liguria (ma un po’ in tutta la Penisola) si raccolgono le olive per l’oro verde. Ma si sa che l’olio è un grasso e va “maneggiato con cura”. Per questo motivo chiamiamo in causa l’ormai nota ed esperta Laura Martinelli, nutrizionista della  BikeExchange-Jayco.

Extravergine in pole

«Quello dell’olio è un argomento molto specifico – dice la Martinelli – le tipologie sono diverse, ma quelle usate dai corridori, almeno i nostri, sono sostanzialmente due: l’olio extravergine d’oliva e quello di semi di lino».

«Noi privilegiamo l’olio extravergine: è la base. E infatti lo mettiamo sulla tavola dei corridori affinché lo utilizzino a freddo, a crudo. In questo modo non perde le sue proprietà».

I corridori, non solo italiani, dunque preferiscono il “nostro” olio. Oltre alle sue proprietà in quanto a vitamine o ai non meno importanti polifenoli, l’olio è miglior sostituto del burro, ben più usato nel resto del mondo: Nord Europa e Nord America soprattutto.

«L’olio nuovo rispetto ad uno più datato ha diverse caratteristiche. Ci sono infatti delle sostanze volatili e benefiche che col tempo si perdono e sono proprio i polifenoli. E’ un po’ come la spremuta d’arancio, che andrebbe bevuta subito in quanto alcuni composti si deteriorano in tempi molto rapidi».

Specie per i piatti freddi un buon olio a crudo fa la differenza anche rispetto al gusto
Specie per i piatti freddi un buon olio a crudo fa la differenza anche rispetto al gusto

Olio o burro?

Entrambi sono due grassi ma hanno una consistenza ben diversa chiaramente, se non altro perché uno è un solido e un altro è un liquido! Ma ai fini della cucina si comportano allo “stesso modo”.

«Si usa l’olio per sostituire il burro che, in quanto grasso animale, contiene più grassi saturi insaturi, mentre l’extravergine essendo di origine vegetale ne ha più insaturi. La differenza è questa. I grassi saturi sono più incriminati perché portano più malattie. Ma ai fini delle calorie sono identici. In quanto grassi contengono 9 calorie per grammo ciascuno. 

«Il motivo per cui spesso in cucina si preferisce il burro, specie per i dolci, è prettamente “tecnico”. Il burro è più indicato per la riuscita del dolce, è più facile da utilizzare».

A Verona Matteo Sobrero fu attentissimo sotto ogni aspetto, anche quello dei condimenti pre-gara
A Verona Matteo Sobrero fu attentissimo sotto ogni aspetto, anche quello dei condimenti pre-gara

Al cucchiaio…

Ma nel ciclismo in cui certe volte si cambia persino la tipologia di acqua in base alle tappe da affrontare e alle temperature, per l’olio come ci si pone?

«La scelta dell’olio extravergine – prosegue la dottoressa – è indipendente dal caldo o dal freddo, o se c’è da affrontare una corsa lunga come la Sanremo o una breve cronometro. Semmai varia la quantità, ma perché varia l’alimentazione».

Per esempio la Martinelli ci parlò dell’alimentazione “chirurgica” di Matteo Sobrero prima della crono di Verona all’ultimo Giro d’Italia. In quell’occasione contarono persino i bicchieri d’acqua. Come ci si pone con l’olio pertanto?

«In questo caso -spiega la Martinelli – c’è una differenza, ma sempre nelle quantità. Noi per dosare le quantità di olio ci basiamo sui cucchiai, pertanto l’alimento esce dalla cottura senza olio. Siamo noi o il corridore che lo dosiamo con precisione, specie nel caso di una cronometro che richiede uno sforzo intenso, breve e particolare. E si cerca il “millimetro”».

«Mentre nelle altre occasioni non c’è un dosaggio così preciso. Si danno margini più ampi. Sempre riferendoci ai 10 grammi per cucchiaio, il corridore sa che il suo consumo giornaliero va dai 30 ai 50 grammi, quindi 3-5 cucchiai al giorno e li dosa in base ai pasti».

L’olio di semi di lino è più indicato per il recupero. Non a caso, può condire i piatti del post gara che gli atleti consumano sul bus
L’olio di semi di lino è più indicato per il recupero. Non a caso, può condire i piatti del post gara che gli atleti consumano sul bus

Semi di lino

«Un’alternativa – dice la Martinelli – all’olio extravergine è l’olio di semi di lino. Questo però si usa soprattutto in fase di cottura e non si mette a tavola perché prevede una conservazione più attenta: all’asciutto, al buio, ad un certa temperatura e meno si manipola e meglio è.

«Quando si usa? Siccome ha un sapore particolare è più a discrezione dello chef che non del nutrizionista in quanto non si sposa con tutti i gusti. Non è come l’olio di oliva che lega ed esalta i sapori. La caratteristica principale dell’olio di semi di lino è che ha più omega-3 degli altri. Gli omega-3 (i più importanti) sono in rapporto maggiore rispetto agli omega-6 e omega-9».

A questo punto viene da chiedersi a cosa servano gli omega-3. 

«Gli omega-3 hanno un importante effetto anti-infiammatorio. Agevolano il recupero. Quando ci si allena si fa uno sforzo che produce un infiammazione che poi l’organismo ripara. E va avanti così, giorno dopo giorno, al fine di accrescere la propria forma. Un antinfiammatorio in teoria andrebbe a contrastare gli effetti di questa infiammazione, dell’allenamento, diminuendone l’efficacia. Ebbene, l’olio pur contrastando l’infiammazione muscolare non rovina o riduce l’effetto dell’allenamento».

Dunque quale olio scegliere? «Più che una marca, l’importante è la qualità. Noi in BikeExchange ci orientiamo sempre su cibi di qualità, meno raffinati, e questo vale anche per l’olio. Quando si è scelto un ottimo extravergine di oliva questo va bene per tutto». 

Un giro d’autunno nel mondo di Marta

15.11.2022
7 min
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Castelleone si trova a 8 chilometri da San Bassano, dove vive Marta Cavalli. La giornata è brumosa, ma promette di aprirsi. Le stradine che ci hanno condotto fino alla palestra Kinesis in cui Marta si è allenata stamattina sono simili fra loro e formano un reticolato, da cui non saremmo mai usciti senza navigatore. I nomi riportano indietro alla cronaca recente.

«Codogno è giusto qua dietro – dice mentre guida fino al suo bar preferito – sembrava che fossero gli unici ad avere il Covid, quando in realtà ce l’avevano tutti…».

Sedersi a un tavolo con un caffè davanti è il modo migliore per entrare nel mondo di Marta Cavalli a capo di una stagione per metà portentosa e per metà compromessa dall’assurda caduta del Tour. Le vacanze sono finite. Marta è stata fuori per due weekend col suo compagno: a Londra e a Zurigo. Adesso invece è qui che sorride e racconta. Rilassata, com’è sempre con gli atleti lontani dalle corse. Consapevole di sé. Le vittorie fanno bene perché rendono sicuri. Il quaderno si apre, le domande non mancano.

Marta si allena nella palestra Kinesis del suo coach Mattia Gazzoni e del socio Andrea Loda (a sinistra)
Marta si allena nella palestra Kinesis del suo coach Mattia Gazzoni e del socio Andrea Loda (a sinistra)
Tante vittorie, ti è cambiata la vita?

E’ cambiato soprattutto il modo in cui le persone mi vedono. Quando entro in un bar o al supermercato, si avvicinano e mi chiedono se sia io quella che ha vinto le corse. Non potete immaginare dopo le classiche, mi fermavano per fare le foto.

Questo ti piace o ti disturba?

Non pesa, ci sto facendo l’abitudine. Dopo la caduta del Tour, è stato pesante, perché chiedevano tutti come stessi ed era un continuo girare il coltello nella piaga. E adesso che comincia la stagione delle feste, ho dovuto dire di no a tantissima gente. Non avrei avuto più tempo per me.

Ti sei mai stupita della nuova Marta?

Ho fatto quello che volevo fare: pormi pochi obiettivi, ma buoni. Il traguardo era fare il salto definitivo di provare a vincere e ci sono riuscita. Lo stupore c’è ogni volta che riguardo il finale sul Muro d’Huy. La vittoria dell’Amstel era più nelle mie corde. Certe cose le facevo sempre con mio padre, quando la domenica facevamo il gioco di squadra e io partivo in contropiede. Ma la forza e la lucidità nel finale della Freccia continuo a guardarle a bocca aperta.

Hai parlato di forza e ti abbiamo seguito in palestra: è tutto collegato, no?

In quella palestra mi hanno visto crescere. Mattia Gazzoni, il mio coach, mi spinge e mi sprona. Sono più loro a rendersi conto della mia forza, rispetto a quanto lo capisca io. In palestra sono quella con le braccia secche, mi sento proprio piccola (ride, ndr). Ma faccio quel che serve e mi fido dei loro programmi. Stessa cosa con Flavien Soenen, il mio allenatore nella FDJ-Suez-Futuroscope. Lui ha capito il mio potenziale. Non so se siano stupiti di me, forse dei risultati arrivati così presto. Ma penso che sapessero delle mie potenzialità e aggiustando poche cose, siamo arrivati al sodo.

Anche se 24 anni sono pochi per parlare di limiti raggiunti…

Infatti non saprei dove fissarli. E neppure sappiamo se sarà possibile arrivarci in breve tempo, forse no.

Marta Cavalli lavora in palestra per tutto l’anno: in questa fase in modo più intenso
Marta Cavalli lavora in palestra per tutto l’anno: in questa fase in modo più intenso
Un limite per ora è stata la Van Vleuten, che effetto fa essere stata battuta da lei al Giro d’Italia?

Un orgoglio. L’ho sempre vista come punto di arrivo e quel piazzamento dimostra che sto lavorando nel verso giusto. Il giorno in cui lei ha vinto il mondiale, ero in casa con il casco in testa e la mano sulla maniglia, prima di uscire in allenamento. Ho visto quello che ha fatto e mi sono detta: «Non è possibile!». Quella è stata la gara che più meritava di vincere. Dopo Giro, Tour e Vuelta, avrebbe potuto mollare. Era caduta, aveva il gomito messo male. Eppure ha vinto, dimostrando che ha ancora tanta fame di vittorie.

Poche vacanze e il gusto di stare a casa…

Mi piace stare qui. E’ casa mia. Ci sono le tradizioni, la mia terra. Stare nella natura e nei campi mi riporta ai miei nonni. Mi ricordo la mia infanzia con i cugini, eravamo sempre in campagna. Poi ho visto la mia vita cambiare. Sono stata persino in Nuova Zelanda, dall’altra parte del mondo. Ma essere qui adesso mi fa sentire di essere tornata a casa. Il posto in cui posso davvero rilassarmi.

Van Vleuten ha battuto Marta Cavalli al Giro: è il suo riferimento da sempre
Van Vleuten ha battuto Marta Cavalli al Giro: è il suo riferimento da sempre
Che cosa ti fa sentire davvero a casa?

Mi piace molto la domenica in famiglia. Invitare i parenti. E’ un buon modo per staccare. Non penserei di trasferirmi altrove. E poi c’è una strada che mi piace fare in allenamento, che passa vicino al Santuario del Marzale, che incarna l’argine e questa parte di Pianura Padana.

Pianura, parola magica: dove vai a trovarla la salita?

Quella proprio non c’è. Da ragazzina volevo essere velocista e sarebbe stato il posto perfetto. Adesso carico la bici in macchina e vado verso Piacenza o verso Bergamo.

Piatto preferito?

Ecco, sul fronte della cucina, non sono una da piatti tipici. Hanno sapori troppo particolari. Io sono più per la fetta di torta.

Il Santuario della Beata Vergine del Marzale si trova lungo l’argine del Serio a 15 chilometri da casa Cavalli (foto Cremona Turismo)
Il Santuario del Marzale si trova lungo l’argine del Serio a 15 chilometri da casa Cavalli (foto Cremona Turismo)
Con quale obiettivo si riparte?

Se non fossi caduta al Tour, sarebbe difficile trovare una motivazione nuova. Non credevo che lo avrei mai detto, ma con le vittorie la fame cala. Ti senti arrivato. Invece adesso ho voglia di tornare a correre, per dimostrare di reggere il livello raggiunto nel 2022.

Hai già parlato del calendario 2023?

Abbiamo cominciato a farlo. Loro mi danno spazio perché io scelga, ma sono io a fidarmi più di loro che di me stessa. Sono sicura che i miei tecnici sapranno indicarmi quali sono le corse più adatte per me. Loro mi hanno dato la possibilità di disegnare il mio calendario ideale, io mi fiderò di eventuali modifiche.

Cosa prevede il tuo calendario ideale?

Le classiche, forse la Vuelta che il prossimo anno si corre a maggio, il Giro, il Tour e magari il mondiale ad agosto. A quel punto la stagione sarà praticamente finita. Ci saranno altre corse, ma il vero picco a quel punto ci sarà già stato. Abbiamo un gran bel calendario, ma gli organici delle squadre sono ancora limitati.

La sensazione, guardando il tuo 2022, è che la stagione sia articolata su una serie di blocchi ben definiti. E’ corretto?

E’ così. Si individuano gli obiettivi e si inseriscono in blocchi di corse, in cui sai di dover essere sempre concentrato. Così capita di vincere anche senza avere la condizione migliore, ma sfruttando le situazioni. Poi è molto importante staccare fra un blocco e l’altro, per ritrovare la freschezza. Negli anni scorsi non avevo mai lavorato così. Ora fra un blocco e il successivo, mi trovo a fare anche 5-6 giorni senza bici e invece di perdere, mi ritrovo meglio.

Marta Cavalli e i trofei iconici. A giugno si è portata a casa la pietra miliare del Mont Ventoux (foto Thomas Maheux)
Marta Cavalli e i trofei iconici. A giugno si è portata a casa la pietra miliare del Mont Ventoux (foto Thomas Maheux)
Classiche o Giri?

Mi piacciono di più le classiche. La corsa di un giorno è one-shot, un colpo solo. Deve andare bene tutto e i percorsi delle prove monumento sono bellissimi. In una corsa a tappe puoi rimediare alle situazioni storte. Mi piace la gestione mentale dei Giri. E il Giro d’Italia rimane la mia corsa del cuore, come pure la Strade Bianche.

Si fa un gran parlare delle distanze di gara: saresti per aumentarle?

Secondo me, vanno bene così. I 177 chilometri della quarta tappa del Tour sono troppi. Percepisci la paura di non averne più e la corsa si blocca. Se ci sarà da aumentare, spero lo facciano in modo graduale. Nei nostri 130 chilometri c’è sempre tanto spettacolo. Conosco gente che si è appassionata proprio per questo al ciclismo femminile. E il fatto che in Belgio le classiche siano nello stesso giorno di quelle dei pro’ non è un fatto trascurabile.

Fra poco si riparte, difficile staccarsi da questi posti?

Mentalmente sono predisposta. Cerco di prendere il lato positivo e così fanno tutte le persone accanto a me. E’ lavoro, si va al caldo. Abbiamo imparato a goderci i nostri momenti. E poi dopo il primo ritiro si torna a casa e con le Feste l’aria di famiglia sarà tutta un’altra cosa

Sanne Cant, il fango, le cadute e il materiale del cross

14.11.2022
4 min
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Sembra un paradosso, ma si rischia di farsi male cadendo piano, piuttosto che ad alta velocità. E’ quello che è venuto fuori da uno scambio di battute con Sanne Cant, atleta belga di 32 anni, che corre con la Plantur-Pura, team femminile della Alpecin, che ha come direttori sportivi Heidi Van de Vijver e due ex pro’ come Michel Cornelisse e Gianni Meersman.

Avendola vista scivolare pericolosamente in un traversone dei campionati europei di Namur (foto di apertura), ci era venuta la curiosità di chiederle quale parte si cerchi di riparare quando si scivola nel cross. Ne è nata un’interessante conversazione sulle sue abitudini tecniche.

«Gli incidenti che fanno più male – spiega – sono quelli a velocità inferiore, perché l’impatto è maggiore. La cosa positiva è che non ti schianti sull’asfalto e questo significa che nel ciclocross cadi in modo più morbido».

Nel 2022, Sanne Cant ha aperto la stagione su strada alla Strade Bianche: un debutto non morbido
Nel 2022, Sanne Cant ha aperto la stagione su strada alla Strade Bianche: un debutto non morbido

Tre giorni fra strada e cross

Pur non risultando fra le specialiste tesserate nel team belga (qualifica che spetta ad Ceylin del Carmen Alvarado, Puck Pieterse, Aniek Van Alphen e Annemarie Worst che corrono su strada solo in preparazione al cross), Sanne Cant ha disputato una stagione più nutrita. Per lei 35 giorni di corsa e il passaggio davvero rapido al cross.

«Non mi sono presa un periodo di riposo – dice – abbiamo tolto un po’ di carico nell’ultimo periodo e inserito 3 giorni di riposo completi. Durante la stagione su strada non ho mai usato la bici da cross. Mi semplifica tutto il fatto che i due telai hanno le stesse misure (la squadra usa bici Stevens, ndr) e che anche in fatto di ruote non ci siano grandi differenze. Chiaramente scegliere le gomme è più semplice su strada, mentre quando si parla di Roubaix siamo in una via di mezzo».

Le stesse misure sulla Stevens da strada e quella da cross: uno standard che non tutti riescono ad avere. Qui a Namur 2021
Le stesse misure sulla Stevens da strada e quella da cross: uno standard che non tutti riescono ad avere. Qui a Namur 2021
A volte si ha l’impressione che nel cross uno dei problemi sia la visibilità, soprattutto quando c’è fango e gli occhiali si sporcano…

Infatti inizio sempre le gare con gli occhiali. Nel peggiore dei casi, se il tempo è così brutto, li butto via dopo un po’ nella zona dei box. E’ un tema su cui stare attenti. Di certo però quando passo ai box non chiedo di cambiare occhiali. Servirebbe troppo tempo e non sempre riesci a infilarli pedalando.

Quindi ai box si cambia solo la bici?

Esatto, soprattutto perché è sporca e la possibilità di avere problemi meccanici è troppo grande. Inoltre con il fango le bici diventano sempre più pesanti, anche se magari questo da fuori non si riesce a valutare.

Da qualche anno nelle gare su strada si sta molto attenti al protocollo sulla commozione cerebrale, anche nel cross c’è il rischio?

C’è sempre un rischio, anche per quel discorso delle velocità ridotte di cui parlavamo prima.

Alla luce di questo, nel cross usi un casco diverso?

Non ho ancora subìto brutte cadute, fortunatamente. Ma non c’è davvero una differenza tra la strada e il cross, per quanto riguarda il casco. Quando lo metti dovrebbe essere sempre ben serrato e in tutta onestà, mi sento davvero a mio agio ed estremamente al sicuro con il casco MET che usa la nostra squadra. E’ di ottima qualità.

Nei cross più fangosi, vesti allo stesso modo che su strada?

Abbiamo materiale diverso, che però ci aiuta a coprire ogni tipo di situazione. Corriamo su strada con Vermarc Clothes e nel ciclocross con Kalas. Entrambi hanno le loro qualità e noi abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

A Ovindoli svettano Pavan e Bulleri, puntando all’azzurro

14.11.2022
5 min
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Archiviato il ricchissimo ottobre con 4 gare in 5 domeniche, il Giro d’Italia di ciclocross ha affrontato la sua penultima tappa inerpicandosi ai 1.350 metri di altitudine di Ovindoli, nel Parco del Sirente-Velino. La gara abruzzese ha confermato quella tendenza già vista a inizio stagione e che gli organizzatori della challenge, l’ex cittì Fausto Scotti in testa, hanno già evidenziato: la particolare struttura del calendario italiano, unita alla necessità da parte dei corridori italiani di trovare punti per il ranking Uci, va impoverendo via via le gare nazionali. I team si dirigono all’estero, seguono obbligatoriamente il calendario internazionale (con dispendio di risorse non da poco) e questo pesa nell’evoluzione del circuito.

Per Scotti la ricerca di punti Uci all’estero è un ostacolo alla partecipazione nelle gare italiane (foto Lisa Paletti)
Per Scotti la ricerca di punti Uci all’estero è un ostacolo alla partecipazione nelle gare italiane (foto Lisa Paletti)

Pavan svetta nella pioggia

Assenti tutti i reduci dagli europei di Namur, hanno trovato spazio altri protagonisti. Ecco così che Marco Pavan colleziona un altro successo in una stagione che sta prendendo una bella piega. Il torinese si è involato già dopo due giri, neanche un quarto di gara per compiere una gara tutta in solitaria, con il laziale Antonio Folcarelli rimasto sempre a mezzo minuto ma incapace di chiudere il gap. Per Pavan la maglia rosa è sempre più salda: «Tra freddo e pioggia non è stato semplice venirne a capo, con questa vittoria la conquista della challenge è più concreta e per questo ringrazio la mia famiglia e il team Cingolani». Marco non lo dice, ma spera anche che queste prestazioni convincano Pontoni a dargli una chance.

Terza vittoria al Giro d’Italia per Pavan che ora può amministrare per il successo finale (foto Paletti)
Terza vittoria al Giro d’Italia per Pavan che ora può amministrare per il successo finale (foto Paletti)

Bulleri in partenza per l’Est

Proprio la caccia a una maglia azzurra tiene viva l’attenzione di molti. Soprattutto nella categoria Elite dove il cittì per sua stessa ammissione è costretto a muoversi random, in attesa di portare a compimento il cammino intrapreso con le categorie giovanili. Ne è conscia Alessia Bulleri, la portacolori elbana della Cycling Cafè che vincendo a Ovindoli si è avvicinata alla leadership dell’assente Rebecca Gariboldi: «Io ci spero, ma per porre una candidatura importante devo farmi vedere anche all’estero, per questo ora abbiamo in programma un trittico di gare in Slovacchia». Torniamo al discorso iniziale.

La toscana si è trovata molto a suo agio sul percorso abruzzese: «Era duro e con tanti strappi, ben diverso da quelli che siamo abituati a trovare in Italia, con tanti piattoni e ritmi veloci. Qui c’era da spingere sui pedali in salita e questo mi ha favorito».

Prima vittoria stagionale nel ciclocross per la Bulleri che ora parte per la Slovacchia (foto Paletti)
Prima vittoria stagionale nel ciclocross per la Bulleri che ora parte per la Slovacchia (foto Paletti)

La nostalgia per la mtb

Questo inizio di stagione di ciclocross è stato proficuo per la Bulleri, grazie anche a una chiusura di stagione su strada forzatamente anticipata: «Una caduta dopo che avevo ritrovato la condizione a seguito della lunga sosta per covid mi ha costretto a rinunciare a tutta la parte finale di stagione, così ho iniziato la preparazione un po’ prima e i risultati si vedono. Mi è spiaciuto perché nel complesso l’annata su strada non era stata male: tra febbraio e marzo avevo anche colto due terzi posti nella Coppa di Spagna, poi il covid aveva fermato tutto».

La scelta di continuare tra ciclocross e strada non la rinnega: «La prossima sarà la quinta stagione con l’Eneicat RBH Global, la mia squadra spagnola, poi vedremo cosa fare, anche perché non nascondo che un po’ di nostalgia per la mountain bike ce l’ho e qualche buona proposta mi era anche arrivata per tornare al mio primo amore. Ma ho un contratto firmato e voglio onorarlo nel migliore dei modi».
Intanto a livello giovanile il ribollire è costante e un nuovo talento si propone all’attenzione: è quello di Alice Sabatino (Jam’s Bike), terza a Ovindoli e prima fra le junior con un successo che la porta a un solo punto dalla leader, Nelia Kabetaj. Per i tricolori del 15 gennaio si prospetta davvero una sfida al calor bianco con tante protagoniste a cercare di farsi vedere dietro le due primedonne Corvi e Venturelli.

Mattia Stenico, talentuoso trentino che sta emergendo nel ciclocross come nella mtb (foto Paletti)
Mattia Stenico, talentuoso trentino che sta emergendo nel ciclocross come nella mtb (foto Paletti)

Nuovi giovani all’orizzonte

Motivi d’interesse emergono anche dai pari età e non solo per l’esito della gara di Ovindoli. Non è un segreto che Pontoni guardi con particolare interesse alla categoria e abbia molto poco gradito la controprestazione generale degli azzurrini a Namur, quindi prospetta per le prossime tappe di Coppa del Mondo un profondo cambio di scelte.

Ettore Prà pone con autorità la sua candidatura dopo la vittoria abruzzese, al termine di una gara nella quale ha provato a lungo a staccare il resto della compagnia, anche con l’aiuto del compagno di colori all’Hellas Monteforte Francesco Bertini, ma la maglia rosa Mattia Stenico (Gs Sorgente Pradipozzo) è rimasta sempre a un tiro di schioppo. I due sono ora separati da un solo punto in vista della finalissima di Gallipoli del 18 dicembre, quel giorno i motivi d’interesse non mancheranno di certo.

EDITORIALE / Due così li avevamo anche noi. Anzi, tre!

14.11.2022
4 min
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Savini nel 2015. Pogacar nel 2016. Innocenti nel 2017. Evenepoel nel 2018. Piccolo nel 2019. Questo è l’albo d’oro del Giro della Lunigiana nei cinque anni prima del Covid. Alla ripresa, l’hanno vinto prima Lenny Martinez e poi Antonio Morgado. Noi però vogliamo però soffermarci su quei cinque anni per tornare al tema che tanti definiscono noioso e abusato, vale a dire l’attività juniores in Italia e il perché di colpo qui da noi abbiano smesso di venire al mondo corridori da grandi Giri. Anzi no, come mai siano venuti al mondo e poi siano finiti su un binario morto.

Di Pogacar ed Evenepoel abbiamo detto ogni genere di mirabilia. Uno arrivato al ciclismo quasi per gioco in Slovenia, con 3 vittorie in due anni da junior e 4 da U23 fra cui il Tour de l’Avenir. L’altro salito in bici dopo la carriera nelle giovanili del pallone, con 24 vittorie in due anni da junior e poi subito il salto tra i pro’.

Guardando da noi, Savini ha fatto due anni da U23 fra Petroli Firenze e Maltinti e poi nel professionismo la sua è stata più che altro una discesa. Di Innocenti abbiamo raccontato ieri: è stato fermato da una squalifica di 4 anni al primo anno da U23 ed è appena rientrato alle corse. Piccolo era partito bene con la Colpack, poi ha avuto una serie di contrattempi e solo quest’anno è tornato a brillare di luce propria.

Europei juniores 2019, comunione di intenti fra De Candido, Cassani e Villa: vittoria a Piccolo
Europei juniores 2019, comunione di intenti fra De Candido, Cassani e Villa: vittoria a Piccolo

L’accusa di Bragato

E’ solo per caso? Oppure è tempo che la Federazione Ciclistica, cui noi offriamo come contributo il lavoro degli ultimi mesi, inizi a collegare i puntini per capire quale forma abbia l’attività giovanile in Italia e porvi rimedio?

«C’è troppa enfasi sulla categoria juniores – ha detto Diego Bragatoenfasi legata ai volumi, al simulare quello che fa il professionista, invece di costruire una formazione a lungo termine. Purtroppo il nostro movimento spinge per la ricerca del risultato da junior, piuttosto che per la costruzione di un atleta che avrà risultati dopo 5-6 anni. Ma questo ciclismo non esiste più. Le altre Nazioni hanno ridotto di molto il numero di gare durante l’anno, a vari livelli: da junior in su. E insegnano agli atleti a costruire la prestazione in funzione di un obiettivo.

«Da noi, i nostri ragazzi trovano la condizione con le gare, hanno dei risultati a livello giovanile, ma non imparano ad allenarsi. Così arrivano in un mondo professionistico in cui non puoi più sfruttare le gare per allenarti e non sono capaci di adattarsi, né fisicamente né mentalmente».

Nel 2014, Savini vince da junior la Liberazione Città di Massa. L’anno dopo arriverà il Lunigiana
Nel 2014, Savini vince da junior la Liberazione Città di Massa. L’anno dopo arriverà il Lunigiana

L’accusa di Rui

Le società degli under 23 hanno responsabilità diretta, ma forse non la avrebbero se si permettesse loro di lavorare nel tempo necessario per prendere un ragazzino e farne un corridore.

«Oggi non ci sono tanti atleti con cui lavorare – ha detto di recente Luciano Rui – perché passano subito. E poi, una volta di là, diventano tutti principini. Io glielo dico sempre: qualche volta meglio provare a vincere fra quelli della propria età, che prendere sempre schiaffi con i più grandi. Bisogna rimanere umili e serve chiarezza. Prima, con il corridore che restava 3-4 anni, avevamo tutti modo di lavorare meglio. Adesso passano, ma sono più quelli che si perdono. Hanno fatto la licenza da professionisti, ma non una carriera».

Questo è Innocenti: il 2017 è il suo anno migliore da junior, con 9 vittorie, fra cui il Lunigiana (duzimage)
Questo è Innocenti: il 2017 è il suo anno migliore da junior, con 9 vittorie, fra cui il Lunigiana (duzimage)

Il tempo da riprendere

Difficile dire se sia nato prima l’uovo o la gallina. Capire se il meccanismo messo in moto dai team e dai procuratori per prendere i ragazzi sempre più giovani sia la conseguenza di un’attività giovanile esasperata. Oppure se questa, per contro, lo sia diventata avendo i corridori a disposizione per un tempo troppo breve. Di certo qualcosa non funziona.

Per questo il ritorno di Andrea Innocenti in gruppo, come la rinascita di Piccolo, vanno accolti come un presagio felice. A Innocenti si chiede ancora di fare nomi: in realtà il giovane toscano ha già pagato in abbondanza e magari quei nomi – se esistono – altri avrebbero dovuto trovarli e metterli in galera. Non si può colpire oltre un ragazzo di 19 anni e pretendere che risolva da sé problemi che per anni hanno affossato il ciclismo e che ora sembrano sempre più lontani.

Sia Innocenti sia Piccolo avranno le loro difficoltà da superare, ma si spera che i loro motori così potenti ed esuberanti abbiano mantenuto le qualità che gli permisero di vincere lo stesso Lunigiana di Pogacar ed Evenepoel. Innocenti ha davanti a sé un inverno molto importante, così come Piccolo. Entrambi sono usciti a testa alta da un tunnel piuttosto buio: speriamo che questo li abbia resi più forti. Hanno (e noi con loro) tanto tempo perso da riprenderci.

Ritorno a Cittadella negli appunti di Lachlan Morton

14.11.2022
4 min
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La sola volta in cui Lachlan Morton aveva partecipato a un mondiale fu nel 2015 a Richmond, ma neppure in quel caso indossò la maglia della nazionale australiana. Corse infatti la cronosquadre per club con la Jelly Belly p/b Maxxis e si piazzò al 20° posto a 3’42” dalla BMC in cui correvano anche Quinziato e Oss. Lo stesso Daniel Oss che nel giorno del mondiale gravel di Cittadella, ha preso il largo dopo 30 chilometri, conquistando l’argento alle spalle di Vermeersch. Lachlan Morton c’era, questa volta però con la maglia della nazionale australiana, e ha chiuso al 18° posto a 6’29” dal vincitore.

Nel 2022 per Morton, solo 5 corse su strada. Lo scorso anno 19: qui al Tour of the Alps
Nel 2022 per Morton, solo 5 corse su strada. Lo scorso anno 19: qui al Tour of the Alps

Tutt’altro che invisibile

Lachlan Morton, corridore della Ef Education-Easy Post, ormai non lo trovi più nei siti di statistiche del ciclismo su strada. Stando a quelli, il suo 2022 è iniziato a febbraio alla Clasica Jaen Paraiso Interior e finito con le quattro tappe del Gran Camino. In realtà, poche settimane dopo, appreso dell’invasione russa in Ucraina, l’australiano ha dato via ad una non stop in cui ha percorso 1.064 chilometri in 42 ore da Monaco a Korczowa-Krakovets, sul confine fra Polonia e Ucraina, raccogliendo oltre 250.000 euro per i rifugiati ucraini.

L’anno precedente, Lachlan aveva creato l’Alt Tour, che lo ha visto percorrere tutte le tappe del Tour de France, oltre ai trasferimenti e senza supporto. Un totale di 5.500 chilometri, l’arrivo a Parigi 5 giorni prima del Tour e soprattutto oltre 700.000 dollari raccolti per il World Bicycle Relief.

«Molte persone – racconta – sono entrate in contatto con me grazie a questo tipo di impresa. La maggior parte delle volte in cui corro su strada, non mi sento come se fossi davvero importante per qualcuno, come se mancasse qualcosa. Forse l’idea del viaggio. Invece trovo eccitante attraversare luoghi in cui non avevo mai pensato di andare e che non rientrano fra le rotte tipiche del ciclismo».

Morton Polonia 2022
Marzo 2022, sulla via del confine polacco, durante la sua raccolta fondi per i rifugiati ucraini
Morton Polonia 2022
Marzo 2022, sulla via del confine polacco, durante la sua raccolta fondi per i rifugiati ucraini

Un giorno diverso

Al via di Vicenza, quest’uomo dal grande coraggio e ideali non banali, si è ritrovato in gruppo per dare al gravel un’altra dimensione. Dopo anni di partecipazioni alle gare ultra in America e Spagna, in cui si scalano dislivelli pazzeschi in tempi dilatati, il format della corsa in linea poteva risultare per lui poco affascinante. Invece il giudizio di Lachlan è stato di segno opposto

«E’ stato sicuramente molto diverso – ha detto – dal mio solito. Ho pensato che i primi 50 chilometri siano stati disegnati insieme molto bene e poi ho pensato che il percorso avrebbe potuto essere migliore per la parte restante. Ma nel complesso, ritengo che sia stato un buon evento. Il livello era davvero alto, uno stile di corsa molto diverso. Penso che questo tipo di terreno si presti a ottime gare, mentre quelle negli Stati Uniti si svolgono solo su grandi strade sterrate».

Durante il mondiale gravel in scia del compagno di nazionale Nathan Haas, altro esperto di gravel
Durante il mondiale gravel in scia del compagno di nazionale Nathan Haas, altro esperto di gravel

Il WorldTour e il gravel

Il dubbio sul percorso aveva assalito i puristi della specialità, ma è stata l’UCI stessa a indicare a Pozzato, che ha organizzato il mondiale gravel con la sua PP Sport Events, un limite di dislivello, visto anche l’elevato chilometraggio. Tanto che lo stesso Morton alla fine ha compreso le necessità degli organizzatori e se ne è andato con un sorriso soddisfatto.

«L’inizio della gara – ha confermato – è stato più interessante di qualsiasi altra gara che io abbia fatto negli Stati Uniti. Parlo dal punto di vista del terreno, perché salti dentro e fuori da sentieri e fattorie, ogni genere di cose. Non penso che sia una minaccia per la scena del gravel degli Stati Uniti, è solo qualcosa di diverso. Non c’è niente di male nel venire e provare qualcosa di nuovo e dargli una possibilità.

«Ci sono ovviamente cose che si possono fare meglio, ma era la prima volta. Penso che sia stato spettacolare avere le strade chiuse, la folla incredibile e il terreno davvero interessante e vario. Penso che nel complesso sia stato un successo. Due settimane prima ho partecipato a un evento ultra di cinque giorni, quindi il mondiale mi è parso molto diverso. Ma è stato divertente. E come previsto, i corridori del WorldTour hanno alzato il livello e si sono dimostrati all’altezza».